Le tasse sulla plastica e sullo zucchero fanno infuriare le imprese, l’aumento del gasolio porta sul piede di guerra camionisti e trasporto pubblico locale, il ridimensionamento della Flat Tax gialloverde, insieme alle sanzioni per i commercianti che rifiutano pagamenti elettronici, accendono nella maggioranza una battaglia tattica sul consenso delle partite Iva e le manette agli evasori dividono il governo mentre sullo sfondo resta una riforma della giustizia tutta da definire. La prima vera prova sul campo del governo Conte-2 rappresentata dalla manovra sembra tagliare di netto la brevissima luna di miele che la nascita dell’Esecutivo aveva prodotto almeno in quella parte di Paese che attendeva un po’ di serenità dopo mesi scanditi da vertici notturni, accordi di maggioranza appesi a un filo reciso subito dopo l’intesa, veti e controveti messi dai partner di maggioranza per far sventolare la propria bandiera in un’infinita concorrenza interna su ogni singola misura. Gli ultimi tre giorni, dal weekend vissuto fra la Leopolda e l’Eurochocolate di Perugia al lunedì di vertici e consiglio dei ministri a tarda sera, ripropongono invece lo stesso identico armamentario. E quando si sfronda la nebbia delle battaglie tattiche sugli interventi ipersensibili sul piano politico più che su quello economico, dal Pos ai limiti al contante, si intravede il rischio di un Conte-2 «ingessato» come il Conte-1 degli ultimi mesi. Perché l’Iva non si tocca, anche se al ministero dell’Economia si era lavorato parecchio per provare a liberare risorse per altre misure; quota 100 non si può nemmeno sfiorare, nonostante le ipotesi di intervento sulle finestre fossero sufficienti a dare più ossigeno al taglio del cuneo fiscale. Il caos non aiuta nemmeno l’attività ordinaria. Il Conte giallorosso ha ereditato dal Conte gialloverde 281 decreti attuativi ancora da approvare, e per 124 di questi il termine di adozione è scaduto. Lo spiega il report pubblicato dall’Ufficio del programma di Governo, che mostra anche come una settantina di provvedimenti rimandino alla manovra, ma altri 50 risalgono al decreto crescita, circa 20 allo sbloccacantieri e una quindicina al decretone su reddito di cittadinanza e quota 100. E intanto tornano a ingombrare il campo i grandi classici della paralisi italiana. Alitalia, che in onore dello stallo vede spuntare in fondo al decreto fiscale un altro finanziamento da 350 milioni per la sorpresa di una parte della maggioranza (renziani in testa); e l’Ilva, dove il nuovo attacco soprattutto pentastellato allo scudo penale concordato a suo tempo con Arcelor Mittal torna a mettere a rischio il futuro dell’impianto e dei 20mila posti di lavoro che gravitano intorno alla più grande acciaieria d’Europa. Il tutto mentre pare tramontare per l’ennesima volta la vera emergenza degli investimenti pubblici, che non risiede nei fondi aggiuntivi (ogni governo mette la propria quota) ma negli interventi rapidi per sbloccarne l’esecuzione. Le infrastrutture da priorità nazionale sono finite nel silenzio assoluto, scomparse di scena, forse per il timore di ripetere il canovaccio del Conte 1, mentre si attendono almeno i commissari per le opere importanti come il terzo valico Milano-Genova e una mossa alla luce del sole per aprire la sfida delicatissima del regolamento appalti. Merito delle questioni e posizionamento dei fronti cambiano di misura in misura, in una geografia complicata che rompe gli stessi partiti e finisce per essere incomprensibile ai non addetti ai lavori. Ma il problema di fondo si ripete sempre uguale. La battaglia tra i leader in competizione non si ferma di fronte ai tentativi del premier Conte di trovare la sintesi politica che rappresenta il cuore del suo ruolo. Lo stesso Conte, per provare a marcare una distanza dai suoi primi 14 mesi passati da inquilino a Palazzo Chigi, è intervenuto in prima persona per ricordare gli accordi presi in consiglio dei ministri sotto la sua guida. Ma il risultato, per ora, è stato l’ennesimo vertice di maggioranza.
Un logoramento così rapido e di queste dimensioni forse non se l’aspettavano neanche al Quirinale dove guardano soprattutto al primo effetto: l’impatto della manovra nel giudizio di credibilità e affidabilità dell’Europa. Comunque che di difficoltà questa maggioranza ne avrebbe avute, era prevedibile ma che addirittura si agisse per esasperarle non lo immaginava neppure Conte. Quello che è accaduto ha il suo epicentro prevalente nei 5 Stelle, dove è scattata la competizione di Luigi Di Maio con il premier aggravata dalle divisioni dentro il Movimento che dà chiari segni di ribellismo. La vicenda dell’elezione del capogruppo al Senato – ora l’attesa per quella alla Camera – e la marcia indietro sull’Ilva sono la dimostrazione di quanto Di Maio non controlli più i suoi parlamentari. Dunque ha bisogno di alzare il tiro. Una lotta per la tenuta della sua leadership che fa rimbalzare tra alleati e avversari questa domanda: per non perdere il partito, sarà disposto pure a sacrificare il Governo? È vero che l’altra spina nel fianco è Renzi che ha lo stesso interesse del ministro degli Esteri a consumare Conte ma che non metterebbe mai a rischio la sua neonata creatura affrontando una crisi di Governo e un possibile voto a breve. Lui ha più bisogno di tempo e di una legge elettorale che lo aiuti, per questo conferma l’obiettivo 2022, cioè la data in cui scatterà l’elezione del capo dello Stato. Come ha detto alla Leopolda, non staccherà la spina perché vuole arrivare al traguardo di eleggere il nuovo presidente con questa maggioranza, sfilandolo al centro-destra. Il punto però è proprio questo. Che se dopo due mesi scarsi si è già ai ferri corti, saranno questi stessi alleati in grado di stringere un patto per scegliere il nuovo inquilino del Quirinale? A oggi sembra difficile viste le diffidenze che già sono in circolo e avvelenano i pozzi. Si sa che le votazioni per il Colle scatenano infinite trappole, ma qui sono scattate perfino in anticipo. Nel Pd, che oggi porta la croce, sanno che non ce la faranno a tenere il ruolo di “responsabili” troppo a lungo. Certamente non fino al 2022. Si sono dati come scadenza per un primo bilancio gennaio e la ragione coincide con le elezioni in Emilia-Romagna. Se, cioè, resta la diffidenza con l’alleato 5 Stelle e sfuma la possibilità di stringere un accordo lì, è chiaro che la competizione tra i due partiti si farà più aspra perché dovranno correre da avversari. Sarà una replica di quello che è successo un anno fa quando la tornata delle regionali – e poi le europee – fece esplodere lo scontro tra Salvini e il Movimento. Nel tritacarne rischia di ritrovarsi Zingaretti e insieme a lui Conte, finito nel mirino dei rumors che raccontano di una sua possibile sostituzione. Senza considerare, però, che un’operazione di questo tipo avrebbe come conseguenza una nuova crisi di Governo dagli esiti incerti. Un azzardo per chi sta bluffando e non vuole le urne. In questa chiave va letto il pressing di Salvini su Mattarella che ieri è tornato ad attaccare i «silenzi» del Colle come ad “avvisare” che una nuova rottura dovrà portare al voto.
