Spesso nelle storie sono gli eventi apparentemente irrilevanti ad aprire scenari inaspettati. Succede anche per le inchieste giudiziarie. E succede, nello specifico, nell’indagi – ne dell’antimafia milanese sul nuovo tangentificio Lombardia che ora vira sul fronte della Lega. Mazzette a parte, sul piatto c’è la gestione del potere. Ovvero quel gioco sapiente di relazioni tra politica e imprenditoria. Tra Milano e la provincia di Varese sono due le squadre in campo: Forza Italia e la nuova Lega di Matteo Salvini. Con la prima travolta dallo tsunami giudiziario e la seconda, ad oggi rimasta indenne dagli avvisi di garanzia, ma non per questo lontana da interessi privati e clientele varie. PARTIAMO ALLORA da Nino Caianiello, presunto ras delle tangenti, oggi reo confesso e collaboratore dell’autorità giudiziaria. Ex coordinatore di FI a Varese, Caianiello il potere lo ha sempre esercitato attraverso le nomine sia politiche sia nelle società pubbliche. Piazzata la persona, ecco la mazzetta di ritorno. Questo spiegano gli atti dell’inchiesta. Che fissano anche una sorta di spartizione di potere tra FI e Lega. Con il partito azzurro impegnato a giocare sulla tradizione della corruzione politica e il secondo spostato sul settore finanziario, più complicato, ma certamente più ricco. Oggi in Lombardia, uno degli interpreti di questo potere leghista è l’avvocato varesino Andrea Mascetti, allo stato non indagato. Si tratta di un professionista di altissimo livello con incarichi numerosi e di prestigio, ascoltatissimo da Salvini. Del resto l’av – vocato, che siede anche nel cda di Banca Intesa Russia e che viene citato (ma non indagato) nell’au – dio del Metropol, durante il quale Gianluca Savoini discute di fondi russi da girare alla Lega, ha come sponsor l’ex sottosegretario di Stato Giancarlo Giorgetti. Mascetti è poi il vero dominusdell’as – sociazione culturale Terra Insubre. Fondata nel 1996 l’a ss oc iazione, si legge sul sito, “s v o lg e un’intensa attività di ricerca storica e archeologica sui popoli celtici, germanici e alpini”. Terra Insubre è anche un luogo dove allacciare rapporti. Un dato ben presente a Caianiello. Ed ecco allora quel particolare irrilevante che può cambiare il corso di questa inchiesta. A SPIEGARCELO è una fonte investigativa. “Nelle settimane precedenti gli arresti – ci viene detto – Nino Caianiello si iscrive all’asso – ciazione Terra Insubre riferibile all’avvocato Andrea Mascetti”. Il dato, pur non di rilevanza penale e per questo non messo in atti al momento, segna una saldatura che, per gli inquirenti, può ridisegnare i contorni dell’inchiesta. “C ai aniello – prosegue la fonte – ci ha detto di essersi iscritto perché in questo modo avrebbe avuto la possibilità di mettersi in tasca contatti e relazioni di alto livello politico e imprenditoriale”. L’avvocato Stefano Besani (indagato) spiega ai pm: “Mascetti aveva un rapporto molto stretto con Caianiello, rappresentando uno degli interlocutori privilegiati sul fronte della Lega”. Laura Bordonaro, ex dirigente di una partecipata, molto vicina a Caianiello, mette a verbale: “Ma – scetti (…)viene indicato come persone che finanzia la Lega anche mediante associazioni che a lui facevano capo come Terra Insubre”. Tra le tante cariche del legale varesino c’è quella nella Commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo. Tra i destinatari dei finanziamenti c’è la stessa Terra Insubre, beneficiaria, allo stato legittimamente, di un contributo di 60 mila euro. A proposito della Fondazione, Caianiello, intercettato, spiega: “O v vi a m en t e Giorgetti su questa cosa ci ha messo la (…). L’uomo di Giorgetti all’interno è Andrea Mascetti”. Se il legame di Caianiello con Terra Insubre ridefinisce il quadro investigativo, i suoi verbali del 24.9 coinvolgono un altro leghista doc come il sindaco di Gallarate Andrea Cassani, fedelissimo di Salvini e tra i fondatori di due associazione (Maroni Presidente e Prima il nord) finite sotto la lente della Procura di Genova che indaga sulla scomparsa dei 49 milioni di rimborsi elettorali alla Lega. LA DOMANDAdel pm Luigi Furno riguarda la gara per la redazione del Pgt di Gallarate, risponde Caianiello: “La trattativa politica è stata svolta da Bilardo e Cassani, con il coinvolgimento di Petrone (…). Mi riferirono che Cassani disse che FI era stata accontentata e che vantava un credito politico”. Alberto Bilardo e Alessandro Petrone sono oggi indagati. Petrone, ex assessore di FI a Gallarate spiega: “Per la mia candidatura si sono attivati esponenti nazionali della Lega come Paolo Grimoldi”. Sul Pgt Bilardo aggiunge: “Cassani sapeva che quella gara era stata condizionata”. Allo stato il sindaco leghista di Gallarate non è indagato. Conclude Caianiello: “Bilardo aveva trattato con Cassani l’intera vicenda”, poi finita nel mirino della Procura antimafia di Milano.
