Gli organismi pluricellulari sono nati in ambiente marino. Il mare non solo è stato la culla incubatrice dell’evoluzione che ha portato fino a noi, ma è una fonte straordinaria di energia che non abbiamo ancora imparato a sfruttare. Onde, maree, correnti e differenze di densità (peril contenuto salino e la temperatura) racchiudono un contenuto energetico pari a 2 terawatt(TW), quasi uguale al consumo elettrico annuo di tutto il pianeta, che potrebbe essere impiegato per sostituire i combustibili fossili che producono i gas a effetto serra, principale causa dei cambiamenti climatici in atto. Le onde sono la più grande fonte di energia rinnovabile sottoutilizzata: hanno elevata «densità» energetica, dieci volte più concentrata di quella solareesei volte quella del vento, sono più prevedibili e regolari e sono distribuite in modo uniforme su tutto il pianeta blu. Per sfruttare questo «giacimento nascosto» occorrono però tecnologie avanzate e forti investimenti in ricerca e sviluppo. Eni ha compreso le potenzialità insite nei mari e ha realizzato al largo di Ravenna il primo parco energetico marino, unendo da un lato l’energia ricavata dalle onde e dall’altro quella solare. Si tratta di un’apparecchiatura chiamata Iswec (acronimo inglese che sta per Convertitore inerziale di energia da onde marine). L’idea nasce al Politecnico di Torino e da uno spin-off dell’ateneo piemontese (Wave for Energy). Nel 2014, dopo otto anni di studi ed esperimenti in laboratorio, era stato testato un prototipo a Pantelleria. Nel nuovo progetto Eni ha aggiunto le celle fotovoltaiche e le batterie. «Abbiamo voluto dare a Iswec il nome di culla dell’energia — spiega Vincenzo Michetti, responsabile ricerca upstream di Eni —. Funziona con due giroscopi che convertono l’energia delle onde in elettricità, uniti a pannelli fotovoltaici. Un sistema ibrido inerziale unico al mondo. La sua marcia in più è che capace di adattarsi alle condizioni marine in modo tale da garantire un’elevata efficienza di conversione. Riusciamo perciò a catturare tutta l’energia contenuta nelle onde anche se originate da condizioni marine differenti, per esempio se provengono da direzioni diverse», prosegue Michetti. «Iswec è un sistema di alimentazione adatto per installazioni off-shore di medie e grandi dimensioni. In un prossimo futuro Eni vede questa tecnologia ideale per convertire in poli per la generazione di energie rinnovabili le piattaforme per lo sfruttamento di idrocarburi al largo, ormai giunte al termine del loro ciclo di attività. Nel secondo trimestre del prossimo anno Eni prevede di installare la prima applicazione industriale sulla piattaforma Prezioso, in Sicilia al largo di Gela». La potenza nominale di Iswec è di 50 chilowatt (kW); per funzionare necessita di un’onda di almeno un metro di altezza e durante la fase operativa nei primi mesi in Adriatico ha raggiunto potenze di picco pari al 103% della capacità nominale. La tecnologia, che è stata progettata e realizzata da una filiera italiana al 90%, è ormeggiata con un sistema innovativo progettato da Eni che consente a Iswec di posizionarsi nella direzione dell’onda prevalenteequindi di lavorare sempre al massimo livello di efficienza consentito dalle condizioni del mare. «Iswec non è l’unico sistema adottato da Eni perricavare energia dal mare—aggiunge Michetti —. Sempre in Adriatico è stata infatti testata Powerbuoy, una boa robotizzata e controllata a distanza utilizzata come stazione diricarica per strumenti off-shore con una potenza di 3 kW. A differenza di Iswec, che è un sistema dinamico, Powerbuoyèsistema statico che produce energia con il galleggiamento stesso. Il vantaggio è che può operare con un’onda di soli 30 centimetri». Il riscaldamento e il beneficio Lo sfruttamento dell’energia del mare è uno dei pochi