Il mondo è sempre stato un posto pericoloso e la condizione di vulnerabilità dell’Italia (verso l’esterno, a causa della continua instabilità dei due versanti obbligati della politica estera italiana, i Balcani e la sponda Sud del Mediterraneo, e verso l’interno, a causa delle nostre debolezze politiche e istituzionali) è una costante storica. Infatti, l’ancoraggio a sistemi di alleanza con attori più forti, in grado di colmare il deficit di sicurezza internazionale e interno del paese, è stata la risposta a questa condizione. Oggi però l’America non ha più la scala, la forza e neppure il consenso interno per agire come Atlante che regge sulle spalle il mondo, fungendo contemporaneamente da locomotiva economica e da garante della sicurezza militare. Inoltre, una crisi di coesione ancora più preoccupante continua a gravare sull’Europa, l’archi – trave stessa dell’opzione multilaterale dell’Italia. L’America, si sa, ha avuto un ruolo centrale nella creazione dell’ordine mondiale liberale in cui viviamo dal 1945 e al quale l’Italia ha preso parte con le altre nazioni europee. Ma quell’ordine, che ha garantito un periodo di pace, prosperità e libertà senza precedenti, non è stato un fenomeno naturale, il frutto dell’inevita – bile evoluzione del genere umano. Gli ultimi settant’anni di commercio relativamente libero, di crescente rispetto dei diritti individuali, e di cooperazione relativamente pacifica tra le nazioni (gli elementi fondamentali dell’ordine liberale) sono stati, come sostiene Bob Kagan, una “historical aberration”, una deviazione, un’anomalia che ha rappresentato un “atto di sfida alla storia e persino alla natura umana”. Fino al 1945 la storia dell’umanità è stata una lunga storia di guerra, di sopraffazione e miseria. I momenti di pace sono stati fugaci, la democrazia così rara da sembrare quasi casuale e il benessere il lusso dei pochi potenti. Va da sé che la nostra epoca non si è fatta mancare orrori, genocidi e vessazioni, ma dal punto di vista storico, è una sorta di paradiso. Quell’ordine, ovviamente, gli americani non lo hanno costruito da soli, hanno collaborato con gli altri. Ma è stata l’abilità degli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, a mettere fine ai conflitti nelle due zone più critiche del mondo: l’Europa e l’Asia orientale. Erano gli unici in grado di poterlo fare. La loro posizione geografica, la loro ricchezza, il fatto di non doversi preoccupare degli attacchi dei vicini gli hanno permesso di dispiegare in modo permanente le loro truppe all’estero. Ed è stato questo sforzo a creare le condizioni che hanno permesso si realizzasse l’ordi – ne “anomalo” nel quale siamo vissuti. Sfortunatamente, gli Stati Uniti si stanno allontanando sempre di più da quello che finora era stato l’obiettivo tradizionale della loro politica estera. Colpa di Trump? Sì, certo. La sua politica estera, ha scritto il Washington Post, è “il trionfo della pancia sul cervello” e il tradimento dei curdi è una macchia nella coscienza dell’America e forse l’epitaffio della sua presidenza. Ma questo problema non ha a che fare solo con Trump. E’ da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla “normalità” e che, una dopo l’altra, le amministrazioni Usa fanno a gara per rassicurare gli americani che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile. Specie dopo i fallimenti in Afghanistan e in Iraq. Che gli Stati Uniti non siano disposti a “mandare una nuova generazione di americani oltremare per combattere e morire per un altro decennio sul suolo straniero”, Obama, tanto per capirci, lo ha ripetuto fino alla noia. Infatti, nella famosa intervista di Jeffrey Goldberg sull’Atlantic, il presidente Barack Obama aveva sostenuto che quella che molti opinionisti considerano una delle pagine peggiori della sua presidenza (la decisione di non bombardare la Siria nell’estate del 2013 dopo che Bashar al-Assad aveva violato la “red line” sull’uso delle armi chimiche) sia stata invece uno dei suoi momenti migliori: la presa di distanza più risoluta da quello che Obama ha definito il “Washington playbook”. “C’è un manuale a Washington che si suppone che i presidenti debbano seguire – aveva spiegato Obama – e il manuale prescrive le risposte alle diverse situazioni, e queste risposte tendono a essere risposte militari. Laddove l’America è direttamente minacciata, il manuale funziona. Ma il manuale può anche rivelarsi una trappola e condurre a pessime decisioni”. Per Obama, racconta Goldberg, quel giorno è “il giorno della liberazione, il giorno in cui ha sconfitto non solo l’establishment della politica estera e il loro manuale fatto di missili Cruise, ma anche le richieste degli alleati (deludenti e costosi da mantenere) dell’America nel medio oriente”. Naturalmente, quell’intervista ha suscitato una valanga di critiche che hanno preso di mira quella combinazione di avversione al rischio e di parole ispirate che molti considerano una caratteristica (negativa) della presidenza Obama. Resta però il fatto che (anche sorvolando sulle uscite di Trump o sulle posizioni di Bernie Sanders o di Elisabeth Warren) ormai c’è un ampio consenso attorno all’idea che la “Grand Strategy” di impegno globale che gli Stati Uniti hanno perseguito dal crollo della potenza sovietica non sia “ne – cessaria” e sia anzi “controproducente, costosa e inefficiente”. Lo ha spiegato in un libro Barry Posen, professore di Scienze politiche al Mit. Posen auspica un diverso approccio; e il titolo del libro, “Re – straint”, esprime in modo stringato la sua esortazione. L’America, egli sostiene, deve smetterla di cercare di fare sempre di più, deve, invece, fare meno (anche perché “gli sforzi per difendere tutto finiscono per non difendere nulla”) e raccomanda perciò di investire in quello che gli Stati Uniti sanno fare meglio, e cioè nel controllo dei beni comuni globali attraverso la forza aerea e marittima (e il dominio dello spazio), riducendo le forze militari sul terreno; e immagina una riduzione nella spesa per la difesa fino al 2.5 per cento del pil, la maggior parte della quale ottenuta riducendo l’esercito