Roma. In questi giorni si parla molto della possibilità di espellere la Turchia dalla Nato, dopo l’inizio delle operazioni militari nel nord della Siria contro i curdi delle Forze siriane democratiche che hanno spazzato via lo Stato islamico territoriale da quella regione, in tandem con l’America. Adriano Sofri su questo giornale fa un’appassionata esposizione del perché dovrebbe essere fatto. Ci sono però dei problemi e il primo è senz’altro quello tecnico, nel senso che dal punto di vista legale quella opzione non è prevista. Il Patto atlantico non permette ai paesi membri di cacciare via un paese membro che non è più desiderato. L’uni – co modo per l’Alleanza di trovarsi con un paese in meno è se quel paese decide di ritirarsi con un avviso formale: in quel caso la sua fuoriuscita avviene un anno dopo. Se qualcuno vuole cacciare la Turchia dalla Nato ha due possibilità: o cambia il trattato secondo le modalità previste dall’articolo 12 che però richiedono l’unanimità dei paesi membri e comunque ai ventinove membri servirebbe molto tempo, oppure chiede ai paesi membri una sessione speciale per decidere la questione ma anche in questo caso ci vuole l’unanimità e anche tenendone fuori la Turchia è possibile che nel grande gioco delle influenze e dei favori non tutti sarebbero d’accordo. Se questa sessione fosse tenuta oggi, c’è chi potrebbe bloccare l’estromissione dalla Nato. E qui arriva il secondo problema, di natura politica. La Turchia ha agito con il consenso del presidente degli Stati Uniti. L’America è la prima potenza della Nato in ordine di grandezza delle Forze armate, la Turchia è la seconda. Se i due eserciti più numerosi della Nato sono d’accordo sulle operazioni militari contro i curdi, allora non si sta parlando della decisione di espellere la Turchia, ma della possibilità di porre fine alla Nato come alleanza atlantica. Trump non chiede di meglio. E qui arriva anche la terza questione. Da anni forze barbare ma allo stesso tempo sofisticate stanno portando avanti un attacco in forme diverse contro le istituzioni che tengono assieme i paesi occidentali, dall’Unio – ne europea alla Nato. Ne abbiamo avuto molti assaggi. Dall’operazione con il gas nervino in una città inglese alla violazione delle mail del Partito democratico e di quello repubblicano negli Stati Uniti (ma soltanto quelle del Partito democratico sono state gettate in pasto al pubblico – chissà come mai) al golpe tentato in Montenegro. Questa settimana abbiamo appreso dell’esistenza di un ramo dell’intelligence della Russia dedicato alla destabilizzazione dell’Euro – pa. Ma non c’è soltanto la Russia, vedi i timori legati al passaggio troppo veloce alla tecnologia 5G che vuol dire affidarsi alla Cina. Quando vediamo il Regno Unito paralizzato in modo desolante dalla Brexit e quando sentiamo che Donald Trump vuole sfasciare la Nato, viene da chiedersi perché dovremmo consentire a Erdogan – non alla Turchia, che durerà molto di più – ma a Erdogan, che teme molto l’opposizione laica in ascesa, di essere l’uomo che distrugge il Patto. Se la Turchia fosse espulsa oggi dalla Nato cosa cambierebbe per i curdi siriani? Purtroppo, non molto. E sarebbe una buona idea sbarazzarsi della Nato proprio mentre tutte le istituzioni occidentali sono così deboli e sotto pressione? Di nuovo, non molto.

La monnezza di Roma e le dimissioni della Raggi, la legge elettorale e le firme per il maggioritario, la denuncia di Erdogan guerrafondaio, poi la polemica con Lapo Elkann, e subito dopo il video di un tizio che canta “Bella ciao” a Lampedusa, ma anche il selfie con le castagne sulla padella mentre indossa la maglietta dei vigili del fuoco (ai bei tempi sarebbe stata almeno una felpa della polizia). Azzanna l’aria con viva impazienza, Matteo Salvini. Tra Instagram, Facebook, televisione, radio e agenzie di stampa, soltanto ieri, in appena ventiquattr’ore, l’ex Truce ha sperimentato tutte le possibili sfumature di polemica politica immaginabili, l’intera tavola degli elementi, come una trottola, senza posa, obbedendo forse a un presentimento piuttosto che a convinzioni o aspirazioni. Persino i suoi amici adesso raccontano che il Capitano non trova la sfera, l’idea, l’oggetto fisso che possa nutrire e riattivare la sua perenne e un tempo straordinaria campagna elettorale.

La vita politica, che pure gli scorreva fa – cile e vittoriosa, gli è diventata un alimento crudo e grossolano da cercare e strappare a fatica. Da sempre questo straordinario “si – tuazionista” (la definizione è di Giorgia Meloni), questo performer, vive nella prefigurazione minuziosa non del domani – il domani sarà uguale all’oggi, forse, ma la nebbia lo avvolge – bensì dei quindici o trenta minuti che lo attendono, di gesto in gesto, di comizio in comizio, di intervista in intervista, di botto in botto. E allora si può soltanto immaginare quanta ansia, cattivi auspici e incubi comporti per lui adesso il non riuscire a far esplodere il petardo buono, quello definitivo, com’erano state l’immigrazione nera e l’Europa matrigna ai tempi bellissimi del governo gialloverde. La fiamma del desiderio e la fiamma della frustrazione ardono unite, mentre un po’ di sfortuna – la fortuna è il complemento dei vincenti – mette la sua diabolica coda a ostacolare persino le operazioni più semplici. E infatti nemmeno il pasticcio spionistico nel quale si è cacciato Giuseppe Conte riesce a diventare un’arma utile nelle mani di Salvini. Lui vorrebbe denunciare, urlare, è evidente. Ma non appena al tg viene pronunciata la parola “Russiagate” il pensiero birichino di ciascuno, anziché correre all’intrica – ta storia di Vecchione e Conte, alla sfocata figura degli 007, precipita invece sulla più definita immagine del povero Gianluca Savoini, dei rubli russi, del gas e dell’offerta di denaro alla Lega… (definizione di “sfi – ga” secondo il dizionario Treccani: “Avve – nimento spiacevole di cui non si ha colpa o responsabilità”). Così rimugina, Salvini. E come una pallina del flipper sbatte da un lato all’altro del piano, prova ad accendere più lampadine possibili, far suonare tutti i campanellini, “la Raggi”, “il presidenzialismo”, persino “Erdogan macellaio” che però agisce su autorizzazione del suo amico Trump… Ops! Apparentemente, il mago del consenso, confeziona ormai strategie buone a tutti gli usi, e dunque a nessuno. Al punto che l’essenza, la radice quadrata del suo tormento, sta forse nella superstiziosa consapevolezza che da quando si è inspiegabilmente eiettato dalla finestra del Viminale non gliene va più bene una. E l’in – quietudine ora scende pure in forma di fiamme fredde, quelle dei sondaggi. La Lega è il primo partito, napoleonico. Ma per la prima volta da dicembre del 2018 cala un po’ – 0,7 per cento – non precisamente una slavina. Ma un segnale. Per questo azzanna l’aria, Salvini. Qualcosa prima o poi riuscirà a morderla.

