Lo chiama «team del futuro», perché «segreteria di partito» fa troppo vecchia politica. Eppure, di fatto, la riorganizzazione del Movimento rischia di trasformare la creatura originaria di Grillo e Casaleggio, magmatica e fluida, in una macchina burocratica non troppo dissimile dai vecchi partiti. Con qualche controindicazione in più. Perché, se da una parte Di Maio proverà a usare la sua longa manus per controllareeinfluenzare la scelta dei componenti, dall’altro non sarà facile farlo e i dodici apostoli prescelti, i «facilitatori», rischiano di diventare una mina nei delicati ingranaggi che regolano il rapporto tra gli eletti e i vertici, tra i gruppi e i membri del governo. Dopo mesi di impasse, visto il livello crescente di malumore, Di Maio dà un’accelerata alla riorganizzazione interna. Il modello finora era verticistico, con il capo politico (Di Maio) che decideva tutto o quasi, delegando la condivisione dei temi alla democrazia diretta stile Rousseau (spesso usato in modo plebiscitario) e alle infinite e spesso sterili assemblee di gruppo. Ora si cambia. Arriva una squadra di un’ottantina di persone. Sei scelte direttamente da Di Maio, che aiuteranno nella organizzazione e nella comunicazione. Dodici «facilitatori» nazionali, cioè responsabili di settore per il Movimento, che dovranno raccogliere le istanze dei parlamentari e fare da filtro con l’esecutivo. E 60 referenti regionali, che dovrebbero fare da collettore sul territorio e la cui assenza si è fatta molto sentire durante le elezioni locali. Tutti saranno eletti on line a dicembre. L’idea viene prontamente bocciata da Nicola Morra: «I facilitatori? Non vanno in direzione di una vera orizzontalità, io ho un’altra idea di organizzazione. Più che da 80 persone, ci serve ripartire dai meetup, dagli incubatori e dalla messa in circolo delle idee attraverso Rousseau». Tra i critici anche Luigi Gallo, che non apprezza lo strapotere del capo politico anche in questa fase: «È sempre Di Maio ad avere il diritto di scelta». Eppure anche Fico dice no ai meetup e sembra benedire la svolta: «Dobbiamo guardare avanti». C’è tempo fino al 30 novembre per presentare il progetto e una squadra collegata. Non si possono candidare né membri del governo né presidenti di commissione. Per ora non c’è alcuna candidatura ufficiale, ma si fanno già i primi nomi. Per la Sanità potrebbe presentarsi Massimo Baroni, psicologo e membro della commissione da diversi anni. Lo conferma lui stesso: «Sto pensando di presentare la mia candidatura. In settori tecnici come la sanità è importante avere un referente unico, anche per fare il debunking di molte proposte strampalate». All’Ambiente dovrebbe farsi avanti Giampiero Trizzino, deputato siciliano. E girano i nomi di tre «trombati» nel sottogoverno: Gianluca Vacca (Cultura), Davide Crippa (Lavoro) e Simone Valente (Sport).
A poche ore dalla riunione del Consiglio dei ministri chiamato ad approvare il Documento di bilancio, con la sintesi dei provvedimenti per il 2020, sale la tensione nella maggioranza. Il M5S ha rimesso sul tavolo la proposta di introdurre il salario minimo a 9 euro l’ora, e suggerisce di destinare una parte del taglio delle tasse sul lavoro alle imprese, come forma di compensazione. Fin qui il governo, anche nei documenti ufficiali, aveva ipotizzato uno sgravio di tasse e contributi solo a favore dei lavoratori. Nello stesso tempo è tornato ad alzare la voce anche Matteo Renzi, contrario all’aumento di alcune imposte previste nella manovra, sostenendo che, piuttosto, sarebbe meglio recuperare risorse tagliando i fondi per Quota 100. Si lavora per colmare le distanze, come è accaduto nel pomeriggio al tavolo convocato all’Economia dal ministro Roberto Gualtieri, con i sottosegretari e i delegati dei partiti, e nel vertice di maggioranza in nottata a Palazzo Chigi. Lo stesso Gualtieri è fiducioso nella possibilità di un compromesso, rispetto ai distinguo di Renzi e Di Maio, in asse comune contro le posizioni del Pd. Tanto che al vertice di maggioranza di ieri notte, Gualtieri ha proposto di alzare da 2,5 a 3 miliardi il taglio del cuneo fiscale per il 2020, destinandolo tutto ai lavoratori, e ipotizzando una riduzione delle tasse sulle imprese (collegata al salario minimo come chiede Di Maio) dal 2021. Non solo. Perché per venire incontro alle richieste di Renzi lo stesso Gualtieri non esclude una stretta sulle «finestre» per il pensionamento con Quota 100, per risparmiare 5-600 milioni ed evitare qualche tassa. Per soddisfare sia il M5S sia Italia viva il Tesoroèpronto anche a spianare la strada all’assegno unico per i figli. La nuova legge di Bilancio dovrebbe raccogliere in un unico fondo tutte le risorse destinati a vario titolo alle famiglie, cui si sommerebbero i nuovi stanziamenti per gli asili nido gratuiti alle fasce più deboli della popolazione. Dovrebbe essere poi il Parlamento a decidere in che modo e a chi destinare quelle risorse. Le coperture per la manovra da 29 miliardi di euro, assicurano comunque al Tesoro, sono state trovate e sono anche abbondanti. Tra le ipotesi anche una nuova stretta sui giochi e l’aumento delle accise sul tabacco. Renzi teme che vi si nascondano «balzelli e gabelle», ma anche Di Maio è preoccupato. «Tutte le correzioni sulle tasse si devono fare solo per dare ai nostri figli un paese più verde, ecologico e pulito» ha detto ieri il leader del M5S, promettendo tasse più salate alle multinazionali che inquinano. Di Maio insiste sul carcere per gli evasori (si parla di ridurre la soglia dell’illecito penale da 300 a 100 mila euro di evasione) e continua a chiedere l’abolizione del superticket sulla sanità, subito o al più tardi a metà del 2020. «Le risorse scarseggiano, e noi proponiamo l’abolizione di Quota 100, la misura più ingiusta degli ultimi 25 anni» dice Luigi Marattin, di Iv. Ai renziani non piace la posizione della ministra del Lavoro 5 Stelle, Nunzia Catalfo, che di fronte all’obiezione dei renziani sulle risorse disponibili resta fermissima nel sostenere cheQuota 100, anche per gli impegni presi con i sindacati, «non si tocca».
