«Un voto di testa, non un voto di pancia». Sono in sintonia su questo, ossia sulla speranza che non prevalgano le ideologie ma una consapevolezza matura nel voto di domenica prossima, i due contendenti delle regionali: Vincenzo Bianconi e Donatella Tesei. Quello ospitato nella redazione del Messaggero a Perugia, e moderato dal direttore Virman Cusenza, è l’unico faccia a faccia tra i due principali candidati in questa corsa. Bianconi e Tesei, con qualche concessione all’evasività nelle risposte, hanno cercato di delineare come l’Umbria sarà se vince l’uno o se vince l’altra. Non credete che la dimensione nazionale che ha assunto il match, e l’arrivo in Umbria di tutti i leader, abbia snaturato questa consultazione? Tesei: «C’è un’attenzione particolare su queste elezioni, ma io sto facendo la mia campagna in modo puntuale. Andando a toccare il territorio e tutti i suoi problemi. Arrivano leader e ministri. Io credo però che gli umbri siano al centro perché hanno bisogno di un governo diverso dal passato e sono attenti a proposte fatte nell’interesse esclusivo di questa comunità. Dobbiamo rimettere in moto una regione non so come gli altri la possano governare se un partito, il Pd, è quello attenzionato dagli scandali e dal malgoverno, mentre M5S deve fare da garante». Bianconi: «Fa piacere finire al centro dell’interesse nazionale. Ma la scelta è sul governo dell’Umbria. Io sono un uomo nuovo per la politica e punto alla discontinuità. Con una legge per la democrazia partecipata da parte delle persone e dei territori. Con un metodo diverso per la scelta degli assessori. Non sulla base di logiche politiche ma su quella delle competenze. Esiste lo scandalo sanità perché i 5 stelle sono stati l’unico partito a farlo emergere. M5S continua ad essere garante di correttezza e il Pd si è messo in discussione. Questa è discontinuità». Lei si sente un po’ una cavia dell’esperimento di alleanza rosso-gialla che comincia proprio dall’Umbria? Bianconi: «Non mi sento una cavia. E non penso che quella tra Pd e M5S sia un’unione strana. Una mia eventuale sconfitta non avrà nessun contraccolpo sul governo centrale. Forse qualcun altro lo vorrebbe far credere, ma crea una distorsione della realtà. Non è rispettoso degli umbri chi sta usando questo voto con scopi che non c’entra con l’Umbria». Se lei dovesse perdere, che cosa farà: guiderà l’opposizione in consiglio regionale o resterà senatrice? Tesei: «Andrà bene questo voto e andrà bene per l’Umbria. Questa è una regione che sta sprofondando tre le ultime nei dati del Pil e ha un tasso di disoccupazione gravissimo. E oggi sento proporre formule che aggiungono caos e sono totalmente inefficaci. Quanto alla scelta tra Senato e consiglio regionale al momento opportuno semmai valuterò. Intanto, mi sono presa la responsabilità di lavorare per la nostra terra e rimetteremo al centro di tutto il merito. La politica deve andare fuori dagli ospedali e dai concorsi». Perché l’Umbria, roccaforte rossa, è diventata contendibile da parte del centrodestra? Bianconi: «E’ contendibile perché ha numeri difficili nel Pil e nell’occupazione. Ed è giusto che gli umbri vogliano risposte nuove. Serve una visione di sviluppo, e negli ultimi vent’anni è mancata. Vanno messe a sistema formazione, innovazione, nuove filiere, bandi per creare lavoro e forme di credito e di microcredito che diano possibilità e facciano crescita. Sanità e concorsi hanno bisogno di meritocrazia e di trasparenza, però la nostra sanità è tra le prime d’Italia e una centrale unica degli acquisti la renderà ancoramigliore». Tesei: «L’Umbria può cambiare di segno, ed è assolutamente contendibile e alla nostra portata, perché non più efficiente da molto tempo. Chi l’ha sempre governata non ha pensato allo sviluppo. Ora i nodi vengono al pettine. Lo scandalo dei concorsi nella sanità è solo la scintilla. Il resto è l’emigrazione a cui sono costretti i nostri giovani per lavorare. E quanto alla sanità: prima era attrattiva, si veniva qui a curarsi, mentre ora gli umbri devono andare fuori. Nel campo clinico e ospedaliero abbiamo tanti talenti, ma il sistema va riorganizzato». La Chiesa ha avuto un ruolo in questa campagna elettorale? E se lo ha avuto: è stata equidistante? Bianconi: «Io cerco di rappresentare i valori di questa terra, che sono anche quelli di San Benedetto, di San Francesco: l’inclusione, l’aiuto ai più deboli, il mettersi a disposizione degli altri. Per il resto, non ho avuto altra modalità d’interagire con il mondo cattolico, se non attraverso il nostro programma». Tesei: «Non sono andata a sbandierare la mia appartenenza alla comunità cattolica. Ci sono state uscite del cardinal Bassetti e dell’arcivescovo di Spoleto-Norcia sul fatto che questa nostra realtà umbra deve essere cambiata, perché ci sono forti emergenze. Su questa linea, la Chiesa può trovare la giusta proposta nel nostro programma in cui diciamo che non vogliamo tenere fuori nessuno e il lavoro è la vera inclusione». Gli indecisi sono tanti. Secondo voi questa campagna elettorale, molto incentrata su polemiche nazionali, porterà maggiore astensione rispetto al solito? «E’ una campagna molto mediatica e ciò avvicinerà ancora di più gli umbri alle urne. Mi auguro che voteranno con la testa e non con la pancia». Tesei: «Condivido. Un voto di testa e di cuore. E un voto di speranza perché questa regioni cambi davvero. Non devono entrare altrimeccanismi». A lei, Bianconi, vogliamo chiedere questo: è stata sollevata una polemica sui robusti sostegni alle sue attività alberghiere per la ricostruzione post-terremoto. Come pensa di risolvere questo potenziale conflitto d’interessi? «Istituendo un Garante per il post-terremoto. Avrà la funzione di tranquillizzare tutti e di difendere l’interesse pubblico. Le mie aziende riceveranno contribuiti così come le altre imprese. Non sono vere le cose riportate dai media. La macchina del fango non serve agli umbri». A lei, senatrice Tesei, chiediamo: come risponde alla contestazione secondo cui avrebbe lasciato da sindaco di Montefalco 1 milione e 600mila euro di disavanzo? «Ho chiuso il bilancio