«I curdi? Mica ci hanno aiutato nella seconda guerra mondiale». Il video dell’ultima uscita di Donald Trump si fonde con le immagini tragiche dal fronte, dalla feroce offensiva militare turca contro quelli che furono alleati preziosi per l’America. Scaricati, abbandonati al loro terribile destino con una battuta surreale. Talmente sconcertante che qualcuno rilancia negli Stati Uniti il tema del 25esimo emendamento. Ovvero: non c’è bisogno di aspettare l’esito dell’impeachment, questo presidente va destituito prima, lo prevede la Costituzione in caso di “incapacità mentale” (è contemplato dal 25esimo emendamento, approvato dopo l’assassinio di John Kennedy, che per alcune ore prima di morire fu incapacitato da un proiettile al cervello). Trump ci ha abituati a un’escalation verbale che ha calpestato e travolto ogni regola. Dal galateo diplomatico alla buona educazione, i suoi tweet hanno trasformato la figura presidenziale, allo statista hanno sostituito l’urlatore da talkshow, l’aggressore esibizionista da reality-tv. Razzismo, sessismo, insulti alla sovranità di altri Stati: tutto lecito. L’insulto ai poveri curdi può sembrare ai limiti della salute mentale (che c’entrano, davvero, con lo sbarco in Normandia?) ma ha una sua logica perversa. Bisogna ricostruire il tortuoso percorso mentale di questo presidente, che è assediato su più fronti e reagisce come una belva ferita. Parlando al telefono con Erdogan nel weekend, Trump gli ha preannunciato il ritiro degli ultimi soldati Usa dalla Siria settentrionale (un piccolo contingente che simbolicamente proteggeva i curdi), e di fatto ha dato via libera all’aggressione militare della Turchia. Il tradimento dei curdi, che erano stati decisivi nella lotta contro l’Isis, ha attirato accuse durissime su Trump. Non solo l’opposizione democratica, ma anche dei repubblicani trumpiani come il senatore Lindsay Graham o la sua ex ambasciatrice all’Onu, e velatamente il Pentagono, hanno denunciato un errore dalle conseguenze incalcolabili. Perché sdogana un massacro e assolve Erdogan cancellando le sue offese alla Nato. Perché può porre le premesse di un rafforzamento nell’area di Assad e dell’Iran, o di una rinascita dell’Isis. Infine il segnale lanciato urbi et orbi, dal Giappone all’Europa, è che quest’America non riconosce amicizie o alleanze, può tradire, calpestare impegni e trattati di mutua difesa. A queste accuse il “delirante” leader della massima superpotenza risponde con una serie di video e tweet che vanno collegati. Affermazioni come queste: “I curdi hanno combattuto al nostro fianco, ma noi li abbiamo strapagati per questo”. “La guerra con l’Isis ormai l’abbiamo vinta”. “Basta con le guerre interminabili e insensate”. Tutto rinvia al contratto originario fra Trump e i suoi elettori. Parte integrante di America First (che si può tradurre con “America numero uno”, ma in realtà sta per “Prima l’America”) è l’idea che gli Stati Uniti debbano concentrarsi sui bisogni della propria popolazione, che sono tanti e a lungo trascurati. Fare il gendarme del mondo non ha dato benefici commisurati ai costi enormi di una presenza “imperiale” nei quattro continenti. Trump perciò vuole mantenere la promessa di chiudere ogni guerra e riportare a casa tutti i soldati, o quasi. In quanto agli alleati, sono fungibili, ciascuno di loro viene valutato in un bilancio dei costi e benefici. È il mondo nel quale bisogna attrezzarsi a sopravvivere: stiamo assistendo alle prove generali di un ritiro dell’America dalla sua leadership – peraltro auspicato a lungo dai suoi tanti detrattori. C’è una coerenza nella follia di Trump, non basta fermarsi alla dimensione clinica.

Marco e Marisa, sposi centenari «Ogni giorno è una conquista».

Milano, il primo incontro nel 1941. «Lui mi scrisse dalla Russia che era ancora vivo».

Marco: Pensavo a quanto è bella la storia: nell’ottobre del 1942 ero in Russia sopra la Kalitva, l’affluente del fiume Don, dove la 17° compagnia del Dronero, la mia, doveva tenere le posizioni prima della ritirata. Oggi sono qua a raccontarlo.

Marisa: Rivedo tutto quello che ho fatto nella mia vita. Arrivare insieme a cent’anni potendo ancora ragionare con la testa è un dono. Il segreto di 67 anni di matrimonio? Volersi molto bene, cambiare insieme, avere il garbo di sopportarsi a vicenda.