e l’ampia presenza americana oltremare. Dunque, è improbabile che le cose possano cambiare se, dopo Trump, alla Casa Bianca dovesse arrivare, come ormai ci auguriamo tutti, un presidente democratico: basta guardare i dibattiti televisivi fra i candidati democratici alle presidenziali del 2020. Per almeno quattro ragioni. Primo. Gli Stati Uniti sono diventati, per dirla con Michael Mandelbaum, una “Frugal Superpower”. Anche il governo degli Stati Uniti è alle prese con l’invec – chiamento della popolazione, un debito enorme, sanità, pensioni e diritti crescenti intestati a baby boomers incanutiti. Entro vent’anni il servizio al debito pubblico, tanto per fare un esempio, supererà l’intero budget della difesa. Il risultato è una leadership con mezzi molto limitati. Secondo. “Il futuro della politica sarà deciso in Asia, non in Afghanistan o in Iraq”, aveva detto Hillary Clinton annunciando la strategia asiatica americana sancita dal “pivot to Asia”, e in Asia è in atto una corsa agli armamenti. Laggiù la situazione oggi è più instabile e molto più complessa degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. I cinesi stanno costruendo basi per i sommergibili nell’isola di Hainan e sviluppando missili antinave. Gli americani hanno rifornito Taiwan di missili per la difesa aerea e sistemi avanzati di comunicazione militare. Giapponesi e sudcoreani sono impegnati nell’ammodernamento delle loro flotte – in particolare dei sommergibili. E l’India sta costruendo una flotta d’alto mare considerevole. Sono tutte misure per cercare di aggiustare a proprio vantaggio i rapporti di forza ed è questo il mondo che attende gli Usa quando se ne saranno andati dall’Iraq e dall’Afghanistan. Terzo. L’America non è più un’isola, protetta dall’Atlantico e dal Pacifico. A ricondurla più vicino al resto del mondo non è solo la tecnologia, ma la pressione della demografia messicana e centroamericana. E, per gli Usa, sistemare il Messico è più importante che riordinare l’Afgha – nistan. Solo l’offensiva contro i signori della droga è costata migliaia di morti. Quarto. L’estrazione di idrocarburi non convenzionali (shale gas e shale oil) sta portando a un cambiamento decisivo nei mercati energetici globali e può darsi che una politica centrata sulla riduzione della dipendenza nazionale dal petrolio estero riesca a fare per l’America e per il mondo odierni quel che fece il contenimento dell’Unione Sovietica nel XX secolo. Tutto questo, ovviamente, ci riguarda da vicino. Perché, se così stanno le cose, quando il mondo lamenta “Qualcuno deve fare qualcosa!”, la reazione più immediata e disinteressata non verrà più da Washington e anche altre politiche di interesse internazionale (come appunto l’ac – cesso globale al petrolio), possono soffrirne. Ma se così stanno le cose, non sarebbe ora che gli europei smettessero di eludere il problema delle politiche di difesa? Non sarebbe ora di affrontare il negoziato transatlantico su commercio e investimenti con piena coscienza della posta in gioco? E quel che dovrebbe farsi strada è proprio la consapevolezza che in assenza di una nazione democratica sufficientemente forte da essere un punto di riferimento e contrastare le potenze emergenti del capitalismo autoritario, allora un nuovo centro capace di esercitare una funzione ordinatrice può emergere soltanto come alleanza globale tra democrazie, cementata da un mercato comune. Altro che zucchine e lenticchie! E ancora: se il mondo sta andando verso la formazione di blocchi regionali, se strutture continentali come l’America, la Cina e forse l’India e il Brasile hanno già raggiunto la massa critica, vogliamo accelerare la transizione dell’Europa al rango di unità regionale, sì o no? Come si fa, ad esempio, a prendere sul serio la posizione europea sulla Siria? In apparenza l’Europa ritiene che una presenza militare occidentale sul terreno nel nord della Siria sia necessaria per la propria sicurezza. Ma non è disponibile a schierare (e non sarebbe neppure in grado di farlo) le proprie forze armate. Eppure la Turchia e la Siria sono vicine all’Eu – ropa, non agli Stati Uniti, e se le violenze dovessero intensificarsi di nuovo, sarà l’Europa a subirne le conseguenze e non gli Stati Uniti. Insomma, per una volta, non si può rimproverare Trump quando sostiene che gli europei devono assumersi maggiori responsabilità. L’America, certo, assisterà l’Europa attraverso la Nato in caso di attacco al nostro territorio. Ma dalla fine della Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno segnalato più e più volte che tocca agli europei far fronte ai problemi relativi alla sicurezza nello spazio europeo. Gli Stati Uniti non lo faranno al nostro posto. Finora, si sa, abbiamo fatto orecchie da mercante, convinti che in fondo non è così urgente rafforzare le nostre capacità difensive perché tanto, qualunque cosa succeda, la cavalleria degli Stati Uniti arriverà a toglierci dai guai. Ma ora che gli americani appaiono sempre di meno come tutori affidabili dell’ordine internazionale, saremo costretti, con le buone o con le cattive, a badare sempre di più a noi stessi. Per l’Europa è l’occasione per accelerare il decollo della difesa comune. Ma dobbiamo accompagnare la necessaria forza di intimidazione con la capacità di ispirare gli altri. In una fase in cui il sistema internazionale si avvia a diventare un sistema globale multipolare e il divario di potenza tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo sarà sempre più contenuto, l’Eu – ropa, come ha suggerito Claudio Cerasa, deve diventare il motore dell’apertura, della globalizzazione (e della sua civilizzazione) “dall’alto della sua unica e straordinaria way of life: rispetto dell’economia aperta, tutela dello stato di diritto, rispetto per la democrazia”. Proprio perché abbiamo imparato che senza multilateralismo, senza apertura, non c’è crescita e che come sosteneva Frédéric Bastiat, dove passano le merci, non passano gli eserciti. Per dirla con Angela Merkel, “i tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un pezzo. Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani”.