Non c’è certezza per le società digitali in Italia. Il ministero dell’Economia Roberto Gualtieri, parlando giovedì dall’Eco – fin in Lussemburgo, e come già anticipato, ha detto che l’Italia applicherà una web tax sulle multinazionali digitali a partire dal prossimo anno. L’Italia sembra volere procedere in parallelo alle discussioni all’in – terno del G20 e tra i paesi europei sulla tassazione delle industrie dell’economia digitale come Google, Apple, Facebook e Amazon ma intanto mettersi alla frontiera. “Vogliamo che la digital tax italiana sia collocata all’interno di un quadro internazionale, noi la faremo comunque”, ha detto Gualtieri riferendosi alle discussioni in sede Ocse e a quelle a livello europeo. Mercoledì 9 ottobre è stata aperta una consultazione pubblica sulla proposta di tassazione globale delle multinazionali digitali avanzata dai ministri delle Finanze del G20 che sarà discussa a Washington ai meeting del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale la settimana prossima. La proposta verrà poi discussa tra i 134 paesi Ocse per essere valutata in modo da arrivare a una proposta ufficiale entro il 2020 e così avere un quadro globale di riferimento. Tuttavia, come detto, l’Italia sembra intenzionata a procedere prima di quella data. L’ipotesi, come confermato da Gualtieri, è quella di fare riferimento alla web tax approvata dal governo precedente Lega-M5s alla quale il Pd-M5s sembra intenzionato ad aderire. “La applicheremo dal primo gennaio, c’è ma non era operativa”, ha detto Gualtieri. La digital tax che c’è, è del governo gialloverde e prevede una tassa del 3 per cento sui ricavi delle grandi imprese del web ma è rimasta lettera morta in attesa del decreto attuativo. Il gettito annuo atteso per il 2019 di 150 milioni di euro, di 600 nel 2020 e nel 2021. Alcuni indizi sulla fattibilità e su chi alla fine ne pagherà il costo arrivano dalla Francia di Emmanuel Macron che la web tax la applica e dalla quale quella italiana prende le mosse. La digital tax francese, come quella italiana gialloverde, viene applicata alle società con ricavi derivanti da attività digitali nel mondo di almeno 750 milioni di euro l’anno, di cui 25 all’interno del paese. Su chi ricadrà il costo? In risposta al governo francese il colosso dell’e-commerce Amazon è stato chiaro: sulle piccole e medie imprese con le quali lavoriamo e in ultima analisi sui consumatori. “Dato che operiamo nel settore della vendita al dettaglio molto competitivo e con margini limitati e investiamo massicciamente nella creazione di nuovi strumenti e servizi per i nostri clienti e partner fornitori, non possiamo sostenere una tassa aggiuntiva”, aveva dichiarato la società. E ancora: “Ciò potrebbe mettere le piccole imprese francesi in una posizione di svantaggio competitivo per i loro coetanei in altri paesi e, come molti altri, abbiamo avvisato le autorità”. Amazon dice di non avere alternative, mentre il ministro dell’Econo – mia francese, Bruno Le Maire, ha risposto che “non c’è nulla che li obbliga a farlo”. Invero non ci sarebbe nessun motivo per fare il contrario, ovvero evitare di scaricare il costo di una maggiore imposizione sui fornitori e in ultima analisi sui consumatori finali. Come accade con la carbon tax, una tassa sui metodi di generazione di energia che producono anidride carbonica, di cui si discute in Europa e al Fondo monetario internazionale, il maggiore costo ricade sul consumatore finale di energia elettrica o di carburante. In quel caso la motivazione della tassa deriva dal tentare di calmierare le esternalità negative della produzione di energia da fonti fossili, ammesso che si prevedano delle compensazioni. Mentre nel caso di una web tax non ci sono effetti negativi da moderare ma solo l’intenzione di ricavare gettito rischiando di farne pagare il costo ai consumatori, a cominciare da chi acquista online.

La formula retorica è quella canonica. “Garantiamo lealtà, ma pretendiamo altrettanta lealtà”. E se ricorre a parole di chiarezza, Federico Fornaro, è perché una certa confusione comincia ad agitarsi, tra i corridoi di Montecitorio, quando si parla di legge elettorale. “Noi siamo stati ai patti – dice il capogruppo di Leu – e abbiamo votato il taglio dei parlamentari. Chiediamo anche ai nostri alleati di rispettare quel che si era stabilito sia nell’accordo di governo, sia nel documento dei capigruppo di maggioranza. In entrambi si riconosce che, col taglio dei parlamentari, si aggravavano i problemi di rappresentanza di partiti politici e comunità territoriali. Se la base di partenza condivisa è questa, è evidente che solo la formula proporzionale può aiutare a correggere queste storture. Sento invece già discussioni su modelli presi in prestito dall’estero, che mi convincono poco”. Ce l’ha con Andrea Orlando, e con la sua predilezione per la legge elettorale spagnola. “Se è la stabilità che si cerca, non ritengo saggio prendere a riferimento un sistema dove, nel giro di due anni, si è votato tre volte. Ma al di là dei singoli esempi, credo che si debba cucire una legge elettorale su misura del nostro paese, e non comprare abiti di altre nazioni. Prima di ragionare sul tetto, accordiamoci sulle fondamenta della casa”. E le fondamenta, per Fornaro, non possono che essere proporzionali. “Ma è solo la base. Poi, bisognerà ragionare sui correttivi per garantire che, oltreché rappresentativo, il parlamento sia anche decidente. E si può pensare a una soglia di sbarramento che non necessariamente deve essere alzata fino al 5 per cento, o a un premio di maggioranza che però, come ci ha ammonito la Consulta, non deformi la proporzionalità del voto. E insomma spero che si avvii al più presto un confronto innanzitutto tra le forze di maggioranza, perché la scadenza di dicembre che ci siamo dati è dietro l’angolo. Evitiamo di approvare, di nuovo, la legge elettorale a ridosso del voto, a seconda delle convenienze del momento”. E però, alla fine, gli interessi di parte è inevitabile che riemergano, e che la scissione di Matteo Renzi induca alcuni dirigenti del Pd a rifuggire il proporzionale. “Rispetto la discussione interna al Pd, che d’altronde è nato con una vocazione maggioritaria. Ma è chiaro che l’irruzione sulla scena di Italia viva rende più complicato promuovere progetti di tipo maggioritario, se non in una logica puramente difensiva. E però eviterei, tanto più dopo il taglio dei parlamentari, di ipotizzare sistemi elettorali dal corto respiro disegnati per impedire l’espansione di un certo partito, anche perché poi queste strutture non reggono. Anzi, in una logica di maggioritario imposto dall’alto, ma in mancanza di partiti dalla forte identità, per eterogenesi dei fini si produce questa paradossale proliferazione di forze politiche. Anche perché per vent’anni si è rincorso un bipolarismo che ora è reso impossibile dalla presenza del M5s”. E non è da escludere che qualcuno, al Nazareno, vagheggi un mantenimento del proporzionale per costringere Luigi Di Maio ad accettare l’idea di ricomporre, col Pd, un nuovo polo progressista. “Ricordo, però, che uno dei difetti del maggioritario all’italiana è stato proprio quello di incoraggiare la formazione di coalizioni artificiali, col solo obiettivo di strappare un voto in più rispetto all’avver – sario, che poi si sono rivelare incapaci di reggere l’urto del governo. Si possono favorire intese pre-elettorali, certo, magari con premi alla lista non rigidi o con un doppio turno di collegio alla francese. Tutte cose, ripeto, di cui si potrà discutere dopo aver garantito le fondamenta del nuovo sistema. E tuttavia, la via maestra, in uno schema proporzionale, credo che sia quello di introdurre una soglia di sbarramento ragionevole e poi lasciare che le maggioranze di governo si formino in Parlamento. Il che, come dimostra l’esito di questa crisi agostana, permette anche di abbattere i muri di incomunicabilità tra i partiti. E non è un vantaggio di poco conto”.

