Indicato dal M5S, gruppo di maggioranza relativa in Parlamento, come il suo candidato a Palazzo Chigi e su tale base prescelto dal capo dello Stato, oggi Giuseppe Conte prende le distanze dal Movimento. «Sarebbe inappropriato definirmi un premier dei Cinque Stelle» afferma. E il fatto che nessuno al vertice del Movimento senta il bisogno di smentire questa dichiarazione non sorprende: significa che c’è pieno accordo con l’avvocato del popolo. Anche il Pd sembra accettare in sostanza che il patto politico tra il centrosinistra e i 5S abbia come punto di equilibrio un presidente del Consiglio che si sta allontanando dall’ambiente grillino con il pieno consenso di quello stesso ambiente, senza che sia chiaro dove voglia andare a collocarsi. Tutto ciò è molto bizantino ma è funzionale alle intese che stanno maturando sui posti di governo. Diventa verosimile l’opzione zero, vale a dire nessun vicepremier: né un rappresentante del Pd né il povero Di Maio, ossia colui che sembra essere la vera vittima della ragnatela filata negli ultimi giorni. Peraltro nessuno si meraviglierebbe se alla fine riemergessero i due vice-premier in coppia, a ripetere lo schema del governo Lega-5S. In fondo tutti smentiscono tutti e si cambia idea dal mattino alla sera. Inutile fare l’elenco dei detti e contraddetti dall’interno del Pd: un partito che aveva inaugurato la crisi chiedendo un “patto di legislatura” ma nel segno della “discontinuità” e che adesso accetta quasi tutto, a cominciare dal premier di ieri mutatosi con abilità nel premier di oggi. Un anno fa Conte era espresso dai 5S, ma si presentava come terzo, in quanto garante del “contratto” Salvini-Di Maio. Ora che il rapporto tra il movimento e il nuovo partner, il Pd, dovrebbe essere sancito da un accordo politico di tipo tradizionale, lo stesso Conte stempera la sua antica adesione ai 5S e si presenta come l’interprete di una inedita stagione priva di analogie con la storia repubblicana. È un interprete che tenta di rappresentarsi con una veste istituzionale più che partitica («sarebbe inappropriato…» eccetera), la più idonea a ereditare un M5S ormai non più forza anti-sistema e desideroso invece di mettere radici nel potere, sfruttando fino in fondo questi due anni o forse tre in cui si riuscirà a tenere la destra sovranista lontana dal governo. Depotenziati e forse eliminati via via i grillini più radicali, quelli del “ridotto della Valtellina”, si sarebbe detto in altri tempi e in altre circostanze, il premier si trova a suo agio nel circuito tra Pd e nuovo M5S. Laddove Franceschini elogia Beppe Grillo e questi si rivolge ai giovani dem per chiamarli a una non meglio precisata “rivoluzione generazionale”. Senza che a via del Nazareno nessuno gli domandi con quale credibilità egli parli loro con il tono del vecchio saggio. È evidente che ormai siamo entrati nell’era post-Di Maio, cattivo interprete di un’identità grillina ormai sbiadita. Tuttavia resta da capire quale sia il senso del nuovo corso né massimalista né riformista. Per ora prevalgono i tessitori di equilibri, intesi come ministri e sottosegretari. Ed è sicura la vocazione europeista che fa riferimento a Parigi e Berlino. Il resto andrà costruito giorno dopo giorno.