Il personaggio. La scalata dell’avvocato double face. Dall’Ulivo al Pd, il prof che non crede ai partiti. Elettore del centrosinistra deluso si è vantato di non avere tessere. Ma la sfida ora è dare credibilità e forza alla nuova maggioranza. Il rischio è che l’impresa resti incollata alla necessità di fermare la Lega di Salvini.

Immaginiamola come la storia di un Paese lontano, che a un certo punto precipita in una crisi, e che dalla crisi a un certo punto si risolleva. E ora domandiamoci se la storia manterrebbe la sua plausibilità, immaginando che l’uomo che aveva guidato il Paese fino alla crisi fosse anche l’uomo che dalla crisi lo tira fuori. Non basta? Aggiungiamo un ultimo particolare, che tutt’intorno a quell’uomo le cose cambino, e che l’unico punto fermo rimanga lui. Ebbene, cosa dovremmo pensare di quell’uomo? Due cose soltanto: o che si tratta di un uomo dalle qualità eccezionali, capace di guadagnarsi la stima e la benevolenza di tutte le parti in causa, oppure che è nato sotto una buonissima stella, e tutto è dipeso da circostanze eccezionali che gli hanno regalato questo ruolo, non una ma due volte – nonostante si dica che il treno della fortuna, nella vita, passa una volta soltanto –. (Bisognerà, temo, riformulare il proverbio). Nel caso di Giuseppe Conte, può darsi che sia vera la prima ipotesi, e il Presidente del Consiglio incaricato avrà probabilmente un buon tratto di legislatura per dimostrare le sue non comuni doti. Tra l’imbarazzata continuità che Di Maio ha cercato di difendere e la discontinuità esplicitamente richiesta da Zingaretti Conte ha scelto, per l’intanto, di parlare di “novità”: è evidente che il senso dell’opportunità – voglio chiamarlo così, con un benevolo eufemismo – non gli manca. Né gli mancano la consuetudine a giacca, cravatta e pochette, una buona duttilità, e la capacità di farsi concavo o convesso a seconda delle situazioni. LA SFIDUCIA NEI PARTITI Nel caso però che valga la seconda ipotesi, e pesino in maniera decisiva le circostanze che consentono, in Italia (non credo, oggi, in altre parti del mondo), di avere lo stesso Presidente del Consiglio per due maggioranze profondamente diverse, la domanda è: di quali culture politiche vive allora il nostro Paese? Di nessuna, pare debba essere la risposta. Basta ascoltare, del resto, lo stesso Conte. Che ha sì raccontato di aver votato centrosinistra, l’Ulivo di Prodi, partiti centristi, PD e infine, deluso, Cinque Stelle, ma ha poi aggiunto il vero tratto distintivo della sua formazione: non semplicemente il non aver mai posseduto una tessera di partito, ma il farsene vanto, rivendicando questo dato con una punta di civettuolo orgoglio, al quale certo non è estranea la consapevolezza che la stragrande maggioranza degli italiani non dà certo un giudizio positivo dell’offerta politica in campo. Avere fiducia in Conte significa dunque ribadire ancora una volta che non si ha fiducia nei partiti. Ecco la congiuntura che permette a un professore di diritto, a un avvocato, di ritrovarsi in capo a poche settimane, senza alcuna militanza politica alle spalle, a Palazzo Chigi. E di rimanervi, sfruttando l’equidistanza dai contraenti il patto di governo, che lo rende fungibile per il “nuovo progetto”. Conte è questo: un premier fungibile. Paradosso dei paradossi: il più lontano dal professionismo della politica di tutti i presidenti del Consiglio mai entrati in carica si è, di fatto, inventato la premiership come professione. Per un certo impasto di prudenza, moderazione, consuetudine al potere, disponibilità al compromesso entro un quadro valoriale di tipo tradizionale, e blando filo-atlantismo, siamo abituati in Italia a evocare i tempi della Democrazia Cristiana. Conte ne sembra l’ultimo eroe epigonale. Della Balena Bianca, però, ritorna così, nell’avvocato pugliese, solo un tratto, quello cresciuto all’ombra di quarant’anni di governo, dimenticando che le scelte fondamentali che hanno plasmato la costituzione materiale del Paese e la sua ossatura istituzionale per tutto il dopoguerra hanno richiesto alla DC una qualità che l’intero sistema politico, che solo così può affidarsi a Conte, ha purtroppo perduto: la forza di una larga legittimazione popolare. L’EX PREMIER POPULISTA Nell’anno trascorso al governo, il premier ha più volte dichiarato di essere un populista.Ma era un’altra cosa: era una forma di captatio benevolentiae verso Lega e 5S, che subito smorzava traducendola in una generica volontà di essere dalla parte del popolo. Nei toni, peraltro, Conte non ha nulla della fisionomia da caudillo tipici dei leader populisti, anche se non gli ha fatto difetto l’esibizione in uno studio televisivo della medaglietta di Padre Pio: sia detto per onestà, visto il rimprovero da Conte mosso a Salvini per l’uso di simboli religiosi. Chissà, comunque, se userà ancora la parola populismo, per descrivere il suo “nuovo progetto”. Chissà se gli riuscirà di voltare la parola nella posizione di un problema, piuttosto che nel principio di una soluzione. Che non può trovarsi se non in una profonda ristrutturazione del paesaggio politico e nella reinvenzione delle culture che lo innervano. Dal punto di vista “avalutativo” della scienza politica, la crisi, infatti, è tutt’altro che risolta con la formazione del governo. Semmai è rimandata, ed è da vedere se alla nuova maggioranza riuscirà di dare forza e credibilità al secondo tentativo di Conte, o se l’intera impresa rimarrà incollata alla mera necessità di fermare la Lega di Salvini. L’uomo che da premier visse due volte sarebbe allora semplicemente scivolato sulla superficie delle cose. Per la sua buona stella, ma non per quella del Paese lontano di cui un giorno si racconterà la storia.