«I soldi dell’Obolo di San Pietro usati per operazioni finanziarie? Non mi risulta. La segreteria di Stato ha in dote risorse di diversa provenienza, non soltanto quelle della carità del Papa le quali, per volere di Francesco, devono essere usate solo e soltanto per opere di bene. Non credo sia stato fatto diversamente». In un salottino di casa Santa Marta, la residenza dove Francesco ha deciso di abitare appena terminato il conclave, il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, porporato sudamericano a capo del C9, il ristretto consiglio composto da cardinali chiamati a riformare la curia di Roma e la Chiesa, amico personale e consigliere di Jorge Mario Bergoglio fin da quando questi era arcivescovo di Buenos Aires, commenta le ultime vicende vaticane dopo l’anticipazione fatta da Repubblica del libro di Gianluigi Nuzzi “Giudizio universale”. Eminenza, si dice che il Vaticano sia sull’orlo del fallimento. L’Obolo in dieci anni è dimezzato, e solo 2 euro su 10 vanno davvero ai bisognosi. Come mai? «Ripeto, è una ricostruzione di cui non ho riscontro. Dire poi che il Vaticano è a rischio default è falso. La segreteria di Stato, fra l’altro, amministra anche le spese delle nunziature apostoliche. Gli ingressi economici di cui dispone vengono da più parti, non soltanto dall’Obolo. Ci sono, poi, le entrate dei musei vaticani che aiutano tutta la Santa Sede. A me sembra più che altro sia in atto una strategia di screditamento precisa». Quale? «Vogliono colpire il papato: prima dipingendo una Chiesa dove sono per la maggior parte pedofili, adesso mostrando una noncuranza economica. Ma non è così. Anche la vicenda che ha portato alle dimissioni del comandante della gendarmeria Domenico Giani merita approfondimenti diversi dai titoli di giornale». In che senso? «La pubblicazione del documento con i nomi delle persone sospese è stato un colpo basso contro di lui. A testimonianza che dentro il Vaticano continua a esserci un problema: qualcuno fa uscire le carte per destabilizzare». Scusi, però le carte parlano chiaro: hanno usato dei soldi per un’operazione finanziaria quantomeno spericolata. O no? «C’è stata una transazione sulla quale la Santa Sede ha fatto una normale operazione di sicurezza che non era destinata a essere pubblicata. Poi, come troppo spesso accade, qualcuno ha deciso di passare le carte ai giornali e a pagarne le conseguenze è stata per ora una sola persona». Mi scusi eminenza, ma cosa esattamente si vuole destabilizzare con il passaggio delle carte? «Intanto la gendarmeria, che ha visto fuoriuscire la sua guida. E poi il papato: durante un Sinodo dei vescovi dai contenuti decisivi si fa parlare d’altro». Insisto, ma è normale che avvenga una transazione su un immobile usando i fondi dell’Obolo di san Pietro? «Con quali soldi sia stata fatta l’operazione è ancora da chiarire. La magistratura lavora per giudicare. Fino a questo momento qualsiasi conclusione è senza fondamento». Perché il Sinodo sull’Amazzonia darebbe fastidio a qualcuno? «Non userei il condizionale. Dà fastidio. Papa Francesco desidera che la Laudato Sì’, la sua enciclica ecologia dedicata alla cura del creato sia conosciuta nella Chiesa. Lo sa che in parte della Chiesa statunitense non sanno nemmeno cosa sia?». Cioè? «Fanno finta che non esista. Perché una parte della Chiesa sembra essere più interessata ai grandi donatori, alle politiche delle compagnie del petrolio e del carbone. In questo senso il testo del Papa che chiede sviluppo sostenibile e giustizia sociale dà fastidio a chi è interessato solo ai soldi». Sta dicendo che esiste un mondo cattolico statunitense che snobba volutamente il Papa sui temi ambientali? «Diciamo che è quantomeno incomprensibile il fatto che una parte della Chiesa cattolica, nonostante uragani, siccità, cambiamenti epocali come conseguenza evidente dell’azione dell’uomo, non ascolti questi messaggi della natura e non si interroghi». C’è chi dice che la Chiesa dovrebbe occuparsi d’altro. «Figurarsi. Forse non sanno che non si può essere cristiani senza avere a cuore il creato». Alcuni sostengono che il Sinodo voglia tradire la dottrina, in particolare abolendo l’obbligo del celibato ecclesiastico. «In questi giorni a Roma ci sono tutti i vescovi amazzonici. Sa cosa fa il Papa e con lui il Sinodo? Li ascolta. Perché fa tanta paura l’ascoltare?» I “viri probati”, uomini anziani sposati ordinati preti, saranno la soluzione della mancanza di vocazioni? «Il Sinodo sta discutendo. È una soluzione intelligente anche se gli oppositori l’hanno presa come una bandiera per attaccare. Un’altra soluzione che vedo possibile è quella di ordinare preti i diaconi sposati. Fra l’altro nella tradizione cattolica esistono già i preti sposati, mentre Benedetto XVI ha ammesso i preti anglicani sposati convertiti al cattolicesimo. Il diaconato permanente potrebbe rimanere, ma alcuni di questi diaconi potrebbero essere ordinati sacerdoti per celebrare l’eucaristia». Il cardinale Walter Kasper ha detto che alcuni nella Chiesa stanno lavorando per il prossimo conclave. Cosa pensa? «Lasciamoli lavorare. Tanto è un lavoro inutile. Il conclave è sempre opera dello Spirito Santo, come hanno dimostrato i recenti conclavi. Le manovre umane falliscono». Francesco andrà avanti a lungo? «Certo. Sta bene e non ha nessuna intenzione di dimettersi. Il popolo sta tutto con lui, mentre le persone contro assomigliano ai farisei, attaccati alla lettera ma non allo spirito».
