Piccoli comuni sempre più a rischio.Minacciati da un progressivo spopolamento e da una crescentemancanzadi servizi,bastapensare alla connessione internet e alla banda larga che arrivano con grande difficoltà, ora si ritrovano a dover fare i conti sempre più spesso con la mancanza del segretario, il dirigente pubblico che guida l’amministrazione.Le sedisenzaun titolare sono 1.729 sulle 4mila negli enti sotto i diecimila abitanti.Considerando che ognuna riunisce spesso più di un piccolo municipio, anche con poche centinaia di abitanti, si stima che praticamente un comune su due dei quasi 8mila totali sia scoperto. Con alcune regioni come l’Abruzzo in cui si arriva a quasi due su tre. E con i pensionamenti anticipati con Quota 100 la situazione è destinata a peggiorare. «Per far funzionare un ente locale occorre un segretario comunale e oggi mancano -hadenunciato allaCamera il deputato di Italia Viva, Cosimo Maria Ferri -. C’è una grande emergenza e dobbiamo intervenire per dare una risposta. Il segretariocomunale oggi è essenziale quindi chiediamo di porre fine aquesta emergenza». A evidenziare il problema erano già state l’Anci e l’Upi, le associazioni che riuniscono i comuni e le province,conuna lettera inviata l’estate scorsa al precedentegovernoaguida5stelle-Lega. Nel documento si parlava di una «grave carenza» di segretari comunali, soprattutto di “fascia C”, quelli abilitati per le amministrazioni più piccole, sotto i 3mila abitanti. «È di tutta evidenza – sottolineano le due organizzazioni – che i nuovi ingressi nell’Albo professionale non saranno ingradodisoddisfare,senon inminimaparte, il fabbisognodelle sedi oggi vacanti, con il rischio serio econcreto di una paralisi dell’attività amministrativa e di messa in discussione del ruolo stesso dei segretaricomunali». Ma come si è arrivati a questa situazione? Al blocco delle assunzioni, che ha impedito anche il ricambio fra i segretari comunali (mille in meno in un decennio), si è aggiunta negli ultimi anni l’incertezza sul futuro della professione dopocheMatteoRenzi,nel 2014 quando era al governo, ne aveva messo in dubbio l’esistenza proponendo l’abolizione. «Il segretario serve, soprattuttonei piccoli comuni – rivendica invece Alfredo Ricciardi, leaderdell’Unionenazionale dei segretari – abolirlo significa non aver più qualcuno che porta avanti l’amministrazione». Senza contare poi la lentezza del reclutamento, che rende difficile il ricambio. Per diventaresegretari comunalibisogna superare un corso-concorso e una procedura che può durare anche 5-6 anni. Proprio sui nuovi ingressi punta ora il governo. «È mia ferma intenzione, anche d’intesacon leparti interessate, individuare delle soluzionicheconsentano di superare ledifficoltà che sono state denunciate», ha affermato alla Camera il ministroper laPubblica amministrazione, Fabiana Dadone, dicendosi impegnata «per trovareuna rapida soluzione». Entro fine anno si svolgeranno le prove del corso-concorso per l’assunzione di 291 segretari e l’esecutivo garantisce che è già stato «programmato l’avviodiun’ulterioreselezione di 171 segretari». Servirà tempoperò. Intanto fra le proposte messe in campo dal governo per risolvere il problema inmodo strutturaleci sono «l’elaborazione di procedure di immissione accelerate per ilprossimocorso-concorso» e «una rivisitazione delle modalità di convenzione tra i comuni inmateria di segreteria associata». Una direzione su cui punta anche il sindacato che suggerisce di creare dei «piccoli ambiti territoriali nei quali un segretario svolga le funzioni per una pluralità di comuni». Sullo sfondo resta la questione della funzione dei mini-enti, quelli che hanno anche poche centinaia o addirittura decine di residenti. Finora ogni ipotesi di abolirli, o almeno fonderli mettendo in comune i servizi sotto unacerta sogliadi abitanti, si è sempre arenata contro le resistenze di politici, amministratori e cittadini affezionati al loro piccolo campanile.

Il professore universitario ha avuto la meglio sull’imprenditore miliardario: Kaies Saied è il nuovopresidentedellaTunisia. Ieri il paese nordafricano è tornato alleurne, auna settimanadal voto legislativo, per il secondo turno delle presidenziali. Il primo si era svolto lo scorso 15 settembre ed erastatocontraddistintodall’affermazione di due candidati anti-sistema,diversissimi tra loro,maaccomunati dal non appartenere ai partiti politici tradizionali. Al ballottaggiodi ieri sono arrivatiKaies Saied eNabilKaroui.Deidue ilnome più noto era quello del secondo: Nabil Karoui, 56 anni. Magnate delle comunicazioni, proprietario del più grande gruppo televisivo privato della Tunisia, ha fatto l’intera campagna elettorale dal carcere,doveera finito il23agosto in seguito all’arresto per corruzione. CAMPAGNA ELETTORALE Nonostante fosse in prigione era riuscito a passare al primo turno, arrivando al ballottaggio di ieri. Soltanto mercoledì è stato scarcerato, in tempo per il dibattito tv di venerdì contro il suo sfidante, che però ha avuto la meglio. Secondo gli exit poll, confermati dalla tv di Stato, Saied si è affermato con il 72,53% delle preferenze, contro il 27,47%diKaroui. Tanto noto allecronache,siaper i suoi affari milionari sia per i suoi guaigiudiziari,eraKaroui,quanto poco lo era Saied, almeno fino allo scorso 15 settembre, quando, contro ogni previsione e correndo come candidato indipendente, era riuscito a conquistare il secondo turno. Classe ‘58, originario di Tunisi, sposato con tre figli, Kaies Saied viene definito dai media come “professore ascetico”, per la semplicità e la sobrietà del suo stile di vita. Di famigliamodestama sempre dedita agli studi universitari, può vantare come zio paterno Hicham Saied, il primo chirurgo pediatrico della Tunisia moderna, cheportò a termine anche la separazione di una coppia di gemelli siamesi. Kaies, invece, si è dedicato a un altro tipo di carriera accademica, continuando tuttora a svolgere la sua attività di docente diDirittocostituzionaleall’Università di Tunisi, sebbene in passato abbia ricoperto anche altri incarichi di responsabilità tra cui quello dimembro del comitato di esperti per la revisione del progetto della Costituzione tunisina nel 2014. La suacampagna elettorale èstatacaratterizzatadaunminimalismodi forma,bilanciatodaunaprofondità di contenuti, rivolgendosi agli elettori in arabo classico. E quello chepotevaessereunpuntodebole si è invece rivelato la sua forza e peculiarità. ALLEANZE Tra i principali punti del suo programma elettorale c’è sempre stata l’istruzione e, nonostante il linguaggio quasi d’altri tempi, ha continuato a rivolgersi soprattutto ai giovani laureati tunisini che vogliono far crescere il proprio paese enon esserecostrettia espatriare. Ad aiutarlo anche l’alta affluenza(quasi il40%atreoredalla chiusura delle urne, alle 18.00) Una grande percentuale di consenso,grazieanchealsostegno annunciato alla vigilia del voto da partediEnnahda, ilpartito islamista uscito vincitore alle elezioni legislative del 6 ottobre. Karoui, invece, aveva sempre ribadito l’intenzione di non allearsi con Ennahda, a sottolineare la laicità del movimento da lui fondato a giugno,“CuoredellaTunisia”.Dopo il votoper ilrinnovodelParlamento e l’affermazione di Ennahda, c’è stato grande interesse per questo ballottaggiocon due candidati anti-sistema. Per la Tunisia le presidenziali concluse ieri, anticipate per la morte a luglio dell’allora presidente Beji Caid Essebsi, sono state l’ennesimo banco di prova per mostrare al mondo il proprio percorso politico. Grande è stato l’interessedellacomunità internazionale, alla luce anche della nuova crisi appena scoppiata in Medio Oriente, per il paese che diede il via alla Primavera araba, nel dicembre 2010, e l’unico ad aver pienamente intrapreso, almeno finora, lastradadellademocrazia. Simona Verrazzo

