Chi l’ha detto che c’è contraddizione tra essere grandi scrittori e insieme adulatori di ogni dittatura, seguaci di ogni tirannia, innamorati di ogni despota, di ogni colore? Peter Handke ha assecondato la pulizia etnica di Milosevic ma è un eccellente scrittore meritevole del Nobel per la letteratura. Ezra Pound era fascista ed era un eccellente poeta. Bertolt Brecht si schierò con gli aguzzini comunisti che soffocarono nel sangue la rivolta operaia di Berlino Est ed era un eccellente drammaturgo. Louis-Ferdinand Céline era un mostro antisemita ed era un eccellente scrittore che rivoluzionò l’arte del romanzo. Giovanni Gentile era un pilastro del regime fascista ed era un eccellente filosofo. Gabriel Garcia Marquez fece da scendiletto del dittatore cubano Fidel Castro ed era un eccellente scrittore. Martin Heidegger vide in Hitler il compimento di millenni di metafisica ed è stato un gigante della filosofia. Louis Aragon vergò versi apologetici della Gpu («viva la Gpu/figura dialettica dell’eroismo») che perseguitava i sovietici ed era un eccellente poeta. Filippo Tomaso Marinetti volle farsi seppellire con la camicia nera ed era un poeta eccellente. Pablo Neruda scrisse un elogio sentito del boia giudiziario Vysinskij che stava massacrando i poeti come Mandel’stam, decretandone la tortura e la morte, ed era anche lui un eccellente poeta. Carl Schmitt era un seguace del nazismo ed era un eccellente giurista. Concetto Marchesi attaccò Kruscev che aveva osato svelare i crimini di Stalin ed era un eccellente latinista. Delio Cantimori passò con disinvoltura dall’adorazione del fascismo all’adorazione del comunismo ed era un eccellente storico. George Bernard Shaw fu così entusiasta dei regimi totalitari da adulare contemporaneamente Mussolini e Stalin ed era un eccellente drammaturgo. Christa Wolf ha intrattenuto quanto meno ambigui rapporti con la Stasi che in Germania Est spiava «le vite degli altri» ed era un’eccellente scrittrice. Jorge Luis Borges fece visita in Argentina al macellaio Videla ed era un grande scrittore. Dunque è giusto che Peter Handke si tenga stretto il meritato premio Nobel per la letteratura e contemporaneamente che i parenti delle vittime di Srebrenica lo maledicano per il resto dei suoi giorni. Eccellente scrittore, pessimo cittadino del mondo.
L’Italia ha avuto in 15 anni cinque diverse leggi elettorali, sino a oggi tutte caratterizzate da un mix di proporzionale e maggioritario. Perché allora si vuole oggi tornare alla proporzionale? La risposta di Lega e FdI è che così si vuole colpire le possibilità di vittoria del centrodestra; in maniera speculare — potremmo notare—a quanto il centrodestra fece a danno del centrosinistra alla vigilia delle elezioni del 2006. Motivo sufficiente questo per introdurre il divieto di cambiare la legge elettorale almeno nei 12 mesi che precedono una elezione, e perrespingere il ricorso a referendum che, non limitandosi ad abrogare norme esistenti e introducendo una nuova legge elettorale, sono a rischio di inammissibilità. In realtà, una modifica dell’attuale legge elettorale è imposta dal taglio del numero dei parlamentari: riducendo a 200 i senatori, nella metà delle Regioni nessun partito che non consegua almeno il 15% del voto potrà essere rappresentato, con una fortissima compressione della rappresentanza a rischio di incostituzionalità. In ben sei Regioni neanche il terzo partito sarà rappresentato. Si aggiunga che anche l’elezione del presidente della Repubblica verrà alterata dal modificato rapporto tra ilridotto numero dei parlamentari e l’invariato numero degli elettori indicati dalle Regioni. Vi sono tuttavia ragioni più profonde che trovano fondamento nella stessa teoria democratica, concorde nell’affermare che i sistemi maggioritari sono adatti solo a Paesi a forte coesione sociale e privi di conflitti politici fondamentali. I sistemi maggioritari tendono infatti a esasperare il conflitto: se un collegio può essere vinto anche per un solo voto,ese quindi a livello nazionale poche migliaia di voti possono determinare profonde differenze in seggi tra maggioranza e opposizione, lo scontro politico non può che essere durissimo perché il vincitore «takes all». Se il sistema politico prevede inoltre un ampio ricorso allo spoil system, il vincitore non consegue solo la maggioranza parlamentare, ma «prende tutto» anche nel sistema amministrativo, nelle Autorità indipendenti, nelle imprese pubbliche, e così via. Nei sistemi proporzionali, invece, proprio la distribuzione proporzionale dei seggi rende lo scontro meno acceso, anche se obbliga a governi di coalizione. Il maggioritario si presta dunque a sistemi ove maggioranza e opposizione sono unite sui principi fondamentali dell’ordinamento e sulle politiche di governo di lungo termine, e si riconoscono quella reciproca legittimità che è fondamento della democrazia dell’alternanza. Se