Dopo otto anni alla guida della Banca Centrale Europea, Mario Draghi lascia l’eurozona più forte di come l’aveva trovata. La Bce ha convinto gli investitori che l’euro è irreversibile, ponendo così fine alla crisi del debito sovrano che aveva travolto l’unione monetaria. Le banche sono molto più solide, e la loro vigilanza è stata spostata dai singoli Stati membri a Francoforte, dove sono meno forti le pressioni da parte degli istituti di credito. C’è ormai un meccanismo collaudato per aiutare i Paesi in difficoltà, che ha portato al rilancio di Irlanda, Portogallo e Spagna dopo gli anni bui dei salvataggi della troika. Christine Lagarde, che dal primo novembre sostituirà Draghi alla guida della Bce, ha però davanti a sé tre sfide molto complesse. Dopo una fase di ripresa, che ha portato il tasso di disoccupazione a scendere dal 12,1% del 2013 al 7,4%, l’eurozona è in una fase di rallentamento, con Germania e Italia sull’orlo della recessione. Gli investitori dubitano che la Bce sia in grado di riportare l’inflazione al suo obbiettivo vicino, ma al di sotto, del 2% nonostante anni di politica monetaria ultra-espansiva. Negli ultimi mesi del suo mandato, Draghi si è molto battuto per convincere Paesi come la Germania e l’Olanda a tagliare le tasse e aumentare gli investimenti per contribuire con la politica di bilancio al rilancio della zona euro. Tuttavia, questi sforzi si sono dimostrati largamente inutili e non è chiaro se Lagarde avrà migliore fortuna. Infine, la costruzione dell’unione monetaria rimane incompleta: manca infatti un bilancio comune dell’eurozona, che possa contribuire ad aiutare quei Paesi che subiscano uno shock isolato senza dover passare attraverso un programma di salvataggio. Anche l’unione bancaria è a metà del guado: non c’è ancora uno schema unico di garanzia dei depositi che assicuri che i conti correnti siano egualmente protetti in Germania come in Italia. Le preoccupazioni sugli strumenti ancora a disposizione della banca centrale sono, da un certo punto di vista, le meno importanti. La Bce ha già dimostrato in passato di poter andare oltre quanto convenzionalmente accettato, per esempio imponendo tassi negativi sui depositi presso la banca centrale. Nonostante le lamentele dei banchieri, non ci sono per ora dati che dimostrino in maniera convincente che i tassi negativi stiano danneggiando l’economia. C’è dunque spazio per tagliarli ancora, soprattutto in presenza di misure di sollievo per le banche, come quelle approvate dalla stessa Bce in settembre. Inoltre, è vero che il quantitative easing ha dei limiti su quante obbligazioni governative di ciascuno Stato possano essere acquistate. Ma si tratta di regole auto-imposte dalla banca centrale, che possono dunque essere superate. La politica monetaria è oggi meno efficace che in passato, ma non è affatto morta. Il vero problema è più che altro politico e istituzionale. Draghi lascia dietro di sé un Consiglio direttivo spaccato, dopo che i governatori delle banche centrali di Stati membri come la Germania, la Francia e l’Olanda hanno votato contro la decisione di riattivare gli acquisti di titoli di Stato in settembre. Draghi ha spesso imposto ad altri membri del Consiglio direttivo le sue idee, come quando ha promesso, nell’estate del 2012, di fare “tutto il necessario” per salvare l’euro. L’impressione è che i governatori delle banche centrali nazionali si aspettino da Lagarde un approccio più consensuale. L’ex direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale ha le capacità diplomatiche per costruire questo consenso, ma il rischio è che la Bce venga balcanizzata dai conflitti interni, ed appaia pertanto meno efficace agli occhi degli investitori. Altrettanto complessa appare la sfida di convincere i governi a attuare politiche di bilancio più espansive e a completare l’architettura dell’unione monetaria. Il governo tedesco ha lasciato intendere che interverrà nel caso in cui il Paese dovesse entrare in crisi. Ma si tratterebbe comunque di scelte legate al ciclo economico domestico, invece di essere parte di una vera politica di bilancio europea. I governi della zona euro dovrebbero approvare a breve un budget comune, ma questo sarà di dimensioni ridotte e soprattutto non avrà funzioni di stabilizzazione, vista l’opposizione di Paesi come la Germania e l’Olanda. Per l’Italia, la partenza di Draghi rappresenta senza dubbio un rischio. Il presidente uscente ha svolto il suo mandato nell’interesse della zona euro nel suo complesso, ma non c’è dubbio che l’Italia sia stata tra i principali beneficiari del cambio di passo che Draghi ha imposto alla banca centrale. Oggi tocca guardare con qualche preoccupazione all’avvicendamento a Francoforte. Ma se continuiamo a dipendere così tanto dalla politica monetaria per stabilità e crescita, la colpa è principalmente dei nostri governi.
