Per abolire il superticket e rivedere il ticket servono più 3,5 miliardi. Ieri il ministro della Sanità Roberto Speranza è tornato alla carica: per l’esponente di Leu cancellare la maggiorazione di 10 euro su ricette di diagnostica e visite specialistiche ambulatoriali rappresenta una priorità,ma i tecnici di Lungotevere Ripa hanno calcolato che per attuare l’intervento bisogna reperire 550 milioni di euro di risorse extra. A cui si sommano i 3 miliardi di euro necessari per riformare il ticket, considerato che il gettito derivante dal contributo non potrà subire variazioni: oggi la compartecipazione alla spesa sanitaria dei cittadini vale per la precisione 2,968 miliardidi euro. PORTA STRETTA L’ultima parola spetta però al ministero dell’Economia, già alle prese con le richieste avanzate in vista della prossima legge di Bilancio da altri ministri del Conte bis. Da Lorenzo Fioramonti, che hachiesto 3miliardi per la scuola, a Fabiana Dadone, che ne vuole 5 per il pubblico impiego. In questa fase, però, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia sull’Iva e il taglio del cuneo fiscale hanno la precedenza. Risultato, per Speranza e gli altri non s’intravedono al momento stanziamenti extra all’orizzonte. Favorevole all’abolizione del superticket anche il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti, che ieri in un post su Facebook ha rilanciato la proposta del ministro della Sanità. Introdotto nel 2011, il balzello viene applicato nella misura piena (10 euro) in nove regioni, tra cui ilLazio, laLiguria, l’Abruzzo e la Sicilia. In Lombardia, dove sono già esenti il 60 per cento dei pazienti e il 75 delle prestazioni, la sua cancellazione costerebbe attorno ai 100milioni. InSardegna e Valle d’Aosta la maggiorazione non è stata introdotta. Secondo i calcoli del ministero della Sanità, per eliminare la tassa basterebbe trovare in realtà 490milioni di euro, considerato che 60 milioni sono già stati stanziati l’anno scorso. Per quanto riguarda invece la riforma del ticket sanitario, il progetto è di modulare l’importo del contributo sulla base del reddito familiare dell’assistito, come avviene per esempio in Toscana. Il tutto però senza che il gettito che ne deriva subisca variazioni. Oggi la compartecipazione dei cittadini vale 2,9 miliardi di euro annui, di cui circa 1,6 miliardi provengono dai ticket sui farmaci. Per i farmaci l’importo del ticket varia da uneregione all’altra: inCampania si spendono 36,2 euro, mentre in Piemonte 16. Per le prestazioni specialistiche si passa dai 64,2 eurodella Valled’Aosta agli8,5 euro della Sicilia. Risultato, la quota pro-capite totale per i ticket cambia notevolmente a seconda del luogo: nel Lazio è pari a 46 euro, in Liguria sale a 56 euro, in Calabria si ferma a 41 euro. Gli unici a non partecipare alla spesa sanitaria sono gli over 65 e i malati cronici.NellaNotadi aggiornamento al Def il governo rosso giallo ha espresso la volontà di eliminare progressivamente il superticket. Secondo ilministrodella Sanità la maggiorazione di 10 euro non consente a molti cittadini di accedere al sistema sanitario nazionale. Per quanto riguarda invece i ticket sanitari l’obbiettivo è di porre fine a quella che molti definiscono una vera e propria giungla, caratterizzata da notevoli differenzesulpianoregionalesia sotto il profilo degli importi che delle regolechenemodulano l’entità. GLI OBIETTIVI Il progetto delministro della Sanitàprevedeche l’importodel ticket venga calcolato in futuro sulla base del reddito familiare equivalente rapportato alla numerosità del nucleo familiare. A tale scopo si punta a definire quattro fasce economiche di appartenenza: per i redditi familiari fino a 36mila euro, da 36 mila a 70 mila euro, da 70mila a 100 mila euro e superiori a 100 mila euro. Non solo. A Lungotevere Ripa si ragiona anche sulla possibilità di stabilire una soglia di spesa per i ticket oltre la quale gli assistiti non dovranno più versare il contributo. Ogni anno i malati spendono in media per visite e accertamenti diagnostici 406 euro per 2,6 prestazioni l’anno, corrispondenti a 156,4 europerprestazione.
Dicono che una folla così, in una manifestazione del Pd, non si vedeva da tanto tempo. Ma per Nicola Zingaretti, che apre la campagna elettorale di Vincenzo Bianconi, primo candidato unitario tra dem e grillini, esperimento ad alto rischio, nella palestra ai piedi di Perugia c’è il pienone. E un comizio è un comizio: «La terra di San Francesco non sarà mai la terra dell’odio che vuole Salvini!», grida Zingaretti. LA RUSPA E intanto la ruspa leghista si muove al massimo in questo cuore dell’Italia rossa che sta cambiando pelle, il capo lumbard s’e piazzato qui e fino al 27 ottobre non toglierà le tende (addirittura si narra che voglia affittare una casa per svernare, sulle orme di Berlusconi che a Lampedusa una villa se l’è comprata per deliziare i locali e poi c’è andato una volta soltanto), ma il Pd su scala nazionale non ha unicamente il problema di un Matteo ma anche quello dell’altroMatteo. Cioè Renzi. «Non mi vedrete mai», premette Zingaretti, uscendo dalla macchina, «scontrarmi con Renzi e polemizzare con lui». Perché non è nel suo stile e lei è un buonista incallito? «Non si tratta di un fatto caratteriale e comportamentale. O di chissà quale altro motivo. La ragione è semplicissima. Un leader non deve dire parole divisive. La leadership, come dovrebbe essere chiaro a tutti, deve avere sempre una bussola tra le mani, che è quella dell’unità. Si va lontano, se si procede tutti insieme. Facendo polemiche, si resta fermi». Ed è un modo chiaro, considerando la prudenza del personaggio, di schierarsi dalla parte di Conte e di Gualtieri (complimenti per entrambi: «Stanno raddrizzando la sottrazione») e non da quella di Renzi che a partorire dalla vicenda cuneo fiscale ha deciso in ogni modo di incalzare il governo. E se nel Pd Andrea Orlando – un gioco delle parti con Nicola, il poliziotto buono e il poliziotto cattivo? – va giù durissimo contro il leader scissionista di Italia Viva, il segretario dem usa altri modi e altre parole per stigmatizzare, senza attaccarlo frontalmente, l’ex compagno di partito. Osserva il segretario, mentre la folla lo aspetta per applaudirlo: «Occorre in questo Paese riattivare la speranza e non le divisioni tra di noi. Quelle i cittadini non le possono vedere. Fare le cose, ecco, e non dire parole divisive. Se ci atteniamo a questa regola, funzionerà tutto bene. Già il governo ha recuperato un bel po’ dei danni finanziari creati dalle sparate di Salvini. Con i suoi show, i mojito, il Papeete e le raffiche di sparate e di polemiche il capo leghista ha tolto dalle tasche degli italiani 20 miliardi