«Io sono orgoglioso di aver salvato 147 milioni di euro del Vaticano che loro erano pronti a bruciare in Angola, altro che finanziere oscuro! E in ogni caso, sono disposto a ricomprarmi il palazzoaLondra allo stesso prezzo cui gliel’ho venduto». Raffaele Mincione, 54 anni, finanziere di Pomezia, da tre decenni in Gran Bretagna, racconta la sua versione sullo scandalo dell’investimento nel palazzo al 60 di Sloane Avenue, realizzato con il fondo Athena Global Opportunities, nel quale la Segreteria di Stato ha versato buona parte dell’Obolo di San Pietro. È l’affare finito nella bufera per presunti sprechi o giri di denaro non chiari, al centro di un’inchiesta della magistratura del Papa. Mincione è noto in Italia: nel 2011 scala la Popolare di Milano, poi punta su Mps, quindi entra in Carige e in altre società in Borsa. «Il Vaticano era l’unico investitore del fondo Athena con 147 milioni di euro», rivela. «Solo io investivo insieme con loro nel palazzo, al 55%». Il fondo è comparso anche nelle scalateaCarige, Retelit (telecomunicazioni) e Tas (pagamenti digitali). In Vaticano sapevano come investiva i loro soldi? «Sapevano tutto: circa 80 milioni vanno nel palazzo, circa 65 in altri investimenti, come quelli che ha detto lei. Mandavo report mensili e 3-4 volte l’anno ne andavo a parlare in Segreteria di Stato». Ma come entra in contatto con loro? «A ottobre 2012 mi dicono che Credit Suisse ha un’operazione da fare in Angola. Vado a Canary Wharf, riunione con 3-4 banchieri tra i quali Enrico Crasso, responsabile dei soldi del Vaticano. Il Vaticano, mi spiegano, vuole investire 200 milioni di dollari in una società angolana, Falcon Oil, che ha il 5% dei diritti per costruire una piattaforma petrolifera offshore con Eni e Sonangol. Il proprietario è un importante imprenditore, Antonio Mosquito, amico di monsignor Angelo Becciu, già nunzio apostolico in Angola e allora sostituto alla Segreteria di Stato. Facciamo un incontro anche in Vaticano». Perché si rivolgono a lei? «Conosco tutti sulla piazza. Le banche non volevano farla per i molti rischi. A me l’operazione non piaceva fin dall’inizio, troppo esposta al prezzo del petrolio». Ma lei aveva tutto l’interesse a che non si facesse l’affare: aveva un palazzo da piazzare… «Anche al segretario di Becciu, monsignor Alberto Perlasca, non piaceva. Gli ho detto: volete raddoppiare i soldi? Vi propongo un mio palazzo al centro di Londra, a un chilometro da dove abito. Quando esco di casa lo vedo. Altro che Angola in mezzo al mare…». Ma scusi, il palazzo gliel’ha venduto lei e ha continuato a gestirlo. «Il progetto era cambiare destinazione d’uso da uffici a residenziale, alzare due piani e rivendere a 600-700 milioni di sterline. Ecco, guardi le carte!». Quando ha incassato in commissioni? «Il 2% all’anno, 16 milioni. Tutto scritto nel prospetto». Ma perché il palazzo non ha reso? «Perché ci mettiamo tre anni e mezzo, fino a dicembre 2016, per avere il cambio di destinazione d’uso. Nel frattempo avevamo ridotto di tre quarti il prezzo degli affitti: in cambio gli inquilini si impegnavano a lasciare gli uffici in tre mesi, per poter cominciare subitoilavori. È una prassi. Ma a giugno arriva Brexit e la sterlina crolla. Loro erano esposti alla sterlina e hanno perso tanto sui cambi. Ma io che c’entro?». Ma se l’affare era così buono, perché chiuderlo? «Non lo so. So che a giugno 2018 Becciu lascia l’incarico e arriva Edgar Peña Parra. Perlascaeil funzionario Fabrizio Tirabassi cominciano a lamentarsi che c’è un buco, che non rende… Ma patrimonialmente non c’è un buco: se ristrutturi, raddoppi il valore; gli affitti a prezzo pieno, rende il 4%, 14 milioni di sterline. Sempre meglio dell’Angola, che valeva zero! Comunque, a novembre accetto la transazione: che faccio, mi metto contro la Chiesa? Loro prendono il 100% del palazzo, io il resto. E mi danno 44 milioni di conguaglio». Il palazzo non rende e loro lo vogliono tutto? Non suona… «Ma mica gliel’ho chiesto io! Dissero che se il Vaticano possiede un palazzo al 100% è esente da tasse. C’era la possibilità che un governo Corbyn cambiasse la situazione, era un rischio che non volevano correre. Poi sembrava che avessero un compratore… Ma ci hanno guadagnato comunque». Come? «Allora: hanno messo 147 milioni nel 2014 e ora ci hanno dato 44 milioni. C’è un mutuo da 130 milioni. Tutto il palazzo dunque è costato 320 milioni di euro, cioè 287 di sterline. Con gli affitti a prezzo pieno, il palazzo vale 390 milioni di euro: 390 meno 320 fa 70. Cioè hanno investito 147 milioni e quattro anni dopo ne hanno 70 milioni in più». Sì, ma sulla carta. «Hanno voluto il palazzo? Lo gestiscano. La licenza a costruire scade a dicembre…».