«Dio ci mise sei giorni a creare l’universo. A Mario Draghi sono bastate cinque parole per salvare l’euro». In questa fase di bilanci — giovedì ci sarà la sua ultima conferenza stampa da presidente della Bce — la gara dei superlativi l’ha vinta Steve Eisman, il solitario investitore americano che scommise sull’apocalisse dei subprime. Con il famoso «we’ll do whatever it takes» del 2012, Draghi dimostrò insomma di essere “meglio di Dio” secondo il leggendario hedge funder raccontato in “The Big Short-La grande scommessa”. Ma per capire il tocco magico dell’italiano vale anche la frase che gli scappò a Davos qualche anno fa. Incrociando Davide Serra, l’esuberante fondatore di Algebris che gli veniva incontro zoppicando, Draghi esclamò: «Finalmente t’hanno menato!». Nessun altro ha addomesticato i mercati come Draghi. Quel famoso luglio del 2012 in cui minacciò gli speculatori con il suo «proteggeremo l’euro a tutti i costi», faceva leva sul vecchio adagio secondo cui non si scommette mai contro una banca centrale, contro un’istituzione dotata dell’arma fine di mondo, la capacità di stampare moneta. Funzionò: l’euro si salvò, Draghi passò alla storia. Ma quella frase non cadeva in un vuoto pneumatico. Nei suoi discorsi in privato, il presidente della Bce — che ha sempre dimostrato di essere un fervente europeista — ama ricordare che quell’appuntamento arrivò qualche settimana dopo la fondamentale decisione della Ue di lanciare il porgetto di Unione bancaria. Un segnale inequivocabile ai mercati di ritrovata unità in Europa, premessa indispensabile per l’effetto dirompente del suo annuncio. Quando Draghi trasse le conseguenze di quella frase facendo votare in estate la Bce sullo scudo-antispread, l’unico a rompere l’unità fu il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. Un episodio che divenne una costante, negli anni in cui Francoforte varò importanti misure straordinarie. Il Quantitative Easing nel 2015 — l’acquisto di titoli privati e pubblici — sconfisse la deflazione, le iniezioni di liquidità e il taglio dei tassi scongiurarono un crollo economico. Nei momenti importanti, la Germania delle banche, del mainstream ordoliberale e della Bundesbank si oppose sempre. Alcuni economisti tedeschi facendo persino ricorso due volte alla Corte costituzionale — con la Bundesbank che testimoniò contro la Bce — e perdendo entrambe le volte. Per fortuna Angela Merkel fu sempre dalla sua parte. I due si sono incontrati regolarmente in questi anni. E la cancelliera non si è mai espressa contro la Bce, anche quando il suo ministro più potente, Wolfgang Schaeuble, accusò Draghi di aver alimentato l’ultra destra Afd. Epico anche lo scontro a luglio del 2015 al Consiglio Ue di Bruxelles, quando Schaeuble si convinse che occorresse buttare fuori la Grecia dall’euro e Draghi si oppose. Per fortuna, la spuntarono lui e i Paesi più ragionevoli come la Francia e l’Italia che rifiutavano l’idea di un epilogo punitivo che avrebbe messo a repentaglio la tenuta della moneta unica. Ma decisivo fu anche allora il “sì” di Merkel. E un mese dopo Schaeuble svelò allo Spiegel di essere stato sull’orlo delle dimissioni. Negli anni, la sfinge Draghi ha scatenato una notevole furia creativa: un analista di Crédit Agricole tentò una “cravattologia”, tentando disperatamente di trovare una correlazione tra le cravatte indossate dal presidente della Bce e le sue decisioni più importanti. Due ricercatori giapponesi, Yoshiyuki Suimon e Daichi Isami, studiarono persino le espressioni facciali del governatore per ricavarne una qualche prevedibilità. Conclusione: Draghi ha una “faccia da poker”. Forse leggermente triste quando deve annunciare un bazooka. Ma persino il giapponese Kuroda è più emotivo. In realtà, già alla sua prima riunione, a novembre del 2011, Draghi dimostrò di che pasta era fatto. Inaugurò il suo mandato tagliando i tassi, sorprendendo non solo i tedeschi. E pazienza se la Bild gli aveva regalato qualche mese prima l’elmo prussiano per segnalare che l’italiano sarebbe stato germanizzato. È vero, Draghi si porta dentro il trauma dei risparmi lasciati dal padre e mangiati dall’inflazione degli anni Settanta. Ma si è strappato immediatamente l’elmo prussiano dalla testa quando ha capito che l’ortodossia retrò dei tedeschi non era scalfibile neanche in tempi di un palese rischio di stagnazione secolare e deflazione. Anzi, l’ultima rivoluzione, Draghi l’ha avviata al simposio di Jackson Hole del 2014, in un discorso «quasi senza precedenti per l’ortodossia della Bce», secondo il Financial Times, in cui chiese che i Paesi con margini fiscali sufficienti investissero per stimolare la fiacchissima domanda, Germania in primis. Un mantra che continua a ripetere anche oggi. Certo, guai a far riferimento alla nazionalità: è una vecchia ipocrisia della Bce e Draghi l’ha rispettata concedendo una sola intervista ai giornali italiani in otto anni e accogliendo ogni domanda sul suo Paese d’origine con un pizzico di fastidio. Il pupillo del Nobel Franco Modigliani e dell’immenso Federico Caffè, «l’allievo più vero dei gesuiti», come amava chiamarlo un altro grande economista italiano, Luigi Spaventa, ha sempre voluto spazzare via ogni sospetto di volersi tuffare prima o poi nell’eterno pantano della politica italiana. In questi anni alla Bce ha coltivato una solitudine ascetica e un po’ diffidente, addolcita dall’abilità diplomatica e da un’imbattibile ironia romana. Per dire: l’unica parola tedesca che Draghi abbia mai usato nelle sue conferenze stampa è “Angst”, “paura”. Ma i tedeschi non l’hanno mai capito. E continuano a rimpiangere quell’elmetto prussiano.