di euro e li ha bruciati». Sì, va bene (anzi, no) ma Renzi? Nicola non alza gli occhi al cielo, nel sentire nominare il rivale, non fa una smorfia o un segno di fastidio. Zinga è Zinga. Ripete: «Nessuno mi porterà a bisticciare con Renzi, perché io credo che l’Italia abbia bisogno di concentrarsi sui problemi e di capire come risolverli. La strada imboccata è quella giusta. Occorre lavorare tutti insieme. Non è che io adotto la strategia della pazienza, solo perché sono un tipo paziente con Renzi e con tutti. Credo semplicemente che da noi i cittadini vogliano dedizione alle questioni che lo riguardano, e non dobbiamo farci distrarre da altro». E allora, Renzi o non Renzi, Umbria o Italia, la ricetta Zinga ha quella genuinità che appartiene al personaggio. «Dobbiamo stare uniti, allargare, ascoltare e coinvolgere – spiega ancora – e questo vale a livello nazionale e sul piano regionale. Qui in Umbria abbiamo lavorato bene in questo senso e vinceremo». SISTEMA BLOCCATO Il problema è che in Umbria la sinistra che ha governato da sempre, fino a venire percepita ormai come un sistema bloccato e non più efficiente, è stata travolta dagli scandali della sanità e ora bisogna ripartire da capo. Contro Salvini lanciatissimo anche se il suo vantaggio (la candidata è Donatella Tesei) si sta assottigliando e Bianconi, presidente degli albergatori umbri su cui dem e grillini si sono faticosamente incontrati, è nei sondaggi appena due punti sotto l’avversaria. Ma eccolo il Bianconi sul palco, un po’ mistico e un po’ imprenditore (solida famiglia di Norcia). «Correggeremo gli errori nella sanità», promette. APPLAUSI Applausi. C’è soltanto in un angolo un gruppetto di ragazzi grillini, senza bandiere o altri simboli di partito, che sbrigativamente osservano: «Il Pd è tornato a sinistra, e vuole stare con noi. Speriamo bene». Il regista dell’accordo, Walter Verini, veltroniano storico, offre questa diagnosi: «Il Pd alle elezioni europee in Umbria ha preso il 24 per cento e con gli alleati siamo arrivati al 30. Il centrodestra Ha sfiorato il 50 per cento. Oggi la sensazione è che ci sia un riequilibrio». Chissà. Ma riecco Zingaretti, che chiude il suo comizio così: «Non si può andare avanti sgomitando. Ed è un’illusione credere che da soli si può fare tutto. Da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano e noi vogliamo andare lontano». Parole che lui rivolge al Salvini spacca-tutto ma potrebbero fischiare le orecchie anche a Renzi.
Renzi e Conte sono divisi sul modo in cui organizzare i servizi segreti. Renzi vorrebbe che fossero un po’ meno segreti. Mentre Conte vorrebbe che lo fossero un po’ di più, il che significa che Renzi è per il decentramento dei poteri e Conte per la concentrazione. In ballo, vi è anche il rapporto con gli Stati Uniti, che stanno seguendo il dibattito in corso con molta attenzione. Per capire quale sia l’interesse di Trump, schierato con Conte, occorre sapere come sono organizzati i servizi segreti italiani. Prima di sviluppare un ragionamento politico, cosa che faremo tra qualche istante, dobbiamo acquisire alcune informazioni tecniche che ci aiuteranno a capire perché Trump ci sta osservando. In primo luogo, i servizi segreti si chiamano dipartimento delle informazioni per la sicurezza o Dis. Quando la televisione parla del “capo del Dis” intende dire, e non si capisce perché non lo dica, “il capo dei servizi segreti”. È bene chiarirlo visto che, in base a questa terminologia, il cittadino comune non capisce niente. La seconda informazione è che, secondo l’ordinamento italiano, le forze armate rispondono al Presidente della Repubblica, mentre i servizi segreti al Presidente del Consiglio. Quando Renzi era premier, operò per una forte democratizzazione dei servizi segreti. La sua prima mossa fu quella di confermare l’ambasciatore Giampiero Massolo capo del Dis.Massolo era una delle figure più alte della Repubblica, essendo stato il capo irreprensibile della diplomazia italiana per anni. Non essendo un uomo di “apparato”, nel senso che non proveniva dai servizi segreti né alle forze dell’ordine, Massolo stipulò una quantità enorme di convenzioni con le università italiane per “aprire” i servizi segreti alla società civile, ma anche per “avvicinare” e poi reclutare i giovani laureati più brillanti.Massolo volle anche creare un sito internet con l’organigramma dei servizi segreti e tutte le collaborazioni avviate con le università. La secondamossa di Renzi fu quella di delegare una parte dei propri poteri aMarco Minniti, il quale diventò l’“autorità delegata”: un altro termine incomprensibile che bisogna spiegare. L’autorità delegata è un sottosegretario alla presidenza del consiglio che si pone a metà tra il presidente del consiglio e il capo dei servizi segreti. Quindi l’autorità delegata è più importante del capo dei servizi segreti e meno importante del presidente del consiglio. In tal modo, Renzi creò una struttura collegiale, a cui Conte sembra opporsi. E qui entra in ballo Trump, il quale vorrebbe che i servizi segreti italiani rimanessero molto segreti perché ha bisogno di ottenere una serie di favori sul Russiagate. I favori che Trump chiede non sono noti a chi scrive, ma lo sono a Conte, che dovrà rispondere al parlamento tra qualche giorno, e all’attuale capo dei servizi segreti, Gennaro Vecchione. Ciò chiarito, le questioni principali sono due. La prima ha a che vedere con l’interesse nazionale dell’Italia oggi e la seconda con l’interesse di una democrazia liberale domani. Nella fase attuale (a prescindere dai chiarimenti che arriveranno da Palazzo Chigi sulla visita del ministro della giustizia Barr in agosto in Italia) con l’attuale assetto di poteri, il governo italiano potrebbe fare alcuni favori importanti a Trump, ottenendo forse un intervento americano in Libia che ponga fine all’assedio di Tripoli, dove si trova un governo sostenuto dall’Italia e dove Eni, e quindi l’Italia, ha enormi interessi giacché gli interessi di Eni coincidono, in larga parte, con gli interessi degli italiani. Trump, in Libia, ha abbandonato l’Italia per schierarsi con l’Egitto, che sostiene l’assedio di Tripoli. Il fine di al Sisi è di trasformare la Libia in un feudo proprio e dell’Arabia Saudita. Se l’Egitto è in vantaggio rispetto all’Italia è, inmisura preponderante, colpa di Trump: grande sciagura per gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo e non solo, visto che ha anche danneggiato le ottime relazioni commerciali tra l’Iran e l’Italia. Quanto al futuro, è bene pensare a un diverso assetto e redistribuzione dei poteri in materia di intelligence. Perché è noto che il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente.
