Come il calabrone che sfida le leggi della fisica, il nuovo governo demo-stellato sfida quelle della politica. Non dovrebbe volare: eppure prende il volo, librandosi sulle macerie di un Paese sfibrato e sulle miserie di un Salvini disperato. Con il giuramento al Quirinale, la Cosa giallo-rossa prende anche una sua forma, plasticamente riassunta in un’immagine: l’infrangibile e ineffabile Conte, sbolliti i rancori delle ultime risse notturne, strizza l’occhiolino complice a Di Maio che giura addirittura da neo-ministro degli Esteri. E in questa totale e a tratti persino surreale incertezza sui suoi moventi e sui suoi esiti si nasconde l’altissimo rischio di questo “esecutivo nel segno della novità”, qualunque cosa questo significhi. Dobbiamo dirlo, lista dei ministri alla mano. È un “governicchio”, non certo il “dream team” di cui qualcuno aveva parlato. C’è un premier-bis che, nonostante gli artifizi del suo gattopardesco ecumenismo doroteo e gli esercizi di risciacquo dei suoi panni nell’Arno della sinistra, non ci farà dimenticare facilmente i suoi quattordici mesi da docile “garante” di una delle peggiori destre al governo nell’era repubblicana. Non ci sono i leader forti che i due partiti alleati hanno preferito non schierare, e nemmeno i tecnici migliori che le nomenklature del Paese avrebbero potuto offrire. È un esecutivo anomalo. Un governo nato non per mutua convergenza strategica (un’idea comune sul futuro del Paese) ma per pura convenienza tattica (una fuga condivisa dalle elezioni anticipate). Non un “golpe” o un “gioco di palazzo”: al contrario, un’operazione perfettamente legittima sul piano costituzionale. Ma obiettivamente trasformistica sul piano politico, perché mette insieme due forze nemiche. Si sono annusate ma respinte e combattute per cinque lunghi anni e ora si uniscono solo perché Capitan Papeete, trasformando un bicchiere di mojito in una tazza di cicuta, ha compiuto il suo incomprensibile suicidio pubblico. È un esecutivo fragile, perché l’hanno concepito due genitori egotici, spregiudicati, spesso instabili e quasi sempre imprevedibili. Da una parte Matteo Renzi, che ha compiuto lo “strappo” iniziale rilanciando l’Opa sul Pd e costringendo Zingaretti a seguirlo. Dall’altra parte Beppe Grillo, che ha sdoganato l’apertura agli esecrati dem con il suo sacro testo del 10 agosto, intitolato non per caso “la coerenza dello scarafaggio”, mettendo con le spalle al muro il gelido Casaleggio, il vacuo guevarista Dibba e alla fine anche l’impaurito Di Maio. Dunque non c’è un “compromesso storico”, ragionato e infine raggiunto attraverso la discussione e la decisione di un congresso, che alla luce del sole rende conto ai rispettivi elettorati delle sofferte ragioni di una svolta. Piuttosto un “accomodamento diplomatico”, improvviso ed estemporaneo, negoziato in fretta nel chiuso dei palazzi (sull’onda della nuova emergenza democratica e della solita urgenza economica) e vidimato in corsa da 79 mila adepti della premiata setta Casaleggio Srl (in nome e per conto di 55 milioni di italiani aventi diritto al voto). Qualche anima pia della sinistra ha coraggiosamente provato a nobilitare la nascente Cosa Giallorossa ricorrendo alla responsabilità, rievocando Pietro Nenni e “l’ultima chiamata prima della guerra civile” nazional-sovranista. L’improvvido Di Maio ha prontamente svilito la missione, evocando Gino Bartali e la necessità di “mettere una toppa” all’irresponsabilità altrui. Per girare credibilmente pagina, dopo questo anno di odiocrazia salvinina e di ultradestra illiberale, bisognava almeno tentare di spiegare l’inspiegabile. Non l’hanno fatto, e forse ormai non lo faranno più. Restare o rientrare nella stanza dei bottoni appaga e appiana, almeno