In apparenza, c’è una solidarietà sentita e quasi totale coi curdi. Sono i “nostri”, di tutti noi, governi e cittadini, destra e sinistra. Dobbiamo dedurne che tutti noi non siamo in grado di tradurre la nostra universale solidarietà in un qualche risultato effettuale. E’ avvilente, ma è se non altro un punto da cui ricominciare. Però devo correggermi: Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha impiegato parole tiepide. Ha auspicato che l’invasione di Erdogan sia “proporzionata”. Ha detto che Erdogan deve evitare di colpire i civili. E chi sono i civili, in un popolo in armi com’è largamente quello del Rojava? E i non civili, quelli che hanno fermato l’Isis, quelli possono morire? Stoltenberg è un laburista norvegese, fu il primo ministro che commosse e inorgoglì il suo popolo all’indomani della strage compiuta dal ripugnante Breivik. Stoltenberg non ha saputo trovare parole appropriate oggi, o ha creduto che parole nobili non si addicano al titolare di un patto militare. Tutti ripetono che “la Turchia fa parte della Nato”, ed è il suo secondo esercito. Un caposaldo del Trattato del Nord Atlantico è la difesa collettiva, l’articolo 5 che (applicato solo dopo l’11 settembre 2001) stabilisce che l’aggressione a un suo membro equivalga all’aggressione a tutti gli altri. Erdogan ha avuto ieri l’impudenza di evocarlo, per sostenere che era lui l’aggredito da soccorrere. L’invasione del territorio siriano difeso dai curdi e dai loro alleati arabi e assiri da parte delle Forze armate di Erdogan significa che l’aggressione operata da un membro della Nato equivalga all’aggressione compiuta da tutti gli altri, li faccia tutti complici. La logica ha poco a che fare con i patti militari, e ancor meno la morale: ma l’inversione è davvero troppo grossa. Assente una vera Difesa europea, è ancora la Nato a rappresentare militarmente l’Europa. Giovedì, Norvegia (che è un importante membro Nato) e Finlandia (che non ne fa parte) hanno sospeso la vendita di armi alla Turchia. L’Italia è tenuta per legge a fare lo stesso. Ma questa è ancora la periferia del problema. Erdogan gioca sui due forni, americano e russo, da quando ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni sulla caduta di Assad. La telefonata con Trump era presumibilmente una telefonata di affari. Messa così a nudo la questione, che cosa ha nelle mani l’Europa, nell’ipotesi che l’Europa trovi un suo paio di mani? La liquidazione della pratica sulla Turchia nella Ue è oggi pressoché indifferente a Erdogan. Potrebbe influire sull’opposizione democratica turca che amministra le grandi città, ma è travolta dall’esaltazione nazionalistica e bellicosa. E una minaccia seria di espulsione dalla Nato? Le obiezioni sono così ovvie che forse vale la pena di riesaminarle. Vorrebbe dire consegnare la Turchia alla Russia. Non è già successo, largamente? Dopo l’omissione strategica di Obama e l’intervento decisionista di Putin nel 2015, in Siria non ci sono stati altri attori che la Russia e i suoi alleati sciiti; americani ed europei (e l’Onu, nonostante gli affanni di Staffan de Mistura) sono stati – si sono – tagliati fuori, salvo che con i curdi. Astana e le sue succursali sono state affare di Russia, Iran e Turchia. Più seria è l’obie – zione che dalla Nato dovrebbero uscire gli Stati Uniti di Donald Trump, il battistrada dell’aggressione turca – e una Nato senza Stati Uniti non esiste. E’ vero. E’ vero? Allora ripartiamo da qui. Un’Europa anche solo egoista che voglia fermare gli effetti della carneficina siriana e dell’annichili – mento dei suoi guardiani curdi, i milioni di rifugiati e le migliaia di terroristi jihadisti, che cosa dovrebbe fare? Non si può dire che sia una circostanza favorevole a un cambiamento, ma anche l’acqua alla gola è un’occasione. La nuova tappa della guerra di tutti nel vicino oriente non può essere trattata solo come un capitolo della questione curda, simile, benché allargato, a quello di Afrin (Afrin: 1.500 morti, 300 mila sfollati…). Oggi non c’è un solo paese, di quelli che hanno una dimensione tale da aspirare a una potenza regionale, che non affronti una crisi economica, sociale e di regime al proprio interno. Esportarla attraverso la guerra è il programma comune. E’ lo Yemen, in cui l’Arabia Saudita ha puntato su un vantaggio logistico e sulla famiglia Trump, e ha finora sbagliato i conti. Viceversa, droni e missili sugli stabilimenti dell’Aramco hanno mostrato quanto vulnerabile sia il regno saudita, di cui l’Iran in un confronto diretto farebbe un boccone. L’Iran è il capofila dell’esportazione della guerra. In Siria tiene saldamente la posizione, ma è l’Iraq il campo aperto a ogni svolgimento, compreso quello che non è mai avvenuto: che la guerra per bande si tramuti in una guerra civile fra sciiti. Prima dell’invasio – ne turca del nordest siriano, la rivolta a Baghdad e nelle roccaforti sciite irachene aveva fatto più di 100 morti e di 4 mila feriti. Il governo di Abdul Mahdi tiene un precario equilibrio fra patroni iraniani e americani, aggressivi i primi e di fatto, nonostante le stecche in alto e in basso di Trump, remissivi i secondi. Curdi e sunniti iracheni stanno a guardare, e lo stesso Erdogan, che la frontiera curdo-irachena la supera ogni giorno per bombardare il Pkk, non ha rinunciato a una sua genealogia turcomanna e ottomana di Mosul e di Kirkuk. L’Isis, dato per vinto, è ancora padrone delle notti in molti luoghi dell’Iraq. L’intero vicino oriente è un campo di battaglie, e può diventare alla prima scintilla incontrollata un campo di guerra. Gli europei non ci sono. Ma è da loro che, come hanno avvertito – ciascuno a suo modo – Trump e Erdogan, andranno i profughi e i foreign fighter. Che cosa faranno? La Siria sta per ricevere un nuovo status costituzionale, con la regia di Putin. I curdi del Rojava ne sono esclusi, trattati da separatisti, annessi finora, col loro territorio, a un’enclave diplomatico-militare che dava loro la terra e il cielo agli Stati Uniti. Ora il cielo è turco. I curdi siriani e lo stesso Pkk non sono separatisti, né in Siria né altrove (il Pkk è prode, ma non abbastanza coraggioso da scegliere un disarmo unilaterale, nemmeno se ad auspicarlo è il venerato Öcalan). La loro autonomia è legata a una democratizzazione federale degli stati in cui sono recintati. Alle stesse condizioni è legata l’Europa. C’è appena stata una discussione mezzo sbronza sul modo di vita europeo: non c’è in medio oriente niente che somigli di più al beninteso modo di vita europeo che l’esperienza curda. Con una differenza: che allo stile di vita curdo è imposta una ferrea condizione militante, e che il modo di vita europeo non è militante – è il suo lusso. E’ la ragione per cui anche i curdi sognano di andare a Göteborg o a Toronto. Nel Kurdistan iracheno i profughi curdo-siriani sono 235 mila, ed è lì che stanno arrivando i prossimi. Sull’Europa incombe, effettivo, il ricatto dei profughi. Ma l’Europa dovrebbe sentire come proprio il compito di contribuire decisivamente al ritorno dei profughi alle loro terre – non alle loro case, che sono polvere – e non a sostituire la gente curda nelle terre sue. “Aiutarli a casa loro”: in Siria, vuol dire aiutarli a ricostruirsi una casa, una vita. Come ha potuto l’Europa escludersi da questo compito, badare soltanto a comprare il confino umiliato dei profughi in Turchia, la loro reclusione abietta nella bellezza delle isole greche? Sanzioni dell’Eu – ropa possono far male, ma Erdogan ha due risorse: la rappresaglia delle gabbie aperte ai profughi, e l’avventura patriottica della guerra ai curdi. Far pesare non la minaccia ma l’eventualità vera di un’espulsione dalla Nato, non è forse la carta più efficace e pulita dell’Europa, anche verso Trump che simula di giocarla lui? La più efficace, anche, su un esercito turco che, pur reduce dall’epurazione violenta e massiccia seguita al tentato colpo del 2016, dev’essere tuttavia sensibile alla perdita completa della tradizione kemalista e del legame con l’occidente? Questione ardua, certo. Erdogan può giocarla lui, l’uscita dalla Nato. Ma avrebbe rinunciato per sempre alla doppiezza che lo tiene a galla, fra Mosca e Washington. E una Turchia estromessa dalla Nato non equivarrebbe a una Brexit militare, nella deriva delle alleanze e dei continenti? Probabilmente sì: ma allora almeno si affronti la questione, che è quella di sempre, se esista un’Europa e se possa esistere senza una Difesa europea.