Giuseppe Conte le ha provate tutte per dare il «segno di una svolta». Ma i soldi per la seconda manovra del premier bis scarseggiano e l’alba ha portato gli echi dei contrasti notturni tra i partiti, che si sono fronteggiati, prima in via XX Settembre e poi a Palazzo Chigi, per infilare a forza i loro vessilli nel documento programmatico di bilancio. La famiglia, gli evasori e poi Quota 100, che Renzi vuole abolireeDi Maio non vuole toccare. Un groviglio di nodi, di veti e di tensioni che il premier deve riuscire a sciogliere entro stasera, quando il Consiglio dei ministri, salvo slittamenti, dovrà dare il via libera al documento. Giornata da tutti contro tutti su pensioni e tasse, finché alle due di notte, dopo quattro ore di vertice, da Palazzo Chigi trapelano sospiri di sollievo: «Si lavora in un buon clima, c’è ragionevolezza da parte di tutti, renziani compresi». Il Pd si prepara a esultare, perl’assegno unico perla famiglia e perché le risorse per tagliare il cuneo fiscale aumentano a 3 miliardi. Sparisce la tassa sul diesel e così il balzello sulle sim e il ministro della Salute di Leu, Roberto Speranza, confida di riuscire ad abolireisuperticket nel 2020, con l’appoggio del M5S. Renzi sembrava essersi placato, tanto da promettere che non avrebbe scandito altri aut aut. Ma ieri, per bocca di Teresa Bellanova e Luigi Marattin, l’ex premier è tornato all’attacco e ha proposto la cancellazione di Quota 100 per aiutare le famiglie. Di Maio ha impugnato il telefono e ha ammonito gli alleati. «La riforma delle pensioni non si tocca — ha avvertito il ministro degli Esteri —. Faremo muro con tutte le nostre forze, perché io altri esodati non li creo. Il Movimento Cinque Stelle non farà mai quello che ha fatto Elsa Fornero». Moniti che gli servono anche per smarcarsi dall’abbraccio con Renzi, che sul «no a nuove tasse» è più stretto che mai. Sul tema Di Maio ha un doppio passo. Da una parte spinge sulla galera per i grandi evasori, dall’altra è cauto, perché guarda a quella fetta di elettorato che rischia di essere coinvolta in una stretta. Tanto che daNapoli ha avvisato i naviganti: «Se la lotta all’evasione la si vuole fare per vessare imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, diremo no grazie». È un terreno scivoloso, sul quale Di Maio rischia di pestare i piedi a Conte. Da giorni il premier spinge sul tasto della lotta all’evasione, ha messo nel mirino furbetti e furboni e non intende fare sconti a nessuno. Nemmeno al capo del Movimento. «Di Maio è troppo timido sulle norme che regolano l’uso dei contanti, non ci sta aiutando abbastanza sulla moneta elettronica», si è lamentato il premier con i collaboratori. L’insistenza del giurista pugliese sulla lotta ai grandi evasori e ilrilancio, dal palco di Italia 5 Stelle, del «patto» con gli italiani onesti, hanno sorpreso i fedelissimi del leader, che giudicano le mosse di Conte «una fuga in avanti». Eppure il premier è soddisfatto, perché dopo aver pressato per giorni il ministro Roberto Gualtieri, ha incassato il piano perincentivare l’uso dei pagamenti digitali. «Una sere di spese, dal ristorante all’idraulico, consentiranno una detrazione del 19% a chi paga con carta o bancomat, con un massimale di alcune migliaia di euro», spiegano a Palazzo Chigi. Se Italia viva sfida il Movimento Cinque Stelle con l’obiettivo di smantellare la riforma bandiera di Salvini, il Movimento dipinge il Pd come il «partito delle tasse». Quando ieri Di Maio si è chiuso con la sua squadra a Napoli per concordare la strategia sulla manovra, ha costruito una narrazione orientata a far passare il Nazareno come il luogo dove si studia «l’introduzione surrettizia di nuove tasse, come quelle sulle sim aziendali». I 5 Stelle, contrari anche all’abbassamento retroattivo della soglia di detraibilità Irpef del 19% sopra i 110 mila euro, avevano fatto i calcoli, ipotizzando un aumento dai 6 agli 8 euro al mese per ciascun dipendente.
L’Italia aspetta l’Unione europea, eadifferenza di Francia e Germania e di altri Paesi intende chiedere l’embargo di armi alla Turchia sulla base di una decisione di tutti e 28 i Paesi dell’Ue. Operazione difficile, visto che potrebbe anche non esserci l’unanimità richiesta, ma che soprattutto suscita interrogativi proprio in Italia, dove praticamente tutto il Pd, a partire dal segretario Nicola Zingaretti chiede al governo di fare come Berlino e Parigi e di non attendere oltre. Una richiesta che per ora cade nel vuoto. Una nota di Palazzo Chigi spiega che «il governo italiano è già al lavoro affinché l’opzione della moratoria nella vendita di armi alla Turchia sia deliberata in sede europea quanto prima possibile» e che tutti gli obiettivi «devono essere raggiunti attraverso il coordinamento europeo». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che sarà oggi a Bruxelles dove si svolge un Consiglio degli Affari esteri, promette che «l’Italia sarà categorica: la Turchia deve cessare questa azione militare ma soprattutto noi chiederemo come Italia di bloccare la vendita di armamenti ad Ankara. Prima della riunione avrò un bilaterale con il ministro degli Esteri francese», che però ha già deciso in modo unilaterale insieme a Germania, Olanda, Norvegia e Finlandia. L’attendismo del governo viene sottoposto a un fuoco di fila dirichiesta sia da parte del Pd, che di Leu e del partito di Renzi. In praticaipartiti che formano l’esecutivo vogliono l’embargo subito, chiedono a Giuseppe Conte di adottare una decisione immediata, ma non vengono ascoltati. Si comincia dallo stesso segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «È giusto coinvolgere gli alleati e l’Europa sulla vicenda dell’aggressione contro i curdi. Ma a nome del Pd chiedo al governo e agli altri partiti della maggioranza, oltre alle decisioni prese, di dare segnali ancora più netti a cominciare dallo stop immediato all’export di armi alla Turchia. Occorrono fatti e segnali. Subito». «La legge parla chiaro, già oggi il governo può e deve vietare la vendita di armi alla Turchia», dice Andrea Romano, deputato del Pd e membro della Commissione affari esteri. E il senatore Andrea Marcucci (Pd) gli fa eco: «Bisogna bloccare la vendita di armi alla Turchia, il governo può passare dalle parole ai fatti?». L’elenco delle richieste è praticamente senza fine, è ironico Matteo Orfini, che fa notare che il Pd si trova al governo ma non viene ascoltato. Chiede l’embargo anche Silvio Berlusconi, mentre Salvini si dice disponibile a firmare qualsiasi documento che fermi in modo definitivo il processo di adesione della Turchia alla Ue. Si fa sentire anche Matteo Renzi: «L’Italia deve bloccare le vendite di armi alla Turchia e l’Europa deve imporre sanzioni alla Turchia subito. Chi tace è complice».
La mossa era inevitabile. Con il sentimento di essere stati traditi, abbandonati, lasciati da soli dai vecchi alleati americani e in generale dell’Occidente, i curdi di Rojava avviano il dialogo diretto con il regime di Bashar Assad grazie all’attenta mediazione russa. In realtà non hanno alternative, sono con le spalle al muroestanno capitolando per non essere annullati. Così, qui in questa regione contesa a Nord della Siria, piatta ma ricca d’acqua, fertile e ricca di campi petroliferi, si consuma l’ennesimo smacco delle diplomazie e degli eserciti dell’alleanza Natoabeneficio della Russia di Putin. Sono queste le informazioni confermate dai repentini cambiamenti sul terreno che arrivano qui a Qamishli, la città più popolosa all’interno della regione autonoma curda. «Questa mattina è arrivata una delegazione russa all’aeroporto di Qamishli assieme ad altri funzionari del regime di Damasco. È stata ricevuta dai massimi dirigenti curdi. Si sono incontrati in un edificio vicino alla pista di atterraggio, uno dei compound mai abbandonati dal 2011 dai fedelissimi di Assad assieme ad alcuni loro quartieri nel centro città. Nel frattempo contatti stanno proseguendo alla presenza dell’ambasciatore russo a Damasco. L’intesa pare ormai raggiunta. Rojava si ritira e al suo posto stanno già schierandosi le truppe agli ordini diretti dello stato maggiore di Assad». Identità nascoste A parlare gli ambienti locali cristiani. Per motivi di sicurezza non vogliono svelare le loro identità, sono legati ai patriarchi delle chiese locali. Sono ambienti che sono rimasti sempre fedeli al regime, non lo hanno mai abbandonato, neanche nei momenti più difficili. Su questo punto tutti i sacerdoti delle chiese locali parlano la stessa lingua, senza differenze tra assiri, armeni, cattolici, ortodossi o caldei: l’unica via d’uscita dalla crisi e il solo modo per bloccare l’avanzata turca da Nord assieme alle milizie sunnite siriane legate ad Ankara è contrapporre a loro la piena sovranità di Damasco puntellata dai forti alleati militari russi e iraniani. «È interesse del regime creare una barriera contro l’invasione turca del nostro Paese. Noi cristiani non potremo mai dimenticare le responsabilità dell’antico Impero Ottomano nel massacro