Se è vero, come sottolinea il detto popolare, che “i curdi non hanno amici a parte le m on ta gn e”, essendo sempre stati traditi da tutte le potenze straniere ed essendosi divisi a propria volta in fazioni fino al punto di scontrarsi, come avvenne in Iraq agli inizi degli anni 90, è altrettanto vero che la svolta confederalista democratica di Abdullah Ocalan, avvenuta più di dieci anni fa, ha compattato i curdi di nazionalità turca e siriana. Messi assieme i curdi che vivono in Turchia e Siria formano la maggioranza degli attuali 40 milioni circa di persone di questa etnia indoeuropea, sparse per l’appunto, tra Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia. Si tratta della più grande popolazione al mondo con una lingua propria, ma senza uno Stato e solo nel nord dell’Iraq, dopo la caduta di Saddam nel 2003, è riuscita a ottenere ufficialmente una sorta di autonomia dallo Stato centrale. Il Kurdistan siriano, conosciuto come Rojava, con l’inizio della guerra civile siriana nel 2011, ha invece acquisito un’autonomia politica de facto, anche se non è ufficialmente riconosciuto come regione autonoma all’interno della Siria. Autonomia ora messa in pericolo dall’aggressione turca e dal tentativo del presidente-dittatore Assad di strumentalizzare questa invasione per riportare i 3 milioni di curdi di nazionalità siriana sotto la propria ala. Il popolo curdo è di origine indoeuropea, la sua storia inizia nel 612 a.C. con la distruzione di Ninive – oggi una regione dell’Iraq –da parte dei Medi. La storia antica e moderna dei curdi è un susseguirsi di guerre e di conquiste. La data più significativa della loro storia moderna fu il 1920 quando, in occasione del Trattato di Sèvres, firmato tra le potenze alleate della Grande Guerra e l’Im pero Ottomano, ai curdi venne promessa la concessione di uno Stato autonomo. Peccato che Regno Unito, Francia e Usa non mantennero la promessa e diedero il via libera alla creazione di altri Stati nella zona. Nel 1923, il generale Mustafa Kemal, noto come Ataturk, dopo avere fondato la Turchia moderna iniziò una pesante repressione militare, costringendo la popolazione curda a rinnegare la propria lingua e “t ur chi fi car e” i nomi propri e la toponomastica. Il secondo grande inganno avvenne nel 1946 quando l’U ni on e sovietica, nel tentativo di annettere l’Iran settentrionale e, per incalzare le autorità locali, incoraggiò i curdi a fondare uno Stato autonomo: la Repubblica di Mahabad, rasa al suolo appena i sovietici si ritirano. Nel 1972 lo Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, chiese al presidente statunitense Richard Nixon di sostenere la rivolta dei curdi in Iraq. Nixon acconsentì e li armò con l’obiettivo di minare la stabilità dell’allora filo-sovietico Iraq. NEL 1975, IL SOVRANO p er s i an o strinse un accordo con l’Iraq e gli Stati Uniti abbandonano i curdi al loro destino. Tre anni dopo, Ocalan, curdo di cittadinanza turca, fondò il Partito dei lavoratori del Kurdistan (il Pkk). La sua missione allora era la creazione di una repubblica indipendente curda, da raggiungere anche con il ricorso alla lotta armata. Nel 1984 il Pkk si insediò nell’Iraq settentrionale, trasformandolo nell’avamposto per una guerriglia contro la Turchia. Il conflitto, che dura ancora oggi – dopo una tregua di due anni indetta da Ocalan nel 2013 dal carcere di Imrali dove sta scontando numerosi ergastoli – ha fatto più di 30 mila vittime. Nel 1987-1988, durante gli ultimi giorni del conflitto Iran-Iraq, Saddam Hussein diede inizio a un genocidio contro la popolazione curda che culminò nell’attacco chimico ad Halabja dove si registrarono almeno 5 mila vittime. Nel 1991, il presidente americano Bush appoggiò una nuova rivolta curda nel nord d el l’Iraq, repressa nel sangue da Saddam. Centinaia di migliaia di curdi furono costretti alla fuga sulle montagne al confine tra Turchia e Iraq, molti andarono a Sinjar dove vivevano già molti yazidi. Gli Stati Uniti imposero una no-fly zone per evitarne il bombardamento. L’ac – cordo è rimasto in vigore fino all’in – vasione americana dell’Iraq nel 2003. Il nord della Siria, al confine con la Turchia, chiamata Rojava che ha proclamato durante la guerra civile siriana una autonomia federalista democratica – non indipendente –basata sulla sui diritti umani sanciti dalle Convenzioni internazionali. Prima che l’e se rc it o turco invadesse lo scorso anno il cantone di Afrin e ora il resto del Rojava, qui si stava realizzando una rivoluzione socio-politica da molti analisti paragonano alla rivoluzione francese nel mondo occidentale. Il Contratto Sociale del Rojava è una carta costituzionale di una modernità senza paragoni. Appena oltre il confine orientale del Rojava, nel Kurdistan iracheno, solo i sostenitori del Puk, il partito patriottico fondato dal defunto Jalal Talabani, sono solidali con i curdi turchi e siriani. La divisione tra curdi è frutto del divide et imperadi romana memoria.
