La Libia continua a essere la principale fonte di preoccupazione del governo Conte nel Mediterraneo. Il generale Haftar è sordo agli inviti di pace e continua ad assediare Tripoli da sei mesi. Le notizie che hanno segnato questa settimana sono pessime. L’1 ottobre Haftar ha prima attaccato l’aeroporto di Mitiga e poi quello di Misurata. All’alba di giovedì 3 ottobre, ha bombardato la parte sud di Tripoli, a cui ha fatto seguire cinque raid aerei contro la periferia di Sirte. Secondo gli ultimi dati dell’Onu, l’avanzata di Haftar ha causato 1100 morti mentre le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case sono centoventimila. Durante l’amministrazione Obama, nonostante la Libia fosse divisa in due governi rivali, uno a Tobruk e l’altro a Tripoli, la situazione non era mai degenerata in uno scontro aperto, per ragioni di pudore più che per calcoli politici. Per quanto il pudore non conti niente in politica internazionale, sotto Obama, ebbe incredibilmente un ruolo. Obama riteneva che la Libia rappresentasse una grande vergogna per l’Occidente e non voleva che tale vergogna fosse accresciuta da una nuova guerra. In un’intervista a “The Atlantic”, nell’aprile 2016, Obama aveva accusato Francia e Inghilterra di avere voluto abbattere il regime di Gheddafi, ma di non avere poi fatto niente per risollevare il Paese dalle sue miserie. Distruzione sì, ricostruzione no: questa, in sintesi, era la critica di Obama alla fine del suo secondo mandato. Jeffrey Goldberg, l’intervistatore, rivelò che, in pubblico, Obama definiva la situazione in Libia “un casino” (mess). In privato, invece, la sua rabbia per il fallimento occidentale si spogliava di ogni abbellimento diplomatico. Il comportamento dei Paesi europei in Libia, parola di Obama, aveva dato vita a “uno spettacolo di merda” (shit show). Obama si era fidato degli europei. A suo dire, sarebbe spettato a loro il compito della ricostruzione, data la vicinanza geografica con la Libia. Un anno dopo i bombardamenti, Sarkozy non fu rieletto, mentre Cameron fu distratto da altre faccende, referendum sulla brexit incluso, che avrebbe portato alle sue dimissioni. Con Trump, ogni pudore si è dissolto e la Libia è sprofondata nel caos della guerra. Trump ha annunciato il proprio disimpegno dalla Libia e, siccome non la reputa importante per gli interessi americani, ha utilizzato quel Paese martoriato per migliorare i rapporti con tre Paesi arabi che gli sono utili per combattere contro l’Iran. Stiamo parlando di Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, i quali vorrebbero imporre il proprio dominio sulla Libia utilizzando Haftar come testa d’ariete. Una volta conquistata Tripoli, ammesso che ci riesca, Haftar darebbe vita a un governo, i cui ministri verrebbero concordati con i governi da cui è armato e finanziato. Dal canto suo, l’Italia, che protegge il governo di Tripoli, non ha saputo bilanciare le forze di Tobruk per molte ragioni, di cui due sono evidenti. La prima è che i governi italiani sono cambiati troppo di frequente proprio mentre la Libia richiedeva un’Italia molto stabile. La seconda è che i rapporti tra l’Italia e i principali Paesi europei sono peggiorati precipitosamente durante il primo governo Conte che, soprattutto dopo la vittoria della Lega alle Europee, ha iniziato a essere percepito all’estero come il governo Salvini. Non a caso, l’assedio di Tripoli è iniziato il 4 aprile 2019, mentre Salvini cercava di costruire un’alleanza europea contro la Merkel e Macron ovvero la Germania e la Francia, i Paesi più potenti d’Europa. Nessuno dei quali aveva un interesse a stabilizzare la Libia in favore dell’Italia. La legge immutabile della politica stabilisce che nessun governo favorisce chi cerca di abbatterlo. In sintesi, Salvini ambiva alla caduta di Merkel e Macron, che ambivano alla caduta di Salvini. La conseguenza è che l’Italia si è trovata isolata in Libia. Pochi sanno che il governo di Tripoli sarebbe caduto da tempo, se non fosse intervenuto Erdogan in sua difesa. Se la Turchia si ritirasse, Tripoli cadrebbe. Oggi i rapporti tra l’Italia e l’Europa stanno migliorando ed è lecito nutrire la speranza che tale miglioramento si ripercuota anche sulla Libia. Questo però richiede un grande sforzo diplomatico che, finora, Luigi Di Maio non ha profuso. Egli è un ministro degli Esteri molto assorbito dalla politica interna, essendo il leader del movimento 5 stelle.