con un disavanzo tecnico di 375mila euro da spalmare in tre anni, l’altra cifra è quella dell’accertamento straordinario dei residui che è avvenuto per legge nel 2015 ed è stato votato dall’unanimità compreso il Pd». L’Umbria, in enorme deficit infrastrutturale punterà sui treni o sull’aeroporto? Bianconi: «Il rapporto con Trenitalia va rivisto. Da Perugia dobbiamo poter arrivare in 45minuti a Firenze e in un’ora a Roma. Sull’aeroporto dobbiamo avere il coraggio di aprire un pacchetto azionario e vedere se gli umbri ci credono». Tesei: «Rafforzare l’aeroporto per aumentare il turismo. Il treno dell’alta velocità lo abbiamo perso dieci anni fa, adesso recuperare questo gap è priorità assoluta». La ricostruzione è ferma. Come ripartire? «Bisogna riconosce lo status di arre svantaggiate a quelle più colpite. Ciò cambierebbe la ricostruzione, dando al tessuto economico la possibilità di pensa a piani diversi d’investimento». Tesei: «Ci hanno imposto un piano di ricostruzione che non è il nostro. E dovevamo impedirlo. Ora dobbiamo intervenire per riportare le competenze nei Comuni, perché l’ufficio unico blocca tutto. Altro che ricostruzione, qui siamo ancora all’emergenza. Ci sono ancora le macerie da portare via». E concludiamo con uno dei punti più dolenti: la fuga dei giovani.Come fermarla? Bianconi: «Subito un “budget giovani” che aiuterà chi non ha possibilità economiche a inseguire il proprio obiettivo di formazione e di lavoro». Tesei: «La formazione va ripensata e rilanciata in maniera energica. Così si immettono i ragazzi nel mondo dell’impresa e dell’industria. E si rimette in moto una generazione e un pezzo di Paese».

 

I GIORNALI AUSTRALIANI PROTESTANO CONTRO IL GOVERNO OSCURANDO LE PRIME PAGINE

Sembraun’operad’arte diEmilioIsgrò, famosoperlesue “cancellature”.È,in realtà,unaprotestavera deigiornaliaustrialiani.Ierilamaggiorpartedelle testatequotidiane delPaeseèuscitainedicolaconla primapagina “cancellata”.Laprotestaè rivoltaalgovernoche,adetta deigiornali,haintrapresonegli scorsimesiiniziative restrittiveneiconfrontidellalibertàdistampa(fotoDavidCrosling/AP)

 

Messe da parte le polemiche che l’hanno preceduta e accompagnata – quella assai strumentale sulla partecipazione al raduno dei militanti di CasaPound, quella noiosamente ripetitiva sul numero effettivo dei presenti in piazza – l’unica questione che conta, con riferimento alla manifestazione organizzata a Roma dalla Lega e dal centrodestra lo scorso sabato, è quale significato o valore politico essa abbia avuto. È stata soltanto, come qualcuno ha ipotizzato, un’adunata consolatoria, una passerella militante messa in piedi per esorcizzare la brusca fine del governo giallo-verde e la nascita di quello giallo-rosso? In realtà, al netto dell’inevitabile propaganda e dei toni da comizio, da quest’incontro sono emersi almeno due elementi politici d’indubbio interesse. Il primo riguarda il fatto che il centrodestra esiste ancora come formula e che a tenerlo in vita è colui che la formula l’ha inventata: Berlusconi. Da tempo si dice che Forza Italia, essendo una forza moderata, non può coesistere col radicalismo sovranista della coppia Salvini-Meloni. Il destino del mondo berlusconiano – si dice ancora – è di incontrarsi prima o poi col moderatismo renziano, nella prospettiva della creazione di un nuovo soggetto politico d’ispirazione liberal-centrista destinato all’equidistanza tra gli opposti populismi di destra e sinistra. Previsione o speranza, questo futuribile politico è stato platealmente affossato da colui che dovrebbe realizzarlo o almeno favorirlo. Il Cavaliere sabato scorso ha esplicitamente riconosciuto – realismo o rassegnazione poco importa – la nuova leadership salviniana sul centrodestra e invece di rompere col suo antico alleato s’è posto semmai il problema di come spingere quest’ultimo verso posizioni meno intransigenti ed estremistiche. Tanto più che appare chiaro che, per quanto embrionale, sta rinascendo un nuovo bipolarismo. Se si uniscono Pd e M5S a maggior ragione si deve riunire il centrodestra che fu, anche se in forme necessariamente nuove. La politica si fa con ciò che si ha, non con ciò che piace o che si vorrebbe. Berlusconi ha tanti difetti, ma non è mai stato un velleitario. E qui s’apre la seconda questione politicamente interessante. Che tipo di centrodestra è rinato in piazza San Giovanni? E che tipo d’egemonia vorrà esercitare Salvini? Un comizio in piazza non è un testo programmatico o un intervento congressuale. Ma dal discorso che Salvini ha fatto, alcune cose si sono capite o almeno intraviste allo stato embrionale. Parliamo di contenuti, ma anche di stile e linguaggio: due aspetti che nel caso di Salvini hanno sin qui contato moltissimo. E partendo da questi ultimi appare chiaro che il “trucismo” è una postura che, se mantenuta ad oltranza, al capo della Lega non conviene più. Il cattivismo l’ha fatto crescere, ma se diventa una maschera rischia d’affossarlo. Un riposizionamento d’immagine è quel che sta dunque tentando. Uno che ha campato per anni sull’immigrazione, invocando ruspe, muri e porti chiusi, a Roma ad esempio ne ha parlato il minimo indispensabile, insistendo semmai sull’accoglienza accompagnata dall’integrazione e dal reciproco rispetto. Col paradosso di venire superato a destra dalle parole oltranziste della Meloni. Dopo aver fatto paura, e dopo aver lucrato elettoralmente su questo sentimento, Salvini ora vuole rassicurare: da qui il saluto ai propri genitori, le carezze simboliche ai bimbi presenti alla manifestazione, l’insistere su una piazza composta da nonni e famiglie, da gente che nulla ha d’estremistico. E poi gli accenni ai giovani da educare attraverso il servizio civile, all’eguaglianza sociale che lo Stato dovrebbe garantire ai cittadini, al disagio economico come priorità della politica. Ancora poco per far dimenticare i suoi eccessi di violenza verbale, ma la strada – se i segnali contano qualcosa in politica – appare tracciata, per quanto in salita: l’identitarismo (base psicologica del suo sovranismo politico) deve puntare a creare integrazione non