Operazione Raggi bis. Le grandi manovre interne della sindaca sono appena iniziate. Una lungamarcia con un unico obiettivo: ricandidarsi nel 2021 in Campidoglio. Beppe Grillo sul palco con lei, Roberto Fico che l’abbraccia, una lunga chiacchierata con NicolaMorra. E, guarda caso, sono proprio coloro che hanno spinto per l’accordo con il Pd per Palazzo Chigi e che difendono l’intesa. Non c’è ancora un annuncio ufficiale da parte della diretta interessata, perché prima va “costruita” internamente, visto che Raggi rientra nella vecchia regola del secondo mandato e dunque DiMaio prima o poi dovrà affrontare la questione.Ma intanto, c’è un lavorio di parlamentari e big che anche qui a Napoli le hanno chiesto: «Dai, Virginia, ricandidati». La sindaca prende tempo – e non si sbilancia da politica quale ormai è diventata – ma la decisione è presa. Con tanto di appoggio di Grillo. Solo il fattore “Dibba” potrebbe scalzarla, ma lui non sembra interessato. LE DIFFICOLTÀ L’operazione Virginia II la riscossa diventa però un caso nello scacchiere nazionale. Il segretario demNicola Zingaretti ha inmente un nuovo centrosinistra con M5S, ma sa che le alleanze in alcune città (la Capitale) o regioni (la Campania, per esempio) sono complicate se non impossibili. Per il momento a Roma Raggi e Zingaretti usano tra loro le buone maniere. Lui ha detto che non si dovrebbe dimettere purché dia una scossa alla città, lei anche ieri ha chiuso a qualsiasi ingresso dei dem: «La miamaggioranza è solida, ma con il Pd si può collaborare». Ma la vera partita è per il 2021. Se Raggi, come vuole, otterrà la ricandidatura (detto che non c’è proprio la fila tra i grillini per correre in Comune) inizieranno le contorsioni dei dem. Come è scontato il Pd presenterà una sua candidatura. I nomi che circolano in queste ore vanno dalla consigliera regionale Michela Di Biase (moglie del ministro Dario Franceschini) a Carlo Calenda.Anche se l’europarlamentare è uscito dal Pd (per fondare poi Siamo europei) in polemica per l’intesa con i pentastellati, dal Nazareno trapela un certo entusiasmo verso questa ipotesi. Ovviamente immaginare un accordo Raggi-Calenda per sostenersi a vicenda nel caso uno dei non riesca ad andare al ballottaggio con il candidato del centrodestra sembra fantascienza,ma èuno scenario. La svolta a sinistra impressa da Grillo al Movimento, nonostante le frenate di Di Maio («non siamo di destra né di sinistra») ormai è destinata a creare dove sarà possibile nuovi schemi di gioco. Ma a Roma come si comporterà il Pd? Inizierà a chiudere un occhio su questi anni pentastellati in virtù di una possibile convenienza tutta da testare alla prova del voto? E non c’è il rischio che alla fine anche i dem vengano trascinati per osmosi nelle critiche dei romani alla giuntaM5S con evidente autogol? Dal Nazareno dicono: per noi il giudizio su Raggi è negativo e fallimentare e ogni giorno lo diciamo.Non a caso dopo l’aggressione alla Iena è uscito subito il capogruppo dem in Comune Giulio Pelonzi: «Raggi chieda scusa per l’aggressione a Roma». Nel senso di Filippo, la Iena. Ma il volontario doppio senso è stato cercato. Dal Pd sono sicuri, inoltre, che comunque Raggi arriverebbe terza e sarebbe fuori dai giochi. La partita è appena iniziata, ma le contorsioni nei dem restano, proprio perché anche solo l’idea di sembraremorbidi con la sindaca, gonfierebbe le vele a IV di Renzi che si è presentata sabato nella Capitale. Tanto che la direzione cittadina del Pd, mercoledì, potrebbe votare una mozione anti-Raggi (mentre il segretario dem di Roma, Andrea Casu, ex renziano, è sempre più in bilico). Prima o poi tutte queste storie sono destinate a incrociarsi con effetti ancora da ponderare. E la sindaca guarda sempre di più ai temi emotivi di sinistra: ieri dal palco ha parlato di accoglienza e sfida climatica, dopo aver passato la mattina con Ilaria Cucchi. «Vedrete una Virginiamolto più consapevole e ancora più attenta al sociale». Basterà al Pd?

Alla stretta finale ognuno tenta di alzare la sua bandierina intestandosi ciò che è stato inserito nella manovra di bilancio, che questa sera dovrebbe andare in consiglio dei ministri, e ciò che è stato evitato. Un esercizio al quale anche il Pd tenta di applicarsi cercando in tutti i modi di ampliare la dotazione del taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. LA MOLLA Il vertice notturno convocato da Giuseppe Conte a palazzo Chigi, e al quale hanno preso parte i capi delegazione della maggioranza, è partito in salita sulla scorta di veti incrociati che hanno caratterizzato anche la riunione pomeridiana che si è tenuta al ministero dell’Economia e che ha sfornato più proposte che soluzioni. Poichè, dopo un discreto tira e molla, il governo ha deciso di non toccare l’Iva e di sterilizzare i previsti aumenti senza rimodulazioni, la caccia alle risorse si è spostata su Quota100. Il meccanismo che manda in pensione anzitempo è stato varato dal precedente governo con durata biennale. Ieri a Napoli Luigi DiMaio ha riunito nel suo hotel i ministri M5S illustrando i punti della manovra che ritiene fondamentali. L’intangibilità di Quota100 è uno di questi e ieri sera ai suoi lo ha ripetuto quando gli chiedevano conto delle dichiarazioni di Luigi Marattin secondo il quale poichè «le risorse non sono ancora definite, Italia Viva propone l’abolizione totale di Quota100»: «Non se ne parla di introdurre nuove tasse – la reazione del titolare della Farnesina – e su Quota100 saremo categorici: non si tocca perché non voglio altri esodati e non farò mai ciò che ha fatto la Fornero». Il leader dei Cinquestelle risponde con una schiacciata alla palla alzata provocatoriamente dai renziani e tutto ciò complica l’obiettivo del Pd che non intende abolire Quota100, ma vorrebbe una rimodulazione in modo da guadagnare risorse da impegnare nel taglio del cuneo fiscale. Dario Franceschini, nel corso della riunione serale, ha difeso l’idea proposta dal ministero guidato da Roberto Gualtieri di rivedere le finestre pensionistiche in cambio di ape sociale, opzione donna e un meccanismo in grado di far planare nel 2021 coloro che non sono rientrati nel meccanismo di durata biennale. Ovviamente sulla stessa linea di Di Maio si è espressa ieri la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ricordando l’intesa raggiunta con i sindacati. Azzerata anche l’idea di introdurre una tassa sulle sim aziendali, resta il problema di come trovare i soldi per rendere più credibile il gettito stimato dall’evasione fiscale e come realizzare un taglio del cuneo fiscale che possa avere una certa consistenza. Il Pd punta a mettere insieme almeno tre miliardi, ma a sabotare il tentativo non c’è solo IV – che alza il tiro su Quota100 in modo da scatenare il M5S – ma lo stesso Di Maio che ieri ha chiesto che il taglio del cuneo vada alle imprese e non ai lavoratori. Con il taglio del cuneo alle imprese, i grillini pensano infatti di rendere più digeribile il salario minimo a 9 euro che gli industriali hanno più volte bocciato, ma su questo punto i dem non mollano. Anzi, sperano, di portare a casa anche l’avvio dell’assegno unico per le famiglie. Proposta che nei giorni scorsi Graziano Delrio ha rilanciato ma che deve fare i conti con la maggior parte delle risorse impegnate per scongiurare l’aumento dell’Iva. Mentre Roberto Speranza (Leu) continua a tener duro sul taglio del superticket sanitario, Pd e M5S continuano a duellare anche sulla soglia di evasione che dovrebbe far scattare le manette. La previsione dovrebbe uscire dal collegato fiscale per essere oggetto di un apposito testo, magari collegato alla manovra.