La battaglia commerciale in corso fra Stati Uniti e Europa nasce da un caso specifico ma è parte di un’ormai lunga guerra che, almeno per ora, non da segno di volere finire. La causa occasionale è la sentenza riguardante la lunga e nota controversia sui sussidi che l’Unione Europea avrebbe dato al Consorzio dell’Airbus. Questo è tuttavia solo un aspetto dell’ormai consolidata strategia americana di passare dal multilateralismo al bilateralismo sia in politica sia in economia. Dal punto di vista economico la decisione di inasprire i dazi è strumentale all’obiettivo, più volte indicato dal Presidente Trump, di porre fine al pauroso deficit accumulato nel tempo dalla bilancia commerciale americana. Una strategia che dovrà probabilmente essere portata avanti per lungo tempo dato che le sanzioni e i dazi già messi in atto (ad esempio nei confronti della Cina e della Russia) non hanno dato fino ad ora i risultati rispondenti alle aspettative e hanno solo contribuito al rallentamento di tutta l’economia mondiale. Nel caso dei rapporti con l’Unione Europea non ci si deve sorprendere che i dazi americani, che entreranno presumibilmente in vigore il prossimo 18 ottobre, comprendano beni (come i prodotti alimentari) che non hanno nulla a che fare con l’industria aeronautica e paesi (come l’Italia) che non fanno parte del consorzio Airbus. Le guerre commerciali, come tutte le guerre, nascono per fare male e portano con sé l’ovvia conseguenza di provocare ritorsioni. Per fare davvero male nulla è più adatto dei prodotti agricoli, che danneggiano un infinito numero di piccoli produttori i quali appartengono, a loro volta, al più grande numero possibile di paesi dell’Unione Europea. Quanto alle ritorsioni è ovvio che non possonomancare non solo per non dimostrare di essere del tutto perdentima perché sono l’unico strumento che può obbligare ad aprire future trattative in posizione paritaria. Ricordo come a Bruxelles in casi analoghi, anche se di dimensioni assai più modeste, dedicavamo grande attenzione a scovare ritorsioni che non mettessero a rischio la lunga e fondamentale amicizia fra Stati Uniti e Unione Europeama che, possibilmente, colpissero gli elettori di coloro che erano deputati a prendere le decisioni sul commercio. Il fatto grave è che oggi questi episodi temporanei si sono trasformati in una strategia permanente, così aggressiva che sta ormai erodendo i lunghi rapporti di un’amicizia che esisteva ininterrotta nell’animo profondo sia degli europei sia degli americani. Si sta infatti paurosamente accelerando ed accentuando un cambiamento che non si sa dove possa portare. Per la famiglia Bush e per Clinton, pur non mancando differenze di interessi, l’Europa era un insostituibile punto di riferimento anche se, nello stesso tempo, era considerata un fratello minore.Minore ma sempre un fratello. Con il presidente Obama siamo rimasti un amicoma considerati solo come una delle tante tessere della sua strategia mondiale: Amsterdam e Singapore erano per lui sostanzialmente equivalenti. Trump ha compiuto un ulteriore passo in avanti, considerando l’Europa come un pericoloso nemico. Evidentemente non direttamente nel campo politico-militare, ma nel settore economico-commerciale. Da qui nascono i ripetuti attacchi alla Germania (in quantomaggiore responsabile del surplus nei confronti degli Stati Uniti) e il continuo e palese incoraggiamento all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Si tratta di attacchi soprattutto economici perché Trump, nonostante abbia alzato la tensione in molti capitoli della sua politica estera, non ha intenzione di aprire conflitti armati in nessuna parte del mondo. I suoi elettori non gli perdonerebberomai la perdita di vite umane per una guerra in terre lontane come nel caso dell’Iraq. Tuttavia gli stessi elettori lo sostengono con sempre maggiore entusiasmo nelle guerre commerciali. In modo quasi unanime nei confronti della Cina ma anche con un crescente favore nei confronti dell’Europa. Se perciò accogliamo con un senso di parziale sollievo il fatto che qualche prodotto italiano prima minacciato sembri ora essere risparmiato dalla scure di Trump, ci dobbiamo tuttavia rendere conto che un’offensiva di questo tipo richiede necessariamente una risposta adeguata. Questa risposta la può dare solo Bruxelles. In primo luogo per la sua esclusiva competenza nel campo delle regole sul commercioma soprattutto perché, solo operando insieme, noi europei abbiamo la forza di difendere i nostri interessi attraverso un negoziato che salvi almeno la parte essenziale del multilateralismo e delle libertà commerciali che hanno permesso uno sviluppo senza precedenti dell’economiamondiale. Il fatto che l’uso dell’arma commerciale prevalga rispetto a strumenti ben più pericolosi può essere per l’Europa l’occasione per fare pesare la propria forza economica e fare sentire la propria voce. Purché i Paesi europei si decidano finalmente a cantare in coro.

