Come si concilia la fine della crescita economica con l’affermarsi di un consumo opulento di massa? Come possono stare insieme due fenomenologie apparentemente opposte come quella dei Neet e dei ristoranti pieni? Alle domande che in diverse occasioni ci siamo posti un po’ tutti arriva oggi una risposta secca del sociologo torinese Luca Ricolfi: «L’Italia è un tipo unico di configurazione sociale. È una “società signorile di massa”, il prodotto dell’innesto di elementi feudali nel corpo principale che pure resta capitalistico».

La vis polemica di Ricolfi è conosciuta e apprezzata da tempo ma nel suo ultimo lavoro, La società signorile di massa (La nave di Teseo) il sociologo torinese si è dato un obiettivo più ambizioso: una rilettura delle basi sia antropologiche sia materiali di una società dove il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero di quelli che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione e la produttività è ferma da 20 anni. Nella definizione che fa da titolo all’intero lavoro Ricolfi riconosce un debito culturale nei confronti del suo antico maestro Claudio Napoleoni.

Ad alimentare i consumi sono per prime le rendite, la fonte su cui da sempre nobili, proprietari e classe agiata hanno poggiato le loro vite. Siamo diventati signori senza essere stati capitalisti. È tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila che la ricostruzione di Ricolfi colloca i passaggi-chiave verso una società opulenta, che poi descrive così: «Non l’auto ma la seconda auto con gli optional. Non la casa, ma la seconda casa al mare o in montagna. Non la bici ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze d’agosto dai parenti ma weekend lunghi e ripetuti. E ancora: i corsi di judo, l’apericena, i mega schermi piatti. Un consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza».

Come testimoniano anche i 107 miliardi di spesa per il gioco d’azzardo, il 65% di vacanze lunghe, un’auto e mezza per famiglia, le ripetizioni a manetta per i figli, il 36% iscritto a palestre e centri fitness e la cifra-monstre di 8 milioni di consumatori di sostanze illegali.

Questa società signorile, che consuma più di quanto produca, a Ricolfi appare indubitabilmente malata e si regge su tre pilastri. La ricchezza reale e finanziaria accumulata dai nonni, la distruzione della scuola e, infine, la formazione di un’infrastruttura schiavistica, un esercito di paria al servizio dei Signori.

Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana era di circa 100 mila euro, negli anni ’90 era salita a 350 mila — grazie al debito pubblico e alle bolle speculative immobiliari — e oggi viaggia su quota 400. «La ricchezza è cresciuta più del reddito» annota Ricolfi. Che riserva parole durissime allo stato di (cattiva) salute della scuola. È stata l’istruzione senza qualità a generare il fenomeno della disoccupazione volontaria che il sociologo riassume simbolicamente nella storia di un pizzaiolo piemontese tra i migliori d’Italia che in otto mesi non è riuscito a coprire un posto da cameriere nel suo locale.

«I titoli di studio rilasciati dalla scuola e dall’università sono eccessivi rispetto alle capacità effettivamente trasmesse — rincara Ricolfi — La scolarizzazione di massa ha moltiplicato il numero di aspiranti a posizioni sociali medio-alte ma il numero di tali posizioni resta invariato». I giovani però possono permettersi di rifiutare offerte di lavoro che giudicano inadeguate perché nonni e padri hanno accumulato una quantità di ricchezza senza precedenti. Infine il lato oscuro della società signorile: la «struttura paraschiavistica», quella parte della popolazione residente, per lo più straniera, collocata in ruoli servili a beneficio dei cittadini italiani.

Chi sono i paria di Ricolfi? Lavoratori stagionali spesso africani, prostitute, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, muratori dell’Est. Un esercito di 2,7 milioni di persone che genera surplus e eroga servizi a famiglie e imprese e «senza i quali la comunità dei cittadini italiani non potrebbe consumare come fa». Ma l’Italia dei Troppi Signori e dei Tanti Paraschiavi ha un futuro? La sentenza di Ricolfi non lascia adito a dubbi: «Il nostro stupefacente equilibrio è destinato a rompersi, la stagnazione diverrà declino. La società signorile è un prodotto a termine».