Forse è presto per dire che la luna di miele tra il secondo governo Conte e il mondo dell’imprenditoria è finita, ma certo in poche settimane il patrimonio di consensi iniziale si è pressoché dissolto. Almeno per il momento. In particolare il dissenso – un dissenso molto diffuso – riguarda tre provvedimenti: la tassa sulla plastica, quella sullo zucchero nelle bevande e l’inasprimento delle sanzioni penali per i grandi evasori (con la soglia ipotizzata a 100mila euro). Su questi fronti il governo è riuscito a coagulare una opposizione davvero ampia che, tra l’altro, sta crescendo. La motivazione chiave è presto detta. Il balzello previsto sulla plastica equivale a un euro al chilo, quando il polimero costa 0,90 centesimi al chilo, a volte perfino meno. Nel complesso significa 2 miliardi d’incassi all’anno che vanno a cadere su un solo settore, una somma abnorme. Il provvedimento, tra l’altro, avrà un effetto grave: mettere fuori mercato le aziende del settore, spiazzate anche dalla concorrenza europea. Per quanto riguarda la sugar tax ne viene denunciato il carattere del tutto arbitrario, che sfiora la demagogia. Lo zucchero è presente nell’alimentazione in tante forme. Perché mettere sul banco degli imputati soltanto i produttori di bibite? Di sicuro la nuova tassa sullo zucchero va a colpire soltanto bevande e aziende produttrici. Francamente, viene detto, non si capisce il perché e cosa hanno fatto di male. E il rischio, non trascurabile, è che per portare nelle casse dello Stato circa 250 milioni all’anno venga pagato un prezzo non trascurabile in termini di occupazione. L’assurdità è che la caccia ad entrate aggiuntive è stata scatenata per raggiungere l’obiettivo di evitare altre tasse, cioè l’aumento dell’Iva. Questo significa che pur di raccogliere risorse si è scelto di penalizzare duramente due settori, chiamati a pagare per tutti. Il risultato è una alzata di scudi contro il governo con pochi precedenti e che il governo stesso farebbe bene a non sottovalutare. Ugualmente impopolare si sta rivelando il provvedimento sul carcere quando l’evasione supera quota 100 mila euro. La premessa, da sottolineare con forza, è che le tasse vanno pagate fino all’ultimo euro, e che i livelli di evasione attuali sono inaccettabili. Già oggi le pene sono severe ma, nonostante ciò, il numero degli evasori incarcerati è irrisorio. Non solo. Fatti, e numeri, hanno dimostrato e dimostrano la sostanziale inutilità degli inasprimenti di pena. Tanto più che il quadro del diritto tributario è d’incertezza assoluta, caratterizzato da norme difficili da interpretare, complesse, causa di un mare infinito di contenzioso. Il rischio è che la minaccia del carcere produca soltanto il risultato di seminare altra incertezza, scoraggiando ancora di più il fare impresa. Errare è umano, ma perseverare non è proprio il caso. Quindi per far quadrare i conti sarebbe meglio trovare strade alternative, magari tagliando e non aumentando la spesa pubblica. Ancora meglio puntando con determinazione maggiore sul taglio del debito pubblico. Di sicuro misure fiscali punitive nei confronti di alcuni settori non sono sostenibili, né lo è alzare cortine fumogene puntando su provvedimenti di dubbia efficacia come l’inasprimento delle sanzioni penali.
Sabato sono accadute due cose importanti nel Regno Unito, a poca distanza l’una dall’altra. Dentro al Parlamento, il premier Boris Johnson ha subìto un’altra sconfitta: i parlamentari hanno votato contro il tentativo di far passare il suo accordo sulla Brexit senza le verifiche appropriate e senza che fosse escluso il rischio di un no deal. Fuori dal Parlamento, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato per chiedere un People’s Vote, il voto popolare, sull’esito finale del processo della Brexit. E’ stata una delle più grandi proteste mai organizzate nel Regno Unito. La gente è arrivata da tutto il paese e molti inglesi sono venuti a Londra dagli stati europei in cui vivono per essere sicuri che la loro voce fosse ascoltata. “I brexiteer parlano moltissimo della volontà popolare”, ho detto alle persone riunite a Parliament Square, “ma anche noi siamo popolo, e questa marcia mostra che la volontà popolare è in movimento”. E’ impossibile quantificare l’impatto di una marcia. Ma quando abbiamo iniziato questa campagna un paio di anni fa, quando era ormai diventato evidente che la realtà della Brexit non sarebbe stata né facile né buona per il nostro paese, eravamo visti come dei moderni prigionieri di guerra giapponesi che riemergevano anni dopo la fine della guerra pensando che il conflitto fosse ancora in corso. I parlamentari disponibili a parlare ai nostri comizi potevano stare tutti dentro a un taxi. La folla era poca, la copertura mediatica pure. Sabato la storia era completamente diversa. C’è voluta la minaccia della Brexit per risvegliare il più grande movimento europeista d’Europa! Alla marcia ho presentato un cortometraggio fatto con due ex premier, John Major e Tony Blair, su come era stata fatta la pace in Irlanda del nord, e sulla loro paura che la Brexit possa mettere a repentaglio quella pace. Si tratta di una sola, enorme questione tra molte altre che dovrebbe togliere di mezzo l’idea ridicola che l’accor – do Johnson possa in qualche modo “get Brexit done”. Un’altra è il fatto che ancora non sappiamo che tipo di relazioni economiche avremo con l’Unione europea dopo l’uscita. Ma