un Paese è invece profondamente diviso, leggi elettorali proporzionali consentono più facilmente di raggiungere quel minimo di consenso politico e di integrazione sociale che ne assicurano la governabilità. Quest’ultima infatti non va confusa con l’esistenza di stabili maggioranze parlamentari: un sistema maggioritario può assicurare una maggioranza parlamentare, ma questa non è garanzia che le sue decisioni trovino consenso nel Paese. La Francia testimonia ampiamente il possibile iato tra maggioranze parlamentari e consenso popolare. E nel Regno Unito la vicenda Brexit conferma che nemmeno il maggioritario garantisce la permanenza di partiti e maggioranze coesi. Nemmeno il doppio turno offre più garanzia di stabilità: nell’uninominale francese 4 partiti sono ricompresi in poco più del 3%; pochi fautori del doppio turno resterebbero tali se i ballottaggi avvenissero tra Mélenchon e Le Pen. E neanche il premio di maggioranza implicito nel sistema spagnolo permette più una sicura governabilità. Quanto all’Italia, l’opinione pubblica ha spesso attribuito l’instabilità che ha caratterizzatoigoverni al loro essere frutto di coalizioni. Non è così. In almeno due momenti fondamentali della nostra storia élite politiche fieramente contrapposte trovarono una aggregazione dando vita prima alla Costituzione, e poi all’unità nazionale contro il terrorismo. Di fronte ai gravi problemi odierni l’Italia deve ritrovare questi momenti di unità. La scelta di ritornare alla proporzionale, corretta con soglie di sbarramento e sfiducia costruttiva, appare così giustificata, purché si aboliscano le liste bloccate tornando a dare ai cittadini la possibilità di scelta dei propri rappresentanti, in collegi uninominali previe primarie regolate per legge, o con il voto di preferenza. L’opzione maggioritaria che si traduce nel «winner takes all» non è saggia in un sistema afflitto nuovamente da forti conflitti. Una conferma che la democrazia è indebolita da tali conflitti viene da uno dei più interessanti politologi, Arend Lijphart, e dalla sua teoria della «democrazia consensuale». Quando le divisioni nella opinione pubblica sono troppo profonde, è compito delle élite sanarle governando assieme, in un regime di democrazia che anziché chiamare spregiativamente «consociativa»efondata su «inciuci», potremmo appunto definire «consensuale». Compito delle élite è unire il più possibile un Paese, non dividerlo. È questo un insegnamento da non dimenticare quando si guardi all’attuale situazione italiana.Èimportante che a quanti fondano le proprie fortune elettorali su appelli divisivi si sostituiscano leader responsabili dediti a promuovere un consenso sociale più ampio di quello fondato su promesse irrealizzabili (flat tax), o su temi emotivi (gli immigrati), e mobilitazioni al limite della xenofobia («prima gli italiani»). Il nostro Paese ha già pagato in passato un prezzo molto altoaquesto mix di ideologia e promesse illusorie.
Assicurano fonti diplomatiche che di questi tempi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky soffre di terribili emicranie. E anche di un ricorrente incubo notturno: stavo meglio quando da comico facevo il presidente, oppure ora che da presidente mi tocca fare il comico? Eletto trionfalmente in aprile, il capo dello Stato dichiara subito di voler riportare la pace nel Donbass (la guerra contro i filorussi ha già fatto 13.000 morti). Il dialogo con Putin comincia bene, e si giunge a uno scambio di prigionieri. Ma il 25 luglio, accidenti, telefona Trump che gli chiede «un favore»: quello di indagare sugli affari in Ucraina del figlio del suo rivale democratico Joe Biden. Lui dice ni, ma intanto Trump ha bloccato forniture di armi per 391 milioni di dollari. E allora Zelensky che dovrebbe fare? Assicura che Kiev non può fare a meno degli Usa, esclude di essere stato ricattato, dice ai nazionalisti di casa che solo sua figlia piccola può influenzarlo. In America parte l’impeachment, e Zelensky deve vedere Trump di persona a New York. In fondo si tratta di due grandi attori, potrebbero intendersi, suggerisce qualcuno. Il mingherlino Zelensky preferisce adulare quel colosso, lo chiama maestro ma non funziona. Trump esige che lui indaghi, e appoggi gli avvocati della Casa Bianca. Lui dice di nuovo ni, perché sa che intanto lo cercano da Mosca. Putin è gentile, gli dice di stare tranquillo per il gas e soprattutto si congratula perché Kiev ha accettato l’autonomia del Donbass se prima si terranno elezioni. Ora si può preparare un nuovo vertice «formato Normandia» tra Ucraina, Russia, Francia e Germania. Quando Trump lo viene a sapere va su tutte le furie, gli Usa vogliono esserci. Zelensky nicchia, e Mosca respinge la lamentela americana. Il pericolo è di confondere l’indagine su Biden con il Donbass, le elezioni con le armi bloccate e Putin con Trump. Comicità tv d’un tempo, dove sei?