di armeni e in generali dei cristiani durante la Prima guerra mondiale. Anche se i curdi allora furono strumento delle violenze ottomane nei confronti dei cristiani, oggi abbiamo tutto l’interesse a creare un fronte comune», sostiene un alto esponente della Caritas locale, legato strettamente alla Chiesa di Roma. È stata questa una dolorosissima concessione per i curdi. Ieri sera girava già la notizia secondo la quale le loro forze verranno assimilate all’esercito siriano della Quinta Brigata. È infatti ben noto che Assad non intende dare loro alcuna autonomia sia politica che militare. Il pericolo Ma di fronte al pericolo maggiore di massacri e distruzioni hanno poche alternative. «Per salvare il nostro popolo siamo pronti a fare un patto anche il diavolo», ammettono all’unisono al Corriere tutti i capi politici e militari curdi incontrati negli ultimi cinque giorni. Del resto dinamiche simili sono già avvenute l’anno scorso per cercare di combattere l’aggressione turca contro l’enclave di Afrin, presso Aleppo. Anche allora i curdi hanno dovuto chiedere aiutoaDamascoecercare la protezione russa. Oggi però il dramma è molto più profondo, radicale. L’intera Rojava si sta dissolvendo sottoinostri occhi. Ieri sera molti tra noi giornalisti stranieri abbiamo dovuto abbandonare in fretta il nostro albergo e il centro di Qamishli. Collaboratori locali e ufficiali curdi davano come imminente l’arrivo dei fedeli di Bashar. E delresto le prime avvisaglie erano apparse la mattina, quando centinaia e centinaia di militanti locali del partito del regime baathista hanno sfilato indisturbati per le vie del centro inneggiando al presidente siriano sventolando le bandiere del regime. Non accadeva dal 2011. Più tardi per le vie della città sono spariti anche i drappelli di militari curdi che fino ad allora avevano continuamente pattugliato le strade, gli alberghi e tutti gli edifici pubblici. Ma le notizie più gravi arrivano dal fronte delle prigioni curde dove sino a ieri mattina erano detenuti i più pericolosi militanti dell’Isis catturati nelle battaglie tra il 2014 e il marzo 2019. Nelle ultime ore circa un migliaio di detenuti Isis sono fuggiti dal campo di Ain Issa, non lontano dalla cittadina di Kobane, eanord di Raqqa, la vecchia capitale del Califfato. Scontri violenti Fughe di massa e rivolte si registrano nel gigantesco campo di Al Hol, dove sono detenuti oltre 70 mila tra donne e figli dei jihadisti dell’Isis. Scontri violenti avvengono in generale in una trentina di centri di detenzione curdi. È l’intero sistema che crolla. I curdi abbandonano i servizi di guardia alle prigioni per concentrarsi sull’autodifesa militare, dove possono. A far precipitare lal loro situazione è anche la notizia arrivata da Washington dell’imminente ritiro del migliaio di soldati americani che li avevano sostenuti nelle lunghe battaglie contro l’Isis, a partire da quella di Kobane nell’autunno 2014, e che ultimamente fungevano soprattutto da garanzia contro le mire turche. È la fine, la sconfitta militare e politica. Le strade di Rojava sono ormai diventate labirinti di sconosciuti. I centri stampa curdi tornano a diffondereivecchi comunicati dei tempi della battaglia di Afrin in cui si accusava la Turchia di sostenere gli stessi jihadisti dell’Isis che Erdogan oggi proclama di voler combattere. Il grande problema dei curdi resta lo stesso di sempre: «Tra i pericoli percepiti da Ankara loro vengono molto prima dell’Isis».
Sono andati quasi tutti i massimi esponenti politici e militari curdi ieri al suo funerale a Derek, un villaggio lungo il confine con l’Iraq. Nonostante la guerra, nonostante Rojava sia a rischio di essere sconfitta per sempre dall’esercito turco assieme ai suoi alleati tra le milizie sunnite siriane, alcune di esse in odore di qaedismo, non era possibile non renderle un ultimo saluto. Così, la 35enne Hevrin Khalaf ha ricevuto l’estremo addio con tutti gli onori. La sua morte due giorni fa sulla strada tra Hasakah e Qamishli è stata una crudele cartina al tornasole di quanto l’intera regione sia destabilizzata e sull’orlo del collasso. Curda, donna forte, attivista perla difesa dei diritti civili, impegnata a garantireideboli. La conoscevano tutti tra Qamishli, Kobane e Raqqa. Aveva imparato l’inglese sin da giovanissima, era diventata ingegnere, quindi si era impegnata ad aiutare le donne. Amava la politicaatempo pieno. «Era sempre presente alle riunioni con le delegazioni straniere. Elegante, sobria, teneva rapporti diretti con i diplomatici americani ed europei», raccontano i suoi collaboratori. I social media locali rivelano dettagli terrificanti, con foto crude. Secondo alcuni pare sia stata vittima di un’imboscata ben pianificata. Doveva partecipareauna riunione ad Hasakah con alcuni attivisti del suo nuovo partito, di cui era anche segretaria generale, il «Partito Siriano del Futuro». Ma la sua macchina è stata presa di mira a colpi di mitra. Assassinati subito l’autista e un suo collaboratore. Lei trascinata giù dalla vettura, forse violentata, prima di essere uccisa a pietrate. Una lapidazione vera e propria. I curdi accusano le milizie arabe mercenarie di Ankara. I comandi turchi negano, affermano di non essere neppure arrivati così nel profondo di Rojava. Ma le cronache delle ultime ore provano il contrario. Ispirati dai turchi, i miliziani dell’Isis, i jihadisti arabi, lo stesso regime di Damasco, alzano la testa. I curdi sono sulla difensiva. Non si capisce più quali strade siano sicureequali no. E nella terra di nessuno tutto diventa possibile. Anche assassinare una giovane donna innamorata della libertà e dei diritti umani.
In Siria gli Stati Uniti fanno un altro passo indietro dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Il Segretario alla Difesa, Mark Esper, ha annunciato «il ritiro di tutte le forze americane», circa un migliaio di soldati, dal Nord del Paese. Esper, intervistato dalla Cbs, non ha chiarito se il contingente Usa lascerà la Siria o se, come fanno sapere informalmente fonti del Pentagono, ripiegherà verso Sud, asserragliandosi nella base di Tanf, non lontano dal confine con Iraq e Giordania. Un dato però è chiaro, come spiega uno dei tweet di Donald Trump: «È stata una decisione intelligente non farsi coinvolgere negli intensi scontri lungo il confine turco… I curdi e i turchi si combattono da anni. La Turchia considera il Pkk i peggiori terroristi in circolazione. Altri vogliono intervenire e fiancheggiare gli uni o gli altri. Lasciamoli fare. Noi monitoriamo la situazione da vicino. Guerre senza fine!». A questo punto oggettivamente non è facile orientarsi. Prima Trump smantella i presidi militari al confine, lasciando mano libera a Recep Tayyip Erdogan. Poi sostiene di «voler monitorare la situazione», in una posizione di apparente neutralità. Infine annuncia di «essere al lavoro» con i parlamentarirepubblicani e democratici per imporre «pesanti sanzioni economiche» ad Ankara. Esper ha aggiunto che «lo scenario stava diventando insostenibile»: «Nelle ultime 24 ore abbiamo appreso che i turchi probabilmente intendono estendere il loro attacco più a sud e più a ovest di quanto pianificato all’inizio. Inoltre sempre nelle ultime 24 ore abbiamo visto che le Forze democratiche siriane (in maggioranza curde, ndr) stanno cercando di raggiungere un accordo con i siriani e irussi per contrattaccare i turchi nel Nord. I nostri militari rischiavano di essere presi nel mezzo». In effetti da Damasco arriva la notizia che Bashar al Assad ha deciso di inviare l’esercito alla frontiera, per aiutare i curdi a proteggere la cittadina di Kobane. Nel vuoto lasciato dagli americani, cresce l’influenza di Vladimir Putin, sponsor di Assad, ma anche interlocutore privilegiato di Erdogan. Il capo del Pentagono, ieri, è apparso come rassegnato: «I turchi hanno mobilitato 15 mila soldati, non c’è modo di contrastarli». I raid investono la popolazione civile, con circa 130 mila profughi in marcia verso sud. Colpiti anche i giornalisti: due reporter uccisi, forse quattro secondo fonti di agenzia: un curdo e tre stranieri. Massimo allarme per i terroristi dell’Isis, in fuga dalle carceri. L’ex Segretario alla Difesa, il generale James Mattis avverte: «Se non manteniamo alta la pressione, l’Isis rialzerà la testa in Siria». I margini di intervento sembrano veramente ridotti. La diplomazia, la politica sono in grave ritardo. Il presidente francese Emmanuel Macr o n sta studiando «un’iniziativa» comune con Angela Merkel. La Cancelliera ieri ha telefonatoaErdogan, chiedendogli di fermarsi. E i due Stati europei hanno annunciato la sospensione della vendita di armi ad Ankara. L’arsenale della Turchia, però, è già formidabile. Secondo uno studio della Heritage Foundation, dispone di 355 mila soldati in «prontezza operativa»; 250 tank da battaglia, modello Altay, 350 pezzi di artiglieria sofisticata e 50 elicotteri d’attacco T-129. Per ora la risposta di Erdogan è netta: «Le minacce non ci spaventano, noi andiamo avanti».
