Il passaggio all’utilizzo di strumenti di pagamento cashless è sempre più diffuso e «rappresenta un buon canale per provare a ridurre la quota di economia sommersa e di evasione fiscale» ha spiegato ieri ai microfoni di Radio24 l’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, intervistato da Maria Latella e Simone Spetia. «È una tendenza in atto facilitata dall’uso delle nuove tecnologie – ha spiegato Rossi -. Non so se qualche incentivo possa aiutare o meno a rafforzarla ma l’idea di ridurre il ricorso a pagamenti con cartamoneta va nella giusta direzione». Il Centro studi di Confindustria ha avanzato mercoledì una proposta concreta di incentivo all’uso della moneta elettronica (e disincentivo a quello del contante) senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica ma, semmai, con la potenzialità appunto di recuperare maggior gettito proprio riducendo l’evasione fiscale. Il punto di vista dell’Eurosistema è sostanzialmente neutro sulle diverse modalità di pagamento: sta ai cittadini e agli operatori scegliere – ha osservato di recente Yves Mersch, membro del comitato esecutivo della Bce – «e se un giorno l’utilizzo di pagamenti elettronici sostituirà il cash sarà per decisione del popolo e non perché lo vuole questo o quel gruppo di pressione». In linea generale un minor utilizzo di cartamoneta ha effetti positivi un po’ per tutti gli attori economici e reca con sè l’unica controindicazione di rinuciare alla totale privacy che caratterizza i pagamenti in contante sia nei punti vendita al dettaglio che in altre situazioni. In questa prospettiva la questione va vista tenendo conto della cultura nazionale: se per i tedeschi è difficile rinunciare alle banconote considerate riserva di valore e, allo stesso tempo, strumento di pagamenti che non lascia tracce, in Giappone ormai da anni molti pagamenti si effettuano con una strisciata contactless dello smartphone. In Italia l’85% delle transazioni avviene ancora utilizzando cash: è uno dei paesi con pil-pro capite tra i più elevati in cui si utilizza così tanto la carta moneta. E non è un caso, visto che la diffusione di internet è solo al 61%. Dunque la strada da percorrere per l’addio alle banconote è ancora lunga. In Danimarca invece, dove secondo una recente analisi della Bank of England il 97% delle persone usa abitualmente internet, quattro pagamenti su cinque avvengono senza utilizzo di cash già dal 2016. La Svezia ha ufficialmente dichiarato l’addio alla corona cartacea entro il 2030. E anche la Corea del Sud ha un piano di uscita dal cash. Se le monete metalliche in circolazione rappresentano una passività finanziaria che rientra nel perimetro del debito pubblico le banconote sono invece una componente del bilancio delle banche centrali che le emettono (l’Eurosistema nel nostro caso), una posta passiva la cui riduzione non avrebbe effetti particolari su saldi cresciuti a dismisura negli ultimi anni per via di un’altra carta pubblica: i titoli del debito acquistati con il Qe, ovvero gli interventi straordinari di politica monetaria dei quali ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, ha annunciato una nuova serie del valore di 20 miliardi al mese. Stampando meno banconote le banche centrali avrebbero meno reddito da signoraggio, semmai. Per le banche commerciali, infine, il minor ricorso alle banconote determina minori costi di gestione. Del resto sono proprio gli intermediari i principali diffusori delle nuove forme di pagamento: se ieri c’erano solo gli assegni oggi il fintech ha moltiplicato le occasioni di transazione elettronica e, in certi casi, istantanee.

Bonus e sconti fiscali riconosciuti in dichiarazione solo se il costo è tracciato o pagato con moneta elettronica. Abolizione delle commissioni dovute dagli esercenti per micro pagamenti o per quelli sotto una determinata soglia. Un sistema sanzionatorio efficace e soprattutto operativo per chi rifiuta il Pos.Infine, pagamenti elettronici obbligatori nei rapporti con la Pa. Sono alcune delle direttrici su cui a breve potrebbe essere orientata la lotta al contante inserita nel programma su cui il Governo ha incassato la fiducia delle Camere. Tra i dossier consegnati al neo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, sotto la voce lotta all’evasione, c’è dunque anche quello sul contrasto al sommerso e ai pagamenti in nero. Un dossier su cui i tecnici e i rappresentanti dei Cinque Stelle hanno lavorato già dalla primavera scorsa e che da sempre rappresenta una battaglia dei nuovi alleati di Governo. Al momento si tratta di ipotesi di lavoro: saranno il ministro e l’Esecutivo ad avviare il lavoro di quantificazione, sia in termini di possibile recupero di gettito e allo stesso tempo di eventuali oneri, e quello di definizione delle norme e delle misure da mettere in campo. La digitalizzazione dei pagamenti, a ben vedere, non è che l’altra faccia della lotta all’evasione “2.0” avviata dal Pd e resa operativa dal 2019 con la fatturazione elettronica e gli scontrini telematici. Una lotta che, con la moneta elettronica e la tracciabilità dei pagamenti, va al di là della sola evasione fiscale, estendendosi