Ricordate l’imperialismo americano, la «sporca guerra del Vietnam», yankee go home, e il resto del repertorio? Adesso gli americani stanno andando sul serio a casa. E, come si vede in Medio Oriente, è un patatrac. Persino coloro che sono invecchiati inveendo contro gli arroganti «gendarmi del mondo», si rendono conto che se il posto di gendarme è vacante sono dolori, qualunque teppista può fareidanni che vuole. Donald Trump, con una telefonata, ha dato il via libera a Erdogan, alla sua agognata «soluzione finale» nei confronti dei curdi siriani, ossia di quelli che erano stati gli alleati principali degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. Li ha ceduti (gratis) a uno che nemmeno lo ringrazierà. Trump ha subito dopo twittato un mezzo pentimento. Ma Erdogan non si è fatto impressionare (Trump, nel frattempo, è anche riuscito a dire: ma, insomma, dov’erano questi curdi mentre noi sbarcavamo in Normandia?): l’operazione militare nel Kurdistan siriano è in corso e non si fermerà fin quando gli obiettivi del dittatore turco non saranno raggiunti. Non c’è bisogno di mescolare, come fanno tanti commentatori, morale e politica facendo affermazioni come «è scandaloso, immorale, che gli americani abbandonino i curdi». Oltre tutto, come ha osservato Paolo Mieli (Corriere, 12 ottobre) se fatte dagli inerti e imbelli europei sono affermazioni ipocriteeridicole. È sufficiente ragionare politicamente. L’abbandono dei curdi è un disastro politico. Come la scelta americana di trattare con i talebani in Afghanistan. Nessun potenziale alleato degli occidentali, in qualunque area di crisi, potrà più fidarsi. È quella cruciale risorsa strategica che si chiama credibilità che è stata compromessa dalla politica di Trump. In un’epoca in cui la competizione per le sfere di influenza fra le grandi potenze è ricominciata con intensità in molte parti del mondo (Europa inclusa), un’America che si gioca la credibilità offre, nei vari scacchieri, un insperato vantaggio alle potenze autoritarie siano esse grandi (Russia, Cina) o medie (Turchia, Iran). L’invasione turca in corso dovrebbe fare riflettere su tre questioni: l’appartenenza della Turchia alla Nato, le sorti dell’Unione europea, la parabola dell’egemonia statunitense. Per quanto riguarda la Nato, non si potrà continuare ancora a lungo a fingere che la Turchia ne sia un membro come un altro. Qualcuno spera che prima o poi il regime inaugurato da Erdogan abbia fine e che la Turchia torni a essere il Paese amico degli americani e degli europei che è stato per decenni. Ma non è così probabile che la rottura, culturale prima ancora che politica, della Turchia con l’Occidente, in nome di una combinazione di islamismo e nazionalismo e del ripudio dell’eredità laica di Atatürk (il padre della Turchia moderna), possa essere riassorbita. Al momento ha ragione Daniele Raineri (Il Foglio): non è proponibile l’esclusione della Turchia dalla Nato per un’azione che è stata autorizzata dagli americani. Ma verrà un giorno, in un altro frangente, in cui l’organizzazione dovrà chiedersi: cosa abbiamo ancora in comune con la Turchia? La seconda questione riguarda l’Europa. È sperabile, ma poco plausibile, che l’Unione riesca, in questa crisi, a smentire una convinzione diffusa: quella secondo cui non esisterà mai un’Europa politicamente unita. Nessuna unità politica è infatti possibile se chi dovrebbe unirsi non riesce a essere credibile quando si tratta di agire per provvedere alla propria sicurezza. L’attacco turco ai curdi avvantaggia ciò che resta dello Stato islamico e non è difficile immaginare che se quella organizzazione rialzerà la testa, se, ad esempio, centinaia di foreign fighters torneranno liberi, l’Europa sarà di nuovo un bersaglio, una zona di guerra, un luogo pieno di nemici da colpire con attentati a catena. Contemporaneamente, c’è da fare i conti con la minaccia di Erdogan (che ha già estorto agli europei tanti soldi) di scaricarci addosso tre milioni e mezzo di profughi se oseremo dargli fastidio. «Biasimareecondannare» non serve a nulla. Urgono contromisure. Ma non si racconti alle opinioni pubbliche europee la favola secondo cui sarebbe sufficiente un embargo sulla vendita d’armi alla Turchia. Più in generale, vedremo se questa crisi obbligherà l’Unione a dotarsi di quella «visione geopolitica» che non ha mai avuto (Danilo Taino sul Corriere di ieri) e i mezzi e la volontà per sostenerla. O se, come è probabile, ben poco di sostanziale cambierà. Per ora ricordiamo che, come pensava Machiavelli, i «profeti disarmati» non hanno futuro politico. Da ultimo, c’è la questione della parabola della potenza americana. Il suo declino è inevitabile? Forse sì e forse no. L’America continua a essere una società molto più dinamicaepiù capace di innovazione rispetto alle altre grandi potenze (Cina compresa: non è sicuro che nel lungo periodo una società chiusa possa davvero surclassare una società aperta). E ciò può continuare ad avvantaggiare gli Stati Uniti anche nella competizione internazionale. Ma anche ammesso —enon concesso — che il declino americano sia irreversibile, è certo che i tempi del processo possono essere accelerati o ritardati dalle scelte dell’Amministrazione. Trump, con la sua America first, sta accelerando il processo, ha picconato le istituzioni che hanno sorretto l’egemonia statunitense dal dopoguerra a oggi, ha minato la credibilità dell’America. A tutto vantaggio delle potenze autoritarie. In Medio Oriente e altrove. Non è facile essere ottimisti sulle prossime elezioni presidenziali. Il candidato che più incarna la continuità della politica americana, Joe Biden, è anzianoepoco carismaticoele primarie democratiche potrebbero premiare qualche estremista di sinistra. Trump verrebbe allora rieletto trionfalmente. Come è sempre stato negli auspici dei nemici dell’imperialismo americano gli yankee tornano a casa. Si salvi chi può.