È andata in pezzi l’ultima delle grandi dinastie che hanno dominato per quarant’anni l’economia italiana e, per questa via, la politica. I figli di Carlo De Benedetti si sono ribellati al padre che, dopo tre anni di lontananza dalla prima e nonostante 84 primavere, voleva riprendere il dominio assoluto della corazzata editoriale sulla cui plancia di comando, per molto tempo, sono stati costruiti e distrutti governi e ministri, disegnati partiti e carriere politiche, non sempre di successo. Tanto per citare le più recenti: dal Pd (di cui De Benedetti voleva avere la tessera numero uno) al governo Monti la cui gestazione era iniziata proprio negli uffici dell’Ingegnere aMilano. Ieri il colpo di scena: Carlo De Benedetti ha chiesto ai figli di vendergli il controllo di Gedi da cui dipendono Repubblica, la sua creatura prediletta, e anche La Stampa, il Secolo XIX, il settimanale l’Espresso e tutti i giornali locali che fanno capo alla ex Finegil. Ifigli Marco e Rodolfo che guidano la Cir, la holding di famiglia da cui dipende Gedi gli hanno opposto il gran rifiuto. Netto e in toni piuttosto bruschi («è una proposta irricevibile»). In serata Rodolfo si dichiarerà «amareggiato e sconcertato» per l’iniziativa del padre garantendo che insieme ai fratelli «continueremo a dare il nostro pieno supporto al management». Così, in una domenica di autunno, si consuma la rottura degli affari e degli affetti in casa dell’Ingegnere. La lacerazione comincia nel primo pomeriggio quando Carlo fa sapere all’agenzia Ansa che venerdì ha mandato una lettera al consiglio d’amministrazione di Cir chiedendo il 29,9% di Gedi. Offre 0,25 euro che corrisponde alla chiusura di giovedì. Ma soprattutto è il livellopiù basso toccato dal titolo in tutta la sua storia. Con soli 38 milioni di euro, dunque, l’Ingegnere si vorrebbe riprendere il gruppo. I suoi figli Rodolfo e Marco che guidano il gruppo (Edoardo, il terzo, fa il medico in Svizzera) rispondono al padre con toni risentiti. «Con riferimento alla comunicazione diffusa in data odierna dall’Ing. Carlo De Benedetti, relativa all’offerta non sollecitata né concordata da egli presentatalo scorso venerdì, Cir rende noto di ritenere detta offerta manifestamente irricevibile in quanto del tutto inadeguata a riconoscere a Cir spa e agli azionisti il reale valore della partecipazione». Difficile pensare che un gran navigatore della finanza come l’Ingegnere sperasse in una reazione molto diversa. I termini dell’offerta erano davvero irricevibili. Il consiglio d’amministrazione che l’avesse accettata rischiava immediatamente l’azione di responsabilità da parte degli altri soci con l’accusa di aver svenduto il patrimonio aziendale. E fra Cir e Gedi i soci di gran nome certo non mancano: da John Elkann a Carlo Perrone (ex proprietario del Secolo XIX) passando per Jacaranda figlia del principe Caracciolo fondatore insieme a Eugenio Scalfari di Repubblica. Non a caso De Benedetti, nella sua lettera, faceva sapere che i rappresentanti di questi azionisti potevano restare in consiglio mentre i suoi figli e i loro delegati dovevano sloggiare entro due giorni. Un vero e proprio licenziamento in tronco. Ma non finisce qui: Marco e Rodolfo, attraverso Cir posseggono il 43% del gruppo editoriale. Il padre si offriva di acquistarne solo il 29.9%. Imponeva anche che tutto il resto venisse distribuito ai soci di minoranza fra i quali, probabilmente c’è ancora lui essendo stata approvata la fusione tra Cir e Cofide (Compagnia Finanziaria De Benedetti). Plausibile, allora, pensare che l’iniziativa di ieri sia solo un’azione di disturbo per intralciare l’operazione vera. Vale a dire la vendita dei quotidiani ad acquirenti che l’Ingegnere non gradisce. Da settimane in Borsa, per esempio, si parla di una cordata formata da Luca di Montezemolo e Flavio Cattaneo cui certo le disponibilità non mancano dopo aver venduto i supertreni di Italo agli americani. Qualcun altro ha parlato dell’imprenditore ceco Daniel Kretinsky, azionista di rilevo di Le Monde. Altri ancora ricordano la pubblicità che venne data ad un pranzo a Parigi fra i Rodolfo e Arnaud de Puyfontaine, amministratore delegato di Vivendi. Il gruppo francese fa capo a Vincent Bollorè. Sul suo superyacht in crociera nel Mediterraneo Nicolas Sarkozy festeggiò l’elezione alla presidenza della Repubblica. Inaccettabile per l’Ingegnere vedere la sua creatura di carta stampata in mano ad un sodale del peggior gollismo. Molto peggio di aver nominato, con una scelta molto controversa, Mario Calabresi alla direzione di Repubblica.