La nascita del nuovo partito renziano comincia a produrre i suoi primi (e inevitabili) effetti sul quadro politico nazionale. Per cominciare, il quotidiano controcanto dello stesso Renzi alle scelte del governo che ha contribuito a far nascere e che dichiara pubblicamente di voler sostenere. Talmente insistente da aver suscitato l’immediata irritazione non solo del premier Conte, ma anche dei leader degli altri partiti che compongono l’attuale maggioranza. Il timore, nemmeno tanto velato, è che si possa produrre il medesimo copione che nel febbraio 2014 portò alla caduta del governo guidato da Enrico Letta proprio a causa del fuoco amico proveniente dallo stesso Renzi. Che prontamente si insediò a Palazzo Chigi come adesso gli alleati temono che possa voler fare a scapito di Giuseppe Conte. L’accusa che si rivolge a Renzi è sempre la stessa: di agire mosso da un innato protagonismo. Di non riuscire a fare gioco di squadra a causa della sua ambizione sfrenata e del suo desiderio di voler essere sempre il primo della classe, se non il capo unico e indiscusso. L’aspetto caratteriale in effetti non va trascurato. Grazie alla crisi agostana scatenata da Salvini, Renzi si è ripreso con prepotenza la scena dopo un lungo periodo di relativo silenzio, seguito alla sconfitta politica alle elezioni del marzo 2018 e alle successive dimissioni da segretario del partito. In quelle poche e concitate giornate, a smentita di coloro che lo davanoper politicamente indeclino,hachiaramente mostratodi possedereun’abilità tattica euna determinazione superiori a quelle dei suoi più diretticompetitori (compresi quelli appartenenti al suostesso campopolitico). Pensareche oggi,dopo averdato un apporto determinate alla formazione dell’impossibile alleanza rosso-gialla,possa giocare il ruolodell’alleatodiminoranza, come tale remissivo e accomodante, significa davvero nonconoscerlo. Ma l’attitudine e la psicologia dell’uomonon sono tutto. Rispetto alcelebre (o infausto) “Enricostai sereno” stavolta le cosestanno inmaniera abbastanzadiversa.Renzi non è piùnelPd.Ha definitivamente sciolto il rapporto ambiguocon quest’ultimo e si è appunto fatto un suo partito: ItaliaViva. Accreditatonei sondaggi del 4-5%ma ancora tutto da costruire: sul piano dell’immaginecome su quello deicontenuti.Per lui distinguersi e rendersi riconoscibile agli occhi degli elettori è dunqueunanecessità vitale.Chi oggi glichiede dinon criticare l’attuale governo,per nonminarne lastabilità e il fragile equilibrioche lo regge, gli chiededunque l’impossibile. Accadràsemmai ilcontrarioda qui ai prossimimesi e forse anni: su ogni puntopoliticamente dirimenteRenzinon potràche marcare la suapeculiare posizione.Rispetto all’esecutivo,non potràche ricavarsi il ruolo dell’alleato tanto leale quanto critico. Ilche ovviamentenon significa automaticamente desiderarne la fine: significapiù semplicementecrearsi uno spazio di autonomia e di riconoscibilità pubblica, avendo curaovviamente dinon tirare troppo lacorda. Unascelta strategica obbligata, essendo il partito di Renzi l’ultimo arrivato sul mercatopolitico, cheperò implica ancheuncalcolo (eun vantaggio) tattico.Col suo voler essere,percosì dire, sempre criticamentecostruttivo rispetto alleposizioni delPd e delM5SRenzi siconfermacome il vero dominus delnuovo esecutivo.Loha fattonascere: secondomolti sulla basediuna suapersonaleconvenienza politica travestitada emergenza democratica (andare al voto anticipato avrebbe infatti impedito al suo partito di decollare e radicarsi, senza considerare la falcidia annunciatadei gruppi parlamentariche gli erano fedeli).Ma può anche farlo cadere. Ilche non vuole dire che lo facciaoche intenda farlo,ma ilsolo detenere questacarta nellesuemani gliconferisce un potere dicondizionamento certamentesuperiore alla sua forza reale (e ancora tuttada valutare). Sempre sulpiano tattico è poi adirpoco evidentequello che è successo in questi giorni.A confrontarsi e a polemizzare tra loro – dunque a riconoscersi come interlocutori ecome figurepolitiche di riferimento – sonoormaiConte eRenzi, con DiMaio eZingarettiche,pur essendonei fatti i detentoridella maggioranzache sostiene il governo, appaiono semprepiù spesso relegati sullo sfondo. Alleatodel Pd edelM5S, Renzi haperò tutto l’interesse a indebolirli, a partiredalle rispettive leadership.Oggi in politicaconta (anche elettoralmente)chimeglio occupa la scenapolitica. SostenereConte inParlamento facendogli tuttavia le pulci e incalzandolo ad ogni passo risponde esattamente a questa necessità: giocare un ruolo da protagonista assolutopur essendo a capo diunpartito ancora piccolo.Renzi sostiene questo governo,ma ovviamente pensa già a quando – probabilmente al termine naturaledella legislatura – si tornerà al voto. Tuttociò detto sulperché il controcanto renziano è destinato acontinuare,c’è ancheda dire che tale controcanto forse andrebbe preso sul serio dai suoi alleati (in particolare dalPd) invece di essere rubricato alla stregua di un irritante desiderio di originalità a tutti icosti.Ci sono molti segnaliche fanno temere che l’alleanza di governo traPd e M5Spossadeterminare, a dispettodelle intenzioni dichiarate,un aumentodella spesapubblica e dei livelli (già assai alti in Italia)di imposizione fiscale. L’assistenzialismodi Stato spacciatoper politiche di equità sociale è,come l’esperienza insegna, lascorciatoia ideologica alla quale i partiti italiani spesso ricorrono quando voglionoconquistare faciliconsensi:un governonato daun pattopolitico assai fragile e tutto interno alPalazzo,come quello rosso-giallo,potrebbe essere facilmente tentato dal perseguirequesta strada. Sempre l’esperienzaci dice inoltreche quandonon sisache pesciprendere ci si riduce a tartassare fiscalmente le categorie socialiproduttive, invecedi perseguire inmodo serio gli evasoripiccoli e grandi. Conquesto governoc’è altresì il rischio cheunmalinteso ambientalismo (anch’esso trasformato inuna bandiera ideologica allamoda) finiscaper bloccareciò dicui l’Italia avrebbe in questomomento più bisogno:politiche industriali che favoriscano realmente la produttività e l’occupazione e investimentipubblici finalizzati allamodernizzazionedella rete infrastrutturale italiana. Perdirla grossolanamente, questo è un governo che presentauno slancio riformista (sul lato economico-sociale) assai ridotto euna accentuata vocazione statal-dirigista: la vecchia socialdemocraziasi è alleatacon i fanatici del Leviatano tecnologico. In questo quadro, le sciabolatedimarca liberal-riformista diRenzi, per quanto le si voglia giudicare strumentali,dovrebbero anche essereconsideratecome un utilebilanciamentocritico, come si è visto nelcasodella polemicasull’aumento dell’Iva (Renzi ècontrario a qualunque ipotesi di rimodulazionedelle attuali aliquote) o diquella sul cuneo fiscale (per il leader di ItaliaViva la riduzionedelle tasse sul lavoro ipotizzata dal governo è ancora troppo modesta). Renzi in fondo sta dicendo unacosa semplice:un governo troppoorientato a sinistra è il migliore regaloche si possa fare alla destra.Una provocazione inutile o un avvertimento che i suoi alleati per primi dovrebbero meditare?