La consegna del Nobel per la letteratura all’austriaco Peter Handke, schierato durante la guerra civile in Jugoslavia dalla parte dei serbi di Slobodan Milosevic e del generale Ratko Mladi, il macellaio di Srebrenica, ha riacceso le polemiche: si può premiare una persona per un pezzo solo della sua vita ignorando il resto? Mah… Al di là dei distinguo di oggi (uomo discutibile, grande scrittore) è comunque un peccato non aprire una riflessione su come è stato dato nei decenni il Nobel più importante, quello della pace. Perché, certo, la scelta di alcuni politici autori di passi storici ma anche di incoerenze pacifiste (dall’americano Kissinger al vietnamita Le Duc Tho, da Arafat a Rabin o Obama) può essere motivo di dibattito, ma altri Nobel nella lista gridano vendetta. Un esempio? La svedese Alva Reimer Myrdal, premiata nel 1982 per l’«impegno a favore del disarmo» svolto durante la sua seconda vita, dedicata alla diplomazia. Nella prima, infatti, la donna si era dedicata insieme col marito Gunnar Myrdal (lui pure Nobel per l’economia nel ‘74) alla politica e alla definizione del sistema sociale del suo Paese. E scrisse con lui un libro, Kris i befolkningsfrågan (La crisi nella questione demografica), teorizzando nel 1934 l’urgenza di soluzioni eugenetiche raggelanti. Un esempio? «Consentire a dei genitori idioti di riprodursi ci sembra un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista. Ogni caso, è un caso di troppo». Una tesi che apriva all’oscena legge eugenetica svedese del ’35 (che avrebbe portato alla sterilizzazione di oltre 63 mila persone «difettose», uno scandalo coperto per quarant’anni) ed era in linea con le idee che si andavano imponendo nella Germania nazista per compiersi nella mattanza dei disabili nota come progetto AktionT4. Di più: quel 1935 fu anche l’anno in cui, per una delle contraddizioni della storia, il Nobel svedese per la pace venne assegnato a uno che se lo meritava davvero, il pacifista tedesco Carl Von Ossietzky. Che non poté mai ritirare il premio perché da due anni era nelle carceri hitleriane. A proposito: sarebbe il caso che Wikipedia, nella pagina in cui elenca i vincitori del Nobel, rimuovesse accanto alla foto del martire non violento il simbolo del Terzo Reich. Che sventola con tanto di croce uncinata.
C’è sempre uno scarto fra ciò che servirebbe a un Paese per usare al meglio le proprie risorse e ciò che serve ai partiti che lo governano, o ai loro elettori. Non succede solo in Italia: è l’essenza della democrazia che le decisioni non riflettano una razionalità astratta. Coloro che preferiscono quest’ultima — il governo degli esperti — nei sondaggi di solito sono gli stessi che poi si dichiarano a favore dell’uomo forte. Fra quest’ultimo e una manovra finanziaria imperfetta, sempre meglio la seconda. Ora però che la legge di Bilancio rosso-gialla è atterrata a Bruxelles, proviamo un esperimento: come sarebbe stato questo pacchetto in assenza di gravità politica? Cosa avrebbe deciso con i cinque miliardi a disposizione un tiranno illuminato, per perseguire l’interesse collettivo e di lungo termine degli italiani? Perché di questo si tratta: assolti gli impegni urgenti dello Stato e bloccato l’aumento dell’Iva, restava da allocare una somma pari a un trecentesimo del reddito del Paese. Non un euro di più. Qualche dato rimasto un po’ in ombra aiuta a capire come si potrebbe fare una differenza con una somma tanto piccola: negli ultimi quattro anni (2015-2018), l’Italia è cresciuta quanto la Germania e più della Francia se si guarda al reddito per abitante.
Se invece si prende come metro di misura l’intera economia, l’Italia è rimasta indietro: cresciuta poco più di metà della Germania, molto meno della Francia. In altri termini le persone che restano nel Paese vivono in media un’esperienza di sviluppo più o meno normale per l’Europa. Il problema è che sempre meno persone restano in Italia e chi lascia porta via con sé conoscenze, produttività, domanda di case da abitareodi alimenti da consumare. Negli ultimi nove anni un milione di persone ha preso la porta d’uscita, secondo l’Istat, ma per motivi amministrativi questa è una cifra errata per difetto: sono di più. Proprio qui, nella perdita di un’umanità giovane e dinamica, si trova una grande causa della stagnazione del Paese e dunque anche parte dell’antidoto per spezzare sortilegio. Bene, un governo degli esperti forse avrebbe concentrato le sue poche risorse per tamponare questa falla: detassare molto il solo lavoro giovanile e femminile, incoraggiare di più le aziende a crescere in dimensioni e tecnologia. Non spruzzare a pioggia minuscoli benefici. Naturalmente quello in carica non è un governo degli esperti, a stento loèdegli eletti. I quattro partiti della maggioranza hanno piena legittimità costituzionale, ovvio, ma non avevano mai chiesto il voto per allearsi e in certi casi si detestano cordialmente. Sanno che molti italiani li sospettano di essersi messi insieme solo per conservare il posto in parlamento e non essere travolti dalla Lega. Dunque M5S, Pd, Leu e persino Italia viva di Matteo Renzi — l’ultima creatura — avvertono su di loro l’enorme pressione psicologica di dare subito qualcosa al maggior numero di elettori possibile. Hanno fretta di dimostrare che nella loro