Lo ha aspettato per quattro anni, senza averne alcuna notizia. Andava ogni giorno a vedere l’elenco dei soldati uccisi affisso in stazione Centrale: «Il suo nome non c’era». Lui, tenente degli alpini nella campagna di Russia poi prigioniero dell’Armata Rossa, era dato per disperso, come tanti. Poi il rientro in Italia, il matrimonio, i tre figli, le gite in bici e in motocicletta, il lavoro, la pensione. Al 2019 ci sono arrivati insieme, con un secolo di vita, perlopiù passata vicini, alle spalle. Si tengono per mano nella loro casa di Milano Marco Razzini, centouno anni, e Maria Luisa Stradella («la mia Marisa, si chiama Marisa!», ripete Marco), cent’anni oggi. «Continuo a pensare a tutto quello che ho fatto in una vita», dice Marisa, classe 1919. L’infanzia a Vittuone (Milano), il liceo artistico di Brera, un biennio propedeutico all’Università di Architettura e il concorso a Roma: «Ho vinto la cattedra per insegnare alle superiori». Professoressa di disegno e storia dell’arte fino a 60 anni: al liceo scientifico di Luino, poi alle medie di via Ariberto a Milano. Mostra il li bro di storia dell’arte che ha scritto e i suoi disegni: «Disegno tutti i giorni, per tenermi allenata», dice mentre si tocca la mano irrigidita dall’artrosi. Conosce Marco nel 1941. «Tornavo da Monza — racconta lui —, sul viale ho incontrato questa fanciulla. C’erano le viole e le margherite, lei aveva una bicicletta.“Ha bisogno di una mano?”, le ho chiesto». Gli occhi di Marco vedono ormai solo sagome e ombre, ma la sua mente ha registrato date e fatti per una vita e li restituisce precisi. Nato a Lacchiarella (Milano) il 26 aprile 1918, primo di cinque figli, gli studi da geometra, poi in Scienze Economiche alla Cattolica e la scuola per allievi ufficiali universitari Alpini a Bassano del Grappa. «Nel 1939 è arrivata la cartolina rosa: dovevo presentarmi a Cuneo alla caserma del secondo reggimento alpini». Viene dirottatoaDronero, in Piemonte, fino al primo agosto 1942, data della partenza per la Russia. «Dalla stazione di Busca fino a Loscina, attraversando il Brennero, la Germania, la Polonia, Varsavia distrutta. Da lì, 320 chilometri di marcia per arrivare sul fiume Don dove tenere il fronte». Il 17 gennaio ‘43 inizia la ritirata del Corpo d’armata alpino fino al tragico 28 gennaio: «Arrivati a Valujki i russi ci hanno fatti prigionieri». La marcia per giorni, nel ghiaccio, senza cibo, verso il lager di Crinovaia prima, di Oranchi dopo: «Non ci sono parole per descrivere quello che abbiamo vissuto, bastano i numeri: qui sono morti l’80 per cento degli ufficiali italiani. I soldati li avevano mandati in Siberia». Passerà almeno in altri cinque lager prima del rientroaMilano, il 16 luglio 1946. Qualche giorno prima, il tenente Delmare, che era stato prigioniero con Marco, era riuscitoatornareeadare a Marisa un foglietto: «Marco Razzini è vivo». L’aveva scritto lui, sperava che arrivasse alla ragazza che avrebbe sposato il 24 maggio del ‘52. Oggi Marco — ex procuratore di agente di cambio alla Borsa di Milano, poi alla Finanziaria Milanese e al Credito Agrario Bresciano — non è pessimista, ma vive, dice, nella realtà. «Mi dicono continuamente come porto bene gli anni. Ma che bene! Ogni giorno è una conquista, una fatica. Mi dispiace essere un peso per gli altri. Eimiei occhi…». Accanto a lui Marisa gli riprende la mano: «Vedo ancora io perlui», poi aggiunge: «Ma lui sente meglio di me. Ci completiamo ancora, dopo cent’anni».

Adesso è chiaro che la “trattativa” con gli emissari dei clan libici è stata un fallimento, sia sul piano politico.militare che su quello umanitario. Un errore su cui hanno perseverato tutti i governi dal 2017 a oggi. E così che i trafficanti «hanno avuto mano libera» grazie anche a scelte che hanno «contribuito ad ampliare lo spazio di impunità» del business illegale. L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 al 2016, fornisce una sua lettura del “caso Bija”. È sorpreso dall’apprendere che un esponente delle milizie libiche sospettato d’essere un trafficante di uomini, abbia ottenuto il visto per partecipare a una missione ufficiale in Italia? Da fonti aperte emerge che il visto è stato ottenuto tramite generalità false e che la persona in questione era inserita nella lista ufficiale della delegazione Libica. Chi ha ricevuto la delegazione libica poteva quindi non avere elementi per annullare la visita della delegazione al Cara di Mineo. All’epoca in cui lei era il Capo di Stato Maggiore della Marina, ha avuto la consapevolezza di un buon livello informativo della nostra intelligence sulla Libia? In altre parole, è realistico sostenere che non vi fossero informazioni esaustive sui funzionari libici che hanno ottenuto il visto? La mia percezione era che i nostri Servizi fossero in possesso di un ottimo livello di conoscenza sul terreno. Va però osservato che la Libia è un Paese tormenA tato da una guerra interna con almeno 60 tribù armate che gestiscono il territorio sotto tutti gli aspetti, inclusa la migrazione clandestina. In un tale coacervo è difficile distinguere in quale campo e sotto quale veste operino tutti gli interlocutori. All’epoca lei si batté per difendere l’operazione “Mare Nostrum”. A distanza di anni, può dirci se le sue perplessità erano legate anche al rischio di concedere maggiore spazio alla filiera dei trafficanti? “Mare Nostrum” nasceva come missione umanitaria, ma sin dall’inizio perseguiva anche importanti aspetti di sicurezza. La presenza delle nostre navi aveva ristabilito il controllo marittimo nel Mediterraneo centrale, consentendo di arrestare centinaia di trafficanti di esseri umani, di impedire l’arrivo diretto senza controlli di clandestini sulle nostre coste, di esercitare un filtro sanitario molto efficace. L’allontanamento delle navi della Marina ha contribuito ad ampliare lo spazio di impunità e di iniziativa delle organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento illegittimo del mare e delle sue linee di comunicazione. Vi furono a suo avviso “ingenuità” politiche nel ritenere che la “chiusura” del mare alle organizzazioni umanitarie, facendo arretrare anche la nostra Marina, potesse limitare le capacità operative dei trafficanti? In assenza del dispositivo navale i trafficanti hanno avuto mano libera per far arrivare direttamente sulle nostre coste migliaia di migranti senza controlli di alcun tipo. Considerati i risultati ottenuti, mi sembra che la cosiddetta “chiusura dei porti” fosse mirata a ottenere un consenso immediato da parte di alcune fasce della popolazione, ma a scapito di una visione di ampio respiro mirata a risultati strategici di sistema. Durante il suo mandato le è mai capitato di dover rifiutare incontri con esponenti libici controversi? No. Come Marina Militare ci siamo interfacciati solo con esponenti della Marina libica del Governo riconosciuto di Al- Serraji. Alcune foto ufficiali ritraggono Bija nella sede della Guardia costiera italiana. Crede che chi doveva filtrare la delegazione libica abbia esposto un’istituzione meritoria a un danno d’immagine, legittimando anche agli occhi dell’opinione pubblica e delle autorità di Tripoli il ruolo di personaggi discussi? Non credo che il prestigio della Capitaneria di Porto possa essere messo in discussione, viste le migliaia di vite umane salvate con coraggio e abnegazione. A distanza di alcuni anni, ritiene che l’obiettivo di smantellamento del modello di business criminale basato sul traffico di esseri umani in Libia sia vicino dall’essere raggiunto? Sino a che non verrà ristabilita la sicurezza e la stabilità interna della Libia, le organizzazioni criminali, non solo quelle dedite al traffico di essere umani,troveranno sempre terreno fertile. Nel frattempo dobbiamo ristabilire il controllo del mare.