il fatto che Johnson abbia dovuto fare molte concessioni sull’Irlanda del nord – un confine nel mare d’Irlanda: lui e Theresa May avevano detto che nessun premier britannico avrebbe mai accettato una soluzione del genere – indica quanto sarà debole nelle prossime negoziazioni, quando tutto il nostro potere contrattuale sarà perduto visto che non faremo più parte dell’Ue. Major e Blair hanno detto che tutta questa faccenda deve essere decisa dal popolo. La maggior parte del pubblico era d’ac – cordo, e c’è anche la folla di sabato. Il Labour si è convinto a sostenere un secondo referendum. Altri partiti d’opposizione sono su questa posizione da tempo. Ma ancora non c’è una maggioranza per questa proposta. L’unica argomentazione rimasta per la Brexit è quella democratica. Nessuno sostiene più che la Brexit ci porterà verso un futuro radioso e felice. “Abbiamo votato per questo e questo dobbiamo fare”. E’ tutto quel che rimane ai brexiteer. Come si fa a portare l’argomentazione democratica di nuovo verso il popolo? Prima di tutto: cosa ci può essere di non democratico nel chiedere agli elettori di decidere? Secondo: la Brexit che c’è oggi è molto diversa dalla Brexit che era stata promessa. Terzo: il tempo passa. Quarto: in questo tempo che passa, due milioni di persone sono morte e due milioni di giovani sono diventati abbastanza grandi da poter votare. Quinto: ora abbiamo un accordo che il primo ministro, l’uomo che ha guidato la campagna per il leave, considera un buon accordo. Così abbiamo qualcosa di concreto da mandare avanti come Brexit, contro l’opzione di restare nell’Unione europea. Potrei andare avanti, ci sono anche le bugie e i crimini e i misfatti della campagna, ma questa manciata di ragioni per il momento è sufficiente. Votare di nuovo non sarebbe antidemocratico, anzi: sono successe così tante cose dal giugno del 2016 che francamente sarebbe antidemocratico non tornare a votare. Se è possibile avere un referendum, è difficile da dire. Alla fine della manifestazione, abbiamo proiettato un altro filmato, con la voce dell’attore Brian Cox, la storia di grandi campagne organizzate negli anni. Da brividi. Ecco la sceneggiatura. “Tante delle cose che apprezziamo… tanti dei passi avanti che abbiamo fatto… sembravano impossibili, fino a quando non sono accaduti”. “Il sistema sanitario nazionale era considerato una chimera. Hanno votato contro 21 volte. La battaglia è andata avanti. Fino a quando un voto finale ha fatto in modo che fosse possibile”. “La pace in Irlanda del nord sembrava lo sbarco sulla Luna. Non sarebbe mai potuta accadere. Fino a quando alcuni leader coraggiosi hanno scommesso sulla pace. E le persone del nord e del sud hanno votato per il progresso”. “Il voto alle donne… le unioni civili… la devolution per la Scozia e il Galles… i movimenti contro il fascismo e l’apartheid – spesso osteggiati dal potere, ma realizzati dal popolo”. “Noi siamo arrivati e siamo stati in piedi insieme sotto la pioggia. Abbiamo marciato insieme. Abbiamo cantato insieme. E adesso lottiamo ancora. Per le nostre famiglie, per le nostre comunità. Per i nostri bambini”. “E’ il momento del People’s Vote sull’accordo sulla Brexit. Perché tutto è impossibile… fino a quando non lo realizziamo”. Questa frase finale è stata scritta nientemeno che da Nelson Mandela. Le sue parole dovrebbero essere fonte d’ispira – zione per tutti coloro che si battono per qualcosa di utile. E per il popolo britannico vincere l’ultima parola sulla Brexit – non un’elezione che probabilmente non risolverà nulla, ma un referendum per verificare se, sulla base di quello che sappiamo, il paese vuole procedere – è una lotta che vale la pena di essere combattuta. Ed è una lotta che possono vincere quelli di noi che si oppongono alla Brexit. So che ci è stato ripetutamente detto che non succederà mai. Ma ci hanno anche detto, ancora e ancora una volta, che ce ne saremmo andati entro il 29 marzo. Non ce ne siamo andati. Theresa May se n’è andata. Ora ci viene detto, ancora e ancora una volta, che ce ne andremo entro il 31 ottobre. Il primo ministro (solo di nome) non smette mai di dirlo. Anche il suo governo. I giornali che animano la macchina delle bugie della Brexit diffondono il messaggio su scala industriale. Cento milioni di sterline di denaro pubblico sono stati spesi per dirci che il 31 ottobre ce ne andremo e che se lo facciamo siamo pronti – non lo siamo e non lo saremo. Certo che vivo dei momenti di dubbio. Come evitarli se si considera che la follia della Brexit ci ha consegnato Boris Johnson come primo ministro in questo punto cruciale della nostra storia? Come non sentirsi scoraggiati dalle menzogne, dall’incompetenza, dalla mediocrità sua e della sua squadra? Ma è in questi momenti che dobbiamo prendere ispirazione da Mandela e da tutte le campagne del passato che, in così tanti momenti, sembravano impossibili. Le campagne sono come gli eventi sportivi. Ci sono alti e ci sono bassi. Hai dei periodi in cui sei in forze e dei periodi in cui non lo sei. Hai momenti in cui le cose vanno secondo i piani, e altri momenti in cui non succede. Hai progressi inaspettati e battute d’arresto impreviste. Hai giocatori fortissimi che si presentano e si esibiscono, altri no. Hai una squadra di giocatori che emergono come stelle. Hai anche l’energia della folla. C’era un po’ di folla sabato. I politici la ignorano a loro rischio e pericolo.
