Tutti disoccupati. E tutti sussidiati da robot (tassati) che lavorano per noi. È una di quelle pessimistiche favolette che girano alla velocità della luce. Anzi si può dire che siano considerate una certezza, al pari della fine del pianeta causa Co2 e, ritornando ad un paio di secoli fa, come la deterministica profezia marxiana per la quale il capitalismo avrebbe mangiato se stesso. Vivremo davvero nella prima società senza lavoro? Non proprio, se è vero che in Galles e in Inghilterra – negli ultimi 140 anni – il numero di occupati nel settore agricolo è crollato del 95%, mentre in soli 22 anni – dal 1992 al 2014 – il numero di assistenti sanitari è cresciuto del 909%. Sono le serie storiche dell’occupazione dal 1871 al 2011 a dirlo, non le rilevazioni dell’ultimo trimestre. E l’incubo della disoccupazione di massa è solo una delle angosce che si propone di curare Guida per umani all’intelligenza artificiale. Noi al centro di un mondo nuovo (Giunti). Con dei numeri precisi, con fatti, con elaborazioni che ci fanno rimettere i piedi per terra. Un libro che s’incarica di sfatare i miti sulla società del futuro. I tre autori (Nicola Di Turi, giovane e visionario giornalista per Rai3 e Corriere della sera; Marco Landi, che da Presidente Apple riassunse Steve Jobs; Marco Gori, docente dell’Università di Siena) incarnano tre anime differenti, che convergono su una necessità comune. Interpretare la rivoluzione tecnologica in corso – liberandoci dell’ansia divinatoria – resta l’unica strada per cogliere le opportunità che la scienza ci ha storicamente riservato. Del resto viviamo nell’epoca dell’incertezza, in cui secondo gli esperti ogni 5 anni una nuova tecnologia arriva e sconvolge tutto. Eppure tendiamo ancora a indossare le lenti del passato, per cui crediamo di poter prevedere quello che succederà. Le regole sono cambiate. L’intelligenza artificiale è in grado di completare miliardi di operazioni al minuto. Vogliamo davvero rimpiangere i tempi delle tabelline mandate a memoria? Le braccia meccaniche potranno anche sostituirci in fabbrica e in diverse mansioni intellettuali. Ma non sarà che la nostra intelligenza può essere impiegata in attività più significative? La rivoluzione dell’intelligenza artificiale può rappresentare l’occasione per capirlo. Non sprechiamola ricadendo nell’errore di chi ancora oggi crede che al gioco degli scacchi si usino le mani. Il contenuto liberale di questo bel libro è tutto qua: combattere il vizio del determinismo storico, dell’illuminismo digitale, per cui il futuro, per essendo per definizione incerto, non può che prendere solo una direzione. E per di più, come di consueto, negativa. Tutto falso. O meglio tutto da dimostrare. Coltivare il dubbio anche sulle nuove sfide che la tecnologia pone, è una delle prossime frontiere della battaglia liberale.
Non vuole sulla tavola degli americani, e tantomeno sulla sua, pecorino romano, parmigiano reggiano, provolone, prosciutto italiano. E se te ne freghi, ma sei del Minnesota o del Wisconsin, puoi portarteli a casa solo a caro prezzo, passando per il cappio dei dazi, come se le squisitezza made in Italy, il San Daniele o il Valpadana dop, fossero Most wanted come Bonnie e Clyde. Ma Trump, si sa, a volte parla come mangia, e quello che mangia è junk food, cioè patatine, hamburger, Big Mac, Quarter Pounder, Kentucky Fried Chicken, vantandosene pure sui social, come se lo facessero gli homeless con gli avanzi trovati nel cestino della spazzatura. Il Commander in… chef perfetto di una nazione che ha due terzi della popolazione obesa, o comunque sovrappeso, che alla mattina viene istigata a consumare pollo fritto e Pepsi dal business che ingrassa la pubblicità e la sera fustigata dalla morale dietetica perché ha mangiato troppo e digerito male. Il problema, per noi, ma soprattutto per loro, è che The Donald non è un’eccezione. Se guardi come mangiano loro, gli imperatori repubblicani della Potenza delle potenze, il grande fast food americano che produce più cibo di qualunque altro nel mondo a prezzi da discount, la fame un po’ ti passa. Lyndon Johnson, il presidente cowboy, per esempio sballava per isundaes, coppe di gelato extra large dove la frutta si mescola con le noccioline ed entrambe si tuffano dentro cascate di cioccolato. Roba da far volare la glicemia ad altezze da Air Force One. Pare avesse un appetito da Polifemo e amor profano anche per le scorpacciate di carne alla brace alla texana. Come Ronald Reagan innamorato di robuste zuppe di carne tritata. Richard Nixon, più sobrio, aveva invece un debole per la patata al forno che andava però cucinata, come raccontava Henry Haller, lo chef svizzero della Casa Bianca dal 1966 al 1987, secondo la ricetta di sua mamma Hanna, che era quacchera, quindi niente alcol, balli e parolacce: cotta in forno fino a diventare morbida dentro. Poi, una volta schiacciata, mescolata con burro, pepe, sale, noce moscata e un goccio di latte e di nuovo infornata, dopo averle restituito la forma di patata, con sopra formaggio parmigiano, paprica e prezzemolo. Non più di una novantina di calorie. Dicono che l’abitudine conservasse il bambino che era in lui quando «eravamo poveri, ma la fortuna era che non sapevamo di esserlo». Forse anche per questo Tricky Dick voleva che i piatti che gli servivano in tavola avessero nomi che riempissero la bocca: Filet de boeuf Prince Albert, Beef Stroganoff