al riciclaggio, alle mafie e alla criminalità organizzata. La strada che si vorrebbe percorrere è quella già battuta del contrasto di interessi e che in Portogallo dal 2013 ha consentito in un anno di far crescere il gettito Iva del 13 per cento. A Lisbona, ad esempio, chiedere la fattura elettronica in albergo, al ristorante, dal parrucchiere o a un meccanico d’auto consente di ottenere una detrazione del 15% dell’importo pagato e da utilizzare l’anno successivo al momento della dichiarazione dei redditi. Lo stesso potrebbe avvenire ora in Italia riconoscendo il diritto ad alcune deduzioni e detrazioni solo a chi utilizza moneta elettronica o traccia il pagamento. Sulla falsa riga di quanto già avviene con i bonifici per le spese di ristrutturazione edilizia o riqualificazione energetica degli edifici o per l’acquisto di mobili, i contribuenti potrebbero vedersi riconoscere detrazioni o deduzioni di spese mediche, canoni di locazione prima casa, istruzione, spese funebri, per addetti all’assistenza personale o per attività sportive dei giovani solo se l’onere sostenuto è stato pagato con moneta elettronica o con bonifico. Una misura che non può prescindere da altre due azioni mirate e ritenute imprescindibili per incentivare l’uso della moneta elettronica: l’eliminazione delle commissioni per gli esercenti per i pagamenti al di sotto di determinate soglie (la carota); l’introduzione di sanzioni mirate per chi non accetta pagamenti elettronici e non attiva il Pos (il bastone). Per quanto riguarda “la carota” l’idea è quella di sottoscrivere con Abi un protocollo a cui dovrebbero aderire sempre su base volontaria i principali circuiti di pagamento e di emittenti carte di debito/credito con l’obiettivo di eliminare le commissioni per pagamenti sotto determinate soglie. Il sì di massima del mondo bancario è già arrivato: c’è ora da definire le soglie. Si parlava ad esempio dai 5 ai 25 euro, anche se poi il tetto sarà fissato solo al momento della piena operatività della misura e dell’accordo con gli istituti di pagamento. Sul fronte della sanzioni, invece, la strada è già tracciata. Esiste già l’obbligo per tutti gli esercenti di dotarsi di Pos e quindi di accettare pagamenti con carte di credito e debito. Al momento però non esiste l’importo della sanzione perché bocciato dal Consiglio di Stato in quanto privo di una norma specifica. La quarta mossa per provare a dare scacco matto al contante potrebbe passare, infine, per l’introduzione dell’obbligo per la Pa di accettare solo pagamenti elettronici. In molte città gli sportelli dell’anagrafe già oggi accettano pagamenti solo elettronici. Un obbligo che potrebbe essere esteso a tappeto a tutta la Pubblica amministrazione includendo anche le società che forniscono servizi pubblici.

— «Se ne può parlare». Roberta Lombardi, capogruppo dei 5 stelle in regione Lazio, apre alla proposta di Dario Franceschini sulla possibilità di un fronte Pd–M5S alle prossime elezioni in Umbria, Emilia, Calabria. «Ma non ci scioglieremo nel Pd. Questo dev’essere chiaro». Ha senso creare un fronte anti-Lega anche a livello regionale? «I cittadini non vogliono assistere a una partita di Risiko. Se si tratta di mettere i nostri carrarmatini contro quelli del centrodestra per pura strategia dico no. Ma se in questi mesi di governo nazionale si trova un modo di lavorare insieme, se si comincia a realizzare il programma tracciato da Conte e il Pd si apre ai giovani, che non sono quelli cresciuti nelle segreterie di partito, ma forze fresche, vitali, innovative, allora se ne può parlare». Lei è stata la prima a lanciare l’idea di questo governo. Chi oggi è ministro glielo ha riconosciuto? «La mia gratificazione più grande è stata trovarmi d’accordo con Beppe Grillo, perché significa che sei anni di palazzo non mi hanno cambiata. Abbiamo detto le stesse cose sul fatto che non bisognasse andare al voto per far contento Salvini, che servisse un accordo progressista su un’idea di Paese. Poi sulla necessità che il premier fosse ancora Conte e che nel governo non ci fossero nomi divisivi e impuntature sulle poltrone». Secondo lei Grillo sta tracciando un percorso nuovo? O è pronto a tornare quello di prima, quello che chiamava Bersani Gargamella? «Indica una strada nuova. Lo ha sempre fatto. Ha iniziato con il famoso Vaffa day l’8 settembre 2007, dando il via a una stagione in cui i cittadini chiedevano un profondo rinnovamento alla politica: fuori i condannati dal Parlamento, limite dei due mandati, preferenze. Questo ha portato a un periodo di grande contrapposizione». E ha fomentato un clima di odio. È il momento di cambiare? «Ci sono stati toni molto aspri, ma così come Grillo ha dato il via a quella stagione, con la classe politica percepita come un corpo parassitario, allo stesso modo sta aprendo a qualcosa di nuovo: un progetto di Paese basato su ambiente, crescita sostenibile, attenzione al territorio come necessità. Un nuovo modo per parlare di sicurezza». Non con i decreti, che pure avete votato, contro chi salva vite in mare e per l’estensione della legittima difesa? «Salvini ha declinato il tema sicurezza solo