La nostra copertina dell’a ltroieri, sulla bozza del ministro della Giustizia per le manette agli evasori, non è piaciuta a Gad Lerner che è personcina sensibile e l’ha riprodotta su Twitter con un commento affranto: “Manette sbattute così in prima pagina, non c’è buona causa che giustifichi questa perversione. Con tutto quel che succede nel mondo… e ora datemi pure dell’amico degli evasori”. Sotto, comera prevedibile, una raffica di leggiadre contumelie al sottoscritto e al Fatto Quotidiano(i famosi “hater”e“o d i atori” che, quando odiano dalla parte giusta, diventano boccioli di rosa). Insulto per insulto, potremmo rispondere che è quantomeno inelegante, per un giornalista di un gruppo edito da due famiglie fiscalmente a dir poco discutibili, dare del pervertito a chi chiede che gli evasori vadano in galera, come in tutto il mondo civile. Ma non ci abbassiamo a tanto, anche perché non pensiamo che sia la sua frequentazione con editori-evasori a suscitare in Lerner cotanta repulsione per le manette a chi le merita. Non è un fatto personale, ma culturale. Che nasce nei due filoni del pensiero purtroppo dominante, molto diversi fra loro, ma accomunati dall’allergia al senso dello Stato e allo Stato di diritto, cioè per il principio di responsabilità: chi sbaglia paga e chi delinque viene punito. Il primo è quello da cui proviene Gad: quello dei gruppettari di ultrasinistra anni 60 e 70, così abituati a fuggire dalle forze dell’ordine e dai magistrati da non riuscire a liberarsene nemmeno dopo 40-50 anni. L’altro è l’impunitarismo dei ricchi e dei potenti, abituati a una giustizia di classe forte coi deboli e debole coi forti, ai quali Gad è estraneo, ma che nel suo mondo hanno pescato a piene mani per sostenere sui rispettivi giornali le loro battaglie contro la legge uguale per tutti. Queste due culture, che partono dagli antipodi ma si uniscono nella comune avversione alla legalità, si sono saldate negli anni del berlusconismo, quando molti ex-extraparlamentari di sinistra (che già flirtavano con Craxi per la sua guerra ai giudici) si ritrovarono al servizio di B.. Oppure, anche se stavano sulla sponda opposta (come Gad), invocavano continue amnistie e indulti, intimando alla sinistra di guardarsi dalla “via giudiziaria”: pareva brutto che un amico dei mafiosi, un frodatore e un corruttore di giudici, finanzieri, senatori, testimoni e minorenni finisse a processo e poi in galera. Ora, confidando nella smemoratezza sulle stragi politico-mafiose e sulle retrostanti trattative, insigni esponenti di quelle due culture applaudono insieme le sentenze di Cedu e Grande Chambre contro l’ergastolo “ostativo”. Quelle che regalano agli stragisti insperate aspettative di resurrezione. Naturalmente ciascuno è liberissimo di pensarla come gli pare. Ma è davvero paradossale che chi difende la legalità e lo Stato di diritto sia chiamato continuamente a giustificarsi dai sedicenti “garantisti” per il sol fatto di chiedere l’ap p l ic azione della legge. I “pervertiti”, caro Gad, non siamo noi: siete voi. Le manette sono uno strumento previsto dalle norme per assicurare alla giustizia i criminali: quelli di strada e quelli in guanti gialli e colletto bianco. Ti dirò di più: negli Stati Uniti, e non solo là, gli evasori e i frodatori fiscali, come i corrotti, i corruttori, i bancarottieri e i falsificatori di bilanci, vengono condannati a pene detentive molto pesanti, che regolarmente scontano nei penitenziari di Stato accanto ad assassini, stupratori, terroristi e trafficanti di droga, non solo con le manette ai polsi, ma anche con le catene ai piedi. Per evitare che scappino o che commettano altri reati (le manette salvano anche vite umane, come ha appena dimostrato la strage alla Questura di Trieste: i due agenti assassinati, se avessero ammanettato il ladro appena fermato, sarebbero ancora vivi). Ma anche perché servano di lezione a chi sta fuori, affinché gli passi la tentazione di delinquere. Perciò, non di rado, arrestati e detenuti – poveracci e white collar – vengono esibiti in manette e in catene: perché le pene, quando sono certe e vere, non finte come da noi, hanno una funzione deterrente prim’ancora che rieducativa. E quella rieducativa dipende anch’essa dalla certezza della pena: se uno sa di poter delinquere facendola franca, non si rieduca mai. Anzi si diseduca vieppiù. Quindi no, non penso affatto che Lerner abbia orrore per le manette perché sia un evasore o un amico degli evasori. Penso che Gad e quelli come lui non abbiano senso dello Stato e non abbiano ancora introiettato il principio di responsabilità che regge lo Stato di diritto, cioè l’unica forma di convivenza civile che trattiene i cittadini dal farsi giustizia da soli come nel Far West. Non vorrei beccarmi altri tweet e insulti. Ma confesso che mi prudono le mani quando ogni anno pago fino all’ultimo euro di tasse e poi penso che, grazie al centrosinistra e al centrodestra, milioni di evasori vivono alle mie spalle senza mai rischiare la galera. E neppure un’indagine, se hanno cura di non superare le soglie di impunità gentilmente offerte nel 2015 da Renzi & C.: 250 mila euro di omesso versamento Iva; 1,5 milioni non dichiarati di frode fiscale; 150 mila euro di dichiarazione infedele; 10% di false valutazioni; 50 mila euro di omessa dichiarazione. Ecco, io questi ladri vorrei vederli in manette (e magari pure in catene), come accadrebbe se queste somme, anziché all’e r ario, le rubassero in un portafogli, in una borsetta, in un’a b i t azione, in una banca, in un negozio. Solo le manette possono spaventare gli evasori fino a indurli a rinunciare ai loro enormi guadagni per versare il dovuto allo Stato. Quindi continuerò a pubblicare manette in prima pagina finché non troverò un governo che tratta tutti i ladri allo stesso modo. O lascia rubare tutti, o non lascia rubare nessuno.
Il premier Giuseppe Conte, il ministro all’agricoltura Teresa Bellanova, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. Il forum annuale della Coldiretti, come ogni anno, chiama a raccolta sul Lago di Como i big della politica. La moderna agricoltura è del resto diventata un tema unificante per pensare a un futuro diverso. Tant’è, che l’applauso più forte il presidente del Consiglio lo raccoglie quando mette assieme sotto lo stesso cappello della parola agricoltura i termini economia ed ecologia. E proprio a Cernobbio il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci avvia la sottoscrizione del “Manifesto per un mondo più civile, sicuro, gentile”. Tra i primi firmatari anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, l’ad di Enel Francesco Starace e padre Enzo Fortunato del Sacro Convento di Assisi. «Dobbiamo lavorare – aveva appena detto il premier Conte – allo sviluppo di modelli rurali sostenibili, nel senso di coesione sociale e resilienza, coniugando tradizione e innovazione perché nell’agricoltura c’è tutto questo: ci sono le nostre radici culturali e c’è anche uno sguardo al futuro». LE TENSIONI Intanto c’è un presente denso di nubi. A partire, ovviamente, dal rischio degli imminenti dazi che gli Usa potrebbero imporre dal 18 ottobre alle produzioni europee. La black list del dipartimento del Commercio statunitense minaccia di colpire con dazi del 25% il Made in Italy a tavola (prodotti lattiero caseari, salumi, agrumi, succhi e liquori) perun valore dicirca mezzo miliardo di euro. «Guardiamo come stanno rallentando le analoghe tensioni Usa-Cina e speriamo – ha affermato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – che i dazi Usa-Ue non siano mai applicati e per questo ènecessario aprire subito la trattativa a livello comunitario e nazionale». Venerdì sera, laministra all’Agricoltura avevacomunque preso l’impegno di proporre la prossima settimana ai suoi colleghi europei di «creareun fondodi prevenzione e compensazione ancora prima che i danni ci siano». L’ex ministro Paolo De Castro, oggi deputato europeo, ha indicato lo strumento da applicare: la riserva di crisi. «Non è stato mai utilizzato – ha spiegato ai delegati Coldiretti – per situazioni emergenziali come la guerra dei dazi». Il commissario designato all’Agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, si sarebbe detto disponibile all’idea di incrementare il fondo fino a 1,5 miliardi, utilizzandolo, ad esempio, anche per l’attivazione di fondi mutualistici per la gestione del rischio in agricoltura e stoccaggio diprodotti eccedenti. Altra battaglia di Coldiretti, quella sulla etichettatura. Ieri è stato raggiunto – con 1,1 milioni di firme – lo storico obiettivo della petizione europea per chiedere alla Commissione Ue di estendere l’obbligo di indicare l’origine in etichetta a tutti gli alimenti. “Mangia originale, smaschera il tuo cibo” è lo slogan della campagna contro i cibi falsi. Battaglia in linea con la denuncia sui rischi connessi ai cibi di importazione. Nel 2019 – secondo Coldiretti – in Italia è scoppiato più di un allarme alimentare al giorno,perun totale di ben 281 notifiche inviate all’Unione Europea fino a ieri: 124 provenivano da altri Paesi UE e 108 da Paesi extracomunitari. In altre parole – precisa la Coldiretti – oltre quattro prodotti su cinque più pericolosi per la sicurezza alimentareprovengono dall’estero.