settori che beneficerà del riscaldamento globale. Infatti secondo uno studio di Borja Gonzalez Reguero apparso su Nature Communications il 14 gennaio scorso il riscaldamento degli oceani porterà a un incremento dell’energia delle onde. Il professore dell’Università della California Santa Cruz è stato il primo al mondo a dimostrare che la forza delle onde è aumentata dello 0,4% all’anno a partire dal 1948. È stato riscontrato un aumento dell’altezza delle onde alle latitudini più elevate in entrambi gli emisferi, in particolare durante le tempeste più forti. I progetti per utilizzare le onde nella produzione di energia risalgono a oltre un secolo fa, ma sono sempre stati di portata limitata perché dovevano confrontarsi con un ambiente—quello marino — con condizioni operative molto difficili e al limite della tecnologia disponibile. Inoltre i costi non erano per nulla competitivi. Solo con la prima crisi energetica del 1973-1974 sono stati effettuati studi più approfonditi per trovare soluzioni economicamente sostenibili. Il primo impianto commerciale collegato a una rete elettrica nazionale venne installato nel 2000 a Islay in Scozia con una capacità iniziale di 500 kW (poi dimezzata) e smantellato nel 2012. La prima wave farm al mondo divenne operativa nel 2008 sulla costa atlantica nel nord del Portogallo con una capacità di 2,25 megawatt. Durò due mesi a causa di insormontabili problemi tecnici (e finanziari). Altre installazioni in Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, Danimarca, Stati Uniti e Australia hanno avuto maggiore fortuna e sono tuttora operative. La prima centrale che sfrutta la differenza termica tra acque di superficie e di profondità — che può arrivare fino a 25-28 gradi — è stata inaugurata nel 1996 al largo delle isole Hawaii. Recenti studi indicano in 337 gigawatt (GW) la capacità di energia da onde e maree che potrebbe essere installata entro il 2050 nel mondo, di cui 100 GW in Europa che sarebbero in grado di produrre 350 terawattora (TWh) di elettricità all’anno, pari al 10% della domanda energetica annuale dell’Unione europea. Numeri davvero imponenti. L’Ue a partire dal 2002 ha finanziato con 80 milioni di euro la ricerca e lo sviluppo di tecnologie per la raccolta di energia dal mare e nel 2016 ha adottato una roadmap per questo settore, inserita nella strategia per la riduzione nel 2050 del 90% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. L’energia dal mare, secondo la roadmap europea, potrebbe evitare di immettere nell’atmosfera ogni anno 276 milioni di tonnellate di CO2 e genare valore fino a 53 miliardi di euro all’anno. Visioni di lungo periodo Il mareèdi gran lunga la fonte energetica meno sfruttata. Nel 2018 sono stati installati nel mondo impianti per soli 600 kW di potenza (per il 90% in Europa). I sistemi hanno la massima logica applicativa se vengono realizzati in prossimità delle zone costiere, anche per il fatto che circa il 40% della popolazione mondiale vive a una distanza non superiore a 100 chilometri dalle coste. Nel futuro potrebbero essere dislocate centrali in mezzo agli oceani (che coprono il 71% della superficie terrestre), dove le onde raggiungono le massime altezze. «Eni crede molto nelle potenzialità energetiche offerte dal mare. Ci lavoriamo con intensità mettendo anche a frutto la nostra grande esperienza nell’offshore», conclude Michetti. «Grazie anche alla capacità di gestione e alla modularizzazione dei sistemi ingegneristici complessi, siamo riusciti ad abbassareasoli tre anni, tre volte in meno del normale, i tempi di passaggio da un’idea a una macchina funzionante e operativa. Nel 2020 metteremo nel Mare del Nord un apparecchio di potenza doppia, 100 kW, e tra qualche anno prevediamo l’applicazione su scala industriale su alcune isole italiane minori».