operazione c’è un dividendo anche per i governati, non solo per i governanti. Il risultatoèun bilancio senza una lettura del Paese. La riduzione delle tasse sul lavoro per dieci milioni di persone per ora è di dimensioni quasi impalpabili e lascia il sospetto che gli imprenditori l’abbiano reclamata tanto, in realtà, per non dover essere loroaaumentareisalari. Va detto però che di buono questa manovra ha sicuramente qualcosa: un nuovo inizio nella lotta all’evasione, sacrosanto, benché destinatoaporre domande scomode sul diritto alla privacy e a complicare ulteriormente il rapporto delle imprese con l’amministrazione; positivo è anche l’inizio di una scrematura nell’accesso ai benefici fiscali: che un manager da 250 mila euro direddito l’anno possa scaricare sul debito pubblico parte del suo abbonamento in palestra è un’assurdità tutta italiana. Se però questa stagione di bilancio porta un grande segno meno, è proprio nel rapporto squilibrato fra generazioni. M5S è molto più votato dai giovani eppure, schierato a difesa delle pensioni precoci a «quota 100», ha privilegiato le fasce d’età medio-alta a spese dei suoi stessi elettori. Qui il Movimento sconta l’ambiguità della sua transizione dal patto con la Lega a quello con il PdeMatteo Renzi. Quanto al Pd, è tornato a coinvolgereisindacati, com’è naturale; ma questi sono da tempo dominati da lavoratori anziani e pensionati che reclamano già (entro aprile!) l’opposto di ciò che serve al Paese e ai suoi giovani: il disegno di una controriforma strutturale della legge Fornero. Si oppone a tutto ciò solo Italia viva, però senza vedere la propria contraddizione. La modernizzazione di cui Renzi si fa portabandiera richiede scelte nette: è incompatibile conicompromessi tipici del sistema proporzionale, che pure si intravede come presupposto per la nascita del suo partito. L’esistenza stessa di Italia viva si giustifica con il potere di veto che può avere in una coalizione composita, mentre il programma di Italia viva è da maggioritario puro. Delresto tutta questa Legge di bilancio dà un’anteprima di come dietro il proporzionale sia sempre in agguato il piccolo cabotaggio. La buona notizia è che il crollo degli interessi sul debitoela lotta all’evasione potrebbero liberare molte risorse nei prossimi anni. Sarà il momento per questo governo di mostrare una sua visione della società. Se ne ha una. E, naturalmente, se ai prossimi anni ci arriva.
Al di là di attestati verbali sull’importanza dell’Italia, la visita che il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha compiuto a Roma a inizio ottobre non ha dato consistenti vantaggi al nostro Paese. Da quasi tre anni un problema di chi difende i legami con gli Stati Uniti è Donald Trump: le ambizioni nazionaliste del presidente rendono meno facile contrastare l’anti-americanismo, tendenza da non incentivare anche quando è soltanto sotterranea. Sarebbe stato meglio non averne ulteriore conferma. Favorire le convergenze e migliorare l’immagine dell’America in Italia, sulla base dei comuni valori democratici, richiederebbe da parte statunitense maggiore cura. Tanto più adesso, mentre nel mondo assetti di potere sono in via di ridefinizione e cresce il peso economicoopolitico di Paesi non occidentali. Nel caso di Cina e Russia, anche non democratici. Nei suoi incontri a Roma con le istituzioni, il segretario di Stato americano ha sostenuto che l’Amministrazione Trump vuole riequilibrare lo scambio commerciale con l’Unione Europea. Sembra una formula avveduta: evoca equilibrio. Nella sostanza significa che la seconda economia del mondo, ma la prima per avanzamento tecnologico, vuole vendere a noi europei più suoi prodotti rispetto a quanti ne vende finora e/o vuole comprarne meno da noi. Per quanto ci riguarda non è un’operazione neutra. Né di per sé conveniente. Lo squilibrio è vero. L’anno scorso gli Stati Uniti con il 21% sono stati il principale partner per le esportazioni di beni dell’Ue. Nell’Unione sono risultati al secondo posto, con il 13%, per le importazioni. Noi italiani, in Europa, siamo terzi per esportazioni negli Usa: abbiamo venduto merci per quasi 42 miliardi di euro, ne abbiamo acquistate per 16 miliardi. Resta il fatto che l’equilibrio ci costerebbe. E allo squilibrio non è estranea una lungimirante tradizione americana di agevolare il benessere in Europa per consolidare l’ordine mondiale. Ci sono novità che Pompeo ha trascurato. Dopo rischi di sbandamento verso Mosca da parte del precedente, l’attuale governo italiano ha corretto la rotta: il nostro Paese non si discosta dall’alleanza transatlantica. Un conferma che ha un suo valore per la salute di Nato, Ue, democrazie occidentali. Nel frattempo Pompeo ha chiesto all’Italia di rinunciare ulteriormente ad affari con l’Iran, di perseverare nelle sanzioni europee contro la Russia dovute all’annessione della Crimea, di guardarsi dalle lusinghe della Cina sulla costruzione della Via della Seta e la rete di comunicazioni 5G. Poi sièdelineata un’impennata dei dazi americani su parmigiano, altri formaggi e prosciutto cotto, prodotti agroalimentari che noi esportiamo. C’è da domandarsi se a Washington dispongano sull’Italia di informazioni e analisi ponderate. O se davvero l’Amministrazione Trump cerchi di indebolire le relazioni