Nicola Zingaretti si è tappato le orecchie per non sentireibellicosi echi della Leopolda di Matteo Renzi. Ma all’accusa di guidare «il partito delle tasse e delle tessere», il segretario del Pd ha deciso che era troppo. E così nel primo pomeriggio i contatti sulla linea Nazareno-Palazzo Chigi si sono intensificati. E in serata il premier, che ormai si affida più al Pd che al M5S, ha accettato di offrire un assist ai democratici. «Chi non fa gioco di squadra è fuori dal governo», ha alzato la voce Conte. E anche se i collaboratori hanno subito chiarito che non ce l’aveva con Di Maio e non alludeva alle tensioni sulla manovra, dalla Farnesina è trapelato tutto il fastidio del ministro: «Ha esagerato, lo vedo un po’ nervoso … certi toni ci addolorano». Conte sa bene che il suo esecutivo non ha i numeri per rinunciare a nessuna delle tre forze che lo sostengono, ma sa anche che né Renzi, né Di Maio sono in condizioni di sfiduciarlo in Aula per poi contarsi nelle urne. Per scongiurare il collasso della sua litigiosa maggioranza, il premier ha segnato in agenda per domani un vertice chiarificatore, in cui sfiderà Renzi (e Di Maio) al rispetto degli accordi assunti davanti ai cittadini. Da Palazzo Chigi assicurano che tra l’avvocato e il capo dei 5 Stelle non ci sono ombre, ma basta leggere le dichiarazioni per capire che la competizione tra i due leader, deflagrata sull’evasione fiscale, è destinata a continuare. Di Maio lo ha dipinto come un nemico del popolo delle partite Iva e Conte ha risposto brusco («fesserie!»), per poi inchiodare Di Maio alle Colonne d’Ercole del Movimento: «Il M5S gridava ”onestà, onestà”…». E se «Luigi» brandisceivoti che, sulla carta, ha nei gruppi parlamentari, «Giuseppe» fa leva sul consenso personale di deputati e senatori. Dal capo politico il premier vuole «piena fiducia» e l’impegno a non toccare il suo piano anti-evasione. È una prova di forza, in cui però Conte concede a Di Maio una foglia di fico da offrire alla sua base. L’aliquota della flat tax al 15% per i redditi fino a 65 mila euro non sarà toccata e poi, quando il piano anti-evasione comincerà a dare i frutti sperati, si potrà abbassare anche tra i 66 mila e i 100 mila. Purché nessuno pensi che la manovra possa tornare sul tavolo del Cdm. Quanto alle pensioni, non c’è concessione che Conte possa offrire a Renzi. Il quale presenterà un emendamento per cancellare quota 100 per il solo gusto, confidato ai fedelissimi, «di vedere il Pd che difende la bandierina di Salvini». Il Pd si è stancato di fare il portatore d’acqua della maggioranza e ha cominciato, sottotraccia, a minacciare il voto anticipato. «Non possiamo essere la forza che si fa carico di tutto — si è sentito ripetere Conte —. Senza una prospettiva condivisa, il governo avrà vita breve». Perché non accada che il partito «più responsabile» finisca per essere logorato dal governo, come avvenne ai tempi di Mario Monti, i vertici del Nazareno hanno chiestoaConte di assumersi la responsabilità della sintesi, così che le decisioni votate all’unanimità siano vincolanti per tutti. A cominciare da Renzi, che per ritagliarsi uno spazio vitale è costrettoafare ogni giorno la guerra al suo ex partito, all’insegna del motto mors tua vita mea. Zingaretti è stufoeanche piuttosto preoccupato. Perché, come va avvisando a ogni passo Dario Franceschini, «nessuno vuole far cadere il governo, ma a forza di alzare la palla su ogni provvedimento il gioco può sfuggire di mano». Analogo concetto distilla il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, quando invita i colleghi a «non inseguire le polemiche» e si dice «consapevole dei rischi, se non le si mantiene dentro una dimensione fisiologica». Tra Palazzo Chigi e Nazareno sono tutti convinti che il motore delle fibrillazioni sia il combinato disposto tra la Leopolda e la manifestazione di Salvini, che ha costretto Di Maio ad alzare i toni per non restare schiacciato. Ma per quanto la polemica sia ritenuta «un fuoco di paglia», Zingaretti e Conte non possono ignorareipost del M5S e gli assalti della Leopolda. Dove Ettore Rosato, chiedendo al premier di ascoltare «due forze che pongono temi condivisi», ha ufficializzato l’intesa tra M5S e Italia viva.

Pier Paolo Baretta (Pd) è alla quinta manovra da sottosegretario all’Economia e altrettante ne ha seguite da membro della commissione Bilancio. «Ce ne sono state di più complicate, penso solo a quella del governo Monti», assicura. Sarà, qui però la manovra non è ancora arrivata in Parlamento e i 5 Stelle chiedono già un vertice di maggioranza, minacciando di non votarla se non ci saranno cambiamenti. «Ogni partito della maggioranza è indispensabile. Se è per questo, il Pd, alla luce dei risultati delle elezioni europee e dei sondaggi, è il primo partito della coalizione. Quindi, anziché fare questi discorsi che non portano da nessuna parte, valorizziamo i contenuti della manovra». Quali? «Qualcuno sembra già aver dimenticato che l’Iva non aumenterà; che quota 100 e il reddito di cittadinanza non vengono toccati; che per le partite Iva si mantiene l’aliquota al 15% e si introducono solo dei correttivi per evitare abusi; che ci sono tre miliardi per ridurre il cuneo fiscale sul lavoro dipendente e che altri 3 miliardi verranno redistribuiti nel 2021 a chi avrà utilizzato la moneta elettronica, mentre partirà il fondo per l’assegno unico sui figli. Tutto ciò è il risultato di lunghe riunioni al ministero cui hanno partecipato tutti i partiti della maggioranza, trovando un punto di equilibrio». Che però adesso viene rimesso in discussione, non solo dai 5 Stelle, ma anche da Italia viva. «C’è una distanza tra le polemiche e il merito di cui si discute. Adesso lasciamo smaltire le tensioni e le fibrillazioni, che fanno parte di un assestamento progressivo di una maggioranza che nessuno avrebbe immaginato solo qualche mese fa». Non è che come Pd vi siete già pentiti? «Assolutamente no. Abbiamo messo in moto un percorso di ripresa economica, rispettando gli equilibri finanziari. È questo l’asse strategico di questo governo, quello che tra l’altro ci ha consentito di ottenere la flessibilità di bilancio dall’Unione Europea. Quindi nessun pentimento, e comunque non c’erano alternative. E non ci sono alternative neppure oggi, perché non esistono altre maggioranze». C’è sempre la possibilità delle elezioni anticipate. «Sì, ma interromperebbe il percorso faticoso di ripresa economica che abbiamo intrapreso». Se ci saranno modifiche importanti, sul tetto al contante come sulle partite Iva, la manovra dovrà tornare in consiglio dei ministri? «Non spetta a me deciderlo. Ma osservo che se ci sediamo intorno al tavolo possiamo concordare modifiche che possono essere fatte in Parlamento. Anzi, prima portiamo la manovra alle Camere e meglio è». Fino a che punto si possono modificare le misure? «Chi vuole farlo deve presentare proposte alternative con le relative coperture. Rispettando questo schema, aggiustamenti sono sempre possibili». ©

È cambiato il capo ma il popolo è lo stesso di tredici anni fa, quando per la prima volta il centrodestra riempì la piazza «rossa» di San Giovanni: oggi come allora si è presentato in modo festoso e famigliare, oggi come allora ha i numeri per puntare alla riconquista del governo. Solo che oggi rispetto ad allora non ha ancora un programma di governo.