Alcune imprese scelgono la scorciatoia: meglio una tangente che l’innovazione. A dirlo è il procuratore capo del tribunale di Milano Francesco Greco. Il problema della corruzione internazionale «è fondamentale», «ne siamo pieni e ne vediamo gli effetti negativi, sia nei confronti degli Stati vittime che nei confronti delle nostre imprese che invece di investire in innovazione investono in tangenti». Il parterre all’ascolto, in occasione della presentazione del bilancio sociale 2018 di Palazzo di Giustizia, era nutrito: dai vertici delle forze dell’ordine e della magistratura come il vice presidente del Csm David Ermini, delle istituzioni, vedi il presidente della Lombardia Attilio Fontana e il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, e anche una cinquantina di studenti delle scuole superiori. Il magistrato, da tre anni alla guida della procura, non ha fatto ovviamente alcun riferimento ad indagini in corso. Sulle tangenti però ha spiegato che non si limitano «a danneggiare business o reputazione delle multinazionali ma costituiscono un meccanismo consolidato che incide direttamente o indirettamente sulla popolazione dei Paesi coinvolti, razziandone le risorse necessarie allo sviluppo socio-economico e peggiorandone, di conseguenza, le condizioni di vita». E ancora: «A livello internazionale, al colonialismo si è andata via via sostituendo la corruzione che ha sostenuto regimi corrotti e dittatoriali, depredando per pochi spiccioli le risorse dei Paesi a scapito dello sviluppo democratico, economico e sociale di intere popolazioni mantenute a livello di povertà e costrette ad emigrare per fame». Va ricordato a questo proposito, visto che le parole di Greco sembrano calzare a pennello, che a Milano sono in corso vari procedimenti per corruzione internazionale nei confronti di Eni. A proposito di immigrazione, «il 99,9 per cento dei ladri di appartamento — ha sottolineato Greco — sono bianchi e lo dico perché a volte si ha un’idea un po’ strana del colore della pelle in relazione alla criminalità». Infine il procuratore ha ricordato un altro dato impressionante: nella sola Milano il passivo dei fallimenti aperti delle imprese vale 9,5 miliardi di euro; in Italia la cifra sale a 105 miliardi. Tra i numerosi dati resi pubblici, c’è anche l’allarme lanciato dal presidente del Tribunale Roberto Bichi a proposito delle richieste di asilo dei migranti. Bichi ha espresso una «forte preoccupazione» per la «gestione dei procedimenti dei richiedenti protezione internazionale. Si è passati dai poco più di 2 mila procedimenti del 2015 agli oltre 4.500 fascicoli dell’anno successivo, con un numero di ricorsi superiori al doppio di quelli dell’anno precedente». A questo surplus di lavoro non è corrisposto però un aumento delle risorse. L’organico in uno dei tribunali più importanti di Italia è sottodimensionato del 10 per cento per quanto riguarda le toghe e del 20 per gli amministrativi.
