Da Roma alle regioni, la strada (in salita) per fermare la Lega Il trionfo della destra nelle prossime tornate elettorali sembrava invevitabile. Ora dirigenti Pd e militanti 5S ragionano sul da farsi.

Tutte le strade portano a Roma. Ma è vero anche il contrario: tutte le strade partono da Roma. E così se Movimento 5 Stelle e Pd si avviano a governare insieme il paese, sui territori si ragiona su cosa potrebbe accadere a cascata. Tra la fine di ottobre e la prossima primavera si rinnoveranno tanti consigli regionali e se fino a qualche settimana fa il trionfo della destra appariva inevitabile più o meno ovunque, adesso il discorso si è fatto più complesso e tanti dirigenti dem e tanti attivisti pentastellati si interrogano sul da farsi. IN UMBRIA, DOPO la rovinosa caduta di Catiuscia Marini, si voterà il 27 ottobre. Il commissario regionale dem Walter Verini, da tempi non sospetti, sostiene che «da solo il Pd non va da nessuna parte» e che quindi è necessario guardarsi intorno. «In Umbria – spiega Verini con tono navigato – non parliamo di un dialogo tra partiti, ma dell’incontro su un progetto civico e sociale avviato». I grillini questi rumori che vengono dal Pd li hanno colti, e nei mitologici meet up si discute. Un militante perugino è molto chiaro in questo senso: «Non potremo andare con la Lega, è chiaro. Le scelte sono due: o andiamo da soli o vediamo cosa si può fare con il Pd». La strada, beninteso, è in salita: il terrore di una vittoria leghista non può essere l’unico collante di un’eventuale coalizione, questo è chiaro a tutti. Però la Lega bisogna sconfiggerla comunque, altrimenti sarebbero guai seri anche per il governo. E questo discorso non vale solo per l’Umbria. «Da parte nostra – argomentano tra i dem – un dialogo era già cominciato nel 2013, all’epoca dello streaming di Bersani». Al di là dei programmi, la vera incognita come sempre riguarda i nomi, ma la scappatoia è semplice: trovare un esponente dell’ormai mitologica società civile che vada bene a tutti, un Conte umbro. Difficile ma non difficilissimo. DIVERSA LA SITUAZIONE in Emilia Romagna. Qui le regionali si svolgeranno tra novembre e dicembre e sul piatto c’è la gestione una riforma già avviata: quella dell’autonomia regionale. Si parlerà di tante altre cose, ma il punto fondamentale è questo. Pd e 5S sembrano piuttosto distanti – questa, in fondo, è la casa del famigerato «partito di Bibbiano» e non bisogna mai dimenticare che i primi eletti grillini ci sono stati proprio in Emilia – ma qualche spiraglio si vede. Il sindaco di Bologna Virginio Merola ha già lanciato parecchi segnali, e in consiglio regionale è avvenuta anche una prova tecnica riuscita, quando Pd e M5S votarono insieme una legge contro l’omofobia. In Calabria il consiglio regionale si rinnoverà a gennaio e il Pd appare pronto a prendere il toro per le corna. Qui l’M5S praticamente non esiste – non ha mai eletto nessuno – e la trattativa è stata già avviata a Reggio, dove il sindaco di centrosinistra Giuseppe Falcomatà starebbe tessendo l’alleanza grazie a uno strettissimo rapporto con la deputata a cinque stelle Federica Dieni. IN CAMPANIA, dove si voterà in primavera, la situazione è più complessa: il presidente Vincenzo De Luca non è mai stato tenero con il Movimento Cinque Stelle e questa è anche la regione di Luigi Di Maio. Il dialogo ancora non c’è, ma De Luca ha inviato dieci domande a Di Maio sul governo del paese, uno strumento che potrebbe tornare utile in futuro, se mai ci si siederà a un tavolo per trattare. Su tutto, però, c’è lo spettro del sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che qualcuno vorrebbe vedere in campo e che, nel caso, scombinerebbe tutti i piani. Sembra più in discesa la strada in Puglia, dove il governatore Michele Emiliano strizza l’occhio ai 5S da anni ormai. Per lui, al limite, i problemi potrebbero arrivare dal Pd. Incertezza anche in altre due regioni rosse: le Marche e la Toscana. Nel primo caso, il Pd era convinto di andare incontro a sconfitta certa, ma adesso c’è la convinzione che l’M5S possa collaborare. Il problema sarebbe riuscire a non candidare l’uscente Luca Ceriscioli e trovare un nome accettabile per entrambe le parti. La principale indiziata, in questo senso, è l’attuale sindaca di Ancona Valeria Mancinelli. IN TOSCANA, PATRIA del renzismo, l’ostacolo all’alleanza potrebbe essere proprio il gruppo di potere che fa capo all’ex presidente del consiglio: qui il Pd è convinto di vincere in ogni caso («Col maggioritario, col proporzionale e pure col sorteggio», dice un dirigente con forse inopportuno ottimismo). Il mediatore potrebbe essere il presidente uscente Enrico Rossi, ma è presto per dirlo. In ogni caso, i gruppi locali di tutte le regioni che si avviano al voto osservano quello che succede nella Capitale: se accadrà qualcosa, ci si muoverà sempre dall’alto verso il basso, dalle segreterie (o i blog) nazionali ai gruppi locali. Tutte le strade riportano a Roma.