Ogni giorno ha la sua versione. E ieri il governo ne ha data un’altra. Non priva di inesattezze e omissioni. A cominciare dai silenzi circa i componenti della delegazione italiana presente agli incontri del 2017 con Bija e glissando sulla continuità di rapporti con il trafficante fino ai giorni nostri. Stavolta, quantomeno, non è trattato dei «sussurri» anonimi. Bija fornì un nome falso? Rispondendo al question time presso la Commissione Affari costituzionali, il sottosegretario agli Interni, Achille Variati (Pd), ha lasciato intendere che i documenti forniti da Bija per ottenere il visto d’ingresso in Italia fossero difformi dal suo vero nome. «Nell’elenco dei componenti della rappresentanza fornita dall’Oim (Organizzazione internazionale dei migranti, ndr), figurava il seguente nominativo, Abdurahman Salem Ibraim Milad che era – chiarisce Variati – in possesso di regolare visto di ingresso per breve periodo, rilasciato dalla rappresentanza diplomatica italiana in Libia». Il giorno prima fonti anonime del Viminale avevano detto all’Ansa che il signore della guerra di Zawyah (nel distretto di Zuara) era arrivato in Italia «probabilmente con documenti falsi». Secondo il sottosegretario il nominativo, presentato come ufficiale della Guardia Costiera di Zuara, «sulla base degli atti acquisiti, è quello che poi è stato ricondotto ad Abd al-Rahman al-Milad», cioè Bija. Un gioco di prestigio del libico, dunque, per ottenere il visto. Il nome fornito è in realtà quello indicato per esteso anche dalla stampa internazionale che da anni, e non di rado, riporta proprio il nome che invece secondo le autorità italiane sarebbe dubbio. Nel 2017 la tedesca Süddeutsche Zeitung aveva perfino vinto il Premio europeo dell’informazione proprio per una inchiesta in Libia: protagonista il trafficante e comandante Abdurahman Salem Ibraim Milad. «La presenza del criminale Bija a un incontro con O autorità italiane nel 2017 è un fatto grave e molto pericoloso», ha detto il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5s) firmatario di una delle due interrogazioni, rimproverando proprio le omissioni del governo. Nessuna notizia di reato? Altra scusante accampata in questi giorni e ribadita ieri alla Camera, riguarda la tardiva segnalazione dell’Onu circa le responsabilità di Bija. Continuando a rispondere a due interrogazioni – una cofirmata da Riccardo Magi (+Europa) e Renate Gebhard (Gruppo Misto), laltra depositata dal presidente della commissione, Giuseppe Brescia (M5S) – il delegato del Viminale ha detto: «Si evidenzia che solo con provvedimento del 7 giugno 2018 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha disposto le sanzioni internazionali», cioè «più di un anno dopo dall’ingresso in Italia della citata delegazione libica». In particolare, Milad «è stato iscritto nell’elenco delle persone fisiche e giuridiche soggette al blocco dei beni, al divieto di viaggio e ad altre misure relative ai tentativi di esportare illecitamente il petrolio». Se è vero che le sanzioni sono arrivate un anno dopo, nella risposta ai parlamentari non è stato segnalato il rapporto Onu dell’1 giugno 2017 (Bija aveva lasciato l’Italia il 15 maggio) quando veniva indicato chiaramente come il capo della Guardia costiera di Zawyah, al centro del traffico di esseri umani e di altre attività illegali. E il giorno prima dell’incontro nel Cara di Mineo un circostanziato report del Centro Alti Studi per la Difesa (definito dall’omonimo ministero come «l’organismo di studio di più alto livello nel campo della formazione dirigenziale e degli studi di sicurezza e di difesa»), indicava in Milad il superboss dei business illeciti nell’area costiera da Tripoli al confine con la Tunisia, con particolare riferimento alle violeazioni dei diritti umani finalizzate al traffico di persone. Possibile che nessuno conoscesse queste informazioni? I silenzi sui funzionari italiani e i rapporti attuali con Bija Nei giorni scorsi le solite fonti anonime del Viminale, riportate su alcune agenzie di stampa, hanno insistito su un punto: al tavolo con Bija non c’erano funzionari dell’intelligence o della sicurezza italiana. Al contrario una nota dell’Oim da Ginevra (che per il governo avrebbe richiesto la missione dei libici in Sicilia) ha ribadito che «in quei giorni funzionari del Ministero dell’Interno italiano erano dappertutto». Che un Paese voglia proteggere la propria intelligence, non soprende. Ma è curioso che non si sia voluto rispondere a un altra domanda dei parlamentari: i rapporti tra Italia e Bija sono continuati anche dopo? Silenzio. «Da mesi chiedo con forza l’istituzione di una commissione di inchiesta. Devono essere ricostruiti – insiste Riccardo Magi – tutti i passaggi che hanno portato il nostro governo a stipulare accordi con criminali. Mentre si buttava fumo negli occhi, infamando il lavoro delle Ong, si finanziavano e addestravano le milizie e i veri trafficanti di uomini».

Tutto è “storico”, nelle cronache epifaniche del populismo italiano. Il Reddito di Cittadinanza, che ha generato «il nuovo Welfare ispirato ai valori di san Francesco». L’abolizione dei vitalizi, «primo atto della Terza Repubblica». Il decreto dignità, che ha sancito la «Waterloo del precariato». Il vecchio Def 2018, che ha «abolito la povertà». Il quarto e definitivo via libera alla legge sul taglio dei 345 parlamentari non poteva fare eccezione. «Giornata storica», grida infatti Luigi Di Maio nel grottesco Truman Show in piazza Montecitorio. Forbicioni di carta alla mano, il leader improvvisa una scenetta da b-movie, tagliando finte poltrone. Scomoda il Neil Armstrong dello sbarco sulla luna, dicendo «questo è un piccolo passo per il Parlamento ma un grande passo per l’Italia».