Le solite lettere ai Paesi con conti pubblici in difficoltà danno inizio al confronto tecnico della Commissione europea con il ministero dell’Economia sul documento programmatico di bilancio per i l 2020. I l vicepresidente popolare lettone dell’istituzione di Bruxelles Valdis Dombrovskis, dopo averricevuto la bozza da Roma il 15 ottobre scorso, aveva già indicato «l’Italia tra quei Paesi a cui chiederemo chiarimenti aggiuntivi». I numeri del governo M5S-Pd non sono molto diversi da quelli del precedente esecutivo M5S-Lega, che aveva ricevuto duri richiami da Dombrovskis e dal commissario Ue socialista francese Pierre Moscovici per il maxi debito e il peggioramento del saldo strutturale. Questi problemi restano. Eurostat ieri ha indicato il debito, salito al 134,8% del Pil nel 2018 (134,1% nel 2017), e il deficit, sceso al 2,2% del Pil (2,4% l’anno prima). A Roma si sono però mostrati tranquilli e pronti a fornireichiarimenti richiesti con la lettera già entro domani. Lo aveva anticipato il premier Giuseppe Conte al summit Ue della settimana scorsa, facendo intuire un contesto favorevole per l’Italia nel livello politico dei governi, che decide sui bilanci nazionali dopo aver ricevuto le valutazioni tecniche della Commissione. «I chiarimenti li daremo tutti — aveva detto Conte —. Siamo molto sereni e sicuri». Ad aiutare c’è la componente Pd del governo, che fa parte — tramite gli eurosocialisti — della maggioranza in Europa (con popolari e liberali) impegnata a frenare il rallentamento della crescita con politiche espansiveeflessibilità di bilancio. In più il M5S, tramiteivoti dei suoi eurodeputati, è stato decisivo per far passare nell’Europarlamento la presidente designata della Commissione europea, la popolare tedesca Ursula von der Leyen, che ora ha bisogno degli stessi consensi per far approvare tutta la sua squadra (con Dombrovskis ancora vicepresidente e Paolo Gentiloni del Pd al posto di Moscovici) dopo la bocciatura di tre suoi commissari. Dal ministero dell’Economia di Roberto Gualtieri fanno trapelare fiducia anche nel confronto tecnico con Bruxelles. Sono convinti che «non sono in discussione nè l’impianto, né i saldi della manovra» e si dicono pronti a spiegare «alcune misure di copertura», tra cui il recupero dell’evasione fiscale. Confidano di giustificare le deviazioni sul debito e sul saldo strutturale con più flessibilità di spesa per gli investimenti contro il dissesto idrogeologico. Le risposte di Gualtieri dovrebbero essere usate dalla Commissione nelle previsioni economiche attese il 7 novembreenella valutazione tecnica prevista il 20 novembre, prima di passare la bozza di bilancio al livello decisionale dei ministri finanziari dell’Eurogruppo/Ecofin, dove sembrano più attenti alla stabilità del governo di Roma che alle deviazioni da «zero virgola».

Senatore Marcucci, il segretario del Pd Nicola Zingaretti parla di un’alleanza strategica con M5S eppure vi siete scontrati proprio con loro sulla manovra. «Sono tra coloro che pensano che sia ancora molto difficile parlare di alleanza strategica con i Cinque Stelle. Bisogna prima vedere come funziona il rapporto al governo, quali sono i punti di intesa programmatici e solo dopo fare il punto sulle alleanze. Cosa diversa sono le Regionali, dove saranno i territori ad esprimere le loro preferenze: in Umbria come è noto insieme a Di Maio, in Toscana, in Campania e probabilmente anche in Emilia senza il M5s». Giuseppe Conte potrebbe essere il candidato premier di questa alleanza ? «Vale il ragionamento precedente. Il Pd per fortuna ha delle regole, siamo gli unici nel panorama politico nazionale. Conte si candiderà alle nostre primarie, convincerà i nostri elettori? Ad ora, direi proprio di no». Senatore Marcucci perché il Pd non si batte con Italia viva per eliminare le microtasse? «Si può fare tutto, ma in un governo di coalizione serve prioritariamente un via libera unanime. Dobbiamo evitare a tutti i costi il progressivo logoramento che ha incontrato il governo Conte-Salvini». Perché voi del Partito democratico difendete Quota 100? «Io dico la stessa cosa da sempre, non ho cambiato idea. Quota 100 non mi piace, per accontentare un numero ristretto di persone penalizziamo i giovani. Ma anche in questo caso, vale un accordo nella maggioranza. Se non si trova, ricordiamoci comunque che il provvedimento si esaurisce nel 2021. Dobbiamo tentare il più possibile di salvare la certezza del diritto, non possiamo cambiare leggi ogni anno, modificando i piani di vita dei cittadini». Il Pd e Italia viva sono aiferri corti… «Dopo i primi prevedibili squilibri dell’inizio, mi auguro che prevalgano rispetto e collaborazione. Siamo al governo insieme, su molte cose la pensiamo allo stesso modo. Farsi la guerra è inutile, meglio studiare insieme una strategia contro la destra». Renzi ha proposto la patente fiscale a punti, è d’accordo? «Parto dal presupposto che il carcere per i grandi evasori sia roboante, ma sostanzialmente privo di effetti pratici: le pene sono già molto severe. La strada da seguireèquella che avevamo imboccato con la fatturazione elettronica e con la progressiva digitalizzazione. Ci vuole un patto con i cittadini onesti, se la patente fiscale va in questa direzione io sono d’accordo». Senatore, Renzi vi ha sfidato: vuole fare come Macron, che ha prosciugato i socialisti francesi. «Il Pd non è assolutamente ai livelli dei socialisti francesi ed abbiamo ancora un ruolo che può essere dirimente. E comunque il nostro problema non può diventare il leader di Italia viva, il Pd deve distinguersi per la sua capacità di parlare alla società italiana, per il suo riformismo, per la sua velocità, e non certo per alzare il livello delle polemiche contro la Boschi e la Bellanova. Basta giocare di rimessa, ora è il momento di tirare fuori tutto il nostro orgoglio. Se andrà nel modo che le dico, sia il Pd sia Italia viva, in ruoli e funzioni diverse, aiuteranno l’Italia a cambiare». Non teme che gli elettori contrari all’intesa coniCinque Stelle non votino più il Pd? «Quegli elettori dovranno aspettare, io non scommetterei per un’alleanza coniCinque Stelle. Sinceramente è davvero troppo presto per darla come acquisita, io per dire non ci scommetterei». Ma il Partito democratico presenterà degli emendamenti alla manovra? «Tra tante cose, spero che si cambi idea sul regime forfettario per le partite Iva. Ricambiare sistema, dopo così poco tempo, è davvero sbagliatissimo».