Il presidente americano, Donald Trump, dice di avere ordinato il ritiro di mille soldati dalla Siria perché l’America è stanca di guerre infinite e i militari devono tornare a casa. Davanti ai giornalisti ha anche descritto le scene strazianti delle famiglie che aspettano il ritorno dei caduti in patria e si gettano sulle bare. Per questo, come ha spiegato per almeno tredici volte nell’ultimo anno, ha deciso di mettere fine alla missione americana in Siria e secondo i commentatori è una mossa che conferma la sua linea politica cosiddetta isolazionista. Secondo questa dottrina, i soldati americani devono restare in patria e intervenire all’estero soltanto in casi eccezionali. In pratica però negli ultimi sei mesi l’Amministra – zione Trump ha mandato quattordicimila soldati in più in medio oriente, per fare fronte alla tensione crescente nel Golfo. L’ultimo incremento, di tremila soldati, è stato annunciato a fine settembre. Inoltre i soldati americani che erano in missione in Siria e che ieri hanno lasciato il paese in lunghi convogli non tornano a casa ma si spostano in Iraq – quindi appena al di là del confine a est – per continuare la missione “contro lo Stato islamico”, come spiega il Pentagono. In breve: l’America non sta lasciando il medio oriente perché è stanca di guerre, sta semplicemente rimodulando la disposizione dei soldati nella stessa regione. I militari non faranno più da forza di interposizione fra le brigate turche e i curdi nel nord della Siria. Molti invece saranno schierati nel Golfo e in particolare in Arabia Saudita che, come dice Trump, “ci paga”. A completare il quadro ieri il segretario alla Difesa americano, Mark Esper, ha detto che duecento americani delle forze speciali resteranno in Siria, sempre nella zona controllata dai curdi ma più a sud, vicino ai pozzi di petrolio “per continuare la lotta allo Stato islamico”. Il presidente Trump ha scritto domenica su Twitter: “We have secured the oil”, abbiamo messo al sicuro il petrolio. I soldati americani erano già vicini al petrolio siriano – una delle loro basi è nell’im – pianto di al Omar – ed è una zona dove l’infe – stazione dello Stato islamico è in effetti molto forte. La loro missione è importante dal punto di vista strategico, perché fino a quando restano lì il regime – e i russi – non può attaccare i curdi e riprendersi i pozzi. Nel febbraio 2018 siriani e russi tentarono di attaccare ma furono bombardati dagli americani – morirono centinaia di mercenari russi, è un episodio che il Cremlino non ha mai commentato. L’Amministrazione Trump si tiene i pozzi come carta per negoziare. Duecento soldati, pur se appoggiati dagli aerei che possono intervenire in fretta, sono però un numero esiguo nel mezzo di un territorio pieno di presenze ostili e su tutta la faccenda c’è l’aria di un compromesso disperato tra i generali americani che vogliono tenere qualche posizione e Trump che vuole lo sbaraccamento completo. E abbandonare i curdi nel settore nord, dove i turchi minacciano una sostituzione etnica a colpi di bombardamenti, ma non nel settore sud, dove c’è il petrolio, assomiglia a una caricatura della politica estera americana. Ieri i civili curdi prendevano a sassate i convogli di soldati americani in uscita dalla Siria, gli stessi che avevano festeggiato come preziosi alleati in questi anni, e gridavano: “Traditori!”.
Oggi parte a Torino la «Holden Academy», il nuovo percorso di studi della scuola fondata da Alessandro Baricco nel 1994, che garantirà, al termine di un ciclo di tre anni, la prima laurea in scrittura in Europa. Ma la vera novità è un’altra: allievi e docenti saranno chiamati a misurarsi con un compagno di banco del tutto eccezionale. Si chiama Ibm Watson Discovery ed è un software in grado di elaborare dati, elementi, generare esercizi di scrittura e mappe concettuali. Margini di errore? Praticamente Zero. Più che altro permetterà spunti del tutto nuovi nel campo sia della scrittura sia etterario, interagendo con l’uomo per aprire nuovi orizzonti. Una rivoluzione in piena regola perché unirà il mondo della cultura alla tecnologia, frontiera finora soltanto parzialmente esplorata e che Torino, con «Holden Academy», si appresta a oltrepassare. Piccolo dettaglio: se vi aspettate la presenza in aula di un robot – per come lo potete immaginare – resterete delusi. «Sarebbe stato troppo semplice – spiega Walter Aglietti, director software lab Ibm Italia – abbiamo voluto superare il concetto di hardware, di macchina. Vogliamo andare oltre e arrivare al cuore della questione per capire come l’intelligenza artificiale possa suggerire nuovi percorsi letterari». C’è la consapevolezza da parte di Holden e Ibm di poter arrivare molto lontani in un campo che ha grandi potenzialità e spazi ancora sconosciuti. Negli Stati Uniti l’Associated Press da qualche anno sperimenta l’intelligenza artificiale per la scrittura di «pezzi» di finanza e per le cosiddette «brevi» le news di poche righe che finiscono on line. È la macchina che interpreta un’elaborazione del pensiero. E chissà se un giorno la macchina sostituirà i giornalisti in carne ed ossa o gli stessi scrittori. La Holden affronterà questo tema, ma sotto una nuova veste. «Non vogliamo che l’uomo utilizzi la tecnologia come uno sgabello sul quale sedersi – sottolinea Aglietti – ma come un’opportunità, un’onda da cavalcare. L’intelligenza artificiale può aiutare l’uomo ad oltrepassare diversi limiti, a migliorarsi. Siamo di fronte ad un percorso illimitato». Ma quale sarà il contributo del software della Ibm alla «Holden Academy»? Contenuti, testi e voci verranno raccolti durante le lezioni e saranno analizzati usando il meglio delle tecnologie a disposizione. Durante i tre anni di Academy, Ibm Watson Discovery applicherà le ultime scoperte nell’ambito del machine learning, comprese le capacità di elaborazione del linguaggio naturale, e potrà essere «addestrato» per analizzare qualsiasi tipo di informazione. L’intelligenza artificiale di Ibm si affiancherà agli studenti, elaborerà le lezioni e ciò che gli studenti scriveranno e produrrà delle mappe concettuali. Sarà come avere il punto di vista e l’opinione di un esperto capace di offrire delle visioni d’insieme per compiere nuove esplorazioni didattiche e indagare l’universo della narrazione, partendo da dove nessuno è mai partito prima.