Roma. Come un Uomo vitruviano al centro del suo magnifico ufficio al Collegio Romano, il ministro Dario Franceschini che mentre parla non gesticola mai – chi dice sia feroce autocontrollo e chi dice flemma – prova a misurare le dimensioni e le direzioni del lavoro che lo attende. Per un’ora fuori dal lavoro più impegnativo, al momento, che è quello della partita politica e della politica politicata. Tra quadri e antiche librerie non si parla di Di Maio e nemmeno del Pd. Si parla di politiche per la cultura, e di che cosa significhi tutelare e promuovere il patrimonio immenso del nostro paese. L’idea di Franceschini è molto sviluppista. “Quando arrivai al ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo la prima volta dissi, e l’ho ripetuto adesso, che mi sentivo chiamato a guidare il ministero economico più importante del paese. Non era una battuta. Investire in cultura e turismo significa puntare su uno dei fattori più forti, e unici, che abbiamo in Italia. Non dovevo convincere gli operatori del settore, ma gli altri decisori politici. Perché l’investimento sulla cultura non solo è doveroso ma fa crescere il paese, aiuta l’export. In tutto il mondo dici Italia e pensano a bellezza e storia. E’ appena uscito l’in – dice mondiale che misura i ‘best countries for cultural influence’: ebbene, siamo al primo posto, sopra la Francia. Per influenza, non per quantità di opere d’arte”. E a proposito di Francia, il ministro commenta con l’abilità di smussare il pasticciaccio all’italiana del prestito del disegno di Leonardo bloccato dal Tar su ricorso di Italia nostra: “Vista dal di fuori è difficile da capire. Ma le leggi e le diverse competenze vanno rispettate. Come le abbiamo rispettate noi. Sono andato a Parigi a firmare un memorandum, semplicemente un atto politico di impegno relativo a decisioni per il prestito di opere in cui tutti i livelli tecnici sono stati chiamati in causa e legittimamente lasciati liberi di decidere. Tanto è vero che, delle opere chieste dalla Francia, alcune sono andate e alcune no. Per questo c’è qualcosa che non funziona in quel provvedimento”. Non le sembra che questa vicenda sia la fotografia perfetta di un paese passatista e bloccato da una cultura del veto che pare irriformabile? “Io sono rispettoso e, da ministro, non posso esprimere giudizi sulle posizioni culturali, e non dirò nulla su queste decisioni. Ma se va a rivedere la vicenda dei direttori cosiddetti stranieri dei grandi musei, hanno subìto una decina di gradi diversi tra ricorsi, appelli, controricorsi e sentenze: finché alla fine abbiamo avuto ragione su tutto. Però questo ha avuto un effetto dissuasivo, perché una persona qualificata che magari dirige un’istituzione importante o una grande galleria all’estero, a questo punto prima di venire a portare il suo know-how in Italia si farà qualche domanda. E’ così. Non mi piace ma è così”. Adesso, dopo anni di polemiche ferocemente strumentali, i grandi musei e i loro direttori stanno tutti bene, no? “Perché lì si incrociano la riforma e la qualità dei direttori, italiani o stranieri. Mentre prima le direzioni dei musei erano uffici delle soprintendenze, non avevano autonomia, bilancio, comitato scientifico. Erano diretti da un funzionario agli ordini gerarchici della soprintendenza. Le soprintendenze in Italia hanno grande competenza e meriti enormi sulla tutela, ma non sulla valorizzazione. Oggi abbiamo più visitatori, incassi, attività scientifiche, mostre: ci si è messa un po’ di visione moderna. Non capisco perché ci sia gente, addirittura da sinistra, che si lamenta perché ci sono più cittadini che vanno al museo, o al cinema con il biglietto ridotto”. La seconda vita del ministro al Collegio Romano, il “Franceschini 2”, potrebbe essere contrassegnata da una “t”. La “t” del – la competenza per il Turismo che è tornata nell’acronimo Mibact, dopo lo stravagante accorpamento al ministero delle Politiche agricole nel governo Lega-Cinque stelle. “Il turismo è un motore imprescindibile di sviluppo, ed è proprio uno dei punti forti del mio mandato. Perché, possiamo dire, la riorganizzazione e il rilancio dei beni culturali e della tutela è già partita e sta procedendo. Mentre un punto difficile è il turismo, che riguarda anche il territorio, sui cui l’intervento e l’indirizzo sono stati in passato molto deboli”. Ma è paradossale – o forse è invece indicativo – che quando si è formato il nuovo governo i critici (la solita Italia nostra, ma non solo) non hanno attaccato Franceschini inteso come il notorio mercante e nemico del patrimonio culturale, e nemmeno il fatto che abbia immediatamente bloccato i decreti sull’orga – nizzazione dei musei firmati in extremis da Alberto Bonisoli. No, i più alti lài hanno riguardato il fatto che il turismo fosse tornato a far coppia con la cultura. In Italia c’è chi, appena sente parole come valorizzazione e turismo, mette mano alla pistola. “E’ un pregiudizio tardo ideologico – com – menta con un mezzo sorriso il ministro – che difficilmente mi spiego. Perché nell’articolo 9 della Costituzione tutela e valorizzazione ci sono sono già. Non c’è contrapposizione. In un paese come l’Italia è logico che la sede più naturale per le competenze sul turismo sia il ministero che si occupa di beni culturali, di paesaggio”. Però ci sono anche i catastrofisti turistici. L’overtourism è un problema reale, ma quelli che vorrebbero chiudere tutto forse non capiscono la situazione, o la modernità. “Non ci sono solo le grandi navi a Venezia, su cui confermo quanto già dichiarato, che entro la fine di questo mio mandato non entreranno più nel bacino di San Marco. Il problema è più ampio e non si può affrontarlo da catastrofisti. Non si può impedire a chi viene in Europa una volta nella vita di vedere il Colosseo. E sono contrario ai ticket, al massimo si possono utilizzare dei contatori di accessi. Il vero problema è far crescere un altro tipo di turismo, più di qualità, moltiplicando gli attrattori turistici, che sono le città d’arte meno frequentate, i luoghi e i borghi fuori dai percorsi più sfruttati. Ci serve un turismo più lento, di qualità. E abbiamo la possibilità di un’offerta infinita rispetto ad altri paesi. Ci vuole più turismo per modificare il turismo. Non il contrario”. Siamo un po’ indietro però. “Sotto Napoli il turismo non ci va. Nel sud il rapporto tra bellezza, importanza dei siti e numeri è sproporzionato. Ma lì ci sono tanti temi da mettere a punto: la manutenzione, le infrastrutture, la ricettività, gli investimenti”. Investire, tutelare i siti d’arte e promuovere il paesaggio sono tre parole che sono tutt’uno, se si tolgono i paraocchi. E’ il caso di Pompei, che a Franceschini sta particolarmente a cuore. E’ appena stato rivelato il ritrovato affresco dei “gladiatori”. E’ il frutto del lavoro di nuovi scavi, che come ha dichiarato il ministro sono anche il frutto di ingenti finanziamenti europei ben utilizzati. Non cresce solo il numero dei turisti, crescono dopo molto tempo le richieste di archeologi da tutto il mondo per poter venire a scavare qui. Ma fuori dall’area archeologica c’è una Pompei da rimodernare, da mettere in sicurezza: non ci può essere una divisione, se non tecnica, tra questi aspetti. A proposito di investimenti, tornando a musei e grandi istituzioni pubbliche, molti dicono che serva ancora più autonomia. Per reperire fondi e soprattutto per risolvere la mancanza di personale. Su questo, il punto di vista di Franceschini è articolato e cauto. “E’ un bel tema di discussione, ma complesso. Posso dire che i cda torneranno nei musei. Ma la loro rimarrà un’au – tonomia dentro al sistema museale dello stato. E’ un sistema fatto di grandi e piccole istituzioni, e questo è forza. Perché rinunciare a questa forza, penso ad esempio alla politica dei prestiti, lasciando che ognuno faccia per sé?”