«Le liti tra gli alleati del nuovo governo sono tra le cose che mi preoccupano di più perché è stata la mia stessa esperienza…». Parla il fondatore dell’Ulivo, il professor Romano Prodi, che da premier fu sfiduciato in Parlamento, prima nel ’98 e poi nel 2008, al culmine di un crescendo di risse nei suoi governi che si estendevano da Rifondazione comunista ai centristi di Lamberto Dini e di Clemente Mastella. Oggi i protagonisti sono cambiati ma la dinamica di auto-logoramento dell’esecutivo, almeno nell’analisi del professore di Bologna, sembra la stessa: «Quando in un governo la visibilità diventa l’obiettivo di una parte di coloro che sono al governo, questo è a rischio. Io ho esperienza in materia: al governo si va per governare insieme e non per rendere visibile il proprio partitooil proprio gruppo. Tutto qua…». Romano Prodi parla ai microfoni di «Quarta Repubblica», su Retequattro, nel giorno della prima «verifica» davvero impegnativa nel governo di coalizione guidato da Giuseppe Conte. Sembra un ritorno alle liturgie del passato anche se oggi i protagonisti dell’assedio a Palazzo Chigi, e ai conti della manovra, si chiamano Matteo Renzi, che ha sfruttato tutta la potenza di fuoco della Leopolda, e Luigi Di Maio, che non vuole restare in seconda linea sul fronte delle tasse e del tetto ai contanti. Le preoccupazioni di Prodi sono, ovviamente, il «pane quotidiano» servito in casa del Pd con il segretario Nicola Zingaretti che ogni giorno è costretto ad affrontare il calvario interno culminato con la scissione voluta da Matteo Renzi. «Ho sentito anche toni profondamente sbagliati alla Leopolda. Attacchi sguaiati», ha detto l’ex segretario dem Maurizio Martina. Che poi ha aggiunto: «Mi dispiace per certe falsità perché io invece ho rispetto per chi è andato alla Leopolda». Meno diplomatica la formula utilizzata dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Renzi è andato via dal Pd perché non è uomo di sinistra e forse non lo è mai stato, gli auguro buona fortuna ma a lui e alla Boschi chiedo di non fare questi scivoloni con una comunità che a loro ha dato molto». L’accusa lanciata dalla Leopolda contro il «Pd partito delle tasse» scotta molto al Nazareno. E l’ex presidente della Camera Laura Boldrini sottolinea le contraddizioni dei renziani: «Sono stati nel Pd fino a poche settimane fa; le tasse quando erano al governo le hanno messe anche loro. Dirlo è stato, secondo me, un errore di calcolo da parte di Maria Elena Boschi».