È pronta la lettera della Commissione europea sulla manovra italiana. Una richiesta di informazioni decisamente soft, soprattutto se confrontata con le bordate dello scorso anno quando Bruxelles costrinse il governo Salvini-Di Maio a tagliare 10 miliardi in deficit alla legge di bilancio gialloverde, pena il commissariamento del Paese. Quest’anno la situazione appare diversa, con gli europei pronti a promuovere il budget italiano. A patto però che non venga stravolto in Parlamento sotto la spinta di Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Questo il vero timore che si respira nella capitale dell’Unione, dove in queste ore vengono monitorate con grande attenzione e una certa preoccupazione le polemiche scatenate dai leader di M5S e Italia Viva. La richiesta di informazioni europea è quasi un atto dovuto, visto che il ministro Roberto Gualtieri ha disegnato una manovra oltre i limiti delle regole della zona euro con un deterioramento del saldo strutturale dello 0,1% anziché una sua correzione dello 0,6%. Quel 2,2% “espansivo” di deficit accettabile solo grazie a un’ampia dose di flessibilità che Bruxelles deve ancora accordare. In tutto 14 miliardi di tolleranza, pari a uno 0,7% del rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo. Tuttavia nel dialogo informale tra il Tesoro e il Berlaymont la situazione appare in discesa e il via libera alla flessibilità a portata di mano. Ecco perché la lettera italiana — data in partenza nella tarda serata di ieri, con pubblicazione oggi — sarà quasi un pro forma, praticamente una fotocopia delle missiva già inviata alla Finlandia e di quelle che saranno spedite a un gruppo di paesi tra cui Francia, Spagna, Belgio e Portogallo. Per quanto l’operazione sui conti messa in piedi dal governo per alleggerire l’intervento da 23 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva sia al limite, non verrà bocciata da Bruxelles nelle prime due settimane dalla sua notifica, ovvero entro il 31 ottobre. Di per sé un successo politico, al quale si aggiungerà il fatto che la Ue non imporrà nemmeno modifiche sostanziali alla manovra. Si limiterà a chiedere più informazioni su come il governo intenda recuperare 3 miliardi dall’evasione fiscale e come vorrà giustificare una parte della flessibilità pari a poco meno di 4 miliardi che il Tesoro lega alle spese per il ponte Morandi e agli interventi contro il dissesto idrogeologico. Ieri da Via XX settembre, prima ancora di ricevere la lettera, hanno assicurato che risponderanno entro domani. Scampata la bocciatura immediata di ottobre, il giudizio definitivo sulla manovra arriverà entro il 20 novembre e a scriverlo sarà l’attuale Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker, visto che il nuovo esecutivo presieduto da Ursula von der Leyen non otterrà la fiducia dell’Europarlamento entro fine mese e nella migliore delle ipotesi entrerà in carica il primo dicembre, con 30 giorni di ritardo. Importante sarà la tappa del 4 novembre, quando la Ue pubblicherà le sue previsioni economiche d’autunno. Nel documento potrebbe emergere uno scostamento tra i calcoli del governo e quelli della Commissione, con il deficit che potrebbe risultare più alto di un decimale. Tuttavia né a Roma né a Bruxelles questo rischio desta grande preoccupazione, visto che la manovra — al contrario di quella dello scorso anno — nel suo complesso viene considerata accettabile per quanto al limite dei parametri. Eppure tutto potrebbe cambiare se in Parlamento verranno modificate misure e saldi della legge su spinta di Luigi Di Maio e Matteo Renzi. A quel punto a novembre la situazione potrebbe complicarsi e l’impalcatura messa in piedi dal Tesoro crollare. Con il rischio di tornare allo scontro e alle minacce di commissariamento con una procedura di infrazione europea sul debito. Insomma, le ostilità tra governo e Commissione si riaprirebbero con conseguenti danni da miliardi di euro, bruciati dai mercati causa spread. Proprio come dodici mesi fa.
Quando, di buon mattino, Luigi Di Maio entra a Palazzo Chigi per un caffè col presidente del Consiglio, è già convinto di aver avuto la meglio. Le tre «condizioni imprescindibili» che ha messo nero su bianco sul blog per fare la voce grossa, e dare l’impressione di essere determinante per l’approvazione della manovra, sono particolari che — a detta di chi ha lavorato ai testi — avrebbero richiesto una telefonata di dieci minuti, se davvero l’intenzione fosse stata quella di cercare un accordo. E infatti ieri notte gli unici a resistere sul carcere per i grandi evasori erano i renziani di Italia Viva. E il compromesso su partite Iva e multe ai commercianti senza pos è stato complicato dal ruolo del Pd, non del premier. Tanto che nel pomeriggio è stato necessario un altro faccia a faccia: quello tra Di Maio e il capo delegazione dem Dario Franceschini. Non era quello, però, il merito della questione. Perché in ballo tra il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri c’è molto di più: la leadership del Movimento, la presa sui gruppi parlamentari. Il futuro, in caso tutto crolli ancora una volta, per le intemperanze di Matteo Renzi o per le spallate del centrodestra (la possibilità di una sconfitta in Umbria agita le notti di Di Maio, che passerà nella regione l’intera settimana e che aveva chiesto a Conte un impegno molto maggiore di quello profuso, stanco di essere l’unico a dover mettere la faccia sulle difficoltà). Così, il leader M5S non dà al presidente del Consiglio le spiegazioni che pretende. Finge di non aver voluto alimentare la tensione, nei tre giorni in cui ha fatto tremare il governo. Ma avverte: credere che il Pd sia il partito quieto e responsabile dipinto da Conte può essere un errore. Chiede al premier più confronto, più dialogo. In una parola: più considerazione. Mentre dal canto suo il capo dell’esecutivo vuole garanzie su Renzi: che il Movimento non gli faccia da sponda. Che lo aiuti — piuttosto — a fermare quelli che definisce i «colpi di testa» del senatore di Firenze. Dietro la tregua di facciata che ne vien fuori, si è però depositata la polvere della battaglia. Quella che negli ultimi tre giorni ha visto i due protagonisti cercare di annientarsi l’un l’altro. Perché mentre Di Maio cercava l’appoggio dei suoi parlamentari, vedendo molti rispondere semplicemente «no» alle richieste dello spin doctor Pietro Dettori («uscite in sostegno di Luigi»), il presidente del Consiglio faceva sapere di aver ricevuto molti messaggi di deputati e senatori M5S pronti a sostenerlo. Mettendo in dubbio che in una guerra di numeri, il ministro degli Esteri possa avere la certezza di vincere. Nelle chat, agguerrite come non mai, il deputato fichiano Luigi Gallo dice: «Forse ci serve un esorcismo». E qualcuno azzarda: «Finirà che la scissione la faranno i fedelissimi di Luigi: in minoranza stanno finendo loro». Contarsi non è semplice: la dissidenza percorre mille rivoli e stenta a trovare punti in comune. Ma già stasera alla Camera ci sarà una riunione che cercherà di trovare una soluzione alla questione insoluta del capogruppo. Nessuno ha avuto una maggioranza adeguata ed è probabile che spuntino nuovi nomi: come quello di Davide Crippa, ex sottosegretario al Mise, non riconfermato proprio da Di Maio. Neanche a dirlo, furibondo con il capo politico e con le scelte degli ultimi mesi. Si candiderà per cercare di saldare lo scontento. Per come vanno le cose, potrebbe riuscirci.
