La premessa, doverosa, prova a stemperare subito la curiosità. “I cittadini ci chiedono di risolvere problemi concreti. Per questo parliamo di temi, non di poltrone”. E sia. Ma siccome a risolvere i problemi saranno persone, uomini e donne, che su una poltrona dovranno pur sedersi, il ruolo di Luigi Di Maio, nel governo che verrà, risulta evidentemente ineludibile. E allora Stefano Patuanelli, nell’ufficio che momentaneamente lo ospita a Montecitorio in questi giorni di trattative, si toglie per un attimo gli occhiali e strizza gli occhi. “Luigi ha già rinunciato due volte al ruolo di presidente del Consiglio. Lo ha fatto nel maggio del 2018, quando il suo passo indietro portò alla nomina di Giuseppe Conte; e lo ha fatto anche nei giorni scorsi, quando l’offerta di diventare premier è arrivata dalla Lega”. Veniamo all’oggi. “Oggi è chiaro che c’è un tema politico”, ammette, dismettendo finalmente la prudenza di maniera, il capogruppo del M5s al Senato, da tutti considerato un papabile ministro nel nascituro governo giallorosso. “Luigi è il capo di questo movimento, e non è pensabile che ci sia una contrattazione sul ruolo che il leader del partito di maggioranza relativa dovrà avere nel prossimo governo. Del resto nessuno di noi si è mai neppure sognato di porre veti sull’ingresso nell’esecutivo di Nicola Zingaretti”. La cui vice, Paola De Micheli, ribadisce che però già Conte è espressione del M5s: come a dire, insomma, che basterà lui a difendere i vostri interessi ai tavoli ristretti con un eventuale vice del Pd. “La tutela degli interessi del M5s al governo è in capo al leader del nostro movimento”. Questione di tenuta dell’esecutivo? “Se il Pd vuole, come dice, un governo solido, dovrebbe sapere che la presenza in un ruolo di prestigio di Di Maio è evidentemente una garanzia di stabilità”.

Al che Patuanelli s’interrompe: “Ma non dovevamo parlare di temi?”. Parliamo di economia. “Scongiurare l’innalzamento dell’Iva è prioritario. Così come ridurre il cuneo fiscale. Su questo non credo che col Pd possano esserci problemi”. E sulle infrastrutture? “Neppure”, risponde Patuanelli, col tono di chi sa che quello potrebbe essere l’argomen – to di cui dovrà occuparsi nei prossimi mesi, se sono vere le indiscrezioni che lo vogliono come indiscutibile sostituto di Toninelli al Mit. “Il M5s è determinato a realizzare le infrastrutture di cui questo paese ha bisogno senza inchinarsi al concetto astratto della grande opera. La manutenzione e il potenziamento delle infrastrutture già esistenti, ad esempio, credo siano la prima grande opera di cui necessita l’Italia. Graziano Delrio ha aperto alla possibilità di ridiscutere le concessioni autostradali: mi fa piacere. D’altronde in questi giorni ho potuto lavorare fianco a fianco col capogruppo del Pd alla Camera, e penso che su molti temi si potrà trovare insieme un punto di equilibrio”. Ma Delrio sarebbe forse un po’ meno d’accordo sui vostri risoluti No a trivelle e inceneritori. “No, su questi temi le divergenze non ci sarebbero affatto con Delrio, ma semmai con altre parti del Pd”. Allusione ai renziani, che però sono magna pars dei gruppi parlamentari, specie al Senato dove la maggioranza è risicata. “Risicata? Con LeU e Autonomie ci sono margini perfino più rassicuranti di quelli attuali. Dopodiché, non demonizzo nessuno: ho lavorato bene coi colleghi della Lega per un anno e mezzo, riuscirò a farlo anche col Pd, renziano o non renziano”. Torniamo al programma: su trivelle e inceneritori l’intesa sembra ardua. “Evidentemente qualcuno professa un ambientalismo solo orale, che riscopre quando Greta Thunberg viene in Italia. In ogni caso, sarà poi il presidente Conte a trovare una sintesi sui singoli punti del programma”. A proposito, Conte ha ribadito la necessità di restare ancorati all’europeismo. Paolo Gentiloni ha subito rilanciato: “Alla larga dai balconi”. “Io sul balcone di Palazzo Chigi non ci sono salito e non ci salirei mai. Quello fu un errore, anche a livello comunicativo. Detto questo, noi non abbiamo mai messo in discussione il nostro europeismo”. Proponevate il referendum per uscire dall’euro. “Un conto è la moneta unica, altra l’Unione europea. La cessione di sovranità monetaria doveva essere un primo passo verso una maggiore integrazione a livello di politica estera, fiscale, e di gestione dei flussi migratori. E invece ci si è fermati all’euro. Le nostre critiche a certe politiche di Bruxelles dovranno essere più costruttive, d’accordo, ma non si può pretendere che il M5s si adegui a un europeismo di comodo, che non fa affatto bene agli interessi del paese”. Giustizia? “Sulla riforma della prescrizione non si torna indietro, e sul resto si riparte dall’impianto elaborato dal ministro Bonafede. E mi auguro che ci si concentri sulla riforma del processo civile, che è il vero problema in tema di investimenti e attrattività del paese per le aziende straniere”.