Ha cancellato tutti gli appuntamenti, ha finito all’una di notte «molto soddisfatto» ed è tornato a vestire i panni del mediatore. A tutti ha detto «vi ascolto, prendo appunti, cercheremo di fare una sintesi, ma tutti dovete sapere che sono possibili solo piccole correzioni, i pilastri della manovra non cambiano, poi concorderemo alcuni emendamenti chiave». La vera e propria maratona di Giuseppe Conte, che per una giornata è rientrato nell’abito del premier che non partecipa alle polemiche ma semmai le sopisce, le attenua, fa di tutto per smussare gli angoli, è iniziata alle 11 del mattino con un incontro «chiarificatoreecostruttivo» con Luigi Di Maio. Una sorta di tregua ritrovata, anche in funzione anti Renzi. Il gelo dei giorni scorsi sembra si sia attenuato, i fili di una dialettica positiva riallacciati. Del resto, ha detto il capo del governo al leader del Movimento, «dobbiamo essere più credibili e meno litigiosi non solo nei confronti degli italiani, ma anche nel rapporto con Bruxelles, dove ovviamente arrivano anche i nostri contrasti». Ha scelto un metodo preciso il capo del governo, quasi uno spezzatino o un divide et impera che è andato avanti nel corso di tutto il pomeriggio sino a notte fonda: incontri separati con tutte le delegazioni, prima con quella del Movimento, dove i tre punti cardine chiesti da Di Maio sembra siano stati accolti, poi con Italia viva, il Pd e Leu. Un metodo preciso, quasi scientifico, far precedere il vero e proprio vertice di maggioranza da tanti incontri separati. E per fare questo ha voluto accanto a sé per tutta la giornata il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, entrambi con il taccuino alla mano, il titolare dell’Economia disposto ad assecondare le richieste meno estreme, come quella sulle partite Iva, per la quali a quanto pare resterà il regime precedente solo con piccole modifiche e le misure studiate dal Mef saranno sostituite da altre norme che si stanno studiando in queste ore. Di sicuro quello di Conte è stato un esercizio estremo di pazienza, sottoporsi ad otto riunioni di fila, tutte delicate, politicamente dirompenti, compreso il vertice di maggioranza con tutte le delegazioni che ha vissuto momenti di tensione e di sfoghi, compreso un Consiglio dei ministri che è cominciato in forte ritardo sui tempi previsti ed è finito poco prima dell’una di notte. Ma il dato politico forse più significativoèuna sorta di (apparente) sintonia politica ritrovata fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte: chi ha assistito all’incontro parla di un’intesa che ha i contorni anche dell’amicizia che non può venire meno nemmeno nei momenti più difficili, e «due amici che si parlano con lealtà e schiettezza una sintesi la trovano, come è successo oggi con le misure volute dai Cinque Stelle». E il corollario sarebbe quello di un’intesa che si rinsalda anche per fermare i bollori di Matteo Renzi, mediatici e parlamentari: il ragionamento che Di Maio ha fatto al premier, e sul quale ci sarebbe un concordia di massima, è che l’unico vero pericolo perla coalizione può venire da chi ha appena chiuso la Leopolda. Insomma, il copione di un gelo che avrebbe raggiunto temperature estreme, di una diffidenza crescente anche per i rapporti parlamentari non troppo fluidi fra Di Maio e i suoi gruppi, i sospetti reciproci sul tentativo di esercitare o di imprimere una leadership sul Movimento senza intesa reciproca, anzi in modo confliggente, sarebbe in qualche modo un copione abusato, scorretto, indotto dalla velocità di una comunicazione digitale che spesso genera incomprensioni. «L’asse fra i due è solido e tutti e due sanno benissimo che nessuno può fare a meno dell’altro», è la sintesi che fanno a Palazzo Chigi prima che cominci il Consiglio dei ministri. Di sicuro lo snodo della giornata è stato il faccia a faccia mattutino di oltre un’ora proprio fra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, è lì che sarebbe nata l’intesa di massima sul carcere agli evasori e sulla necessità di tagliare le commissioni bancarie per quanto riguarda i Pos. Ovviamente la preghiera rivolta a tutti sia da Conte che da Gualtieri è stata quella di non stravolgere l’impianto della legge di Bilancio. Una richiesta che ha trovato motivi di puntellamento nell’atteggiamento del Pd, che ha fatto sponda con Conte. Anche i numeri delle delegazioni hanno registrato dati significativi: se un accordo di massima è avvenuto di mattina nel faccia a faccia con Di Maio, poi nel pomeriggio Conte ha accolto una super delegazione del Movimento, ben sei membri, anche a dimostrazione di un feeling rilanciato nonostante le tensioni dei giorni scorsi.