Perché le parole d’ordine pronunciate ieri dai tre leader del centrodestra non erano che una rivisitazione degli slogan berlusconiani con cui venticinque anni fa venne annunciata la «rivoluzione liberale». Nell’attesa del «nuovo miracolo italiano», Salvini Meloni e Berlusconi hanno riproposto infatti le formule del «meno tasse» e «più sicurezza». Hanno cavalcato l’algoritmo mediatico dei «porti chiusi», dietro il quale si tenta di nascondere un anno di gestione fallimentare nella politica deirimpatri. E hanno persino scomodato «Dio patria e famiglia» per difendere l’identità nazionale. È vero, si trattava di una manifestazione di piazza, non di una riunione programmatica. E la manifestazione è riuscita, con un melting pot di bandiere sotto il palcoeuna sfida sopra il palco, con due generazioni di politici a confronto, con il Cavaliere che non si accorgeva di essere distante dal microfono e Meloni invece lesta a trovare un rimedio per non assoggettarsi al ruolo di ospite: «Ma quando me freghi», ha sussurrato pensando a Salvini, mentre guadagnava il podio e oscurava con un tricolore il logo della Lega. E giusto per fare un ultimo regalo al padrone di casa, è andata lunga con il suo intervento, tanto che Salvini si è irritato quando lo hanno invitato a «stringere» perché la gente stava lasciando la piazza per andare alla stazione. Tutti comunque hanno sfruttato l’occasione per lanciare un messaggio. Berlusconi si è scagliato contro gli eterni «comunisti». Meloni ha regolato i conti con gli avversari ma anche con gli alleati, ai quali ha chiesto un «patto anti-inciucio con Pd e M5S», come a sottolineare che è l’unica monda dal peccato originale. Salvini ha attaccato «il governo di Gianni e Pinotto», che fino ad agosto erano stati suoi sodali. Ma che nel centrodestra esista il problema di strutturare un progetto di governo, lo ha ammesso lo stesso leader della Lega: il tempo che manca «per tornare a palazzo Chigi dalla porta principale — ha detto — ci dovrà servire per studiare, incontrareevalutare». E ogni verbo si porta appresso una serie di interrogativi: sui rapporti europei, le relazioni internazionali, la politica economica, quella industriale. Insomma, sull’idea di Paese. Perché non basta un’intervista per accreditare un nuovo corso, se dal palco il professor Bagnai — che nel Carroccio chiamano ironicamente «il nostro premio Nobel» — sostiene che la Brexit «è una scelta di libertà», mentre l’Europa è «una prigione» e l’euro «non è irreversibile». Salvini sa qual è il problema, che poi è lo stesso con cui Berlusconi dovette fare i conti nel ‘94, prima di aderire al Ppe. Non a caso Giorgetti ha lanciato di recente il sasso in quella direzione. «Il politicamente corretto vede nel sovranismo un pericolo per la democrazia», ha scritto in un articolo pubblicato da Civiltà delle Macchine: «E se fosse invece l’ultimo disperato tentativo di difenderla?». È un primo passo verso una conversione politica della Lega che consentirebbe a Salvini di rendere spendibile la leadership e il consenso di cui dispone. E trasformarli così in premiership. Ma i messaggi lanciati ieri dai governatori riflettono ancora l’incompiutezza del momento. Un conto è stato infatti il discorso del presidente del Friuli-Venezia Giulia Fedriga, che ha sciorinato un rosario di delitti commessi sul suo territorio da extra comunitari. Altra cosa il pragmatismo di Fontana e Zaia, che in Lombardia e Veneto hanno dato prova di collaborare con amministratori di centrosinistra per conquistare un’Olimpiade osteggiata dal governo di cui la Lega faceva parte. Per «tornare a Palazzo Chigi dalla porta principale», a Salvini tornerà certo utile la reunion con Berlusconi e Meloni, un ritorno al passato di cui diceva di non sentire «nostalgia». Ma non basterebbe. E ieri ha fatto capire di aver capito: perché le scorciatoie rischiano di essere vicoli ciechi.

È passato poco più di un mese dalla nascita del governo e le immagini che ci scorrono davanti sono quelle di un film già visto. L’esecutivo è di nuovo un campo su cui giocare tutte le partite individuali, scaricare tutti i conflitti, esercitare pressioni e minacce. Le parole del premier Conte («chi non fa squadra è fuori») sono la dimostrazione evidente che qualcosa di grave sta già avvenendo. E non si può fare finta di niente o giudicare tutto come una normale dialettica tra i partiti che compongono la maggioranza.

La promessa di un’alleanza che non ripetesse gli errori del passato, che con compostezza si mettesse al lavoro per riforme incisive e possibili, che restituisse un clima di serietà e di prudenza sembra già svanita. Forse era un’illusione, forse la politica dell’istante, delle leadership personali, dell’ossessione del consenso immediato sui social non poteva che portare a questo risultato.

Ma rassegnarsi non si può. Le due forze politiche, Pd e M5S, che si erano combattute aspramente, insultate e delegittimate dovevano già affrontare un’impresa ai limiti dell’impossibile. Quella di dimostrare che il cambio di fronte non era solo la conseguenza del desiderio di evitare le elezioni e impedire a Salvini di vincerle. Che era possibile, sotto la guida di un premier abile mediatore, ricostituire un rapporto con gli alleati europei e affrontare senza angoscia la manovra. Che si poteva uscire dalla fase delle misure di bandiera, come il Reddito di cittadinanza e Quota 100, costose e sostanzialmente inutili.

Il varo del nuovo governo è stato salutato da un calo dello spread che ci permetterà di risparmiare sui titoli di Stato. È finora l’unica notizia positiva. Per il resto assistiamo a una sequenza di colpi di scena, protagonismi, conflitti, ultimatum. Ha cominciato immediatamente Matteo Renzi con la scissione del Pd e la costituzione di propri gruppi parlamentari. «Ho in mano io il destino del governo, ora dovete fare i conti con me», il messaggio esplicito. E tutti i giorni il governo ha dovuto farli con un’escalation di dissociazioni dal momento in cui si è cominciato a discutere le misure economiche.

In scia si è inserito Luigi Di Maio, desideroso di riconquistare la leadership del Movimento Cinque Stelle e mettere in difficoltà Giuseppe Conte che gliela contende. Di Maio si muove come un premier alternativo convocando riunioni separate dei ministri. Ha sempre voglia di distinguersi, arrivando perfino a chiedere di riconvocare il Consiglio che ha varato la manovra perché lui era assente.

