C’è qualcosa di disperato e autoassolutorio, nell’opposizione che la destra sta delineando: dentro e fuori dalle aule parlamentari. Vengono cancellati errori e contraddizioni commessi prima e durante la crisi provocata dal capo della Lega, Matteo Salvini. Si dimentica che al posto del nuovo commissario europeo agli Affari economici, l’ex premier Paolo Gentiloni, del Pd, poteva esserci un esponente del Carroccio. Bastava che Salvini lo indicasse, come gli era stato chiesto, mentre era in carica il governo con il M5S, e il suo potere era all’apice.

La stessa accusa a M5S e Pd di avere «preparato» una nuova maggioranza insieme con le cancellerie occidentali prima della crisi formale, evoca un complotto che la Lega ha finito senza volerlo per favorire. È dunque un’analisi che rischia di apparire di comodo. Ignora la pressione del partito sull’ex vicepremier e ministro dell’Interno affinché provocasse il voto anticipato subito dopo le Europee del 26 maggio. E cerca di far dimenticare un Salvini assediato dal resto del Carroccio, e quasi «costretto», nelle parole dell’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti, a rompere con i Cinque Stelle.

Ma nel momento sbagliato; ignorando le conseguenze dello strappo; e senza far dimettere i propri ministri fino all’ultimo. Salvini sostiene che forse ha «peccato di buona fede». Per un leader politico che aspira a guidare l’Italia, però, un’ammissione del genere è un’aggravante, non un’attenuante. Quanto alla richiesta di elezioni, ripetuta ieri con cori e insulti, sono state rimosse le offerte tardive di Palazzo Chigi al grillino Luigi Di Maio da parte del leader leghista, pur di andare avanti.

C’è da chiedersi se il profilo estremista che l’opposizione si sta dando sia una scelta strategica; o solo la conseguenza a caldo di una crisi surreale, che ha lasciato frustrazioni e lividi anche personali. A guardare bene, c’è più coerenza nell’evocazione della «piazza» da parte di FdI di Giorgia Meloni, da sempre all’opposizione di tutto. Puntare sul fallimento del riaggancio dell’Ue da parte dell’Italia, additando solo un trasformismo che pure è vistoso, sa di «tanto peggio tanto meglio». Il problema è quanto può durare un approccio del genere.

Se l’esecutivo tra M5S e Pd reggerà, un muro contro muro come quello visto in queste ore, invece di logorare il governo promette di sottolineare i limiti di una destra forte nel Paese ma incapace di contare. L’accusa al premier Giuseppe Conte di essere come il tecnico Mario Monti del 2011 trascura una differenza vistosa: questo è un governo politico, puntellato dalla Commissione europea e quasi condannato a far convivere e forse avvicinare due forze agli antipodi.