Si chiude a notte, dopo due ore di vertice, con una soluzione salomonica, che consenteatutti di cantare vittoria, demandando al Parlamento le correzioni che ogni partito vorrà chiedere di adottare. Una conclusione resa possibile dalla mediazione del premier ma anche dall’intesa tra Dario Franceschini, come sempre abile nel tessere accordi, e Luigi Di Maio: i due si incontrano riservatamente prima del vertice collettivo e siglano l’intesa. La giornata non era cominciata nel migliore dei modi. E del resto le tensioni dei giorni scorse erano arrivateaun punto tale che serviva un faccia a faccia di chiarimento. Giuseppe Conte decide di incontrare per primo Luigi Di Maio. Hanno diverse cose da dirsi, dopo l’aspro confronto sull’evasione fiscale. Il premier rimprovera al ministro degli Esteri l’assenza durante il vertice dei giorni scorsi, spiegando che i ministri dei 5 Stelle c’erano e avevano detto sì alla manovra. Di Maio replica senza troppe cerimonie: «Io non c’ero, ma tu sai benissimo quali sono le battaglie del Movimento. Ci conosci bene, ti abbiamo messo lì noi». Scambio franco, come si dice, che si risolve in una tregua. Siglata, prima bilateralmenteepoi collettivamente, con i quattro partiti della coalizione, nessuno dei quali pronto a immolarsi nelle urne anticipate. Di Maio porta a casa un mezzo successo, visto che, nonostante le resistenze del premier, fa riaprire una manovra che sembrava già chiusa. Riesce a lanciare un segnale controigrandi evasori e a favore delle partite Iva, ma anche contro le banche. Porta a casa un risultato che gli consente di sottrarre spazio mediatico a Matteo Salvini e allo stesso Renzi, reduci dalla sbornia di piazza il primo e dalla Leopolda il secondo. Ma Di Maio è costretto al compromesso sul carcere per i grandi evasori: entrerà in vigore dopo la conversione in legge, consentendo a Italia viva e agli altri di presentare e discutere emendamenti in Aula. Dentro il M5S però le critiche contro il leader politico si fanno sempre più feroci. In chat ci si chiede apertamente: «Stiamo diventando il partito che giustifica i piccoli evasori fiscali?». I deputati della commissione Bilancio sono in subbuglio: «Perché siamo stati fatti passare come fiancheggiatori di chi non paga le tasse?». Si riparla di una fronda pronta ad abbandonare il Movimento nelle prossime settimane. Si aspetta il voto delle regionali in Umbria, temendo il peggio. Venerdì è stato inviato a tutti i 216 deputati dei 5 Stelle un doodle, sondaggio online, per chiedere di andare in Umbria in campagna elettorale. Hanno risposto solo in dieci. Un disastro. Così come è sempre più complicata la situazione del capogruppo alla Camera, che non si riesce ad eleggere. Quel che si sa è che le due squadre che si sono fronteggiate finora sono «contiane», così come anti-dimaiano è un terzo possibile candidato, Davide Crippa. Il ministro Teresa Bellanova e Luigi Marattin, per Italia viva, si fanno sentire soprattutto sulla questione del carcere ai grandi evasori. Il Pd, invece, abbozza. Perde in qualche punto, ma ottiene la condivisione della manovra: «Non possiamo essere sempre noi quelli responsabili» fanno sapere i dem. A notte si torna a casa e la sintesi la fa Federico Fornaro, di Leu: «Bisogna che ci si abitui a pensare che i provvedimenti che si approvano sono del governo, non delle singole parti politiche».