Si conferma così, ancora una volta, quello che Churchill diceva dei Balcani: questa piccola Italia, tra le spiagge di Milano Marittima e i balconi dei palazzi romani, produce più Storia di quanta ne può consumare. Ma stavolta il capo politico del Movimento ha tutto il diritto di esultare. Di questa riforma costituzionale è il padre legittimo. I Cinque Stelle sognavano dai tempi di Gianroberto Casaleggio questa tappa intermedia verso il mitico regno di Gaia, finalmente dominato dalla dittatura della Rete e liberato dai vecchi legacci del parlamentarismo. L’hanno ingiunta alla Lega, nei quattordici mesi di governo giallo-verde. E adesso l’hanno imposta al Pd, come condizione irrinunciabile per la nascita del governo giallorosso. Dunque, si può anche ironizzare sulle solite farneticazioni demagogiche dei pentastellati, passati in dieci anni dall’Utopia al Palazzo. Ma al fondo c’è una coerenza, in questo colpo di scure sugli eletti del popolo. C’è un riflesso dell’antico Vaffa, nell’esultanza dei parlamentari che come i tacchini a Natale festeggiano la loro prossima eutanasia. C’è l’eco delle parole di Grillo, che due anni fa ripeteva «vogliamo la disintermediazione tra Stato e cittadini, l’eliminazione dei partiti, il cittadino al potere». C’è un filo rosso, insomma, che tiene insieme oggi il taglio dei parlamentari, domani i referendum approvativi e magari anche il vincolo di mandato. È il miraggio della democrazia diretta “ultimo idolo pagano”, come l’ha definita ieri Ezio Mauro. Un’evoluzione darwiniana al contrario, che trasforma i parlamentari in “avvocati” come nell’Ancien Régime. E che si inquadra nella logica del “Parlamento da aprire come una scatoletta di tonno”, ancora radicata nei grillini che in quella scatoletta ormai ci sguazzano da anni. Ma per il Pd, invece? Cos’è questa riforma, per il Pd che vota un sì oggi dopo aver votato tre volte no nei mesi scorsi? Un montaliano Delrio, in aula, può dire solo cosa “non è”: «Non è una legge populista, non è una cambiale in bianco…». Lo sforzo è eroico, ma non raggiunge lo scopo. Di per sé non c’è nulla di scandaloso o di sbagliato nel ridurre il numero dei parlamentari, in un Paese che ne conta 945 (contro i 615 della Spagna, i 650 della Camera dei comuni della Gran Bretagna, i 778 della Germania). Ma questa è una pseudo-riforma: senza un ridisegno complessivo del sistema costituzionale e istituzionale, resta esattamente l’opposto di quello che sostiene Delrio. È una televendita populista, perché è spacciata come una purga contro la Casta che “fa risparmiare un miliardo ai cittadini” (mentre secondo Carlo Cottarelli siamo allo 0,007% della spesa pubblica totale). Ed è una cambiale in bianco, perché le altre “norme di bilanciamento” (dal riordino dei collegi alla rimodulazione dei quorum, dall’introduzione della sfiducia costruttiva alla legge elettorale) sono affidate a una dichiarazione d’intenti che vale come una bicchierata tra quattro amici al bar. Ma non siamo anime belle. Sappiamo bene che questo sì era implicito nel patto di governo sottoscritto da Zingaretti. Sappiamo bene che in questa fusione fredda con M5S il Partito democratico resta il “soggetto debole”, tanto più adesso che Renzi si è ritirato sulla Rocca di Scandicci a fare il Ghino di Tacco 4.0, l’Ego della bilancia con la sua Italia Viva. Quindi c’è poco da piangere sul voto versato. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Per gli apocalittici è “realpolitik”. Per gli integrati è “responsabilità”. Comunque la si chiami, è il prezzo del biglietto che la sinistra paga per essere rientrata nella stanza dei bottoni senza passare per le urne. Ma ora una riflessione va fatta, e un vecchio saggio come Emanuele Macaluso la sbatte in faccia al Pd: vi state calando le braghe. Troppo ruvido? Può darsi. Ma la domanda rimane: Quanto si può e si deve sacrificare dei propri valori e dei propri programmi, sull’altare del governismo? I segni di discontinuità non mancano. Sui rapporti con l’Europa, sugli equilibri di bilancio, sulla concertazione con le parti sociali. Ma mentre Conte fa il duro scimmiottando il Craxi di Sigonella, Di Maio fa il suo spot circense davanti alla Camera, Salvini cerca un altro Papeete e Renzi rispolvera un’altra Leopolda, Zingaretti balbetta su troppi temi e la sinistra arretra su troppi fronti. M5S taglia le poltrone, e su questo farà una facile compagna elettorale al referendum confermativo: qual è il progetto alternativo di riforma costituzionale e di legge elettorale che il Pd vuole opporgli? M5S annuncia un piano-fantasma sul rimpatrio dei migranti: perché il Pd non si batte per una legge buona e giusta come lo ius culturae? M5S, con il supporto dell’irresponsabile filibustering renziano, combatte contro le tasse e boccia gli interventi sul contante: su quali misure di equità sociale e creazione di ricchezza punta la manovra immaginata dal Pd? M5S fa quadrato sulla sua riforma della giustizia, confermando le norme su prescrizione, durata dei processi e Csm: esiste forse su questo una contro-riforma elaborata dal Pd? L’unica strategia visibile sembra la “politica dei due tempi”. Oggi pago pegno, cedendo alle ubbie dell’alleato grillino o inseguendo le follie del nemico leghista. Domani passo all’incasso, portando a casa le leggi che mi stanno a cuore. È una scommessa che non ha mai funzionato. Nessuno sa se questo governo ha un domani. E soprattutto nessuno sa cosa stia veramente a cuore a questa sinistra, ancora senza pace e senza anima.

