Tailleur bianco e blu, i colori della Scozia. Parole come sciabole, alla Braveheart. Obiettivo chiaro, e sempre più vicino: l’indipendenza da Londra. La “first minister”, cioè la premier scozzese Nicola Sturgeon, 49 anni, leader del partito nazionalista Snp e indipendentista di ferro, ci accoglie nel Parlamento di Edimburgo. È un momento decisivo. Perché proprio da qui, dalla sempre ribelle Scozia, potrebbe partire la disintegrazione del Regno Unito oggi profondamente lacerato dalla Brexit, dopo l’“Act of Union” che nel 1707 riunì il Regno d’Inghilterra e quello scozzese. Qui a Edimburgo spira una beffa tremenda: molti nel referendum d’indipendenza del 2014 (vinto dagli unionisti con il 55,3%) votarono per restare in Regno Unito anche perché, all’epoca, la Brexit pareva impensabile. Due anni dopo, però, il mondo si è capovolto e nell’europeista Scozia, dove addirittura il 62% ha votato contro la Brexit, sono tornati tempestosi i venti di un secondo referendum, cui premier britannico Boris Johnson si oppone fermamente. Lo spettro del No Deal, cioè la pericolosa uscita senza accordo di Londra dall’Ue corteggiata da Johnson, ha diffuso ulteriore irritazione. E così Sturgeon guida la rivolta per lasciare, il prima possibile, il Regno Unito. Secondo i sondaggi, gli indipendentisti in Scozia stavolta possono farcela. dopo oltre quattro secoli di unione, il Regno Unito potrebbe frantumarsi, per sempre. Signora Sturgeon, e ora che succede? «Difficile prevederlo. Spero che non ci sia il No Deal e che alla fine la Brexit venga annullata. In ogni caso, noi in Europa ci rimarremo, perché il nostro obiettivo finale è l’indipendenza della Scozia». Quindi lei crede che presto ci sarà un secondo referendum, Brexit o no? «Sì. E la Scozia sceglierà di essere indipendente. Non voglio far parte di futuro così pieno di sofferenze. È frustrante che il destino della Scozia sia in mano a incontrollabili forze esterne. Per questo, dobbiamo riprenderci il destino nelle nostre mani. E l’unica strada è l’indipendenza». Nel 2014 però l’Europa si schierò contro l’indipendenza della Scozia e al fianco di Londra, anche perché ci sono simili bollenti casi in Ue, come la Catalogna. Dopo la Brexit, qualcosa è cambiato da parte degli europei? «Assolutamente sì. Dopo la Brexit, molte più persone comprendono le ragioni del nostro indipententismo. E credo che l’Ue accoglierà molto volentieri un Paese come la Scozia che vuole continuare a farne parte. Sto avendo molte conversazioni con le autorità europee: posso ben dire che la loro posizione è cambiata sensibilmente nel tempo». E da indipendenti adottereste l’euro, come i nuovi membri Ue sono tenuti a fare? «Non credo che la Scozia adotterà mai l’euro. O almeno non in un prossimo futuro. Non possono costringerci». La Scozia diventerà una nuova Catalogna? Organizzerà referendum illegittimi come visto a Barcellona? «Nel 2014 c’è stato un referendum legale, consensuale. Questa è la strada da ripetere. La mia volontà è di tenere una seconda consultazione popolare l’anno prossimo. E badate: il nostro nazionalismo non è come quello dei brexiter intolleranti e insulari. È molto più sano e costruttivo». Quindi lei non considererebbe altre “modalità” di referendum se il governo centrale a Londra, vedi Boris Johnson, ponesse il veto? «Bloccare un secondo referendum sarebbe inaccettabile e antidemocratico. A lungo andare sarà una posizione insostenibile da queste parti». Teme un futuro di disordini e caos in Scozia, soprattutto in caso di No Deal? «Le conseguenze di un No Deal sarebbero molto pesanti anche qui. Non voglio preannunciare violenze nelle strade e stiamo facendo il possibile per mitigarne le conseguenze. Ma certo molte persone finirebbero nei guai. Le pare giustificabile che in un Paese così sviluppato vengano a mancare cibo e medicine?». La Brexit è l’inizio del disfacimento del Regno Unito? «È più di un inizio… (ride, ndr). Di certo la Brexit ha accelerato il processo e ha dimostrato l’inabilità di Londra di considerare opinioni diverse in uno stato composto di quattro nazioni diverse. Ora non si può tornare indietro». Lei qualche settimana fa ha incontrato Boris Johnson. Che impressione le ha fatto? «Nessuna sorpresa. Purtroppo, come in pubblico, con me ha fatto lo spaccone, ha dato risposte vaghe, senza dettagli, pensa che mostrarsi forte e positivo faccia cascare le cose dal cielo». Un po’ come Trump. «Gli somiglia molto. Anzi, secondo me aspira proprio ad esserlo. Accentua le divisioni, è polarizzante. E poi non ti puoi fidare di lui. Sulla Brexit, per esempio, i negoziati e i progressi che sbandiera sono una farsa. Vuole il “No Deal”, mi pare evidente. Insomma, non gli credo. Proprio non ce la faccio».