Si dovrà prima o poi ragionare di politiche economiche in questo nostro Paese. Il dibattito finora è stato monopolizzato dalla questione Ivaeda dove si troverebbero i miliardi (23 sulla carta, circa 15 secondo Tria) necessari a sventarne l’aumento. Ma c’è una seconda questione non meno importante dell’Iva. Supponiamo che arrivi una recessione mondiale. L’Italia non potrebbe rifuggirne, con l’apertura internazionale che si ritrova (e meno male che ce l’ha!). La domanda è: possiamo permetterci una manovra di bilancio espansiva per contrastare la recessione importata? Cioè più spese e meno tasse per tamponare una crisi di breve termine, non solo (nel caso delle tasse) per risolvere il problema di lungo termine che l’Italia si trascina da molti anni. Per essere onesti diciamo subito che in realtà di questa recessione mondiale non si vedono sintomi certi. Non negli Stati Uniti, dove l’economia ancora marcia a ritmi che noi italiani possiamo solo vagheggiare; non in Europa, dove anche le economie più ansimanti, come quella tedescaeperfino quella italiana, non stanno per il momento arretrando in modo cospicuo e duraturo. Quindi, non già di recessione si può ancora parlare per il mondo avanzato, ma di indebolimento, in qualche caso forte, di un ciclo economico che resta positivo. Però si sa che le economie moderne vivono di aspettative. Gli econometrici, quelli che disegnano scenari economici futuri nei centri di ricerca e nelle banche centrali, compulsano i loro modelli, così come gli aruspici in tempi remoti scrutavano visceri (peraltro con minori crismi di scientificità), alla ricerca di segni che preannuncino sventure future. In effetti nuvole nere si addensano nei cieli del mondo: le schermaglie fra Stati Uniti e Cina sugli scambi commerciali e sulla futura dominazione tecnologica, l’avvento in alcuni Paesi di forzeepersonaggi politici che sono disposti ad azzardare politiche avventurose, per lo meno secondo gli standard conosciuti. Le autorità monetarie preannunciano misure espansive prossime; nel caso della banca centrale americana le prendono già, sia pure blandamente. Ma l’efficacia delle politiche monetarie, dopo anni e anni di tassi d’interesse bassi o negativi e di acquisti ingenti di titoli obbligazionari con denaro creato apposta, potrebbe essersi ridotta se chi dovrebbe da ultimo beneficiare di tanto credito aggiuntivo, cioè il consumatore o l’imprenditore che investe, non crede più a questi fatti e messaggi e si fa impaurire da segnali che dipingono un futuro incerto se non gramo. Dunque una recessione nel mondo avanzato potrebbe alla fine prodursi, combattuta dalle politiche monetarie con crescente affanno. Si invocano allora politiche espansive dei bilanci pubblici. L’avvertenza che tutti aggiungono è: naturalmente le farà chi se le può permettere! Detto in altri termini, soltanto quei Paesi che hanno un debito pubblico basso, o almeno non in salita, e conti pubblici sotto controllo (come la Germania) hanno lo «spazio fiscale» che consentirebbe loro di fare politiche espansive senza turbareicreditori, cioè quelli che hanno nei loro portafogli i titoli del debito pubblico. Perché politiche di bilancio espansive innalzano per definizione il debito pubblico. E seicreditori si turbano, o addirittura si fanno prendere dal panico, altro che recessione! Il Paese da cui i creditori fuggono disordinatamente farebbe fallimento, l’economia precipiterebbe in un gorgo depressivo. Ora, sappiamo bene che l’Italia ha un debito pubblico altoetendenzialmente crescente, oltreché una situazione diciamo delicata del bilancio pubblico. Ma allora se arriva il temporale noi italiani dobbiamo bagnarci fin nelle ossa? Non possiamo permette r c i nessuna manovra espansiva se le circostanze della congiuntura economica mondiale lo richiedono? Ebbene, è quasi così, anche se non del tutto. Già si metterebbero in azione quelli che gli economisti chiamano «stabilizzatori automatici»: in parole povere, aumenterebbe la spesa pubblica per provvidenze varie ai colpiti dalla recessione; diminuirebbero le entrate da imposte a causa del contrarsi dei redditi. Aggiungereaquesti effetti automatici di aumento del deficit misure discrezionali di sostegno congiunturale all’economia farebbe aumentare il deficit ancor di più. Il punto è: fin dove si può tirare la corda della pazienza dei creditori senza spezzarla? Come al solito, l’Europa c’entra solo in seconda battuta in tutto questo. Come abbiamo già ricordato altre volte, se le istituzioni europee s’irrigidiscono con un governo nazionale e questo risponde facendo spallucce, la cosa viene attentamente osservata da coloro che detengono i titoli pubblici di quel Paese, i quali ne traggono segnali utili a misurare la probabilità che il Paese in questione decida alla fine unilateralmente di imporre un taglio al suo debito. Questa è l’unica cosa che interessa i creditori, non già le eventuali e molto tardive sanzioni europee. Insomma, il debito già accumulato impedisceanoi italiani di usare a piacimento il bilancio pubblico come strumento di politiche «anticicliche» (quindi espansive se l’economia si restringe). Tutto questo non ha coloriture politiche, è semplice aritmetica condita di buon senso. Ma è una ragione in più per lavorareauna ristrutturazione radicale del bilancio pubblico, che ne riduca lo sbilancio negativoeal tempo stesso lo renda più favorevole allo sviluppo economico di medio-lungo periodo; a certe condizioni, anche di breve. Un compito che esige un governo nella pienezza dei suoi poteri e una coalizione di maggioranza coesa e dalle strategie chiare.