La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non è un bene o un male in sé. Molto dipende dal modo in cui una riforma costituzionale di questa portata viene presentata all’opinione pubblica. Nel momento in cui la Camera la approva, bisogna sperare che forze come il M5S evitino di salutarla rozzamente come taglio delle poltrone e risparmio di soldi; e di agitare lo scalpo dei seggi come un trionfo contro il sistema del quale i seguaci di Beppe Grillo sono ormai da tempo parte integrante. Portare i deputati da 635 a 400 eisenatori da 315 a 200 può placare temporaneamente i malumori verso un potere raffigurato come onnivoro. Ma non risolve il problema dei rapporti tra classe politica e «popolo». Anche perché senza l’introduzione di garanzie e contrappesi, a cominciare da un diverso sistema elettorale, un cambiamento in astratto lodevole potrebbe rivelarsi inutile e, alla fine, perfino controproducente. La stessa quasi unanimità con la quale la legge è stata accompagnata al «sì» ha qualcosa di anomalo, se non artificioso. E non solo perché in precedenza il Pd si era opposto per tre volte. È vero che è cambiato lo sfondo politico; che l’opposizione della sinistra dipendeva anche dall’esigenza di arginare una maggioranza tra Cinque Stelle e Lega con una forte caratura anti-parlamentare. Va ricordato che nel precedente governo esisteva una sorta di ministero-ossimoro, affidato al grillino Riccardo Fraccaro: quello per i «Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta», vera contraddizione in termini. Il fatto che adesso sia lo stesso Fraccaro a «firmare» la riforma con l’appoggio di Pd, Leu e Iv, di Lega, FdIeFI, rappresenta una garanzia ambigua. Da oggi, il problema sarà di dimostrare che ne è valsa la pena. I promotori non possono accontentarsi di modificare la Costituzione, senza preoccuparsi di ricalibrarla. La Carta fondamentale è nata per offrire garanzie alle minoranze e per bilanciare con grande sapienza i poteri repubblicani, in modo da evitare prevaricazioni e squilibri. Modificare alcuni articoli senza preoccuparsi dei passi successivi significherebbe stravolgere con superficialità e miopia un testo che spesso si è rivelato un argine contro le spinte più controverse e discutibili. C’è dunque da riflettere sulla paternità e il senso della riforma. E chiedersi se sia figlia tardiva di un populismo in affanno che pensa così di battere un colpo presso il proprio elettorato; oppure se ne segni un’evoluzione positiva, promuovendo una presa di coscienza trasversale dell’esigenza di cambiare. Se si trattasse solo di blindare la legislatura per impedire elezioni anticipate e garantire posizioni direndita a chi oggi si sente forte ma teme di non esserlo più in futuro, sarebbe un arretramento e non un progresso. Certo, bisogna chiedersi perché tagliare di un terzo i parlamentari sia diventato così facile. Dipende anche dalla perdita progressiva di ruolo e di identità del potere legislativo. Il referendum costituzionale del dicembre 2016 che voleva abolire il Senato; le polemiche sull’introduzione del vincolo di mandato per impedire un trasformismo galoppante; i cambi di maggioranza governativa; la selezione di deputati e senatori, avvenuta con criteri che umiliano competenza e qualità: è una somma di fattori che spiegano questo epilogo. E suggeriscono di non sottovalutarne le conseguenze. A questo punto, il problema è di riaccreditareepuntellare la democrazia parlamentare usando come base il risultato raggiunto. Evitare che diventi una tappa della sua ulteriore delegittimazione è il compito doveroso di chi l’ha voluta e di quanti l’hanno assecondata, per convinzione o per opportunismo. Esiste un impegno a presentare entro dicembre una nuova legge elettorale che sembra preludereauno scontro aspro tra fautori del proporzionale e del maggioritario. Comunque la si pensi, è la presa d’atto dell’impatto che le modifiche avranno; e dell’inadeguatezza del sistema attuale a garantire non solo la stabilità ma una fotografia adeguata di una società, oltre che di una politica, frammentate. Pensare di costruire di nuovo un meccanismo di voto solo per impedire a qualcuno di vincere significherebbe tradire quanto è stato fatto, lo si condivida o no. E avrebbe come risultato di allargare il solco tra partiti e opinione pubblica. È bene saperlo per scongiurare pasticci o avventure referendarie destinati a lasciare l’Italia più divisa e prigioniera di una demagogia infettiva.

 