«Peccato mortale». È la più grave delle espressioni, detta da un Papa, e mostra tutta l’irritazione di Francesco perla vicenda della «soffiata» intorno alle indagini sulle operazioni finanziarie e immobiliari della Segreteria di Stato: la «disposizione di servizio» firmata dal comandante della Gendarmeria Domenico Giani, con tanto di nomi e foto di cinque dipendenti vaticani «sospesi cautelativamente» il 2 ottobre, era stata pubblicata dopo poche ore dal settimanale L’Espresso e quindi su tutti i media. Le parole affidate ieri all’agenzia Ansa dal portavoce vaticano, Matteo Bruni, sono lapidarie: «È iniziata un’indagine, per volere del Santo Padre, sulla illecita diffusione di un documentoauso interno delle forze di sicurezza della Santa Sede, la cui gravità, nelle parole di papa Francesco, è paragonabile a un peccato mortale, poiché lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza». È un caso che potrebbe portare, come anticipato ieri dal Corriere,aun avvicendamento al vertice della Gendarmeria. Giani ha convocato stamattina il personale per «comunicazioni», in Vaticano si parla di dimissioni o di destinazione ad altro incarico. Di certo si mostra una guerra interna che cova da tempo. Le stesse indagini sono l’effetto di uno scontro tra Segreteria di StatoeIor, che aveva rifiutatoesegnalato una richiesta di finanziamento. Domenico Giani è il responsabile della sicurezza e l’«angelo custode» del Pontefice, sempre al suo fianco nei viaggi e nelle apparizioni pubbliche. Ha vent’anni di servizio, una fama di uomo integerrimo e chi gli ha parlato lo descrive assai «amareggiato» per un caso cui si dice «estraneo». Certo la «disposizione» a «tutto il personale» con tanto di foto segnaletiche, come fossero pregiudicati, faceva impressione. Ma in Gendarmeria si rispondeva che «è una procedura interna che si è sempre usata». Giani pagherebbe per una sorta di responsabilità oggettiva sulla «soffiata», perché è il capo e quel documento non doveva divenire pubblico. In Vaticano si raccontava che lo stesso pontefice avesse parlato con Giani per esprimergli il suo disappunto. Del resto c’è chi sospetta che la diffusione del documento fosse un modo per colpirlo. L’aver condotto indagini e perquisizioni, in questi anni, gli ha procurato molti nemici. Per dire il clima, il 3 ottobre un sms anonimo è stato mandato da un numero sconosciuto e irraggiungibile a una quantità di prelati di Curia, funzionari vaticani e giornalisti. Vi si leggeva testualmente, comprese virgole a casaccio ed errori di ortografia: «Caro Comandante Giani purtroppo è scivolato su una buccia di banana che Lei stesso teneva in mano. Il Suo ego, questa volta, ha superato il limite della decenza e della dignità umana. La sua sete di potere e di affermazione dell’io, l’ha portata volutamente, e coscentemente (sic) a divulgare la Sua stessa disposizione ai giornalisti. Di nessun altro la colpa. Ma qui non c’è colpa. Ma dolo. Mediti al male fatto a tutte le persone coinvolte». Questo è il livello dello scontro e dei veleni che circolano. E Francesco vuole vederci chiaro.