Il risultato è deludente per un Paese già provato da una stagione molto difficile. Era chiaro che la manovra economica, fatta in fretta fondamentalmente per bloccare gli aumenti Iva per 23 miliardi, non poteva rappresentare una svolta epocale. Chi guida il governo avrebbe fatto meglio a non annunciare l’ennesima rivoluzione che non c’è. Un po’ di coraggio nello smontare le misure dannose del passato sarebbe invece stato utile. Così come un’azione per rendere più semplice la vita dei contribuenti sarebbe stata apprezzata (è giusto incentivare l’uso del contante; ma perché prevedere per tanti artigiani, commercianti e professionisti ulteriori adempimenti, carte da riempire e pratiche da svolgere? È ragionevole?).

Nella manovra ci sono alcuni provvedimenti positivi (dalla riduzione del cuneo fiscale al rifinanziamento delle misure per l’innovazione delle imprese, dagli incentivi per l’edilizia ai fondi per gli asili nido) e altri da rivedere e mettere a punto (ad esempio le troppe microtasse). Un lavoro di merito nei luoghi istituzionali giusti potrebbe migliorare l’intero impianto e renderlo più rispondente alle attese degli italiani.

Invece il cannoneggiamento quotidiano va avanti e il senso di marcia diventa misterioso. Qualche leader guarda ai sondaggi con la speranza che crescano in modo da tornare al voto. Qualcun altro vive nel rimpianto del passato quando con Matteo Salvini si faceva a gara nelle promesse dai balconi. Non sembrano capire che questo esecutivo può durare solo all’insegna della moderazione e del buon governo, tanto più che è nato avendo contro la maggioranza degli italiani. È una verità banale ma è l’unica che ha un senso. Non ha invece alcun senso lo spettacolo, per alcuni aspetti suicida, di questi giorni. «Un ultimatum al giorno toglie il governo di torno», ha scritto ieri il capo delegazione del Pd Dario Franceschini. Ma può anche accadere che, per voglia di finire la legislatura, il governo resti ma senza concludere nulla. Davvero il Paese non merita di meglio?

Giuseppe Genna ha scritto domenica scorsa su L’Espresso un articolo (“La sinistra è desiderio”) che ben descrive la natura della sinistra: «La sua predicazione non si basa su nessuna scrittura. La sinistra è la sua stessa reinvenzione». Ripensarsi costantemente, quindi ricrearsi, è l’attributo fondamentale del riformismo. Ed è proprio sviluppando quest’attributo di critica e revisione, che la sinistra storicamente si pone come termine dialettico della destra. La fedeltà a una teoria data e fissa impedirebbe, com’è ovvio, alla sinistra di distinguersi: la fedeltà a un canone scritto è per definizione conservatrice.

Le riflessioni di Genna ricordano quelle di Eduard Bernstein, che alla fine dell’Ottocento scriveva che il fine è nulla, il movimento è tutto e il socialismo, piuttosto che un fine da raggiungere, è lo strumento per far evolvere e rendere sempre più democratica la democrazia. Bernstein era amico di Engels ed era un pensatore e un militante socialdemocratico. Vivendo nel Regno Unito, studiava l’evoluzione del capitalismo e della democrazia liberale britannica, verificando come le premonizioni di Marx sul crollo imminente dell’economia di mercato fossero un po’ esagerate. Nel suo libro più bello (“I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia”), Bernstein osservava come una delle premesse che la dottrina marxista richiedeva per l’avvento del comunismo, l’accumulazione del capitale, non si stava realizzando. Al contrario, il capitale e la ricchezza andavano aumentando e distribuendosi.

Noi socialdemocratici, scriveva Bernstein, dovremmo dolercene, e lavorare affinché il capitale si accumuli in poche mani, poiché Marx ci ha detto che è essenziale che accada se vogliamo produrre le condizioni per il comunismo. Tuttavia non solo non ce ne doliamo: noi operiamo politicamente affinché il capitale cresca e si diffonda!

L’errore, si chiedeva quindi Bernstein, sta nella teoria o nella pratica? Non può che stare in una teoria, concludeva, che pretende che le condizioni di vita di tutti debbano peggiorare per il perseguimento di un obiettivo finale predeterminato e, per giunta, sbagliato. Il nostro presente soffre alla vista ovunque contraddizioni tra prassi e teoria: la globalizzazione, d’altronde, non poteva che aumentarne il numero ed enfatizzarne gli effetti.

A casa nostra, nei paesi liberaldemocratici, tali contraddizioni sono talmente forti da indebolire l’appeal della democrazia, al punto di mettere in discussione che essa sia il regime politico più funzionale agli scopi di chi vuole organizzare il vivere civile perseguendo libertà e giustizia. Così va in scena quella democrazia dei vuoti di cui parlava, sempre domenica scorsa, il direttore Marco Damilano nel suo editoriale.

La montagna sulla quale la sinistra, come Sisifo, spinge a forza di braccia la sua pietra s’è fatta più erta. E la discesa da cui, conquistata la cima, la pietra rotola al piano, è diventata più ripida. Proprio perché il mondo è più complicato, le energie di cui Sisifo potrebbe giovarsi hanno origini diverse. E sovente anche loro contraddittorie.

La vecchia e nuova forza del laburismo e della socialdemocrazia, la forza della rappresentanza sindacale e politica del lavoro, possono oggi soccorrere Sisifo, ma non esaurire il suo fabbisogno energetico. La forza delle emergenze ambientali, che reclamano cambiamenti epocali, entra ad esempio in conflitto con la forza del lavoro.

L’urgenza verde può e vuole farsi energia al servizio dello sforzo di Sisifo, ma solo a patto di trovare una sintesi con le altre forze che ne sostengono la fatica.

Giuseppe Berta, ragionando (sul Corriere Economia del 14 novembre scorso) intorno al dissidio fra transizione energetica e industria dell’auto, l’ha spiegata così, fuor di metafora sisifiana: «La prossima generazione di veicoli a batterie sarà più semplice da costruire, per cui ci sarà bisogno di meno mano d’opera e molti dei processi oggi affidati all’uomo domani saranno eseguiti da robot. Scompariranno così posti di lavoro e le capacità e le conoscenze di molti non serviranno più. Quando la situazione troverà un suo equilibrio, ci si aspetta un quadro industriale a minore intensità di lavoro».

Come fa la sinistra a tenere insieme e governare un progresso così umanamente contraddittorio? Come fa Sisifo a non perdere la fiducia in se stesso a continuare a spingere il suo macigno? Non avere una scrittura fissa, per dirla ancora con Genna, può aiutare. Vivere una stagione di mezzo, com’è proprio la fase di transizione di questi nostri contraddittori anni, richiede di fare ricorso alla reinvenzione di sé e del mondo. Richiede di recuperare le ragioni storiche di un’azione pubblica complessiva, più che di singoli interventi pubblici, sui processi economici e sociali. Un’azione che sola può rimettere in squadra le cose.