I contenuti della piattaforma streaming saranno disponibili per gli abbonati Sky Q. Avere tutti i player, o buona parte di essi, raccolti in un unico posto dietro il pagamento di un solo abbonamento, sarà molto probabilmente quello che succederà in futuro.
Si sapeva da più di un anno che Netflix sarebbe arrivata su Sky. E dopo il Regno Unito e la Germania, tocca all’Italia. Dal 9 ottobre, i contenuti della piattaforma streaming saranno disponibili anche per gli abbonati Sky Q. O meglio: sarà possibile, per gli abbonati Sky Q, sottoscrivere una nuova offerta, ribattezzata «Intrattenimento plus». Per coloro che hanno già attivato il pacchetto Sky Famiglia, la spesa sarà di 9.99 euro; per coloro che invece non ce l’hanno, parliamo di 15.39 euro. Anche gli abbonati Netflix potranno attivare «Intrattenimento plus» e, almeno sulla carta, un’agevolazione per un prezzo più conveniente, specie nel lungo periodo, sembra esserci. Soprattutto per gli abbonati Sky Q Platinum. Ma parliamo sempre di un’offerta che si rivolge ad un certo tipo di pubblico. Il fatto che Sky e Netflix siano riusciti a raggiungere un accordo e che siano riusciti a metterlo in piedi in poco tempo è importante. E non solo per i due colossi dell’intrattenimento, che ora possono rivolgersi a nuovi, potenziali abbonati, aumentando l’offerta di serie tv e di film e raccogliendo due degli archivi più ricchi presenti sul mercato sotto un’unica interfaccia, con Sky Q come aggregatore. Questo accordo è importante anche per gli spettatori e per l’industria. «Con questa partnership – ha dichiarato Francesco Calosso, Chief Marketing Officer di Sky Italia – vogliamo offrire ai nostri abbonati la possibilità di vedere le serie e gli show che amano in modo semplice e immediato. Ora l’intrattenimento con Sky Q diventa ancora più ricco e trovare tanti contenuti in un unico posto non è mai stato così facile». «Siamo molto contenti di lavorare con Sky – ha aggiunto Filippo Zuffada, Partner Marketing Director EMEA di Netflix – e di rendere più facile per le famiglie l’accesso all’esperienza Netflix completa. Desideriamo portare la migliore offerta d’intrattenimento nelle case degli italiani e consentire loro di godere delle serie, film, documentari, programmi per bambini Netflix preferiti». Prossimamente, in Italia, arriveranno nuove piattaforme streaming e nuove offerte, come Disney+ e Apple tv+. Ed è piuttosto evidente che i costi, per lo spettatore medio, siano destinati ad aumentare vertiginosamente. C’è tanta offerta, intesa come serie e film; e c’è anche tanto da pagare. Avere tutti i player – o comunque: avere buona parte di essi – raccolti in un unico posto, dietro il pagamento di un solo abbonamento, è molto probabilmente quello che succederà in futuro. Certo, ci vorrà ancora del tempo perché questa offerta di Sky e Netflix possa essere allargata a un pubblico ancora più ampio; i prezzi dovranno essere abbattuti ulteriormente, per avvicinare più fasce di audience, e non è nemmeno così sicuro che anche altre piattaforme vorranno seguire quest’esempio. Ma è un primo passo, ed è un primo passo significativo. Sky, con «Intrattenimento plus», può parlare a un target totalmente diverso di spettatori: più giovani e più interessati a determinati prodotti. E la stessa cosa, dal canto suo, può farla Netflix: guardare a una fetta di pubblico più interessata a titoli più ricercati. Al momento, più di 1 milione di persone in Italia hanno Sky Q; sarà interessante vedere quante di queste sottoscriveranno grazie a «Intrattenimento plus» l’abbonamento Netflix, e quante di queste, invece, già abbonate a tutti e due i servizi, avranno un risparmio concreto. Questo accordo, poi, apre anche ad un’altra prospettiva: quella che vede Netflix sempre più presente sul territorio italiano e sempre più vicina ai vari competitor. Adesso tocca a Sky, ma a breve, come hanno rivelato alcuni siti specializzati, tra cui Variety, toccherà a Mediaset, con cui, pare, la piattaforma streaming produrrà diversi film. Sembra quasi che, da nemico numero uno, Netflix sia diventata un partner ideale per molti dei protagonisti del nostro mercato; e che anche i broadcaster siano diventati importanti per Netflix. Il che è un bene sia per l’industria, che può crescere, sia per i singoli player, che possono uniformare la loro offerta, condividere obiettivi e risorse, e soprattutto potenziare, con proposte vantaggiose, la loro base di abbonati.
Per chi è abituato a lavorare con il latte è davvero difficile capire perché la sua Gorgonzola e altri formaggi italiani Dop debbano essere penalizzati in questa guerra commerciali che riguarda alluminio e aerei. Ma Fabio Leonardi, amministratore delegato di Igor Gorgonzola e responsabile internazionalizzazione per Assolatte, l’associazione degli industriali del settore, sa che adesso bisognerà andare in trincea perché le esportazioni saranno più difficile con tariffe aggiuntive del 40% sul prezzo finale dei formaggi italiani «un doppio danno perché abbiamo assecondato gli Usa nelle sanzioni contro la Russia, un mercato dove stavamo crescendo in modo incredibile». Nei primi sei mesi dell’anno l’export negli Usa è aumentato del 21%. In questi giorni c’è una corsa ad acquistare Made in Italy. E dopo che cosa accadrà? «Nel Wisconsin ci sono almeno 15 aziende che producono formaggi simili a quelli italiani riproducendo anche marchi che evocano il nostro paese e lo chiamano anche original cheese. L’introduzione dei dazi favorirà il prodotto interno fasullo». E come ci si difende a livello internazionale? «Attraverso gli accordi di libero scambio come quelli sottoscritti dall’Unione Europea con il Canada, cioè il Ceta, e poi quelli con il Giappone e il Mercosur, valido per alcuni deipaesi dell’America Latina». È sicuro? Secondo Coldiretti, che ha elaborato i dati Istat nei primi sei mesi dell’anno le esportazioni in Canada sono calate del 19% e si sale al 31% per i formaggi. E’ così? «In un momento come questo la valenza dell’accordo con il Canada è ancora più attuale. Perché abbiamo ottenuto la protezione di 41 eccellenze del made in Italy, tra formaggi salumi, vino e aceto balsamico sulle 143 riconosciute all’Europa. Abbiano negoziato bene e sappiamo che nessuno potrà utilizzare l’italian sounding. Adesso a quella lista si allungherà con il via libera alla protezione del prosciutto di Carpegna». Ma i numeri dell’export sono negativi, perché? «Dopo il primo anno di applicazionedelCetai formaggiitaliani hanno avuto un incremento del 30% passando da 5000 a 6500 tonnellate. Quest’anno la Francia ha anticipato la promozione dei suoi prodotti che ha portato ad un incremento del 45%. L’Italia inizia orala promozione ma già a luglio ha iniziato a recuperare in parte le quote di mercato. Siamo convinti nei prossimi mesidirecuperareinostrispazi. In Giappone che è un mercato maturo l’export è cresciuto del 21% bloccando l’italian sounding».