«Jonjo fa un sacco di cose un po’ pazze», dice orgogliosa la mamma alla Bbc. Una è ben visibile dalla finestra della loro cucina: una distesa di mille mattoni. Jonjo Heurman ha 17 anni (è nato un anno e un giorno prima di Greta Thumberg) e due passioni grandi: il calcio e la beneficenza. Ha cominciatoaraccogliere fondi per la lotta contro il cancro a otto anni, quando la nonna è morta per un tumore all’intestino: per attirare l’attenzione ha camminato dallo stadio dell’Arsenal a quello del West Ham, la sua squadra del cuore. L’ha fatto per la Fondazione Bobby Moore, che fu il capitano degli Hammers (i Martelli) nonché della Nazionale inglese che vinse i Mondiali nel 1966. Jonjo vuole fare il cuoco, ma per il momento va a scuola e fa il fundraiser. Anche Moore morì per lo stesso tumore che ha portato via la nonna, e così lui da anni raccoglie fondi (oltre 400 mila euro in totale) «per Nanny e per Bobby». Le aste di beneficenza sono la sua specialità. Nel 2017, quando a Londra cominciano a demolire il glorioso Boleyn Ground, il tifoso Jojo chiede in regalo un paio di seggiolini del vecchio stadio del West Ham. I demolitori lo accontentano e gli raccontano anche di quel muro dove ogni mattone ha un nome. Dispiace distruggerlo, anche se loro sono tifosi dell’Arsenal. Che fare? Jonjo lo sa benissimo: salvare i mattoni. Su 1.400, ne recupera mille. Prima vengono riposti in un magazzino. E quando il club dei tifosi chiude, Jonjo sa a chi rivolgersi: «Mamma, possiamo metterli in giardino?». Il padre mugugna, ma non è questo il motivo per cui Donna Heuerman e suo figlio cominciano a distribuire i mattoni a mezzo mondo (persino in Australia). Era l’idea iniziale: ridarli ai legittimi «proprietari». Ma qualcuno li vorrà? Jonjo apre una pagina Facebook e la risposta è travolgente. La gente scrive. Quando posso riavere il nostro mattone? Ognuno è diverso, nel muro che non c’è più. Un nome, un’iniziale, un messaggio come «Super Dad» o «Life Hammer». Tanti mattoni, tante storie, tenute insieme dalla «malta» del calcio come collante di vita. Anziché consegnarli uno per uno, organizzano una giornata ogni treoquattro mesi. Così facendo, cinquanta alla volta, ne hanno distribuiti quasi due terzi. La pila in giardino diminuisce (anche se non abbastanza per i gusti del papà: «Se non vi sbrigate, ci faccio un bel barbecue»). La distribuzioneèun’occasione di incontri, gioiosi, commoventi. Tra le prime persone a scrivere, una signora di 65 anni, Cathy Finlayson. Cerca un mattone con il nome di un bambino: Jack Russell. «Ce l’abbiamo», risponde Jonjo. La consegna è un’emozione. La nonna racconta che Jake aveva 6 anni e giocava nei pulcini del West Ham. Un giorno andò con la mamma a mostrare a un amico gli autografi dei giocatori della prima squadra. Un’auto lo travolse. La famiglia chiese un mattone commemorativo per il suo pulcino. Sono passati 19 anni e la nonna racconta alla Bbc: «Quando l’ho avuto tra le mani», non era un mattone, un pezzo di muro. «Era come se mi avessero ridato una parte di Jake».

Poco prima delle 21 di venerdì, l’annuncio clamoroso: «Xavier Dupont de Ligonnès è stato arrestato in Scozia». Scoop del Parisien, dopo 20 minuti conferma della Afp, e a seguire dei più importanti media francesi, ognuno con fonti proprie nella polizia. Enorme emozione, la fuga di otto anni è finita, l’uomo sospettato di avere ucciso moglie e quattro figli nell’aprile 2011 a Nantes è stato ritrovato; radioetv francesi organizzano edizioni speciali, i siti di tutto il mondo raccontano ai loro lettori la storia della famiglia Dupont de Ligonnès. Alle 13 di ieri, clamorosa retromarcia: «L’uomo arrestato a Glasgow non è il ricercato», lo stabilisce il test del Dna. La vicenda Dupont de Ligonnès ha ispirato libri, documentari, decine di trasmissioni e poche settimane fa un film e una serie televisiva. La sua scomparsa è diventata proverbiale ed è entrata a fare parte della cultura popolare francese: negli anni l’uomo è stato oggetto di molti avvistamenti più o meno credibili, mentre gli investigatori si dividono tuttora tra chi pensa si sia ucciso poco dopo la strage e altri convinti della fuga. Xavier Dupont de Ligonnès nasce a Versailles nel 1961, figlio di un ingegnere che se ne va di casa quando Xavier ha circa 10 anni, e di una madre che fonda una setta e si rifugia in un castello della Bretagna in attesa della fine del mondo. Affezionato alla sua discendenza nobiliare, ma privo di mezzi per vivere all’altezza del suo rango, da adulto Dupont de Ligonnès tenterà alcune iniziative commerciali senza successo, e si ridurrà a chiedere prestiti ad amici e parenti per finanziare casa, varie