Sul balcone no, questa volta Luigi Di Maio non è uscito. Ma obbligando Zingaretti e Renzi a ribaltare il loro no sul taglio dei parlamentari e costringendo Salvini (col centro-destra) a ribadire necessariamente il sì anche dopo il ribaltone denunciato, il Capo grillino che aveva puntato tutto, dopo le batoste, su questa scommessa, ce l’ha fatta. Ha vinto. Stappata la bottiglia resta il nodo: era proprio questa la madre di tutte le battaglie? Oltre i simboli, infatti, resta la realtà. Entusiasta, l’ex «plurisconfitto» ha gongolato: «È una riforma che farà risparmiare 300 mila euro al giorno». Tanti: 109 milioni l’anno. Un miliardo abbondante in 10 anni. Non saranno le cifre ancora più grosse sparate nei mesi scorsi ma, con una Camera e un Senato che sfiorano insieme il costo di un miliardo e mezzo, sarà un taglio pesante. Meno convincente, è che quel terzo di parlamentari in meno possa portare a una «semplificazione perché con meno parlamentari avremo meno testi pieni di emendamenti, norme e contronorme che complicano la vita dei cittadini italiani». Difficile da sostenere, dopo aver presentato l’anno scorso la Finanziaria alle 10:33 del 27 dicembre con due ore e 55 minuti a disposizione dei deputati per leggere 436 pagine per un totale di 133.170 parole. Un’autocisterna di leggine, commi e cavilli sui quali i singoli parlamentari, di fatto, non avevano quasi potuto mettere lingua. Certo, ci avevano già provato in tanti, da destra e da sinistra, a dare una sforbiciata ai parlamentari. E ogni volta la riduzione era saltata. E se ci avevano provato in tanti a partire dalla lontana «Commissione Bozzi» nei primi anni ‘80, ben prima dell’onda populista, significa che tutti sapevano quanto il numero dei rappresentanti dei cittadini fosse esagerato. Per capirci: prima della riforma avevamo un deputato ogni 96 mila abitanti controi114 mila necessari nei Paesi Bassi, i 116 mila in Germania e in Francia, i 133 mila in Spagna. Oggi diventiamo tra i virtuosi: ci sarà un parlamentare ogni 151.210 italiani. Cioè ci vorranno tre volte più abitanti a deputato che in Austria, quattro più che in Portogallo, cinque più che in Grecia o in Irlanda. Quindi, se il taglio sarà accompagnato da una seria riforma elettorale, evviva. Era ora. Guai, però, se il taglio di ieri fosse davvero, peril M5S, solo uno scalpo da mostrare alle folle armate di forconi. Era una battaglia sacrosanta? Certo non era l’unica. A proposito dei costi del Palazzo, ancora una volta in primo piano, ad esempio, sarebbe il caso diriflettere su altre spese abnormi. Sulle quali, da tempo, c’è assai meno attenzione. Dice ad esempio lo stesso sito della Camera, in una pagina non facilissima da trovare, che dopo la scadenza del tetto massimo di 240.000 euro fissato (con qualche scappatoia) dal governo Renzi, oggi un tecnicooun assistente parlamentare anziano può arrivare al lordo a 137.368 euro più 24.215 di «oneri previdenziali», un documentarista o tecnico ragioniere a 241.221 più 42.398, un consigliere parlamentare a 361.389 più 63.818. Per carità, tutti bravissimi. Ma c’è o no molta meno attenzione su di loro rispetto ai parlamentari, i nemici additati alla plebe furente? Scrive Sergio Rizzo nel suo ultimo libro La memoria del criceto, che a leggere i bilanci dal 2005 ad oggi, negli anni in cui più dura è stata la polemica contro la casta politica, i dipendenti di Montecitorio sono drasticamente calati da 1.873 a 1.063. Creando tra l’altro problemi non secondari alla gestione del Palazzo. Ma a causa dei costosi pensionamenti, la somma di tutti gli stipendi e di tutte le pensioni dei dipendenti avrebbe toccato nel 2018 «dicono ancora i bilanci, 450,6 milioni. Circa metà dell’intero costo della Camera». Prima le due voci insieme pesavano per circa un terzo del bilancio. Delresto, la paga media pro capite che già era «vertiginosa, al confronto con quella delle altre amministrazioni» risulta essere salita in 13 anni (anni durissimi perla crisi) da 109.183 euro l’anno lordi a 162.958. Fatti i conti, «un aumento del 49,2 per cento nominale, che corrisponde a un più 25,4 per cento reale, depurato cioè dell’inflazione». E qui torniamo alla domanda che facevamo prima. Dopo tanti tentativi fatti dalle maggioranze più diverse per oltre trentacinque anni con due riforme votateebocciate poi dagli elettori, il taglio dei parlamentari è davvero benvenuto. Ma attenzione: vinta «la madre di tutte le battaglie» grilline si metterà mano, finalmente, a quelle svolte virtuose invocate da anni?

Questo è il primo commento che poniamo accanto alla lunga e documentata inchiesta curata dal collega Nello Scavo che ha fatto emergere definitivamente non solo e non tanto il pesante ruolo nella Libia di ieri e di oggi del boss di Zawiyah Abd al-Rahman Milad alias Bija, ma la sua partecipazione in Sicilia e a Roma a riunioni e incontri con funzionari e ufficiali italiani e di organizzazioni internazionali. Riunioni e incontri avvenuti nel cruciale periodo in cui si sono studiati, negoziati e stretti gli accordi tra l’Italia e i cosiddetti “sindaci” libici per trattenere oltremare migranti e profughi in transito in quel Paese in guerra. Bija ha una faccia e diverse maschere, tutte terribili: è un trafficante di esseri umani, un miliziano, un carceriere, uno schiavista, un “ufficiale” di quella che viene chiamata Guardia costiera libica, un uomo d’affari… I lettori di questo giornale hanno conosciuto su queste pagine le sue attività ora sanzionate dall’Onu e un po’ delle sue fattezze, grazie anche alle fotografie scattate sulla tolda delle navi militari che gli sono state “donate” e alle denunce delle sue vittime e delle organizzazioni internazionali. A lui e a uomini come lui – dall’estate del 2017 in poi e con particolare e drammatica intensità nell’ultimo anno e mezzo – noi italiani, noi europei, abbiamo riconsegnato uomini, donne e bambini che erano riusciti a fuggire dalla Libia. Tra le altre non riesco a togliermi dalla mente la foto (impubblicabile, purtroppo) di un ragazzo eritreo di 17 anni che sembra oggi avere il triplo della sua età: era riuscito a pagare (grazie alla famiglia) per due volte il “passaggio” verso la libertà, ma per altrettante volte è stato rimesso nelle mani dei suoi torturatori a causa delle segnalazioni alla “Guardia costiera libica” da parte del dispositivo italiano ed europeo di controllo del Mediterraneo. La seconda e ultima volta né lui né i suoi, lontani, hanno più potuto comprare un terzo “passaggio” e lui ha “pagato” la sua miseria con un colpo di baionetta nell’occhio destro. È arrivato in Italia, quasi miracolosamente, grazie all’intercessione/selezione dell’Acnur e a uno dei pochissimi “corridoi umanitari” aperti una tantum dalla Libia. Non riesco a dimenticare quel volto che si sovrappone sempre, sino a cancellarlo, a quello di Bija. Ma cancellare Bija e le relazioni che ha intessuto con pezzi delle nostra istituzioni non si può. Non si può e non si deve. Certo non si può pensare di farlo con un sussurro. Già, un sussurro. Come quello arrivato ieri dal Viminale, sede del nostro Ministero dell’Interno, in forma di una dichiarazione anonima a cinque giorni dalla prima pubblicazione su queste pagine della foto e della ricostruzione sobria e accurata che ha, appunto, dato lineamenti al volto indicibile e atroce delle intese ricercate con capibanda e signori della guerra libici per bloccare gli esseri umani inermi un fuga dai centri di detenzione ufficiali e “privati” che costellano, ma dovremmo dire sfregiano e insanguinano, l’ex Jamahiriya. A quella prima si sono aggiunte altre tre tappe del nostro viaggio di cronisti tra ombre, dubbi e orrori. Non è difficile comprendere le ragioni dell’imbarazzo che hanno spinto ieri il nostro Ministero dell’Interno ad affidare all’agenzia Ansa una replica informale alla nota ufficiale con cui lunedì l’Organizzazione internazionale della migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite che riunisce 173 Paesi e della quale l’Italia stessa è membro fondatore, ha chiarito ad “Avvenire” e alla stampa internazionale di aver cooperato a una missione in Italia di una delegazione libica voluta da Roma e di aver scoperto solo in Sicilia che di questa delegazione facevano parte personaggi come Bija. Secondo questo sussurro, che ha sgombrato il campo e in buona parte contraddetto sussurri precedenti, l’agenzia dell’Onu non avrebbe detto la verità. E comunque un uomo accusato di gravi crimini e noto a tutti coloro che agiscono a vario titolo nella crisi libica sarebbe entrato nel nostro Paese, si sarebbe seduto a un tavolo delicatissimo, avrebbe frequentato luoghi istituzionali e visitato centri di controllo inaccessibili ai comuni cittadini «probabilmente» grazie a un «documento falso». Questo anche se Bija è tra l’altro portatore di una evidentissima menomazione a una mano, frutto delle sue imprese di guerra, che lo rende assolutamente riconoscibile. Siamo cronisti, e abbiamo raccontato fatti verificati e documenti, offerto elementi di valutazione, raccolto dichiarazioni di esponenti di questo e di altri governi, ottenuto chiarimenti da organismi internazionali. Allo stato delle cose non abbiamo conclusioni da trarre, ma proviamo vera angoscia per le ombre che questa storia fa ulteriormente addensare sulla condotta del nostro Paese (e dell’Europa) soprattutto negli ultimi tre anni di “gestione” della crisi libica bellica e migratoria. Le domande che la nostra inchiesta scandisce sono semplici e giustificate. Meritano di trovare risposte non sussurri.