Quella che segue non è una tradizionale nota politica con cui provare a fare il punto dei complicati rapporti tra i partiti della maggioranza ma è un tentativo un po’ pazzo di entrare nella testa dei principali leader italiani e provare a spiegare il futuro della legislatura con un po’ di sana e robusta psico-politica. Non si può capire nulla su quello che ci aspetterà nei prossimi mesi senza provare a comprendere quali sono i sogni e quali gli incubi dei protagonisti-chiave della fase politica vissuta oggi dal nostro paese. E per provare a mettere subito un punto fermo nella nostra ricostruzione è forse utile individuare un nuovo e sorprendente bipolarismo costituito da due fronti formati da tre soggetti teoricamente distanti l’uno dall’altro. Nel primo fronte si trovano Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Nel secondo, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi. I due fronti, come è evidente, sono formati da un lato da coloro che hanno scelto di difendere a spada tratta un governo di cui sono protagonisti assoluti e dall’altro da coloro che con sfumature diverse hanno scelto di essere all’opposizione se non del governo quanto meno del presidente del Consiglio. E all’interno di questi due fronti si trovano molte storie spassose intrecciate l’una con l’altra. C’è Giuseppe Conte, ovviamente, nuovo beniamino oltre che del Fatto anche del giornale dei vescovi, Avvenire, che pur essendo stato voluto alla guida del governo più da Di Maio che dal Pd si ritrova oggi a essere più vicino al Pd di Nicola Zingaretti (e Dario Franceschini) che al M5s di Luigi Di Maio (e di Davide Casaleggio). C’è Beppe Grillo, ovviamente, nuovo beniamino del Pd di governo, che oggi si ritrova a essere più il garante di Conte che il garante del M5s, e che se potesse, di fronte all’an – sia da titolo in prima pagina di Di Maio, mollerebbe due scappellotti alla Giggino e Associati. C’è Nicola Zingaretti, poi, che da giorni – fa – cendo leva sulla debolezza elettorale di Matteo Renzi e di Luigi Di Maio – fa sapere ai giornali di non considerare possibile in questa legislatura nessun altro governo che non sia quello attualmente in carica, mentre Matteo Renzi, da giorni, fa sapere invece ai giornali che questa legislatura sarà quella che ci porterà alla scelta del prossimo presidente della Repubblica ma non è certo che sarà questo governo ad arrivare a quell’appuntamento. C’è Di Maio, poi, che, pur avendo scelto di fare squadra al governo più con Renzi che con Conte, soffre il protagonismo di Renzi e per la disperazione di Grillo cerca ogni giorno un modo per ricordare l’ovvio, ovvero che se non fosse per lui questo governo non ci sarebbe e che l’esecutivo continuerà ad andare avanti solo fino a che lo vorrà Di Maio e non solo fino a quando lo vorrà Renzi. C’è poi Matteo Renzi, naturalmente, che sa perfettamente di non potersi permettere di far cadere il governo, un po’ come Luigi Di Maio, ma che nonostante questo deve trovare ogni giorno un modo sia per dimostrare di poterlo far cadere in qualsiasi momento, come Luigi Di Maio, sia per non fare nulla che lo possa far cadere davvero, ché misurarsi oggi alle elezioni potrebbe non essere una grande idea. E poi, ovviamente, c’è Matteo Salvini, che come Beppe Grillo è ostaggio dei mostri creati da lui, e che per questo lascia intendere che alla Lega serve un po’ di tempo, “ora dobbiamo studiare”, e che come il fondatore del M5s cerca periodicamente di lanciare messaggi rassicuranti (vedi l’euro, che ieri è tornato a essere reversibile, anche se la Lega, ha detto Salvini all’“Aria che tira”, “non sta lavorando per uscire dall’euro”) – salvo poi non potersi concedere il lusso di mettere da parte del tutto la sua ambiguità sui temi europei, al punto da aver fatto salire sabato scorso sul palco di San Giovanni un teorico della dottrina No euro come Alberto Bagnai. E poi, in tutto questo, c’è Silvio Berlusconi, che al contrario di tutti quelli che si trovano all’opposizione della triade Zingaretti/Grillo/Conte ha scelto di essere molto prudente con il presidente del Consi – glio, consapevole anche lui che far cadere il governo sarebbe una buona opportunità per il centrodestra a trazione Salvini (la cui tentata svolta moderata chissà non abbia a che fare con la paura che l’estremi – smo possa portare consensi al partito di Renzi) ma consapevole anche del fatto che non farlo cadere sarebbe anche una buona opportunità per la Forza Italia presente in Parlamento, che difficilmente in una prossima legislatura, in vista della nomina del nuovo capo dello stato, potrebbe contare tanto come conta oggi. Nella fase politica vissuta in questi giorni dal nostro paese – dove tutto è in movimento, dove il Pd tenta di rubare voti al M5s, dove Renzi tenta di rubare voti a Forza Italia, dove Di Maio tenta di rubare voti a Conte, dove Conte tenta di rubare voti al M5s, dove Salvini tenta di rubare voti a Di Maio, dove Berlusconi tenta di non farsi rubare voti da tutti quanti – tutti danno insomma l’impressione di avere molta fretta di fare pazzie ma in verità a guardarlo con un po’ di attenzione e un pizzico di malizia il nuovo bipolarismo è lì che suggerisce qualcosa di diverso: per una maggioranza debole avere un premier debole è il modo migliore per avere un governo stabile, a meno che la maggioranza debole, un giorno, non trovi un premier ancora più debole di quello attuale per allargare ancora un po’ di più il suo perimetro e continuare a far camminare ancora a lungo Salvini sui carboni ardenti che il leader della Lega si è in fondo acceso da solo. E’ la grande scomposizione, bellezza, e tu, almeno per oggi, non puoi farci proprio niente.
«E così, noi che davanti alle scene dei nostri coetanei con i picconi a cavalcioni del Muro di Berlino ci eravamo illusi di poter ricominciare, oggi ci domandiamo se siamo invece condannati a vivere un secondo passato da sconfitti: allora da comunisti, oggi da liberali». E la risposta che Antonio Polito offre nel suo ultimo libro (Il muro che cadde due volte, edito da Solferino, 185 pagine, 16 euro) è che la seconda sconfitta non è ancora consumata, ma lo stato di salute del liberalismo – e delle maggiori democrazie europee, e non solo – va considerato con sempre maggior preoccupazione e allarme. Vicedirettore del Corriere della Sera, con una solida esperienza professionale che lo ha spesso portato a lavorare all’estero, Polito intreccia nel suo saggio valutazioni, autocritiche e ricordi di natura personale, politica e professionale che fanno de Il Muro che cadde due volte una sorta di appassionante e originalissima autobiografia generazionale: che comincia, appunto, dai giorni della caduta del Muro (a novembre il trentennale) e arriva fino a noi, a oggi, nel tempo – come si dice – in cui a cadere sono i ponti e a essere innalzati sono proprio i muri (ne erano presenti nel mondo sedici nel lontano 1989, annota in conclusione Polito, mentre oggi sono diventati ben centosettanta). Dunque, una sconfitta certa, sancita dalla storia (quella del comunismo e di tanti «comunisti italiani») e una che vediamo inesorabilmente avvicinarsi, sotto i colpi del sovranismo dilagante: quella del liberalismo democratico, al quale avevano via via aderito – magari ingenuamente – gli orfani dell’ideologia picconata assieme al muro di Berlino. Non tutto è ancora perduto, però: a patto di indispensabili ed evidenti cambiamenti. «Noi, i figli dell’Ottantanove, non abbiamo sbagliato tanto le scelte, ma il modo un cui le abbiamo fatte», scrive Polito. «L’arroganza di chi è sempre nel giusto… È stata questa presunzione a perderci, a indurci in molti errori e, in definitiva, a farci diventare antipatici…». E quegli errori – non soltanto recenti e non soltanto italiani – sono puntualmente ripercorsi, talvolta con sofferenza, in questo saggio che racconta – quasi in presa diretta – le ascese e le cadute, le intuizioni e i passi indietro di trent’anni di europeismo contraddittorio, ingannevole e da rifondare.
