Non si può dire che i primi vagiti siano rassicuranti, per la maggioranza di Giuseppe Conte. Non è ancora arrivata la fiducia delle Camere al governo tra M5S e Pd, e già spuntano le polemiche. Lo scontro tra la neoministra alle Infrastrutture, la dem Paola De Micheli, e i vertici dei Cinque Stelle irritati per i suoi «sì» alle opere pubbliche, a partire dalla Tav, suona come un brutto viatico. E altrettanto discutibile, sul piano politico e istituzionale, è la riunione di tutti i ministri grillini convocata ieri dal ministro degli esteri, Luigi Di Maio, alla Farnesina. È la conferma quasi in tempo reale di quanto sarà difficile lavorare a quell’«amalgama» che il premier teorizza tra Pd e Movimento. L’istinto antisistema dei seguaci di Beppe Grillo è pronto a riemergere al di là di ogni preoccupazione di coalizione. E rappresenta un limite culturale, prima che politico, destinato a pesare sull’esecutivo. Anche il tentativo di agganciare a livello europeo i Verdi in ascesa sembra rispondere soprattutto all’esigenza di contare a livello continentale. Il M5S ha inseguito prima, nel 2017, alleanze coi liberali filo-Ue, dai quali è stato respinto. Poi, nel 2018, ha vagato tra la protesta violenta dei gilet gialli francesi e i gruppi populisti di mezza Europa. Ma di fronte a quella nebulosa eterogenea, e per mancanza di posizioni chiare, non ha trovato vere sponde. Adesso cerca una sponda nei Verdi, alternativi e insieme complementari alle forze tradizionali di sinistra: un misto di cultura ecologista e progressista, ostilità alle opere pubbliche, attenzione ai problemi degli immigrati, che li rendono possibili alleati a Bruxelles. Anche se tradurre in Italia quei temi nella versione grillina rischia di diventare un alibi per chi, nel Movimento, non digerisce l’alleanza col Pd e teme di essere normalizzato. Ma il risultato sarebbe di radicalizzare e ritardare decisioni che hanno già provocato spaccature nella maggioranza con la Lega; e che promettono di riprodursi col Pd. Lo scontro di ieri con la ministra dem De Micheli è un assaggio di quanto potrebbe accadere nelle prossime settimane e in vista della manovra finanziaria. Se si somma alla riunione coi ministri grillini convocata ieri da Di Maio, Conte non può stare tranquillo. Il «capo politico» del M5S, sebbene contestato o forse per questo, vuole rivendicare il proprio ruolo. E usa in modo irrituale il nuovo ministero come succursale di Palazzo Chigi, dove non può andare perché non è più vicepremier. Dunque, spedisce un messaggio non tanto al Pd ma al presidente del Consiglio: Di Maio non rinuncerà a marcare l’identità e la separatezza della componente grillina rispetto allo stesso Conte. Si tratta di una conferma che i pericoli al governo verranno da un elettorato freddo e sconcertato dalla soluzione della crisi, e dal capo di un Movimento a caccia di rivalse.