. Ma se manca il personale, non è giusto che ognuno badi al suo fabbisogno? “Anche io pensavo fosse interessante andare verso questa prospettiva, Però ho visto ad esempio il caso francese. In Francia lo hanno fatto al Pompidou, che a differenza degli altri musei in cui il personale è dello stato ha avuto autonomia anche sul personale. Ma si sono pentiti, perché mentre in un sistema unico esiste la possibilità di spostare le persone in base a esigenze e meriti, facendole crescere e migliorando le professionalità, in un sistema completamente autonomo, se sei agli Uffizi resti lì”. Quindi l’idea di fare nascere fondazioni pubblico-privato, come è ad esempio la Scala di Milano, per una miglior gestione pratica ed economica non la convince? “Non vedo i vantaggi. Può capitare, come nel caso del Museo Egizio, ma è un caso particolare. I grandi musei funzionano bene così”. Allo stesso modo, sia chi teme le privatizzazioni sia chi le chiede fa polemiche inutili: “I sacerdoti della conservazione dicono che qualsiasi privato si avvicini al pubblico lo dissacra. Ma chi vuole privatizzare tutto forse non sa che nessun museo al mondo fa utili. Al massimo, la miglior fondazione americana arriva al 30, 40 per cento con biglietteria e bookshop, il resto sono donazioni private o contributi pubblici. In mezzo c’è la strada mediana, che è valorizzare una modernizzazione restando pubblici”. Ma le risorse servono, in questa via mediana. Una strada introdotta proprio da lei quattro anni fa è l’Art bonus. Ha funzionato? “Ha ingranato molto bene, 386 milioni di euro in donazioni da quando esiste. E sono tutti soldi vincolati, con destinazione certa, non è che si buttano nel calderone. Naturalmente è poco se ci confrontiamo con paesi come Stati Uniti o Regno Unito che hanno da decenni incentivi fiscali di questo tipo, lì è maturata una vera cultura del mecenatismo. Ma il bonus le imprese dovrebbero utilizzarlo di più, avendo il 65 per cento di credito d’imposta”. Si può potenziare? “Bisogna far crescere il crowdfunding, ad esempio i musei dovrebbero crescere sulle piccole donazioni anche da dieci euro, legate al luogo che si è appena visitato, creando un rapporto virtuoso col pubblico. L’altro problema è che c’è un gap tra una regione e l’altra drammatico. Alcune hanno usato bene il bonus, altre zero. Infine si potrebbero estendere le attività che ne hanno diritto. Vorrei inserire quest’anno gli istituti di cultura italiani all’estero. Ma ovviamente ogni cosa costa, va convinto il ministero dell’Economia”. A proposito di costi, un’indagine di Intesa Sanpaolo e Mediocredito appena pubblicata rileva che il valore, in pil, della nostra industria culturale e creativa è fermo all’1,7 per cento. In Gran Bretagna è al 2,8. Molte aziende creative, soprattutto giovani, hanno un grave problema di accesso al credito. Cosa si può fare? “E’ un altro degli obiettivi del mio mandato, la valorizzazione di ciò che è nuovo. Se la Gran Bretagna è più avanti di noi, con un patrimonio culturale oggettivamente inferiore, è perché ha saputo investire e spingere su quello che è in generale industria culturale: dalla creatività ai prodotti trasformati in brand, in mode. Ci sono da finanziare startup, da creare regole di agevolazione per il credito. E’ un tema di sviluppo fondamentale”. Per finire, torniamo in zona Uomo vitruviano: se la Soprintendenza di Milano mettesse un vincolo sullo stadio di San Siro? “Rispetterei la decisione della Soprintendenza senza intervenire, nel rispetto della sua autonomia. In tema di vincoli, la politica deve stare lontana. E il mio parere non lo dico, non voglio influenzare”.

Il tunnel è l’opposto dello streaming. Quest’ultimo serve per insultarsi a favore di telecamera e di popolo cosiddetto, una variante del “Grande fratello”. Il tunnel è invece una procedura negoziale segretissima che serve a concludere un accordo, una variante delle spy story: solo a cose fatte e comunque sempre per vie top secret, per la ratifica o il rigetto, sono informate le fonti del potere, i mandatari dei negoziatori, che fino a quel punto sono autorizzati a chiudere porte e finestre a telecamere e popolo cosiddetto. Quando scrivevo che Boris Johnson è diverso da Trump e da Salvini volevo dire proprio questo: che il premier britannico arieggia il populismo, ma poi è capace di infilarsi in un tunnel, con i negoziatori dell’Unione europea, per cercare il miracolo di un accordo in extremis sulle modalità della Brexit. Twitter Instagram e Facebook fanno la differenza tra i brubru e gli uomini di stato. Sono strumenti nati per compiacere la libertà trasparente delle comunicazioni, ma antagonisti della ragion di stato, che in materia di fini collettivi o bene comune o libertà politica è uno strumento d’avanguar – dia anche nel mondo digitale. Se il senatore Salvini, quand’era il Truce, et pour cause, avesse cercato per lo meno di contemperare le tonterie sui porti chiusi con un tunnel, cioè con un serio negoziato sull’immi – grazione per la modifica del trattato di Dublino, non avrebbe fatto la fine che ha fatto: dal talk-show al gobierno e ritorno. E se Trump fosse riuscito a controllare il suo narcisismo infantile, dunque molto pericoloso, e non avesse fatto troppo affidamento sulla trasparenza del populismo e sulla segretezza del ricatto a capo di stato estero contro il suo rivale, non sarebbe sotto indagine parlamentare per impeachment o rimozione e non farebbe passare guai neri alla comune umanità con le sue iniziative genocidarie in Siria nordorientale o Rojava. Può essere che non se ne faccia niente, Macron e la Merkel si vedono domenica e potrebbero decidere che le soffiate loro pervenute dal tunnel non sono tali da incoraggiare una conclusione positiva, ma intanto la sterlina si muove e vota il suo incoraggiamento, e così la JP Morgan, la City e molti altri soggetti sociali che strutturano il popolo e le élite secondo un’architettura possibile della convivenza, come le partite Iva inglesi. BoJo ha fatto le concessioni marginali ma decisive necessarie almeno per una trattativa conclusiva e segreta, dopo un colloquio con il suo omologo irlandese, e dopo aver detto che piuttosto di una nuova proroga si sarebbe buttato in una discarica, facendo fremere popolo e mondo politico istituzionale, Westminster compresa: ora potrebbe ottenere un accordo non molto dissimile da quello stipulato da Theresa May in un altro negoziato nel tunnel, e da premier privo ormai di maggioranza, e da capopopolo con formazione e curriculum da etoniano, aristocrazia della competenza, potrebbe presentarsi alle elezioni come quello che la Brexit l’ha resa possibile, e per giunta senza troppi danni. Un quantum di populismo è sempre presente nella lotta politica, si sa, a partire dalla propaganda, ma quando i capibastone del populismo truce cominciano a credere alla loro propaganda, cadono in un delirio di onnipotenza che li può fregare facilmente. Johnson se Dio vuole oltre che cinico e bastardo è uno scettico ricco di humour. Se BoJo e i suoi partner del tunnel usciranno alla luce con un accordo trasformista all’italiana, l’Irlanda del nord contemporaneamente dentro all’unione doganale britannica e dentro all’unione doganale del mercato unico europeo, una piroetta all’altezza di un Giuseppi, il tutto condito da una vaga promessa di transitorietà, allora sarà difficile che l’accordo non diventi un fatto capace di superare le convenienze politiche partigiane e i famosi dèmoni della Brexit. Non è detto che accada, ma se accadesse, prendere nota, sarebbe una bella lezione. E poi il voto subito.