I partiti sono organismi viventi ed è dunque normale che cambino nel tempo, adattandosi funzionalmente alle circostanze, che a loro volta mutano e non sono sempre le stesse. Ciò significa che tra qualche anno, stante la velocità con cui cambia la scena politica italiana, potremmo avere un sistema partitico profondamente diverso dall’attuale, con nuovi soggetti presenti sulla scena e con forze che, magari mantenendo lo stesso nome, nel frattempo saranno diventate qualcosa di diverso da ciò che erano. Senza considerare la possibilità di riaggregazioni, scomposizioni e fusioni dalle quali potrebbero nascere chissà quali novità. La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Conte bis sembrerebbe prefigurare una di queste novità: un’intesa nata sostanzialmente per ragioni difensive, tattiche e strumentali (impedire lo scioglimento prematuro della legislatura e le elezioni anticipate nel timore che la Lega salviniana potesse vincerle a mani basse ipotecando così il nome del futuro inquilino del Quirinale) potrebbe in effetti evolvere verso una forma d’alleanza organica e strutturale, ferma restando l’autonomia formale dei due contraenti. Ma si può anche immaginare che Pd e M5S, rimossi i pregiudizi e le incomprensioni che le avevano rese due forze visceralmente nemiche, finiscano per confluire in un contenitore politico unitario. Un contenitore politico unitario che, a quel punto, costituirebbe la “nuova sinistra” del futuro. È quest’ultimo il percorso politico vagheggiato da Grillo, che ha sempre considerato il Pd un partito destinato all’estinzione perché ancora troppo ancorato al Novecento e alle sue mitologie: l’organizzazione di massa, l’industria come fonte principale di sviluppo e benessere, l’inquadramento ideologico dei militanti, la separazione gerarchica tra capi e seguaci, il ruolo direttivo degli apparati, il lavoro manuale (stabile e seriale) come principale fattore di identità sociale, il predominio del collettivo sull’individuale, la società come composta da blocchi di interesse economici organizzati tra cui mediare secondo logiche di tipo corporativo ecc. Dal suo punto di vista quella iniziata con la nascita del governo giallo-rosso non è una tradizionale intesa politico-parlamentare: è piuttosto una contaminazione virtuosa di idee, linguaggi, visioni e strategie guidata però interamente dalM5S in quanto unica forza, tra quelle presenti sulla scena politica italiana, mossa da un autentico desiderio di cambiamento e in grado di interpretare, guidandole sul piano politico, le trasformazioni prodotte nelle società contemporanee dalla rivoluzione tecnologico-digitale. Ma Grillo è un visionario che, come lui stesso ammette, più che a progettare il futuro si diverte – come Joker – a portare caos laddove regna un ordine per quanto precario. Per innovare creativamente, per lui bisogna prima distruggere: il contrario del gradualismo teorizzato dalla tradizione del riformismo cui molta sinistra italiana a parole ancora s’ispira. Più pragmatici e realisti, poco o punto immaginifici, sono invece i ragionamenti fatti dai suoi interlocutori del Pd,molti dei quali rimasti evidentemente fedeli agli insegnamenti della vecchia scuola comunista. Per loro – come ha ben spiegato Zingaretti – l’accordo col M5Smerita di essere rafforzato sul territorio e reso stabile nel tempo, non perché si tratta di costruire chissà quale nuovo modello di società,ma per ragioni politico-strumentali assai semplici: solo sommando organicamente le rispettive forze sarà più facile sconfiggere Salvini in tutti i prossimi appuntamenti elettorali. Ma è un realismo che dietro l’apparente buon senso nasconde un’evidente debolezza politica,molte insidie tattiche e svariate difficoltà pratiche. La debolezza è quella di un partito di sinistra che sente di aver perso il proprio legame, politico ma soprattutto emotivo, con le classi popolari che per definizione e tradizione dovrebbero costituirne la basemilitante ed elettorale. Con chi sta oggi il ‘popolo’? A destra con la Lega, a sinistra (in buona parte) col M5S? Allearsi con quest’ultimo, dopo esserne stato il nemico acerrimo, è il prezzo che il Pd – partito della borghesia urbana e del cetomedio riflessivo – ha scelto di pagare per riavvicinarsi ad un popolo con il quale la distanza s’era fatta siderale anche sul piano del linguaggio. Ma funzionerà quest’aggancio per così dire mediato? L’insidia tattica ha invece a che fare con una domanda semplice: quanto si è disposti a concedere al proprio interlocutore pur di arrivare a stringere con esso un’alleanza che si ritiene la sola vincente considerati gli avversari che si hanno dinnanzi (a partire dalla Lega)? Un accordo prevede per definizione un dare e un avere, conveniente per le due parti. Ma il caso recente dell’Umbria – dove per la prima volta si sta sperimentando un’intesa politica sul territorio tra i due partiti – sembra indicare una linea di tendenza che per il Pd rischia di essere in prospettiva assai pericolosa: da un lato l’eccessiva arrendevolezza alle richieste e pressioni che vengono da un M5S oltremodo aggressivo e determinato; dall’altro la crescente adozione, un po’ strumentale un po’ inconsapevole, dei cavalli di battaglia e finanche del linguaggio che sono propri da sempre di quest’ultimo. In Umbria, nel nome di un malinteso civismo – un candidato scelto dai partiti ma estraneo formalmente a questi ultimi – il Pd non ha esitato a sacrificare il candidato alla presidenza che aveva autonomamente individuato. Sempre in Umbria, la linea politico-propagandistica del Pd è repentinamente diventata quella tipica grillina nel segno dell’anti-casta, della politica sporca da rigenerare affidando il governo della cosa pubblica alla virtù dei cittadini ecc. Dove finisce l’alleanza e dove cominciano il mimetismo ideologico e la subalternità culturale e politica? Ci sono infine le contraddizioni pratiche e gli scogli posti alla politica dalla realtà. Prendiamo il caso pratico di Roma, sul quale presto o tardi il Pd dovrà pur fare delle scelte chiare. La posizione di Zingaretti nei confronti del sindaco Raggi, spiazzante per molti all’interno del suo stesso partito, è stata nei giorni scorsi nel segno della collaborazione istituzionale: non chiederne le dimissioni non significa apprezzarne l’operato, significa tutelare i cittadini romani già assai provati dal rischio di una crescente ingovernabilità.Ma pur prendendo per buona l’argomentazione, presto si porrà il problema di chi scegliere per la futura corsa verso il Campidoglio. L’accordo immaginato e desiderato da Zingaretti con il M5S cosa significa concretamente? Dopo anni di critiche e di opposizione dura ci si farà carico dell’eredità della Raggi come se nulla fosse pur di arrivare ad una candidatura comune (magari ricorrendo ancora una volta alla foglia di fico del civismo anti-politico)? E se la (ri)candidatura proposta dai grillini fosse proprio quella della Raggi (ipotesimaligna ma da non escludere)? Come costruire un’alternativa politico-amministrativa a quest’ultima se il problema prioritario del Pd diventa quello di accordarsi a qualunque costo con il M5S? Insomma, prima di spingere così tanto su un’alleanza politica dalla quale il Pd potrebbe tanto guadagnare,ma potrebbe anche moltissimo perdere (anima ed elettori compresi), non converrebbe fermarsi un attimo e riflettere con attenzione? Il fatto che Grillo – contro Di Maio – voglia così tantomescolare le due ditte (beninteso alle sue condizioni) non è già un argomento per chiedersi dove stiano l’inganno e il pericolo?