Senza la funzione riequilibrante dell’azione pubblica, lo scontro tra il vecchio mondo del lavoro e la nuova generazione energetica può sconquassare intere nazioni. Ma quest’azione deve evitare di creare protezioni effimere, che valgano soltanto per gli esclusi di oggi senza ridisegnare uno sviluppo sostenibile perché includente: uno sviluppo che non debba sempre tornare sui propri errori, smarrendo in questo modo slancio e fantasia.

Ci si può liberare dei combustibili fossili senza affamare centinaia di migliaia di lavoratori, soltanto proteggendo le debolezze sociali presenti e progettando un futuro che limiti il più possibile la creazione di nuove debolezze. Siccome, nonostante ciò che predicano i demagoghi, non accadrà domattina che le auto elettriche soppianteranno all’improvviso tutte le altre, c’è il tempo per governare il cambiamento, rallentarlo o accelerarlo quando serve, correggerlo o caricarlo se occorre.

C’è il tempo per risolvere questa e le altre contraddizioni. L’azione pubblica degli stati non può evidentemente avere confini sovrani, se s’incarica di governare trasformazioni transnazionali. Per quanto ci riguarda, il destino europeo diventa necessario e l’Europa potrebbe recuperare quell’utilità pragmatica donde il progetto comunitario è generato.

Può essere, dopo tutto, un caso che il primo nome dell’Unione sia stato Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio? Non lo è. Come non lo è stato per i padri fondatori europei associare l’idealità fondatrice del processo d’integrazione all’utilità dell’interazione economica e commerciale.

La dieta alimentare di Sisifo va composta e integrata mixando sapientemente alimenti ed energie difformi. La salita sarà anche più dura, ma la sinistra potrebbe giovarsi di una dieta così variamente concepita, fino ad avere più forze per spingere la pietra del progresso. E la salita, forse, non le sembrerà più erta che in passato.

È indispensabile che le culture politiche, che s’incaricano di nutrire lo sforzo di Sisifo della sinistra, accettino però di reiventarsi. E accolgano l’entusiasmo di ripensarsi perdendo qualcosa della propria scrittura iniziale, allo scopo di rendersi utili alla comune pratica del governo del tempo delle contraddizioni. Non si tratta di sommare istanze differenti, sotto forma di ricette di governo che si giustappongono e pretendono di offrirsi come visione comune.

In politica non valgono le leggi della scienza e l’addizione di elementi diversi non ha mai prodotto una somma accrescente gli addendi. È stato questo l’errore più recente del riformismo: pensare di ricavare un’idea del mondo da una serie di policy concepite in vitreo e testate come formule di laboratorio. È stata questa la iattura del governismo.

I macigni pesano, soprattutto quando si è chiamati a spingerli lungo la salita di una montagna. Ma la sinistra che entrerà lentamente, nel prossimo anno, nella terza decade del secolo nuovo può riuscire a fare la sua parte: con soddisfazione per i bisogni e per gli interessi che intende rappresentare, ma anche contribuendo alla perfettibilità di una democrazia liberale così bisognosa di buone idee e migliori pratiche. E magari, per dirla con Camus, potremmo ancora continuare a immaginarci Sisifo felice.

Prima che un’alleanza è una necessità. Più che una «casa comune» è un albergo. Scomodo, per tutti. «Nei Cinque stelle tanti sono a disagio», dice Giuseppe. «Nel Pd tanti sono insoddisfatti», dice Gianmarco. I due, quarantenni, appoggiati a una colonna della biblioteca Gianni Rodari di Corciano, Perugia, in attesa che cominci l’incontro elettorale, discutono dell’alleanza che li vede insieme dalla stessa parte, per la prima volta, loro che pure si conoscono da una vita. Giuseppe, ricci neri e camicia bianca, milita nei Cinque stelle. Gianmarco, orecchino ed eskimo, nel Pd. Uno teme la fronda dei dissidenti. L’altro i renziani. Nessuno dei due è in pace, comunque. Nessuno contento.

Ed è tutto qua – mentre a Roma la maggioranza giallorossa cerca di comporre qualcosa di comune, tra legge di bilancio e taglio dei parlamentari – l’accordo nuovo tra Pd e Cinque stelle che si mette per la prima volta alla prova della realtà, nell’Umbria che va a elezioni tra una settimana, il 27 ottobre, per vedere se, messo coi piedi sulla terra, quel laboratorio può diventare la famosa «alleanza strategica» nella quale i promotori sperano. Al momento, per la verità, è qualcosa a metà tra l’armata Brancaleone e il futuro. Tra la paura della piazza e la voglia di strapparla a Salvini. Tra le troppe teste bianche in sala e i pochi grillini fuori. Tra paciismo e streaming, passando per ciò che resta dei dem. È tutto un occhio sbarrato, una fronte corrugata. È tutto un prendere atto. «Per la prima volta il Pd è in minoranza al tavolo, strano», nota il moderatore della serata proprio mentre dà la parola al terzo dem di seguito, mentre in prima fila la grillina si innervosisce per la disparità di trattamento.

È questo il nuovo centrosinistra? Pare di sì, anche se per ora «nel Paese non esiste» ha detto il segretario Pd Nicola Zingaretti. È un esperimento. «Mi ci mancava solo questo, da caricarmi sulle spalle: l’esperimento». Scherza Vincenzo Bianconi, 47 anni, il candidato presidente della società civile che l’alleanza Pd-M5S ha tratto fuori all’ultimo momento, «anticiclico» ed «esperto di luoghi sfigati» per auto-definizione, quintessenza mite ma determinata dell’intera faccenda.

Per capire che razza di animale sia, l’alleanza nuova, si deve cominciare infatti rovesciando la classica esclamazione «Questa casa non è un albergo!». Questa casa, al contrario, è proprio come un albergo. Affitti, dormi, e te ne vai. Potrebbe persino funzionare, in prospettiva. Per ora è un mondo dove ciascuno vede ciò che vuol vedere. E applica ciò che può. L’alternativa sarebbe stata il baratro: e lo sanno tutti. Ecco perché non pare esattamente un caso che a rappresentarla, qui in Umbria, ci sia giusto un albergatore.

Vincenzo Bianconi da Norcia, proprietario di hotel per tradizione familiare, perfetto interprete di una pura mitologia imprenditoriale, prima giacca da cameriere regalata dalla nonna a 8 anni, spedito dal padre a Milano per lavorare a 17, è davvero un mammifero della contemporaneità. Un Giuseppe Conte con una spruzzata di Silvio Berlusconi. Gilet di lana rasata al posto della pochette (ne ha tre blu e tre grigi, li alterna in coordinato con le sneaker), battuta pronta e ansiosa vitalità, quel retrogusto di eventuale conlitto di interessi che non guasta (con relativo seguito di polemiche da destra, abbastanza stiracchiate, circa i rimborsi per la ricostruzione ricevuti nel post-terremoto).