Se la visita delle delegazione libica al Cara di Mineo e in altri centri per immigrati in Sicilia non era mai stata resa pubblica prima delle rivelazioni di Avvenire, emerge ora una foto del 15 maggio 2011, scattata a Roma, nel quartier generale della Guardia costiera italiana quattro giorni dopo il meeting in Sicilia. Accanto agli ufficiali italiani c’è Bija con gli altri emissari nordafricani tra cui, alla destra del trafficante di uomini, una figura su cui si stanno concentrando i legali di diversi migranti passati dai campi libici, testimoni chiave in alcune inchieste avviate nell’isola. Grazie a Luca Raineri, ricercatore di Relazioni Internazionali e Security Studies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, scopriamo che Bija era a Roma per una serie di «incontri di formazione». Nella nota che, sul sito della Guardia costiera, accompagnava la notizia si legge: «Nell’ambito del progetto “Sea Demm – Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”, coordinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il Comando Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera ha ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso Oim». Bija, in abito scuro, pettinatura impomatata e posa atletica, è tra i più eleganti. L’appuntamento «si è dimostrato un’importante opportunità per trattare argomenti cruciali quali la ricerca e il salvataggio della vita umana in mare, il border control (il controllo dei confini, ndr), l’attuale divisione delle aree Sar (ricerca e soccorso,ndr) nel Mediterraneo Centrale e il progetto di cooperazione tra Italia e Libia, che si propone, attraverso il ricorso a finanziamenti europei, di istituire un efficiente Maritime Coordination Center in quest’ultimo Stato». Era l’inizio della cooperazione che ha portato a delegare alla cosiddetta Guardia costiera libica la cattura dei migranti in mare. Senza che mai, nonostante le promesse di tutti i governi italiani che si sono susseguiti da allora, vi sia stato un miglioramento dei diritti umani di base, tanto da far chiedere alle Nazioni Unite e anche all’Unione Europea, la chiusura di tutti i campi di prigionia, a cominciare da quello sotto il controllo di Bija e dei suoi complici. Nelle ricostruzioni ufficiali sul resto del viaggio di Bija, peraltro, rimangono altre grandi zone d’ombra. Le notizie pubblicate dal nostro giornale, infatti, hanno provocato varie reazioni. Dai servizi segreti italiani all’Unione europea. La portavoce del Servizio Europeo di Azione Esterna, Maja Kocijancic, ha ribadito che «nessuno dei guardiacoste addestrati da Operazione Sophia è sulla lista delle sanzioni Onu», mentre l’Unione Europea ha chiesto alla Guardia costiera libica di «affrontare il caso di Abdalrahman al-Milad», detto Bija, che «a quanto ci risulta è stato sospeso dal servizio». In altre paroS le, Bija non può essere considerato un referente delle guardie costiere dell’Ue. Ma in realtà, come documentato più volte da Avvenire e altre testate internazionali, oltre che da indagini delle Nazioni Unite, le motovedette del boss di Zawyah sono ancora attive e rispondono alle chiamate della centrale di Tripoli, a sua volta allertata dalle Guardie costiere di Paesi come Italia e Malta. L’Ue, dunque, non si assume responsabilità per quanto i singoli Stati fanno, ritenendo di avere dato indicazioni precise per stare alla larga da personaggi con pochi scrupoli. Contattati dall’agenzia AdnKronos, i vertici dell’intelligence italiana hanno formulato una «smentita categorica» circa la presenza di funzionari del servizio segreto a Mineo. Con un distinguo. Nella precisazione viene indicato che «nessun funzionario dell’Aise ha mai partecipato a quella riunione». L’Aise è l’agenzia per la sicurezza esterna. Curiosamente, non viene indicata l’assenza anche di uomini dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Tuttavia, come confermano diverse fonti, non c’è dubbio che l’intero viaggio sia stato seguito da funzionari del ministero dell’Interno, sia a tutela della delegazione estera, che per monitorare gli spostamenti e le mosse degli “ospiti libici”. Rileggendo le denunce delle Nazioni Unite sui crimini contro i diritti umani commessi dalla Guardia costiera di Zawyah, divulgati precedentemente all’arrivo in Italia della discussa delegazione libica, si ha la conferma che qualcuno in quei mesi ha chiuso un occhio. Quasi ogni trimestre, nei due anni precedenti, le Nazioni Unite hanno denunciato il dramma dei migranti. Il 16 aprile 2016, in uno dei dossier del Consiglio di sicurezza, viene descritta la situazione del centro di detenzione ancora oggi sotto il controllo di Bija e del suo clan. «L’1 aprile a Zawiyah, quattro detenuti dalla struttura di detenzione di al-Nasr, che è gestito dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (presso il governo di Tripoli, ndr), sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e 20 altri sono rimasti feriti a seguito di un apparente tentativo di fuga. Anche una guardia è stata ferita. Il caso ha mostrato la seria preoccupazione in corso riguardo alla terribile situazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, comprese le condizioni relative a il loro trattamento e la detenzione prolungata». Il 5 aprile 2017, un mese prima della visita in Italia, la più importante agenzia fotografica del mondo pubblicava un servizio proprio su Bija, ritratto a cavallo, a corredo di una serie di inchieste giornalistiche nelle quali è indicato come perno del network della traffico di esseri umani. Davanti a questi documenti è anche solo difficile ipotizzare che un esponente proveniente da quell’area, ripetutamente indicato per nome e immagini dalla stampa italiana e internazionale, potesse ottenere un salvacondotto per entrare in Italia con la garanzia di poter rientrare senza conseguenze.