Dopo l’attacco a una sinagoga e a un ristorante turco a Halle, in Germania, che ha fatto due vittime il 9 ottobre, un rapporto confidenziale di Europol rivela che l’ultradestra europea si sta armando e sta reclutando tra soldati e poliziotti. Il killer di Halle, Stephan B., tedesco, 27 anni, simpatizzante d’“estrema destra”, era pesantemente armato, portava la tuta mimetica e l’elmetto come l’australiano Brenton Tarrant che, lo scorso marzo, ha attaccato due moschee a Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 50 persone. Come il terrorista di Christchurch, che aveva trasmesso live su Facebook il massacro per 17 minuti, anche il killer di Halle ha filmato il suo attacco con una telecamera frontale e ha diffuso il video di 35 minuti sulla piattaforma di videogiochi T wi t ch . In questo video, secondo il sito di Intelligence Group, un’organizzazione degli Usa, l’uomo spiega che “gli ebrei sono la radice di tutti i mali”. TRE DOCUMENTIattribuiti a Stephan B. sono stati pubblicati su Internet: una sorta di “manifesto”di quattro pagine, presentato come una “guida spirituale per uomini bianchi insoddisfatti”, dove invita a uccidere ebrei, musulmani, comunisti e “traditori”; un documento in cui presenta il suo progetto d’attentato e un altro in cui indica l’indirizzo della pagina web su cui ha diffuso il video. Vi menziona anche dei bersagli “bonus”: i membri del “governo di occupazione sionista”. Diversamente dal “manifesto” di 74 pagine del terrorista di Christchurch o da quello di Anders Breivik, l’autore delle stragi di Oslo, questi tre documenti non forniscono molti elementi teorici né dettagli sul background ideologico dell’attentatore di Halle. Sono pieni invece di riferimenti alla cultura web, come ha fatto notare Le Monde. In Europa, diversi attacchi si sono già verificati. Nel giugno 2019, il prefetto tedesco Walter Lübcke è stato trovato morto, con un proiettile nella testa. Era stato minacciato di morte a più riprese da gruppi di estrema destra per aver sostenuto la politica di accoglienza dei migranti di Angela Merkel. Il killer, che ha confessato l’omicidio durante il fermo, è un noto neonazista ed era già stato condannato più volte. Nel novembre 2018, un caporale dell’esercito britannico, Mikko Vehvilainen, è stato condannato a otto anni dopo aver tentato di reclutare miliziani per conto del gruppo neonazista, messo fuori legge, National Action. A 34 anni, l’uomo, temendo l’avvicinarsi di una guerra “razziale”, immaginava di creare una “colonia riservata ai bianchi” in un paesino del Galles. Alcuni mesi prima, un italiano è stato arrestato dopo aver sparato dalla sua auto contro sei africani nel centro di Macerata, nelle Marche. Una copia del Mein Kampfe un libro di storia su Benito Mussolini erano stati trovati a casa sua. Nel 2017, un ufficiale militare tedesco è stato arrestato mentre preparava un attentato terroristico dopo essersi fatto passare per un rifugiato siriano. Nel 2016, una settimana prima del referendum sulla Brexit, l’eurodeputata europea Jo Cox è stata assassinata da un giardiniere disoccupato, che nutriva un odio ossessivo contro i “tra – ditori” della razza bianca. Neanche la Francia è stata risparmiata. Nel giugno 2018 è stato smantellato un gruppo clandestino della destra radicale. Si trattava di Afo (Ac – tion des forces opérationnelles), i cui membri fabbricavano ordigni artigianali e pianificavano attacchi contro i musulmani. Alcuni di loro stavano mettendo a punto un progetto di intossicazione alimentare di cibi halal (quelli musulmani). Le perquisizioni hanno scoperto armi so ft ai r, numerosi libri sul Terzo Reich, sulle SS e sette armi da fuoco. Uno dei sospetti aveva allestito un laboratorio di fabbricazione di esplosivi in casa. DOPOlo smantellamento di Afo, i cosiddetti Barjolssono diventati il gruppo dominante nell’ultradestra. Un ex capo dei Barjols è stato arrestato nel novembre 2018: è sospettato di aver pianificato un attacco contro Emmanuel Macron, durante il viaggio del presidente nell’est della Francia per le commemorazioni per il centenario dell’armistizio (4-7 novembre 2018). Dopo questi numerosi episodi, il numero di arresti legati all’estrema destra è più che triplicato in Europa, passando da 12 nel 2016 a 44 nel 2018. Martedì 8 ottobre i ministri dell’Interno Ue hanno affrontato il tema della violenza e del terrorismo di estrema destra. Un incontro nato a partire da una constatazione: il terrorismo d’ultradestra, anche se oggi non è “il rischio principale” per l’Ue, è in crescita. L’obiettivo: permettere ai paesi più preparati nella lotta a questo terrorismo di condividere “le loro esperienze”e dare un nuovo impulso politico perché vengano prese misure su un piano più tecnico. L’idea di fondo è di ricorrere a strumenti “orizzontali”, già usati per combattere il terrorismo jihadista. I ministri Ue hanno indicato quattro assi di azione: “Tracciare un quadro più preciso dell’estremismo violento e del terrorismo di destra”, continuare “a sviluppare e condividere le buone pratiche su prevenzione, identificazione e trattamento dell’estremismo violento e del terrorismo”, “lottare contro la diffusione di contenuti estremisti illegali online e offline, di cooperare con i principali paesi terzi”. L’incontro si è basato sui numerosi rapporti e articoli pubblicati in particolare dal coordinatore Ue per la lotta al terrorismo e sul rapporto confidenziale Europol, pubblicato dai media tedeschi, Süddeutsche Zeitung,Wdre Ndr. Il rapporto giunge a conclusioni inquietanti. La prima: i gruppi di estrema destra stanno investendo nell’acquisto di armi e nella fabbricazione di esplosivi. Come aveva rivelato Me diap art, i servizi segreti francesi stimano a 350 i membri dell’ultradestra che in Francia possiedono legalmente una o più armi. La seconda: stando a Europol, l’ultradestra europea starebbe reclutando tra le forze dell’ordine, militari e poliziotti. “Per rafforzare le loro capacità fisiche e la loro preparazione alla lotta armata, i gruppi di estrema destra stanno cercando di reclutare membri tra i militari e le forze della sicurezza, per acquisire competenze”, è scritto nel rapporto. Il rapporto conferma ciò che Mediapart aveva rivelato sin dalla primavera 2018: in Francia, la Direzione generale della sicurezza interna (Dsgi) aveva allertato le autorità per il numero crescente di soldati e poliziotti che hanno integrato i gruppi dell’ultradestra. I servizi di intelligence seguivano in quel periodo “circa 50 tra poliziotti, gendarmi e soldati”per i loro legami con l’“estre – ma destra violenta”. Quasi il doppio, dunque, dei funzionari seguiti per l’adesione all’Islam radicale, secondo il ministro francese degli Interni, Christophe Castaner, il quale, dopo la strage della prefettura di polizia di Parigi, ha parlato di 20 poliziotti e 10 di gendarmi sospettati di conversione al fondamentalismo musulmano. I servizi di intelligence sono dovuti intervenire per sensibilizzare sulla questione diverse amministrazioni, compresi i vari corpi dell’esercito, polizia, gendarmeria, servizi della dogana e polizia penitenziaria, per migliorare lo scambio di informazioni sui funzionari sospetti, ma anche per evitare il reclutamento di altri poliziotti o militari già affiliati all’ultradestra. L’ultradestra corteggia le forze dell’ordine, adatta i discorsi per attirare la loro attenzione, da risalto alle nuove reclute che arrivano dalle forze dell’ordine, professionisti ricercati per la loro competenza in materia di mantenimento dell’ordine e per i loro contatti. Secondo una fonte, gli agenti vengono contattati per accedere a informazioni riservate della polizia e della gendarmeria. Secondo i Volon – taires pour la France(Vpf), un gruppo di difesa civica nato dopo gli attentati, 50 soldati e agenti in pensione figurava tra i circa 200 attivisti d’ultradestra sparsi in Francia nel 2016. A capo della rete R émora (un gruppo che non sembra più attivo), c’era un ex ispettore della Direzione centrale dei servizi generali (Rg). Nell’ottobre 2017, la Sottodirezione dell’antiterrorismo (Sdat) e la Direzione dei servizi segreti interni (Dgsi) hanno smantellato un gruppo nato intorno a un certo Logan Nisin. Tra i presunti complici, il figlio di un gendarme, il figlio di un poliziotto e un allievo della scuola per sottufficiali dell’Aeronautica militare. Mediapartaveva rivelato anche i dietro le quinte del sito Ré – seau libre, i cui membri avevano tentato di commettere degli attentati contro i musulmani. Le tesi veicolate da questo sito sono le stesse che ispirarono il terrorista di Christchurch: la teoria della “grande sostituzione”, elaborata dal saggista di estrema destra Renaud Camus, il fallimento del Rassemblement national, giudicato troppo moderato, e l’attentato islamofobo come strumento di difesa della razza bianca. Il sito ha pubblicato le interviste di Monsieur X, presentato come un “ufficiale francese dei servizi segreti” e “contatto nei servizi dell’antiterrorismo”. L’uomo, che veniva sentito dopo ogni attentato, non esitava a parlare di “guerra di civiltà”. Sulla sorte da riservare ai jihadisti, in un’intervista del marzo 2016, indicava due opzioni: “Uno: facciamo il necessario per recuperare gli individui ancora in vita, sperando che parlino e di trascinarli in tribunale. Due: individuiamo la minaccia e, al momento opportuno, la eliminiamo. Vi lascio indovinare quale è la mia opzione preferita”. Parlando degli attentati, invitava i slettori a difendersi: “Ditevi che avere un’arma illegale può portarvi in prigione, ma che non averne affatto può portarvi al cimitero!”. Durante la crisi dei gilet gialli, un ex poliziotto – “seguace delle teorie della cospirazione”, hanno precisato in una nota i suoi colleghi 007 – ha tentato di avvicinarsi ai militanti più radicali “per rilanciare la sua formazione” d’ultra – destra “in crisi di visibilità”. Nelle note per i vertici dello Stato, l’intel – ligence rassicura sull’affiliazione di agenti dei “servizi dello Stato” a gruppi della destra radicale: c’è un “calo significativo della permeabilità di questi individui agli ideali dell’ultradestra”. GIÀ NEL MAGGIO 2016, Patrick Calvar, allora capo della Dgsi, aveva lanciato l’allarme davanti alla commissione per la Difesa nazionale e le forze armate: “L’Europa è in pericolo: gli estremismi crescono ovunque e noi dei servizi segreti interni, stiamo orientando le risorse per concentrarci sull’estrema destra. Spetta a noi il compito di anticipare e bloccare questi gruppi che vorrebbero scatenare degli scontri inter comunitari”. In un altro rapporto del 27 giugno 2017, Europol osserva che “se la grande maggioranza dei gruppi estremisti di destra in Europa non ha fatto ricorso alla violenza, essi contribuiscono comunque a radicare un clima di paura e agitazione”. E che, a lungo termine, “un tale clima, fondato sulla xenofobia, i sentimenti antisemiti, antislamisti e anti immigrazione, potrebbe permettere a individui radicalizzati di usare la violenza contro persone e beni di gruppi minoritari”.