Vicepresidente Ermini, il plenum del Csm è stato integrato con l’elezione dei giudici Di Matteo e D’Amato. Ritiene rimarginata la profonda ferita inferta dallo scandalo Palamara e dall’inchiesta di Perugia sul tentativo di pilotare le nomine di alcuni procuratori? «No, ancora no, c’è da lavorare ancora parecchio. E il passato non si può e non si deve dimenticare. Ciò che è accaduto deve essere un monito. E poi, sotto l’aspetto numerico, dobbiamo integrare il giudice di merito e provvedere alla nomina, spero prima di dicembre, del nuovo procuratore generale presso la Cassazione». Dunque la questione morale non è ancora alle spalle. «Va affrontata quotidianamente. La questione morale si supera con una tensione etica e morale continua, di pari passo al nostro lavoro». Lei ha detto: «Il Csm non va normalizzato». Cosa intende? «Il Csm e la magistratura sono apparsi deboli all’opinione pubblica a causa delle note vicende. Ma non ritenevo e non ritengo giusto che gli altri poteri dello Stato, in particolare il potere legislativo, possano approvare delle norme che potrebbero diminuire la funzione che la Costituzione assegna e prevede per il Consiglio superiore». Ha chiesto «un cambio di passo» al Csm. In concreto? «Ho chiesto che le correnti si limitino a svolgere un lavoro di valorizzazione degli ideali e delle posizioni tecnico-giuridico-scientifiche-valoriali, interpretando i diversi modi di concepire il lavoro dei magistrati. Ma se le correnti agiscono per proporre esclusivamente i loro candidati, al di là delle valutazioni di merito, ciò è inaccettabile. E’ un metodo che non deve più esistere e che va cambiato». Insomma, i magistrati una volta eletti si devono spogliare delle rispettive casacche? «Esattamente. Del resto lo dice anche la Costituzione: nel momento in cui un giudice entra nel Csm non deve rispondere a chi lo ha eletto. Non esiste alcun rapporto fiduciario. Chi viene eletto nel Csm deve rispondere solo alla legge e alla Costituzione: non si deve scegliere in base alle appartenenze, si deve scegliere il migliore. E se qualcuno questa idea non ce l’ha ancora in testa, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per renderla chiara e indiscutibile. Tanto più che, non essendoci la rielezione, chi entra nel Csm è un uomo libero che non deve cercare consenso. Per la stessa ragione nelle varie votazioni non devono esistere maggioranze precostituire in base all’appartenenza correntizia o politica». Però il sostegno delle correnti è decisivo per entrare nel Csm, non è perciò semplice spezzare il cordone ombelicale… «In questo Paese bisogna mettersi in testa che esistono le istituzioni e che tutti facciamo parte delle istituzioni. Ci deve essere un senso civico e valoriale che deve prescindere dall’appartenenza a una corrente o a un partito». Queste sono belle parole e belle intenzioni, ma ha individuato un modo per debellare e sterilizzare l’influenza delle correnti? «Ci sto provando. E devo dire che finora ho trovato nei consiglieri una buona rispondenza. Bisogna però che i consiglieri non si sentano pressati dalle correnti e che le correnti evitino di fare pressioni». Per la riforma del Csm, il Guardasigilli Bonafede propone il sorteggio. Cosa ne pensa? «E’ fortemente dubbia la sua costituzionalità, in quanto negherebbe l’elettività e la rappresentatività previste dalla Carta. Sarebbe una sorta di normalizzazione. Cambiamo piuttosto il sistema della rappresentatività: passiamo dal collegio unico nazionale, in cui inevitabilmente le correnti hanno un peso, a piccoli collegi per valorizzare il rapporto tra magistrati e territorio. Così facendo emergerebbero i giudici più bravi e stimati, indipendentemente dall’appartenenza». Dopo lo scandalo Palamara, è stata interrotta la procedura di nomina del procuratore capo di Roma. Quando pensa che verrà scelto il successore di Pignatone? «Il 22 e il 24 ottobre ci saranno le audizioni dei candidati, cosa che avevo chiesto nel maggio scorso ma mi venne negata. Dopo di che avvieremo le discussioni per la nomina che avverrà in tempi brevi, spero entro la fine di gennaio». Quali garanzie si sente di offrire che questa nomina, come quelle dei procuratori di Torino e Perugia, avvenga inmodo limpido ed esclusivamente in base almerito? «Rispetteremo l’istruttoria in modo chiaro, limpido e trasparente, esaminando i profili dei singoli candidati con grande attenzione. Ciò che è accaduto in passato, non accadrà più. Il Csm deve essere una casa di vetro». Dal primo gennaio verrà cancellata la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Il Pd chiede che prima vengano fissati tempi certi per la durata dei processi. E’ d’accordo? «L’approvazione delle leggi appartiene al Parlamento, dunque non ho titolo per intervenire in questa discussione. Il Csm aveva già espresso il proprio parere, a titolo personale affermo che abolire la prescrizione, senza che prima siano stati introdotti strumenti per rendere rapida e certa la durata dei processi, sarebbe sbagliato. A farne le spese sarebbero i cittadini: non solo gli imputati, ma anche le parti offese che non possono attendere anni e anni prima di avere una sentenza. Del resto è la Costituzione a parlare di durata ragionevole dei processi. I processi infiniti sono una negazione del diritto». Se i processi durano tanto la responsabilità è anche dei magistrati. O no? «Il problema è che non ci sono strutture e risorse. Oltre alle buone leggi bisogna dare ai magistrati gli strumenti, il personale, le aule, per