Un mese dopo l’atterraggio di Bija in Sicilia, succede qualcosa di strano: di colpo le partenze di immigrati e profughi dalla Libia precipitano ai minimi storici, con una riduzione superiore al 50% per ogni mese. Si passa dai circa 26mila di maggio – il vertice nel Cara di Mineo è dell’11 maggio – ai quasi 5mila di settembre. Le statistiche elaborate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, fanno venire in mente Leonardo Sciascia, secondo il quale «le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze». Eppure, sull’organizzazione di quell’incontro, il giallo continua. Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia. Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti. All’epoca dei fatti, fonti del governo italiano facevano sapere che «noi dialoghiamo con le autorità legittimamente riconosciute, ma anche con i sindaci, con le tribù, che costituiscono il tessuto connettivo del Paese. Occorre un dialogo politico tra Est e Ovest, una forte spinta diplomatica». Un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo. Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane. Gli investigatori si sono mostrati molto interessati alle rivelazioni di Avvenire e già nei prossimi giorni potrebbero esserci sviluppi inaspettati. Fonti delle Nazioni Unite confermano che l’incontro avvenne in accordo con il governo italiano e che Bija si presentò inizialmente come direttore di un centro per migranti. Successivamente venne indicato come funzionario della Guardia costiera e ebbe modo anche di visitare la struttura di Pozzallo. La sua figura era nota, tanto da venire riconosciuto da alcuni rappresentanti di agenzie umanitarie assai sorpresi di vederlo in Sicilia e da cui ancora oggi trapela lo sconcerto per avere appreso che a uomini su cui pendono anche le investigazioni della Corte penale internazionale dell’’Aia sia stata concessa una via d’accesso sicura per entrare e uscire dall’Italia. Al centro degli incontri vi era il «modello di accoglienza italiano da esportare in Libia», specialmente il Cara di Mineo, inaugurato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni. Poi la delegazione ha visitato anche altre due strutture siciliane. Un “modello” a cui i libici erano molto interessati e su cui, a quanto raccontano le fonti contattate da Avvenire, «avevano grande interesse anche per i costi di gestione e i finanziamenti che sarebbero stati necessari dall’Italia e dall’Europa per analoghe strutture in Libia». Poco dopo arriveranno ulteriori accuse dagli investigatori Onu, acquisite dalla Corte penale dell’Aja. «Le sue forze – si legge in uno dei documenti – erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». E alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia. Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti U di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite». Kachlaf, leader della famigerata brigata Al-Nasr, è a sua volta soggetto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per traffico di esseri umani ed è ritenuto il vero padrone del centro di detenzione di Zawyah, dove hanno sporadico accesso gli osservatori Onu. Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano nelle scorse settimane che Bija era stato reso «inoffensivo». In realtà sarebbe più in sella che mai. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. È riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata. (Continua-2)

Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la composizione della misteriosa delegazione da Tripoli. È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija. Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto. Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti. Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite. All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani. Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco». Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia. Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf». Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini. Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi meQ si prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija». Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo. Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo. Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano. Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna. Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire. I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo». Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano. In realtà, ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze». La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici. Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato – si legge nei report dell’Onu – di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture». Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messsina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra». Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman». (1-Continua)