La Consob accelera i controlli su Bio-On, la regina delle bioplastiche, che era arrivata a valere più di un miliardo di euro sul listino Aim. L’organo che vigila sui mercati, secondo fonti finanziarie, vuole vederci chiaro sui conti in netto calo dei primi sei mesi del 2019 (917 mila euro contro i 6,12 milioni del 2018) e sulle alleanze (joint venture) che ha costruito con società partecipate per diffondere applicazioni legate a brevetti e basate sul Pha, il polimero interamente biodegradabile. Le indagini L’obiettivo della Divisione Mercati di Consob, l’organo che sta facendo accertamenti, è chiarire se ci sono stati reati di abuso di mercato (market abuse). Ovvero se i vertici di Bio-On o altri soggetti abbiano divulgato informazioni false o ingannevoli al mercato o falsato il meccanismo alla base dei prezzi delle azioni. Del caso si sta occupando anche la procura di Bologna, a seguito di un esposto della stessa Bio-On dopo che il fondo attivista americano Quintessential l’estate appena trascorsa aveva sparso dubbi sui bilanci e la produzione mettendo in difficoltà Bio-On in Borsa. Secondo fonti finanziarie, anche altre Procure potrebbero interessarsi della vicenda. Circa un anno fa l’azione della società bolognese era arrivata a valere 70 euro e a guadagnarsi il titolo di “unicorno italiano”, la migliore startup per aver superato il miliardo di valore in Borsa come capitalizzazione. Poi il 24 luglio di quest’anno è arrivata l’incornata del fondo americano Quintessential, guidato dall’italiano Gabriele Grego, che ha dichiarato anche a Consob un interesse economico nella discesa del titolo e ha denunciato una serie di presunte irregolarità. Nel suo report intitolato «Una Parmalat a Bologna» il fondo attivista accusa il management di aver costruito uno schema per arricchirsi alle spalle degli azionisti. Il miracolo della bioplastica in Borsa finisce in un attimo: in due sedute la società brucia 760 milioni di capitalizzazione. L’ultima mazzata è arrivata qualche giorno fa con i conti dei primi sei mesi. La perdita è passata da 2,9 milioni del 2018 a 10,14 milioni e secondo il presidente e ad Marco Astorri che insieme al vice presidente Guido Cicognani è tra i fondatori di Bio-On, nel 2019 i ricavi saranno di circa 19 milioni contro i 51 milioni del 2018. Sul rallentamento dei conti nella prima metà del 2019, Bio-On aveva precisato il 2 ottobre, in una nota integrativa richiesta dalla stessa Consob, che la società stava rivedendo i meccanismi di licensing e quindi ha deciso di «posticipare al secondo semestre la negoziazione di nuove licenze, in coerenza con la mutata strategia industriale». Le presunte scatole cinesi Di tutt’altro parere è il fondo Quintessential che sostiene che la società abbia creato attraverso le sue società partecipate un sistema di scatole cinesi per creare ricavi fittizi. Il consulente del fondo Usa, Maurizio Salom, commercialista e revisore milanese, punta il dito su Liphe e Aldia, due joint venture di Bio-On che operano nella cosmetica. «Nel 2018 – ricorda Salom – Bio-On vende licenze a due società partecipate, Liphe e Aldia, registrando da queste operazioni 16 milioni di ricavi. Liphe e Aldia si ritrovano però con un debito. Nessun problema perché nel 2019 le due società partecipate hanno aumentato il proprio capitale per 16 milioni». Come hanno fatto? «Circa 1,6 milioni – spiega Salom – è stato sottoscritto e versato da Banca Finnat e 14,4 milioni versati da Bio-On. Dopo questi aumenti Bio-On si è ripresa i soldi investiti facendosi pagare da Liphe e Aldia due licenze». Secondo il consulente questo schema, che ha definito un «castello di carte» e che avrebbe permesso alla società di gonfiare le vendite, sarebbe stato ripetuto anche con tutte le altre partecipate, tra cui Zero Pack e Ucoats. Interpellata da La Stampa sulla strategie delle joint venture, Bio-On respinge le critiche al mittente, sostenendo «che il bilancio 2018 è regolare e correttamente redatto. Oltre alla clear opinion di Ernst & Young, è stato presentato al mercato un estratto conclusivo del parere motivato redatto dal Professor Avvocato Renzo Costi e dal Dottor Avvocato Marcello Tarabusi, che conferma la bontà della condotta della società e dei suoi amministratori». Ma intanto un duro colpo alla società è arrivato anche dal «nomad», il consulente che sostiene Bio-on sull’Aim. Il 28 settembre Envent Capital Market, lamentando una presunta mancata collaborazione e il venir meno del rapporto fiduciario, ha comunicato la rinuncia al contratto di Nomad che verrà sciolto il 28 ottobre. Altre presunte anomalie Tra le presunte anomalie che Consob dovrà verificare c’è anche il ruolo di Finnat. «La banca che riveste il ruolo di expert per Bio-On – spiega ancora Salom – il 14 dicembre 2018 ha pubblicato un rapporto su Bio-On con rating «Buy» (comprare) con target price a 86 euro e poi nel gennaio 2019 la stessa banca ha concesso 15 milioni di euro di prestito, con scadenza al 30 giugno 2019, a Capsa ma in cambio la banca ha voluto da questa holding di proprietà di Marco Astorri e Guido Cicognani (che controlla Bio-On, ndr) azioni in pegno della stessa azienda della bioplastica per 45 milioni euro. Si tratta del triplo del valore del prestito e Finnat è anche socia delle due società Aldia e Liphe». Sulla vicenda Finnat, sentita da La Stampa, non ha rilasciato commenti.