come lotta all’immigrazione. Ma sicurezza è avere un tetto sopra la testa al mattino, è poter andare al lavoro o portare tuo figlio a scuola senza che ti frani il terreno sotto i piedi. Tutela del lavoro, politiche abitative, cura del territorio. La sfida era avere un progetto del genere in testa e chiedere in Parlamento: chi ci sta? Una sfida di pacificazione a quasi 12 anni dal Vaffa day, per chiudere una pagina importante, che ha avuto conseguenze politiche enormi». Il Movimento sta interpretando questo spirito? «Sicuramente lo ha fatto quando ha costruito i 29 punti dell’accordo». Per ora, un libro dei sogni. «Lo era anche il reddito di cittadinanza. Serve impegno e capacità. Questo governo deve fare cose per il Paese, non contro Salvini. Nel lavoro in regione Lazio c’è stato un percorso fatto quotidianamente che mi ha portata a dire: su alcuni temi si può dialogare. Poi Zingaretti è quello delle nomine in Sanità, ha alcuni collaboratori indagati. Non ci scioglieremo nel Pd come non ci siamo sciolti nella Lega». Sono in arrivo nuovi ruoli e nuove regole per i M5S. Cosa si aspetta? «Che ci sia una gestione il più collegiale possibile sia nelle scelte locali che in quelle strategiche a livello nazionale. I cosiddetti facilitatori devono avere un riconoscimento dal basso, altrimenti non saranno mai accettati dalla nostra base. E continueremo a perdere pezzi». Serve una legge elettorale proporzionale? «Sì. Quando i cittadini hanno bocciato il referendum di Renzi, hanno rifiutato un impianto in cui chi vince piglia tutto: governo, Parlamento, istituzioni di garanzia. Chiedono rappresentanza: partiti in grado di parlarsi e fare sintesi».

«L’Italia è tra le sette potenze economiche mondiali eppure ancora oggi si muore sul posto del lavoro. Questa situazione non è tollerabile. Lo Stato deve decisamente intensificare la lotta alle morti bianche con un mix di prevenzione e formazione». La ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, 61 anni, già viceministra dello Sviluppo economico e sottosegretaria al Lavoro, è rimasta «scioccata» per la tragedia dei quattro operai morti a Pavia. Com’è possibile che il nostro Paese sieda tra i grandi del mondo ma debba ancora fare i conti con decessi di questo genere? «Questa è una delle sfide più importanti che abbiamo davanti.LoStatodevefareilpossibile affinché il lavoro tuteli la vita delle persone. Non si dovrebbe mai morire di lavoro, ancor più in un Paese sviluppato come il nostro. Ma le lacune esistono e vanno colmate: il governo, le istituzioni, le aziende, i sindacati devono lavorare insieme. La vera emergenza dell’Italia non è l’immigrazione, ma il lavoro. E il lavoro deve migliorare la qualità della vita non diventare causa di sofferenza o di morte». In che modo si può intervenire? «Credo che l’unico binomio in grado di vincere questa battaglia sia quello di formazione e prevenzione. Dobbiamo spingere con vigore per la formazionenellesituazioniconcriticità produttiva e quelle con manodopera straniera. Perché anche gli stranieri devono essere informati e protetti negli ambienti occupazionali. E spesso questo purtroppo non avviene». Ritiene che il progetto debba riguardare sia i lavoratori che gli imprenditori? «Certamente: i datori di lavorodevonoessereiprimiaessere formati sulle condizioni di sicurezza in cui operano i propri dipendenti. Per non parlaredeicasi,come questodell’azienda agricola di Pavia, in cui gli imprenditori sono al tempostessolavoratori.Naturalmente il mio primo pensiero va alle famiglie delle quattro vittime, ma subito dopo ribadisco l’importanza della sicurezza sul lavoro che considero un diritto assolutamente irrinunciabile. Per questo motivo dobbiamo fare ogni sforzo per garantirlo. Non conoscoidettaglidell’incidente accaduto a Pavia, non so quindi se e in quale misura siano state rispettate le norme di sicurezza,ma è certo che la preparazione in materia di salute e salvaguardia è quanto mai preziosa». Ma il governo ha risorse adeguate per gestire questa emergenza con idonei strumenti di formazione e prevenzione? «Abbiamo a disposizione circa 12-14 milioni di euro da spendere per la formazione. E se, come temo, non dovessero essere sufficienti, dobbiamo investire di più. Deve essere unadellenostrepriorità,sesarà necessario intervenire in maniera più massiccia non dobbiamotirarciindietro». Ha in mente qualche strumento in particolare? «Innanzitutto corsi di formazione sulla prevenzione da parte di personale qualificato nelle aziende, anche in quelle di piccole dimensioni. Ma sarebbero molto utili anche degli slogan stile Pubblicità progresso. Per la sicurezza sul lavoro in termini di tutela della salute e della vita, ma anche per quanto riguarda il contrasto allavoro nero, alcaporalato. Per far comprendere agli operai che non sono soli. Perché anche la battaglia al caporalato contribuisce a difendere i lavoratori: non dimentichiamo infatti che prolifera in mezzo alla mafia e alla criminalità. Bisogna quindi consentire alle aziende che lavorano nella legalità di andare su una piattaforma per trovare i lavoratori. Se non lo fai, allora il caporale diventa l’unico mezzo».