svolgere i processi e smaltire gli arretrati». Bonafede nelle sue linee guida ha fissato in 4 anni la durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio. E’ un proposito velleitario? «No, è giusto. Bisogna però, come dicevo, potenziare Procure e Tribunali, decidersi una volta per tutte a stanziare le risorse necessarie». Cosa ne pensa dell’uso del Trojan per le intercettazioni? «Le intercettazioni come strumento investigativo non vanno ridotte: servono a smascherare chi compie i reati. Il problema è la loro diffusione: chi gestisce le intercettazioni, a chi vanno in mano, cosa va a finire nel fascicolo del dibattimento, ciò che può essere diffuso e come si tutela la privacy delle persone che nulla hanno a che fare con il processo ma che finiscono ugualmente per essere distrutte». Lei in questimesi ha spesso ha ringraziato Mattarella per il sostegno. Il capo dello Stato svolge inmodo effettivo, e non solo formale, il ruolo di presidente del Csm? «Il capo dello Stato segue con grande attenzione, quasi quotidiana, il lavoro del Consiglio. E nei momenti di grande difficoltà a me e ai consiglieri, che ringrazio, Mattarella ha dato una grande spinta e una grande fiducia. E’ stato un faro e, direi, anche uno scudo».
Sul fine vita arriva la prima proposta rosso-gialla dalla nascita del nuovo governo. Ed è anche la prima proposta dopo la decisione della Corte costituzionale di ritenere «non punibile» chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile». Tra una decina di giorni arriveranno le motivazioni della Consulta, ma intanto a palazzo Madama gli esponenti della maggioranza che sul tema hanno una posizione unitaria si sono coalizzati. Regista dell’operazione la dem Cirinnà. I vertici della Camera e del Senato non hanno deciso se ripartire dal testo già incardinato nelle commissioni di Montecitorio e allora nell’impasse generale, che ha contraddistinto il Parlamento incapace nei mesi scorsi di legiferare sulla materia, la senatrice del Pd ha redatto un testo che ricalca la sentenza del 25 settembre scorso. La proposta porta anche la firma del renziano Nencini, del pentastellato Mantero, della De Petris per LeU, della ex M5s Nugnes e di altri senatori del Pd come Rampi e Cerno. Un malato terminale, capace di intendere e di volere, può chiedere l’aiuto medico a morire quando è in stato di irreversibilità. Si sancisce che l’aiuto al suicidio – contemplato dall’articolo 580 del codice penale che prevede pene tra i 5 e i 12 anni di carcere – può quindi non essere punibile a «determinate condizioni». E allo stesso tempo si introduce «la possibilità di formulare obiezione di coscienza da parte del medico e del personale sanitario» garantendo in ogni caso la terapia del dolore e la somministrazione delle cure palliative. LE POSIZIONI «Su questa materia ovviamente si dovrà mediare ma non si possono fare trattative sul principio. Del resto – osserva la Cirinnà – il 70% degli italiani la pensa come la Corte costituzionale». La dignità di morire, dunque. «Il legislatore – si sottolinea nel testo – non è chiamato a dare la morte, né a rinunciare all’obbligo di prendersi cura di ogni persona malata. Piuttosto è chiamato a confrontarsi, con umiltà, con le forme che può assumere – nella concretezza delle situazioni di vita – la dignità personale, riconoscendola con rispetto». In quest’ottica – questa la premessa – «mettendo al centro la persona del malato e la sua libertà di scelta, il presente disegno di legge non fa altro che disciplinare – con le opportune garanzie – la possibilità di consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo “corrispondente alla propria visione della dignità delmorire”». Nell’articolo 1 della Pdl si modifica il primo comma dell’articolo 580 del codice penale, differenziando le pene comminate per le due diverse fattispecie di istigazione e aiuto al suicidio. «Nel caso di paziente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, è consentita – questa poi l’aggiunta all’articolo 2 della legge 22 dicembre 2017 – su richiesta del paziente» la somministrazione di farmaci idonei «a provocarne rapidamente e senza dolore la morte». Si include «nella disciplina dell’aiuto medico a morire anche quei pazienti che, sebbene non tenuti in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (come ad esempio la ventilazione artificiale), siano comunque affetti da patologie gravi e irreversibili, fonte di sofferenze fisiche o psichiche intollerabili». La somministrazione dei trattamenti è consentita «anche presso il domicilio del paziente, unicamente nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, da parte di personale medico e sanitario che non abbia formulato al riguardo obiezione di coscienza». Nella proposta di legge si punta ad introdurre anche il principio della retroattività. La causa di non punibilità non si limita al solo delitto di cui all’articolo 580 del codice penale, ma «include anche i delitti di cui agli articoli 575 (omicidio), 579 (omicidio del consenziente) e 593 (omissione di soccorso) ed è formulata in modo tale da valere anche per il passato». Insomma non è punibile per i delitti chi «anche prima della data di entrata in vigore della presente legge, abbia direttamente o indirettamente cagionato, su sua richiesta, la morte di una persona nelle condizioni» di irreversibilità. Ovviamente la partita in Parlamento è soltanto all’inizio e i firmatari della legge dovranno vedersela con il fronte cattolico, trasversale ai partiti, e pronto a dare battaglia.