Potenzialmente un antagonista insidioso per la leghista Donatella Tesei, lanciata sulla regione da un Salvini che in queste settimane presidia ogni borgo, al grido l’Umbria sarà mia: non fosse per l’handicap di partenza, un abisso di minor consenso difficile da recuperare in poche settimane. Del resto è la mission impossible la cifra di tutto, soprattutto dopo il tracollo finale del Pd, già partito-Stato dell’Umbria, in evidente affanno da anni con la perdita dei feudi di Perugia, Terni, Foligno e altri 37 comuni, nessun seggio uninominale conquistato alle politiche, e in caduta libera dopo l’inchiesta «Sanitopoli» che in primavera ha malamente messo fine all’epopea della governatrice Catiuscia Marini, amica di Zingaretti dai tempi della Fgci.

Non che tra i dem se ne faccia mistero, degli errori: anzi è una flagellazione continua che forse spera così nell’indulgenza finale. «Forse è troppo tardi per essere, noi, i successori di noi stessi? Comunque ora l’atmosfera è diversa, l’accordo coi grillini ha portato a un’apertura salutare», dice il deputato dem Walter Verini, già braccio destro di Veltroni, arrivato a commissariare la regione dopo l’arresto dell’ex segretario umbro. Nessuno si fa illusioni, comunque. Si tratta di convincere gli indecisi, figuriamoci: è come raccogliere il mare col cucchiaino. «Siamo nel momento del bisogno», predica infatti Bianconi, che batte l’intera regione palmo a palmo, dieci incontri pubblici al giorno, senza mai perdersi d’animo, senza nemmeno ingrassare («ho perso cinque chili: ma sono anticiclico, l’ho detto») e senza mai cascare nella trappola di pendere da qualche parte, rossa o gialla che sia. «Di Maio? Quando l’ho conosciuto mi ha detto: solo una cosa voglio da te, che tu sia libero di decidere. Le stesse parole che ha usato Franceschini», risponde ad esempio all’Espresso. Roba da farsi cariare i denti.

C’è in efetti un punto in cui Cinque stelle e Pd, in Umbria in particolare, sono sullo stesso piano di difficoltà: il disagio di essersi combattuti fino a ieri, di essere anzi gli uni innesco del tracollo dell’altro, e di trovarsi insieme oggi per una somma di debolezze.

Antonio Bertini, capolista di Sinistra civica verde, la dice così: «Noi qui votiamo con l’umbricellum: chi prende un voto in più, si porta a casa 13 consiglieri su 20. Questo è ciò che muove i partiti che stanno alle mie spalle». E i partiti, dietro, annuiscono. È un disagio palpabile, tra i grillini, che infatti disertano gli appuntamenti elettorali. E va bene che la loro piazza è la rete, ma nella realtà ce ne sono pochissimi: il più delle volte nessuno. A Deruta, diecimila abitanti sulla strada verso Perugia, un’inviata di Retequattro ne cerca uno per quasi un’ora fuori dall’incontro col candidato presidente. Solo alla fine, spunta fuori l’avvocato Cristian Brutti, referente di zona e candidato. Dallo staff di Bianconi si fiondano allora su di lui per avere «finalmente» un numero da contattare.

Va detto che, salvo alcuni centri, in regione i Cinque stelle non sono fortissimi. Non per caso, non soltanto Conte ha promesso di esserci, in più occasioni. Soprattutto Luigi Di Maio ha assicurato una presenza attenta: a San Gemini per la Giostra, alla Novamont di Terni, fino alla visita che il 4 ottobre – giorno del santo patrono dei grillini – proprio il capo pentastellato ha fatto all’ora di cena ai frati del convento di San Francesco, con tanto di fidanzata al seguito (il premier si era fatto vedere a pranzo).

È anche difficile riorientare gli elettori. Perché gli ultimi anni i Cinque stelle in regione li hanno spesi per buttare giù il Pd: riuscendoci, peraltro. Sono stati loro ad accendere l’inchiesta che ha decapitato i dem, con la consigliera Maria Grazia Carbonari oggi ricandidata con gli ex nemici. «Però quella storia era finita, ora se ne apre una nuova, interessante per il resto dell’Italia», dice il consigliere uscente Andrea Liberati, tessitore dell’alleanza con il Pd ma non ricandidato, alla fine di un incontro alle Cantine Baldassarri, in campagna, tra brocche di vino e panini con la salsiccia. E aggiunge: «Portando i dem a cambiare candidato abbiamo già vinto: risultato fantastico. Ora è importante provare a non lasciare il potere a questa destra, collusa col sistema».

Ecco: nella nuova prospettiva grillina non è più il Pd, ma la Lega, il partito di sistema da buttare giù. Roba da mal di testa? Un momento: ci sono anche i dem che – dovendo spingere Bianconi – finiscono per esaltare la figura dell’imprenditore che scende in politica. «Il bravo imprenditore può essere anche un bravo politico», dice infatti la ex presidente dell’assemblea Donatella Porzi, alla faccia di vent’anni di anti-berlusconismo di sinistra. Il candidato presidente, del resto, è a sua volta l’unico a portare avanti un programma davvero grillino.

Tra le sue parole d’ordine ci sono infatti: democrazia partecipata (primo punto del programma), no ai termovalorizzatori, e persino la promessa di «dirette streaming» negli orali dei concorsi pubblici, per evitare imbrogli. Tutta roba nella quale nemmeno i grillini sembrano credere più. Lo stesso Pd, del resto, tra possibili multe ai candidati che cambiano casacca e promesse di istituire piattaforme digitali per il coinvolgimento dei cittadini, sembrano a loro volta subire dai Cinque stelle quella egemonia culturale che, storicamente, hanno sempre inflitto. E il Movimento, come si è visto, è a sua volta diventato più partito che mai. Sono insomma tutti presi da uno stranissimo richiamo delle sirene, che seguono senza nemmeno sapere esattamente dove va. Così è (il nuovo centrosinistra), se vi pare.