Quanto è costato quel tweet?”. Matteo Salvini si concede una pausa caffè tra una lezione e un selfie con i giovani partecipanti alla Scuola di Fino a prova contraria a Napoli. Il tweet a cui si riferisce l’ex ministro dell’Interno è il celebre “Giusep – pi”, endorsement trumpiano al premier Giuseppe Conte il quale, gli facciamo notare, ha dichiarato di non essere servo di nessuno. Anzi, si è paragonato a Bettino Craxi. “Conte come Craxi? Penso che Craxi si rivolterebbe nella tomba. Con tutte le distanze e le battaglie fatte a suo tempo contro il Psi, io ero un ragazzino, ricordo che a Sigonella Craxi la schiena non la piegò. Conte ha fatto il contrario. Venne da me imbarazzato, scusandosi, quando uscì fuori il video in cui chiedeva consiglio ad Angela Merkel. Ma ti pare che il presidente di uno stato sovrano pietisca consigli su come arginare l’avanzata di uno che ti ha portato al governo? Tra Craxi e Conte esiste un abisso, sono come il giorno e la notte. La verità è che ormai il presidente del Consiglio ha perso la testa, è capace di dire qualunque cosa”. Il Russiagate che ha inseguito lei per mesi, adesso porterà il premier a riferire dinanzi al Copasir circa gli incontri organizzati tra l’At – torney general statunitense e i vertici dei nostri servizi segreti. Siamo alla nemesi? “Il tempo è galantuomo, sempre e comunque. Io cerco di non condizionare mai la mia attività politica dalle vicende giudiziarie, sennò dovrei cambiare idea ogni quarto d’ora. La giustizia è uno dei grandi problemi del nostro paese. A me hanno chiesto se avessi preso soldi dalla Russia ma non ho mai visto un rublo o un dollaro. Setaccino pure: non troveranno nulla. Non so se Conte abbia fatto qualcosa di sbagliato ma, a giudicare dalle dichiarazioni degli ultimi giorni, lo hanno smentito tutti. Tira in ballo Mattarella e viene smentito da Mattarella; tira in ballo gli americani e viene smentito dagli americani; tira in ballo i servizi segreti e viene smentito dai servizi segreti; tira in ballo il Pd e viene attaccato dal Pd. Conte ha la coscienza sporca. O è abbastanza confuso o non ha la coscienza a posto”. Lo scorso 15 agosto, cinque giorni prima che il premier Conte desse a lei il benservito con il discorso in Senato, il direttore del Dis Gennaro Vecchione, su richiesta del premier, ha incontrato il ministro della Giustizia americano William Barr. Il tweet d Donald Trump è del 27 agosto. Coincidenze? “La domanda che sorge spontanea è: in cambio di cosa? Trump che arriva a definire Conte un uomo di enorme talento… sì, va bene, ma in cambio di cosa? Lo scopriremo solo vivendo. Il Copasir adesso ha un presidente, il nostro Volpi, e svolgerà i dovuti approfondimenti. Mi sembra che in questo caso si parli di fatti concreti, non di fuffa come la storia dei rubli che io non ho mai visto”. Lei forse no, ma c’è qualcuno che, usando il nome della Lega, negoziava affari al Metropol di Mosca. Matteo Renzi ha chiesto più volte perché lei, in qualità di segretario della Lega, non abbia querelato Gianluca Savoini per diffamazione. “A differenza sua, io non batto cassa con le querele, nella mia vita non mi ha mai mosso la sete di denaro. Non querelo quasi mai nessuno, neanche gli avversari e i giornalisti che ogni giorno me ne dicono di tutti i colori. Ho querelato Roberto Saviano, lui sì, perché ‘ministro della malavita’ è troppo. Penso che se sporgessi ogni volta querela, avrei già comprato un castello ma io non sono fatto così. Al di là delle indiscrezioni giornalistiche, io non vedo reati in questa storia moscovita. Perché dovrei mettere alla gogna una persona per mezza intercettazione smozzicata? Non agisco in base agli audio rubati, non è il mio metodo, non è la mia forma mentis. Savoini non è un dirigente della Lega, lo conosco come una persona perbene. In generale, se qualcuno sbaglia paga, se è della Lega paga doppio, e se prende soldi viene cacciato, anzi lo prendo a calci nel sedere. C’è una procura che indaga da mesi, ripongo massima fiducia nel lavoro dei magistrati milanesi. Mi devono dimostrare che sono usciti i soldi. Sa qual è la mia previsione? Che questa storia finirà in una bolla di sapone”. Tornando al Russiagate: lei ha capito perché Conte abbia tenuto per sé la delega ai servizi e abbia voluto a capo del Dis Vecchione? Voglio dire: persona rispettabilissima, un generale di divisione, ma inferiore in grado, per esempio, all’attuale numero uno dell’Aise, Luciano Carta, che è un generale di corpo d’armata. “Le rispondo così: questioni di famiglia. A parte tutto, quando al governo si è in due, ti assumi onori e oneri. Alcune nomine le abbiamo sbagliate, altre no. Così come i provvedimenti: tornando indietro non rifarei il reddito di cittadinanza, di certo non nel modo in cui è stato fatto. Purtroppo era una misura bandiera dei Cinque stelle: prendere o lasciare. Non c’è stato verso di farli ragionare, adesso vediamo che due volte su tre ci sono irregolarità, che magari lo pigliano gli ex terroristi e non chi ha davvero bisogno. Il reddito di cittadinanza non fa parte della mia mentalità, non è il core business della Lega. Secondo me questo paese ha necessità di un massiccio taglio delle tasse per chi fa impresa, non di redistribuire redditi prima che essi vengano creati.
Se non crei ricchezza, redistribuisci povertà. I navigator dovevano servire a reinserire le persone nel circuito lavorativo, mi pare che in Campania De Luca non li abbia assunti. Quindi a Napoli c’è il reddito d cittadinanza ma non ci sono i navigator, insomma si naviga a vista, tanto c’è il sindaco De Magistris sulla tolda di comando, siamo in ottime mani…”. Senatore, lei ha una straordinaria capacità di farsi nemici. O di farsi fraintendere, non so. Partiamo dagli Stati Uniti. Nei quattordici mesi di governo lei è stato il più filoamericano nella coalizione gialloverde. Alcuni esempi: sul Venezuela e l’opposi – zione a Maduro; sul memorandum d’intesa con la Cina fortemente voluto dal M5s; sul 5G e l’esercizio del Golden power con i Cinque stelle contrari. Nel suo appartamento c’è una bandiera a stelle e strisce… Allora, perché non fa chiarezza una volta per tutte? “Io detesto le etichette, sempre. Vorrei essere giudicato per i fatti, per le cose che faccio. Io sono italiano a favore degli italiani”. Per un uomo di stato le relazioni internazionali non sono un dettaglio: vanno curate. Lei vive di impeti… ma così fa un gran casino. “Un po’ è vero, nel senso che negli scorsi mesi non sono riuscito a eccellere in ogni cosa, non sono onnipotente, qualcosa mi è sfuggito. Mi sono accorto, per esempio, che mentre io ero molto scettico sul memorandum d’in – tesa con la Cina, qualcun altro se ne faceva promotore a mia insaputa. S’impara anche dai propri errori. Ma chi mette in dubbio il mio atlantismo merita uno sberleffo. L’Italia fa parte della Nato, e l’Al – leanza atlantica è funzionale al nostro interesse nazionale. Dico soltanto che è utile anche coltivare buoni rapporti con la Russia piuttosto che litigare con la Russia, è più utile avvicinare la Russia al contesto europeo piuttosto che abbandonarla in mani cinesi. Noto che al governo qualcuno tiene rapporti forti con il colosso cinese, e nessuno dice niente, nessun giornalista fa un’inchiesta per approfondire certi legami, niente. Si vede che Pechino è una grande democrazia”. A margine dell’Assemblea delle Nazioni unite, l’imprenditore Davide Casaleggio, presidente dell’Associazione Rousseau, ha tenuto uno speech sulla cittadinanza digitale. Qualcuno lo ha criticato perché a New York c’era pure il ministro Luigi Di Maio. Ha visto che ora è diventato ministro degli Esteri? “Fantascienza: quando l’ho letto, non ci credevo. Va bene tutto ma un minimo di umiltà nella vita ci vuole. Se l’avessero proposto a me, che pure non difetto di autostima, avrei detto: no, grazie. Non ci si può improvvisare così, bisogna avere rispetto delle istituzioni. So che detto da me può suonare strano, i miei avversari mi dipingono come un mezzo eversivo ma io ho un enorme rispetto delle istituzioni. Quando ho lasciato il Viminale, me lo ha confermato l’affetto della gente che ci lavora ogni giorno. Il ministro dell’Interno puoi farlo al massimo se stai dietro ai dossier e hai una squadra all’altezza: io, in quattordici mesi, ho