Al netto di giudizi e pregiudizi, il successo dell’iniziativa renziana sembra dipendere da tre aspetti tutti da verificare. Primo, la capacità di parlare a un’Italia definita, quella del ceto medio tartassato e frustrato che ha ingrossato finora le file della Lega salviniana e in parte dei 5S. Secondo, l’abilità di attrarre un numero di parlamentari più consistente delle ipotesi riduttive apparse sui giornali, frantumando le barriere e mettendo gli uni accanto agli altri esponenti ex Pd, fuoriusciti di Forza Italia e magari figure provenienti da gruppi minoritari: non solo presenze simboliche bensì significative di un processo in atto. Terzo, riuscire a scollarsi di dosso il sospetto che tutto si esaurisca in un ricatto quotidiano al governo Conte per ricavarne spazi di potere da gestire in prima persona e non come minoranza del Pd. Meglio primo in un villaggio che secondo a Roma, diceva Giulio Cesare: un paragone certo gradito a Renzi. Il primo punto è decisivo, ma anche il più complicato. Il fiorentino è un tattico abile nel gioco di palazzo, assai meno — nonostante le apparenze — quando si tratta di entrare in sintonia con l’opinione pubblica. Ne sono testimonianza le numerose sconfitte elettorali fino al fatidico referendum del dicembre 2016 (con l’eccezione, s’intende, del citatissimo trionfo nelle europee del 2014). Il meno che si possa dire è che nel suo periodo d’oro Renzi non è riuscito a farsi davvero interprete del ceto medio; non ne ha colto la sofferenza o, se lo ha fatto, non ha saputo trovare la cura giusta. Ora dovrà colmare in fretta la lacuna. A giudicare dalle prime dichiarazioni come scismatico — a cominciare dalla lunga intervista a Repubblica — le sue idee non sono ancora chiare. Forse riserva le munizioni per l’appuntamento della Leopolda, tuttavia non si tratta di elencare dei buoni propositi quanto di parlare a un Paese disorientato con un linguaggio convincente. Il che, tra l’altro, equivale a spiegare le ragioni della rottura. Al momento, dire «là fuori c’è un futuro bellissimo, andiamo a prenderlo» significa ripetere il dannunziano «vado verso la vita». Frase memorabile, ma che allora, sul finire dell’Ottocento, fu l’espediente retorico con cui il poeta deputato illustrò il suo passaggio repentino e poco fortunato dalla destra alla sinistra. Che tra l’altro per lui erano categorie superate. Il secondo punto riguarda la consistenza della pattuglia parlamentare. Mara Carfagna, invece di affrettare una scissione parallela in Forza Italia, ha colto l’occasione per rilanciare un dibattito interno sul destino del centrodestra. Vedremo. Per adesso sembra che si voglia procedere a passo lento ed è comprensibile. Quanto al rapporto con il governo, è logico che Renzi non voglia mettere in crisi Conte e per una ragione precisa: tutto può volere lo scissionista tranne le elezioni anticipate. Ha bisogno di tempo. Il che non esclude una dose di guerriglia verso i giallo-rossi, ma senza superare la soglia di guardia. Piuttosto Renzi deve sperare che si proceda in fretta alla riforma proporzionale, se possibile senza sbarramento o con un quorum basso. L’ex leader del maggioritario oggi non può fare a meno di una legge che salvi i piccoli partiti. Quindi se Franceschini e Zingaretti vogliono tenerlo sulla corda, hanno solo da procrastinare la riforma elettorale. Tra un’ambiguità e l’altra.