Toti perché lo fai? L’insalata era nell’orto, pan e vin non ti mancavan, e te ne vai. A far che? A fare la fine diMaramao della filastrocca: a morire inmodo persino buffo, perché nessuno associa né tragedia né dramma a chi somiglia come te (e come me) al ladro di salsicce nei cartoon. Che peccato. E dire che eri e saresti una bella promessa in mezzo a tanti brocchi. Dinanzi alle scialbe silhouette del 90% di ministri e politici dell’ultima generazione rifulgi come una rosea ortensia sopra una distesa di ortiche. Ed invece eccoti qua a somigliare a tuttii disperati che si preparano una zattera per evitare di condividere (…)(…) la sorte del tuo Geppetto-Berluscain bocca alla Balena. Non diciamo che avresti potuto essere un Maradona o un Tardelli,ma un Tacchinardi senz’altro, anche per la disgraziata assonanza del nome di questo bravo mediano con il tacchino dal grosso pettoe dailunghi bargigli, quale tu sembri a tanti (anchea quelliche tilusingano, come i leghisti). Convinto di essere presto sacrificato a Natale (Berlusconi alla fine tende a mettere allo spiedo il suo pollame) hai cercato di metterti in salvo. Comprensibile. Magari ci sbagliamo, e sei il nuovo genio del poker. Ma guarda che afarman bassa di culo e culi è passato già Conte. Insomma. La notizia è questa:GiovanniTotiha presentato ufficialmentein conferenza stampa alla Camera il suo partito, che si intitola “Cambiamo!”. Per intanto cava sangue alla già anemica Forza Italia. Intende con ciò costruire una casa dei liberali, con l’ambizione di convogliare verso di sé chi ha l’animo di centrodestra ma non vota più per la delusione. O non vota più Forza Italiama Lega o Fratelli d’Italia per la incapacità del movimento berlusconiano di essere attrattivo, per la stagionatura eccessiva del fondatore e per la sua latente (e presunta) ostilità a Salvini e a Meloni, titubante nella contrapposizione alla sinistra e da ultimo a questo governo. Non è che abbia tutti i torti. Ma perché andarsene? Bettino Craxi, per fare un nome che sappiamo caro a Toti, quando affrontò la sua battaglia nel Partito socialistaerain nettaminoranza,intorno dominavanoi nostalgici del Fronte popolare, con il collo girato soprattutto verso l’estrema sinistra. Non si scisse, non costituì un partitinointitolato “Cambiamo!” per soccorrere la Democrazia cristiana che, come la Lega oggi, campava benissimo da sola e semmai li avrebbe fatti lei gli accordi con il Partito comunista. LA STORIA INSEGNA Craxi conquistò conla sua idea di autonomia riformista e con alleanze impensabili (conquistò a sé Gianni De Michelino) la guida del Partito, tenendosi ben stretto il padre putativo Nenni. I satelliti sono schiavi di un pianeta, è una ben meschina fine per chi adora – come tutti coloro che sono stati direttori di giornale o di Tg – esibirele belle gambe da ballerina di prima fila. L’intendimento, conoscendo Toti che è più bravo amentire a se stesso che agli altri,è nobileeil nomemanifesta ambizioni ciclopiche: è lo slogan tipico di chiannuncia di voler spostare la terra dal suo asse, di avere l’idea giusta e la forza necessaria, maintanto cambia soloil biglietto da visita, e si porta via gli infissi della casa in cui è nato. Non dirò che Giovanni somiglia al topo che abbandona la nave, che ormai è piuttosto un canotto e fa pure acqua. Ma insomma siamo lì. Non stiamo parlando di un tizio minore. Giovanni Toti è un ottimo governatore della Liguria, non penzola a sinistra, sa tenere insieme una coalizione che arriva da destra fino al centro, e non fa toccar palla ai vecchi padroni rossi della Riviera. Il suo problema è che gli si è incendiata nella testama soprattutto nella pancia la miscela tipica dei giornalisti che hanno cambiatomestiere: ambizione, presunzione e fretta. Siccome Giovannino cosciagrossa nonnascein politica come un “nessuno”, ha una carriera di rango nel giornalismo Mediaset, anche se nessuno si ricorda di lui un aggettivo, non morirà nessuno. Diventerà un personaggino, uno che si distinguerà per il naso profilato nella tribù del gruppo misto che andrà a dire cose inutili al Capo dello Stato. Ma non è questo il peggio. Il fatto è che fa del male all’intero centrodestra e con questo agli italiani che lui vorrebbe aiutare a sconfiggerela pelosa alleanza giallo-rossa. CI RIPENSI Non ferisce solo Forza Italia che per lui è stata la gallina dalle uova d’oro, a cui per ora ha strappato quattro penne ma a cui si ripromette di tirareil collo; sta già rendendo meno credibile e forte l’intero centrodestra cui crede di dare un contributo. C’è qualcuno che ne sentiva il bisogno oltre ai cacciatori di un raggio di luce effimera e al Pd? I sondaggi assegnano percentuali di elettori che vanno dall’1 al 2,3 per cento.C’è chiazzarda un potenziale del 5-6 per cento. Magari Toti è il genio della lampada, ma persino Salvini alla cui irresistibile ascesa si ispira non ha fondato un’altra Lega, ha fatto come Cossiga il quale con la corrente dei Giovani Turchi uccise i vecchi ras della Dc. Lui ha fatto la stessa cosa con BossieMaroni,eamepersonalmente dispiace: la lotta politica in un partito sifa così, spietata,ma senza scismi. Ci ripensi Toti, faccia un giretto e poi ritorni. Andandosene renderà più plausibile la strategia di Renzi che cercherà di assorbire una Forza Italia privata di un paletto sulla destra. Ma anche personalmente non sarà una storia di gloria. Giovanni finirà per trasformarsi in un Tredicino,furbetto e persino abile, un Puffo che non giocain squadra, un trottolino loquace alla corte del gigante Salvini che se non fai il bravo ti mangia, insieme ai tuoifratellini strappati alla chioccia di Arcore (in questo caso per ora cinque sconosciuti parlamentari sui 166 berlusconiani). Salvini ha la bocca molto grande.