È il finale schioppettante di un’auto celebrazione entusiasta, che ha coinvolto ministri, sottosegretari, il presidente della Camera e il vice presidente del Senato. Il movimento 5 Stelle diventato forza di governo celebra i suoi dieci anni di vita e lo fa a Napoli, dove già nel 2005 fu costituito il primo meet up grillino. Nel grande palco dell’Arena flegrea alla Mostra d’oltremare, allestito con una scenografia nera e grigia e due schermi, ecco Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte. A loro spetta chiudere il primo giorno di festa, dinanzi a molta gente che è lì anche per il concerto di Eugenio Bennato, Lucariello, Maurizio Capone, che inizierà subito dopo. Per il presidente del Consiglio, c’è la passerella nei viali d’accesso, come era stato già nel pomeriggio per Di Maio e per il presidente della Camera, Roberto Fico, tra richieste di selfie e cori di simpatizzanti. L’alleanza con il Pd e la crescita di un Movimento «post ideologico» che diventa partito sono i temi dominanti. IL MOVIMENTO Di Maio entra in scena, introdotto da una band rock. Si muove sicuro, viene interrotto da un gruppetto di giovani che urlano «No alle armi alla Turchia» e lui non si scompone, ma si appropria del loro slogan, rassicura che condivide le loro richieste. Poi fa un bilancio in positivo di dieci anni, indica i risultati raggiunti al governo, fiero soprattutto del taglio dei 345 parlamentari e del reddito di cittadinanza. Accenna al libretto giallo di cartone, consegnato con il biglietto agli spettatori: «Ci sono indicati i nostri obiettivi, ognuno di voi potrà spuntarli man mano che li raggiungiamo, lo faremo insieme». Ma spiega con chiarezza che, dopo dieci anni, il Movimento, nato dall’intuizione di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, deve fare un salto di qualità organizzativa. Dice: «Siamo diventati forza di governo e dobbiamo avere una rete organizzativa sul territorio. Lo preciserò a chiusura di questa festa, coinvolgeremo 80 persone che, a livello regionale e nazionale, contribuiranno a far crescere il Movimento». Da movimento a partito, come dimostrato da una festa che non ha nulla da invidiare a quella dei partiti della prima Repubblica, con gadget, punti ristoro, gazebo. Proprio sui territori locali e le prossime elezioni regionali con la possibile alleanza con il Pd, Di Maio replica all’invito di Nicola Zingaretti e dice: «I patti regionali e nazionali con il Pd non sono all’ordine del giorno». Eppure, Beppe Grillo, che è a Napoli ma non interviene sul palco, fa sentire il suo pensiero proprio sull’alleanza con il Pd. Bacchetta chi tra i 5 Stelle, come Di Maio, esita sui patti regionali: «Stop ai piagnistei sulle alleanze con il Pd, non voglio che rimanete qui a dire sempre Pd. Fanculo a voi, stavolta, non avevamo scelta. Cambia il mondo e noi ancora qui con onestà, onestà». Anche Roberto Fico non mostra alcuna nostalgia per il passato: «Dobbiamo guardare avanti, la strada di una organizzazione nuova con più collegialità è molto importante». Del progetto farà parte il premier Giuseppe Conte? Di Maio lo invita sul palco e giù gli applausi, i cori. Conte smentisce di voler formare un suo partito «perchè ci sono già molti soggetti politici», ma sulla sua iscrizione a un meet up 5 Stelle dice soltanto: «Lavoro benissimo con il Movimento e considero le esperienze dei meet up molto felice, perchè sono focolai di partecipazione dal basso».
Aby Ahmed, premier dell’Etiopia, ha ricevuto il Nobel alla pace perché incarna il sogno liberale che un solo uomo possa trasformare una dittatura in una democrazia nel rispetto dei diritti umani. La lista dei meriti elencati dal comitato che gli ha conferito il premio è lunga. Ahmed ha posto fine alla guerra con l’Eritrea e allo stato d’emergenza che soffocava le libertà individuali. Ha concesso l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, ha sospeso la censura sui media e ha anche accresciuto il ruolo delle donne nella vita pubblica. Non ultimo, ha promesso che le risorse saranno distribuite non più in base alla fedeltà verso il governo, ma al principio che tutti gli etiopi hanno eguale diritto a una vita dignitosa. Tuttavia, non è detto che il processo di democratizzazione avrà successo. Nella società etiope covano forze mortifere che potrebbero ricondurre il Paese al suo passato autoritario. Lo stesso Ahmed è già scampato a un tentativo di assassinarlo: il 23 giugno 2018 una bomba al suo passaggio, tra la folla di Addis Abeba, ha ucciso due persone e ferito più di cento. Ecco perché i critici affermano che il Nobel alla pace gli è stato assegnato con troppo anticipo. A riconoscerlo è stata la stessa presidente del comitato norvegese, Berit Reiss-Andersen, la quale ha spiegato che il premio rappresenta più un incoraggiamento a fare meglio che un riconoscimento per ciò che è stato fatto bene. L’uso del premio Nobel per influenzare la politica internazionale a fin di pace è in uso da tempo e merita attenzione. Obama ne beneficiò pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca. Purtroppo, non rappresenta un precedente di successo. Obama bombardò Gheddafi nel 2011, svolgendo un ruolo fondamentale nella trasformazione della Libia in un inferno. Obama tradì il premio ricevuto in una seconda occasione, sempre nel 2011. Il 15 marzo scoppiava la rivolta in Siria, alimentata dall’esterno da una coalizione di Paesi guidata proprio da Obama, che ambiva al rovesciamento di Bassar al Assad per sostituirlo con un presidente filo-americano. Così facendo, Obama e i suoi alleati costrinsero Putin a intervenire per proteggere le basi militari che la Russia possiede da decenni sulla costa della Siria. Obama fu sempre contrario a ipotesi di pace con Assad e, dunque, di accordi con Putin. Il suo atteggiamento fu oltranzista. Obama sosteneva che la guerra sarebbe dovuta andare avanti fino a quando Assad non avesse rassegnato le dimissioni. Il problema è che questa richiesta era la negazione di ogni ipotesi di pace, a causa dei rapporti di forza, troppo favorevoli a Putin, per almeno due ragioni. La prima è che Putin poteva inviare l’esercito in Siria nel rispetto del diritto internazionale, visto che il suo intervento era richiesto dal governo di Damasco. La seconda è che l’Iran e le milizie sciite di Hezbollah si unirono ai russi, creando una coalizione troppo potente. Quanto alla guerra in Afghanistan, proseguì sotto Obama, il quale vide scoppiare anche la guerra in Yemen, voluta dall’Arabia Saudita, che ricevette forniture militari per cifre impressionanti, sempre da Obama. Le