In volo sull’Atlantico era andato tutto benissimo. Erano gli ultimi giorni di settembre e Giuseppe Conte aveva dato un “passaggio” a Luigi Di Maio, destinazione New York. Si erano parlati per ore, avevano scherzato sulla loro ultima lite «da matti», quella attorno alla tassa sulle merendine. «Ci siamo ritrovati», confidò l’avvocato nella hall dell’hotel Intercontinental, «anche se voi giornalisti raccontate che non ci parliamo». Da allora, però, il nulla. Il gelo dopo quella luna di miele all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Troppi sms risentiti, oppure telefonate di fuoco per annunciare una dichiarazione ostile sul blog. Fino a ieri mattina, rinchiusi loro due nell’ufficio del capo del governo a Palazzo Chigi. «Davvero dobbiamo comunicare attraverso un lancio d’agenzia? Davvero devo leggere sul blog del Movimento attacchi di quel tipo al presidente del Consiglio?». È un pendolo, questo amore sempre più litigioso tra il premier e il suo ministro. Una piramide fatta di grandi battaglie comuni e di sgambetti. Di Maio che nel 2018 pesca Conte dal mazzo e lo proietta fino alle stelle. L’avvocato che cresce, da notaio fino a premier politico che ghigliottina Salvini al Senato e garantisce un patto storico tra Pd e Movimento. Di Maio che non cede alla Lega, nonostante gli prometta la luna, cioè Palazzo Chigi. Conte sempre più autonomo, per “l’amico Luigi” anche un po’ ingrato. Tutto finisce in una battaglia mediatica che risucchia il fair play e sfocia nel risentimento. «Finalmente – lo saluta Conte – riusciamo a parlarci attorno a un tavolo e non sui giornali». Se c’è una cosa che il premier non tollera, in questa sfida sulla manovra, è dover fare i conti con chi si è rimangiato la parola data. «Io sono ragionevole. Sempre disposto alla mediazione – dice al capo cinquestelle – Ma non posso mediare se vi opponete dopo aver approvato un provvedimento. E i vostri avevano dato il via libera al testo!». Il merito, in realtà, conta fino a un certo punto. Una soluzione tecnica si può trovare. Il nodo è soprattutto il fuoco amico sparato sui media, così almeno lo vive Conte. Accordarsi con una stretta di mano e ritrovarsi un’altra versione la mattina seguente. Le colpe non stanno mai da una parte soltanto, ovviamente. E poi Conte sa bene che Di Maio prova a tenere assieme due lavori impossibili da conciliare, o quasi: la guida della Farnesina e quella del Movimento. Perché quando a Roma si tratta sulla manovra, il capo 5S deve fare le capriole per il fuso orario di Washington. Quando si decide la linea sui migranti, è bloccato in un vertice fiume in Lussemburgo. Si domanda sottovoce, l’avvocato, se sia stata davvero giusta la scelta degli Esteri, un ministero complesso che ruba energie e tiene lontani dai palazzi romani. Ma ormai è tardi, la musica suona e bisogna ballare. Adesso è il tempo di ricucire con Di Maio. Conte conosce i rischi delle prossime settimane, incontra a Chigi pure Enrico Letta, uno che sa bene cosa significhi trattare con Matteo Renzi. Teme che l’onda lunga del centrodestra in Umbria colpisca duramente l’esecutivo. Per questo, chiede al 5S «unità». E «credibilità», che significa liberarsi della rincorsa al leader di Rignano. «Parliamoci, smettiamola con il fuoco amico. Altrimenti non andiamo lontano». Che la tregua duri davvero, però, è tutta un’altra storia.