esclusione. Vedremo. Eppoi il richiamo reiterato al “buon governo”, al fatto che la Lega è al dunque un partito fatto di amministratori solidi e pragmatici. La crisi dell’estate evidentemente non è passata invano. Finita la stagione del Salvini orgiastico e sopra le righe, che faceva l’oppositore stando al governo, nel mentre il suo storico elettorato gli chiedeva misure economiche concrete, l’impressione è che stia puntando ad aprire un’altra fase, segnata tra l’altro dalla rinuncia a fare da sé e dalla pretesa di potersi mangiare, insieme a un pezzo del mondo grillino, anche i suoi vecchi alleati. Da solo Salvini perde, come capo di un centrodestra nuovamente unito può invece essere vincente. Bagno di umiltà o realismo che nasce da un fallimento, anche in questo caso poco importa. Sia chiaro, parliamo di una Lega che non s’avvia banalmente ad una svolta moderata e che vuole pur sempre essere un partito d’ordine d’ispirazione nazionalista. Ma quando hai il 30% e vuoi governare (essendo il primo partito in Italia e il secondo in Europa) devi porti problemi che le piccole forze d’opposizione non hanno. Per cominciare, il posizionamento internazionale. Niente anti-europeismo pregiudiziale, niente ammiccamenti ambigui al putinismo: anche qui è da immaginare un lento cambio di passo, anche questo già accennato. C’è poi il problema di chi frequenti e delle persone che ti metti intorno. Parliamo dell’estrema destra, con la quale un pezzo del mondo leghista (Salvini in testa) ha civettato con l’idea di farne un supporto attivistico e militante per la propria battaglia. Ma in politica vale il calcolo delle convenienze. E una Lega che vuole essere partito maggioritario ha più da perdere che da guadagnare da certe frequentazioni. Con i numeri che ha (reali e potenziali) Salvini può solo tentare di costituire – cambiando progressivamente molto di sé ma senza rinnegamenti radicali – un partito conservatore di massa, più simile al Pis polacco (che ci si ostina a definire genericamente populista essendo invece una forza leaderistica che cavalca il tradizionalismo sociale e continua a vincere con il suo programma di politica sociale) che al lepenismo francese o ai radical-populisti tedeschi e austriaci. Che Salvini ci stia seriamente pensando – proprio alla luce delle cose sentite a San Giovanni – è quasi una certezza, che riesca nella sua ennesima metamorfosi è tutto da vedere.

Le proteste violente in Catalogna proseguono da oltre una settimana e il numero dei feriti, sia tra i manifestanti sia tra la polizia, si conta in centinaia. Si parla delle tattiche di guerriglia dei gruppi (minoritari) che compiono gli atti di vandalismo e violenza per le strade di Barcellona, delle risposte spesso aggressive della polizia, delle reazioni scomposte della politica di Madrid e di quelle praticamente inesistenti della politica di Barcellona. C’è anche un’altra questione di cui si fa un gran parlare tra chi segue la politica spagnola: quanto si starà torturando Pedro Sánchez per le scelte fatte finora? Il presidente del governo facente funzioni in questo momento avrebbe potuto trovarsi in una situazione tutta differente. Saldo alla guida dell’esecutivo, alleato con Podemos (che comunque la si voglia girare è la forza politica più affine per programmi e ideologia), tranquillo a gestire la crisi catalana da una posizione di sicurezza, con il suo Partito socialista come prima forza nel Parlamento spagnolo e gli avversari del Partito popolare ai minimi termini. Sánchez tuttavia ha deciso che questa vita non faceva per lui, che la coabitazione con Podemos era rischiosa, e che se proprio era necessario correre un rischio allora meglio correrne uno che può rendere cento volte tanto. Non ha funzionato. I sondaggi dicono che alle elezioni del 10 di novembre il Partito socialista di Sánchez perderà voti e seggi rispetto a quanti ne abbia ottenuti. Passerebbe dai 123 seggi di adesso a circa 120. Non un dramma, ma certo un problema se si guarda alla rimonta del Partito popolare, che passerebbe dai 66 seggi di aprile a poco più di un centinaio. Secondo alcuni sondaggi, il partito di estrema destra Vox potrebbe diventare la terza forza politica spagnola, con circa 35 seggi. Podemos ridurrebbe i suoi consensi, e Ciudadanos subirebbe un crollo epocale: da 57 seggi a meno di 25. Questo sarebbe un problema per Sánchez, che nella scorsa legislatura aveva sperato di formare una partnership sinistra-centro con Ciudadanos – ma adesso il partito centrista non sembra avere più le forze per garantirgli una maggioranza. Il primo problema di Sánchez è che gli elettori sono stanchi di un leader che ad aprile aveva chiesto loro uno sforzo supremo per sconfiggere le destre e poi, ottenuta la vittoria, si è rifiutato di allearsi con la sinistra. Il secondo problema è che la crisi catalana è scoppiata in faccia al presidente del governo spagnolo. Non che Sánchez non se l’aspettasse. Anzi, i suoi strateghi si erano convinti che indire la campagna elettorale con la sentenza della Corte suprema sui leader indipendentisti in programma avrebbe dato a Sánchez un’aura da statista. Ma poi sono cominciate le violenze, la sentenza è stata tale da scontentare sia i moderati, che la ritengono troppo dura, sia i nazionalisti, che la ritengono troppo lieve, e in generale Sánchez non si è mostrato in grado di tenere a bada la situazione. Ieri il presidente del governo è andato in visita a Barcellona. I suoi avversari di destra, Pablo Casado e Albert Rivera, ormai scorrazzano per le strade catalane da settimane, facendo a gara a chi solletica di più l’orgoglio nazionale spagnolo, e così Sánchez si è dovuto prestare al medesimo spettacolo. Al suo arrivo in Catalogna ha palesemente rifiutato un incontro (e perfino una telefonata) con il governatore indipendentista Quim Torra, a cui Sánchez non darà udienza finché non condannerà in maniera rotonda le violenze. Poi ha visitato un ospedale dove erano ricoverati i poliziotti feriti durante gli scontri – e immaginatevi che effetto, per il popolo della sinistra, è stato vedere il proprio leader al capezzale dei manganellatori.