Carlo De Benedetti ci ha ripensato: rivuole il controllo di Repub – bl ica e del resto dei giornali e delle radio infilati nella Gedi Spa per “rilanciare il gruppo”. E da chi lo rivuole? Dai suoi tre figli, a cui l’Inge – gnere, oggi quasi 85enne, aveva lasciato anni fa le quote della finanziaria di famiglia, la Cir guidata da Rodolfo, e a giugno 2017 – a un anno dalla fusione con La Stampa (la famiglia Agnelli) e il Secolo XIX (Perro – ne) – anche la carica di presidente del gruppo editoriale, passata a Marco. PROBLEMA: i pargoli e gli altri soci di Cir, a partire dagli spagnoli di Bestinver, hanno rigettato la proposta del patriarca, definita “m an if es ta me nt e irricevibile”e“del tutto inadeguata a riconoscere il reale valore della partecipazione”. Di guerre familiari nel mondo degli affari se ne sono viste mille e più, la particolarità di questa è che, pur essendo vera, s’è aperta con una battaglia finta: l’offerta d’acquisto, infatti, pare congegnata proprio per essere rifiutata, come poi è puntualmente accaduto. Partiamo dai fatti. La mossa d’apertura l’ha fatta lo stesso De Benedetti padre con un comunicato all’Ansa, in cui faceva sapere che venerdì la sua società Romed (quella che fece una bella plusvalenza sulle banche popolari grazie a una soffiata di Renzi) aveva presentato un’offerta cash alla Cir per il 29,9% della Gedi al prezzo di chiusura in Borsa di giovedì, cioè 0,25 euro per azione. E qui sta l’inghippo: l’Ingegne – re proponeva, in sostanza, di comprarsi il controllo del gruppo con 39 milioni prendendo per il collo la Cir. Basti dire che solo un anno fa quelle azioni valevano circa 0,35 euro e all’inizio del 2018 addirittura 0,80 euro: venderle al prezzo di giovedì significava per la Cir scrivere una discreta perdita a bilancio. Questo senza contare che, quando si tenta di prendere il controllo di un gruppo, in genere l’acquisto è fatto riconoscendo agli azionisti un “prem io” sul valore di Borsa: un incentivo a vendere, per così dire. Perché allora – come scrive Cir Spa declinando l’offerta – l’Ignegnere ha fatto una proposta “manifestamente irricevibile”? In attesa che lo spieghino i protagonisti, le congetture si sprecano. Una risposta sta forse nei contrasti sotterranei degli ultimi mesi tra De Benedetti senior e la compagine azionaria del gruppo Gedi. Non si parla tanto o solo di linea editoriale (ma il nostro vorrebbe Repubblicaall’oppo – sizione dei giallorosé), quanto dell’andamento di una società che, pur avendo potenzialità, non se la passa bene: secondo i soci forti (Cir, che ha una quota di controllo del 45%, la famiglia Agnelli e i Perrone), entro un paio d’anni non basteranno più i tagli e bisognerà iniziare a perderci soldi, cosa che nessuno pare intenzionato a fare. Questo il contesto in cui hanno iniziato a susseguirsi le voci di vendita del gruppo e/o di ingresso di un socio forte nell’azionariato: un anno fa si parlò dell’imprenditore ceco Daniel Kretinsky, già azionista di Le Monde (“fantasie”, le liquidò Marco De Benedetti); poco prima dell’estate invece –a quanto risulta al Fatto–era vicino l’ingresso nella società del Qatar Investment Authority, fondo che ha già cospicui interessi in Italia, operazione stoppata proprio dall’In gegnere; nelle ultime settimane, invece, si dava per certo che la quota di controllo sarebbe passato alla Exor di Elkann e della famiglia Agnelli, oggi detentrice del 6% (qualcuno diceva per vendere poi tutto, qualcuno per gestire). La cosa era talmente nell’aria che il direttore di Rep ubblica, Carlo Verdelli, ne aveva accennato in una riunione di redazione. A COSA SERVE, dunque, l’of – ferta “manifestamente irricevibile” di Carlo De Benedetti? L’interpretazione che va per la maggiore nel mondo dell’ex gruppo Espresso è che sia una mossa per far uscire allo scoperto le intenzioni dei tre figli e di John Elkann attorno alla società e, soprattutto, al quotidiano a cui l’Ingegnere ha legato la sua vita: il patriarca punterebbero, in soldoni, a far venir fuori il fantomatico compratore di Gedi e a sottrarre almeno Repubblica a un destino poco chiaro o poco in linea con la sua storia blindandone la proprietà in una Fondazione in via di costituzione. In ogni caso, non una dimostrazione di fiducia nelle capacità imprenditoriali e nella tenuta etica degli eredi, che ovviamente non l’hanno presa bene: “Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata né concordata presa da mio padre”, dice per tutti il primogenito Rodolfo.