Aveva 16 anni Corinna quando fu venduta dalla madre. Viveva in un piccolo paese di una Romania appena approdata nell’Unione Europea, una terra di speranze e miseria. La famiglia di Corinna non volle credere alle speranze, si lasciò vincere dalla miseria. La mamma intascò trecento euro e lasciò andare la prima di tre figlie nelle mani di un lover boy. Sono i compagni-padroni, innamorati per finta, illusionisti di professione. Gestiscono gran parte del traffico della prostituzione di romene in Italia e stanno provando a fare altrettanto anche con le giovani italiane. Corinna attraversò il confine italiano con una procura della mamma che l’autorizzava ad andare verso l’inferno. Lei questo, però, non poteva saperlo. Al suo fianco c’era un uomo che giurava di essere perdutamente innamorato di lei, di volere una famiglia e una vita insieme: come avrebbe potuto immaginare di essere diretta verso l’orrore? Per vivere però bisogna riuscire a pagare almeno l’affitto di una casa, cibo, vestiti. Il compagno le chiese di andare con altri uomini per soldi. La parola giusta da usare in questi casi è prostituirsi. Il compagno lo chiamò amore e purtroppo anche secondo Anna era amore. Divenne la sua vita e quell’uomo il suo carceriere. Corinna arrivò a pesare 42 chili. Il compagno ogni giorno le ripeteva: «Sei brutta, non vali niente, se non stai con me non ti prende più nessuno». Corinna gli credeva e accettava di stare con lui e con tutti gli uomini che la avvicinavano in strada. Anche dopo un aborto, anche con un braccio rotto perché lui l’aveva picchiata. Al ritorno a casa ogni sera metteva i soldi sul tavolo, e a lei rimaneva poco o nulla. Corinna ha due sorelle, anche loro cedute al miglior offerente. Stesso copione, stesso epilogo: in qualche strada italiana a farsi comprare e poi subito a consegnare il denaro guadagnato. Senza nemmeno aver capito del tutto di essere state costrette a farlo. Nella trappola da sola «Le figlie femmine sono oro per i romeni», spiega Nicole Puiu. E’ lei a raccontare la storia di Corinna e delle sue sorelle, tre vite vendute per meno di mille euro dalla loro mamma ai lover boy romeni. Sono le sue cugine, figlie di una sorella della mamma. Nicole ne parla perché vorrebbe salvarle, così come sta provando a salvare sé stessa. Anche sulla sua strada è capitato un lover boy, ma nessuno l’ha venduta a lui o glielo ha imposto: in trappola è finita da sola. «Mi sono sposata a 20 anni in Romania. Il nostro era un bellissimo amore. E’ nato il primo figlio, è nato il secondo. Poi lui ha iniziato a buttare tutti i nostri soldi nelle macchinette per il poker. Dovevo trovare un lavoro, mi hanno offerto un posto come cameriera in un bar a Monza. Ho lasciato i figli ai miei genitori, sono venuta in Italia. Mi sono ritrovata senza più un lavoro e con una persona accanto che sembrava dolcissima. Mi ha chiesto di prostituirmi per qualche mese in modo da tornare in Romania con qualche soldo. A casa avevano bisogno, i problemi erano tanti e io mi sentivo in dovere di risolverli tutti. L’ho accontentato e sono finita in un baratro. Ero convinta di non poterne più uscire».Nicole è riuscita a liberarsi, invece. Ha capito la trappola, ha smascherato i carcerieri vestiti da innamorati. Il 3 gennaio di quest’anno è tornata in Romania, ha riabbracciato i figli e ora vive con loro. Lavora come può ma è padrona della sua vita. «Non chiedo altro», conclude. Vendute dalle madri o vittime da sole di un atroce inganno, ogni anno migliaia di donne romene finiscono nella trappola dei lover-boy. Sono in continuo aumento e non sono più solo romene. Tappe dell’assoggettamento Ci sono anche le italiane grazie a un meccanismo di reclutamento e sfruttamento in grado di sfuggire ai controlli. Per la legge e le statistiche sono semplici prostitute e chi le usa al massimo rischia una condanna per sfruttamento della prostituzione, due anni che diventano 16 mesi con lo sconto previsto dal rito abbreviato. La battaglia di chi sta provando a fermare la crescita di questo fenomeno è far capire che sono invece vittime di tratta, schiave come le prostitute nigeriane: costrette, ricattate, prigioniere. E che chi ha il dominio delle loro vite è colpevole di un reato diverso, da punire con una pena dai sei ai dodici anni di carcere. Le prigioniere dei lover boy sono sotto gli occhi di chiunque passi sulle strade della prostituzione, eppure sono invisibili. Secondo i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, le vittime di origine rumena minorenni entrate nel circuito di assistenza sono 23. Rappresentano il 2,8% del totale, una cifra irrilevante e, soprattutto, irreale. Le donne che hanno la forza di liberarsi sono una goccia rispetto al mare di quelle che restano. E’ vero per le donne nigeriane: 660, cioè 8 su 10 di quelle che hanno accettato la rottura con il passato. Ma è ancora più vero per le donne romene. Sono in 729 le minorenni originarie della Romania vittime di tratta intercettate in una sola notte dagli operatori dell’associazione Save The Children lungo le strade di 5 regioni italiane, come è raccontato nel rapporto Piccoli schiavi invisibili 2019. «Basta saper contare», sostiene Michelangela Barba, presidente dell’associazione Ebano. «Le regioni sono 20. Vuol dire una media di 2800 donne in tutta Italia soltanto di notte. Bisogna poi considerare le minorenni che scendono in strada durante il giorno e aggiungere tutte le altre che non sono state intercettate. Si arriva rapidamente a settemila. Se si inseriscono nel conteggio anche le romene che lavorano negli appartamenti e le minori ancora più nascoste, si arriva almeno a 12 mila minorenni. Si sa che le minorenni rappresentano un terzo del totale: vuol dire 40 mila romene che si prostituiscono a ogni età. Una stima del tutto ottimistica: è probabile che siano molte di più», concludeBarba. E’ più o meno la cifra calcolata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. «Le strade delle nostre città sono “di proprietà” della mafia albanese che poi, a caro prezzo, ne cede l’uso ad altri clan nazionali: un mercato disumano di abusi e violenze: migliaia di donne costrette a vendere il loro corpo per alimentare senza sosta un racket sanguinario. La prostituzione coatta è un crimine contro l’umanità ed è il terzo business illegale dopo droga e armi», attesta don Aldo Buonaiuto, animatore del Servizio anti-tratta fondato da don Oreste Benzi. Sono 120 mila le donne che si prostituiscono sulle strade e al chiuso. 3,5 milioni i clienti, un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese. Dopo le ragazze nigeriane, le romene costituiscono il gruppo nazionale più numeroso presente nella prostituzione su strada in Italia. Su questo sono d’accordo tutti gli osservatori. Secondo Paolo Botti, fondatore dell’associazione Amici di Lazzaro «la giovane età e l’inesperienza rendono le minori rumene particolarmente manipolabili dai loro sfruttatori: ci troviamo di fronte a persone che operano in proprio o sono affiliate a organizzazioni che sempre più vanno specializzandosi sia durante il reclutamento sia nel controllo». E «la sorveglianza costante sulle vittime viene esercitata da figure maschili che monitorano le aree di sfruttamento, ma al controllo maschile si aggiunge quello a vista, effettuato da una ragazza o una donna più anziana che hanno il compito di denunciare allo sfruttatore eventuali mancanze delle ragazze in strada». E’ il nuovo volto della tratta: alle donne nigeriane si affiancano sempre più romene, o anche albanesi o bulgare, con una capillare presenza, appunto della mafia albanese sul mercato della prostituzione italiana, come spiega il rapporto di Save The Children. Il controllo dei lover boy è «totale e violento». Un’ organizzazione sempre più efficiente e spietata, giustificata dall’aumento dei guadagni. «Prima agivano con il rapporto di uno a uno e ognuno aveva una ragazza, poi hanno imparato tecniche di manipolazione più articolate e complesse e ora riescono a gestire più di una ragazza, raccontando la stessa storia a ognuna di loro, tenendole in appartamenti separati», spiega Silvia Dumitrache, presidente di Adri, l’associazione delle donne romene in Italia. I danni dell’onere della prova Come uscirne? Secondo Barba va aggiornato il concetto di tratta. «Bisogna rendere la vita più difficile ai trafficanti. Abbiamo presentato proposte di modifica delle leggi. Non si può subordinare l’ingresso nei percorsi di assistenza al racconto da parte delle donne e alla prova di essere state costrette a prostituirsi. Non si chiede al tossicodipendente perché si trovi alle dipendenze della droga. Allo stesso modo bisogna liberare le donne dall’onere della prova, altrimenti saranno sempre troppo poche quelle che avranno il coraggio di accettare l’aiuto». E’ proprio sul loro silenzio terrorizzato che contano i clan.