li Stati Uniti, che la salvarono ai tempi del patto Obama-Marchionne; la Svizzera, a lungo piccolo “p a r a d iso fiscale” per la dinastia Agnelli. Arrivano da quei mondi, solo all’ap parenza lontani, le cattive notizie che si addensano attorno a un’azienda che fu italiana e che in molti, e non soltanto a Torino, si ostinano a chiamare ancora Fiat. Fca ha una proprietà ex italiana, vende e produce soprattutto negli Usa (ma con più di un problema legale, come vedremo), svolge le sue assemblee ad Amsterdam e regola a Londra i suoi conti col fisco. Cattive notizie che riguardano il futuro della produzione automobilistica in Italia, oggi in condizioni che sembrano non sfuggire neppure al nuovo governo, se il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, intervistato dal Sole 24 Ore, ha parlato per la prima volta della necessità di un tavolo ministeriale “p er contenere e se possibile invertire la tendenza”. ANDIAMO CON ORDINE. Da – gli Usa, dopo il recente arresto del manager accusato di aver mentito sull’effettiva capacità dei sistemi di emissione montati sui veicoli diesel di Fca, è appena arrivata un’altra tegola giudiziaria. La Sec, la Consob statunitense, ha inflitto al gruppo una multa di 40 milioni di dollari. Una sanzione sopportabile, ma legata a una contestazione grave: aver gonfiato le vendite tra il 2012 e il 2016 presentando come nuove quelle di anni precedenti. Le notizie elvetiche partono, invece, da Ubs che due giorni fa ha diffuso un report nel quale annuncia di aver tagliato il target price del gruppo da 12 a 11 euro, provocando un immediato calo in Borsa. Le motivazioni di questa decisione sono l’analisi oggettiva delle difficoltà di Fca. Il problema delle emissioni nell’area del mercato europeo (dopo l’acquisto per centinaia di milioni di “diritti verdi” da Tesla per evitare le sanzioni Ue); il fallimento della trattativa con Renault-Nissan e l’in – capacità di trovare un partner in grado di rimediare all’arre – tratezza tecnologica, le difficoltà di vendita per la Jeep in Cina e il tracollo del marchio Maserati. Un vero e proprio bollettino di guerra che, se da una parte pone rimedio all’esagerato “fiancheggiamento” nei confronti di Fca da parte di molti analisti italiani, descrive uno scenario che pare proprio evocare l’emergenza del “ta – volo” indicato da Patuanelli. Oggi Fca è un’azienda sostenuta dagli ammortizzatori sociali (cassa integrazione straordinaria in tutti gli stabilimenti). “Io, in Italia, preferisco la cassa integrazione alla scelta di licenziare”, aveva spiegato Marchionne ai suoi interlocutori americani e così è stato sino a oggi: ma può tutto ciò assicurare ancora un futuro anche alla filiera italiana? La risposta di Fca alla battuta del ministero sul tavolo ministeriale, sostiene la Fiom, sarebbe stata quella di annunciare investimenti per 1,6 miliardi di euro a Torino, Modena e Cassino per l’auto elettrica col marchio Maserati e un modello suv. “È ancora una volta il ri-annuncio di un annuncio già fatto a suo tempo da Marchionne – commenta Giorgio Airaudo della segreteria della Fiom piemontese – e che presenta due difetti che ricalcano, come per i modelli Alfa a Pomigliano, i rilievi di Ubs: a luglio, il marchio Alfa aveva perso il 41% sul mercato europeo, Maserati il 29 e ad agosto è andata peggio. Poi, sul fronte dell’elettrico, resta l’as – senza di tecnologie proprie e il bisogno di un’alleanza strategica che non si vede”. LA REALTÀ di Fca sembra legata sempre di più alla vera intenzione degli azionisti di maggioranza: gli eredi Agnelli. “Anche alla luce della trattativa con Renault-Nissan poi fallita, pare quella della diluizione, di un lento distacco – aggiunge Airaudo – Basta pensare alla vendita di Magneti Marelli, che sarebbe stata indispensabile per la svolta elettrica, e adesso lo spin-off di Iv ec o ”. Una decisione, quella sui veicoli industriali, che proprio ieri ha prodotto il primo effetto negativo: l’annun – cio della chiusura, entro l’aprile 2020, dello stabilimento New Holland di San Mauro Torinese e della sua possibile trasformazione in un grande Nel guado Il presidente di Fca, John Elkann. Sopra, l’impianto di Mirafiori Ansa centro logistico, lasciando fuori almeno 120 dipendenti. Le ultime indiscrezioni parlano di un report giunto in Italia a luglio, redatto da alcuni analisti che lavorano per i soci americani di Fca: indicherebbe la necessità di chiudere almeno uno stabilimento in Italia. L’Alfa di Pomigliano? L’inse – diamento di Grugliasco (Torino) dell’ex Bertone, dopo la d éb â cl e del polo del lusso? Nessuno ha mai confermato queste voci, così come quelle di un ricorso, per evitare la chiusura, a pensionamenti incentivati, magari sfruttando al massimo Quota 100. Al contrario, altri commentatori sottolineano come, se quelle ipotesi fossero vere, è possibile che sia stato proprio Elkann a rifiutarsi di attuarle. Patuanelli e il governo andranno avanti sull’ipotesi di un tavolo ministeriale sull’au – to? “Se sarà così –conclude Airaudo – il punto di partenza dovrà essere l’emergenza del settore. A Fca si dovrà chiedere se e quanto vuole ancora investire in Italia, per uscire prima dagli ammortizzatori sociali e poi per ridare fiato alla filiera automobilistica. Riflettendo anche se non sia possibile favorire l’ingresso di investitori e di marchi stranieri, guardando soprattutto alle startup dell’auto elettrica”.