auto, vacanzeescuole private dei figli. La moglie Agnès insegna catechismo nella scuola cattolica di Nantes. Nel gennaio 2010 Xavier Dupont de Ligonnès invia un’email alla sua amante, che già gli aveva prestato 50 mila euro: «Non dormo più, la mia vita attuale finirà nei prossimi mesi se non trovo subito 25 mila euro». A inizio aprile 2011 Dupont de Ligonnès, all’epoca 50enne, fa perdere le tracce. Una settimana dopo nel giardino di casa vengono ritrovati i cadaveri della moglie Agnès, 48 anni, dei quattro figli Arthur (21), Thomas (18), Anne (16) e Benoît (13) e dei due cani labrador di famiglia, tutti uccisi con colpi di fucile alla testa. In questi otto anni sono state avanzate le ipotesi più fantasiose sul ricercato: protetto dalla mafia corsa a Bastia, nascosto nelle grotte del Var, mortoesepolto in una foresta, rifugiato in Italia, riparato negli Usa in quanto agente segreto della Cia. La polizia ha ricevuto centinaia di segnalazioni da tutto il mondo, ma mai si era arrivati all’arresto di un uomo, con l’annuncio del ritrovamento dato per certo. Come è stato possibile? La polizia scozzese si è mossa dopo una telefonata anonima, e in collaborazione con quella francese venerdì pomeriggio ha arrestato all’aereoporto di Glasgow in arrivo da Parigi un uomo in possesso di un passaporto a nome di Guy Joao, residente a Limay, a 50 km da Parigi. L’Afp ha avuto conferme — da quattro fonti distinteevicine all’inchiesta — che si trattava del sospetto assassino, con passaporto rubato e volto trasformato dalla chirurgia plastica. La polizia scozzese sembra sia stata tratta in inganno dalle impronte digitali che coincidevano in parte con quelle di Dupont de Ligonnès. Invece l’arrestato era davvero il povero signor Guy Joao, che vive tra Limay e Glasgowenon c’entra nulla con Dupont de Ligonnès. Un nuovo capitolo della tragica e incredibile storia del «mostro di Nantes».

La persona che denuncia le malefatte della politica è un whistleblower (letteralmente quello che soffia nel fischiett0). Così sono chiamate sulla stampa angloamericana le due persone (di cui una è un probabile agente della Cia) che hanno divulgato la conversazione telefonica del presidente americano con il presidente ucraino. Durante la telefonata Trump chiede a Zelensky di promuovere indagini sui rapporti d’affari in Ucraina del figlio di una persona (Joe Biden) che sarà probabilmente il suo avversario nelle prossime elezioni presidenziali. Ma a Trump la parola whistleblower non piace. Per descrivere quelli che hanno diffuso la trascrizione della sua telefonata preferisce «spia» o addirittura «traditore», vale a dire una persona che dovrebbe essere processata e condannata. Quando, in un’altra circostanza, ha dovuto specificare che cosa intendesse per tradimento, ha evocato il caso di Julius e Ethel Rosenberg. Non poteva fare un esempio peggiore. I coniugi Rosenberg erano due comunisti americani, nati rispettivamente nel 1918 e nel 1915. Si erano conosciuti quando militavano entrambi in una associazione comunista e avevano approfittato di un parente impiegato a Los Alamos (il fratello di Ethel) per consegnare documenti sulla costruzione della bomba atomica a un agente sovietico. Arrestati e processati furono condannati a morte e «giustiziati» sulla sedia elettrica il 19 giugno 1953. La sentenza sembrò eccessiva a una grande parte della opinione pubblica mondiale e provocò, insieme a un intervento papale, richieste di grazia firmate da numerosi intellettuali europei. Ma erano gli anni in cui un senatore americano, Joseph McCarthy, ferocemente anticomunista, era divenuto straordinariamente popolare. Studiavo allora negli Stati Uniti e ricordo che l’isteria antisovietica aveva contagiato anche persone di buon senso. Il caso vuole che il ricordo dei Rosenberg in un mondo che li aveva ormai dimenticati coincida con la proiezione di un film inglese diretto da Trevor Nunn («Red Joan», Giovanna la Rossa) in cui si racconta la storia di una scienziata britannica che, dopo molte esitazioni, decide di trasmettere ai sovietici informazioni importanti sulle ricerche nucleari dell’istituto in cui lavora. Quando l’intelligence del Regno Unito riesce finalmente a scoprire la sua doppia vita e un inquirente le chiede perché sia divenuta una spia, Joan risponde semplicemente: «Hiroshima». Non a torto. La bomba atomica fu usata contro un Paese ormai sconfitto. Ma non è mai stata usata negli anni in cui ciascuno dei due potenziali nemici sapeva che se avesse sparato un primo colpo, l’altro avrebbe risposto con un colpo altrettanto devastante. Forse dovremmo riconoscere che il tradimento dei Rosenberg fu un contributo alla pace nel mondo.