Le piazze televisive e quelle isiche sono una simulazione di qualcosa che non c’è, l’indeinito futuro che si vorrebbe costruire in alternativa all’indeinito presente che governa il Paese nelle vesti del presidente avvocato professore Giuseppe Conte. Simulazione, arte e spettacolo seguitissimo dal pubblico, lo scontro televisivo tra i due Mattei di martedì 15 ottobre: le cerimonie, i lei scambiati rispettosamente davanti alle telecamere, i colpi bassi, i sorrisi esibiti, il proluvio di battute, i cartelli sollevati, le mani roteanti ad agganciare un concetto ostile. Simulazione la Leopolda di Firenze e piazza San Giovanni a Roma. La simulazione del governo riformatore, messa in onda dal premier Giuseppe Conte con uno speciale Tg1 in prima serata il giorno dopo, confezionato per bilanciare il duello. Giuseppi contro i Mattei, che lui in uno ne fa due. Pur partorendo una legge di Bilancio topolino. E la simulazione di un sistema che non c’è: l’unica novità che i due Mattei, Renzi e Salvini, possono ancora incarnare dopo aver fallito le rispettive grandi occasioni, aver governato il Paese per quasi tre anni con un progetto ambizioso di riforma costituzionale (Matteo uno) e aver egemonizzato per quattordici mesi il governo fondato sulla vittoria elettorale del Movimento 5 Stelle (Matteo due). Un grande avvenire dietro le spalle, per ora. A vederli pensi: se fossero vincenti non sarebbero qui, a perdere tempo insieme. Il sistema che non c’è si chiama democrazia del maggioritario, quello che permette al cittadino di conoscere in anticipo che ine farà il suo voto, è quello il modello che prevede i faccia a faccia e gli scontri televisivi tra i leader e i candidati premier. Da questo punto di vista, il primo a manifestare lo spirito di sincerità che ha animato, si fa per dire, tutto lo scontro televisivo più seguito degli ultimi mesi è stato il conduttore, Bruno Vespa, quando ha detto durante la presentazione che da tredici anni i leader non si confrontavano in tv, ovvero dall’ultimo duello tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Un’astuzia dettata dal marketing, perché in realtà Renzi all’epoca del referendum sulla Costituzione nel 2016 aveva afrontato un gran numero di confronti, a partire da quelli con Gustavo Zagrebelsky e con Ciriaco De Mita negli studi di Enrico Mentana. Ma soprattutto, Renzi e Salvini guidano un partito di opposizione e un partitino di governo, non sono a capo di una coalizione e non sono candidati alla presidenza del Consiglio, come lo erano il Cavaliere e il Professore nel 2006. In quell’aprile si concludeva una campagna elettorale verbalmente violenta, segnata dalla rimonta berlusconiana, con lo show al meeting di Conindustria a Vicenza e gli insulti contro gli avversari («Non posso pensare che ci siano così tanti coglioni che possano votare contro il loro interesse»), che anticipava la drammatica notte del risultato al fotoinish, con l’Unione vittoriosa per soli 24mila voti. Di quel faccia a faccia ricordo nella notte, nel cortile della Rai di via Teulada, l’uscita di due personaggioni che non ci sono più, l’amico di Prodi Angelo Rovati che nelle prove del dibattito faceva finta di essere Berlusconi, e il portavoce del Cavaliere Paolo Bonaiuti, appena scomparso, sempre gentile con i giornalisti, anche e soprattuto con quelli percepiti come antipatizzanti. E il colpo di teatro inale del Cavaliere: l’abolizione dell’Ici, la vecchia tassa sulla casa. Era l’Italia del maggioritario: in mezzo, tra centrosinistra e centrodestra, non c’era nulla. Del confronto Renzi-Salvini, invece, resterà ben poco, se non l’aspirazione, l’ambizione dei due protagonisti: superare al più presto l’attuale fase politica, il governo Conte due, la maggioranza giallorossa e tornare a vedersela tra di loro. I faccia a faccia sono in Italia un atto politico, non un evento comunicativo. Lo fu il primo, nel 1994, tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto negli studi di Canale 5, seguito ino a mezzanotte passata da 9 milioni e seicentomila spettatori, il 61,3 per cento dell’audience. Gli sceneggiatori della iction di Sky hanno immaginato che una tazza di cafè versata ad arte per ordine di Leonardo Notte-Stefano Accorsi, il machiavellico uomo ombra di Berlusconi, sopra il vestito blu di Occhetto, abbia cambiato il corso della storia. Il segretario del Pds fu costretto a cambiarsi con un orrendo vestito marrone che ne condizionò l’impatto mediatico. Ma più che la nuova legge elettorale, il Mattarellum, dal nome del presidente della Repubblica che ne fu relatore, più che il diicile disporsi delle coalizioni nei collegi uninominali, i progressisti, il centro, Forza Italia alleata con la Lega al Nord e con Alleanza nazionale al Sud, fu quel confronto televisivo a segnare la nascita del bipolarismo all’italiana. Due leader, due poli, di destra e di sinistra, o di qua o di là. Gli esponenti del centro, Mino Martinazzoli e Mario Segni, protestarono per l’esclusione, invano. E pesò sul lop elettorale della gioiosa macchina da guerra la mancata risposta di Occhetto su chi fosse il candidato premier dei Progressisti: «Io ora non mi candido, ritengo più opportuno valutare nel tavolo progressista una volta che gli elettori avranno scelto chiaramente la maggioranza». Ovvero: la scelta lasciata alla segreterie di partito, mentre Berlusconi parlava già da premier, con buona pace della Costituzione. Un faccia a faccia televisivo deinisce un campo da gioco, un perimetro, le squadre in campo con le loro magliette, le tifoserie, le curve avversarie, così come le piazze. Le riunioni del ine settimana in corso servono allo stesso obiettivo. Renzi torna alla stazione Leopolda di Firenze da cui partì nel 2010 il movimento della rottamazione. In dieci edizioni sono cambiati i comprimari e gli ospiti: Pippo Civati, Giorgio Gori, Graziano Delrio, Paolo Gentiloni, ma anche Dario Franceschini si fece vedere nel 2013 a raso di un muro, e Marco Minniti che appena un anno fa, di questi tempi, era designato a essere il candidato renziano per la segreteria del Pd e durò lo spazio di un mattino. Quest’anno la novità è che Renzi non è più nel Pd, la rete dei comitati con un piede dentro e uno fuori è tutta in un altro partito, Italia Viva. Ma c’è da dubitare che sarà questa l’ultima tappa: è un partito provvisorio che serve ad ampliicare la precarietà del tutto, il governo Conte, la fragile intesa Pd e M5S già alla prima prova del voto in Umbria tra una settimana, i gruppi parlamentari dei partiti maggiori mai così indecifrabili. Nelle stesse giornate Salvini torna in piazza a Roma, come nel 2015, quando operò la svolta sovranista e nazionale in piazza del Popolo. Alla vigilia della manifestazione hanno annunciato la loro presenza i neo-fascisti di Casa Pound, ma la sida del Capitano leghista è un nuovo cambio di pelle, da estremista di governo a moderato di opposizione, per provare a guidare tutto il centrodestra, con Berlusconi, per non inire ricacciato nel ghetto del lepenismo e dell’irrilevanza. I due Mattei si scambiano ancora una volta le parti. Renzi si traveste da lupo e Salvini da agnello. Renzi e Salvini oggi mettono la leggerezza e la genericità dei contenuti, ainati dai comunicatori per arrivare al maggior numero di elettori possibili, insieme con la rigida divisione del mondo in buoni e cattivi. I buoni stanno con noi, i cattivi sono quelli che non stanno con noi. Eccellono nella coltivazione delle curve social, chiuse, tetragone, sigillate rispetto a dubbi e interrogativi. Alludono a un sistema di leadership, maggioritario, tendenzialmente presidenziale, all’americana, senza paragoni in Europa dove, nonostante tutto e con l’eccezione della Francia, vige un sistema parlamentare. La convivenza di due modelli, uno parlamentare fondato sulla Costituzione del 1948 e uno comunicato presidenziale con i nomi dei leader sui simboli e l’impronunciabile igura del capo politico inserita nei testi delle leggi elettorali, è stato uno dei più gravi motivi di debolezza dell’eterna transizione italiana. Oggi di nuovo il sistema è ancora sospeso tra la retorica del cambiamento e la realtà. Lo dimostra l’accidentato inizio del percorso di approvazione della legge di Bilancio, senza slancio e senza visione, in un’Italia che le stime del Fondo monetario internazionale collocano in fondo alla classiica, a crescita zero, in lotta per non retrocedere. Con l’assenza di un blocco sociale di riferimento, come si sarebbe detto un tempo, a parte un qualche appoggio che arriva dalla Cgil e dal pubblico impiego, troppo poco per deinire un nuovo ceto medio. Una cultura politica di valori. Un sistema istituzionale coerente. Così si parla molto di patto con gli italiani, ma il patto non c’è e l’idea del Paese che si governa è vaga. Tocca, ancora una volta, al partito che più incarna tutte le contraddizioni dell’ultimo quarto di secolo, il Partito democratico, provare a evitare la polverizzazione della politica, la replica del trasformismo e del notabilato, e la costruzione di una coalizione non soltanto politica o elettorale, ma anche sociale e perino culturale. Impresa quasi impossibile, in assenza di un federatore, che è il contrario del demiurgo, e delle forze sociali disposte a mettersi in gioco e di un sistema elettorale che non sia soltanto la fotograia dei rapporti di forza attuali ma richiami un cambio di comportamento degli elettori, come fu un quarto di secolo fa: dall’irresponsabilità alla responsabilità. Ma è un’impresa necessaria, se si vuole non si vuole restare nell’indeinito presente, che continua a colpire chi nonostante tutto ha scommesso sulle virtù della politica, come quel che resta Partito democratico. O nell’indeinito futuro, spartito tra i due Mattei che marciano divisi e colpiscono uniti.