Ennesima battuta d’arresto per Brexit. La richiesta del Governo britannico di tenere un altro voto in Parlamento ieri per approvare l’accordo sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è stata respinta, ma oggi potrebbe essere la giornata decisiva a Westminster. Lo Speaker John Bercow ha spiegato ieri che «la mozione nella sostanza è la stessa della mozione presentata sabato e le circostanze sono le stesse circostanze di sabato». Dato che le regole non ammettono che la stessa mozione sia votata due volte senza cambiamenti, permettere il voto sarebbe stato «ripetitivo e disordinato», secondo lo Speaker. Il verdetto era ampiamente previsto, dato che Bercow invocando le stesse regole nel marzo scorso aveva impedito una nuova votazione dell’accordo proposto da Theresa May. Sabato scorso, in una sessione straordinaria del Parlamento, i deputati avevano approvato per 322 voti contro 306 una mozione che di fatto ha costretto il Governo a chiedere un rinvio alla Ue oltre il 31 ottobre, data prevista di Brexit. Il premier Boris Johnson, fortemente contrario a un rinvio, ha trovato un escamotage che ieri l’opposizione ha definito «infantile». Il premier ha infatti inviato a Bruxelles una fotocopia non firmata della lettera prevista dalla legge, assieme a una sua missiva firmata nella quale ribadiva la sua opposizione a ulteriori ritardi di Brexit. La Ue ha accettato la sostanza se non la forma della lettera e prenderà in considerazione la richiesta di rinvio, ma senza fretta. Anche Strasburgo prevede un allungamento dei tempi. Il Parlamento Europeo, che avrebbe dovuto votare giovedì, ha deciso invece di «attendere la piena ratifica da parte della Gran Bretagna prima di votare l’accordo», secondo quanto ha dichiarato ieri Guy Verhofstadt, coordinatore Brexit. «Sta ora al Parlamento britannico fare la sua scelta», ha aggiunto. A Westminster, bersagliato dalle critiche dei conservatori per il suo verdetto, Bercow ha spiegato di avere «preso una decisione non pragmatica ma basata sui principi» e ha sottolineato che «c’è ancora tempo per il Governo di raggiungere il suo obiettivo entro fine ottobre, con l’approvazione del Parlamento». Johnson, che ieri non si è presentato in Aula, spera ancora di far approvare il suo accordo entro la settimana, per poterlo poi ratificare in tempo utile per il 31 ottobre. Il Governo dichiara di avere i numeri per far passare l’intesa e questa volta potrebbe avere ragione. Non ha la maggioranza e non può più contare sui 10 deputati del Dup, il partito unionista nordirlandese, ma spera di convincere alcuni ribelli laburisti e diversi dei 35 indipendenti, alcuni dei quali nelle ultime ore hanno dichiarato di essere disposti a votare a favore. Già oggi il Governo potrà verificare quanto sostegno abbia a Westminster. Ieri sera ha pubblicato il disegno di legge sull’accordo di recesso, che lo renderà legge del Regno. Oggi inizierà il dibattito sui contenuti, che i deputati avranno esaminato nottetempo. Le procedure per un voto in seconda lettura non consentono emendamenti, ma solo un semplice sì o no. La votazione sarà quindi una sorta di prova generale del “voto significativo” sull’accordo. Se sarà approvato, il Governo può ancora legittimamente sperare di chiudere la questione Brexit entro il 31 ottobre, accelerando i tempi per tutti i passaggi della legge. Non sarà comunque facile, dato che l’opposizione già domani tornerà a proporre almeno due emendamenti. Uno concede il via libera all’accordo solo a patto di tenere un secondo referendum, un altro a condizione che la Gran Bretagna resti nell’unione doganale Ue. Se invece il disegno di legge non sarà approvato, il dibattito in Parlamento continuerà e sarà di fatto impossibile per il premier mantenere la promessa di rispettare i tempi previsti. Le sessioni parlamentari di sabato e di ieri, che avrebbero dovuto essere cruciali, si sono rivelate inconcludenti. I tempi di Brexit saranno però decisi entro questa settimana.