Il Sindaco di Guidonia: “Così multiamo gli automobilisti senza colpire le prostitute”
A Guidonia Montecelio andare alla ricerca di una prostituta può costare caro: dal 27 novembre nel territorio del comune è in vigore un’ordinanza che prevede una multa di 500 euro per i clienti. Ne sono stati multati un bel po’ finché le donne in strada si sono spostate altrove, e i clienti anche. Non è una soluzione definitiva ma ha avuto gli effetti sperati e ora il comune intende rinnovarla. Michel Brabet, sindaco di Guidonia Montecelio, perché avete deciso di multare i clienti? «E’piùgiustoneiconfrontidelledonnechesonospessogiàin stato di schiavitù. Ed è molto più efficace: quelle che si prostituisconosonoindifficoltà,è difficile che paghino, il cliente invece paga per evitare che la multa arrivi a casa il pagamento è quasi immediato». A quasi un anno dall’introduzione dell’ordinanza qual è il suo bilancio? «Positivo.AvevamounfenomenosullaviaTiburtinacheaveva raggiuntodimensionipreoccupanti.Insiemecon il comune di Tivoli che confina con noi e che condivideva lo stesso problema abbiamo deciso di intervenire in questo modo. Abbiamo avuto dei risultati, si tratta però di un impegno notevole per le forze dell’ordine. Noi sindaci abbiamo solo questo strumento, l’ordinanza. Il nostro compito è quello di scriverla bene. Le difficoltà arrivano quando si tratta di applicarla». Quali sono state le difficoltà? «Abbiamopocheforzedipolizia sul territorio. Con l’aiuto deicarabinieriabbiamoutilizzato personale femminile più adatto a interloquire con le prostitute. Abbiamo però difficoltà a reperire personale e pagare lo straordinario, non siamo in grado di effettuare gli interventi che vorremmo. Ho, quindi, un grande strumento a disposizione che è l’ordinanza ma, se avessi più risorse, potremmo agire in modo molto più efficace». Quante persone avete per i controlli? «Guidonia Montecelio ha un territorio di quasi 100 chilometri quadrati. E’ la terza città del Lazio con circa centomila abitanti. Abbiamo 63 vigili della polizia locale che possono contare sul supporto di una trentina di carabinieri che, però, devono coprire un territorio più ampio di quello del nostro comune. Se consideriamo che bisogna rispettare i turni di riposo e che le uscite serali per i controlli sui clienti sono in orario straordinario risulta molto difficile effettuare i controlli in strada con la regolarità che sarebbe necessaria».
La Cooperativa: “Gli sfruttatori sono agevolati dai decreti sicurezza”
Che effetto hanno avuto i decreti sicurezza approvati dal primo governo Conte sulle donne vittime di tratta? Un effetto nefasto» è la risposta che arriva da Francesca De Masi della cooperativa “Be Free” impegnata da anni nella lotta contro la tratta e nell’assistenza alle vittime. Perché nefasto? «Innanzitutto perché viene cancellatalaprotezioneumanitaria. Secondoi dati dell’Unhcr, nel 2016, il 27,58% delle donne nigeriane che ne hanno fatto richiesta hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Sono 990 donne. Che fine faranno quelle che avranno subito le stesse violenze e che avrebbero lo stesso diritto a una protezione? Aumenteranno le donne senza permesso di soggiorno, che finiranno in circuiti irregolari e quindi vittime della criminalità organizzata». I decreti prevedono un ridimensionamento dei servizi di assistenza nei centri. «Lo smantellamento trasforma i centri in semplici buchi spazio-temporali dove le donne non possono più ricevere assistenza. Non ci sono più psicologi, né corsi di italiano, né persone in grado di costruire, come accadeva in passato, i necessari rapporti di fiducia. Le donne diventano invisibili e sono ancora più criminalizzate». Che cosa accade ora alle donne fermate in strada e trovate senza documenti? «In questi casi scatta l’espulsione. Per le donne trattenute in un Centro permanenza per i rimpatri, o nella fase di esecuzione di un provvedimento di espulsione, è praticamente impossibile accedere alla richiesta di protezione reiterata: è prevista automaticamente l’inammissibilità. Significa che le donne sopravvissute alla tratta, che in un primo momento non hanno parlato della loro situazione proprio a causa della costrizione subita da parte dei trafficanti sono pertanto quelle più a rischio di deportazione nel proprio Paese di origine, con gravissime ripercussioni sulla loro incolumità personale». Quindi vengono rimpatriate senza poter più essere ascoltate? «Esatto. E le donne più a rischio sono le nigeriane. All’interno del Cpr di Ponte Galeria,l’ambasciatanigeriana ha la possibilità di entrare, effettuare dei colloqui di identificazione abbastanza superficiali,identificarleeavviare le procedure di rimpatrio. Le donne la chiamano ’deportation».
C’è almeno un secondo «whistleblower» che accusa il presidente Trump sul caso Ucraina. Lo hanno confermato ieri i suoi avvocati, rivelando che ora rappresentano «multiple talpe», e quindi lasciando aperta la possibilità che i loro assistiti siano più di due. Questo è uno sviluppo pericoloso per il capo della Casa Bianca, per diversi motivi: primo, il nuovo «whistleblower» ha una conoscenza diretta dei fatti, e perciò è più credibile; secondo, proprio per questa ragione potrebbe aggiungere altri dettagli imbarazzanti all’inchiesta sull’impeachment. Il procedimento era stato avviato dopo che il 12 agosto scorso la prima talpa aveva denunciato al Congresso la telefonata del 25 luglio, in cui Trump aveva chiesto al collega di Kiev Zelensky il «favore» di riaprire l’indagine sulla compagnia energetica Burisma, per la quale aveva lavorato il figlio di Joe Biden, Hunter. Secondo il «whistleblower» il presidente aveva violato la legge, perché aveva condizionato gli aiuti militari americani all’Ucraina e una possibile visita alla Casa Bianca al rilancio di un’inchiesta che aveva lo scopo di colpire il suo principale avversario democratico nelle elezioni del 2020. Trump ha risposto che la talpa aveva solo informazioni di seconda mano, e quindi non sapeva cosa diceva, e la sua sollecitazione a riaprire l’indagine su Burisma aveva solo lo scopo di combattere la corruzione, non quello di colpire un rivale politico. Ieri Mark Zaid, avvocato del primo autore della denuncia, ha rivelato alla televisione «Abc» che il suo studio adesso ne difende anche un secondo. Il titolare dello studio, Andrew Bakaj, ha aggiunto via Twitter: «Posso confermare che la mia squadra rappresenta multipli whistleblower». La novità è importante perché secondo Zaid la nuova talpa fa sempre parte della comunità dell’intelligence, ma ha una conoscenza diretta dei fatti, al punto che l’Inspector General l’aveva interrogata proprio per verificare i dettagli della denuncia originaria. Il secondo whistleblower non ha presentato una denuncia aggiuntiva, perché non era necessario, ma ha chiesto la protezione legale per collaborare anonimamente all’inchiesta. La replica di Biden Il punto che ha una conoscenza diretta dei fatti, e quindi forse ha assistito alla chiamata, taglia le gambe alla difesa di Trump secondo cui i suoi accusatori non sanno di cosa parlano. Inoltre se era presente potrebbe aggiungere nuovi dettagli non contenuti nella trascrizione della telefonata pubblicata dalla Casa Bianca, capaci di confermare la motivazione del presidente ad offrire un «do ut des» a Zelensky per colpire Biden. Ieri il candidato democratico ha risposto alla tempesta mediatica, che gli sta facendo perdere terreno nei sondaggi e nei finanziamenti elettorali, pubblicando un editoriale sul Washington Post in cui accusa Trump di aver abusato i suoi poteri: «Non ti consentirò di distruggere me e la mia famiglia». Al momento però solo tre senatori repubblicani, Romney, Sasse e Collins, hanno criticato il presidente, confermando che sarà molto difficile arrivare alla maggioranza qualificata di due terzi necessaria a far approvare l’impeachment.