C’è una prima intesa sulle correzioni della manovra, ma limitata al contanteeai Pos. La riduzione del tetto ai pagamenti cash da 3 mila a 2 mila euro scatterà non più il primo gennaio ma il primo luglio. Rinvio di sei mesi anche per le sanzioni a carico dei commercianti che non si doteranno di Pos e del meccanismo premiale sulle spese fatte con pagamenti elettronici per il super bonus della Befana (cash back). Intesa di massima, cioè aperta a modifiche, sul carcere ai grandi evasori, con una norma che non entra in vigore subito col decreto fiscale ma solo dopo la conversione in legge, per lasciare lo spazio a correzioni in Parlamento. Mentre sullo stop alla stretta per le partita Iva ci sarà ancora da discutere. La lunga giornata di incontri non è bastata, quindi, a sciogliere tutti i nodi del pacchetto di misure, decreto fiscale e disegno di legge di Bilancio, approvato «salvo intese» una settimana fa. «Il carcere ai grandi evasori entra nel decreto fiscale, come aveva chiesto con forza il M5S» dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che poi aggiunge: «Colpiamo i pesci grossi, finalmente tocchiamo gli intoccabili». «Bene le norme sugli evasori — precisa per il Pd Dario Franceschini — il fatto che le norme entreranno in vigore non subito ma soltanto al momento della conversione garantisce il Parlamento sulla possibilità di approfondirne tutti gli effetti e le conseguenze». Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha prima incontrato le delegazioni dei singoli partiti che sostengono il governo, Movimento 5 Stelle, Pd, Italia viva e Leu, assieme al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Poi c’è stato un lungo e a tratti burrascoso vertice che ha visto seduta allo stesso tavolo tutta la maggioranza. A chiudere la maratona, a notte inoltrata, un Consiglio dei ministri che ufficialmente aveva all’ordine del giorno il decreto legge per la ricostruzione delle zone terremotate ma dove si è continuato a discutere sempre della manovra, segnalando quale sia la temperatura dei rapporti nella maggioranza. La maggior parte dei correttivi decisi ieri prenderà la forma di emendamenti da presentare nel corso del dibattito in Parlamento. Altrimenti sarebbe stato necessario un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri, come del resto era già avvenuto qualche mese fa con il decreto Sblocca cantieri, su esplicita richiesta del capo dello Stato Sergio Mattarella. Questo vuol dire che ogni punto dell’accordo di ieri continuerà a far ballare la maggioranza anche nei prossimi giorni. Ragionevolmente fino a quando la manovra sarà approvata dal Parlamento in via definitiva.

Fra le analogie che accomunano i due Mattei, ce n’è una che li accomuna a B.: ne hanno fatte troppe perché la gente se le ricordi tutte. E, visto che è impossibile ricordarle tutte, non ne ricorda nemmeno una, aiutata dai giornaloni che han ripreso a pompare il Cazzaro Verde e il Cazzaro Rosa come salvatori della patria. Due casi esemplari. Partiamo dal Matteo minor. A parte le mirabolanti imprese degli specchiati genitori e le visite alla Leopolda di gentiluomini tipo Lele Mora, dovrebbe dire qualcosina sull’Air Force Renzi. Che marcisce in un hangar dopo che Etihad l’av eva comprato dalla società-fantasma Uthl per 6 milioni e l’Alitalia l’aveva preso in leasing per ben 168 (spendendo, per affittarlo, 26 volte il prezzo d’a cqui sto ). Ecco: Renzi può spiegare i dettagli di quell’affarone, capolavoro ineguagliabile di buona amministrazione? E qualcuno dei suoi fortunati intervistatori glielo può gentilmente domandare? E ora il Matteo maior. L’altro giorno finisce a Regina Coeli il celebre Casimiro Lieto, autore della Isoardi, il cui allora fidanzato Salvini lo voleva addirittura direttore di Rai1: è accusato di corruzione giudiziaria per aver promesso un posto di lavoro al figlio del giudice che doveva aggiustargli la sentenza su un accertamento fiscale di 230 mila euro. La storia fa il paio con quella di Siri, Arata e Savoini. Il primo è indagato per corruzione da parte del secondo. Il secondo lo è pure in quanto socio occulto di Nicastri (appena condannato a 9 anni per mafia per i suoi legami con Messina Denaro). Il terzo lo è per corruzione internazionale per la mazzettona da 65 milioni di dollari chiesta all’hotel Metropol di Mosca. Grazie a Salvini, Siri era sottosegretario ai Trasporti; Arata doveva diventare presidente dell’a ut ho ri ty dell’energia e il figlio stava a Palazzo Chigi accanto a Giorgetti; Savoini era membro ufficiale della delegazione di Salvini nel bilaterale di un anno fa con l’omologo ministro dell’I n t er n o russo. Ora, il Cazzaro Verde è perseguitato dalla sfiga o non riesce proprio a nominare una persona perbene? E, visto che ogni giorno rilascia due o tre interviste, cosa impedisce ai valorosi colleghi di domandargli di questo suo fiuto da rabdomante nel selezionare sempre il peggio? I due Mattei intimano quotidianamente alla Raggi, pericolosa incensurata, di dimettersi da sindaca di Roma (ieri il trust di cervelli Gasparri-Schifani strillava contro Rai1 che osa financo intervistarla senza chiedere il permesso). E lasciano intendere di avere pronto il salvatore della Capitale. Che, visti i precedenti dei due Mattei, potrebbe presto rimpiangere i Lanzichenecchi.