tra Europa e Usa, di sottoporre a stress alleanze consolidate. Rispettare le sanzioni alla Russia è per l’Italia un dovere sottoscritto, e diversamente dalla vulgata corrente i danni per nostri affari sono imposti dalle contro-sanzioni russe e non dalle misure europee. Sulla Cina è bene diffidare di offerte che servono a espandere l’influenza di Pechino più che ai nostri interessi nazionali. Sul resto però è legittima una domanda. In cambio delle rinunce richiesteci dall’Amministrazione Trump che cosa riceviamo? Solo la cortesia di esentare vino italiano e mozzarella di bufala dall’innalzamento dei dazi contro l’Ue? Poco. Pompeo ha fornito qualche riconoscimento sull’importanza della difesa del Sud dell’Europa, una disponibilità a tenere presente il nostro impegno in missioni internazionali quando ci si sollecita ad aumentare le spese militari. Ma il suo non è parso molto più di un ascolto delle istanze italiane, per altro avanzate dal quinto Paese per contributi alla Nato. C’è un rischio, tra tanti: che essendo l’Italia estranea alla produzione dell’Airbus, ossia a quanto spinge Washington a colpire l’Ue con i dazi, qualche favore possa esserci concesso per allentare la coesione europea. Attenzione. Abbiamo diritto di tutelarci all’interno dell’Ue, chiedendo a Germania e Francia di compensare oneri che affrontiamo senza esserne causa. Ma senza l’Unione noi contiamo di meno. E dell’Ue ha bisogno il mondo intero mentre gli Usa contribuiscono meno a negoziati, stabilizzazioni, paci. Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella viene ricevutoaWashington da Trump. Speriamo che le linee guida sulle cose da dire preparate per il presidente americano siano più sagge di quelle probabilmente proposte a Pompeo.
Non ci sono soltanto i predoni di sabbia, che saccheggiano i litorali della Sardegna — nel corso dell’estate appena finita, più di 10 tonnellate sequestrateaturisti ai controlli di sicurezza negli aeroporti — ci sono anche i «pentiti», che la sabbia la restituiscono persino 40 anni dopo. Angela, moglie di un architetto sardo, l’aveva in bella mostra nella sua casa in Lombardia, in vasetti di vetro, con conchiglie e frammenti di rocce. «È stata raccolta negli anni ’70/80 del secolo scorso. Altri tempi: spiagge con rari bagnanti, i ragazzi prendevano e portavano a casa. Era come un gioco. Non c’era coscienza dell’ambiente come bene comune. A Milano si potevano acquistare tende fatte di conchiglie». Ora è diverso. «Mi sono sposata nel 1988, ora sono nonna, torniamo ogni anno in Sardegna per le vacanze e mi piange il cuore a vedere come sono ridotte certe spiagge, qualcuna che avevo visto 30 anni fa ho stentato a riconoscerla. Hanno preso di mira le più belle». Così ha deciso: «Ho preso sabbia e conchiglie, ho riempito tanti sacchetti. Li ho messi in una scatola e li ho spediti per posta». Francoèl’animatore di «Sardegna rubata e depredata», qualcosa più che un forum, 35 mila persone attive su Facebook: «Abbiamo ricevuto il pacco di Angela, 10 chili. Sabbia presa da Is Arutas, provincia di Oristano, e lì domenica è stata riportata, un gruppo di volontari l’ha rilasciata in mare». Angela non è la sola «pentita». Nel 1989 Alessandro non ha resistito alla tentazione di portar via un sacchetto dall’incantevole Spiaggia Rosa di Budelli, arcipelago di La Maddalena. «Dopo tanto tempo colgo l’occasione per restituirla» ha scritto al Parco Nazionale. Trent’anni dopo si è presentato con una busta al museo naturalistico di Caprera: «Ho capito che avrei dovuto lasciarla lì». Lorenzo è voluto tornare a Is Arutas: da bambino, affascinato dai minuscoli granelli, simili a chicchi diriso, aveva nascosto in tasca un po’ di sabbia. «L’ho tenuta a Roma, nella mia casa per quasi 40 anni. Ma la sua casa è questa». Gesto apprezzato: ha ricevuto un diploma di «guardiano di sabbia». Ma anche molte critiche: «Piuttosto, meritava una multa». Sommerse dalla solidarietà: «Era un ragazzino. A quei tempi non c’era consapevolezza e portar via la sabbia non era considerato un furto… Se si multa chi riporta la sabbia, nessuno più la restituirà». Da «Sardegna rubata e depredata» confermano l’allarme: «Nel 2019 negli aeroporti sardi sono state sequestrate più di 10 tonnellate di sabbia e conchiglie: 6aCagliari, 4 fra Olbia e Alghero. E saccheggiano tutto. Un turista nascondeva in valigia una testa di delfino e si è stupito per la multa, 10 mila euro». Sulla sabbia portata via dai turisti sui traghetti ci sono solo stime, «ma considerando gli scarsi controlli e la facilità di stivarne nei bagagliai delle auto — osserva Augusto Navone, da 15 anni direttore dell’Area Marina Protetta di Tavolara e Punta Coda Cavallo — può essere decine di volte di più». Navone ha riportato sulle spiagge di Porto San Paolo e sull’isola di Tavolara 10 tonnellate di sabbia, conchiglie e rocce che la Geasar (società che gestisce l’aeroporto Costa Smeralda) aveva sequestrato negli ultimi anni. Ora c’è un accordo fra Area Marina, Regione Sardegna, corpo forestale, Enac e Geasar e un progetto di prevenzione. All’aeroporto di Olbia un video gigante ammonisceituristi: «La Sardegna è bellissima, godetevela, ma non portate via la sabbia». Forse verrà diffuso negli altri aeroporti e nei porti. Ma è ancora troppo poco per fermare i predoni.