Cosa ci fa uno studente di Storia dell’arte ad ascoltare una lezione sulla teoria della relatività tenuta da un fisico? «Semplicemente, ha capito che la fisica muove tutto», ride Vincenzo Schettini, 42 anni, pugliese, ciuffo ribelle e occhi da scienziato matto. Con il suo canale «La fisica che ci piace», in pochi mesi ha conquistato 15 mila follower, che rimangono affascinati dal suo modo di raccontare calcolo combinatorio e permutazioni semplici o con ripetizioni. Laureato in fisica nel 2004, collaboratore del Cern di Ginevra, e per diletto anche violinista e direttore di coro gospel (regolarmente diplomato al conservatorio), Schettini ha involontariamente sbaragliato tutte le regole delle ricerche e dell’indicizzazione su Google e, senza sponsor né complicati accorgimenti, è diventato come uno dei tanti youtuber che fanno tendenza tra i ragazzi. Con la differenza che lui non spacchetta figurine né racconta le sue performance ai videogiochi: ma, essendo dal 2006 uno stimato professore di ruolo — ora insegna all’istituto Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, in provincia di Bari — spiega matematica e fisica online, tre pomeriggi a settimana, a un pubblico che potenzialmente va dai 14 ai 19 anni. «Ma potrebbe allargarsi a chiunque: la conoscenza è bellezza, è curiosità, è meraviglia», dice. Nato quasi per gioco, il canale gli ha permesso inizialmente di scoprire un nuovo modo per comunicare coi suoi studenti: «Ho capito che potevo bucare quegli sguardi vuoti puntando su un mezzo che loro adorano: grazie alla mia capacità di stare sul palco, data dalle esperienze musicali, è stato semplice pormi come se stessi dando spettacolo». Poi quello che sembrava un esperimento è diventato da quest’estate un programma su Sky, canale 887, dove le lezioni show mescolano formule, piani cartesiani e suggerimenti per parlare bene l’inglese. E da qualche giorno un podcast su Spotify, dove le lezioni sono più colloquiali. «Il lato estetico mi ha aiutato, le espressioni un po’ colorite anche: e in poco tempo ho trovato che l’attenzione in classe era migliorata e che il passaparola mi stava facendo diventare famoso ben oltre la nostra scuola. Ma non è quello che mi interessa. Mi piace l’idea di diffondere un modo di studiare che vada oltre le nozioni. Se parlo di idrostatica, racconto l’acquedotto di Matera e la meraviglia che è nonostante sia stato progettato in un’epoca in cui gli ingegneri neanche esistevano. Se parlo di elettromagnetismo, cito l’aneddoto che riguarda il fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted: si racconta che, mentre da professore spiegava il circuito elettrico chiuso e aperto, uno studente notò che gli aghi delle bussole si giravano quando passava la corrente. Il professore lo rimproverò, ma grazie a quell’osservazione aveva scoperto che elettricità e magnetismo sono due facce della stessa medaglia. E quando Carlo Rubbia ha osservato il bosone WeZ ha unito l’elettromagnetismo con la forza nucleare debole». Ecco, la fisica per lui è tutta così: un concatenarsi di eventi e scoperte che possono spiegare più o meno tutte le evoluzioni della scienza. «Io non la faccio facile — chiarisce —. So che si tratta di materie impegnative che vanno studiate e non pretendo che la lezione su YouTube possa sostituire la preparazione. Però bisogna metterci la faccia, anche nell’essere insegnanti. Con le nuove tecnologie e con ragazzi così preparati, dobbiamo metterci in giocoeparlare la loro lingua. E poi stimolarli a fare bene. A me dicevano sempre, al liceo: lascia perdere la musicaelo sport, altrimenti non studi. Al conservatorio mi rimproveravano: non pensare ai compiti, concentrati sulla musica. Sono andato avanti per la mia strada: ho fatto musica, studiato, fatto sport. Perché la cultura è amore, passione, se la segui non potrai mai sbagliare».

Ci sono imprese italiane che, «invece di investire in innovazione, investono in tangenti» quando fanno affari nei paesi del terzo mondo. E così che «a livello internazionale al colonialismo si è andata via via sostituendo la corruzione che ha sostenuto regimi corrotti e dittatoriali, depredando per pochi spiccioli le risorse» naturali di quegli stessi Paesi. È il panorama che scruta Francesco Greco dal ponte di comando della Procura della Repubblica di Milano, l’ufficio inquirente italiano con il maggior numero di indagini per corruzione internazionale, tra le quali quelle che coinvolgono manager dell’Eni oppure il caso del presunto progetto di un finanziamento da 65 milioni di dollari alla Lega ordito in Russia dietro il paravento una fornitura di prodotti petroliferi. Greco interviene alla presentazione del bilancio sociale per il 2018 redatto da ciascuno degli uffici giudiziari milanesi, il suo compreso, per dire che la corruzione internazionale «ha effetti negativi sia sugli stati vittime, sia nei confronti delle nostre imprese» ed «incide direttamente o indirettamente» sulle popolazioni dei Paesi coinvolti. Nel testo della sua relazione, aggiunge che in meno di due anni il dipartimento guidato dall’aggiunto Fabio De Pasquale ha indagato su «numerosi casi di corruzione, fiscalità e riciclaggio internazionali». La conclusione è che «la corruzione comporta uno sviluppo distorto dell’economia perché al posto della concorrenza tra imprese meritevoli ed innovative sostituisce la tangente che, da un lato, fa vincere l’impresa illecita a scapito di quella meritevole e, dall’altro, alimenta la formazione di personale politico e pubblico incapace e disonesto», ma ci sono anche casi in cui parte delle tangenti tornano nelle tasche dei manager delle società che le hanno versate. In questo modo, aggiunge, è stato impedito lo «sviluppo democratico, economico e sociale di intere popolazioni» che sono «mantenute a livello di povertà e costrette ad emigrare per fame» verso i paesi più ricchi. Un «circolo vizioso», una vera e propria «maledizione delle risorse» che la sua Procura «è impegnata a combattere».