Minneapolis, Dance Theatre, 3 agosto 1983. Prince canta perla prima volta «Purple Rain». Più tardi spiegò così il significato del suo capolavoro più enigmatico (Premio Oscar 1984 per la migliore colonna sonora dell’omonimo film): «Quando il sangue è nel cielo, rosso e blu diventano viola… Purple Rain, la pioggia viola riguarda la fine del mondo e la necessità di stare con la persona che si ama e di lasciare che la vostra fede, il vostro Dio vi guidi attraverso “purple rain”, la pioggia viola». Minneapolis, Target Center, 10 ottobre 2019. Trump scatena i fan con il comizio più virulento da quando è alla Casa Bianca. Un paio di assaggi: «Biden? È stato un buon vicepresidente perché sapeva come leccare il cu… di Obama». «Pelosi? O è stupida o ha perso il lume della ragione. Ah no, c’è una terza possibilità: è disonesta». Che cosa hanno in comune Prince e Trump? La risposta è facile: niente. Ma non per i consiglieri, gli esperti di comunicazione del presidente che hanno ragionato così: siamo a Minneapolis, la città di Prince (nato nel 1958 e morto nel 2016 per un’overdose di oppiacei). E allora che cosa c’è di meglio di «Purple Rain» per introdurre lo show di The Donald? Idea bocciata e contestata dagli eredi della popstar, rappresentati dalla «Prince Estate» che ha diffuso una nota: «Un anno fa il comitato elettorale di Trump si era impegnato a non utilizzare la musica di Prince. La “Prince Estate” non gli darà mai il permesso». A questo punto la disputa potrebbe trasferirsi nei tribunali. In teoria i candidati politici non hanno bisogno dell’autorizzazione degli autori per riprodurne pubblicamente le opere. Basta che paghino i diritti d’autore. Non si sa se il comitato elettorale di Trump abbia versato il dovuto in royalties e non abbia lasciato, invece, scoperto anche questo conto, come ha fatto per altre spese sostenute in sei città. Tuttavia potrebbe non bastare, perché gli avvocati di Trump avevano dato garanzie precise al clan di Prince. Ma c’è un aspetto anche politico forse più interessante. È sempre più lunga la lista dei cantanti e degli artisti che non si vogliono mescolare alle performance elettorali del presidente. Il sito Quartz ha messo insieme una compilation di «no»,raccolti anche su Spotify. Già il 12 ottobre 2016 Mick Jagger postò un video su Twitter per invitare Trump a lasciare perdere «la musica dei Rolling Stones», in particolare la hit «Start me up». Poi ecco Adele e la sua colonna sonora «Skyfall» composta per 007; Pharell Williams, con «Happy», tratto dal film «Despicable Me 2»; i R.E.M. «It’s the end of the World» e infine Neil Young «Rocking in the Free World». Trump ha cercato di capovolgere l’aperta ostilità delle star più popolari, trasformandola in una medaglia: noirappresentiamo la gente che lavora, i dimenticati di questo Paese, non abbiamo nulla a che fare con «Hollywood e lo star system». Anche giovedì scorso, dopo aver sbeffeggiato gli avversari politici, Trump se n’è uscito con questa battuta: «Non ho avuto bisogno di Beyoncé e Jay-Z, non ho avuto bisogno del piccolo Bruce Springsteen per conquistare la vittoria del 2016». E allora non si capisce perché insista, perché gli altoparlanti sparino Elton John, o «We are the Champions» dei Queen, oltre a tutto il resto. In condizioni normali, probabilmente, questa polemica non si sarebbe mai sviluppata. George W. Bush voleva sempre «Born in the Usa» di Springsteen, quando saliva su un palco. Anche se, come si è scoperto dopo, non aveva capito che quella non era esattamente una canzone di retorico patriottismo. Nessuno, però, sollevò la questione. La musicaele parole del Boss emozionavano e costringevano tutti a riflettere. Adesso anche quel filo comune sembra essersi spezzato nell’America trumpiana.