Il nuovo ad di Autostrade, Roberto Tomasi, era stato informato che i suoi dirigenti “nel corso della perquisizione hanno volontariamente omesso di consegnare” alla Finanza “la documentazione di collaudo e i certificati dei ma te ri al i”. È scritto nell’an notazione di 78 pagine predisposta dalle Fiamme Gialle che i pm genovesi Walter Cotugno e Massimo Terrile hanno consegnato al Tribunale del Riesame. A PAGINA 8 si legge: “Alle 7:35 del 31 gennaio 2019 il nuovo ad di Autostrade, Tomasi Roberto, chiama Marrone”. Parliamo di Gianni Marrone, indagato nell’inchiesta sui falsi report, una costola di quella sul Morandi. Marrone a settembre è finito agli arresti domiciliari che sono stati revocati la settimana scorsa. Nelle carte dei pm si parla, appunto, di documentazione non consegnata agli investigatori, ma anche di studi sulla sicurezza dei viadotti (in particolare il Paolillo, in Puglia) che sarebbero stati ritoccati. Aggiunge la Finanza: “Marrone, in ordine al Paolillo e all’attività di indagine effettuata dalla Finanza gli dice che l’armatura rinvenuta in sede di indagine sulla trave è difforme rispetto alla contabilità di progetto del ’74 (l’anno di costruzione)”. Insomma, sostengono gli investigatori, già a gennaio – la sua designazione risale al 18 – Tomasi era a conoscenza che il Paolillo non era stato realizzato secondo il progetto originario. Ma c’è di più: Marrone dice a Tomasi “che non hanno fornito dei documenti a Placido Migliorino (l’ispettore del ministero delle Infrastrutture, nd r ) nel corso delle ispezioni del Ministero dove emergeva che le armature riscontrate erano diverse dal disegno di contabilità ma che l’opera poi collaudata è quella con la trave riscontrata in sito”. Ma il passaggio più scomodo, come ha raccontato l’A nsa , è l’ultimo: Marrone racconta a Tomasi “che nel corso della perquisizione hanno volontariamente omesso di consegnare la documentazione di collaudo ed i certificati dei materiali”. La Finanza riporta l’intercettazione: “Avevano fatto la valutazione dell’armatura – esordisce Marrone – e, giustamente, aveva scritto affianco… dice: guarda è difforme però rispetto alla contabilità di progetto del ’74, cioè l’armatura della trave era difforme alla contabilità di progetto”. Marrone è contrariato con Migliorino, definisce i suoi discorsi “pippardonici”. Aggiunge: “Mi – gliorino ha fatto un disastro, c’ha portato in Prefettura, in Procura”. Marrone si difende: “È solo il disegno di contabilità sbagliato, l’opera che trovate sul viadotto è quella collaudata”. Il dirigente di Autostrade pare non gradire il modo di procedere della Gdf: “Sono venuti in 14, manco fossimo Riina”. Aggiunge: “Vieni tacciato di falso quando una lettura asettica è fatta da chi veramente vende formaggi fino a ieri”. Ed ecco i passaggi che hanno attirato l’atten – zione degli investigatori: “L’uni – ca cosa che loro non hanno, perchè noi non gliel’abbiamo data ieri, perchè, sai, tu non puoi scoprire tutto e dargli tutto a spiegà a gente che già lì viene col presupposto che tu sei un delinquente, scusa se te lo dico… il verbale di collaudo, i certificati dei materiali all’epoca dei fatti dei collaudi… questi qua, i verbali di collaudo almeno noi non glieli abbiamo dati”. Tomasi all’inizio oppone brevi frasi, silenzi. Alla fine, però, dice: “Noi non possiamo rimanere nella condizione di non confrontarci con la magistratura”. E Marrone conclude: “Non possiamo passare come quelli che hanno fatto il falso per nascondere un’opera che era in condizioni disastrose… io sono disposto ad andare a Genova tra un quarto d’ora”. È LA LINEA di difesa di Marrone che dopo essere stato sentito dai giudici, aveva dichiarato: “L’opera corrisponde a quella collaudata. È sicura, lo dicono studi terzi di professori universitari”. Le parole di Tomasi, secondo i pm, non hanno rilevanza penale. L’ad non è indagato. Da Autostrade arriva un commento: “Nel colloquio veniva espressamente chiesto a Marrone di chiarire la propria posizione direttamente alla magistratura, in modo da consentire una puntuale ricostruzione dei fatti”. L’in – chiesta partita dalla tragedia del Morandi segue diversi filoni. Anche se Gabriele Bordoni, avvocato di Marrone, commenta: “La competenza sui falsi spetta a Bologna dove è stato commesso il reato portante”. Insomma, la battaglia legale sarà dura. Intanto, però, emerge che altri cinque viadotti sarebbero sotto la lente di ingrandimento della Procura, soprattutto sulla trafficata A26 che collega la Liguria al Piemonte: Carlo Alberto, Baudassina e Ferrato nell’Alessandrino e Gorsexio e Stura III tra i caselli di Voltri e Masone.