Il profilo Vanitosa95 le augura il cancro e lei, Monica Cirinnà, 56 anni, le risponde dicendo «la verità, l’unico antidoto al vero male di questo Paese che è la solitudine». Esattamente, nella risposta, la senatrice Pd scrive: «Grazie, ma sono stata operata già due volte alla mammella e sono ancora qui, conosco il dolore e la paura di morire. Piuttosto leirifletta su quanto odio ha dentro di sé, quello sì che può farle del male». Gli insulti le arrivano per il tweet contro «l’orrore della caccia»: è allora che la sua bacheca si riempie di macabri auspici. «Ti auguro un carcinoma polmonare che ti maciulli», scrive Vanitosa95. Ci racconta la «verità»? «Il 28 aprile 2010 sono stata operata per la seconda volta alla mammella. Una ricaduta, la prima era stata nel 2005». Ormai ne è fuori? «Mi considerano fuori pericolo. Ma faccio regolarmente ecografie e mammografie: in quei giorni ho un po’ d’ansia, penso “non c’è due senza tre”. Mia madreèmorta, tre mesi fa, di cancro al pancreas: è anche per questo che l’odio social mi ha fatto male». Come scoprì il tumore? «A 40 anni, la prima mammografia di controllo. Un bravo ginecologo mi disse “vedo un puntino”. Il primo verdetto è stato terrificante: carcinoma intraduttale atipico. Ricordo come fosse adesso che ci siamo abbracciati forte forte con mio marito (Esterino Montino, sindaco Pd di Fiumicino, ndr)elui mi ha detto: “Non puoi morire proprio ora”. Siamo andati a Milano da Umberto Veronesi e lui mi disse “puoi morire ma puoi anche farcela”. Poi l’operazione: una quadrantectomia. Ed eccomi qui». Però c’è stato pure un secondo intervento. «A Roma Veronesi mi ha mandato dal professor Raffaele Leuzzi che nove anni fa mi disse “Monicuccia, non rischiamo perché poi è un attimo”. Stavolta mi sono operata in una struttura pubblica, al San Filippo Neri. Ed è andata bene, ovviamente la mia mammella è un po’ tagliuzzata ma loro sono stati rispettosi anche dell’estetica». Che ricordo ha di quel periodo? «Le cure ti fanno capire quanto sei fragile. I capelli non li ho persi ma quando non ti reggi in piedi e sei verde in faccia, è dura. Però ho mio marito che è la mia vita, è il mio tutto. Mi sono aggrappata all’amore. Oggi penso che sia giusto dare speranza e raccontarmi senza vergogna». E lo ha fatto con un tweet. «Mi dicono tutti di non replicare agli attacchi social. Ma non va bene: se tieni tutto coperto loro continuano a vivere del loro odio. Se rispondi, invece, tanta gente ragiona. Certo, il fatto che non chiudano questi profili è grave. Questa che ha insultato me è segnalata da mesi. Ma Twitter non la chiude. Dà da riflettere». Portano click, questo dice? «È proprio così. Chi produce tanti likeèsempre lì. E io ho deciso di rispondere a tono. Chi ha avuto il cancro, se guarisce, è più forte perché ha già sfidato la morte. Per me è stato come rinascere a una seconda vita, anzi sono rinata tre volte. E paura, adesso, non ne ho più».