Beppe Grillo ci ha abituati a provocazioni assai forti, a cavallo tra il suo mestiere originario di comico e la sua veste attuale di ispiratore e fondatore della forza politica che è parte numericamente dominante delle maggioranze di governo, sin dall’inizio di questa legislatura. La provocazione di venerdì scorso – che riprende esplicitamente l’ipotesi, prospettata nel 1999 nel dibattito scientifico da uno degli ideatori del reddito universale, il filosofo Philippe van Parijs, di negare ai più anziani il diritto di voto – rientra appieno tra queste. È evidente che l’introduzione di una previsione siffatta contrasterebbe con la Costituzione, configurando un classico caso di discriminazione sulla base dell’età, e, ancor prima, con i più elementari princìpi democratici (articoli 1, 3 e 48 Cost.). Tant’è che, diversamente da quel che accade per il reddito di cittadinanza, in cui com’è noto era l’Italia a fare eccezione, non vi è nessuno Stato al mondo che adotta una misura siffatta. Tuttavia, il timing e la direzione di fondo della provocazione meritano di essere attentamente considerati. Il momento in cui il post grillino è stato pubblicato è tutt’altro che casuale. Siamo all’indomani dell’approvazione del Documento programmatico di bilancio (Dpb) da parte del governo, cui per la prima volta si è accompagnata l’approvazione, “salvo intese”, del disegno di legge di bilancio e del decretolegge fiscale. E perciò all’inizio di una sessione parlamentare di bilancio che si presenta con parecchie incognite politiche e procedurali, anche a causa di una maggioranza composta da quattro forze politiche, anziché da due, nella quale si compiono, come al solito, scelte che hanno importanti riflessi anche in termini di equità intergenerazionale. E, soprattutto, mercoledì 23 ottobre prenderà avvio, presso la commissione Affari costituzionali del Senato, quella che si profila come la letturachiave del progetto di legge costituzionale, già approvato dalla Camera, volto a modificare l’art. 58, primo comma, Cost., al fine di abbassare dai 25 ai 18 anni la soglia d’età per votare al Senato. Si tratta di un emendamento costituzionale che porrebbe finalmente rimedio a una differenziazione negli elettorati dei due rami del Parlamento che era pari a 4 anni quando la Costituzione entrò in vigore e che si è quasi raddoppiata a seguito dell’abbassamento a 18 anni della maggiore età, che ha avuto luogo, con legge ordinaria, nel 1975. Una differenza nel diritto di voto di questa entità non esiste in nessuna democrazia al mondo. L’emendamento costituzionale, già necessario da tempo, è divenuto indifferibile dopo la conferma del bicameralismo paritario che ha fatto seguito al fallimento della riforma Renzi-Boschi: al momento attuale, i cittadini tra i 18 e i 24 anni pesano, quanto al loro diritto di voto, la metà degli altri. Anche qui, dunque, una deroga al principio di eguaglianza del voto, nella forma di “una testa, un voto”: prevista da una norma costituzionale, e quindi non in sé illegittima, ma non per questo meno insopportabile, in nome dei princìpi democratici, di quanto non sarebbe, per riprendere lo spunto offerto da Grillo, non far votare per la Camera, che so, gli ultra-settantacinquenni o gli ultra-ottantenni. A maggior ragione, visto che questo “mezzo voto” è oggi attribuito proprio a quei cittadini che sono titolari di interessi meno contingenti. Come spesso accade in Italia, proprio nel momento in cui questo emendamento costituzionale sta per essere approvato, le spinte massimaliste ritrovano vigore: con l’effetto di frapporre ulteriori ostacoli all’emendamento in itinere. In questa chiave, ad esempio, si è riacceso il dibattito sul voto ai sedicenni (nell’ambito dell’Unione europea, al momento previsto, a livello nazionale, solo in Austria e a Malta). E si ipotizza di caricare su quel progetto di legge costituzionale, a oggi composto di un solo articolo, ulteriori interventi di revisione costituzionale. Non solo, come è più che comprensibile, un abbassamento a 25 anni, al pari della Camera, dell’elettorato passivo (un’opzione che la Camera ha espressamente deciso di lasciare al Senato, un po’ per cortesia istituzionale, un po’ perché le posizioni apparivano tutt’altro che univoche), ma anche altri contenuti, più controversi: tra cui quelli indicati nell’accordo di maggioranza, come la cancellazione del riferimento dell’elezione “a base regionale” del Senato e la riduzione da 3 a 2 dei delegati di ciascuna Regione chiamati, assieme a deputati e senatori, a eleggere il Presidente della Repubblica. Una misura, quest’ultima, apparentemente coerente con la riduzione (del 35%) di deputati e senatori, ma che invero discutibile: sia perché il peso delle Regioni in Parlamento andrebbe accresciuto, e non ridotto; sia perché con due delegati per regione diventerebbe impossibile assicurare, al contempo, la presenza dell’opposizione e il diritto della maggioranza di ciascun Consiglio regionale a esprimere più di un delegato. E non va dimenticato che si tratterebbe comunque di una misura operante solo dalla prossima legislatura (in ipotesi, perciò, dall’elezione presidenziale “in calendario” nel 2029). Anche la direzione di fondo del post grillino merita qualche riflessione. Da un lato, è innegabile che, a causa dell’invecchiamento della popolazione, l’età dell’elettore mediano risulta essere in costante crescita. Dall’altro, è noto che uno dei problemi, forse il principale, della politica contemporanea, e anche di quella italiana, consiste appunto nel sistematico prevalere di una logica tutta contingente e di breve periodo. Da ciò l’esigenza di immaginare una serie di meccanismi, anche procedurali, che incentivino comportamenti più lungimiranti del legislatore. Nel Parlamento finlandese, per esempio, opera dal 1993 una “Commissione per il futuro”, che qualche frutto sembra aver prodotto. Anche in Italia qualcosa del genere si può sicuramente immaginare, a salvaguardia, in concreto, del valore costituzionale della sostenibilità: un valore che dal 2012 espressamente presente, seppure con esclusivo riferimento al debito pubblico, nella carta fondamentale (artt. 81 e 97). E che la Corte costituzionale ha giustamente iniziato a proteggere, evitando ad esempio la diluizione in 30 anni dei debiti assunti dagli enti locali (sentenza n. 18 del 2019). Con l’obiettivo di considerare sistematicamente i problemi di equità intergenerazionale, senza bisogno di intaccare i diritti di voto di tutti i cittadini.