Più che una storia da 007, la versione fatta circolare ieri da fonti del Viminale sembra uscita dalle tragicomiche avventure alla Austin Powers. Il comandante Bija, infatti, avrebbe ottenuto il visto per l’Italia fornendo al momento della domanda «delle generalità diverse da quelle reali, probabilmente presentando un documento falso». Se lo scaricabarile era prevedibile lo è meno la giustificazione “sussurrata” ieri, a cinque giorni dalla prima puntata dell’inchiesta di Avvenire. «I membri della delegazione – precisano le fonti all’agenzia Ansa – sono stati decisi dai libici stessi. Ed inoltre, aggiungono, tutti i membri, compreso dunque Bija, sono entrati in Italia con un regolare visto d’ingresso concesso dalle autorità italiane preposte». Sfortunatamente, dai successivi controlli «è emerso infine che Al Milad avrebbe ottenuto il visto fornendo al momento della domanda delle generalità diverse da quelle reali, probabilmente presentando un documento falso». Fino ad ora non è stata diffusa la copia del «probabilmente» documento falso, che se fosse tale certamente dovrebbe trovarsi in qualche archivio. Per le fonti del ministero dell’Interno «fu l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) a chiedere l’incontro che si tenne al Cara di Mineo tra una rappresentanza delle autorità italiane e una delegazione libica della quale faceva parte anche Abd Al-Raman Al-Milad, conosciuto come “Bija” e ritenuto dall’Onu figura di vertice delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani in Libia». Al contrario, dall’Oim con una nota ufficiale da Ginevra hanno sostenuto lunedì che P l’incontro fu richiesto dal Viminale. Ieri, tuttavia, l’Oim non ha voluto commentare le dichiarazioni di fonti non identificabili del ministero dell’Interno. Nuovi elementi sono arrivati ieri dalla Iene, la trasmissione di Italia 1 che in un servizio di Gaetano Pecoraro ha mostrato documenti e numerose interviste in Libia che confermano come Bija e le sue attività criminali fossero più che note prima della visita in Italia. Il giornalista ha anche mostrato uno studio del Ministero della Difesa italiano antecedente alla visita della delegazione libica in Italia. «Un dossier dell’intelligence austriaca (Agenzia Hna) riporta gli accordi e i traffici tra la Guardia Costiera e – si legge nel testo del 10 maggio mostrato dalle Iene – le organizzazioni di Ahmed Dabbashi, Mussab Abu Ghrein (a Sabratah) e Abdurahman Milad (alias Bija, a Zawyah) per lo sfruttamento del business dei migranti». Il volto e la storia di Bija, dunque, erano noti ai servizi di sicurezza europei e la falsa identità per reggere avrebbe dovuto contare sulla complicità dei 13 suoi connazionali con cui è arrivato in Italia, con la connivenza dei funzionari della Mezza Luna rossa tunisina e dell’Oim, presenti ai meeting a porte chiuse. Ma proprio l’organizzazione internazionale delle migrazioni, nella sua nota pubblicata ieri da Avvenire, ha ricordato il «rammarico» per la presenza del boss in quella delegazione. Comunque siano andate le cose, la versione “semiufficiale” del Viminale deve fari i conti con la realtà in Libia. Nonostante la presunta beffa, da due anni le autorità italiane ed europee continuano a collaborare con la cosiddetta Guardia costiera libica, tra cui quella di Zawyah guidata da Bija indicato, anche in inchieste recenti, tra i capi del campo di prigionia finanziato da Roma e Bruxelles.