A far ripartire le indagini su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per le stragi di mafia tentate e riuscite del 1993-94 a Roma, Firenze e Milano, sono state le famose intercettazioni di Giuseppe Graviano. Il 10 aprile del 2016 il boss è a passeggio con il compagno di detenzione Umberto Adinolfi nel carcere di massima sicurezza di Ascoli. Il siciliano ricorda quando era stato chiamato a confermare le accuse del pentito Francesco Di Carlo, che aveva parlato anche di presunti investimenti del padre di Graviano a Milano: “Nel dicembre 2009 al processo Dell’Utri c’erano i giornalisti di tutto il mondo, te lo ricordi che si preoccupava?”. Graviano si era avvalso della facoltà di non rispondere ma leggeva nel pensiero di Marcello Dell’Utri, presente in aula: “si preoccupava, dice … si chistu pa… a mia m’a r r estano subito”. Graviano quel giorno del 2016 poi spiega di essere adirato per il trattamento subito e propone ad Adinolfi di far arrivare un messaggio minaccioso mediante un intermediario. A chi? Il boss non lo dice ma secondo l’accusa del processo Trattativa, si parlerebbe di Berlusconi. Graviano dice ad Adinolfi che bisognerebbe mandare un uomo a portare un messaggio a un terzo soggetto: “all’uomo ci si fa sapere: dici a Tizio che si comincia a presentare con tutto quello che sa lui”. Adinolfi è scettico. Capisce i rischi dell’operazione. Graviano prima di fargli la proposta di trovare un messaggero spiega al detenuto campano il contesto, partendo da molto lontano. Graviano spiega che il nonno materno, Filippo Quartararo avrebbe investito nel 1975 insieme a un suo amico e altri soci in un’attività. Nel 1982, quando muore il padre, Michele Graviano, ucciso dai fedeli di Bontate, Giuseppe comincia a esser messo a parte dei segreti di questi investimenti: “morto mio padre io sapevo qualcosa ma non sapevo tutto” finché il nonno vicino alla morte, quando il nipote è già latitante, nel 1985 gli disse tutto. A QUESTO PUNTO, Gr aviano dice: “Io avevo i contatti, giusto? Adesso passiamo a una fase molto delicata (…) a Roma lui voleva già scendere, ‘92 già voleva scendere e voleva tutto ed era disturbato per acchianari (cioé per salire, ndr) lo volevano indagare”. Adinolfi lo interrompe e con fare interrogativo dice: “Misi i luglio”, cioè sembra chiedere al boss: ‘La cortesia che ‘lui’ti ha chiesto è riferita al mese di luglio 1992?’. Graviano (secondo l’interpre – tazione dei periti della Corte d’Assise, contestata dalla difesa Dell’Utri) dice: “Be rlus ca mi ha chiesto sta cortesia ….per questo è stata l’urgenza”. Poi il boss di Brancaccio passa a parlare di un politico: “Io credevo in questa situazione la popolazione era con noialtri, era innamorata” e in dialetto siciliano ripete: “iddru voliva scinniri in quel periodo c’erano i vecchi, elezioni ri vecchi, e iddru mi dissi ci vulissi una bella cosa”. Il senso sarebprincipali. Mi rendo conto che sono ipotesi”, ammette il magistrato, ricordando però che “tanti tasselli ci fanno ritenere che la strage di via D’Amelio possa essere stata eterodiretta da ambienti e soggetti estranei a Cosa nostra”. La Procura di Caltanissetta, competente sulle stragi del 1992, però non ha iscritto Berlusconi dopo aver acquisito le intercettazioni sulla ‘cortesia del 92’ fatta da Graviano. SCELTA DIVERSA ha fatto Firenze per le stragi del 1993. Le parole di Graviano sono difficili da interpretare. Il boss potrebbe mentire volutamente per inviare messaggi depistanti. Nato nel 1963, Graviano è stato arrestato il 27 gennaio del 1994 a Milano con il fratello maggiore Filippo e da allora entrambi sono reclusi in isolamento. Boss precoce, scelto come capo del mandamento di Brancaccio scavalcando il primo e il secondogenito, era nel cuore del corleonese Riina nonostante fosse un palermitano. Il padre, Michele Graviano, era diventato ricco quando i suoi terreni agricoli avevano cambiato destinazione. A Fiammetta Borsellino, che andò a trovarlo a Terni in carcere nel dicembre 2017 sperando di riuscire a smuoverlo, Graviano si raccontò così: “Vengo da una famiglia di possidenti, avevamo una concessionaria Renault a Brancaccio, Motel Agip, attività e terreni. Io andavo a scuola e contemporaneamente lavoravo, avevamo un terreno per costruire, eravamo una famiglia benestante, a 48 anni è morto mio padre … avevo 18 anni”. Fiammetta Borsellino gli chiede: “C ome trascorreva la sua vita?”. Il boss replica “io ero latitante (…) non voglio raccontare cose… mi sono trasferito al No rd ”. Sostiene che faceva “commercio di carne con dei prestanomi”. Poi spara: “Fre – quentavo delle persone tra cui Baiardo Salvatore di Omegna sul lago D’Orta dove trascorrevo la latitanza. Frequentavo anche commercianti, familiari e avvocati e personaggi politici, tra cui anche quello … lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi ….. più che io era mio cugino che lo frequentava … facevo una vita normale”. Come se fosse normale per un boss stragista frequentare Berlusconi. L’avvocato Niccolò Ghedini, quando svelammo l’intercettazione su w w w . iloft.it ci disse: “Nessuno ci ha mostrato questa conversazione. Comunque sapeva di essere registrato e potrebbe avere depistato. Non risulta nessun incontro di Berlusconi con Graviano o con qualcuno legato a lui. Tanto meno con un suo cugino”. 2. (continua)