Nicola Lupo è il Direttore del Centro di studi sul Parlamento

In un’intervista a Bloomberg tv, a margine degli incontri annuali del Fondo monetario internazionale a Washington, il governatore della Bank of England (BoE), Mark Carney, ha detto che risolvere la Brexit potrebbe aiutare a fare uscire il mondo dalle attuali tensioni sul commercio. Una dichiarazione interpretata dalla stampa britannica come di aperto sostegno al “deal” che il premier Boris Johnson sta spingendo affinché venga votato dalla Camera dei Comuni prima del 31 ottobre. Le parole di Carney sono significative anche per il fatto che il suo mandato alla BoE – prorogato per ben due volte nell’incertezza determinata dalla Brexit – terminerà a gennaio e che i giochi per la sua successione stanno entrando nel vivo, anche se mai come adesso la nomina del governatore della BoE si annuncia come una faccenda molto complicata. Carney è convinto dell’impor – tanza di avere una fase di transizione “verso una nuova relazione con l’Unione europea” perché anche da questo dipenderà lo stato di salute dell’economia del Regno Unito e, di conseguenza, le politiche monetarie della Banca centrale, un’istituzione con 325 anni di storia e una tradizione di indipendenza dal potere politico che però appare meno inossidabile rispetto al passato. Il nome del futuro governatore potrebbe essere individuato tra le soluzioni “interne” alla BoE (Andrew Bailey e Ben Broadbent sono tra i più accreditati secondo il Financial Times), oppure tra le candidature “esterne”, come Gerard Lyons, Shriti Vadera, Helena Morissey, tutti manager espressione del mondo della finanza privata, o ancora essere un profilo intermedio come quello di Minouche Shafik, presidente della London School of economics, ma con un passato alla Banca centrale come vicedirettore per il settore bancario e dei mercati. In ogni caso, avrà davanti una sfida senza precedenti. “Il punto è capire che cosa succederà nei prossimi due o tre anni – dice al Foglio Andrea Ferrero, che insegna macroeconomia a Oxford, dopo un passato di economista alla Federal Reserve e oggi consulente della BoE – Se – condo la previsione del think thank Uk in a changing Europe, su cui convergono diversi economisti, un’uscita non regolamentata dall’Ue, che nelle ultime ore ha ripreso quota , comporterà un calo del reddito pro capite per gli inglesi del 2,5 per cento, l’equiva – lente di 800 sterline in meno all’anno. E’ probabile che in un caso come questo l’ap – proccio di politica monetaria andrà verso una riduzione dei tassi d’interesse. Ma anche nell’ipotesi in cui prevalga una Brexit regolamentata non è escluso che si renda necessario intervenire con misure di stimolo per contrastare i contraccolpi sull’econo – mia che almeno nel breve periodo potrebbero esserci”. Ed è proprio questa la sfida più impegnativa che il successore di Carney dovrà affrontare. La legge inglese prevede che il governatore debba scrivere una lettera al ministro del Tesoro se l’inflazione differisce dall’obiettivo (fissato al 2 per cento) per più di un punto percentuale in entrambe le direzioni. “Da un lato, con Brexit, l’in – flazione, che oggi è all’1,7 per cento, potrebbe ulteriormente scendere se l’economia entrasse in una recessione dovuta alla riduzione della domanda interna – prosegue Ferrero – Dall’altro, potrebbe aumentare in maniera improvvisa, se la sterlina si dovesse deprezzare in maniera sostanziale con un conseguente aumento dei prezzi alle importazioni”. Insomma, il futuro governatore dovrebbe proprio essere dotato di “superpote – ri”: mantenere la calma dei mercati, sopportare le critiche dei politici e rispondere abilmente a un evento economico senza precedenti mentre il Regno Unito esce dall’Unione europea in un contesto di economia mondiale in rallentamento. Secondo, Michael Metcalf, responsabile delle strategie globali del gruppo d’investimenti State Street, dopo il referendum del 2016 l’econo – mia britannica ha funzionato molto meglio del previsto. Con il senno di poi è difficile dire se ciò sia dovuto alla proattività della BoE o se semplicemente l’impatto sulle aspettative degli operatori sia stato mitigato dal fatto che il Regno Unito non ha ancora lasciato l’Unione europea, che rappresenta il suo più grande partner commerciale”. Ma adesso è tutta un’altra storia. “E’ significati – vo – aggiunge Metcalfe – che questo mese i funzionari della BoE abbiano preso in considerazione contemporaneamente sia un allentamento che un aumento dei tassi di interesse. L’argomento a favore di un allentamento è che l’incertezza della Brexit pesa in particolare sulla spesa per investimenti”.

Il 29 maggio 2018 Maria Cannata, per un ventennio la sapiente manager del debito pubblico italiano, era a Bruxelles a una conferenza congiunta Banca mondiale-Commissione europea e si è trovata a ricevere domande preoccupate da parte di funzionari e gestori di debiti sovrani. Fino alle elezioni a marzo avevamo uno spread tutto sommato contenuto, a 135 punti base, i problemi sono cominciati con le fibrillazioni istituzionali legate alla nascita del governo giallo-verde, ha sottolineato Cannata durante il seminario “Challenges for public debt management: some lessons from the crisis”, tenuto presso la sede della Cassa depositi e prestiti il 27 settembre scorso. Problemi che non sono legati a pregiudizi nei confronti del governo. Piuttosto, alcune dichiarazioni dei leader di partito – il M5s invocava l’impeachment del presidente della Repubblica – e lo scenario politico sono stati la causa, secondo Cannata, di un aumento del differenziale tra Btp e Bund fino a 289, avvenuto a maggio 2018. “In quei giorni – ricorda Cannata che per diciassette anni è stata a capo della direzione del Tesoro per la gestione del debito e ora è presidente della piattaforma Mts, il mercato dei titoli di stato europei – c’è stata un’asta di Bot soffertissima. E’ significativo perché anche quando le cose vanno male i Bot non hanno mai problemi, quando si ha un problema su un’asta del genere vuol dire che i guai sono seri. Ci sono state anche cadute degli scambi sul mercato secondario, a significare uno stato di salute precario per il mercato obbligazionario sovrano”. Le