Il vento fischia forte, tremano le finestreedondolano le luci. Il wi-fi è inutilizzabile e anche la linea 3G si blocca di continuo, nei piccoli supermercati aperti 24 ore molti scaffali sono vuoti. Negozi sprangati, sacchi di sabbia davanti alle saracinesche perfermare l’acqua, anche davanti al commissariato di polizia deserto, solo qualche ristorante è aperto. Le strade di questa cittadina dove oggi c’è il Gp di Formula 1 (gli organizzatori sono ottimisti sulle possibilità di correre) sono spettrali, l’invito a non uscire viene rispettato da quasi tutti. Anche a 400 km da Tokyo gli effetti del tifone Hagibis (in filippino significa velocità) sono potenti. Ma non devastanti come in altre parti del Giappone: almeno tre morti e oltre cento feriti è il bilancio provvisorio, mentre a 3 milioni di persone è stato chiesto di lasciare le loro case. Fra le aree più colpite quelle attorno alla capitale giapponese. Nel distretto di Chiba si è registrato anche un terremoto di magnitudo 5,7. È il tifone più forte degli ultimi 60 anni, dicono le autorità locali, ha portato piogge «mai viste» e distruzione. E viene paragonato al ciclone del 1958 che causò 1.200 vittime, ma allora non c’erano gli attuali sistemi di prevenzione. L’agenzia meteorologica nazionale ha dato la massima allerta in dodici prefetture prevedendo gravi inondazioni, alluvioni e frane: «Bisogna andare via con la massima urgenza e pensare a proteggersi, ci aspettiamo precipitazioni senza precedenti». Teruhisa Fujii guarda continuamente il telefono dentro la hall di un hotel, sua moglie Naomi ha dovuto lasciare la casa e andare dalla sorella insieme ai cani e ai gatti. Lui è a Suzuka per la corsa, si occupa di logistica per uno dei team più grandi. Vive in una zona a 80 km a sudest di Tokyo, dopo 50 anni passati nella centralissima Roppongi, il quartiere della vita notturna, ha scelto di trasferirsi da poco in campagna. «Neanche due mesi fa ce la siamo vista brutta con Faxai (un altro tifone, ndr), la casa si è salvata per miracolo perché è riparata da una montagnetta, tutto intorno era un disastro». E mostra foto di macerie e alberi sradicati, una vicina bionda intenta a rimettere in piedi un recinto: «È americana, faceva la ballerina a Las Vegas ed è venuta a stare nel nostro Paese». Non sa quando potrà ripartire da qui visto che i treni ad alta velocità che collegano Osaka a Tokyo sono sospesi. Migliaia di voli sono stati cancellati, nonostante Hagibis abbia perso potenza avvicinandosi alle coste resta pericolosissimo, i venti infuriano a più di 160 km l’ora con raffiche di oltre 200. Testimoni raccontano di aver visto il cielo colorarsi di viola prima della tempesta. Le immagini della stazione di Shinjuku vuota (fermi anche treni e metropolitane), dove ogni giorno transitano più di 3 milioni e mezzo di viaggiatori, raccontano l’angoscia di un popolo in attesa che il «mostro» scappi il più in fretta possibile.

«Guarda questo, dice che siamo solo due punti sotto». Cambia solo il numero, che a seconda dei sondaggi che arrivano dall’Umbria in alcuni giorni diventa «tre», in altri «quattro». Ma il messaggino viaggia dal telefonino di Nicola Zingaretti a quello di Luigi Di Maio, e viceversa, praticamente tutti i giorni. Segno che la partita che il candidato governatore Vincenzo Bianconi sta giocando contro la leghista Donatella Tesei ha degli effetti, per l’alleanza PdM5S, che vanno molto al di là dei confini umbri. E la prova sta nel fatto che persino Giuseppe Conte potrebbe entrare in extremis nella campagna elettorale, provando a spendere («Con un intervento o addirittura andando a Perugia», dicono dal M5S) la popolarità che gli viene riconosciuta per provareadare il colpo di reni finale al tandem giallorosso. Già, perché sarà soprattutto il risultato umbroascandire tempi e modi di quell’alleanza organica tra Pd e M5S di cui Zingaretti e Di Maio hanno discusso nel corso del loro ultimo faccia a faccia. Una vittoria di Bianconi o una sconfitta di misura sarebbero il «visto si stampi» a un piano che, a dispetto della prudenza messa a verbale ieri dal capo politico del M5S («Per ora gli accordi con il Pd non sono all’ordine del giorno»), è stato già stato messo a punto. E che probabilmente sarebbe anche stato annunciato, se non fosse per le divisioni interne al M5S per la scelta del candidato governatore in Calabria. L’ala ortodossa rimasta fuori dal governo, che in Calabria è rappresentata da Dalila Nesci