La formula dovrebbe essere quella della scissione consensuale. Matteo Renzi rallenta ma non blocca l’operazione per sganciarsi dal Pd di Nicola Zingaretti. La prospettiva è chiara: fondare un movimento liberal-popolare per occupare lo spazio al centro. L’idea originaria di annunciare alla decima edizione della Leopolda (dal 18 al 20 ottobre) la nascita di gruppi autonomi in Parlamento e di un contenitore politico nuovo sarà congelata. L’ex premier vuole attendere che l’esecutivo giallorosso superi il primo banco di prova: l’approvazione della finanziaria. E soprattutto capire quale direzione assuma la discussione sulla riforma del sistema elettorale. Con un ritorno al proporzionale puro (nel Pd nascono i primi malumori) Renzi darebbe un’accelerata alla scissione. In caso contrario sarebbe costretto a rivedere i piani. L’operazione renziana punterebbe però a consolidare (e non a indebolire) l’esecutivo Conte. Portando a quattro le gambe della maggioranza. Renzi valuta pro e contro dell’operazione, senza forzare la mano. E soprattutto senza creare uno strappo con il Pd. Due giorni fa, il segretario dei dem, rispondendo a una domanda sul rischio Renzi faccia un gruppo parlamentare, dopo la Leopolda, ha esternato la preoccupazione: «L’unica cosa che non si capisce quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante. Come ha detto ieri Papa Francesco sullo scisma, io mi auguro che non avvenga uno scisma». L’ex sindaco di Firenze non vuole un divorzio al veleno. Ma un addio senza rancori. L’operazione dovrebbe prendere il via in Parlamento. Al Senato, il regolamento vieta la costituzione di nuovi gruppi. I senatori renziani confluiranno nel Misto con un obiettivo: diventarne maggioranza e imporre il presidente. Però Renzi non vuole una guerra con il Pd. E dunque non svuoterà il gruppo dem. Ma si limiterà a «prelevare» una pattuglia per monopolizzare il Misto. A Montecitorio l’operazione renziana avrà sembianze molto più chiare. Non c’è alcun divieto per la nascita di nuovi gruppi (servono almeno 20 iscritti). Anche qui il metodo è identico: non ci sarà alcun svuotamento del gruppo dem. Le correnti che fanno capo a Luca Lotti e Lorenzo Guerini resteranno nel Pd. Anna Ascani, Roberto Giachetti ed Ettore Rosato dovranno lavorare alla composizione del nuovo gruppo. L’obiettivo non sarà il rovesciamento del governo Conte. Anzi, Renzi punta ad allargare il perimetro della maggioranza. Soprattutto al Senato, dove il rottamatore spera di raccogliere adesioni da Forza Italia e qualche leghista scontento. Il Conte bis parte da 169 voti: una maggioranza risicata. L’ex segretario del Pd confida di arrivare almeno a 180. E confida di diventare, dopo Di Maio e Zingaretti, il terzo azionista forte dell’alleanza, con un ruolo decisivo nelle scelte politiche e sulle nomine. Con l’addio di Renzi, si riaprirebbero le porte del Pd per Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e tutti gli scissionisti. Oltre l’operazione parlamentare, il senatore di Scandicci lavora al radicamento territoriale del nuovo movimento. Un lavoro, già ben avviato, che sta portando avanti il fido Rosato con i Comitati civici. Che alla Leopolda potrebbero debuttare ufficialmente.