Proprio perché tutto è connesso (cfr. Laudato si’ 42; 56) nel bene, nell’amore, proprio per questo ogni mancanza di amore ha ripercussione su tutto. La crisi ecologica che stiamo vivendo è così anzitutto uno degli effetti di questo sguardo malato su di noi, sugli altri, sul mondo, sul tempo che scorre; uno sguardo malato che non ci fa percepire tutto come un dono offerto per scoprirci amati. È questo amore autentico, che a volte ci raggiunge in maniera inimmaginabile e inaspettata, che ci chiede di rivedereinostri stili di vita, i nostri criteri di giudizio, i valori su cui fondiamo le nostre scelte. In effetti, è ormai noto che inquinamento, cambiamenti climatici, desertificazione, migrazioni ambientali, consumo insostenibile delle risorse del pianeta, acidificazione degli oceani, riduzione della biodiversità sono aspetti inseparabili dall’iniquità sociale: della crescente concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto e di una mancata considerazione del mondo dal punto di vista delle periferie, della mancata tutela dei bambini e dei minori, degli anziani vulnerabili, dei bambini non ancora nati. Uno dei grandi rischi del nostro tempo, allora, di fronte alla grave minaccia per la vita sul pianeta causata dalla crisi ecologica, è quello di non leggere questo fenomeno come l’aspetto di una crisi globale, ma di limitarci a cercare delle — pur necessarie e indispensabili — soluzioni puramente ambientali. Ora, una crisi globale domanda una visione e un approccio globale, che passa anzitutto per una rinascita spirituale nel senso più nobile del termine. Paradossalmenteicambiamenti climatici potrebbero diventare un’opportunità perfarci le domande di fondo sul mistero dell’essere creato e su ciò per cui vale la pena vivere. Questo porterebbe a una profonda revisione dei nostri modelli culturali ed economici, per una crescita nella giustizia e nella condivisione, nella riscoperta del valore di ogni persona, nell’impegno perché chi oggi è ai margini possa essere incluso e chi verrà domani possa ancora godere della bellezza del nostro mondo, che è e rimarrà un dono offerto alla nostra libertà e alla nostra responsabilità. La cultura dominante — quella che respiriamo attraverso le letture, gli incontri, lo svago, nei media, ecc. — è fondata sul possesso: di cose, di successo, di visibilità, di potere. Chi ha molto vale molto,èammirato, considerato ed esercita una qualche forma di potere; mentre chi ha poco o nulla, rischia di perdere anche il proprio volto, perché scompare, diventa uno di quegli invisibili che popolano le nostre città, una di quelle persone di cui non ci accorgiamo o con cui cerchiamo di non venireacontatto. Certamente ciascuno di noi è anzitutto vittima di questa mentalità, perché veniamo in tanti modi bombardati da essa. Fin da bambini, cresciamo in un mondo dove un’ideologia mercantile diffusa, che è la vera ideologia e pratica della globalizzazione, stimola in noi un individualismo che diventa narcisismo, avidità, ambizioni elementari, negazione dell’altro… Pertanto, in questa nostra attuale situazione, un atteggiamento giustoesapiente, anziché l’accusa o il giudizio, è anzitutto quello della presa di coscienza. Siamo coinvolti, infatti, in strutture di peccato (come le chiamava san Giovanni Paolo II) che producono il male, inquinano l’ambiente, feriscono e umiliano i poveri, favoriscono la logica del possesso e del potere, sfruttano in maniera esagerata le risorse naturali, costringono popolazioni intere a lasciare le loro terre, alimentano l’odio, la violenza e la guerra. Si tratta di un trend culturale e spirituale che opera una distorsione del nostro senso spirituale che viceversa — in virtù del nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio — ci orienta naturalmente al bene, all’amore, al servizio nei confronti del prossimo. Per questi motivi, la svolta non potrà venire semplicemente dal nostro impegno o da una rivoluzione tecnologica: senza trascurare tutto ciò, abbiamo bisogno di riscoprirci persone, cioè uomini e donne che riconoscono di essere incapaci di sapere chi sono senza gli altri, e che si sentono chiamati a considerare il mondo intorno a loro non come uno scopo in sé stesso, ma come un sacramento di comunione. In questo modo i problemi di oggi possono diventare delle autentiche opportunità affinché ci scopriamo davvero una sola famiglia, la famiglia umana. Mentre prendiamo consapevolezza che stiamo mancando l’obiettivo, che stiamo dando priorità a ciò che non è essenziale o addirittura a ciò che non è buono e fa male, può nascere in noi il pentimentoela richiesta di perdono. Sogno sinceramente una crescita nella consapevolezza e un pentimento sincero da parte di noi tutti, uomini e donne del XXI secolo, credenti e non, da parte delle nostre società, per esserci lasciati prendere da logiche che dividono, affamano, isolano e condannano. Sarebbe bello se diventassimo capaci di chiedere perdono ai poveri, agli esclusi; allora diventeremmo capaci di pentirci sinceramente anche del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali… Chiedereedare perdono sono azioni che sono possibili solo nello Spirito Santo, perché è Lui l’artefice della comunione che apre le chiusure degli individui; ed è necessario molto amore per mettere da parte il proprio orgoglio, perrendersi conto di aver sbagliatoeper avere speranza che sono veramente possibili nuove strade. Il pentimento dunque per noi tutti, per la nostra èra, è una grazia da implorare umilmente al Signore Gesù Cristo, affinché nella storia questa nostra generazione possa essere ricordata non per i suoi errori, ma per l’umiltà e la saggezza di aver saputo invertire la rotta. Quanto sto dicendo può forse apparire idealista e poco concreto, mentre appaiono più percorribili le strade che puntano a sviluppare delle innovazioni tecnologiche, alla riduzione del ricorso agli imballaggi, allo sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili, ecc. Tutto questo è senza dubbio non solo doveroso, ma necessario. Eppure non è sufficiente. L’ecologia è ecologia dell’uomo e della creazione tutta intera, non solo di una parte. Come in una grave malattia non basta la sola medicina, ma occorre guardare al malatoecapire le cause che hanno portato all’insorgere del male, così analogamente la crisi del nostro tempo va affrontata nelle sue radici. Il cammino proposto consiste allora nel ripensare il nostro futuroapartire dalle relazioni: gli uomini e le donne del nostro tempo hanno tanta sete di autenticità, di rivedere sinceramente i criteri della vita, diripuntare su ciò che vale, ristrutturando l’esistenza e la cultura.