e Nicola Morra, punta i piedi perché non si ripeta l’esperimento dell’Umbria. La prima ha avanzato una sua candidatura a governatore, che peròèstata subito stoppata dagli uomini più vicini a Di Maio. E mentre il Pd sta per risolvere la grana legata al rifiuto del governatore uscente Mario Oliverio di farsi da parte (nei prossimi giorni, la direzione regionale darà il via libera al tavolo con i M5S, sconfessando la linea del governat o r e ) , c i sono diverse soluzioni condivise che sono arrivate sul tavolo di Zingaretti e Di Maio. «Il nome deve esprimerlo il M5S», ripetono dal Nazareno. Ci sono diverse piste che portano alla scelta di un candidato civico (l’imprenditore Pippo Callipo e l’ex prefetto di Vibo Valentia Giuseppe Gualtieri, il poliziotto che nel 2006 aveva arrestato Bernardo Provenzano), che rimangono in piedi; ma il jolly nascosto nel taschino dei maggiorenti giallorossi potrebbe essere la candidatura a governatore di Anna Laura Orrico, imprenditrice e deputata del M5S, oggi sottosegretario ai Beni culturali. Che potrebbe liberare un posto nel governo, a quel punto, per Morra o per Nesci. La nomination dell’esponente dei M5S perla delicatissima partita calabrese, soprattutto nel momento in cui la spaccatura del centrodestra sul forzista Mario Occhiuto può riscrivere una storia che pareva già scritta, arriverebbe contestualmente al via libera per la ricandidatura del pd Stefano Bonaccini alla presidenza dell’Emilia-Romagna. Certo, in questa fase le smentite tattiche mascherano i progressi di una trattativa già in stato avanzato e comunque entrambe le forze politiche tendono a nascondersi dietro il «decidono i territori» (il Pd) e il sempreverde «l’ultima parola spetta alla piattaforma Rousseau» (il M5S). Ma il risultato dell’Umbria del 27 ottobre darebbe i crismi dell’ufficialità a quel patto nazionale in grado di trasformare la data del 26 gennaio 2020 — giorno del voto in Emilia-Romagna e in Calabria — nell’Armageddon. Giallorossi compatti di qua, Salvini di là. A quel punto, dovesse andare tutto secondo i piani, cosa ovviamente tutta da vedere, il governo Conte sarebbe sorretto da un’alleanza comunque strutturata anche a livello locale. E pronta quindi a correre insieme anche in luoghi dove sembra ancora fantapolitica. Come la Campania di Enzo De Luca, da sempre acerrimo nemico di Di Maio. Ieri il figlio Pietro, deputato pd, ha dichiarato che «l’alleanza coi M5S è una realtà già a livello nazionale» mentre «a livello locale vanno verificate le compatibilità per essere argini efficaci a Salvini». Parole che più d’uno ha letto alla luce della paura che la futura candidatura a governatore campano possa finire—nello schema giallorosso — nelle mani di Di Maio. Magari, come durante le fasi più critiche della nascita del governo Conte qualcuno aveva fantasticato, proprio a lui in persona.

L’idea lanciata venerdì da Nicola Zingaretti di rendere l’intesa di governo con il M5S un’alleanza stabile in chiave anti-Salvini crea sconcerto nella base del Pd. Il segretario ieri ci è tornato: «È ovvio che gli alleati con cui governi sono i primi principali interlocutori di un processo politico. Negarlo è inutile». Ma, ai no via social, si uniscono quelli di parte degli eletti. Matteo Orfini, deputato ed ex presidente del partito, ricorda che la proposta «non è nel mandato con il quale il segretario ha vinto il congresso. Quindi, ne servirebbe uno nuovo». Concorda la senatrice Valeria Valente. E Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione, sottolinea che il Pd non dovrebbe «ridursi a fare alleanze, anche contro natura, con l’alibi di Salvini. Lavoriamo per allargare, non per annacquare». Poi aggiunge: «Raggi? No, grazie!». Già, perché l’appoggio dato venerdì da Zingaretti al sindaco della Capitale è un altro boccone indigeribile per molti dem, soprattuttoalivello locale. Tanto che ieri il segretario ha precisato: «Noi siamo i principali oppositori alla Raggi. Alla città serve una svolta. Su questo non ci devono essere dubbi». Tornando invece all’alleanza con i grillini, c’è anche chi condivide. Come il deputato Enrico Borghi, che approva la campagna dell’«anti» una volta usata contro Berlusconi: «Darebbe stabilità al Paese e eviterebbe l’affermazione di una destra che rifiuta i valori condivisi». O come Alessia Morani, sottosegretaria al Mise, che tuttavia invita a «vedere prima come va l’esperienza di governo e il risultato delle elezioni in Umbria».