Asia ha otto anni, una nonna che c’è e una mamma che «c’è ma è un angelo», come dice lei. Si chiamava Giordana, la mamma di Asia. Aveva 20 anni e viveva a Catania. Il 7 ottobre del 2015 l’uomo dal quale aveva avuto Asia all’età di 16 anni l’ha uccisa a coltellate: 48, se vogliamo precisare l’entità della sua ferocia. Poi è andato a casa a salutare sua madre, è passato da un amico ad abbracciarlo e ha provato a scappare. Lo hanno fermatoearrestatoaMilano, stava per prendere un treno per la Svizzera. Lui non meriterebbe una riga di più se non per un dettaglio: ha ucciso Giordana che erano le tre del mattino. Alle nove avrebbe dovuto comparire davanti al giudice come imputato per la prima udienza di un processo per stalking, nato da una denuncia che lei aveva firmato nel 2013, sfinita dai sui comportamenti aggressivi. «Non staròafare la polemica sul fatto che lo Stato avrebbe dovuto proteggere mia figlia — premette Vera Squatrito, la madre di Giordana —. Facciamo finta per una volta che dopo la denuncia sia stato fatto tutto il possibile per controllare quell’essere e tutelare lei. Però sentirsi presi in giro dalle istituzioni dopo la morte di una figlia è insopportabile. Non lo posso accettare. Si sono messi sul petto una legge come fosse un bellissimo fiore all’occhiello. Tutti a dire che gli orfani dei femminicidi ora sì che sarebbero stati aiutati. Ma di che parliamo? Nessuno di quei bambini e di quelle bambine, nessun ragazzooragazza ha mai ricevuto aiuto. Men che meno ne abbiamo avuto noi famiglie affidatarie». Vera ha ragione. La famosa legge 4 dell’11 gennaio 2018, entrata in vigore un mese dopo, è per ora un esercizio scritto di belle intenzioni. Con quella legge per la prima volta il parlamento si era preso a cuoreiproblemi quotidiani degli orfani della violenza domestica. Assistenza medicaepsicologicaoaccesso al gratuito patrocinio, per citarne alcuni. Ma anche soldi per «orientamento, formazione e sostegno» a scuola e nell’inserimento al lavoro. E parliamo di «minori o maggiorenni economicamente non autosufficienti». Tutto lodevole ma, dopo quasi due anni, ancora tutto bloccato. Perché mancano i decreti attuativi cioè i regolamenti che devono stabilire i dettagli necessari a rendere operativa la legge. Per esempio: chi stabilisce la soglia dell’autosufficienza economica? Come sono ripartite le risorse? A partire da quale data si contano gli orfani di donne uccise? Quale ruolo tocca alle Regioni, ai Comuni, alle asl? Niente decreti attuativi niente risposte a nessuna di queste domande. E — di conseguenza — nemmeno un centesimo donato a un orfano o a una famiglia affidataria. Il Fondo per gli orfani dei crimini domestici (così si chiama) esiste nella teoria ma non in cassa, «di fatto è un salvadanaio vuoto», per dirla con Vera Squatrito che ha fatto di tutto questo una sua battaglia personale. Nelle intenzioni della legge 4 il finanziamento per gli orfani doveva essere di due milioni ogni anno. La legge di bilancio votata a fine 2018 ne ha aggiunto altri tre a sostegno delle famiglie affidatarie, quindi nel 2019 i milioni sono diventati cinque. Ma c’è anche la legge battezzata come «codice rosso»: non soltanto ha confermato i 5 milioni del 2019 ma ne ha aggiunti altri due per il 2020. Benissimo. Ma i decreti attuativi previsti entro maggio del 2018? Se ne dovrebbe occupare il ministero dell’Economia con un lavoro di squadra che coinvolga anche i ministeri dell’Interno, Istruzione, Salute e Lavoro. Ma per farlo si devono trovare i soldi da mettere — fisicamente — in cassa e nessuno per adesso li ha trovati. «Tante famiglie affidatarie di questi orfani fanno fatica ad arrivare alla fine del mese», se la prende Vera. «Io sono una nonna giovane e sono fortunata perché lavoro e perché Asia sta riuscendo ad elaborare la perdita di sua madre. Ma spesso questi orfani si ritrovano a crescere con nonni molto anziani e che faticano ad arrivare alla fine del mese. Lì il sostegno promesso dalla legge diventerebbe fondamentale. Questi bimbi subiscono traumi spaventosi. Hanno bisogno di psicologi, di terapie che li aiutino a crescere bene. Per anni. E tutto questo costa molto. Le famiglie che li accolgono sono già piegate dal dolore del lutto, si ritrovano ad affrontare improvvisamente lotte giudiziarie e spese enormi. A parole abbiamo il sostegno di tutti, nei fatti siamo ancora al palo». La vicepresidente della Camera Mara Carfagna, da sempre molto attenta ai bisogni degli orfani di femminicidio, chiede al premier Conte e al ministro dell’Economia Gualtieri di «rimediareaquesta vergogna». E intanto gli anni passano e i bambini crescono senza gli aiuti promessi dalla politica. Asia aveva4anni quando sua madre Giordana fu uccisa. Va a trovarla spesso alla «casa degli angeli» dove vive. E lo ha detto a tutti. Allo psicologo, ai compagni di scuola, alle amichette di danza, perfino al cavallo della sua ippoterapia: «Io una mamma ce l’ho, solo che è un angelo».