dichiarazioni incaute sono state un evento nefasto, uno spartiacque, poi lo spread si è ulteriormente impennato a novembre quando lo scontro tra la Commissione e il governo Lega-M5s era ai massimi livelli e il differenziale Btp-Bund a 326 punti. “Da lì è cominciata la divaricazione con i titoli spagnoli, considerati meno rischiosi di quelli italiani, e non ci siamo più ripresi – dice Cannata – Solo ultimamente c’è stato un notevole miglioramento (nella percezione del rischio italiano, nrd) e pare, sembra, che le cose vadano meglio ma siamo lontani dalla situazione di marzo aprile dell’anno scorso”. Ora lo spread con un governo Pd-M5s che si dichiara europeista ed esprime il presidente della Commissione Affari economici e il presidente del Parlamento è stabile a 130 punti, come prima delle elezioni del 2018, l’anno più difficile dopo il 2008 e il 2011. “E’ stato un anno complesso. Nel 2016 riuscimmo a emettere due nuovi titoli di stato a lungo termine, a venti e cinquanta anni, che andarono clamorosamente bene. Nel 2017 pure. Il 2018 invece è stato un anno di stop tra tensioni elettorali e successive travagliate situazioni – dice Cannata – non è stato opportuno lanciare nuovi titoli”. D’altronde la collaborazione da parte di Lega e M5s non c’è stata. Basti pensare all’asta del titolo Btp Italia, un titolo a scadenze variabili pensato per i risparmiatori italiani che nasce grazie all’opportunismo saggio di Cannata e dei suoi colleghi alla direzione del Mef che cura le emissioni, che ha subito un flop proprio nell’anno del governo sovranista. Il Btp Italia viene lanciato dopo che, alla fine del 2011, dopo la lettera della Bce e l’arrivo di Monti, gli investitori erano guardinghi verso i titoli bancari e preferivano i titoli di stato considerati più sicuri. “C’è stata una grande risposta dei risparmiatori nell’acquisto dei titoli di stato, un po’ perché incentivati dai rendimenti alti e un po’ perché il 2011 era stato l’anno della celebrazione dei 150 anni dell’unità e c’era stata una ondata di patriottismo abbastanza inusuale per l’Italia – ricorda Cannata – Ci fu un grande successo che è durato finora o quasi…”. Dal lancio nel 2012, un debutto non entusiasmante, fino al 2018 le tredici emissioni di Btp Italia sono state accolte in modo soddisfacente dagli investitori retail e istituzionali. Ma è nel nel novembre dell’anno scorso che arriva il flop con un collocamento molto inferiore rispetto alla precedente emissione di maggio sia tra i risparmiatori sia tra i professionisti. “Andò male perché cadde nel momento peggiore, anche se c’era la vulgata ‘facciamo comprare i titoli di stato agli italiani’, ma gli italiani per quanto patriottici non comprano i titoli di stato in un momento di incertezza, come qualsiasi altro risparmiatore”. E all’epoca la Lega non ci pensava a risolvere in modo definitivo l’ambi – guità sull’opportunità di uscire dall’euro o no. In queste ore si capirà se l’appetito dei risparmiatori è cambiato con il cambio di governo con un’altra emissione di Btp Italia, il cui collocamento si chiuderà domani. “Anche la demonizzazione degli stranieri che comprano i nostri titoli non funziona – ricorda Cannata – purtroppo l’Ita – lia ha un debito troppo grande per permettersi di limitarlo al circuito dei propri cittadini, perché più è larga la base degli investitori più si riduce il costo (delle emissioni). Quindi attenzione a sparare queste proposte come se il mercato non esistesse e chi sta dall’altra parte non facesse delle valutazioni. Tutti si preoccupano se sentono che sarebbe meglio uscire dall’euro o che il Tesoro potrebbe decidere arbitrariamente di non rimborsare i titoli. Di queste stupidaggini – lasciatemi dire – ne sono uscite veramente troppe in questi anni”. Probabilmente le stupidaggini sono finite e il 2019, dice Cannata, sta andando bene grazie “ai miei colleghi che sono stati bravissimi”. “Si è recuperato molto benché non sia stato facile. A gennaio un nuovo Btp a 15 ha avuto un collocamento record per 10 miliardi, a febbraio uno a 30 anni per 8 miliardi, e a luglio una riapertura sindacata (aperta a un pool di investitori) del Btp a 50 anni per 3 miliardi”. Sono dei bei colpi assestati al dipartimento del Tesoro ora guidato da Davide Iacovoni.

La proposta «irricevibile» di Carlo De Benedetti a Cir per il 29,99% di Gedi, più ancora che sui prezzi ha avuto uno strano effetto sui volumi. Già giovedì 10 – giorno preso a riferimento da Romed, la finanziaria dell’ingegnere, per fissare i 25 centesimi dell’offerta – c’è stata un’impennata anomala degli scambi. Che senza motivo apparente – l’offerta è uscita allo scoperto solo la domenica successiva – si sono moltiplicati per 11 dal giorno prima, con la movimentazione di 1,837 milioni di pezzi. Gli scambi sono rientrati nella fascia alta della “normalità” il giorno successivo quando l’offerta è stata formalmente recapitata a Cir, per poi esplodere lunedì con 10 milioni di azioni passate di mano e un salto nelle quotazioni che si sono avvicinate a quota 30 centesimi. Volumi analoghi, poco più di 10 milioni di pezzi, giovedì 17 quando il titolo della casa che edita La Repubblica e La Stampa ha cominciato a rallentare la corsa. Ieri il titolo è precipitato dai 31 centesimi a cui aveva chiuso la settimana scorsa fino a un minimo di seduta di 28 centesimi, subito dopo la diffusione dei dati dei primi nove mesi, nonostante il terzo triemstre evidenzi un risultato operativo rettificato di 4,3 milioni, in calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma in miglioramento rispetto al trend da inizio esercizio. Il recupero finale non ha colmato il gap, con il titolo che si è fermato a 0,293 euro, in calo del 6,09% e con 4,6 milioni di azioni passate di mano. In tutto da giovedì 10 è stato scambiato il 9% del capitale, circa un quarto del flottante Gedi, considerato che il 45,7% dei diritti di voto (ci sono azioni proprie) fa capo a Cir, il 6,2% a Exor, il 5,3% a Giacaranda Falck, il 5,2% a Perrone. La Consob, come di prassi in questi casi, sta facendo accertamenti sugli scambi a valle e a monte dell’annuncio. Se a valle l’andamento è coerente col flusso informativo, a monte resta il giallo della puntata anomala di giovedì 10.

