Il Pd, Calenda e il Nord assente
di Stefano Folli
Nel trambusto di questi giorni, la notizia che Carlo Calenda lasciava il Pd è stata un po’ sottovalutata come il gesto di un uomo coerente ma irrequieto, un filo narcisista, desideroso di distinguersi. Una testimonianza morale prima che un’iniziativa politica; una secessione solitaria e come tale di scarso significato. Di sicuro la fretta nel voler mettere in chiaro che lui con i Cinque Stelle non vuole avere niente da spartire — a differenza di altri — ha spinto l’ex ministro a scegliere un momento poco felice per rendere nota la sua lunga lettera di commiato a Zingaretti e Gentiloni: quando gli occhi di tutti erano fissi sui protagonisti della crisi di governo. Se avesse atteso una settimana, il suo messaggio sarebbe stato compreso meglio per quel che è: un documento che descrive lo spazio politico e le proposte essenziali con cui un Pd riformatore e visionario dovrebbe presentarsi al Paese, determinato a combattere per le sue idee.
Ci possono essere peraltro molte ragioni per cui lo stato maggiore del centrosinistra ha scelto di allearsi con i Cinque Stelle. In una democrazia parlamentare è del tutto legittimo decidere di tagliare le unghie a un avversario ingombrante e aggressivo come Salvini attraverso un cambio di maggioranza, anziché uno scontro elettorale. Tuttavia c’è un aspetto colto da coloro che a sinistra avrebbero preferito andare al voto: l’operazione trasformista ha un costo politico che potrebbe essere ingente. Nel connubio con il M5S, nemico strategico, il Pd rischia di vedere sbiadita la sua immagine e di perdere ancora di più il contatto con l’opinione pubblica. In una parola, di smarrire l’anima, se ancora ne possiede una. Anziché rinnovare il suo patrimonio ideale e farne la base della riscossa, il Pd cerca di salvarsi garantendo il ceto politico a Roma e in periferia, nella speranza di poter piegare in modo stabile le truppe sparse dell’anti-sistema, così da usarle per puntellare un disegno di sopravvivenza. Non è un caso che questa critica venga da persone lontane tra loro, come Macaluso, Arturo Parisi, Cacciari, Bertinotti: punti di vista diversi e certo minoritari su cosa dovrà essere il centrosinistra del futuro, ma convergenti nell’indicare il pericolo di un tatticismo privo di orizzonti che non siano il potere immediato. Bisogna riconoscere a Calenda il coraggio, o forse la temerarietà, di voler dare una risposta politica a tali inquietudini, partendo dal dato che non si può avere paura delle elezioni, nemmeno quando ci si sente deboli, se ciò significa cedere le armi in anticipo. Può darsi che sia sbagliato abbandonare un partito che comunque oggi è intorno al 20 per cento, forse più, in nome di un principio. Soprattutto se non si ha una prospettiva alternativa e magari nemmeno la capacità di costruirne una in chiave liberal-democratica. Ma di sicuro è penoso sentire accuse come “disertore”, “traditore”, “confindustriale”. Quando non si può negare che il vizio d’origine, nella maggioranza del Conte-bis, è la mancanza del Nord produttivo. Il punto d’equilibrio è tra Centro e Mezzogiorno, ma dov’è il Settentrione, quella fascia di regioni tutte governate da giunte leghista? Assente. Calenda, eletto nel Nord-est al Parlamento europeo, sembra rendersi conto di questa lacuna su cui può inciampare non un debole governo, ma la stessa coesione nazionale.