Le grandi navi a Venezia? «Non devono più passare davanti a piazza San Marco o alla Giudecca. Punto». Il prestito al Louvre dell’Uomo Vitruviano? «Frutto di un memorandum con il governo francese firmato da me e che riconosceva accordi già presi dai musei». E ancora, la nuova legge per il sostegno alla lettura: «Il libro deve poter godere degli stessi sostegni che ha il cinema». Poi gli archivi di Stato, le biblioteche, gli istituti storici, «settori senza voce che custodiscono la memoria più importante del Paese. Le risorse aggiuntive che quest’anno riusciremo a trovare andranno alla digitalizzazione di questo patrimonio sconfinato e dall’enorme valore economico». Ieri nella «sala Buzzati» del Corriere della Sera il ministro per i Beni culturali e per il turismo Dario Franceschini è stato intervistato dal direttore Luciano Fontana. Quaranta minuti di domande e risposte preceduti da una chiacchierata tra la giornalista Roberta Scorranese — con Alessandro Cannavò tra i curatori de Il bello dell’Italia, la grande inchiesta del Corriere, giunta al quarto anno, che scandaglia il nostro patrimonio artistico — e Roberto Riccardi, comandante dei carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale. Un racconto di storie di opere recuperate, salvate o da trovare. Il caso investigativo tra i più celebri è quello della Natività del Caravaggio, trafugato a Palermo nel 1969. Forse rubato dalla mafia, forse distrutto da un mercante d’arte svizzero, forse rovinato da ladri maldestri. E forse ancora in Sicilia. «Caso aperto, le indagini procedono» si limita a dire il generale. Che poi parla delle nostre opere d’arte come cardine del «senso di appartenenza». Scandisce quelli che definisce «tre passi decisivi»: «Conoscere ciò che abbiamo» determina «l’amore per ciò che è nostro: allora non avremo più solo 300 difensori dell’arte—icarabinieri del nucleo Tutela, ndr — ma sessanta milioni di italiani». L’intervista a Franceschini è stata introdotta da Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Corriere della Sera, per il quale il nostro patrimonio culturale «è volano di nuove culture e soprattutto di curiosità, germe della crescita, decisiva anche nell’attività economica». L’invito di Marchetti a tutelare «il patrimonio cartaceo degli archivi» — a rischio pesante di sparizione se non conservato con le opportune tecnologie — è stato raccolto dal ministro che ha parlato dei «101 Archivi di Stato, oltreaquelli di Comuni, aziende, privati, dal valore economico enorme». Risorse arriveranno per digitalizzarli e metterli a disposizione sia dell’utenza comune sia dei colossi del web — sempre più interessati all’acquisto — «in condizioni di parità e non di subordinazione». Franceschini poi ha parlato della legge di sostegno alla lettura. Dopo l’approvazione al Senato il testo «attende il via libera della Camera: deve essere il primo passo verso un sostegno organico al settore». Un aiuto paragonabile a quello fornito dallo Stato all’industria cinematografica. Per il ministro «è giunto il tempo che il libro goda della stessa attenzione con un intervento sull’intera filiera: librerie piccole e grandi, distributori, autori ed editori. Credo che un simile provvedimento potrebbe godere di ampio consenso in Parlamento». Rispetto al ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali «forme virtuose di collaborazione sono opportune» ha detto Franceschini ricordando i risultati dell’Art Bonus, l’incentivo che ha portato 400 milioni di donazioni ai musei italiani. Quindi, ecco i tempi sullo stop delle grandi navi nel Canal Grande: «Farò in fretta, entro la fine del mio mandato». Quanto agli ingressi nelle città d’arte «ci sono tecnologie sperimentate che regolano gli accessi». Il tema, osserva Fontana, è anche convincere i turisti a soggiornare in tutte le regioni e non solo a Roma, Firenze e Venezia. Per farlo, concorda Franceschini, «bisogna moltiplicare gli attrattori. Borghi, cammini, cibi. Migliaia di opere d’arte sconosciuteeda promuovere».