dimezzato gli sbarchi. Punto. Ma per guidare la Farnesina servono competenze specifiche, devi saper maneggiare con disinvoltura la politica estera, la diplomazia, la geopolitica, le lingue straniere… I casi sono due: o Di Maio è un genio o Di Maio si vende per poco. Sarà la storia a giudicare”. Risposta secca, senatore: il suo modello di democrazia è Mosca o Washington? “La seconda, non ho dubbi. Premesso che non mi appassionano i modelli preconfezionati, è chiaro che la democrazia russa ha pochi anni alle spalle, quella americana qualche secolo. Se è per questo, anche il ‘sogno americano’, il suo immaginario culturale sono intriganti perché diversi dal nostro. Io sono sempre incuriosito dal diverso. Mi descrivono come un gretto che vuole innalzare muri: ma quali muri? Ma quale chiusura? Io dico: apriamo le finestre, aria, aria… senza farci fregare però. Quando tornerò al governo, perché ci tornerò dalla porta principale, sogno di mettere attorno allo stesso tavolo Mosca e Washington: è meglio tenere con loro il filo del dialogo piuttosto che sentir parlare di riarmo e missili a medio raggio, come stava facendo la Russia qualche tempo fa. Non voglio che i miei figli crescano in un continente dove ci si riarma con i missili a medio raggio”. In passato, lei ha elogiato la politica dei dazi, ora però l’Italia rischia di subire un grave danno economico in seguito all’entrata in vigore, il 18 ottobre, di quelli autorizzati dal Wto. Su questo, il presidente Trump si può criticare? “Trump persegue l’interes – se nazionale americano. Sui dazi: ce ne sono di buoni e di cattivi. Il riso italiano, per esempio, va protetto con i dazi, e se malauguratamente li togli, come ha fatto in passato l’Europa salvo poi cambiare idea, il mercato del riso viene invaso da quello proveniente dalla Cambogia e dal Vietnam che impiegano i bambini per un dollaro al giorno e usano fertilizzanti e pesticidi vietati da noi. Alcuni dazi servono a proteggere la qualità, l’eccellenza italiana, ma anche un certo modo di concepire il lavoro e i diritti dei lavoratori”. I dazi in questione rispondono ad aiuti di stato, ritenuti illegali, a favore di Airbus, una partita che non ha riguardato l’Italia. “Siamo cornuti e mazziati! Guardi, quando mi dicono: tu vuoi uscire dall’Eu – ropa, io penso: ma di cosa stanno parlando? Di cosa ciarlano? Chi parla così vive di schematismi, non conosce la realtà che è ben più complessa. Io voglio stare in Europa, non per passione ideale ma perché nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo. Dico però che ‘questa’ Europa, così com’è, non va. Va riformata. Trump vuole questi dazi per ripicca nei confronti dell’Europa che, secondo l’ac – cusa, avrebbe protetto l’industria aeronautica francese e tedesca. Perfetto: francesi e tedeschi sbagliano e i dazi ce li prendiamo noi! Sulla Russia i tedeschi sbagliano e i dazi ce li prendiamo noi, adesso sulla Turchia qualcuno sbaglia e magari le conseguenze si scaricano di nuovo sull’Italia… Evidente – mente contiamo poco a livello internazionale ma sono sicuro che adesso che c’è ‘Giuseppi’, lui saprà cavarci d’impaccio”. Se parliamo di isolamento italiano, lei ha inseguito per mesi i paesi di Visegrád dai quali, francamente, non ha ricavato nulla sul fronte immigrazione. Le alleanze in Europa sono il suo tallone d’Achille, lo sa pure lei. “Certo che lo so, e quando tornerò a governare imposteremo un discorso nuovo in Europa. Per renderla più forte e per contare di più. Io sono un pragmatico: i problemi sono abituato a risolverli, non a crearli, per questo era impossibile continuare a governare con chi voleva soltanto mantenere la poltrona, non fare le cose. Io, al Viminale, ho portato risultati certificati dai numeri. Vado a memoria: gli sbarchi nel 2017 erano stati 120 mila, nel 2018 sono stati 23 mila, nel 2019 settemila. Per me vale il motto: ‘Chi fa da sé fa per tre’. Se avessi dovuto aspettare gli accordi di Malta, Conte, Merkel e Macron, campa cavallo… al terzo vertice ho capito che aria tirava e ho detto ai miei: qua o facciamo noi oppure ci prendono per fessi. Risultato: entro un paio di mesi il Tribunale dei ministri deciderà se devo essere processato per sequestro di persona aggravato e continuato per la presenza di minori a bordo, pena prevista fino a quindici anni di carcere”. Stiamo sull’Europa: anche il presidente della Repubblica Mattarella ha detto che il Patto di stabilità va riformato. Lo dice pure lei, ma con Borghi accanto. Ci dica la verità: per lei l’euro è reversibile oppure no? “Lo dico una volta per tutte, e poi spero che nessuno, dentro e fuori il mio partito, sollevi di nuovo questo tema. La Lega non ha in testa l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione europea. Lo dico ancora meglio, così i giornalisti smetteranno di alimentare fantasie strane: l’euro è irreversibile. Ciò non significa che io abbia cambiato idea su com’è nata la moneta unica: è nata male, per interesse di pochi e a vantaggio di molti.
E’ evidente che uno fa la minestra con gli ingredienti che ha, nel contesto attuale sei chiamato a ridurre il danno, restando in Europa e cercando di cambiare le norme più strampalate, come quelle che regolano l’erogazione del credito, le transazioni economiche… Avete visto che è stata bocciata la candidata alla Commissione europea, la più europeista degli europeisti, una signora che ha lavorato con Monti, con Prodi, indicata da da Macron”. Si riferisce alla francese Sylvie Goulard, designata al Mercato interno. “L’hanno segata giustamente perché aveva macroscopici conflitti di interessi, era finita in uno scandalo per l’uso dei rimborsi da europarlamentare… a conferma che non basta il santo patrono”. Lei la farebbe una conferenza con la stampa estera per dire, una volta per tutte, che la Lega non vuole l’Italexit? “L’ho già detto cento volte ma se la fa sentire più tranquilla va bene, facciamola”. Giancarlo Giorgetti non esclude che la Lega possa entrare nel Ppe. Del resto, perché il premier ungherese Orbán sì e voi no? “No, attenzione. Io e Giorgetti abbiamo buoni rapporti con alcuni movimenti che fanno parte dei popolari europei ma né io né Giorgetti né altri esponenti della Lega ci sogneremmo mai di entrare nell’attuale Ppe a trazione Merkel. Oggi abbiamo interessi contrapposti. Il Ppe sta governando l’Europa con i socialisti, io onestamente non ho niente a che fare con questi minestroni”. In Europa, senatore, siete alleati con quelli di AfD, i cui esponenti, in base a una recente sentenza del tribunale amministrativo di Meiningen, sono stati dichiarati “fascisti”. Non prova qualche imbarazzo? “Nessun imbarazzo, le spiego perché. Questa del fascista è l’etichetta che mi ricamano addosso da quindici anni. Se uno in Germania dovesse farsi un’idea di me e della Lega dalla stampa italiana, penserebbe di avere a che fare con un criminale. Per come vengo ritratto, io stesso avrei paura a incontrarmi. In democrazia però contano i cittadini. Alle ultime elezioni regionali gli amici di AfD hanno preso milioni di voti: o i tedeschi son diventati tutti fascisti, nazisti, trogloditi e antisemiti, oppure non è come ce la raccontano. Siamo nel 2019: non c’è alcun pericolo che tornino nazismo o fascismo, entrambi puniti dalla storia”. Un deputato leghista è sotto inchiesta per vilipendio nei confronti del presidente Mattarella. Le chiedo: secondo lei, è un’accusa giusta o è diritto di critica? “Ha usato toni esagerati che non condivido. In generale, io non sono mai per processare le idee. In passato, abbiamo raccolto le firme per abrogare i reati di opinione: secondo me, tutte le idee, anche le più strampalate, hanno diritto di cittadinanza. Uno può dire che Stalin era un grande, che Hitler era un grande, secondo me erano matti entrambi ma non mi sentirei di arrestare chi la pensa così. Confuto le tesi altrui con idee suffragate da fatti e verità storiche”. Non ho capito: il reato di vilipendio al capo dello stato va abolito? “Non è una mia priorità”. La Turchia di Erdogan, che ha già ottenuto da Bruxelles sei miliardi di euro per blindare la rotta balcanica, adesso minaccia di mandare 3,6 milioni di rifugiati in Europa. “La Turchia ha detto chiaramente: se non mi lasciate sterminare i curdi e osate parlare di ‘invasione’ della Siria, apro le porte a milioni di profughi. L’ha detto, cioè non ha mandato un messaggio velato ma ha lanciato un ricatto in piena regola. Avete forse visto reazioni sdegnate, manifestazioni di piazza, bandiere della pace, arcobaleni, sollevazioni di femministe o di centri sociali? Niente, silenzio, sembrano tutti distratti, eppure è in corso un vero e proprio massacro contro la minoranza curda che ha già pagato un tributo di sangue per difendere l’occi – dente contro l’Isis. Con l’aggravante che oggi i bombardamenti turchi nella Siria settentrionale hanno già fatto scappare i primi detenuti dell’Isis. Con il silenzio se non la complicità dell’Italia, dell’Europa e della Nato, qualcuno porta avanti un’operazione di pulizia etnica per interessi nazionali interni, rischiando di mandare a piede libero centinaia di detenuti dell’Isis. Molti di costoro provengono da paesi europei, quindi non stupiamoci poi se le bombe siriane provocassero, dio non voglia, problemi a Napoli o a Milano”. Lei chiede più Europa? “L’Europa, quando serve, non c’è. Una politica estera europea non esiste, così come non esiste un esercito europeo. Piuttosto che dialogare con il regime turco che qualcuno vorrebbe addirittura membro dell’Ue, in quella parte di mondo bisogna rafforzare il dialogo con una potenza come Israele che resta l’unica democrazia del medio oriente. Forse il mio difetto è che lo dico gratis, lo dico perché lo penso, mentre altri personaggi parlano su comando, sono più manovrabili e influenzabili, perciò in questa fase appaiono più utili. Io però resto quello che sono, e non sono in vendita”. Stiamo sull’immigrazione: la bozza di accordo per i ricollocamenti preventivi, siglata tra Malta, Italia, Francia e Germania, fatica a decollare. “Io sono abituato a giudicare i fatti, non le parole. Conte sembrava così entusiasta, ci ha spiegato che siamo a un passo da una rivoluzione planetaria. Forse il governo ha scoperto di colpo che per fare un accordo non basta che lo firmi tu, devono firmarlo pure gli altri. Il testo di cui si parla riguarda solo gli sbarchi via Ong e navi militari, meno del 10 per cento degli arrivi. Su 28 paesi membri hanno aderito in tre: un successone”. Non tifi per il fallimento, senatore: se fallisce il governo, fallisce l’Italia. “Io indosso la maglia del mio paese ogni giorno, non me ne sto seduto in attesa dell’errore. Se fanno qualcosa di giusto, se ne azzeccano una, io sono contento. A me sembra che le sbaglino tutte: c’è troppa improvvisazione, troppa propaganda”. A proposito di propaganda, il governo ha varato il decreto rimpatri che taglia i tempi da due anni a quattro mesi, così ha detto il ministro Di Maio. “Vede, questo significa vendere bufale. Non c’è una formula magica per ottenere questo risultato: tu puoi pure espellere il migrante per rimandarlo in Senegal ma il Senegal se lo deve prendere. Mi ha stupito che l’ab – bia firmato pure il ministro Luciana Lamorgese che è un tecnico, un prefetto che conosco e stimo. Al tempo dei governi a guida Pd, Lamorgese eseguiva gli ordini, quindi si occupava di smistare migliaia di immigrati in giro per il Veneto e per la Lombardia. Questo non è il mio approccio. Adesso che è a capo del Viminale, spetta a lei impartire gli ordini, non riceverli. I numeri disponibili sul sito del ministero dicono a me e agli italiani che in un mese di governo giallorosso siamo passati dai 22 arrivi al giorno della gestione Salvini agli 80 della gestione Conte- Renzi-Di MaioZingaretti-Boldrini… Possono usare parole bellissime ma io li giudico dai fatti”. Lei adesso è un “senatore semplice”, come dice l’altro Matteo, Renzi, che però, da senatore semplice, ad agosto le ha fatto un bello scherzetto. “Da Renzi mi aspetto di tutto, è uno di quelli che tifa Fiorentina ma per convenienza sarebbe disposto a tifare Juve per poi passare al Napoli, al Milan, all’Inter”. Lo fa il confronto televisivo da Bruno Vespa? “Io sono uno sempre aperto al confronto. Certo, preferirei confrontarmi con Di Maio o con la Fornero che inseguo da anni per un dialogo civile, pacato e democratico. Dovrò accontentarmi di Renzi”. C’è qualcosa che invidia all’ex premier? Lui ha governato per mille giorni. “Io a Palazzo Chigi ci arriverò dalla porta principale, cioè dalle elezioni. Continuano a rinfacciarmi di aver detto ‘pieni poteri’: un’espressione forse equivoca ma sarei l’unico dittatore che chiede di dare la parola agli italiani. Renzi invece ha paura delle urne perché il suo partito è dato fra il tre e il cinque per cento. Una cosa gliela invidio: lui ha la capacità, di cui io sono sprovvisto, di cambiare idea ogni quarto d’ora. Forse dovrei imparare da questa spregiudicatezza: vai al governo per portare a casa ministri, viceministri e sottosegretari, il giorno dopo fondi un nuovo partito. A me fa schifo questo modo di intendere la politica. Se mai io perdessi la voglia di impegnarmi nella Lega, non riuscirei a cambiare partito, a cambiare squadra, a cambiare casacca. Se faccio una cosa è quella: se mi stanco, non prendo in giro la gente”. E’ vero che lei vorrebbe incontrare Papa Francesco? “Stando ai giornali, non so quante volte avrei chiesto un incontro con il Pontefice. La verità è che io non l’ho mai chiesto. Certo, come tutti i cattolici avrei piacere a incontrare il capo della cristianità dal quale ho solo da imparare. E poi ho la fortuna di incontrare quotidianamente frati, suore, monache, missionari, parroci di periferia”. Tutta questa esibizione di crocifissi e madonnine non sembra molto gradita. “Non m’importa: se una signora mi regala un rosario, io lo conservo con orgoglio. E’ un simbolo di fede e della nostra cultura, la civiltà cristiana, le nostre radici. Chi si vergogna delle proprie radici è destinato a scomparire”. Autonomia differenziata: il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha annunciato una legge quadro. Il governatore Luca Zaia prevede che si andrà alle calende greche. “Il rischio è concreto: questo governo temporeggia su tutto. La storia che l’autono – mia farebbe male al sud non sta in piedi: l’autonomia fa meglio al sud che al nord. Penso al caso rifiuti: l’anno scorso la regione Campania, a spese dei contribuenti, ha spedito in altre regioni italiane e all’estero 300 mila tonnellate di rifiuti. Eppure in altre parti d’Italia e del mondo i rifiuti sono una ricchezza perché diventano calore ed energia; interi quartieri e intere città sono riscaldati grazie alla valorizzazione dei rifiuti”. Per farlo, però, servono i termovalorizzatori: l’Italia ne ha 40, la Germania 96, la Francia 126. “In Campania preferiscono tenerli per strada e farci i roghi tossici o le discariche abusive. Non è solo un problema di Napoli: a Roma quel genio della Raggi vuole spedire l’immondizia in Bulgaria, Svezia e Danimarca. Noi paghiamo e quelli, con i nostri rifiuti, fanno i soldi. Autonomia vuol dire che, se sei bravo, ti premio; se non sei capace ti mando a casa. Autonomia fa rima con responsabilità e merito. Autonomia vuol dire che ti vengo a chiedere conto di quello che fai, e questo vale pure per le liste d’attesa in ambito sanitario. E’ immo – rale che i campani o i calabresi debbano attraversare mezza Italia, in treno o in aereo, per curarsi. Allora, la domanda che pongo a De Luca e agli altri: se già oggi esistono due sanità, due scuole, due sistemi economici differenti, la colpa è dell’autonomia che non c’è?”