Per i volumi può rappresentare ancora una nicchia. Ma l’asset delle Residenze per anziani (Rsa) è tra i più promettenti a livello immobiliare e finalmente anche l’Italia inizia ad attirare l’interesse degli investitori. Nel 2017 questo segmento ha raccolto volumi per circa 550 milioni di euro. Nel 2018, secondo Bnp Paribas Real estate, sono stati 400 milioni. Ma è una flessione che ha colpito un po’ tutti i comparti commerciali, dal momento che il 2017 era stato l’anno record per gli investimenti nel nostro Paese (11 miliardi totali). Ciò che conta è che questo segmento, che si considerino strettamente le Rsa per non autosufficienti, o che si allarghi lo sguardo verso il fenomeno del senior housing, ha sempre più mercato. «È un settore a metà tra l’immobiliare e l’infrastrutturale, che rappresenta un ottimo modo per diversificare e proteggere i portafogli, soprattutto nei momenti di ciclo economico debole», ha affermato in un recente convegno Giuseppe Oriani, ceo per l’Europa di Savills Investment Management. Ma che cosa attira gli investitori? In primo luogo, si tratta di un investimento a basso rischio, che si traduce in una sostenibilità dei canoni su un arco temporale medio lungo. «A questo, concorre il fatto che nel sistema italiano, così come in quello francese o tedesco, solo una parte delle rette di degenza è a libero mercato, ma una quota consistente è coperta dal pubblico, nel nostro caso dalle Regioni. Questo è un elemento di garanzia per chi investe», spiega Pio De Gregorio, responsabile Industry trend & benchmarking analysis di Ubi Banca, che ha redatto un accurato studio sul settore. Naturalmente fanno gola i rendimenti medi lordi, stimati in un range compreso tra il 6% il 7,5%. La dinamica demografica è legata a doppio filo a questa classe di investimento. Infatti, a seconda degli scenari che si verificheranno, e dunque della necessità di posti letto in Rsa, si parla di investimenti in nuove strutture per 15 miliardi di euro entro il 2035, secondo l’ottica più conservativa, o fino a 23 miliardi secondo lo scenario più generoso. L’Italia ha ancora un forte gap da recuperare. In Germania ci sono oltre 12mila strutture per circa 876mila posti letto, in Francia 10.500 strutture e 720mila posti letto, in Spagna rispettivamente circa 5.400 e 373mila, mentre in Italia si contano poco più di 4mila Rsa e poco più di 200mila posti. «La classe dimensionale è determinante per attirare gli investitori – suggerisce ancora De Gregorio –. Le strutture più vecchie, che non superano i cento posti, non sono interessanti o al massimo possono essere inserite in un network cittadino più ampio. In generale, però, per garantire economicità devono essere almeno sopra i 120 posti ed è proprio su questa classe che si stanno concentrando le nuove operazioni», dice l’esperto di Ubi Banca. In Italia sono una ventina gli investitori istituzionali tra Sgr e Sicaf che gestiscono nei loro portafogli delle Rsa, inseriti in 21 fondi immobiliari, che racchiudono una cinquantina di strutture per oltre 5mila posti letto. E non mancano movimenti e nuovi progetti. Il gruppo Mittel, tramite la controllata Zaffiro, ha chiuso un accordo di sale and lease back con Primonial Reim (investitore internazionale con 37 miliardi di massa gestita) per l’acquisizione di sei strutture immobiliari relative a Rsa già operative e per la realizzazione nei prossimi anni di un programma di acquisizioni per 120 milioni di euro. La prima residenza passata di mano, per 15 milioni, ha comportato per Zaffiro una plusvalenza di 5 milioni. Nel biennio 2019-2020 si è rafforzata la presenza nel settore di Cattolica assicurazioni, che ha dato vita al Fondo innovazione salute (istituito e gestito da Savills Investment Management), in cui Cattolica sarà investitore di maggioranza (con circa l’80% dell’equity del fondo) che prevede l’apporto di 10 Rsa, in due tranche, per un totale di 800 posti letto e un investimento complessivo pari a 150 milioni. Ream Sgr (fondi Geras) ha acquistato una nuova residenza in estate a Bra (Cn), per circa 8 milioni di euro, e portato a 1.300 il numero di posti letto in portafoglio. Attivi anche gli operatori non finanziari, ma specializzati sia nella realizzazione sia nella gestione, che investono in Italia ma si spingono anche oltre confine. Tra i principali c’è Kos group, parte del gruppo Cir (all’attivo circa 80 residenze per oltre 8mila posti letto, 550 milioni di fatturato) che ha appena inaugurato una nuova strutture nelle Marche e ha chiuso l’acquisizione di un importante operatore in Germania (Charleston). La friulana Sereni Orizzonti (presente in Italia, Germania e Spagna con 80 strutture, 5.600 posti letto, 200 milioni di fatturato) sta realizzando ex novo o ristrutturando 10 Rsa tra le province di Milano, Bergamo, Torino, Vercelli, Bologna e in Sardegna. Ma ha anche deliberato un piano di nuove acquisizioni in Europa per 30 milioni di euro.

 

Il condominio che taglia i consumi dell’80%

Verrà presentata domani, in viale Murillo a Milano, la riqualificazione di un condominio avvenuta grazie al meccanismo della cessione del credito d’imposta generato dai bonus edilizi. In pratica, attraverso l’utilizzo di un mix di incentivi nazionali e locali, i condomini hanno dovuto anticipare solo il 30% del costo dell’intervento. I lavori hanno portato a un risparmio energetico superiore all’80% (pari a 48kW/mq), oltre alla bonifica e ristrutturazione dell’intero edificio. Il progetto è stato portato avanti da Enel X con il supporto tecnico di Teicos Group e Rockwool. Nel 2018 le tre aziende hanno sostenuto la campagna di Legambiente Lombardia «Condomini Efficienti», dedicata alla divulgazione degli incentivi messi a disposizione dal Comune di Milano con il bando BE2. A questi ultimi si sono aggiunti i vantaggi delle detrazioni fiscali: il credito di imposta generato dall’ecobonus è stato acquisito interamente da Enel X che ha investito sul progetto. Il condominio di viale Murillo era in classe energetica G, con un consumo pari a 175kW per metro quadro all’anno e riscaldato ancora a gasolio. Presentava importanti problemi di infiltrazione sulla copertura e di degrado della facciata. Gli interventi si sono concentrati sull’isolamento termico a capotto, sul rifacimento della copertura, sull’isolamento delle salette del piano terra e di tutti i vani riscaldati. Infine, è stata eseguita la sostituzione dell’impianto termico con una pompa di calore a gas. Si tratta di interventi che hanno permesso il miglioramento della classe energetica da G a C con una riduzione dei consumi prevista di oltre l’80%. «Enel X – sottolinea il responsabile Italia Alessio Torelli – si propone come partner dei condòmini, offrendo soluzioni tecnologiche avanzate per rendere gli immobili un luogo più sicuro ed efficiente. Strumenti come ecobonus e cessione del credito rappresentano un’opportunità». —Michela Finizio © RIPRODUZIONE RISERVATA A MILANO I

Ma davvero non esiste un mondo in cui “buongiorno voglia dire davvero buongiorno?”. L’illusione sull’intima bontà dell’uomo – la stessa di Anna Frankespressa da Cesare Zavattini in Miracolo a Milano e ricordata dalui,in ogniintervista, con voce di tuono,mi accompagna da quasi un quarto di secolo. Esattamente dal’95, da quando, giovane cronista, conobbi il mito gentile di Cesare Zavattini in una storica mostra alla Pilotta di Parma, Una vita Za’ che ne raccontava proprio ai giovani la multiforme attività di scrittore, critico, giornalista,illustratore, pittore, sceneggiatore, poeta. Oggi, a trent’anni dalla morte, è sacrosanto che l’Italia ne celebri l’opera. Zavattini in arteZa’,fu probabilmente, con Leo Longanesi, il più grande genio poligrafico ed intellettuale (intellettuale ovviamente a suainsaputa) multitasking del ’900. Ma tra i due c’erano differenze essenziali. Tanto Longanesi, il “carciofino sott’odio” si erigeva a baluardo e pungolo della borghesia, tanto Za’, il diavolone padano,inondava d’ottimismoil popolo. S’ispirava all’uomo comune alle prese con un «banalechenonesiste: basta scavarein ogni piccolo fatto e diventa una miniera», diceva inaugurando quello che oggi chiameremmo, in senso buono appunto, il populismo letterario. Zavattini mi piaceva perché usava racconti brevi, parole semplici e storie illuminate da un’ironia tipica della bassa del Po; era una specie di Mark Twain che s’aggirava tra Luzzara, Parma e Reggio Emilia, con qualche capatina a Roma dove, en passant, s’incontrava con Vittorio De Sica per inventare il cinema neorealista («Noi due siamo come il cappuccino, che non si sa il latte qual è, e qual è il caffè, ma c’è il cappuccino»). Ma il suo vero mondo era piccolo almeno quanto quello di Guareschi. ARTICOLI STRAORDINARI Ciononostante era in grado, per la Gazzetta di Parma e Cinema e Illustrazione, di compiere voli immaginari in America, inventandosi attraverso le sue Cronache daHollywood, corrispondenze straordinarie e e firmate nei modi più assurdi (Jules Parme, Louis Sassoon, Kaiser Zha…). E la sua passione per l’arte era d’ispirazione contadina, dal 1941 prese a collezionare mini quadri 8×10 cm; «A tutti i pittori ho chiestol’autoritratto, così ho anche gli autoritratti di quasi tuttii pittoriitaliani nelle dimensioni suddette», diceva. E per anni lo circondarono i volti di: Fontana, Burri, Balla,DeChirico, Savinio,Capogrossi, Severini, Rosai,Casorati, Sironi,Mafai, Soffici, De Pisis,Campigli, Afro,Consagra, Depero, Guttuso, Sassu, Dorazi. La collezione si disperse causa debiti, salvo poi riapparire alla Pinacoteca di Brera nel 2008. Da ragazzino,inoltre, ho amato Zavattini pur conoscendolo solo come soggettista di fumetti: il suo Saturno contro la guerra, pubblicato su Topolino nel ’36, mettevalafantascienzaitaliana sullo stesso piano di Flash Gordon; e La grande avventura di Marco Za (suo figlio) del ’49 fu uno dei migliori apologhi sulla Liberazione. Entrambi vennero tradottiininglese. Questo per dire l’eclettismo dell’uomo. SPIRITUALE Di Za’, giustamente, oggi si ricordala vena neorealista: le novelle di Parliamo tanto di me; la storia di un misero travet in I poveri sono matti; gli oltre quaranta racconti “minimi”, surreali e simbolici, diIo sono il diavolo. E Miracolo a Milano,eTotò il buono, sul bambino nato sotto un cavolo che salva i poveri “baracchesi”.Maleggendo il Ritratto di Cesare Zavattini scrittore di Gualtiero De Santi (Imprimatur) si intravede in lui quasi una ricerca spirituale che odora di Vangelo: «Scrivere vuol dire raccontare storie di uomini nelloro travaglio spirituale – il resto non conta – o sarei disposto perfino a misconoscere l’arte se questa fosse solamente un gioco, per mirabile che sia», sosteneva Za’ con la solita drammaturgia. C’è un episodio chemelo rese straordinariamente affine. Nel ’74 invitato alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro Za’ venne attaccato da un gruppo di giovani intellettuali comunisti che gli diedero del “sentimentale socialdemocratico”, e se ne andò tra i fischi augurando a tutti “Buongiorno”. Il suo “buongiorno”, quello che davvero suggerisce anche al tuo avversario di passare una buona giornata, perché ne arriveranno sempre di buie. Ma con un sottotesto: questi stronzi passeranno e io rimarrò…

Incredibile, già oltre trent’anni fa, Indro aveva intuito, come egli dimostra in questa antica intervista, che i giornali sarebbero caduti in una profonda crisi. Aveva ragione e gliene rendiamo atto.