Il governo giallo rosso si prepara ad aprire i porti alla nave Ocean Viking con 82 migranti a bordo grazie al solito copione del ricollocamento volontario in alcuni paesi Ue. Un sistema lungo, farraginoso, che va deciso di volta in volta e ha già dimostrato tutti i suoi limiti con il precedente esecutivo. Non solo: la nave delle Ong francesi Msf ed Sos Mediterranee, come le altre già sequestrate, non è abilitata al salvataggio sistematico come ha fatto e annunciato nelle ultime operazioni davanti alla Libia. Ocean Viking risulta solo una nave di rifornimento, che poi è stata potenziata con a bordo un centro di primo soccorso e altre strutture che dimostrano la non casualità del salvataggio dei migranti. Da Sos Mediterranee confermano: «Vero che non siamo registrati per ricerca e soccorso, ma non è legalmente necessario. Salvare le vite in mare è un obbligo». La Guardia costiera italiana non la pensa così e ha già contestato il problema a tutte le altre navi delle Ong sequestrate o sottoposte a fermo amministrativo. «Ocean Viking ha ribadito la richiesta di porto sicuro a Italia e Malta per 82 naufraghi, tra cui 18 minori e una donna incinta. Speriamo in una decisione rapida, di responsabilità e umanità» ha scritto su Twitter Medici senza frontiere. L’Ong nemmeno si è sognata di portarli in Tunisia, il porto sicuro più vicino. Ieri a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha riunito il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, quello degli Esteri, Luigi Di Maio, della Difesa, Lorenzo Guerin, delle Infrastrutture Paola De Micheli. E c’era pure Dario Franceschini a nome del Pd. Il summit è servito a partorire il classico topolino cercando di mascherare l’inversione di rotta rispetto ai porti chiusi. Sulla «vicenda della Ocean Viking si è registrata una forte adesione europea al meccanismo di redistribuzione attivato nelle scorse ore dall’Italia, che consentirà un’adeguata e sollecita soluzione» si legge in una nota di Palazzo Chigi dopo il vertice. Peccato che prima le navi delle Ong non venivano fatte entrare e che la soluzione europea sia un mezzo bidone. Nessun migrante parte subito per un altro paese, ma resta da noi. Gli 82 sbarcheranno in Italia e verranno trasferiti in un hotspot dove ci vorranno mesi per distribuire le quote. Prima devono arrivare da Malta i funzionari dell’Easo, l’agenzia europea che si occupa di ricollocamenti, per intervistare tutti i migranti. Poi arrivano le delegazioni dei singoli paesi come Germania, Francia, Spagna che si sono già resi disponibili in passato per ascoltare a loro volta i migranti e scegliere le proprie quote. Il Lussemburgo, piccolo e moderno, organizza le teleconferenze. Per dare un’idea i 67 sbarcati il 31 luglio da nave Gregoretti hanno cominciato i trasferimenti negli ultimi giorni. In altri casi c’è voluto più tempo e comunque il sistema va attivato di volta in volta. La senatrice pentastellata Paola Taverna ha rivelato ieri l’arduo obiettivo del Conte bis: «Il Paese di approdo non sarà più quello del porto sicuro di prima accoglienza (l’Italia, nda) ma la nazione dove i migranti verranno ricollocati, tassativamente entro un mese dallo scalo iniziale, e secondo quote predefinite». Una chimera che non tiene conto del probabile aumento delle partenze dalla Libia dopo l’inversione a U sui porti chiusi. E come se non bastasse ieri la chiesa evangelica tedesca ha deciso di mandare una propria nave nel Mediterraneo dopo avere già finanziato i talebani dell’accoglienza tedesca Sea watch e Sea eye. I migranti recuperati dalla Libia andranno direttamente in Germania o sbarcheranno tutti in Italia?

Se arrivasse l’ “Obama dell’Umbria”, identificato nella persona di Brunello Cucinelli, l’imprenditore del cachemire quotato in tutto il mondo, il Pd (che ha scelto di non presentare il proprio nome) potrebbe anche riconsiderare l’appoggio al candidato civico, Andrea Fora (ex presidente di Confcooperative regionali). Non solo: persino la rinuncia al simbolo è un’opzione possibile. Per portare a casa l’alleanza con i Cinque Stelle alle prossime Regionali il 27 ottobre in Umbria – dopo le dimissioni di Catiuscia Marina, in seguito allo scandalo sui concorsi all’Università di Perugia – al Nazareno le stanno provando tutte. L’Umbria è un territorio storicamente governato dalla sinistra nel quale alle ultime consultazioni politiche e amministrative il centrodestra ha però preso il sopravvento, oltre ad avere fatto il pieno di parlamentari nei principali Comuni, come Perugia, Terni, Foligno e Spoleto. E ieri Matteo Salvini si è presentato a Orvieto dicendo: “Si mettano insieme tanto in Umbria si vince. In Umbria si cambia, la sinistra ne ha combinate troppe”. “Non presentare il simbolo? Non ce l’hanno chiesto”, dice al FattoWalter Verini, il commissario inviato da Nicola Zingaretti prima dell’estate. Una risposta che chiarisce che si tratta di un’ipotesi sul tavolo. MA, COME SPIEGA chi ci sta lavorando, la possibilità di trovare la quadra a questo punto dipende dalla disponibilità di Luigi Di Maio, con il quale stanno parlando tutti. Da Dario Franceschini – che ieri in un’intervista a R ep ub bl ic a ha sottolineato come questo governo “può essere un laboratorio di una nuova alleanza politica ed elettorale. Che parta dalle prossime elezioni regionali, passi per le Comunali e arrivi alle Politiche”- , allo stesso Verini. Nei colloqui privati, per ora, il ministro degli Esteri non ha detto né di sì, né di no. Ma pubblicamente ha risposto con una (mezza) porta in faccia: “L’alleanza alle Regionali non è all’ordine del giorno”. Questo dopo che Nicola Zingaretti aveva ulteriormente aperto: “Biso gna rispettare le realtà locali, ma se governiamo su un programma chiaro l’I t alia, perché non provare anche nelle Regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”. I dem sul territorio, mostrano qualche segno di scoraggiamento. Avrebbero bisogno di una