. Trivelle: il piano, contenuto nel decreto semplificazioni del passato governo, rischia di arenarsi. “Io sono contrario alle estrazioni sottocosta ma questi geni vorrebbero bloccare le estrazioni in corso. A proposito di retroattività, io non so quanti di voi siano andati in vacanza a Viggiano, in Val D’Agri, nella splendida terra lucana. Migliaia di famiglie vivono di quello: se tu blocchi gli impianti, le getti nella disperazione. Ovunque, nel mondo, quando trovano il petrolio, fanno festa, da noi sembra una iattura, un flagello. La decrescita felice è una boiata pazzesca: se uno s’im – poverisce, non è felice e s’incazza. Noi abbiamo provato, per un anno, a contaminare il nostro ex alleato, a convincere i Cinque stelle a cambiare impostazione culturale, ma non ci siamo riusciti. Per la manovra finanziaria ormai pensano a tasse su ogni cosa, stanno rispolverando persino quella sulle bibite gassate e sul chinotto. Intanto la flat tax per le partite Iva fino ai 100 mila euro l’hanno già cancellata, e quella per i redditi fino a 65 mila vogliono burocratizzarla. Vogliono terrorizzare i ceti produttivi del paese proprio in un momento in cui serve una spinta alla crescita e agli investimenti. Del resto, viviamo in un paese dove s’impiegano dieci anni per riscuotere un credito, non c’è certezza della legge, incontro molti imprenditori che vorrebbero investire ma sono dissuasi perché non si fidano del nostro sistema giudiziario. Qui, se qualcuno ti frega, prima di tornare in possesso della tua azienda devi aspettare chissà quanti anni, il caso Ilva è istruttivo. Non sappiamo che fine farà l’acciaie – ria: se il governo decide di applicare retroattivamente la norma sulla responsabilità ambientale, l’Ilva rischia di chiudere. L’Italia, la seconda potenza industriale d’Europa, non può rinunciare all’acciaio”. La giustizia inefficiente rende il paese meno competitivo. “L’altro giorno ho letto a pagina 19 del Corriere un trafiletto di dieci righe che dava notizia della conclusione con piena assoluzione dell’inchiesta Finmeccanica per la commessa di elicotteri Agusta in India. L’allora ad Giuseppe Orsi fu arrestato, la vicenda ebbe un enorme clamore e, all’epoca, s’inda – gò pure per tangenti inesistenti a favore della Lega. Le accuse sono cadute nel nulla ma la stampa se l’è scordato e i cittadini non lo sapranno mai”. Si vede che il tema giustizia le è caro: uno degli ultimi Cdm del governo gialloverde durò nove ore per la sua opposizione alla riforma Bonafede. “Ogni quindici giorni dicevo a Bonafede: amico mio, qua il primo gennaio scatta la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Per evitarlo, dobbiamo velocizzare i processi. A che punto siamo? Niente, la sua riforma era acqua fresca. Mi dava sempre la stessa risposta: sto studiando con i tecnici”. E lei ci credeva? “Volevo crederci. Lui mi diceva: sto studiando. Ad aprile, a maggio, a giugno, a luglio… mi diceva sempre che stava studiando. A un certo punto, gli ho detto: così non funziona. Se togli la prescrizione e non rendi i processi più rapidi, il cittadino diventa un imputato a vita. Io penso inoltre che vada introdotto un criterio di merito e responsabilità nelle aule giudiziarie: se un giudice non scrive una sentenza nei novanta giorni, deve incorrere in una sanzione, come ogni altro lavoratore. Io voglio vivere in un paese dove ci sono sessanta milioni di presunti innocenti, fino a prova contraria. La cultura dei Cinque stelle prevede invece che gli italiani siano sessanta milioni di presunti colpevoli, fino a prova contraria. E’ la barbarie. Abbiamo provato a cambiarli: non ci siamo riusciti”. Secondo lei, sulla prescrizione il Pd terrà il punto? “Quelli ingoiano la qualunque per restare al governo. Io sono preoccupato: qualcuno ha notizie di Zingaretti? Qualcuno lo ha visto ultimamente? Da settimane non si hanno notizie di Zingaretti mentre Renzi, che è uscito dal Pd, parla per il Pd”. Silvio Berlusconi ha aderito alla manifestazione del 19 ottobre a Roma. E’ contento? “Più gente c’è meglio è”. Finga un po’ di entusiasmo, senatore. “Io non sono mica per escludere qualcuno. Sono uno inclusivo. Però si guarda avanti. In Umbria, è vero, c’è il cosiddetto centrodestra, però c’è pure la lista civica degli amministratori, c’è una lista civica del presidente, ci sono gli imprenditori… Non si possono proporre le ricette del ‘94 agli italiani del 2020. Bisogna guardare avanti con immaginazione e fantasia. Bisogna pensare a candidature nuove”. Renzi punta sul coté rosa della sua nuova creatura politica, Italia Viva. L’ex premier ha detto che per ogni ruolo ci saranno un uomo e una donna. “Fossi donna, mi sentirei terribilmente offesa. Io voglio persone competenti per un determinato ruolo: magari ci sono due donne e nessun uomo. Perché un maschio e una femmina? In Umbria e in Emilia-Romagna noi candidiamo alla presidenza della regione due donne come Donatella Tesei e Lucia Borgonzoni. Le ho scelte perché sono brave e capaci, non per andare in televisione a fare il fenomeno. Io sono contrario alle quote di genere”. Senatore, sta facendo la trottola per la campagna elettorale umbra. Uno s’immagina che, a sera, lei si rilassi guardando “Temptation Island” o un altro reality. Invece? “Io, per rilassarmi, guardo il solito programma di pesca in tv. L’amo, la superficie dell’ac – qua, l’attesa. Mi riposo così”.
In Alto Adige hanno cancellato per legge l’Alto Adige. Se il governo di Roma aveva bisogno di un esempio di come la Provincia “autonoma” di Bolzano legifererebbe sulla toponomastica italiana se solo ne avesse la potestà, eccolo servito: con i voti della Svp il Consiglio provinciale ha approvato l’emendamento di una formazione minore e secessionistica, la Südtiroler Freiheit, che per la prima volta cancella la dizione di “Alto Adige” e di “altoatesino” nell’espressione italiana della legislazione bilingue italiano-tedesca. Dunque, la parola “Südtirol” che compare nella formulazione tedesca di un testo legislativo sull’adempimento di obblighi europei, è stato reso come “provincia di Bolzano” nell’espressione italiana. Roba da matita blu, visto che non era la traduzione di “Provinz Bozen”. Ma non è una svista. I proponenti hanno spiegato che il corrispettivo toponimo di “Alto Adige” è un “termine fascista” da eliminare. IL VOTO Contro il diktat politico-linguistico hanno votato tutti i consiglieri di lingua italiana e i Verdi interetnici, spinti dalla protesta di Alessandro Urzì (l’Alto Adige nel Cuore/Fratelli d’Italia), che parla di «atto inaudito di pulizia linguistica anti-italiana». E che si tratti di una scelta-boomerang, l’ha compreso, con ritardo, il governatore Arno Kompatscher. Il quale, dopo aver avallato la provocazione in Consiglio provinciale, e a fronte della bufera che è subito scoppiata non solo in Alto Adige, ha dichiarato che è stato uno sbaglio. Un riconoscimento, però, a parole. Perché se la legge non sarà modificata con un’altra norma provinciale o impugnata dal governo davanti alla Corte Costituzionale, come il ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, annuncia che farà in caso di inadempienza, finirebbe per cancellare il nome di “Alto Adige” dalla legislazione atesina. Un grave precedente, per un nome che è scolpito in articoli della Costituzione. In realtà, l’imposizione è il frutto avvelenato di una propaganda tanto martellante quanto ignorante, nel senso che ignora -o finge di ignorare- la lunga storia dei toponimi italiani dell’Alto Adige. Per la maggior parte essi furono concepiti e determinati addirittura agli inizi del Novecento. Non fu Mussolini, bensì il governo-Giolitti nel 1921 a dare il primo e formale via libera alla toponomastica italiana in Alto Adige poi introdotta con regi decreti del 1923 e del 1940. Decreti che sono stati a loro volta recepiti e resi “repubblicani”, pochi anni fa, da una rigorosa e inequivocabile sentenza della Corte Costituzionale (la 346 del 2010). Sentenza che ha convalidato l’efficacia dei nomi in vigore da quasi cent’anni, respingendo ogni interpretazione in senso opposto da parte della Provincia di Bolzano. LA TOPONOMASTICA La forma italiana della toponomastica bilingue ha, quindi, una protezione costituzionale a cui nessun legislatore, tantomeno provinciale, può venir meno. Nel caso specifico l’abolizione di “Alto Adige” è ancor più surreale, perché l’origine del toponimo non è mussoliniano: è d’epoca napoleonica. “Dipartimento dell’Alto Adige” (“Départment du Haut-Adige,”) risale al 1810. Più di cent’anni prima della Grande Guerra, giusto per dare un’idea della confusione storico-politica che si vuole ingenerare sui nomi italiani. Ma “Alto Adige” è soprattutto la dizione più popolare in uso non solo presso la comunità altoatesina. Facendo riferimento al fiume che nasce lì, all’Adige, Alto Adige è persino il nome del principale quotidiano locale in lingua italiana. Eppure, la cosa forse più sconcertante, è che un Consiglio provinciale della Repubblica, contando su una maggioranza di soli consiglieri di lingua tedesca, ha preteso di imporre agli italiani come possono o non possono chiamare in italiano la loro terra.