Il cordone dei lavoratori che viene forzato, un parlamentare contuso e un’inchiesta aperta al ministero dell’Inter – no. Diventa un caso il ferimento di Stefano Fassina, avvenuto ieri pomeriggio durante la manifestazione dei dipendenti della società Roma Metropolitane, per la quale è prevista la messa in liquidazione. Il parlamentare è stato trasportato al pronto soccorso “in codice rosso” a causa di un trauma da schiacciamento: i medici sospettano abbia riportato l’incrinamento di una costola. Il deputato e consigliere capitolino di LeU era davanti alla sede di via Tuscolana 171 per solidarizzare con i 45 dipendenti della società comunale, perlopiù impiegati e funzionari, per i quali sta per iniziare la procedura di licenziamento. I lavoratori avevano formato un cordone all’i ngresso degli uffici in modo da bloccare qualsiasi ingresso dall’esterno. L’attesa era per l’arrivo del dirigente capitolino Luca Pasqualino, che i manifestanti avevano intenzione di bloccare prima di permettergli di arrivare all’a ppuntamento con il presidente Marco Santulli. L’E M I SSA R I O dell’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti è stato così scortato dalla polizia, in assetto antisommossa, che ha forzato il cordone per permettere a Pasqualino di entrare. Dal video pubblicato dall’agenzia Dire si vede chiaramente come Fassina rimanga schiacciato fra il corpo di un poliziotto e la porta d’ingresso, non riuscendo a divincolarsi nonostante le urla di dolore. Ad alcuni soccorritori ha poi spiegato di essere caduto e, una volta a terra, alcune persone gli sarebbero passate addosso. Nel caos ricevono colpi anche il capogruppo capitolino del Pd Giulio Pelonzi e i sindacalisti Cgil e Uil Natale Di Cola e Alberto Civica. Quanto accaduto ha scatenato la polemica politica. “Non c’è stata nessuna carica”, ha subito specificato la Questura di Roma, confermando che l’ope – razione si è resa necessaria per “scortare un funzionario comunale all ’ i nt er no d el l’ed if ic io ”. Da San Vitale, poi, confermano l’apertura di un’i ndagine interna, annunciata dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ha dato indicazione al capo della Polizia Franco Gabrielli di accertare “se l’in – tervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge”.“Quan – to è avvenuto davanti alla sede di Roma Metropolitane è molto grave. Si faccia immediata chiarezza, siamo vicini a lavoratori, s i n d a c al i s t i , consiglieri e deputati”, ha detto il segretario del Pd Zingaretti, cui ha fatto eco il ministro della Salute, in quota LeU, Roberto Speranza: “Mando un caro abbraccio a Stefano Fassina”.

Condannato per mafia a 9 anni di carcere il “signore del vento”, come lo definì il F inancial Times: la recente collaborazione avviata con la giustizia che ha smascherato finora due burocrati regionali infedeli, non è servita ad attenuare la condanna a Vito Nicastri, il re dell’eolico, l’i mprenditore di Alcamo in affari con Paolo Arata, ex Forza Italia poi consulente (ora ex) di Matteo Salvini. Nicastri è stato condannato dal gup di Palermo Filippo Lo Presti, assieme al fratello ( stessa pena), per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ag g i un t o Paolo Guido e il pm Gianluca De Leo avevano chiesto 12 anni, contestandogli rapporti con le cosche e con il superlatitante Matteo Messina Denaro. E ADESSO la condanna per mafia rischia di gettare una luce diversa e più grave sull’intera vicenda giudiziaria che ha coinvolto anche l’ex sottosegretario Armando Siri (poi non riconfermato da Conte) intercettato nell’inchiesta: “Siri ci lavora un secondo per guadagnare 30 mila euro“, diceva a telefono Arata, oggi indagato dalla Procura di Roma per avere corrotto l’ex sottosegretario con una mazzetta da 30 mila euro. Oggetto della corruzione, secondo l’accusa, un emendamento sulle “r i nnova bili” che avrebbe aperto al gruppo Arata-Nicastri nuovi e lucrosi affari sul mini eolico in Sicilia e nel resto del Paese. “Guarda che l’emenda – mento passa”, dice Arata il 10 settembre, aggiungendo: “L’emendamento è importante. Sono milioni per noi l’emen – damento, che cazzo”. Secondo le indagini, i due avevano stabilito una sinergia imprenditoriale ramificata in decine di società: “Sono stati acquisiti elementi di prova –scrive la Dia –circa l’esistenza di un reticolo di società, tutte operanti nel mercato delle energie rinnovabili, facenti capo solo formalmente alla famiglia Arata (oltre a Paolo, anche al figlio Francesco e alla moglie Alessandra Rollino), ma di fatto partecipate occultamente da Vito Nicastri, vero regista delle strategie imprenditoriali, considerato dal medesimo Paolo Arata “la persona più brava dell’eolico in Italia”. Negando ogni rapporto con la mafia Nicastri si definisce “s vil up pat ore ”, e ha spiegato che la sua attività consiste n el l ’accompagnare i grandi gruppi quotati in borsa nella giungla siciliana degli appalti dell’eolico e del fotovoltaico. UN ESEMPIO l’ha fornito alla Dia il geometra Giuseppe Li Pera, vecchia conoscenza degli investigatori dai tempi del patto del “tavolino”, tra mafia, politica e imprenditoria, che con