La sottile linea d’ombra che separa i «Servizi» dai «servizietti» è da sempre un cruccio delle democrazie. Avvolti per dovere d’ufficio dal segreto, è difficile discernere quando agiscano nell’interesse nazionale e quando nell’interesse del governo del momento, o peggio ancora di un governo alleato del momento. Perché i due interessi non necessariamente coincidono. Soprattutto nell’Italia post-ideologica dei nostri tempi, in cui le maggioranze si ribaltano dalla sera alla mattina, e un povero premier come Conte può essere colto dalla richiesta di aiuto da parte di Trump mentre è a metà del guado tra Salvini e Renzi. E così, oltre all’interesse nazionale, può smarrire anche quello politico. Il mistero del caso Conte, il presidente del Consiglio italiano che autorizza il Procuratore generale degli Stati Uniti a fare riunioni coninostri 007, va dunque ad aggiungersi, seppure in tono (molto) minore, alla lunga trama di misteri di cui è inestricabilmente intessuta la storia della Repubblica. Rilanciando di conseguenza le teorie cospirative più fantasiose, come quella secondo cui l’espulsione di Salvini dal governo sarebbe addirittura paragonabile a quella di Togliatti nel ’47, che De Gasperi fece fuori dopo un lungo viaggio negli Usa. Versione che sorvola sul piccolo dettaglio che è stato lo stesso Salvini a far cadere il governo di cui era parte, favorendo così il complotto di cui si dice vittima. Il Paese «protetto» Perché il mistero ha questo di bello: consente una ricostruzione «occultista» della storia patria (una volta, nella ricerca della prigione di Aldo Moro, comparve perfino una seduta spiritica), che giustifica gli sconfitti e deresponsabilizza i vincenti. È infatti ormai storiografia accettata l’idea che la nostra sia nata come una democrazia «a sovranità limitata», dunque «protetta», perché destinata a un Paese trattato nella spartizione del dopoguerra come un semiprotettorato americano. Sono interpretazioni esagerate, che svalutano l’agire politico di grandi masse di uomini e donne sulla scena della storia, per privilegiare ilretroscena del potere. Ma è pur vero che fin dall’atto di nascita della Repubblica il mistero la avvolge. I risultati del referendum istituzionale si fecero aspettare così tanto, e sembrarono a lungo così incerti, che i monarchici attribuirono a sicuri brogli la loro sconfitta. E si deve solo al senso diresponsabilità di Umberto II, il «re di maggio», (e a chi lo consigliò) se fece le valige e andò in esilio, senza cercare lo scontro. Il braccio di ferro Servizi e militari, che poi spesso coincidono, sono stati protagonisti anche del lungo braccio di ferro tra la democrazia «dissociativa», che voleva tener fuori la sinistra dell’area della legittimità a governare, e quella «consociativa», che invece puntava ad assorbirla. Quando nel ’64 entrò in crisi il primo governo di centrosinistra conisocialisti, e mentre Aldo Moro trattava con Nenni un nuovo programma più radicale di riforme, fu il generale dei Carabinieri de Lorenzo a far sentire al leader socialista quello che lui chiamò «un tintinnio di sciabole», avvisaglie di un potenziale colpo di stato che avrebbe avuto addirittura al Quirinale, nella figura del Presidente Antonio Segni, il suo lord protettore. Fu sulla base dei dossier del Sifar, il servizio segreto militare, che venne compilata la lista delle centinaia di persone da deportare, se fosse scattato il «Piano Solo», a Capo Marrargiu, una base in Sardegna. Mistero su mistero, il giorno dopo la soluzione della crisi, in un tempestoso colloquio sul Colle tra Moro, Saragat e Segni, quest’ultimo venne colpito dall’ictus che l’avrebbe presto indotto ad opportune dimissioni. Il mistero, ahinoi, avvolge ancora molti degli esecutori materiali, ma non più dei moventi, di quella che il giornale inglese The Observer chiamò la «strategia della tensione»: un’incredibile scia di bombe e stragi che condizionò la nostra democrazia negli anni ’70, fino a lasciare poi il testimone al terrorismo rosso e alla sua ferocia. L’obiettivo era quello della «stabilizzazione» della situazione politica. Giovanni Bianconi ha di recente raccontato su La Lettura che, quattro mesi dopo la bomba di piazza Fontana (a dicembre di quest’anno ricorrono i cinquant’anni), un documento dell’amministrazione americana, allora guidata da Nixon, istruiva i servizi segreti su che cosa fare per evitare il «pericolo dell’insorgenza comunista» in Europa occidentale. Il «manuale» suggeriva azioni di destabilizzazione, «violente o non violente», utili a «stabilizzare» i governi. Notate la sottigliezza: l’obiettivo non era il golpe, ma diffondere la paura del golpe, per sconsigliare gli italiani dal tentare nuove avventure politiche. Poiché il mistero è ambivalente, lo si può usare anche rimuovendolo: come fece Andreotti quando nel ’90 rivelò l’esistenza di Gladio, una organizzazione paramilitare promossa dalla Cia, pronta ad agire in caso di invasione comunista dell’Italia. A rileggere oggi la sequenza degli attentati di quegli anni viene da chiedersi come abbia fatto la democrazia italiana a reggere. Nel solo 1974 ci furono due delle peggiori stragi terroristiche della nostra storia, quella di Piazza della Loggia a Brescia (8 morti) e quella sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro (12 morti). Da allora la «strategia» mutò. Il Pci aveva infatti continuatoacrescere, ottenendo la vittoria nel referendum sul divorzio, proprio nel 1974, e poi con lo sfondamento elettorale del biennio ’75- 76. Sarà un caso, ma da quel momento al posto delle bombe partì l’attacco delle Brigate Rosse, profeticamente annunciato dal generale Miceli, capo del Sid (Servizio informazioni della difesa) al giudice che lo inquisiva; un ben più sofisticato effetto avrebbe avuto sulle sorti della democrazia consociativa, chiudendone di fatto la storia con l’omicidio di Aldo Moro. Le nuove battaglie Naturalmente l’89, la caduta della Cortina di ferro e la fine dell’Urss e del mondo di Yalta, hanno fatto dell’Italia un paese per nostra fortuna più «normale», non più frontiera tra i due blocchi, crocevia di spie. I nostri Servizi non sono più inquinati da trame eversive. Ma sul nostro territorio si continuano a combattere battaglie, seppure ormai svuotate di ogni motivazione ideologicaogeopolitica, e più che altro figlie degeneri di lotte di potere interne alla politica contemporanea: quella tra Trump e il Congresso è una di queste. Il rischio che gli 007 finiscano per essere usati come cortigiani del potere, non è però meno grave per una democrazia che non voglia sentirsi più «protetta». L’abitudine alla «sovranità limitata» è dura da estirpare, soprattutto in certe stanze.