Carlo De Benedetti si offre di ricomprare il controllo di Gedi spa, il gruppo editoriale a cui appartiene Repubblica. Ma la holding Cir, cui fa capo la società, rigetta l’offerta, che ritiene «manifestamente irricevibile in quanto del tutto inadeguata a riconoscere a Cir spa e a tutti gli azionisti il reale valore della partecipazione», oltre che «ad assicurare prospettive sostenibili di lungo termine a Gedi spa, aspetto sul quale Cir spa è da sempre impegnata». In serata Rodolfo De Benedetti, presidente di Cir, aggiunge: «Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa, non sollecitata né concordata, presa da mio padre il cui unico risultato consiste nel creare un’inutile distrazione, della quale certo non si sentiva il bisogno». Amarezza espressa anche «rispetto al lavoro delle tante persone impegnate quotidianamente a garantire un futuro di successo al gruppo Gedi, che da anni opera in un settore dei più sfidanti». «I miei fratelli ed io, come azionisti di controllo del gruppo Cofide-Cir – conclude il presidente di Cir – continueremo a dare il nostro pieno supporto al management in questo percorso». Carlo De Benedetti ha presentato venerdì alla capogruppo che fa capo ai figli Edoardo, Marco e Rodolfo De Benedetti (43,78% del capitale ordinario) un’offerta in contanti sul 29,9% delle azioni Gedi, al prezzo di giovedì di 0,25 euro ad azione. L’offerta, tramite la Romed da lui controllata al 99%, ha un corrispettivo di 38 milioni, ed è subordinata a due condizioni: «Che i componenti il cda di Gedi di nomina Cir rassegnino le dimissioni entro due giorni lavorativi dal trasferimento delle azioni, ad eccezione dell’ingegner John Philip Elkann e del dottor Carlo Perrone; e che, per le residue azioni che resteranno di sua proprietà, Cir s’impegni a distribuirle ai soci entro un anno». Sia il presidente di Fca – tramite la holding Giovanni Agnelli Bv – sia Perrone, oltre a Giacaranda Falck, sono azionisti Gedi con quote poco sopra il 5%. Reazioni anche dai cdr di alcune testate coinvolte. I comitati di redazione di Repubblica e L’Espresso «vigileranno per salvaguardare l’identità, i valori e il lavoro dei giornalisti». L’iniziativa pare un tentativo dell’ex patron del gruppo di sostituirsi al primo azionista Gedi, la Cir oggi controllata dalla Fratelli De Benedetti dei figli, cui anni fa lo stesso Ingegnere girò le quote; un passaggio suggellato in giugno 2017 dalle sue dimissioni da presidente di Gedi, carica allora assunta da Marco De Benedetti. «La mia iniziativa è volta a rilanciare il gruppo al quale sono stato associato per lunga parte della mia vita e che ho presieduto per 10 anni, promuovendone le straordinarie potenzialità – si legge in una lettera –. È chiaro che conoscendo bene il settore, mi sono note le prospettive difficili, ma credo che con passione, impegno, consenso e competenza, il gruppo possa avere un futuro coerente con la sua grande storia». Sempre nella lettera, l’offerente chiede a Cir di «sottoporre la proposta al prossimo cda, rimanendo la presente offerta irrevocabile efficace fino al secondo giorno di Borsa aperta successivo allo stesso». Ma la risposta della holding è stata a più stretto giro; anche perché, avendo Cir azionisti di minoranza in crescita sopra il 40% (quando a gennaio andrà a regime la fusione con la controllante Cofide), sarebbe stato arduo accettare un’offerta che non paga premio sui prezzi di Borsa. Lo stesso Carlo De Benedetti ha fatto riferimento all’ipotesi di una vendita, tornando in serata ad attaccare: «Trovo bizzarre le dichiarazioni di mio figlio Rodolfo. È lo stessa persona che ha trattato la vendita del Gruppo Espresso a Cattaneo e Marsaglia. La gestione sua e di suo fratello Marco hanno determinato il crollo del valore dell’azienda e la mancanza di qualsiasi prospettiva, concentrandosi esclusivamente sulla ricerca di un compratore, visto che non hanno né competenza né passione per fare gli editori». La proprietà, dal canto suo, ha sempre smentito ogni voce di vendita.