dichiarazione di volontà chiara, per evitare di bruciarsi. QUESTO PURE se a livello locale qualcuno del Movimento si esprime. “L’avversario da battere è Donatella Tesei, candidata presidente del centro destra indicata dalla Lega”, ha detto il senatore Stefano Lucidi dei Cinque Stelle. “Le decisioni spettano al capo politico del Movimento, ma le regole decise dal blog lasciano spiragli e margini di manovra”. E su Andrea Fora, ha rilevato che “può ambire alla vittoria”. Certo, le elezioni sono vicinissime. Ma è ancora Verini a spiegare che “se c’è la volontà i problemi di tempo si possono risolvere”. E a sottolineare come Fora sia in realtà un ottimo candidato per un dialogo che ha come primo obiettivo quello di non permettere a Salvini di trasformare l’Umbr ia nel primo test contro il governo. FORA, che è un moderato, ben visto dalle gerarchie ecclesiastiche, a partire dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, per adesso è appoggiato già da una serie di civiche, oltre che dal Pd e da Articolo 1. Ma la scommessa è allargare ulteriormente la coalizione. Al Nazareno non smettono di ragionare neanche su un altro candidato, pure se non è impresa facile, visto che mancano 40 giorni al voto e Fora ha già raccolto le firme. Per questo si fa un solo nome forte, quello di Cucinelli (che però avrebbe già detto no). Insomma, la strada verso l’“amalgama” è in salita. Anche se in Umbria sarebbe paradossalmente più facile che in altre Regioni, proprio perché il Pd ha già scelto di non correre in proprio.

Al Nazareno sono ottimisti: «I 5 stelle devono solo metabolizzare la svolta del governo, e poi si concentreranno sul discorso delle elezioni regionali. Non possiamo chiedergli una svolta dopo l’altra, pazientiamo un po’ e poi Salvini avrà brutte sorprese anche in Umbria, forse, in Emilia, di sicuro, in Calabria e in Toscana». Chissà se è proprio così. Quel che è certo è che il governatore uscente, ma ricandidato, Stefano Bonaccini, in Emilia Romagna, dove la data del voto non è stata ancora decisa ma rientra in un lasso di tempo che va da novembre a febbraio, vuole accelerare l’appuntamento con le urne. «Tra poco si saprà quando si va alle urne, a novembre o prima di Natale sarebbe il momento giusto», così dice. Giusto perché meglio dare al più presto un nuovo governo a una regione cruciale del paesaggio italiano. Ma andare al voto a novembre, per il Pd, quello nazionale, sarebbe il modo migliore per sfruttare l’onda dei buoni rapporti che si sono appena inaugurati con i 5 stelle. E se poi nel corso della coabitazione di governo questi rapporti ben avviati si guastano, tra un contrasto e l’altro, e si sa quanto sia difficile – Salvini lo può insegnare – condividere il percorso governativo con i grillini? Dunque, accelerare. Verso che cosa? Verso un patto di desistenza grillo-dem in Emilia, così da non lasciarla alla Lega, ammesso che il Carroccio riesca ad espugnarla perché Lucia Borgonzoni, sottosegretaria nell’esecutivo Conte 1, non viene considerata candidata molto forte. In una regione però che rossa non è più e dove alle ultime Europee la Lega è risultata primo partito. Non sarà facile far convergere M5S sul candidato del «partito di Bibbiano» – così la retorica stellata fino all’altro giorno chiamava i dem – ma al Nazareno, mentre si mettono dentro e si mettono fuori i vari nomi nella lista dei sottosegretari e tutti pensano a quello, c’è anche chi alzando la testa dal Cencelli osserva: «La stabilità del nuovo governo dipenderà non tanto dal risultato del 26 ottobre alle regionali in Umbria, ma da come va a finire in Emilia». Di Maio è il primo a saperlo. Ai suoi dice: «Desistenza con il Pd? Ognuno per i fatti suoi? Vedremo». Gli spiragli ci sono per il gioco comune. Bisognerà trovare la formula. Un listone civico – e M5S il connubio con i civici lo ha sdoganato nel loro regolamento – in cui il grillismo si mescola e si nasconde con l’obiettivo però di fermare insieme a Bonaccini il Carroccio? ACROBAZIE E INCASTRI Le formule, gli stratagemmi, gli incastri, le acrobazie si possono trovare. Sul terreno molto pratico però, intanto, c’è una strategia di avvicinamento tra M5S e Pd che si chiama Olimpiadi e che riguarda non solo l’Emilia ma anche la Toscana. La Bologna diMerola (Pd) e la Firenze di Nardella (Pd) puntano insieme alla candidatura per le Olimpiadi del 2023. La sorpresa è che potrebbe esserci il coinvolgimento – una ennesima svolta, vista la guerra aperta di Torino contro le Olimpiadi, per non dire di quella di Roma contro i Giochi – dei grillini. Gli stellati di Firenze sono aperturisti, quelli bolognesi meno ma la discussione è aperta. La scadenza è lontana, ma anche qui: va fatto fruttare subito, per mettersi all’opera olimpica, il clima d’incontro che parte da Roma. In Umbria, intanto, ufficialmente M5S non vuole apparentarsi con i dem ma non ha ancora il candidato governatore e potrebbe andare su un civico aiutando sotto sotto Andrea Fora, a sua volta un senza partito ma in corsa appoggiato dal Pd e dal mondo cattolico. Dall’altra Parte Salvini e il centrodestra schierano Donatella Tesei, leghista ma anche imprenditrice trasversale e conosciuta. Tutto fa pensare, compresa la presenza fissa di Salvini in Umbria oltre agli scandali del sistema “rosso” ormai al collasso, che il Carroccio vincerà. Ma i grillo dem stanno facendo i conti. E i conti dicono questo. Alle ultime Europee i 5 stelle si sono fermati al 14,6 per cento, mentre il Pd ha avuto il 24. La loro somma pareggia i voti presi dalla Lega: 38 per cento. A cui bisogna aggiungere i consensi di Forza Italia e quelli di Fratelli d’Italia. Il match sarebbe sul filo, ecco. Il commissario dem Verini e gli altri del Pd che seguono la vicenda, compreso Zingaretti, aspettano qualche segnale da Di Maio. Magari arriverà, ma la battaglia campale si giocherà in Emilia. E se Salvini viene fermato lì, la Lega potrebbe davvero non perdonarglielo.

