La bandiera sventola, è gialla e rossa, la nave governativa sta per levare le ancore. Perché non si muove? Che cos’è quel vociare che sale dalla cambusa? Graziano Delrio, dato per sicuro ministro delle infrastrutture e dei trasporti, si affaccia un momento ricomponendo il ciuffo festoso: «Non ci sono veti. Sugli assetti si vedrà» (Adnkronos delle 17,55). Li chiamano “assetti” queste trattative da falò su certi viali. I Cinque Stelle a furia di mandare affanculo gli altri, hanno imparato il mestiere, e lo vendono, eccome se lo vendono. Hanno messo all’asta il loro famoso tonno. Del-rio-mare si precipita di nuovo prima che gli portino via il bel tocco del suo assetto. Si discute sui bocconi di ventresca, a chi spetti infilare con la forchetta il prelibato tarantello. Ma certo. Litigano per il tonno. Ricordate la scatola che i grillini avrebbero dovuto aprire con la conserva di pesce sott’olio? Dovevano farlo nel 2013. Che tempi, quand’erano verginelle alla fontana, a farsi il bagnetto come Susanna sotto lo sguardo lubrico dei vecchioni. Allora le nostre caste Susanne li respinsero. Non perché non gli andavano benele proposte,main nome di una conclamata verginità elettiva. Era il 10 marzo del 2013. I capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi si espressero «Nessuna alleanza col Pd». «Nessun referendum sull’alleanza col Pd». Beppe Grillo confermò con risolutezza. «Se il Movimento vota fiducia (a un governo con il Pd), mi ritiro dalla politica» (10 marzo 2013). Un anno primaaveva dettola stessa cosa a Di Pietro: «No ai nuovi colonialisti. Non ci alleeremo con nessun partito» . Ed ecco i vecchioni del Pd sono arrivati coni loro volti suadenti, sono pure parenti di quel figaccione del commissario Montalbano, accompagnati dalle trombe lussuriose di giornali e tivù. PapàBeppe acconsente, ha dettatole nuove tavole della legge, dove vige un solo comandamento, una morale tutta d’un pezzo: «Sopravviviamo-sopravviviamo». Hanno avuto dall’Elevato Pappone la licenza di prostitute senza colpa, per il bene collettivo, e le Cinque Stelle si sono prestate al sacrificio. Ma qui nasce la protesta dei vecchioni: saranno pure stelle, ma si stanno facendo pagare come se ce l’avessero solo loro, il tonno. Mentre sto scrivendo, ma probabilmente quando voi ancora siete intenti a leggere, gli allegri casinisti giallo-rossi stanno spartendosi il diritto di tonno. Piano che ce n’è per tutti. Hanno aperto la meravigliosa scatola da cinque chili, quella che esponevano i droghieri di una volta, con la polpa soda: è l’Italia. Ma con quale coscienza la trattate così?Certola Costituzione lo consente, ma il decoro esigerebbe almeno lafinzione, una sanaipocrisia che è il prezzo che il vizio paga alla virtù, secondo non so se Flaiano, Longanesi o forse Oscar Wilde. SENZA COSCIENZA La scena è abbastanza turpe, infatti è sottocoperta. Diciamo meglio, sotto lenzuola. È uno schifo da baldracche bulgare, come diceva Oriana Fallaci. A chi la prima forchettata? Ma certo a Giuseppe Conte. La seconda?Accidenti, DiMaio vuole anche quella per lui,e purela terza.Vice premier e Viminale. Zingaretti èmolto aspro su questo assetto. «Abbiate un po’ di coscienza, lasciate qualcosa anche a noi. Altrimenti non compriamo il biglietto, non ci accontentiamo della ramazza di mozzi, signor Tonno Nostromo». Ecco, la speranza che la nave non parta, e che anzi il vessillo grillo-zingarettiano sia ammainato, sta tutta nelle voglie esagerate di Di Maio, cheinducano Zingaretti a recedere. Gli diamo ragione, con un bacio in fronte: perdere la faccia va bene, siamo uomini di mondo, ma mollare ai grillini quasi tuttii trecento posti di sotto governo e vero potere da assegnare in primavera, questo è troppo. Insomma, l’unica chance di evitare una crociera disgraziata per l’Italia è che Gigino DiMaio -ingolosito da tante attenzioni per l’Ammiraglio Conte, che vanno da Eugenio Scalfari a Donal Trump, da Civiltà Cattolica all’Eco di Al Azhar – pretenda troppi pennacchi per sé. Ma temiamo sia un’illusione. Un secondo prima che si chiuda il sipario, partiranno a razzo per il Colle a farsi benedire da unMattarella ci auguriamo perlomeno triste. CASTI QUEL CHE COSTI La cronaca diieri si esaurisce così. ll prezzo, il prezzo. La questione è quella. Per questo a mezzogiorno iCinque Stelle come noleggiatori di cammelli si sono ritirati nel caravanserraglio, finché gli acquirenti hanno fatto vedere da lontano il Toblerone, che ha sostituito l’abusata Nutella di Veltroni. Ma sì. Il governo sta nascendo e l’intoppo era solo apparente, era semplicemente il riflesso romano delle abitudine dei bazar levantini, dove per trattare sulla grana ci vuoleil suo tempo. Sappiamo già cosa risponderanno. Come Alessandro Di Battistail 10 novembre dello scorso anno, allorché scrisse: «Le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà». Che dire? Benvenuti nel club. Il motto dei grillini era, un secolo fa: casti quel che costi.Addio,figlieimmacolate di Grillo che distribuiva le ostie della sua religione.C’erano un paio di dogmi, ma uno diceva: «Il movimento è nato in reazione al Pd, al loro modo di fare politica,e oggi offre uno stile nuovo». Devono aver aggiornato il kamasutra. Come disse Giuliano Ferrara, che – senza offesa – non a caso è il gran cappellano delBis-conte, comelo chiama lui: «Siamo tutti puttane» o, se fa più fino, escort. E appese mutande ovunque a Roma e a Milano, in piazza Farnese si tinse le labbra di rosso. Era l’estate del 2013. Lo fece per difendere Berlusconi. Scusa, Giuliano: ma vuoi mettere le Olgettine?