Alcune vedove o spose dei foreign fighters sono già fuggite dai campi nel nord della Siria. Altre si stanno organizzando per tentare di tornare a casa. Ora che le forze curde perdono il controllo dei prigionieri dell’Isis, si ripropone un tema che fin qui l’Europa ha tentato di ignorare. A preoccupare le organizzazioni per i diritti umani come Save the Children, è il destino dei bambini nati da queste donne e dai miliziani dell’Isis. Alcuni sono orfani, altri si trovano ancora in condizione di prigionia con le madri. Il rischio è che, qualora dovessero rimanere in Siria, possano essere vittime di ulteriori ondate di radicalizzazione o possano finire reclutati dalle milizie jihadiste schierate al fianco delle truppe turche. Secondo il Guardian, la Gran Bretagna, dopo aver negato a questi cittadini il rientro, sta muovendo per rimpatriare i minori, almeno quelli rimasti senza genitori. Qualche segnale in queste ore arriva anche da Parigi e da Bruxelles. Settimana scorsa il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian è volato a Bagdad a trattare la creazione di un tribunale congiunto con gli iracheni per giudicare le donne francesi che si sono unite all’Isis (il governo francese ha fin qui preferito pagare gli iracheni per la custodia dei foreign fighters). Da Berlino e da Bruxelles hanno invece tentato di sfruttare le 120 ore concesse ai curdi da Ankara per evacuare i loro «prigionieri». Insomma, come al solito, sul tema dei foreign fighters, nonostante gli appelli statunitensi e curdi, l’Europa procede in ordine sparso, cercando di mettere una toppa senza una linea comune. Ora però lo scenario è decisamente mutato. I curdi hanno problemi ben più gravi da gestire mentre per i turchi la fuga di qualche centinaia di donne e bambini non rappresenta una priorità. Tuttavia non va dimenticato un dato: questi prigionieri potrebbero un giorno tornare in Europa. Che lo facciano al di fuori del controllo europeo non solo è lesivo dei loro diritti. È anche un pericolo per tutti noi.