A cavallo tra il 2015 e il 2016 il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, per la Procura di Milano ha concordato con l’allora patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, un finanziamento illecito — all’inizio di 150.000 euro scesi poi a 40.000 — che avesse come formale destinatario l’associazione «Più Voci» (di cui Centemero era legale rappresentante), e invece come reale «destinatario occulto» il partito di Matteo Salvini: interessato a recuperare risorse per l’agonizzante Radio Padania, ma tenendole fuori dal perimetro ufficiale del partito e dunque al sicuro dalle inchieste già in corso, che dal 2017 sarebbero poi sfociate nel sequestro di 49 milioni ritenuti profitto di truffa allo Stato sui rimborsi elettorali della Lega dell’era Bossi. Nell’avviso, notificato dai pm Stefano Civardi e Gianluca Prisco, per la conclusione delle indagini non compare alcun uomo di Esselunga perché (da comunicazioni interne e deposizioni) i manager del colosso distributivo, come l’amministratore delegato Carlo Salza, si sarebbero trovati di fronte a una volontà precisa e diretta di Caprotti di aiutare la radio della Lega, il quale anzi all’inizio avrebbe voluto stanziare 150.000 euro e solo dopo le perplessità del management (sull’entità del contributo a confronto con il volume totale di pubblicità di Esselunga sulle varie radio) ridimensionò la cifra (40.000) ma confermò ai manager l’indicazione del da farsi. L’unico coimputato di Centemero, in questa ricostruzione, sarebbe potuto essere Caprotti, morto nel settembre 2016. La tesi della difesa di Centemero è che il reato non sia comunque configurabile perché «Più Voci» (che ha cessato di esistere) non era una articolazione del partito, ma una Onlus autonoma seppure di area culturale. La Procura, per argomentare il contrario, valorizza il fatto che i conti di «Più Voci» (come per primo ebbe a rilevare l’Espresso) avessero poi bonificato 265.000 euro a Radio Padania e 30.000 alla società editrice leghista Mc srl della testata online Il Populista; e che Centemero fosse simultaneamente tesoriere della Lega, presidente di «Più Voci», e amministratore di Radio Padania e di Mc srl.

Una parte dei mille soldati americani lascia il confine con la Turchia, si sposta in Iraq e da lì controlla i pozzi di petrolio in Siria. Questo è il piano dell’amministrazione Usa che emerge, non senza margini di incertezza e confusione, dalle parole del Segretario alla Difesa, Mark Esper, in missione a Kabul, e da quelle di Donald Trump. Il Segretario di Stato Mike Pompeo, ci aggiunge una minaccia inedita e con una potenzialità dirompente: «Noi siamo per la pace, ma il presidente Trump è totalmente preparatoaintraprendere un’iniziativa militare contro la Turchia, se sarà necessario». Pompeo, però, non aggiunge altro. E al momento l’unica cosa certa è che tante persone, comprese anziane signore, hanno lanciato patate controiblindati dell’esercito, mentre se ne andavano dalla cittadina curda di Qamishli. Gli ortaggi erano conditi con insulti pesanti: «bugiardi», «traditori», «ratti». Le immagini, trasmesse a ciclo continuo dalle tv, stanno indignando l’opinione pubblica, democratica, repubblicana o agnostica che sia. Dal Pentagono arrivano notizie di generali furenti. Esper ha spiegato che le forze americane smantelleranno i presidi nel Nord-Est della Siria, abbandonando i curdi al loro destino. Circa 200 unità, però, rimarranno a protezione della base di Tanf, nel Sud del Paese. Il resto del contingente si trasferirà nel Kurdistan iracheno, come ha già cominciato a fare, riferiscono le agenzie di stampa. Da lì sorveglieranno i pozzi petroliferi siriani per evitare che cadano sotto il controllo dell’Isis. La geografia dà un senso politico alla manovra del Pentagono. Il grosso del greggio si trova nella zona di Ash Shaddad, a ridosso della frontiera orientale tra Siria e Iraq e a 143 chilometri da Qamishli, ben al di fuori della «zona di sicurezza» del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. In questo modo i turchi avrebbero via libera, ma gli Usa garantirebbero il nuovo equilibrio, controllando, sia pure dal territorio iracheno, un’area nevralgica per l’economia siriana. Tutto ciò a condizione che regga la tregua di cinque giorni, in scadenza oggi, concordata tra Erdogan e Mike Pence; che i curdi si ritirino davveroeche ci sia l’avallo di Bashar Assad e soprattutto del suo sponsor Vladimir Putin. Il leader russo e quello turco ne parleranno direttamente in un vertice a Sochi. Poi, il 13 novembre, Erdogan arriverà a Washington. Lo schema può durare solo se Trump non cambierà nuovamente idea. Ieri il presidente ha fornito un particolare interessante: «voglio portare tutti i soldati a casa, ma Israele e Giordania ci hanno chiesto di mantenerne alcuni in Siria».