Un africano, un politico africano che vince il Nobel per la Pace? Ma la politica in Africa non è sinonimo di malgoverno, corruzione, plutocrazia, appropriazione indebita, repressione, propensione alla guerra e alla violenza e così continuando? No, il comitato per il Nobel ha guardato al futuro e ha scommesso su Abiy Ahmed Ali, 43 anni, il premier etiopico che in pochi mesi ha rivoluzionato il suo Paese, tentando anche di chiudere la guerra ventennale con l’Eritrea. E gli ha conferito il premio per la pace. Altri africani hanno vinto il prestigioso riconoscimento (Mandela, Tutu, De Clerk e Johnson Sirleaf) ma in contesti assai differenti e avevano terminato il loro lavoro. Abiy l’ha appena cominciato. Un monito verso altri leader africani? Forse. Lui ha anteposto gli interessi concreti del suo Paese a muscolose dichiarazioni di principio, usate dai leader africani per rimpinguare i loro conti in banca (all’estero e in dollari). Solo il 2 aprile 2018 è stato nominato primo ministro dell’Etiopia, unico Stato africano a democrazia parlamentare, scelto tra gli oromo, etnia maggioritaria ma anche abbastanza emarginata; in Etiopia, infatti comandano i tigrini. Aveva le idee molto chiare su cosa fare. Immediatamente la pace con l’E r itrea. Ed è stato il primo passo. È andato ad Asmara ad abbracciare il sanguinario dittatore Isaias Afeworki e ha subito annunciato che avrebbe ubbidito alla risoluzione della commissione indipendente che aveva assegnato all’Eritrea la sovranità sul piccolo villaggio di Badme, causa della guerra scoppiata nel luglio 1998. “Perché devo combattere per il controllo di una sperduta pietraia in mezzo al nulla? – aveva spiegato lui che a 13 anni era un baby-soldato –. I motivi di orgoglio non sono sufficienti a m a n t en e r e uno stato di allerta lungo i confini con i nostri fratelli eritrei”, era stato il succo del suo discorso. La successiva visita di Isaias ad Addis Abeba e la firma del trattato di pace nel settembre 2018 aveva aperto la porta a grandi speranze soprattutto in Eritrea. Spiragli di libertà in un Paese guidato con il pugno di ferro da una tirannia che sul pianeta trova qualcosa di simile solo in Corea del Nord. Se Isaias avesse aperto le galere dove sono stipati centinaia di prigionieri politici, compresi i suoi amici e compagni di lotta durante la guerra di liberazione, probabilmente oggi gusterebbe il sapore dell’assegnazione del Nobel con Abiy. Già perché la pace si fa in due, e il comitato del Nobel lo sa bene. Se il premier etiopico è stato ricompensato per questo, perché lo stesso riconoscimento non è andato al suo antagonista eritreo? Semplice, perché il secondo dopo aver aderito alla richiesta di far la pace, si è ritirato. E COSÌ LE FRONTIEREterrestri che, con grande ma frettoloso entusiasmo, erano state aperte, sono state richiuse, con conseguente blocco dei commerci transfrontalieri necessari a sostentare l’e c o n omia di regioni lontane da tutto. Mentre Abiy in Etiopia ha continuato a varare riforme l’Eritrea è rientrata nei suoi ranghi fatti di servizio militare ad libitum, repressione di ogni dissenso, pugno di ferro con conseguenti incarcerazioni di massa, controllo totale dei mezzi di informazione che inneggiano così unanimi al regime fascistoide e corruzione. Ad Addis Abeba, al contrario, venivano liberati i prigionieri politici, legalizzati i partiti di opposizione, tolta la censura, privatizzate molte imprese statali, allentati i controlli sui mezzi di comunicazione, abolito il divieto di associazione e arrestati i secondini riconosciuti colpevoli di aver violato i diritti umani. Anche Abiy ha aperto un fronte di guerra: quella contro la corruzione. Il tutto in 18 mesi di governo. Un record non solo per l’A f ri c a , ma per l’intero pianeta. Ad Abiy sono arrivate le più sentite congratulazioni dei capi di Stato e di governo di tutto il mondo. Solo da Asmara –fino al momento in cui andiamo in stampa – s i l e nz i o tombale. Un silenzio assordante che assomiglia proprio a una sberla sulla faccia di Isaias Afeworki, colpito nella sua tracotante arroganza. Per il premier etiopico il lavoro non solo non è finito, ma è appena cominciato. E il Nobel vuol essere anche un’esor – tazione a proseguire sulla strada intrapresa. Pur godendo di una grande popolarità, il suo modo di procedere gli ha procurato anche una gran quantità di inimicizie. Infatti è già stato oggetto di almeno tre attentati. Chi in Etiopia ha perso potere e privilegi non è contento del nuovo corso e fa fatica ad adeguarsi. E poi contro di lui sono schierati i nostalgici di Ethiopia Tikdem, cioè della dittatura militar-comunista di Mengistu Hailè Mariam, che sognano un ritorno al passato.

La sentenza sull’e r g astolo ostativo della Corte europea dei diritti dell’uomo nella causa Viola contro l’Italia, appare suscettibile di innescare significative ricadute nella politica criminale adottata dallo Stato italiano contro le mafie dopo la drammatica stagione degli anni 1992-1993. In alcuni punti essenziali della motivazione, la Corte afferma infatti principi in grado di destabilizzare delicati meccanismi sui quali si è sin qui imperniata l’efficacia della risposta giudiziaria. SI AFFERMA infatti che la legislazione italiana viola l’arti – colo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in quanto i detenuti condannati all’ergastolo ostativo per omicidi di mafia non sono liberi di esercitare la scelta di collaborare con la magistratura così usufruendo, al pari di altri ergastolani, dei benefici penitenziari tra i quali i permessi premio, la semilibertà e la liberazione condizionale. Collaborando esporrebbero infatti se stessi e i propri familiari al rischio di gravi rappresaglie. Essi si troverebbero dunque dinanzi a una alternativa drammatica: collaborare rischiando la vita o rinunciare ai benefici di legge. Poiché la scelta del primo polo di tale alternativa equivale a una richiesta inesigibile da parte dello Stato, deve essere data a tali detenuti una terza via, consistente in una dissociazione senza collaborazione. In ordine al rischio insito nella collaborazione con i magistrati, la Corte dopo avere premesso che il ricorrente aveva deciso di non collaborare per non dovere subire reazioni violente da parte dei suoi ex associati, ha osservato: “Su questo aspetto è opportuno ricordare le dichiarazioni della terza parte L’al – tro diritto onlus relative alla sua attività di osservazione diretta di detenuti condannati all’ergastolo previsto dal l’articolo 4 bis. Secondo questo terzo interveniente, il motivo principale del rifiuto di collaborare con la giustizia consisterebbe nel timore per i detenuti condannati per reati di tipo mafioso di mettere in pericolo la loro vita o quella dei loro familiari. La Corte ne deduce che la mancanza di collaborazione non può essere sempre imputata a una scelta libera e volontaria”. Più avanti la Corte nel ritenere che la collaborazione con le autorità non si può considerare come l’unica dimostrazione possibile della correzione del condannato, afferma che “non è escluso che la ‘d is so c ia z io ne ’ d al l ’ambiente mafioso possa esprimersi in modo diverso dalla collaborazione con la giustizia”. In via esemplificativa la Corte constata “che il ricorrente ha dichiarato di non essere mai stato sottoposto a sanzioni disciplinari e di avere accumulato dalla sua condanna, in ragione della sua partecipazione al programma di reinserimento, circa cinque anni di liberazione anticipata”. L’AFFERMAZIONEsecondo cui gli ergastolani per omicidi di mafia non sarebbero liberi di scegliere di collaborare, così autoprecludendosi l’a cc e s s o ai benefici penitenziari, perché si esporrebbero a rischio di vita, equivale ad affermare che lo Stato italiano non si è dimostrato in grado di garantire l’incolumità dei collaboratori e dei loro familiari, circostanza questa nettamente smentita dalla realtà storica attestante come invece i sistemi di protezione adottati abbiano efficacemente assicurato l’inco – lumità di varie centinaia di collaboratori e dei loro familiari trasferendoli in località protetta, fornendo loro nuove identità e la possibilità di iniziare nuovi percorsi di vita. Oltre che priva di fondamento storico fattuale, la motivazione addotta dalla Corte per giustificare e legittimare il diritto al silenzio dei mafiosi condannati all’ergastolo come stato di necessità indotto dalla perdurante prevalenza della forza di intimidazione