Accordo di maggioranza sul decreto fiscale collegato alla manovra. Slittano a luglio la soglia ribassata sul contante e le sanzioni ai commercianti. Entra la stretta su chi evade sopra i 100 mila euro: carcere da 4 a 8 anni. Esulta il ministro della Giustizia M5S Alfonso Bonafede: «Risultato epocale, non temo modifiche delle Camere». Definito anche il superbonus della Befana. Chi paga con carta alcuni servizi nel 2020 – estetista, parrucchiere, idraulico, ristoranti, elettricisti – il 6 gennaio 2021 potrà riavere indietro il 19% delle spese. Il tetto all’uso del contante nelle transazioni tra privati scende dunque a 2 mila euro dai 3 mila attuali, ma solo dal primo luglio e non subito da Capodanno. Sospese fino a luglio anche le sanzioni agli esercenti non dotati di Pos o che rifiutano il pagamento tramite carte. Fino a quando cioè le commissioni bancarie sulle macchinette non saranno abbassate. La flat tax al 15% per le partite Iva fino ai 65 mila euro di reddito annuo resta solo in parte com’è: ricavi o compensi saranno determinati in modo forfettario, come oggi, senza tornare al metodo analitico che metterebbe in difficoltà i “piccoli”, gli autonomi meno attrezzati. Ma rimangono alcuni paletti introdotti in prima battuta. Cinque Stelle e renziani incassano così una dilazione sul contante, misura anti-evasione molto cara al premier Conte. E uno scambio a favore dei commercianti tra sanzioni e costo del Pos. Sulla flat tax per gli autonomi M5S porta a casa solo un ritocco. I vincoli voluti da Pd e Conte per limitare elusioni ed evasioni restano. Il Pd ottiene il reintegro del fondo Imu-Tasi per i Comuni. Il punto di caduta arriva dopo una giornata di consultazioni: colloqui bilaterali, poi vertice di maggioranza che si prolunga nella notte fino a ritardare il consiglio dei ministri per l’approvazione del decreto terremoto. Il premier Conte incontra prima il leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Poi, separatamente, le delegazioni degli altri alleati: Pd, Italia Viva, Leu. Solo però dopo oltre due ore di vertice notturno la maggioranza trova la quadra. L’agenda delle richieste si è nel frattempo infittita. Il Pd difende l’impianto della manovra da 30 miliardi. Su partite Iva e commissioni bancarie legate ai Pos si allinea alle istanze di M5S e Iv. Aggiunge anche l’abolizione delle comunicazioni trimestrali Iva per semplificare la vita alle imprese e agli autonomi. Italia Viva conferma invece tutti i punti ribaditi alla Leopolda nel fine settimana: non solo difendere le partita Iva, ma anche abolire la Sugar tax da 200 milioni, evitare l’aumento dal 10 al 12,5% della cedolare secca sugli affitti a canone concordato. Riservandosi di presentare poi un emendamento su quota 100, l’anticipo pensionistico con almeno 62 anni e 38 di contributi – ne chiedono l’abolizione – quando la manovra arriverà in Parlamento. Il carcere agli evasori balla sino a tarda notte. Poi il compromesso. Entra nel decreto fiscale con un’importante postilla. Le norme che aumentano gli anni di reclusione per chi fa dichiarazioni fraudolente grazie a fatture o documenti relativi a operazioni inesistenti entreranno in vigore non subito, ma solo alla data di conversione in legge del decreto (accordo raggiunto dopo colloquio tra Franceschini e Di Maio). «Colpiamo i pesci grossi», esulta il leader M5S. «D’ora in avanti chi evaderà centinaia di migliaia di euro sarà finalmente punito con il carcere». Arriva poi anche la confisca per sproporzione: evasori trattati al pari dei mafiosi.
Libra mette la retromarcia. E con lei lo fa l’idea di una criptovaluta globale stabile e diffusa, quantomeno per ora. Non sono (più) solo gli analisti e gli osservatori del mercato a dirlo, ma David Marcus, il responsabile del progetto in Facebook e numero uno di Calibra, la sussidiaria con cui Menlo Park sta cercando di entrare nel mercato di pagamenti e transazioni di denaro. «Invece di avere una valuta sintetica potremmo avere una serie di stablecoin che rappresentano le valute nazionali sotto forma di token», ha dichiarato Marcus domenica, nel corso di un incontro a Washington. Questo vuol dire che Libra potrebbe nascere non come un’unica moneta internazionale ancorata a un paniere ma come una serie di monete legate alle singole valute nazionali. Ipoteticamente, potremmo quindi veder circolare il libra dollaro, il libra euro e la libra sterlina. «Quello che ci interessa è la missione e ci sono diversi modi per affrontarla», ha aggiunto Marcus, lasciando poi la porta aperta ad altre soluzioni e ribadendo che il debutto del giugno del 2020 potrebbe slittare a causa degli ostacoli normativi. Quest’ultimo è il primo motivo della possibile virata e dice molto sul destino dell’intero settore: come spiega Luca Fantacci, docente di Storia economica dell’Università Bocconi, «nel progetto iniziale la composizione del paniere di Libra avrebbe avuto un impatto sui tassi di cambio e una rilevanza geopolitica e sulla stabilità finanziaria. Così, invece, corrispondendo a ogni libra emessa tot euro o tot dollari, la moneta sarebbe più sempliceesicura (ammesso che ci siano coperture sufficienti, come sembra non essere