Sapevo che Montanelli non è un uomo ordinario, ma non a questo punto. Forse quanto il mitico Longanesi, sul quale ha scritto, conla collaborazione di Staglieno, un libro che comincia ainvaderele vetrine e avrà successo perchéin quelle pagine il conte di Bagnocavallo è più vicino di quando era vivo: lui ela sua Italietta che non è cambiata, ed è come la nostra, meschina e piccolo-borghese, ambiziosa e bugiarda. L’anticamera del direttore delGiornale riserva la prima sorpresa, un merlo parlante. E il fatto eccezionale non è che parli, ma quel che può dire (…) (…) e ha detto. Dimora in una comune gabbia piazzata al centrodella stanza,davantialla scrivania della gentilissima segretaria. Sembra un uccello per bene, e lo sarà: ma che lingua. Mi ha accolto con un fischio poderoso da Tee in ritardo, e già questo era interpretabile come un brutto segno:forse suscitavo basso gradimento. Poi, cogliendomi alla sprovvista, mi ha chiesto: «Fischio bene?». Credevo scherzasse e sono stato al gioco. «Mica tanto», gli ho risposto. Nonl’avessimai detto. Con voce fredda e tagliente mi ha liquidato così: «Vai al diavolo». Giuroche sono rimastomale. Che sia un volatile da guardia? Probabilmente è un test per selezionare i visitatori: quelli che lo superano, e non scappano, sono attrezzati per affrontare il più pungente e anticonformista, amato e odiato, dei giornalisti italiani. Cioè il più bravo di tutti. Mi sembra scortesedomandarea IndroMontanelli ragione dell’impertinente pennuto; ma l’ho scoperta lo stesso con una piccola indagine di corridoio. È un merlo adottato, era di Angelo Rizzoli. Quando l’editore si assentò per i noti e dolorosi motivi, lo affidò a numero uno delGiornale, che lo portò nello studio. Perché successivamente sia stato trasferito in segreteria, questo non l’ho accertato, ma considerata l’originalità concui saintratteneregli ospiti immagino che la sua attuale collocazione risponda a un sottile disegno del padrone: far capire ai nuovi venuti, con una burla innocente ma densa di significato, che lì si parla chiaro ed è gradita la sintesi. Montanelli perfortuna, pur essendo schietto almeno quanto l’uccello, era molto più cordiale. Mi accoglie, se non esagero, con affetto. È altissimo, magro, gli occhi sono di quelli che non riescono a fissare, trapassano. Mi dà del tu, come usa nella categoria, col sottinteso che dovrei ricambiare. Ma continuerò conillei. Saremo colleghima è meglio non montarsi la testa, finché ne rimane un briciolo. Ha 75 anni, più di cinquanta trascorsi nei giornali: migliaia di articoli e decine di libri; un primato di quantità e, soprattutto, di qualità. Glielo riconoscono perfino i nemici, e non ne ha pochi. La prima volta che misi piede in una redazione, vent’anni fa,mifecero scrivere tre o quattro volte la stessa notizia. Erano dieci righe e non andavano mai bene.Non volevo protestare, ma aspiravo a una spiegazione. Il capocronista non sollevò neppurelo sguardo daifogli,mi disse: «Chi credi di essere, Montanelli?». Adesso che ce l’ho qui davanti mi sembra uno normale: dove sarà andato a prendere tanta bravura? È vestito come un gentiluomo di campagna, tweed da ogni parte. La sua stanza è piccola, troppo piccola per essere quella del più grande. Assomiglia allo studio di un avvocato di provincia, raccolta e senza ombra di ostentazione Comincia lui: «Allora, che cosa ti devo dire?». Come mai proprio adesso un libro su Longanesi? «Desideravo farlo da tempo, mame nemancava per unimpegno di questa portata. Poi s’è offerto Staglieno che ha compiutounlavoro ottimo:anche ricerche d’archivio, recupero di materiale. E allora s’è potutofare.Manon basta. Longanesiè complesso,nonè riducibile in una biografia: il rischio è di tirarne fuori una macchietta; invece era un uomo di sconfinata qualità. Le opere che ha lasciato sono un nulla a confronto di quello che ha seminato e sperperato regalando ad altri. La speranza è che, dopo di questo ci possano esserealtri libri su dilui. Siamo soltanto agli inizi». Quale era la dote migliore di Longanesi? «Senza dubbio, il gusto. Raffinatissimo. Non ha mai detto né approvato una volgarità. E il feeling. Le sue intuizioni erano folgoranti, capiva anche quello che non sapeva. Aveva l’intelligenza dei valori, non gli è mai sfuggito un talento, si direbbe che ne sentisse l’odore a distanza. Non era avaro: le idee che gli venivano, ed era un getto continuo, le metteva a disposizione di chile apprezzava; suggeriva come dovevano essere realizzate e finché non arrivavano al successo non aveva pace». Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha dato? «La mentalità dell’anticonformismo: non schierarsi col piùforte,nonandarein soccorso del vincitore, come usa oggi e, forse, usava ieri e l’altro ieri. Leofuantifascista quandoilfascismo era in auge e senza oppositori; crollato il regime, non pronuncio più una parola oltraggiosa e non si appiccicò alcunamedagliaalpetto. Fucritico con la democrazia come lo era stato prima: aspro e sarcastico. Andava contro tutti e non gli veniva in tasca nulla. Hadatomoltoeha ricevuto poco: è morto con cinquanta milioni di debiti». C’è un episodio che ricorda volentieri, che le è rimasto più impresso? «Tanti. Ci vorrebbe un volume per raccontarli. Questo m’è venuto in mente ieri. Leo era direttore di Omnibus, più della metà del lavoro la faceva lui. In redazione eravamo Pannunzio e io, e ci capitò per mano un libraccio, intitolato Il Piave, di un autore sconosciuto. Cominciammo a leggerlo, era una porcheria in piena regola, retorico e ridondante, traboccava fesserie. Ci prese una riderella irrefrenabile e sfottemmo quel prosatore da quattro soldiche ci sembravail peggior imitatore di Sem Benelli. Entrò Longanesi: “Qual è la ragione del divertimento?” ci domandò. E gli mostrammo il libraccio. Lesse mezza pagina e ci copri di invettive: “Siete due cretini, non capite un accidenti, qui sotto c’è un talento”. Incaricòme di scovargli quell’autore, era Vitaliano Brancati. Lo rintracciai: lavorava al Tevere, il giornale più ossequioso dell’epoca, una sinfonia del fascismo. Il povero Brancati ci ricavava da vivere, era giovane, avrà avuto vent’anni. Gli riferii che Longanesi aveva piacere di incontrarlo, e si eccitò: normale,perché Leoeragiàunmito. L’incontro avvenne a Milano. Brancati forse si aspettava un elogio, invece l’altro gliene disse di tutti i colori: “Smettila di scrivere queste stupidaggini, tu devi raccontare storie di corna e dongiovannismo della Sicilia, datti da fare”. Praticamente gli aveva dettato anche il titolo.Vitaliano Brancatiè nato così. E Buzzati? Leo lesse un suo racconto sbagliato, non dico brutto, ma sbagliato, eppure indovinò il genio: gli suggerì Il deserto dei tartari. Longanesi era un rabdomante». Come faceva? «Che ne so, in mezzo a cento pescava quello giusto». Lei come fu pescato? «Ero giovane, ma avevo già