dell’as – sociazione mafiosa rispetto agli strumenti di protezione apprestati dallo Stato, veicola un messaggio fortemente negativo di sfiducia nella reale capacità delle istituzioni di ripristinare la forza della legge contro la sopraffazione della mafia. Se il diritto al silenzio è giustificato per capi mafia e killer condannati all’ergastolo, in quanto, secondo la Corte, nell’Italia del 2019 la mafia sarebbe ancora più forte e temibile dello Stato, a maggior ragione dovrebbe giustificarsi il silenzio degli imprenditori che pagano il pizzo e di tutti coloro che soggiacciono alle intimidazioni della mafia, preferendo talora farsi incriminare per favoreggiamento piuttosto che rivelare ai magistrati il loro stato di vittime. Un avallo culturale alla rassegnazione fatalistica e lo svilimento dello straordinario sforzo collettivo profuso in questo ultimo quarto di secolo per alimentare nella società civile la fiducia nelle istituzioni debellando la legge dell’omertà. Ancora più paradossale appare tale motivazione se si considera che il ricorrente Viola, capomafia della ’ndran – gheta, è stato condannato all’ergastolo proprio grazie alla collaborazione con la giustizia di due suoi sodali. La Corte afferma inoltre che il sistema normativo vigente viola l’art. 3 della Convenzione sotto un ulteriore profilo: “Il sistema nazionale è in contrasto con il diritto di autodeterminazione (…) Il detenuto non è in grado di determinare la sua esistenza in carcere e di avere una influenza sull’esecuzione della sua pena, in quanto il giudice non tiene conto del suo comportamento e delle sue azioni in assenza di collaborazione”. In altri termini il mancato riconoscimento del diritto del condannato all’ergastolo per delitti di mafia di scegliere liberamente se autoemendarsi collaborando con la giustizia (così come richiesto dalla legge, adoperandosi per evitare che l’attività delittuosa dell ’associazione mafiosa sia portata a conseguenze ulteriori), oppure di autoemendarsi in altri modi, ad esempio, limitandosi a dissociarsi, comprometterebbe il diritto di autodeterminazione, ledendo la dignità dell’individuo. IL GIUDICE Wojtyczek nel motivare la propria opinione dissenziente rispetto agli altri componenti della Corte ha definito testualmente “sconcer – tante” tale argomento, osservando che in materia di politica penale agli Stati è riconosciuto un margine di apprezzamento nel bilanciamento tra esigenze di tutela della collettività e diritti individuali. Ha ricordato infatti che oltre agli obblighi previsti dall’art 3, l’articolo 2 della Convenzione impone alle parti contraenti l’obbligo di adottare le misure necessarie per proteggere la vita delle persone sottoposte alla loro giurisdizione e che “l’obbligo dello Stato a questo riguardo implica il dovere primario di garantire il diritto alla vita istituendo un quadro giuridico e amministrativo atto a scoraggiare la commissione di reati contro la persona e concepito per prevenire, reprimere e punire le violazioni (…) Questo obbligo riguarda in particolare la protezione contro la criminalità organizzata (…) La legislazione italiana non priva le persone condannate all’ergastolo per i crimini più pericolosi per la società di sperare di ottenere un giorno la libertà. Essa prevede la possibilità di ottenere una liberazione condizionale ma subordina quest’ultima alla condizione di una collaborazione con la giustizia”. La Corte –se – condo il giudice dissenziente – ha travalicato i limiti della propria competenza in quanto non si è limitata ad un controllo di razionalità e di proporzionalità della scelta di bilanciamento operata dal legislatore italiano, ma si è sostituita ad esso con una scelta politica alternativa e sbilanciata che indica come prevalente rispetto alle esigenze di tutela della collettività il diritto soggettivo del detenuto a scegliere i modi e i percorsi della propria risocializzazione, rifiutandosi di aderire a quelli previsti dalla legge. Senza dubbio né il giudice Wojtyczek né gli altri componenti della Corte ricordano che tale soluzione corrisponde esattamente a quella fortemente auspicata e promossa da autorevoli esponenti del Gotha di Cosa Nostra dalla fine degli anni Novanta sino al 2005. In quegli anni Pietro Aglieri, capo mandamento condannato per le stragi, si fece capofila di una proposta che trovava la piena adesione di molti boss importanti tra i quali Salvatore Biondino, l’uo – mo di fiducia di Salvatore Riina arrestato insieme al suo capo, Benedetto Santapaola, boss di Catania, Giuseppe Madonia capo mafia di Caltanissetta, Giuseppe Farinella capo delle Madonie. I boss chiedevano appunto che venisse modificata la normativa sull’er – gastolo ostativo in modo da assicurare l’accesso ai benefici penitenziari ai condannati all’ergastolo per delitti di mafia anche in assenza di collaborazione, stabilendo che fosse sufficiente una “d i s s oc i azione”, cioè il ripudio della scelta di adesione all’organiz – zazione e la scelta di altri percorsi individuali di risocializzazione. Dopo alterne e scabrose vicende, tra le quali la repentina rimozione del capo dell’Ispet – torato del Dap Alfonso Sabella che aveva bloccato la richiesta di Salvatore Biondino di essere autorizzato a fare lo “scopi – no” al fine di muoversi liberamente dentro il carcere e mettere meglio a punto con gli altri capi detenuti i termini della “trattativa Aglieri”, la fattibilità della soluzione proposta fu abbandonata in sede governativa aderendo alle argomentazioni contrarie fatte valere dai magistrati più impegnati sul fronte antimafia, i quali, sulla base dell’esperien – za acquisita e della profonda conoscenza del mondo mafioso, avevano fatto rilevare che un eventuale cedimento alle richieste dei boss sarebbe stato tutto a favore della mafia, senza che lo Stato ne ricevesse una contropartita adeguata. La possibilità per i mafiosi di essere ammessi ai benefici penitenziari dei permessi premi, della semilibertà e della liberazione condizionale in assenza di collaborazione, avrebbe infatti demotivato ogni spinta a collaborare, consentendo così alla mafia di conseguire l’obiettivo di privare lo Stato di uno strumento rivelatosi prezioso per destabilizzare gli equilibri interni delle organizzazioni criminali disarticolandone le strutture. L’abolizione di fatto della pena dell’ergastolo per gli omicidi di mafia, avrebbe inoltre fatto venir meno l’unico vero deterrente temuto dai mafiosi i quali sono da sempre rassegnati a dovere scontare anche lunghi anni di carcere come prezzo della propria carriera criminale, ma temono fortemente invece l’ergastolo che li priva per sempre del potere acquisito e della possibilità di godere delle ricchezze accumulate. Nella mia lunga esperienza sul campo ho potuto constatare l’im medi ato reinserimento nell’o r g a n i zzazione di mafiosi che erano usciti dal carcere dopo venti o trenta anni di detenzione. INFINE va considerato che i mafiosi doc sono sempre stati detenuti modello, formalmente rispettosi delle regole interne del carcere e quindi già usufruiscono della liberazione anticipata cioè di uno sconto automatico di 90 giorni di pena per ogni anno di detenzione. L’accumulo progressivo di tre mesi di sconto per ogni anno di pena, sommandosi nel tempo accorcia di molto il periodo previsto per l’accesso ai benefici penitenziari. Dieci anni si riducono a otto anni e sei mesi, venti anni si riducono a quindici. Molti in carcere si sono dedicati agli studi e ad alcuni si sono pure laureati. Se a ciò si aggiunge una dichiarazione formale di dissociazione, di ripudio del passato, si comprende come possa divenire problematico per il magistrato di sorveglianza motivare il diniego dei benefici penitenziari in assenza di concreti elementi (come, ad esempio, le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano) che provino come la risocializzazione del detenuto – dimostrata nei modi esemplificati –sia il frutto di una abile strategia di dissimulazione e non il sincero punto di arrivo di un ripensamento critico delle proprie scelte di vita. Scoprirlo soltanto dopo potrebbe comportare il rischio del sacrificio di vite umane e della perdita di credibilità dello Stato nel fronteggiare il crimine mafioso, proprio il rischio che il legislatore aveva ritenuto di potere evitare subordinando l’accesso ai benefici alla collaborazione, mediante un equilibrato bilanciamento degli interessi della collettività e dei diritti del singolo.