Gianni Cuperlo, presidente della nuova Fondazione Pd, sta organizzando la convention dei Democratici di novembre. Senta Cuperlo, il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha invitato il Pd a prendere spunti dalla piazza di Renzi e da quella di Salvini. Concorda? “Con – fesso che a colpirmi di più sabato è stata la piazza di Roma perché ha confermato che la destra c’è, che Salvini sarà pure uscito azzoppato dalla sua follia estiva ma domina un campo dove il liberismo economico è minoritario mentre oramai si è imposto un fondamento reazionario, nella lingua, nei messaggi. La domanda è se noi siamo in grado di contrapporre a quell’impian – to una alternativa più solida e credibile. Il governo a cui abbiamo dato vita serve a questo e la prima manovra, a mio avviso, ha preso il verso giusto. Ma qui entra in scena la Leopolda e ciò che l’ha preceduta. Ora, a Renzi tutto si può imputare ma non un difetto di chiarezza. Lui ha detto cosa vuole fare, vestire i panni di Macron, attrarre delusi e orfani da Forza Italia e svuotare il Pd confinandolo al ruolo dei socialisti francesi. Credo sia un disegno velleitario perché fuori tempo se guardiamo a Parigi e fondato su ricette tardo blairiane, per altro senza Blair. Ma al di là di ciò che penso io, resta un nodo di fondo. Questa maggioranza nata anche su impulso di Renzi è una operazione non priva di insidie, abbiamo ereditato una condizione dell’econo – mia e dei conti gravissima. Se dal giorno dopo ciascuno, per motivi di consenso e visibilità, spara sul pianista temo ne esca un frullato indigeribile. Quanto alle parole, eviterei di giocarci sopra. ‘Le nostre sono idee, non ultimatum’, ho capito! Ma se tu contesti una manovra che hai approvato ieri sera e che abbiamo già mandato in Europa chiamala come credi, ma somiglia tanto alla tela di Penelope”. Quella di novembre a Bologna che manifestazione sarà? “Sarà il tentativo di mettere testa e cuore non sull’agen – da del semestre ma del decennio. Con quali priorità si entra negli anni 20 del nostro secolo ma soprattutto con quali immaginiamo di uscirne. In fondo i vent’anni alle spalle hanno prodotto due fratture. La rivoluzione digitale e la grande crisi, quella che ha colpito valori e vita della classe media. La combinazione di questi due eventi segna per l’Europa il più incredibile cambio d’epoca nella storia moderna. Vuol dire che mutano il modo di produrre, consumare, conoscere, coltivare relazioni umane e sociali. Cambia, ed è già cambiato, il concetto di competenza e la gerarchia dei poteri per come l’aveva – mo ereditata. Se questo è il portato, una miscela di potenzialità liberatorie e di nuove diseguaglianze, devi attrezzare altre categorie di comprensione con più radicalità sull’Europa, i diritti umani, se posso azzardare, un nuovo illuminismo. Io dico che il Pd da solo questa forza oggi non ce l’ha e deve bussare a porte diverse, discipline, esperienze associative e di movimento, il civismo che reagisce, un’impresa sana che vuole competere, un lavoro da ricostruire nella trama dei diritti. Il partito di cui parla Zingaretti nascerà anche da questo processo”. Il Pd di oggi ha un problema d’identità. Che cosa vuole essere? C’è chi dice, polemicamente, che è il “partito delle tasse”… “Mi lasci dire che dopo due scissioni parlamentari restiamo la seconda forza del paese e stiamo dando un’impronta alle scelte di fondo del governo. Vedo anche i limiti certo, ma chi nega questa fotografia nega la realtà. Quanto alla battuta sul ‘partito delle tasse’ è apparsa solamente offensiva. E non per il merito in sé che è una sciocchezza ma per lo stile. Io ho rispetto per chi ha scelto un’altra strada. Lo ritengo un errore ma ognuno va dove sente di dover andare. Dico una cosa diversa, fino a ieri siete stati in un partito che per oltre quattro anni avete ‘comandato’ liquidando professoroni gufi e parrucconi, selezionando le liste che vi hanno eletto sulla base di criteri di fedeltà. Ma insomma, se te ne vai almeno il buon senso di non fingere che sei passato da lì per caso e quel tanto di rispetto verso il partito che ti ha messo nella condizione di governare e di stare dove stai, ecco forse questo sarebbe stato dovuto e al fondo apprezzato”. Cosa pensa che occorra al Pd per adeguarsi, sui temi e nell’organizzazione (tema fondamentale per un partito come spiega Mauro Calise nei suoi libri), al 2019? “Se per temi intende quale idea di paese dobbiamo avanzare credo serva la premessa su cosa è e da dove origina il declino italiano. A me convince la tesi di un ‘vantaggio dell’arretratezza’che nei trent’anni gloriosi ci ha consentito di colmare il gap di produttività che ci separava dai nostri competitori. Abbiamo importato tecnologia e scalato posizioni sfruttando il sapere degli altri. Il punto è che quando un paese arretrato completa il suo processo di convergenza deve adeguare le sue istituzioni a partire dalla supremazia della legge e dalla protezione della concorrenza. Noi questo non lo abbiamo fatto o lo abbiamo fatto solo parzialmente e oggi ne paghiamo il prezzo. Corruzione, evasione fiscale, uno Stato burocratizzato e lento, infiltrazioni criminali, la giustizia che conosciamo: un’altra idea di paese passa da qui perché è il modo di riportare al centro i diritti calpestati di chi è rimasto indietro, dei ragazzi che abbandonano la scuola come dei laureati del Sud che lasciano l’Italia fino alla filiera drammatica di vite precarie che chi sta in alto finge di non vedere”. Il Pd ha perso un sacco di personalità, si possono ancora recuperare o “il partito dell’attualità” se le è mangiate per sempre? “Dell’appunta – mento di Bologna mi colpisce una cosa. Che quando vai a disturbare esperienze anche distanti da noi, le domande e i dubbi sono tanti ma alla fine c’è la consapevolezza che un filo va riavvolto per condizionare il dopo. Conosco i limiti di un correntismo senz’anima che si traduce in notabilato e in un accesso patrimoniale alle cariche elettive. Anche per tutto questo, il Pd va ripensato alla radice”.