date non lasciano scampo. Obama tenne il suo ultimo discorso in favore della pace all’assemblea generale delle Nazioni Uniti, a New York, il 20 settembre 2016. Il giorno dopo, il Senato americano s’infuocava intorno alla decisione di vendere armi all’Arabia Saudita per un valore di 1,5 miliardi di dollari, inclusi 150 carri armati Abrams, spaventose macchine di morte cingolate. E questo è niente perché, alla data del settembre 2016, Obama aveva già venduto armi per 100 miliardi di dollari ai sauditi, che avevano iniziato i bombardamenti contro le milizie sciite degli Houthi in Yemen nel marzo 2015: dati forniti dal comando centrale degli Stati Uniti. Obama era stretto in unamorsa. Essendo il promotore degli accordi con l’Iran, era accusato dai Paesi del Golfo di averli abbandonati. L’Arabia Saudita affermava che l’Iran, nemico acerrimo, arricchendosi con il ritiro delle sanzioni, avrebbe reso più potente il proprio esercito, e Obama concesse le armi per difendersi dall’accusa di “tradimento”. La sociologia, basandosi sull’osservazione della realtà, non lascia scampo alla retorica: Obama predicò la pace, ma oggi sarebbe difficile giustificare quel Nobel. L’augurio è che Ahmed possa fare meglio affinché gli storici non debbano giudicare “frettoloso” anche questo premio.
I grandi cambiamenti dell’economia globale non stanno ancora mettendo in gioco il ruolo del dollaro nel mondo. Vi sono tuttavia segnali per cui, negli ultimi anni, la moneta americana fatica a mantenere l’ “esorbitante privilegio” che le si attribuiva. In primo luogo sono mutati i rapporti di forza: nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti rappresentavano il 45% del commercio mondiale mentre ora sono sotto la soglia del 15%, con un deficit della bilancia valutaria di oltre mille miliardi di dollari. Un deficit che non accenna a calare nonostante le politiche protettive del presidente Trump. Tutto questo non significa che ci si trovi di fronte a un radicale cambiamento del sistema monetario internazionale, non si può tuttavia trascurare la crescente insicurezza nei confronti del dollaro dovuta non solo all’imprevedibilità della politica americana, ma anche al fatto che le sanzioni che gli Stati Uniti applicano nei confronti dei Paesi con i quali hanno tensioni politiche si fondano in modo crescente su vincoli e limitazioni all’uso del dollaro come mezzo di regolazione finanziaria. Il primo passo verso la diversificazione delle riserve rispetto al dollaro si è, negli scorsi mesi, tradotto in un generale e diffuso aumento degli acquisti di oro. Lo hanno fatto la quasi totalità dei Paesi, dall’India alla Turchia fino alla maggioranza degli europei. Per non parlare della Cina che, negli ultimimesi, ha acquistato 100 tonnellate di oro. Non si tratta di una rivoluzione, ma della dimostrazione di un crescente malessere nei confronti di chi svolge il ruolo maggiore nella gestione del sistema monetario internazionale. Allo stesso tempo la Cina sta alleggerendo progressivamente la quantità di buoni del tesoro americani nel proprio portafoglio, mentre la Russia ha ormai completato la vendita di tali titoli in proprio possesso, acquistando massicciamente valuta cinese e aumentando la quota di euro, che raggiunge ora quasi il 40% delle sue riserve valutarie. Riguardo al comportamento della Russia desta un’attenzione ancora maggiore la decisione di Rosneft, un’azienda gigante che produce 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno, di utilizzare l’euro e non più il dollaro nelle sue transazioni internazionali. Anche se a livello mondiale le riserve in dollari rimangono superiori al 60% del totale, mentre l’euro si ferma al 20%, negli ultimi due anni le riserve in dollari nei forzieri delle banche centrali sono calate del 4%. Non si tratta ancora di un’inversione dei rapporti di forza ma i movimenti in corso sono sufficienti per indicare una tendenza verso nuovi equilibri. È infatti opportuno sottolineare che per lamaggioranza dei responsabili della gestione delle riserve monetarie la diversificazione del rischio costituisce un obiettivo fondamentale e che, se questo obiettivo non è stato ancora raggiunto, lo si deve soprattutto alle mancanze di noi europei. Non posso infatti dimenticare come negli incontri bilaterali fra Cina e Unione Europea, negli anni in cui si stava costruendo l’euro, il Presidente cinese ripeteva che la strategia del suo paese era quella di avere in portafoglio dollari e euro in pari quantità. Questo avrebbe preparato il passaggio da un sistema monopolare ad un sistemamultipolare, nel quale «vi sarebbe stato un posto d’onore anche per il renminbi». Egli vedeva infatti nell’affermazione dell’euro un riequilibrio del mondo e, di conseguenza, unmaggiore spazio per la Cina. La crisi economica e le divisioni europee hanno impedito di mettere in atto questo processo che, anche se con i limiti che abbiamo illustrato, ritorna tuttavia ad essere ipotizzabile per effetto della nuova politica americana sull’uso del dollaro. All’euro, dato per moribondo, si aprono invece nuove prospettive, anche perché esso rimane ancora l’unica robusta alternativa al dollaro, data la minore rilevanza della sterlina e dello yen giapponese e data la difficoltà del rublo o del renminbi di ricoprire un ruolo internazionale, in quanto ancora gestiti direttamente dalle autorità russe o cinesi. In conseguenza di questi eventi si è aperto uno spazio che prima non esisteva. Per mettere in atto il passaggio verso il multipolarismo monetario occorre ovviamente un’Europa meno litigiosa, più solidale e finalmente capace di costruire, anche se con la necessaria lentezza, una politica economica sufficientemente forte da avere rilevanza internazionale. Penso tuttavia che la nomina della signora Lagarde alla presidenza della Banca Centrale Europea abbia un riflesso importante per raggiungere questo obiettivo. Ella infatti, nel suo precedente ruolo di responsabile del Fondo Monetario Internazionale, ha molto operato per allargare la cooperazione monetaria internazionale, ammettendo lamoneta cinese a fare parte del paniere delle valute che partecipano ai così detti Diritti Speciali di Prelievo, anche se non ne possedeva tutti i requisiti necessari. Non dimentichiamo inoltre che la signora Lagarde appartiene alla Francia, al Paese cioè che, da de Gaulle a Giscard d’Estaing, ha sempre avuto come obiettivo il contenimento «dell’esorbitante privilegio» del dollaro. Tenendo però sempre presente che, per raggiungere questo contenimento, occorreranno molti anni e molta saggezza politica.