Negli anni Sessanta un gruppo di brits con un americano, Terry Gilliam, inventò con spunti da Alan Bennett e da Peter Sellers, maestri, una comicità sofisticata e surreale per gli sketch tv, mezza Oxford e mezza Cambridge (lì si erano formati): e fu il Monty Python Flying Circus e seguenti, con John Clees, Michael Palin, il compianto Graham Chapman, Terry Jones, Eric Idle. Si disse che erano i Beatles del comico, certo incantarono il mondo. Non avevano una battuta finale, spesso abbandonavano lo sketch dicendo perplessi: Ho scritto questo? e un episodio entrava sconclusionatamente nell’altro. Era un anticipo della Brexit, e pensare che il Regno Unito non era ancora “in”, e già sperimentava il linguaggio giusto per finire “out”. Ora è di moda denunciare la Bre – xit fatigue, la stanchezza e la noia, ma quando finirà, anche se non finirà mai, saremo tutti a lutto, noi che abbiamo visto il pythone – sque da adolescenti cresciuti. Resterà sempre il fogliante magazine Eu-Porn, genialata degna dei Python, ma avremo un senso di nostalgia perenne. Qui a Londra si discute se la fotocopia non firmata spedita da BoJo a Bruxelles con la richiesta di una proroga, e accompagnata da una lettera firmata con parere contrario (Ho scritto questo?), è childish, bambinesca, o ungracious, sconveniente, ma l’avvocato Pannick, all’origine dell’emendamento Letwin che l’ha resa necessaria nel supersabato, non pensa che sia unla – wful, fuorilegge. Oliver Letwin, Sir Letwin, è definito lo stupido più intelligente di Westminster. Una volta due ladri si sono presentati a casa sua e hanno chiesto dov’era la toilette, lui li ha fatti accomodare, loro se ne sono andati con i gioielli e il suo portafoglio: so pythonesque. Lui dice che l’accordo di BoJo con Bruxelles è perfetto e che lo voterebbe cento volte di seguito, infatti l’ha fatto rinviare con un emendamento killer (Ho scritto questo?). Il fatto è che Londra non è Parigi, dell’égalité e delle regole qui non sanno che farsene, le cose non sono giuste o ingiuste, basta che funzionino secondo l’uso tradizionale e risultino “fair” per il maggior numero, e dopo due ore e mezzo di treno sotto la Manche o il Channel uno si domanda come mai la Brexit sia arrivata, e non arrivata, così tardi. Probabilmente è un atto di autolesionismo, come ricorda ogni giorno Tony Blair. Il mercato unico lo hanno fatto gli inglesi con la Thatcher, uscirne ora per giocare la battaglia navale-commerciale del Wto, stile Singapore, sembra una martellata data dove non si dovrebbe mai. Anche se il capo di Citigroup, banchiere dei banchieri di nome Mr Livingstone (I presume), confida al Financial Times che non cambierà niente con o senza Brexit. Un conto è bloccare l’Euro – pa unionista, cosa che alla Iron Lady riusciva facile, un conto è uscirne, conseguenza involontaria dell’imprudenza di un Cameron, assistito, come problem-solver! (python puro), indovinate da chi? da Sir Letwin. L’ultimo sketch è l’alleanza d’acciaio Johnson-Macron: non fosse per i tedeschi, la proroga sarebbe già stata negata, e un deputato conservatore senza speranza cerca di convincere Orbán e i polacchi a mettere il veto. Macron vorrebbe staccare l’Unione dalla palla di piombo della Brexit, e conta su BoJo. Pare che ai Commons una maggioranza finalmente ci sia, infatti non la fanno votare, e Boris dovrà forse aspettare le elezioni politiche per fargliela pagare, in regime di proroga. Ora Boris sente il popolo, al quale si propone come nuova élite, lui che ha vinto due mandati a Londra, unreal city che è a sinistra radicale da sempre, come se una Meloni coltivata e fantasiosa fosse diventata sindaco di Testaccio (Ho votato questo?). E gli altri, i corbiniani semimarxisti, lavorano con gli unionisti nordirlandesi, che semimarxisti non sono né poco né punto, per bloccare un referendum di tre anni e mezzo fa vinto dai conservatori nelle aree popolari del regno, tra i lavoratori e i pensionati che non hanno mai visto un immigrato in vita loro. Non è tutto un interminabile sketch? Non finirà tanto presto comunque. Dopo l’articolo 50, posto che si arrivi a farlo scattare, ci va un anno di trattative per l’accor – do commerciale, e poi altri due anni in proroga visto che un anno non basterà, lo sanno tutti. E di nuovo ci sarà il tentativo di uscire con un no deal, secondo le regole del Wto, da parte dei duri, e un appello al People’s Vote, al Think Again, degli europeisti strenui. Intanto l’Irlanda del nord sarà in stato di magnetismo da parte dell’Irlanda repubblicana, e la Scozia ci proverà con un secondo referendum pro indipendenza, People’s Vote, di nuovo. Tutto è destinato a ripetersi, l’iterazione o tormentone è la prima regola della comicità britannica, nessuno vuole trasgredirla, almeno quella.