Sul caso Bija non tutte le domande sono senza risposta. Ma ad ogni interrogativo ne emergono altri, facendo salire di livello le responsabilità, le omissioni e i tentativi di insabbiare la presenza del boss, come se al più si fosse trattata di una svista. Chi invitò in Italia la delegazione libica di cui faceva parte quello che secondo l’Onu è «uno dei più brutali aggressori di migranti»? Chi concesse il visto? Chi ne sorvegliava i movimenti e gli incontri? A distanza di due anni l’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim) non nasconde il rammarico per aver visto «che questo individuo facesse parte della delegazione ufficiale libica in un viaggio facilitato in Italia». E adesso accusa il ministero dell’Interno. L’inchiesta di Avvenire, infatti, è arrivata ai piani alti delle Nazioni Unite, e da Ginevra un portavoce dell’Organizzazione ha inviato una lunga nota nella quale vengono attribuite specifiche responsabilità al Viminale che, a seconda di come si voglia vedere la storia, o non disponeva delle informazioni che ormai circolavano da tempo, oppure aveva chiuso un occhio nel momento caldo della trattativa con le tribù libiche, a cui era stato chiesto di contribuire all’interruzione delle partenze di migranti. Ad Abdurahman Milad, detto Bija, «nel caso di questa visita è stato fornito un visto dalle autorità italiane». Una scelta che secondo l’Oim indicava come «il suo passato criminale non era ampiamente noto al momento» dal governo di Roma. Una formula diplomatica per dire, in filigrana, che se all’epoca il “delegato” non era conosciuto dall’Onu, forse le autorità qualcosa avrebbero dovuto sapere, anche se non «ampiamente». Informazioni a quel tempo non ritenute sufficienti per escluderlo dalla rappresentanza. Ma è davvero andata così? Nessuno nei servizi di intelligence sapeva nulla di Bija? Dare a credere che uno Stato del G7, come l’Italia, non abbia una security in grado di raccogliere informazioni su personaggi in arrivo da Paesi sensibili come la Libia, è quasi comico. Il giovane boss di Zawyah «faceva parte della delegazione ufficiale nominata dal governo della Libia», si legge nella nota dell’Oim, ed era stato ammesso in Italia come «membro del gruppo di lavoro tecnico libico sulle procedure operative di ricerca e salvataggio (Sar)». Allora era stato presentato come «funzionario del Ministero degli interni libico con una funzione designata che era in in linea con gli obiettivi dell’incontro». Diverse fonti anonime del governo dell’epoca hanno sostenuto su alcune testate italiane che «la visita di Bija e della delegazione libica nel maggio 2017 fu richiesta e organizzata dall’Organizzazione mondiale delle Migrazioni», l’agenzia presente in Libia insieme all’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) che poterono faticosamente tornare nel Paese grazie a una serie di garanzie ottenute attraverso il nostro governo. La risposta dell’organizzazione è però categorica: «L’incontro è stato richiesto dal Ministero degli Interni italiano. Oim ha facilitato solo gli aS spetti logistici». Un’altra delle versioni circolate in questi giorni è che una rappresentanza come quella arrivata da Tripoli e che si ferma per circa una settimana, non fosse guardata a vista né “ascoltata” da personale della sicurezza. Anche su questo punto dall’Oim smentiscono: «Funzionari del Ministero degli Interni italiano erano presenti dappertutto poiché era una visita di studio dei sistemi italiani». Mai nessun riferimento ad altri dipartimenti, come la Farnesina, che pare tenuta fuori dalla linea diretta Roma-Tripoli. Le informazioni su Bija erano note da anni. Il flusso di notizie che lo vedono come protagonista è ininterrotto almeno dal 2015. Due settimane prima del suo arrivo in Italia il settimanale Internazionale in un lungo servizio di Annalisa Camilli scriveva che «il capo della guardia costiera a Zawiyah, Abdurahman Milad, è una delle figure chiave del traffico di esseri umani nella regione. Milad è accusato di avere legami con le milizie di Tripoli che portano i migranti dal Sahara alla costa, prima che siano imbarcati verso l’Italia». Il 2 febbraio un dettagliato dossier dell’Ispi aveva circoscritto il ruolo di Bija. «Nell’ambito dell’operazione Eunavfor Med, sono state raccolte informazioni sufficienti sul ruolo della Guardia costiera di Zawiyah, una città 50 km a ovest di Tripoli, nel traffico di migranti». Secondo l’Istituto per gli studi di Politica internazionale, che dal 2016 è presieduto da Giampiero Massolo (fino ad aprile di quell’anno a capo delle agenzie dei servizi segreti italiani) il giovane Milad «attualmente capitano della Guardia costiera di Zawiya, dal 2015 controlla il traffico di migranti dall’ovest di Tripoli al confine con la Tunisia». Nell’ultimo rapporto che la procura presso la Corte penale internazionale dell’Aia ha depositato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, viene messa sotto accusa proprio la gestione dei migranti a Zawyah, il feudo di Bija. Con la complicità delle istituzioni libiche ai migranti viene inflitto un «trattamento crudele, inumano e degradante», si legge nel report consegnato al Palazzo di Vetro lo scorso 8 maggio e che sarà aggiornato il mese prossimo. Accuse che si riferiscono sia agli abusi nei centri di detenzione «gestiti da autorità statali come il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale», sia ai lager «usati dai contrabbandieri e dai trafficanti per ospitare i migranti nelle diverse fasi del viaggio». Le investigazioni hanno permesso di accertare violazioni sistematiche specialmente «a Misurata, a Zawiyah, Tripoli e Bani Walid». In ballo ci sono molti soldi. Gli accordi tra Tripoli, Roma e Bruxelles prevedono che entro il 2023 vengano spesi 285 milioni di euro solo per la cosiddetta Guardia costiera libica. Due anni fa, il 20 marzo del 2017, il premier libico al-Sarraj aveva presentato al governo italiano la lista della spesa. Un preventivo che anche i governi successivi non hanno mai messo in discussione. La richiesta, a suo tempo, era di 10 navi per la ricerca di migranti, 10 motovedette, 4 elicotteri, 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, 30 telefoni satellitari, mute da sub, binocoli diurni e notturni, bombole per ossigeno ed altro equipaggiamento per un valore non inferiore a 800 milioni di euro. Le consegne sono già cominciate. Ma nessuno ha visto miglioramenti nella condizione dei diritti umani. E Bija è ancora al suo posto.