Se anche un partito strutturato come il Pd ha visto , nell’arco di pochi giorni, una riconfigurazione degli assetti di potere interni con il riemergere di Matteo Renzi in un ruolo centrale, altrettanto tellurici saranno i mutamenti in corso in un partito liquido, anzi “etereo”, come il Movimento 5 Stelle. Mutamenti che lo possono portare in tre direzioni diverse, o al limite, lo possono scomporre lungo queste tre direttrici. La crisi di agosto ha alterato i rapporti di forza interni al Movimento. Da un lato Grillo ha riconfermato la sua leadership, incontrastata. È bastato un post per invertire la rotta, abbandonando un decennio e più di contrapposizione netta al Pd . Uscito dal suo letargo, il Garante – questa la denominazione ufficiale della carica di Grillo – ha imposto in quanto “custode dei valori fondamentali dell’azione politica dell’associazione”, come recita l’articolo 8 della statuto, la sua linea a un riluttante Di Maio, Capo politico del M5s ma pur sempre sottodimensionato rispetto al fondatore che, in base alle norme statutarie (art.7), può sfiduciarlo quando vuole, salvo conferma della Rete. E si è visto quanto la Rete segua convinta le indicazioni di Grillo, dato che quasi l’80% degli iscritti ha approvato l’accordo con il Pd. Rimane però da capire se il Garante rientrerà in sonno oppure indirizzerà deciso il M5s verso quei temi post-moderni e post-industriali della green economy, della riconversione ecologica, della democrazia elettronica che hanno identificato, agli albori, i 5Stelle come partner ideale della galassia verde-ecologista e dei “partiti pirati” del centro-nord Europa. In questo caso il M5s non può che far deperire quell’atteggiamento anti-establishment e protestatario che lo stesso Grillo ha sollecitato per tanto tempo e che è stato la chiave di volta del suo grande successo elettorale. Solo che non tutti seguiranno il fondatore su questa strada. I giovani del Movimento allevati a populismo e antipolitica –Di Maio e Di Battista, per intenderci – si sentiranno probabilmente emarginati da questo ritorno alle origini, depurate dal Vaffa. Pur nelle differenze di stile, i dioscuri pentastellati vivono ancora la politica come una sfida all’establishment dal quale per ragioni diverse, caratteriali o culturali, si sentono esclusi. E se l’uno, Di Maio, si è comunque incistato nel palazzo tanto che non ne uscirà se non con un gruppetto di fedelissimi pronto a dar vita a una versione, in sessantaquattresimo , della democristiana “corrente del golfo” partenopea degli anni Ottanta, l’altro, Di Battista, animerà quel residuo di piazza antisistema – dai No-Tav angli anti-Vax – che non riesce a fare il salto a destra. (Benché saranno, inevitabilmente, risucchiati da quel mondo). Infine, il terzo pilastro su cui si regge la struttura pentastellata rimanda a Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha acquisito un ruolo politico che fino a qualche settimana prima nessuno gli riconosceva. Ora lo esercita sulla linea tracciata da Grillo. Ma la sua cultura politica e il suo stile (personale e politico) lo portano su posizioni più tradizionali e ”oggettivamente” centriste, in contrasto con i dioscuri. Lo stesso discorso di insediamento rifletteva una concezione “umanista” della politica con contorni comunque così ampi, per non dire, vaghi da poter accogliere consensi da molte parti. Non tarderanno molto gli orfani di Berlusconi a percepire una consonanza di accenti, e lo stesso vale per le anime perse del mondo cattolico-moderato, da sempre alla ricerca di un ovile e di un rilancio. Il neo-centrismo contiano ha bisogno di un po’ di tempo per lievitare, ma è alle viste. Il M5s sembra destinato ad assumere le sembianze della Gallia di Giulio Cesare, “divisa in partes tres” , senza però una guida in grado di tenerla tutta unita.