Gli italiani hanno identità territoriali bipolari. Da un lato esprimono un senso di apertura, si sentono cittadini del mondo, dove i confini fisici tradizionali pesano sempre di meno nel definire un’appartenenza: gli “universalisti”. Dall’altro lato, i “radicati”, quelli per cui prevale la centralità del territorio d’origine, l’attaccamento alla cultura locale e alle tradizioni: l’identificazione a km0. I primi sono ancora molti rispetto a 5 anni fa, ma in netto calo: erano il 60,0% nel 2014, oggi sono il 43,4%. I secondi crescono: dal 21,6% (2014) al 34,9%. Le nuove tecnologie e i social ci connettono con il mondo, diverse imprese localizzano la produzione oltre le frontiere, la finanza non ha recinzioni. Le migrazioni spostano porzioni di intere popolazioni. Tuttavia, il vento della globalizzazione, che doveva portare a un’apertura e un’integrazione delle diverse parti del globo, ha perso la sua spinta propulsiva. Abitiamo in un grande “condominio”. Ma se il condominio non è ben governato genera conflittualità. Così, i processi di redistribuzione avvenuti hanno penalizzato intere fasce di ceti sociali e sistemi produttivi. Soprattutto, ha alimentato un senso di spaesamento e di timore. Aumenta il bisogno di protezione e di sicurezza. Di ancorarsi alle proprie radici, alle identità del mondo originario. Per dirla con Bauman, si costruiscono le “retrotopie”, visioni che guardano a un passato ritenuto più rassicurante, più dominabile di quello attuale. Di qui, la necessità di marcare il territorio. Di ridefinire i confini, anche fisici. Cercando di limitare e contenere i flussi di ogni genere. Sul piano economico, imponendo dazi e barriere agli scambi commerciali. Su quello sociale chiudendo le possibili vie di transito (ai migranti, ma non solo). All’interno di questi fenomeni, la dimensione del territorio torna centrale. Quasi tutti i partiti sono scomparsi dalle società locali e si sono inviluppati nelle dinamiche interne, smarrendo il contatto con la realtà. Di qui, l’invocazione allo stare in mezzo alla gente, a tornare sul territorio, almeno in modo visibile, a cercare interlocuzioni con i diversi soggetti sociali. Lo stesso mondo produttivo, poi, sta riscoprendo la centralità del territorio come fattore di competitività: l’importanza del raccontare i prodotti, nel valore aggiunto che assumono le tradizioni e il brand territoriale nell’affermare le nostre produzioni su scala globale, come dimostra il successo del Made in Italy. Dunque, il territorio nelle sue diverse accezioni diviene centrale, paradossalmente, nelle dinamiche globali. In questo senso, l’ultima rilevazione del Centro Studi di Community Group per La Stampa, ha esplorato quale fosse il senso di appartenenza territoriale della popolazione. In prima battuta, gli italiani non si riconoscono in un’unica area. Emerge un’identità molteplice che si costruisce contemporaneamente su più livelli. Si è certamente soprattutto italiani (51,1%), ma nello stesso tempo europei (43,7%) e anche appartenenti al mondo (37,3%). Non di meno, la regione (29,6%) e ancor di più la propria città o paese (38,3%) occupano uno spazio decisamente rilevante. Potrebbe essere diversamente in un’epoca in cui grazie alle tecnologie della comunicazione possiamo in ogni momento e luogo connetterci con qualsiasi parte del globo, vedere cosa accade ai nostri antipodi, comunicare in ogni momento del giorno? In cui gli oggetti che indossiamo e utilizziamo quotidianamente provengono da più parti del mondo, e così pure il cibo, i programmi televisivi che vediamo? Questa condizione produce una riscrittura dei nostri confini (non solo mentali) e, quindi, delle nostre identità: che non possono più essere univoche, ma si ridefiniscono progressivamente. Infatti, rispetto a 5 anni fa si assiste a una riallocazione delle appartenenze in senso locale, in un ritorno ad ambiti più circoscritti. Confrontando le due rilevazioni, più che perdere peso l’identificazione col mondo intero, è la dimensione europea a risentirne, a vantaggio dell’appartenenza regionale e soprattutto locale. D’altro canto, il discorso politico e pubblico che da anni contrassegna l’Europa non poteva che produrre un minor senso di appartenenza. Sintetizzando le appartenenze territoriali, possiamo delineare 5 profili. I “cosmopoliti” (15,9%), si riconoscono esclusivamente come cittadini del mondo ed europei, e gli “italo-globali” (27,5%), che assommano un’identità nazionale a una europea o mondiale, sono in netto calo rispetto al 2014 (rispettivamente 21,0% e 39,0%). I “glocali” (21,7%) si identificano congiuntamente su un livello regionale/locale, con uno europeo/mondiale e sono sostanzialmente una quota stabile (18,4%). Per converso, gli “italo-locali”, che uniscono l’identità nazionale con quella regionale/locale, sono il 23,7% e i “localisti” (11,2%) chi esprime solo un’appartenenza regionale e di paese, costituiscono i gruppi in decisa ascesa (rispettivamente 17,5% e 4,1% nel 2014). Quindi, l’appartenenza territoriale si polarizza attorno a due dimensioni opposte. Per un verso, chi manifesta un elevato livello di apertura (però in calo quantitativamente). Per l’altro, chi si identifica quasi esclusivamente nei propri confini d’origine (in crescita). Va sottolineato, come questo spostamento si caratterizzi territorialmente con gli abitanti del Nord Ovest più aperti a un’identità extra-locale, mentre quelli del Mezzogiorno più identificati con le loro realtà. Ma su tutto prevale il fattore generazionale: i più giovani rimangono aperti a un’identificazione su più ampia scala territoriale, i più anziani spostano il baricentro di appartenenza nella dimensione locale. Nello spaesamento generale chi sa offrire punti di riferimento – giusti o sbagliati che siano – crea un nuovo territorio identitario.