La strada del Pd è quella giusta e va verso un’intesa solida, strutturata e duratura con i 5Stelle. Non si può dire ora se dalla proposta si passerà ai fatti, ma almeno bisogna provarci. Per Nicola Zingaretti questa è la sfida e perciò, alla fine della kermesse dei grillini a Napoli, il segretario è soddisfatto. Le parole di Beppe Grillo sul Pd sono interpretate al Nazareno come un formidabile assist. Ma ci sono i dubbi e le contestazioni dentro lo stesso partito con cui fare i conti e di cui si discuterà domani in Direzione, insieme a un bilancio dei primi 36 giorni di governo. E il discorso di Zingaretti suonerà più o meno come la rivendicazione della scommessa che il segretario lanciò sin dall’inizio dell’alleanza di governo con i 5Stelle: si fa un governo, non un governicchio. Perciò l’orizzonte deve essere politico, non di piccolo cabotaggio. Spiega Zingaretti: «Io da sempre penso a un grande Pd pilastro di una grande alleanza, che sia aperta a forze politiche, civiche e associative. È però fin troppo ovvio che gli alleati con cui governi sono i primi e principali interlocutori di un processo politico». Ai mugugni e alle perplessità nelle file dem il segretario risponde: «Negare questo è addirittura inutile». E rilancia: «Il Pd è in campo. Un grande Pd e una grande alleanza, ovviamente da costruire. Ma si sta insieme se si ha una visione comune del futuro non solo per la gestione del potere». Ci vogliono respiro e progetti da condividere. Per il segretario la prova del nove della rotta giusta è rappresentata anche dagli attacchi personali ormai quotidiani che riceve dalla destra e da Salvini: «Hanno paura». Di certo il primo test sarà il voto regionale in Umbria, dove il centrosinistra con Vincenzo Bianconi candidato sta rimontando, anche se il gap col centrodestra resta. Strutturare un’alleanza con i 5Stelle è un punto di svolta per il Pd. Matteo Orfini, l’ex presidente del partito, sostiene la tesi opposta. Ammette: «La proposta del segretario è forte e non va banalizzata, ma si convochi un nuovo congresso». Insomma una scelta che non si può fare come se niente fosse. Frena anche Andrea Marcucci. Avrà comunque ricadute immediate? Il sospetto è che Zingaretti voglia di fatto sostenere la sindaca di Roma, Virginia Raggi in cambio magari di un ok grillino al mandato bis di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. Il segrtario dem chiarisce: nessun appoggio, nessun patto per tenere in piedi Raggi.

Il braccio straziato dal fuoco, la maglia nera e strappata a rivelare la pelle ustionata, un sopravvissuto del convoglio civile diretto da Tal Abyad a Ras al-Ayn cerca di alzare il busto, poi scivola di nuovo sull’asfalto, mentre dietro di lui le fiamme salgono fra le lamiere di un furgoncino. Accanto, pozze di sangue, corpi senza vita, qualcuno irriconoscibile, altri a cui le bombe turche arrivate dall’alto hanno concesso la compostezza della morte. Una donna corre a sollevare il superstite per allontanarlo dall’auto che brucia, grida, chiede aiuto. Poi le immagini si fermano, lasciando pensare che l’autore del filmato diffuso su Internet sia corso a fare la sua parte, da essere umano. Ma spesso è la testimonianza che serve, quando gli ordini sembrano essere che nessuno deve giudicare, nessuno deve raccontare quello che succede nel Rojava. Il fischio delle bombe d’aereo che scendevano sul convoglio civile diceva proprio questo: i giornalisti stranieri devono stare a casa loro. Fra i morti ci sono sicuramente almeno due reporter: uno dell’agenzia curda Hawar, il giovane Saad al Ahmad, e un altro cronista straniero, per ora senza nome. Potrebbe essere ucraino, secondo alcune fonti locali. Altri giornalisti sono feriti, ma visto che proprio chi porta le notizie è nel mirino, le informazioni sono frammentarie. Stephanie Perez, di France2, ha scampato per un pelo l’attacco, con la sua troupe: parla di almeno 11 morti e una ventina di feriti. L’intento è chiaro: messo il bavaglio con una raffica di arresti ai giornalisti turchi “poco patriottici”, il governo di Ankara ora vuole dissuadere la stampa internazionale, cancellando ogni possibile testimone sulla natura reale dell’operazione “Fonte di pace”. Se i civili uccisi sono ormai vicini al centinaio, in compenso c’è chi risorge: sono i jihadisti dello Stato Islamico, pronti ad approfittare del momento favorevole, con i miliziani curdi impegnati a respingere l’attacco turco, per fuggire in massa con le loro famiglie dal campo di detenzione di Ain Issa. Sono 859 i fuggiaschi: mogli, bambini, ma soprattutto combattenti, pronti a tornare alle armi. E a colpire, come hanno già fatto gli uomini dell’Isis con un’autobomba a Qamishli. Scrive sconsolato Mustafa Bali, portavoce delle Forze democratiche siriane Sdf (cioè della coalizione a guida curda che ha sconfitto il Califfato): «Se i Paesi del mondo davvero considerano l’Isis una minaccia, cosa di cui non sono del tutto sicuro, ecco una grande opportunità per dimostrarlo. Altrimenti ne pagheremo le conseguenze tutti assieme, molto presto. Ma stavolta potrebbe non esserci chi fa il lavoro per loro». E ancora: «Non aspettatevi che ci occupiamo noi dei vostri concittadini terroristi, mentre a voi non preoccupa vedere i nostri bambini massacrati, la nostra gente deportata e la nostra regione al centro della pulizia etnica». È proprio questo l’aspetto più straziante nell’intera tragedia del Rojava: la percezione di tradimento, di abbandono, che il popolo curdo percepisce, abbandonato ancora una volta al suo destino dopo aver pagato il prezzo più alto per debellare il sedicente Stato Islamico. L’Europa ragiona su possibili sanzioni, ipotesi che Erdogan accoglie con disprezzo: «Nessun embargo ci fermerà». E da Washington ieri è arrivato l’ultimo schiaffo: l’annuncio che saranno ritirati “circa” mille soldati dalla zona di Kobane. Ma “circa” mille sono “circa” tutti i soldati Usa del Rojava: è una ritirata, non è un ridispiegamento. È una scelta voluta da Trump e accettata obtorto collo dal Pentagono, con i generali che lasciano filtrare molto malumore. Ma soprattutto è un’umiliazione per i militari, costretti a far le valigie perché i colpi dell’artiglieria di Ankara sono arrivati vicini alla loro base. «Deliberatamente vicini», dice Brett McGurk, ex inviato della Casa Bianca nella campagna contro l’Isis. E allora è ancora più mortificante il richiamo della madre di Kobane che grida ai soldati americani: «Sono cinque anni che proteggiamo questa città. Voi che fate qui? Non vedete che la Turchia uccide i nostri bambini? Dovranno essere uccisi tutti, prima che facciate qualcosa?». A rispondere però non è l’America. Messi con le spalle al muro dall’offensiva congiunta fra aviazione turca e truppe di terra dell’Esercito libero siriano, rimasti senza risposta all’ingenua richiesta di combattere ad armi pari – cioè con una no-fly zone, che avrebbe permesso alle Sdf di affrontare solo i miliziani siriani dell’Els – i curdi nei giorni scorsi avevano aperto trattative con Damasco. Meglio rinunciare all’indipendenza, pur agognata, ma sopravvivere al genocidio. E ieri il governo siriano ha risposto: le prime colonne di Assad sono già entrate a Manbij e si avvicinano a Kobane. L’accordo fra curdi e Damasco prevede che le truppe governative si schierino sul confine con la Turchia, a nord della Siria. Un’intesa, dice nel suo comunicato l’amministrazione del Rojava, ottenuta con il benestare del Cremlino. E per Recep Tayyip Erdogan sapere che senz’altro Vladimir Putin può essere tentato dall’idea di occupare lo spazio abbandonato dagli americani non è un pensiero da poco.