Ma non staremo correndo troppo? Un mese fa l’uno chiamava l’altro «pidiota», e quello rispondeva «grullino». Oggi M5s e Pd sembrano fidanzati alle prese con le schermaglie amorose, che indugiano sulla data delle nozze. Dopo il Sì all’intesa di governo l’abbraccio nelle Regioni è tema sul tavolo. Tutto sta nella narrazione: dopo aver venduto l’alleanza di governo come sacrificio necessario per evitare l’aumento dell’Iva e fermare la minaccia Salvini, è imbarazzante mostrare con quanta fretta i due partiti stiano pensando a un’alleanza globale, come ha raccontato ieri il Giornale, svelando quante trattative siano in corso in tutta Italia, perfino in giunte già in carica: il Pd corteggia ovunque sia fuori dalle stanze del potere, il M5s risponde alle profferte laddove ha più bisogno di appoggio per governare. Ieri ci ha pensato il gran tessitore Dario Franceschini a imbastire la trama con un’intervista a Repubblica in cui auspicava alleanze alle Regionali, a partire dall’Umbria dove manca poco più di un mese al voto. Il «movente», per non sbagliare sarà sempre lo stesso: «Salvini ha detto: ci prenderemo l’Umbria – ha spiegato il ministro della Cultura -. Ed è la stessa frase dei pieni poteri. Ecco questa cosa va impedita». All’intervista ha subito fatto eco Nicola Zingaretti: «L’idea di Franceschini è corretta. Bisogna rispettare le realtà locali, ma se governiamo su un programma chiaro l’Italia, perché non provare anche nelle Regioni?». E a chiedersi «perché no?» del resto è ormai quasi tutto il Pd, con rare eccezioni. Ieri ci ha provato timidamente Matteo Orfini: «La proposta di Franceschini è seria ma non la condivido». Non si aspetta manco di vedere se il mix giallorosso funziona prima di replicarlo su base locale: non c’è tempo. A fine ottobre si vota in Umbria, a novembre in Calabria, a seguire in Emilia Romagna e il centrodestra è in vantaggio. Tre regioni governate del Pd, due delle quali con giunte stroncate da scandali giudiziari: appalti in Calabria e sanitopoli in Umbria. I 5 stelle vorrebbero interrompere la serie di batoste alle Regionali, ma non è la «prudenza» dei Di Battista a frenarli (ieri ha detto di essere «Scettico sul governo» con il Pd «garante dei poteri forti» che «ha posto un veto sul mio nome»). I 5s prendono tempo, alzano la posta. A Zingaretti replicano con una nota che pare una porta più socchiusa che sprangata: «Il tema delle alleanze alle regionali non è all’ordine del giorno». Si sottolinea anche che ora si rimane «concentrati sulle cose concrete come il taglio dei parlamentari». Frase che arriva all’indomani del rinvio del voto sul taglio dei parlamentari imposto dal Pd e parrebbe suggerire il prezzo dell’alleanza. Il presidente della Camera Roberto Fico a sua volta, evoca la regola dello statuto M5s che autorizza solo alleanze con liste civiche. Il Pd ha ben presente la questione, ma sa bene che non è un vero ostacolo. Franceschini mette già sul tavolo la scappatoia: «Oggi il candidato del centrosinistra non è del Pd, ma Andrea Fora è un civico, e questo credo faciliti l’alleanza». La cosa certa è che nel Pd le manovre sono iniziate da tempo. Simona Bonafè si dice pronta in Toscana, Alessia Morani ammette che nelle sue Marche «ci si sta lavorando da un po’». E c’è chi dice che Zingaretti potrebbe dare l’esempio nel Lazio grazie all’asse con Roberta Lombardi, magari facendo entrare in giunta tecnici di area M5s.