per un po’. Ma per ora non c’è molto altro, se non l’evidente euforia governista dei pentastellati che hanno fortunosamente salvato la poltrona (dopo aver temuto di perdere tutto solo un mese fa) o dei piddini che l’hanno miracolosamente riconquistata (dopo aver perso tutte le elezioni nazionali e locali degli ultimi tre anni). Adesso che hanno scacciato mercanti e barbari dal tempio, cos’hanno in serbo i saggi chierici demo-stellati? Bisogna solo sperare che Cinque Stelle e Pd abbiano chiara la posta in gioco. Non si tratta solo di pilotare una “rimozione psico-politica” dell’annus horribilis del salvinismo, facendo finta che non siano mai esistiti i porti chiusi e l’abolizione dei permessi umanitari, i 49 milioni di rimborsi elettorali spariti e le cene segrete con i finanziatori russi all’hotel Metropol, le pistole facili in casa e i maxi-condoni sulle tasse, l’uso criminogeno dei pestaggi digitali sul web e il silenzio sistematico sui raid neo-fascisti per le strade. Quello che ci aspettiamo da un governo anomalo, fragile e tutt’altro che “straordinario”, molto semplicemente, è la “normalità democratica”. Come ha detto Marco Revelli, ci basterebbe un governo “di salute costituzionale”. Che possa mettere in sicurezza il Paese da ogni forma di avventurismo. Che possa far spurgare i veleni e ricostruire i fondamenti del vivere civile sulla base di un’agenda minima di cose urgenti e indispensabili. Una legge elettorale decente. Un dignitoso patto elettorale in vista delle Regionali in Umbria ed Emilia. Qualche spazio per la discontinuità c’è. Luciana Lamorgese al Viminale, nell’ufficio che Capitan Mitraglia aveva trasformato nella sua personale trincea del rancore, è già un buon punto di partenza: se i giornali della destra più sfascista salutano la ex prefetto di Milano come “la fan dell’accoglienza diffusa” vuol dire che non tutto è perduto. Roberto Gualtieri al Tesoro e soprattutto Paolo Gentiloni a Bruxelles come commissario europeo, nell’ufficio che avrebbe dovuto occupare un leghista per terremotare le istituzioni comunitarie, sono già un ottimo segno di resipiscenza: vuol dire che l’Italia recupera il suo ruolo di Paese fondatore dell’Unione, per cambiarla insieme agli alleati e non per distruggerla per conto di Putin. Un bel viatico, in vista della difficile manovra di bilancio che ci aspetta. Se solo le incaute élite europee evitassero di salutarlo con un entusiasmo malriposto, gettando altra benzina nel motore della ruspa impazzita di Salvini, ci eviteremmo i rigurgiti livorosi delle piazze scioviniste, già mobilitate per la “retromarcia su Roma” del 19 ottobre. Perfino Di Maio alla Farnesina, che ha urlato come un asino tra i suoni su Pinochet, Venezuela e gilet gialli, non può fare troppi danni, grazie al cordone sanitario del Colle. Non possiamo sapere se davvero questa Cosa Giallorossa sancirà con qualche anno di ritardo “un’alleanza naturale” che riannoda “il filo spezzato tra la sinistra e il suo popolo”, come sostiene con troppa sicumera Massimo D’Alema (già incline, a suo tempo, a considerare anche la Lega di Bossi una “costola della sinistra”). Così come non sappiamo se e quanto reggerà la “virata istituzionale” dell’Elevato di Bibbona, che nell’incredibile salto mortale dal Vaffa all’andreottismo è riuscito a rilanciare un governo benedetto dall’intero e non più inviso establishment planetario, da Trump alla Merkel, dalla Commissione Ue alla Bce, dalla Confindustria al Vaticano. Ma sappiamo che a questo punto non c’è altra strada possibile. «Non lasciate i vostri sogni nel cassetto», è l’appello lanciato a Cinque Stelle e Pd dal camaleontico Conte. Non chiediamo tanto. Ci accontenteremmo se, almeno stavolta, quei sogni non si trasformassero in incubi.