Goffredo Bettini, lei per primo ha ipotizzato un’alleanza strategica con il M5S, ora lo dice anche Zingaretti. «Sono d’accordo con Zingaretti. Secondo me non abbiamo altra scelta che cercare un rapporto strategico con i 5 Stelle, candidandoci a governare l’Italia anche peri prossimi anni. Sennò che abbiamo fattoafare questo governo? Solo per consegnare l’Italia a Salvini senza l’aumento dell’Iva?». Un partito con il M5S? «Non penso a un contenitore politico unico, ma a un progressivo avvicinamento, a un confronto leale e sincero, con la voglia reciproca di conoscersi e cambiare». In che senso cambiare? «Siamo stati schiacciati sull’immagine di una élite arrogante e lontana dalle persone e loro al contrario si sono collocati sul terreno dell’antipolitica. A noi il rapporto con i5Stelle servirà a riprendere contatto con una parte di popolo che abbiamo perso, a loro a capire la complessità della democrazia rappresentativa». Quindi un’alleanza. «Non basta ilrapporto con i 5 Stelle: occorre un campo più largo con tutta la sinistra, con le forze del cattolicesimo democraticoecon le forze laiche e liberali. Anche Italia viva può avere un ruolo decisivo. Renzi può essere un alleato importante, se cerca però di conquistare voti nuovi; se lo spazio elettorale lo intende conquistare attraverso un conflitto con il Pd, sarebbe distruttivo e non costruttivo. Però guardo anche più in là: guardo con attenzione i movimenti dentro Forza Italia, che ha componenti allergiche a Salvini. Insomma, non dobbiamo precluderci nulla». Tutto ciò per paura di Salvini? «La Lega non è affatto finita. Le cause che le hanno permesso di crescere non sono state ancora bonificate. Tuttavia Salvini ha messo paura. Non è il fascismo. È il tipico esempio di un populismo che accetta le elezioni ma una volta vinte imprime alla società una svolta autoritaria e illiberale. Insomma non è Mussolini, è Perón. Ma lui ha sbagliato: quando ha chiestoipieni poteri è andato fuori misura e ha allarmato gli italiani. C’è, quindi, la possibilità di costruire un’alleanza larga per sconfiggerlo. Superando l’autosufficienza di un riformismo tanto astrattamente “puro”, quanto incapace di guidare i processi reali». Il Pd è pronto a questa sfida? «Nel momento in cui la nostra iniziativa politica va resa più tempestiva, agile e movimentata, dobbiamo rifondare le nostre ragioni costituenti nella nuova situazione che abbiamo dinnanzi. Sapienza tatticaepensiero forte, ecco quello che serve. Vedrei con favore un passaggio congressuale, ma diverso rispetto al passato. Basato, cioè, su tesi politiche, discusse in modo aperto dai nostri iscritti e nella società italiana». Un congresso che elegga il segretario? «Il gruppo dirigente deciderà le forme più adatte. Finora si è mosso molto bene». Quali sono i problemi del Pd? «La mia preoccupazione è che noi da troppo tempo non proponiamo agli italiani un modello di società. Sto scrivendo un libro che sarà pronto alla fine del mese. Il titolo che ho pensato è: “I deformati”. Viviamo in una società senza forme e questo produce la solitudine delle persone, che finiscono per girare solo intorno a se stesse, con “l’espulsione dell’altro” e l’affermazione di un narcisismo insopportabile. La destra ha reagitoaquesta condizione, ma proponendo delle forme regressive. Tocca a noi elaborarne di alternative. Su questo il nostro silenzio è stato troppo grande». Quale sistema elettorale può favorire l’alleanza? «Penso che vada cambiata l’attuale legge. Il Pd è nato in una logica maggioritaria. Ma il maggioritario che abbiamo vissuto fino a oggi è distorto. Senza il doppio turno non garantisce la volontà degli elettori e può portarearisultati sorprendenti e squilibranti. Comunque, se alla fine si arrivasse al proporzionale, decisiva rimane una correzione in senso maggioritario con uno sbarramento di accesso sufficientemente alto». Una differenza sostanziale con i 5 Stelle? «Sulla giustizia, senz’altro. Sono un garantista. Occorre una riforma morale e politica. Non il moltiplicarsi degli errori giudiziari, il linciaggio mediaticoela carcerazione preventiva. Qualche giorno fa è morto Penati, vittima di una giustizia malata».