Sulla pelle dei bambini
Si ripete il copione dell’era Salvini: donne, piccoli e malati trasbordati dalla Mare Jonio nella notte tra onde di due metri. Per gli altri continua l’attesa.
A BORDO DELLA MARE JONIO — Di questa stagione, nel Mediterraneo, capita spesso che qualche pesce rondine prenda male una raffica di vento e finisca per errore dentro le barche che incrociano la rotta del suo banco. Ed è stato proprio così, che mercoledì sera, Patrick, cinque anni, ha realizzato il secondo dei due sogni con cui era partito dal Gambia: vedere per la prima volta un pesce, un pesce vero. Non ne aveva mai visto uno in vita sua. Per il primo sogno, arrivare in Europa, ha dovuto invece aspettare altre 24 ore, fino a ieri notte, al trasbordo drammatico di donne e bambini disposto da Salvini ed eseguito in condizioni inutilmente estreme.
Sono due giorni che la storia di Patrick e del pesce rondine tiene banco, sulla Mare Jonio, creando per altro non poco sconquasso. Appena arrivato a bordo, ancora prima di togliersi la maglietta del Real Madrid inzuppata di benzina e pipì, il bimbo aveva già dichiarato ai soccorritori la sua intenzione di vedere un pesce. «Le poisson, le poisson », continuava a ripetere. Indicando l’acqua. E per farsi capire meglio aveva gettato in mare una cima che aveva trovato sul ponte, tenendola in mano come fosse una lenza. C’è voluto un po’ per spiegargli che le cose non erano così semplici.
Ma l’ostinazione dei cinque anni è notoriamente ferrea, e nel giro di poche ore Patrick aveva coinvolto tutti gli altri bambini, ventidue in tutto, nel suo progetto di pesca, costringendo l’equipaggio della Mare Jonio a inventarsi qualcosa. L’idea vincente l’ha avuta Fabrizio Gatti, uno dei soccorritori: ha preso un cartoncino rosso e ha cominciato a ritagliare tante sagome di balena. Poi le ha nascoste in giro per la nave. Ne è venuta fuori una surreale caccia o, meglio, pesca al tesoro, con i pesci rossi nascosti tra le coperte termiche, quelle d’oro e d’argento, o tra le scatole dei sali minerali, e con i ragazzini a scorrazzare rumorosi nel container di poppa, quello adibito ad infermeria.
La cosa buffa era il contegno degli altri naufraghi. Alcuni non riuscivano a non sorridere. Altri erano letteralmente infastiditi. Il più contrariato di tutti era quello che sin dal primo istante è apparso come uno dei leader del gruppo, un camerunense di 46 anni, molto rispettato da tutti gli altri, e ribattezzato non a caso, “le grand chef”. Scacciava quei ragazzini con le mani, come fossero mosche, tutto concentrato a sopportare il suo dolore. E ne aveva ben donde, hanno poi scoperto i medici di bordo. In Libia era stato tenuto per giorni in una gabbia con alcuni molossi della cui ferocia porta ancora oggi segni inconfondibili sulla schiena, sulle natiche, sulle gambe.
Alla fine, però, è stato costretto a sorridere anche lui. Perché la caccia al tesoro l’ha vinta Ibrahim: un bambino ivoriano di quattro anni a cui mancano due dita della mano sinistra: le ha perse in un conflitto a fuoco nel villaggio dal quale, dopo aver visto morire suo papà, è scappato insieme alla mamma.
Storia simile a quella di tutti gli altri bambini a bordo: già, perché — si è scoperto solo dopo parecchie ore — l’imbarcazione salvata martedì mattina non era solo il “gommone dei bambini”, come lo hanno chiamato i giornali. Era anche il “gommone degli orfani”. Nessuno ha il papà. Per i più disparati motivi: alcuni sono figli della violenza sessuale subita dalla mamma, altri di matrimoni forzati, altri ancora semplicemente orfani di qualche guerra, come appunto Ibrahim.
L’effetto della “pesca al tesoro” sul piccolo asilo è scemato subito. Poi Patrick e gli altri hanno ricominciato con la storia del pesce vero. Che miracolosamente è planato a bordo, da solo, poco prima del tramonto. Come un regalo. Patrick in quel momento stava con Ibrahim sul ponte a guardare il fondo del mare all’improvviso si è ritrovato su un piede questo strano animale alato. Il piccolo ha cominciato a saltare e a urlare, prima di paura e poi di gioia. E infine — convinto dalla mamma — l’ha ributtato in mare.
Patrick era rimasto d’accordo con Gatti che l’indomani avrebbero organizzato un’altra “pesca al tesoro”. E però non è stato possibile. Arrivati a 13 miglia da Lampedusa, il mare si è ingrossato improvvisamente e dal cielo ha cominciato a scendere una pioggia sottile e cattiva. La Capitaneria di Porto, sentiti i referenti politici ha rifiutato alla Mare Jonio il permesso non solo di entrare in acque nazionali, come da decreto Salvini (Toninelli e Trenta) ma anche semplicemente di ripararsi sottovento. Una misura inspiegabile, ai limiti del sadismo. I bambini hanno così iniziato a piangere tutti insieme, e a vomitare. Lo stesso le loro mamme, squassate non solo dalla nausea e dalla stanchezza, dopo tre giorni su un gommone, ma anche dalla preoccupazione per i loro bambini a cui il destino ha deciso di non dare tregua.
E non ha dato loro tregua fino alla fine, visto che anche il trasbordo — promesso alle 11 del mattino ed eseguito alle 21 — è stato per forza di cose eseguito in alto mare, in condizioni di totale insicurezza, con un esercito di bambini, donne incinte e vecchi malati (64 persone in tutto) costretti a dover saltare, al buio, da un rimorchiatore sul tubolare di un gommone sbalzato da onde alte due metri, il tutto sotto gli occhi impietriti dei marinai della Guardia Costiera.