scritto: fui letto e pescato». E Pannunzio? «Lo prese al bar». Come al bar? «Pannunzio aveva vent’anni, era nessuno. Leo lo conobbe al banco del caffè: due chiacchiere, un’occhiata, e via, selo portòin redazione. La sua forza era l’intuito, un’intelligenza femminile. Da lui non c’era da aspettarsi un ragionamento fondato sulla logica, non ne era capace. Ma se si trattava di andare a naso, era infallibile». Da chi era stimato e da chi odiato? «Probabilmente lo odiavano soltanto i fessi». Quanto ha inciso nel giornalismo? «Ha inventato quasi tutto. Nel nostro mestiere non c’è nulla che Longanesi non avessegià sperimentato, dalla graficaal taglio degli articoli.Omnibus, che è degli anni Trenta, è un esempio: basti sfogliare le raccolte. Si può dire che lo facesse da solo, lavorava incessantemente.Oggi sivive di rendita su quello che ha insegnato dilapidando la propriaintelligenza». Se non sbaglio non halavorato assiduamente per i quotidiani: perché? «Scrisse articoli per la Gazzetta del Popolo. Ma preferiva stare in proprio, era un artista artigiano. E gli piaceva spingere gli altri, non gli importava di apparire». Le sue battute sonomemorabili: quale le è rimasta più impressa? «Ce n’è raccolte intere, l’imbarazzo è nella scelta. Ne produceva ogni giorno, sempre improvvisando: e non ha mai detto due volte la stessa, aveva orrore delle ripetizioni». È stato un grande maestro, ma lui da chi aveva imparato? «Da sé. Crebbein un piccolo paese, i suoi orizzonti culturali erano limitati. Era un genio innato,non solamente perilgiornalismo ma anche per l’arte: fuil primo a comprendereMorandi». Cos’è cambiato nel nostro ramo dai tempi di Longanesi? «Nonvedo talenti nuovi.Forse non ce ne sono più, o restano nell’ombra perché non c’è lui a scoprirli». I settimanali, popolari e non, sono migliorati o peggiorati da allora? «Peggiorati. Sono mediocri imitazioni di quelli cheluifaceva benissimo; non si fa che rimasticarlimale e senzaaggiungervi una novità, senza guizzo». Immagina cosa avrebbe fatto se non fosse morto così presto? «C’è da ringraziare Iddio, non avrebbe risparmiato nulla e nessuno, ma gli sarebbe toccato di vedere troppe brutture indigeste.Certo, coseneavrebbe fatte, anche Il Giornale, e sarebbe stato meglio. Era un grande direttore d’orchestra, noncomeme che sono un solista: mi manca il colpo d’occhio per avere sotto controllo, in un attimo, la situazione completa. Anche coi giovani: ne avrebbe coltivati parecchi; io pochini, non ho il suo fiuto sugli uomini». Di Pertini e di Craxi cosa direbbe? «Ah, come mi mancano i suoi giudizi. Chissà che sarebbe uscito da quella bocca». Con Pertini ci ha provato anche lei. «Una piccola prova». Lei assomiglia a Longanesi? «In certe cose sì». Quali? «Nell’andare contro corrente e nel ripudio della retorica». Nella categoria oggi c’è un Longanesi? «No. Non scherziamo». I migliori giornalisti sono gli anziani: lei, Scalfari, Biagi e pochi altri che non cito per brevità. Nessun giovane. Come mai? Solo i cretini adesso si danno al giornalismo o c’è qualche altra ragione? «L’appiattimento. Questo è il tempo delle masse, che travolgono e azzerano anche le miglioriindividualità. Nei giornali arrivano quintali di agenzie e si finisce per manipolare quelle, anziché scrivere articoli. Si tende al grigio e non ci sono opportunità per chi ha il piacere dell’acuto, è soffocato dal coro». I direttori non hanno responsabilità? «Forse, ma anch’essi subiscono probabilmente l’appiattimento, si abituano ad avere un giornale monocorde e non vanno in cerca della nota nuova: si rassegnano. Anche perché,frai diritti sindacali e diritti vari, al direttore restanomargini angusti di manovra». Se lei avesse vent’anni, che mestiere cercherebbe di fare, ancora i giornalista? «Non lo so. Questo mestiere mi è piaciuto e mi piace, sono felice di averlo scelto, anzi di essere stato scelto dal giornalismo. Ma oggi è meno importante, se cominciassi adesso mi sentirei meno scoraggiato. Potrei arrivarci da altre strade, magari dalla storia, che amo e credo di conoscere e per la quale qualcosa hofatto. La vita di redazione si è imbarbarita, meglio essere un collaboratore che un redattore: si porta l’articolo al giornale e del resto ci si disinteressa». Nella situazione attuale rifonderebbe Il Giornale o la sua nascita èlegata a un’epoca? «Mi sono stufato di trovare tanta gente che ci dà ragione. Ma per cinque o sei anni qui s’è lavorato come un ghetto. Se il clima in Italia è cambiato, lo si deve anche al Giornale che è stato a lungo una voce diversa: quasi tutto quello che dicevamo si è rivelato esatto, purtroppo. Abbiamo avuto un pubblico che ha creduto in noi e in noi continua a credere. Ce lo teniamo. Non posso dimenticare quegli anni di “confino”. Ebbi un incidente e qualcuno se ne accorse. Non m’importa ilfattoin sé, quelloè una stupidaggine: ma né Il Corriere né La Stampa misero il mio nome nei titoli, e questo la dice lunga sulla mentalità che dominava, avevano paura a citare uno del ghetto; Piero Ottone e Arrigo Levi si vergognino. Scrivi, scrivi pure: si vergognino». È vero che i quotidiani, con la Tv e l’informatica che spopolano, sono destinati a scomparire, quantomeno a perdere d’incisività? «Non credo. Ma devono cambiare. Sulla rapidità nel dare le notizie sono sempre battuti dalla miriade di radio e televisioni, e diminuiscono i lettori che li comprano solamente per sapere quello che è successo. Ma aumenta la richiesta di commenti e di opinioni, e su questo terreno l’importanza dei quotidiani è addirittura in crescita. Complessivamente il numero delle copie resterà quello attuale: il guaio è che gli italiani costituzionalmente leggonopochigiornali, preferiscono i settimanali perché sono più svelti e disinvolti». C’è un articolo che non ha mai osato scrivere? «No, li ho scritti tutti, e sono anche troppi». Le è venuta voglia di smettere? «Mai.La salutenonmimanca. Finché c’è inchiostro c’è speranza». Credo che lei dal giornalismo abbia avutomolto,moltissimo. Cosa si aspetta ancora? «Niente. Vorrei morire su questa sedia, davantialmio tavolo. Vivo per il giornalismo finea se stesso, nonmiinteressa altro: né politica, né titoli, né patacche. Ho sempre rifiutato ciò che col lavoro non c’entrava». Se avesse un figlio che vuol fare il giornalista che consiglio gli darebbe? «Grazie a Dio non ho figli. Oggi, averne, sono soltanto problemi. Ma se ne avessi le possibilità sarebbero due: o avrebbeuna vocazione spiccata, e in tal caso farebbe di testa sua e finirebbe in un giornale, sottoponendosi alla trafila che tocca a tutti; al massimo potrei aiutarlo a entrare, perché il primo passo è difficile anche per chi ha buone gambe. Oppure avrebbe una vocazione incerta, e allora lo sconsiglierei». Come si fa ad aver successo? «Cominciandoa noncercarlo». E quando si ha, come lo si conserva? «Infischiandosene d’averlo».