Nicastri ha lavorato rappresentando la Alerion Green Power. Quando gli obiettò che i suoi prezzi erano fuori mercato, Nicastri gli rispose: “Sen – za di me questi lavori non li farete, perché sul territorio non ve li fanno fare, perché non conoscete u zu Totòeu zu Nicola del posto”. I rapporti con le cosche sei anni fa gli costarono una maxi-confisca di beni da un miliardo e 300 milioni di euro, il valore delle 43 società utilizzate per gli affari di eolico e fotovoltaico, in Sicilia, Lazio e iCalabria. E oggi passate tutte allo Stato. E se quella misura nel 2013 portò a galla numerosi episodi corruzione persino con gli uffici del demanio e delle servitù militari della Sicilia, a mettere Nicastri oggi nei guai è stata una vicenda di vecchia e nuova mafia: 60 ettari di terreni coltivati a vite acquistati a un’asta giudiziaria per 138 mila euro e rivenduti a mezzo milione, con una busta di denaro arrivata, come ha rivelato il pentito Lorenzo Cimarosa (“Sono sempre più fiero e orgoglioso di mio papà”ha detto il figlio Giuseppe) al superlatitante Messina Denaro. I terreni erano di Giuseppa Salvo, sposata con Alberto, nipote di Ignazio, il potente esattore di Salemi assassinato dai corleonesi nel settembre del 1992, che su quei fondi ereditati dal padre aveva chiesto alla Regione i contributi sui diritti di reimpianto. “Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi, ci fai sapere che c’erano stati problemi, perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches. La busta la portai a Francesco Guttadauro”. Dichiarazioni rafforzate dalle parole di un’avvocata veneziana amica di Alberto Salvo, Chiara Modica Donà delle Rose: “Ricor – do distintamente che Salvo ebbe a dirmi che attraverso Nicastri, Messina Denaro avrebbe ottenuto la grande soddisfazione di appropriarsi di beni che appartenevano alla famiglia Salvo, senza aggiungervi altri particolari”.

I magistrati di Milano tornano a bussare al Senato. Per chiedere di poter sequestrare anche le chat telefoniche tra l’ex sottosegretario Armando Siri e il suo più stretto collaboratore Luca Perini. Entrambi indagati per i finanziamenti ottenuti dal parlamentare leghista dalla Banca agricola Commerciale di San Marino a condizioni di particolare favore e che poi ha utilizzato per l’acquisto di un immobile a Bresso (Milano) intestato a sua figlia. I PM GAETANO RUTA e Sergio Spataro ancora attendono risposta da Palazzo Madama a una precedente istanza con cui hanno chiesto di poter mettere le mani su due pc che potrebbero contenere atti utili a ll ’indagine per autoriciclaggio e che sono stati individuati durante una perquisizione effettuata lo scorso 29 luglio negli uffici di Perini. In quella occasione la Polizia giudiziaria aveva acquisito anche copia forense del suo smartphone e Siri si era immediatamente rivolto alla Procura di Milano perché fosse impedita “in qualunque forma la trascrizione, divulgazione, selezione ed acquisizione al fascicolo delle i nd a g in i ”. Chiedendo la distruzione delle conversazioni telefoniche, messaggi, email e chat presenti nel telefono di Perini ma di cui fosse lui autore o destinatario in base a ll ’articolo 68 della Costituzione che prescrive per il sequestro di corrispondenza di un parlamentare, la preventiva autorizzazione della Camera a cui appartiene. Si tratta di materiale che i magistrati hanno molto interesse a utilizzare “al fine di una completa ricostruzione dei fatti di indagine, in particolare per verificare termini e caratteristiche degli accordi retrostanti le operazioni di finanziamento” della banca del Titano. “Come già indicato nel decreto di perquisizione – scrivono Ruta e Spataro alla Giunta per le autorizzazioni del Senato –, per un completo accertamento dei fatti è necessario acquisire tanto gli atti che documentano passaggi formali, quanto e soprattutto quelli che contengono tracce di rapporti e accordi non riversati in forma ufficiale che diano evidenza di rapporti, conversazioni e scambi di informazioni tra i soggetti coinvolti”. E quindi vogliono mettere le mani anche sui 10.742 messaggi, tra sms, mms e chat, scambiati tra Perini e Siri quando quest’ultimo era già diventato senatore. ORA LA GIUNTA di Palazzo Madama dovrà valutare anche questa seconda richiesta. Intanto oggi dovrà decidere se autorizzazione o meno i magistrati al sequestro dei due pc su cui Siri non intende mollare di un millimetro. Il 30 settembre ha fatto istanza alla Procura di Milano, “di limitazione del perimetro di acquisizione del contenuto della memoria dei computer”: ha chiesto insomma che gli accertamenti siano limitati ai soli documenti pertinenti all’im p ut az io ne . Come? “Al fine di contemperare le esigenze investigative sottese al sequestri e le prerogative costituzionali del senatore Siri – si legge nell’istanza vergata dal suo avvocato Fabio Pinelli –la materiale attività di acquisizione del contenuto della memoria dei supporti informatici potrà avvenire attraverso l’estrapolazione dei file a seguito di ricerca tramite parola chiave. Ciò consentirà di evitare l’apprensione di tutto ciò che è inconferente rispetto a quanto oggetto di indagine, scongiurando così un ’indebita intrusione nella sua attività istituzionale.