Ha aspettato quasi fino all’ultimo. Benjamin Netanyahu avrebbe avuto altre 48 ore per tentare di formare il governo, era evidente che non ce l’avrebbe fatta già da una settimana. O forse fin da quando ha ricevuto il mandato 26 giorni fa dal presidente Reuven Rivlin. È la seconda volta (dopo il voto di aprile e quello in settembre) che il Mago dei negoziati — come lo esaltano i sostenitori — non tira fuori il successo dal cappello. Adesso tocca a Benny Gantz, l’ex capo di Stato maggiore entrato in politica per mandare a casa il primo ministro accusato di corruzione. Anche per lui le possibilità di raccogliere i 61 deputati necessari sono basse. Potrebbe decidere di presentare in parlamento un governo di minoranza: riuscirebbe a sopravvivere grazie all’appoggio esterno dei partiti arabi e all’astensione dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman. Numeri e personaggi difficili da tenere insieme. È più probabile che l’ex generale cerchi di spingere il Likud a spodestare l’uomo che ha permesso alla destra di restare al potere senza interruzioni dal 2009. Il calendario politico si sovrappone a quello giudiziario: il procuratore generale dello Stato ha annunciato di voler incriminare Netanyahu e in questo caso il Likud potrebbe decidere di sostituire il leader. Gantz ha già dichiarato di essere disponibile a formare un governo di unità nazionale senza «Bibi». L’intesa permetterebbe di evitare nuove elezioni anticipate.

Per la seconda volta in meno di un mese, il leader e candidato della Cdu alle elezioni regionali in Turingia è stato minacciato di morte da estremisti di estrema destra. Mike Mohring ha annunciato di aver ricevuto una mail, che indicava le 12 di domenica come termine ultimo per sospendere la campagna, pena la sua morte. Mohring tuttavia non è il solo uomo politico ad aver ricevuto minacce dai neonazisti, in vista del voto del 27 ottobre nel Land orientale. La scorsa settimana era toccato al leader nazionale dei Verdi, Robert Habeck, a conferma del clima di grave tensione che segna questa fase della politica tedesca. L’episodio di Habeck era stato subito denunciato alla polizia dal candidato di punta dei Verdi in Turingia, Dirk Adams: «Vista la crescente aggressività e l’aumento degli atti di violenza da parte dell’estrema destra, sia noi che le forze di sicurezza abbiamo preso la minaccia molto sul serio», ha commentato Adams. Ma ha aggiunto: «Non ci faremo impressionare, intimidazioni e odio non devono prevalere in una democrazia». Mike Mohring era già stato minacciatoafine settembre, quando aveva ricevuto una lettera minatoria che gli annunciava una fine violenta. «Non dobbiamo lasciare alcuno spazio all’odio, alla violenza, all’aggressione e alle minacce di morte», ha scritto il candidato cristiano-democratico su Twitter. Tutti gli appuntamenti elettorali sia di Mohring che di Habeck in Turingia sono stati confermati. In collegamento con le minacce ricevute dal leader dei Grünen, la polizia tedesca nel fine settimana aveva perquisito gli appartamenti di due noti estremisti di destra, che sono ora sotto inchiesta per detenzione illegale di armi e istigazione a delinquere. Nel mirino della Procura di Erfurt è finito in primo luogo un giovane di 27 anni, sospettato di essere l’autore di un appello su un social network, dove invitava ad azioni violente contro Habeck. Nel secondo caso, sempre in Turingia, la perquisizione è stata fatta a casa di un uomo di 41 anni, attivo nella scena neonazista e da tempo sotto osservazione della polizia, al quale sarebbero state sequestrate diverse armi non dichiarate. L’attività di un’estrema destra eversivaeviolenta è in crescita in tutta la Germania. Secondo dati ufficiali, nel primo semestre di quest’anno ci sono stati nei sedici Länder ben 700 attacchi di neonazisti