Per difenderlo, i suoi amici nel Movimento Cinque Stelle lo paragonano a Jessica Rabbit, la vamp del cartone animato, quando dice: «Io non sono cattiva. È che mi disegnano così». Nei panni del sabotatore di un governo tra grillini e Pd, Luigi Di Maio non si riconosce.

Eppure, negli ultimi giorni sono cresciuti i sospetti che sia proprio lui, orfano dell’alleanza con Matteo Salvini, a mettere i bastoni tra le ruote a un nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Forse non ha capito, o magari ha capito tutto. Ma la sensazione è che non si sia accorto che la crisi di Ferragosto aperta dal suo ex alleato era un campanello di allarme anche per lui; oppure che non voglia rassegnarsi all’evidenza. Di certo, Di Maio ha continuato a parlare e a muoversi come se non si fosse aperta una fase nuova: dentro e fuori dal M5S. Al punto che è sembrata la sua ultima battaglia per sopravvivere: personale, prima che politica. Nell’incontroaquattr’occhi dell’altra sera col segretario del Pd, Nicola Zingaretti, gli ha chiesto senza troppi complimenti Viminale e vicepremierato: cariche da agitare come simbolo del suo immutato potere. Per alcune ore ha bloccato la trattativa, provocando malumori nello stesso Movimento. E ancora ieri non era chiaro se la voglia di conservare almeno il ruolo di vicepremierritarderà un’operazione già complicata. Il Pd ha deciso di trattare direttamente con Conte. E da Palazzo Chigi è arrivata la precisazione che ha smentito la vulgata grillina secondo la quale Di Maio non aveva chiesto nulla. «In presenza del premier Conte», hanno riferito fonti della presidenza, «non è mai stata avanzata la richiesta del Viminale per Di Maio». Come dire: se lo ha fatto in altra sede non possiamo saperlo. Comunque sia, Salvini si prepara a passare all’opposizione, forte di un gruzzolo di consensi che per ora lo mettono al sicuro da rese dei conti interne. Di Maio sembra deciso a rimanere nell’esecutivo battendosi contro un ridimensionamento; e con la macchia di chi ha dimezzato i voti del M5S alle Europee, dopo la grande vittoria alle Politiche del 2018. Chi continua a sostenerlo dice che «nel governo Luigi ci deve stare. Altrimenti il Movimento si spacca». Avversari come Roberta Lombardi sussurrano velenosamente: «Sono sicura che il nostro capo politico non antepone se stesso al Paese…». Ma Di Maio può contare su gruppi parlamentari scelti da lui, sull’odio del M5S per il Pd, e su una spiccata spregiudicatezza. Anche se i toni ruvidi verso Zingaretti vengono spiegati con il terrore di bruciarsi di nuovo le dita, dopo l’esperienza traumatica con Salvini; e dalla consapevolezza di dover guidare un Movimento in una fase di declino e di incertezza. Eppure, era da dicembre che i vertici lo vedevano affaticato dal doppio incarico di ministroe«segretario» del M5S; e ossessionato dal protagonismo leghista. L’ascesa progressiva di Conte è stata figlia di un calcolo: «Luigi» si fa mangiare in testa da Salvini. Va puntellato. Formalmente reggeva lo schema dei «dioscuri» che dettavano l’agenda al premier. In realtà, era cominciata un’emancipazione dai due contraenti del populismo di governo. «Se cade Conte, cadono anche Di Maio e Salvini», si sentiva dire a Palazzo Chigi all’inizio del 2019. E il successo in extremis nelle due trattative con la Commissione europea sui conti pubblici ha fornito al premier credito internazionale. Di Maio e il suo alter ego leghista, invece, hanno continuatoasottovalutare la proiezione continentale: sebbene Di Maio abbia appoggiato Conte quando ha contribuito in modo decisivo all’elezione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Tutto è stato oscurato dalle continue liti e rappacificazioni tra i due vice, col portavoce grillino Rocco Casalino che confessava di essere «geloso del rapporto profondo tra Luigi e Matteo». Quando però a ridosso di Ferragosto si è consumata la crisi in Senato, Di Maio è sembrato una comparsa enigmatica. Salvini, a destra di Conte, scuoteva la testa e mandava bigliettini, annichilito dalle bordate di quell’«avvocato del popolo» scelto per ubbidire ed eseguire; e trasformatosi di colpo in un nemico, interlocutore del Quirinale e delle cancellerie. Quando ieri il capo leghista ha definito Conteeil suo possibile esecutivo «un governo di Mario Monti bis», non sapeva di fargli un complimento involontario. Ma quella definizione maliziosa ha confermato anche che non sarà lui a prendere in mano i Cinque Stelle; che la leadership di Di Maio sarà risucchiata sempre più all’esterno dell’esecutivo, tra tensioni interne crescenti. In fondo, il suo tentativo di prendersi il Viminale mirava a perpetuare vecchi rapporti di forza. Inseguiva il miraggio di recuperare milioni di voti «facendo come Salvini». Sarebbe stata la vendetta per il «tradimento» del leader leghista, accusatoaPalazzo Chigi di avere verso Di Maio un atteggiamento «da sciupafemmine». Lo strappo del Carroccio ha sgualcito anche il vicepremier grillino. Ha reso velleitaria l’opa sul ministero dell’Interno: quasi fosse un piedistallo per moltiplicare i voti, e non un dicastero di garanzia da proteggere dal sospetto di essere al servizio di un leader. La richiesta di crisi, elezioni e pieni poteri da parte di Salvini, a guardare bene, è l’equivalente dell’ipoteca di Di Maio sul futuro governo. Errori di valutazione simmetrici; e elementi di riflessione su quanto possa essere effimero e volatile il potere dei populisti perfino nell’era dei populismi.