Nel 1957, nel libro Maccheroni & C., Giuseppe Prezzolini scriveva di avere «letto molti libri di professori nonché di professoresse sull’influenza dell’Italia e della cultura italiana in America, pubblicati da rispettabilissime case editrici e tutti ben documentati sulla fama di Dante Alighieri e sulle traduzioni che ha subito e sui commenti che da questa parte dell’oceano gli hanno inflitto; ma, domando io, che son un professore poco professorale, che cos’è la gloria di Dante appresso a quella degli spaghetti?». L’opera di Dante, proseguiva Prezzolini, «è il prodotto d’un singolare uomo di genio, mentre gli spaghetti son l’espressione del genio collettivo del popolo italiano». Paradossale e pungente, idealista e realista come pochi, l’autore del caustico Codice della vita italiana coglieva ancora una volta nel segno. Gli «spaghetti» sono simbolo e specchio della nostra identità. Tanto più, verrebbe da aggiungere e specificare, «gli spaghetti al pomodoro». Eppure né gli spaghetti né il pomodoro sono propriamente italiani, i primi provenienti dal Medio Oriente, il secondo dal Nuovo Mondo, giunto in Europa nel Cinquecento al seguito dei conquistatori spagnoli. Eppure è altrettanto vero che quando si dice «spaghetti al pomodoro» tutto il mondo pensa all’Italia. Alle avventurose, affascinanti e golose vicende degli spaghetti al pomodoro è dedicato il libro Il mito delle origini di Massimo Montanari, storico del medioevo e dell’alimentazione, tra i più sagaci saggisti odierni. In omaggio a Marc Bloch, «il più grande storico europeo del Novecento», Montanari ripercorre le tappe degli spaghetti al pomodoro, motivo e pretesto per riflettere sulla storia e in particolare su una parola e un concetto ora molto di moda: il mito, appunto, delle «origini». Dalla storia all’antropologia, Montanari contesta «la prospettiva idolatrica» che spesso oggi «assume la nozione di “origine”, che finisce per acquisire un valore di garanzia – quasi ontologica, per così dire – della natura e della stessa qualità del prodotto. Origine diventa di per sé un valore». Il libro di Montanari ha il piglio del pamphlet illuministico, mosso e sostenuto da urgenze morali e civili. La «breve storia degli spaghetti al pomodoro» mostra l’insussistenza di soluzioni meccaniche e deterministiche, di percorsi obbligatori e unidirezionali. Al contrario essa mette in evidenza gli sviluppi di libertà che ogni storia ha in sé, le possibilità imprevedibili, gli intrecci e le scelte che cambiano traiettorie abituali. Nel vocabolario corrente, scriveva Bloch, «le “origini” sono un cominciamento che spiega. Peggio ancora: che è sufficiente a spiegare»: qui, afferma Montanari, «sta l’ambiguità, qui il pericolo: confondere una filiazione con una spiegazione. Perché una ghianda non è una quercia». Questo è lo sfondo sul quale Montanari si fa narratore di una delle più note e appetitose ricette universali. Tante le precisazioni e le smentite di luoghi comuni, tra cui la necessità di «ribadire l’estraneità della Cina alla storia “occidentale” della pasta», per la quale «l’impronta araba» fu invece decisiva. Per il pomodoro, giunto come molti altri prodotti familiari dalle Americhe (basti pensare alle patate e ai peperoni), fu Pellegrino Artusi (di cui l’anno prossimo sarà il bicentenario della nascita) che tra Otto e Novecento nel libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene diffuse «nel paese la consuetudine “meridionale” di condire la pasta con la salsa di pomodoro, la cui ricetta è introdotta dal curioso aneddoto di un prete di Romagna «che cacciava il naso dappertutto e, introducendosi nelle famiglie, in ogni affare domestico voleva metter lo zampino». Sta di fatto che la ricetta degli spaghetti al pomodoro non ha una paternità e un’età precisa, appartiene, come giustamente sottolineava Prezzolini, al «genio collettivo del popolo italiano». Ed è cresciuta nel tempo, dall’incontro e dall’incrocio di prodotti di epoche diverse, da combinazioni inattese. È il frutto di una disponibilità alla conoscenza reciproca, di una curiosità sorridente e senza prevenzioni. «Questa piccola grande storia», conclude Montanari, «ci ha mostrato – nella concretezza di un piatto di spaghetti – che l’identità non corrisponde alle radici»; e «più andiamo a fondo nella ricerca delle origini» più scopriamo che le «radici si allargano» e che «cercare le origini di ciò che siamo» è incontrare «gli altri che vivono in noi». È un messaggio chiaro e aperto, utopico e concreto, di straordinaria fiducia nel futuro, insolito in questi tempi ristretti e avari. Fatte le dovute differenze, è una prospettiva salutare non lontana da quella della «filosofia degli spaghetti» enunciata da Prezzolini, secondo il quale un piatto di buona pasta assume il valore di un attimo assoluto di felicità, un fiammifero che illumina per un momento la spessa tenebra in cui viviamo. Pertanto, egli sigla, «in questo mondo anche il piatto di spaghetti che abbiamo sulla tavola è importante quanto una dottrina filosofica».