accaduto nel caso dell’analogo – sulla carta – Tether, ndr)». E il dialogo con banche e regolatori ripartirebbe da basi più solide. C’è un però, anzi, più di uno: 1) parte dello scetticismo generale era dovuto al fatto che fosse un privato (con i suoi 20 partner dell’Associazione nata lo scorso 14 ottobre a Ginevra) a mettere in circolazione una valuta con una platea di partenza da più di due miliardi di utilizzatori. E questo non cambia, come non cambierà la pressante richiesta di normare il settore, di cui venerdì scorso si sono fatti portavoceileader del G20. In attesa delle conclusioni del Financial stability boardericonoscendo i potenziali benefici in termini di innovazione, hanno ribadito che l’emissione delle stablecoin va vincolata a una valutazione dei rischi «compresi quelli relativi a riciclaggio di denaro, finanza illecita e sicurezza di consumatori e investitori». MasterCardeVisa, che erano i due pesi massimi del progetto Libra, dopo l’adesione iniziale hanno infatti preferito accantonarlo . 2) In gioco non ci sono, ovviamente, solo gli interessi di Zuckerberg, che punta (molto) sulle transazioni di denaro per trovare modelli di business alternativi alla sola pubblicità online e difenderà le sue ragioni domani davanti al Congresso Usa. Al contrario, come spiega Fantacci, «questa vicenda sta costringendo le banche centrali nazionali a rispondere all’esigenza di avere una moneta elettronica al passo conitempi, che permetta di inviare denaro con la stessa velocità con cui si ci scambia una foto e che sia distinta da quelle nazionali». A questo proposito, aggiunge Vincenzo Di Nicola, fondatore di Conio ed esperto, c’è da considerare «il ruolo della Cina, che ha reagito al roboante annuncio di Zuckerberg e David Marcus accelerando il suo progetto di una valuta virtuale nazionale», emessa dallo Stato. Secondo Rbc Capital Markets, la risposta americana all’e-yuan potrebbe diventare proprio il libra dollaro. Domani, dopo l’audizione al Congresso di Zuckerberg, ne sapremo di più.
«E’ come pilotare un aereo. Bisogna osservare ogni cosa, altitudine, velocità, venti. È ciò che deve fare un banchiere centrale», sostiene Christine Lagarde, 64 anni, dal 1 novembre nuova presidente della Banca centrale europea al posto di Mario Draghi, in un’intervista alla Cbs. Figurarsi se, mentre tu sei il pilota che fa attenzione a tutti questi indicatori, un leader da dietro ti dice che «sei un fesso», come ha fatto il presidente Usa, Donald Trump, riferendosi al numero uno della Federal Reserve, Jay Powell — da lui peraltro nominato—per incitarlo a tagliare in modo più aggressivoitassi di interesse americani. «Il governatore di una banca centrale fa al meglio il suo lavoro se è indipendente», afferma tranchant Lagarde. «La stabilità del mercato non dovrebbe essere soggetta a un tweet qui oaun tweet là. Richiede considerazione, pensiero, quiete, decisioni misurate e razionali». L’attacco contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, nella lunga intervista rilasciata un mese fa tra la Normandia, dov’è nata, e Washington, e mandata in onda domenica, va ben oltre. «Sono stata educata a essere una cittadina del mondo. Ilrischio è che gli Stati Uniti perdano la leadership. E questo sarebbe uno sviluppo terribile», dichiara sulla spiaggia dello sbarco delle forze alleate per liberare l’Europa durante la Seconda guerra mondiale. Ma, oltre la Manica, anche l’addio del Regno Unito all’Unione europea la riempie «di tristezza», ammette Lagarde. La Brexit avrà «effetti negativi non solo sulla Gran Bretagna, ma pure su alcuni Paesi della Ue, in particolare sull’Irlanda, sulla Germania e sull’Olanda. Tutti avremo un po’ meno». Però anche l’America dovrebbe preoccuparsi, perché «se le cose vanno male in una parte del mondo, avrà un impatto anche sul resto del mondo». Lo scenario certo non è dei migliori: la crescita globale rischia una frenata sincronizzata, ha avvertito la settimana scorsa il Fmi, tagliando ancora le stime di crescita ai minimi dal 2009. «Donald Trump ha molte chiavi, che potrebbero sbloccare moltirischi. La chiave più importante riguarda il commercio internazionale, perché il problema maggiore è l’incertezza», sostiene l’avvocata francese. Sottolineando che la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti avrà «un grande impatto sull’economia mondiale», che si tradurrà in «meno investimenti, meno posti di lavoro, più disoccupazione, crescita più bassa». Dal canto suo Lagarde, che il 12 dicembre presiederà la prima riunione di politica monetaria della Bce, seguita dalla consueta conferenza stampa, si troverà alle prese con un rallentamento della zona euro più serio del previsto. La Germania potrebbe essere già entrata in recessione. Secondo la Bundesbank, «il pil potrebbe essersi ridotto di nuovo nel terzo trimestre del 2019» dopo il -0,1% del secondo trimestre, a causa del calo dell’export. Ma «una recessione nel senso di un significativo, ampio e durevole declino della produzione, con capacità inutilizzata, al momento non è in vista», precisa. Suggerendo intanto di alzare l’età pensionabile a 69 anni e 4 mesi, per stabilizzare il sistema previdenziale.