contro esponenti politici, eletti locali e giornalisti, una media di 4 al giorno. Il più grave è stato l’assassinio in giugno del prefetto di Kassel e dirigente della Cdu, Walter Lübke, ucciso sul terrazzo di casa da un killer neonazi a causa delle sue dure prese di posizione contro i nemici della politica dell’accoglienza verso i migranti. Minacce di morte sono state ricevute anche da Henriette Reker, borgomastro indipendente di Colonia e da Burkhard Jung, sindaco socialdemocratico di Lipsia: entrambi da mesi sono sotto scorta. Secondo l’Ufficio per la Difesa della Costituzione, il servizio civile tedesco, ci sono oggi in Germania 12.700 estremisti di destra disposti alla violenza. Di questi però «solo» 43 vengono considerati un pericolo immediato e pronti ad agire. La minaccia neonazista ha confermato tutta la sua gravità con l’attentato della scorsa settimana alla Sinagoga di Halle, dove un estremista ha ucciso 2 persone, ne ha ferite altrettanteesolo per caso è stata evitata una strage di massa. Il governo federale ha deciso di alzare il livello e la qualità della sua azione di contrasto. Una conferenza straordinaria dei ministri degli Interni, federale e dei Länder, ha infatti varato un pacchetto di dieci misure contro il radicalismo di destra, che prevedono fra le altre cose una più forte protezione dei luoghi di culto ebraici, una legge più severa sul porto d’armi e una lotta senza quartiere ai contenuti violenti e minacciosi sulla rete.

Un altro giorno decisivo per la Brexit che decisivo non è stato. Perché lo speaker (presidente) del Parlamento, John Bercow, ha rifiutato di mettere ai voti in Parlamento, come richiesto dal governo, l’accordo concluso la scorsa settimana da Boris Johnson a Bruxelles. Motivazione: Westminster aveva già discusso la questione sabato (senza arrivare al voto,acausa di un emendamento) e dunque tornarci sopra sarebbe stato «ripetitivo e disordinato». Bercow ha motivato la sua decisione facendo ricorso ad arcani precedenti che risalgono anche a 400 anni fa: ma non ha fatto che confermare le critiche nei suoi confronti da parte di chi lo accusa di essere uno speaker «interventista», tutt’altro che arbitro imparziale: e che usa tutti i cavilli dei regolamenti parlamentari per mettere i bastoni fra le ruote del governo e soprattutto della Brexit. Johnson, ovviamente, non si è perso d’animo. E oggi presenterà ai deputati l’intero pacchetto legislativo della Brexit: ed è possibile che si arrivi subito a un voto di principio che approvi l’accordi con la Ue. I margini per il premier sono molto ristretti, soprattutto dopo che si sono detti contrari gli unionisti protestanti nordirlandesi, che denunciano la «svendita» della loro provincia: ma c’è una pattuglia di laburisti pro-Brexit che potrebbe votare assieme al governo e dunque si ritiene che Boris possa riuscireafar passare il suo accordo, seppure per un soffio. Fine della saga? Niente affatto. Perché il governo dovrà far passare tutto il pacchetto legislativo a passo di carica, in modo da riuscire a completare il divorzio dalla Ue entro la data fissata, cioè il 31 ottobre. Ma le opposizioni sono in agguato: e preparano un diluvio di emendamenti. Due, già annunciati dai laburisti, sono particolarmente insidiosi: il primo chiede di sottomettere l’accordo al popolo, con un secondo referendum che preveda la possibilità di cancellare la Brexit; il secondo chiede che la Gran Bretagna resti nell’unione doganale con la Ue. Quest’ultimo ha la possibilità di essere approvato dai deputati. Ma se così fosse, verrebbe snaturato l’accordo raggiunto da Johnson: che dunque ha fatto sapere che a quel punto potrebbe ritirare tutto. E così, per evitare il no deal, l’uscita senza accordi, l’Europa sarebbe costretta a concedere l’ennesimo rinvio della Brexit. E si ricomincia.