e via masticando. Era un gran consumatore di Campari e odiava a morte i ravanelli che bandì dalla Casa Bianca quasi fossero agenti del Kgb. Non è vero invece, come insinuavano i nemici per dare un’aria barbarica alla sua dieta, consumasse ricotta con il ketchup. E che facesse servire per gli ospiti vino della California a basso costo, mentre la sua bottiglia aveva l’etichetta californiana, ma dentro prelibatissimo nettare francese. A Jimmy Carter, nonostante avesse venduto noccioline e si malignasse di lui che non fosse capace di camminare e mangiare chewing gum nello stesso tempo, piaceva molto il goulash di melanzane. Dicono che oggi, a 92 anni, faccia la spesa nei discount. Anche Gerald Ford, l’omone della prateria che portò fuori l’America dal Watergate, a tavola non scherzava: nella vita era sopravvissuto ai kamikaze giapponesi, a un tifone che distrusse la nave dov’era imbarcato, a due attentati e a tre ictus, come potevano fargli paura portate super caloriche tipo peperoni farciti a manetta e panini di bacon con panna acida. Scontava i peccati di gola con una massiccia attività sportiva, qualcuno sosteneva invece facesse sport solo per farsi venire fame. Meno sensibile ai piaceri della gola, molto di più a quelli della carne, era John Kennedy. Jacqueline al contrario se entrava in cucina a Marta’s Vineyard mentre si sbucciavano i piselli li mangiava subito crudi com’erano, tanto che glieli facevano trovare apposta. Una volta tornò da una vacanza eccitatissima per aver scoperto i cibi precotti. La sbalordiva il fatto che fosse sufficiente infornare una confezione e tirarla fuori dopo un attimo per avere tutto, dalla zuppa al dessert. La deliziosa era lei. Se Barack Obama è talmente disciplinato a tavola da essere preso in giro da Michelle per le sette mandorle salate che mangia prima di andare a letto, Bill Clinton, che pure era allergico al latte, era famoso come Trump per finire le serate da Mcdonald’s. A proposito di Obama: Michelle era cosi ossessionata dal desiderio di offrire esempi educativi alla nazione che mise in piedi un orto direttamente nei giardini della Casa Bianca. Peperoni, pomodori, spinaci, zucchine, fagiolini, fragole, tutti a metro zero per Mister President, forse per quello rimasto sempre magretto e allampanato. Ma in privato, rivelava Rick Bayless, chef messicano della coppia da trent’anni, Barack si strafogava di Strangozzi, i ravioli e le tagliatelle con sughi piccanti. Michelle invece le salse le preferisce a base di avocado. Il Washington Post una volta pubblicò la foto del congelatore dei Bush: il contenuto, diviso rigorosamente in due aree, mostrava in modo chiaro le opposte abitudini alimentari di George e Laura. Nel lato del presidente c’erano un tacchino intero, un pollo, della pancetta e un grosso pezzo di formaggio. In quello di Laura: insalata con avocado, lamponi, alcune foglie di lattuga, una fetta di anguria, gli avanzi di un dolcetto alle mele. Gli Stati Uniti fanno sempre la cosa giusta dopo che hanno esaurito tutte le alternative diceva Winston Churchill. Alla lunga, vedrete, vinceranno pecorino romano e parmigiano reggiano.
Guerra Guerra Guerra è un libro molto singolare. E lo è nonostante la pretesa d’essere un libro plurale, scritto a quattro mani. I giornalisti, e gli inviati di guerra in particolare, sono degli individualisti accaniti. Ognuno di loro ritiene, in cuor suo, di essere assolutamente unico e inimitabile. Qui, invece, siamo di fronte a due persone diverse, a due giornalisti di guerra che scelgono di scrivere un libro insieme. Così facendo obbligano il lettore a un gioco divertente, ma anche assai complesso ovvero capire quali dei capitoli, tutti rigorosamente non firmati se non nella copertina, appartengano ora all’uno, ora all’altro dei due autori. L’operazione è assai difficile perché, oltretutto, i due hanno molto in comune. Il libro consente a chi lo legge di entrare in un mondo e in una dimensione di narrazione che vanno al di là del racconto autobiografico del singolo e avventuroso reporter. A differenza di altri libri del genere, questo assomiglia a una sorta di laboratorio artigianale capace di farti seguire anche la carriera e la storia professionale di due giornalisti entrambi assai singolari. Li considero singolari perché non conosco molti inviati capaci di continuare il mestiere tanto a lungo, soprattutto in una condizione di copertura professionale, assicurativa e sindacale non certo garantita vista la loro eterna condizione di free lance o comunque di giornalisti non assunti. Ma la loro particolarità più importante è quella di frequentare la prima linea con una sola massima, e con nessun altra bandiera, se non la cocciuta pretesa di andare vicino alle cose che avvengono. Be’, già questa pretesa non è qualcosa di comune. Soprattutto nel panorama dello stanziale giornalismo italiano. Il laboratorio giornalistico raccontato in Guerra Guerra Guerra prende le mosse da un agenzia politicamente scorrettissima che si chiamava Albatross. Ma dietro quel laboratorio ci sono anche il ricordo, la memoria, il rispetto la disciplina morale trasmessa ai due da Almerigo Grilz, un socio che è innanzitutto una sorta di fratello maggiore condannato dal destino ad abbandonare Fausto e Gian solo tre anni dopo la nascita dell’agenzia. Almerigo Grilz, ucciso da una palla alla nuca mentre – all’alba del 19 maggio 1987 – filma un attacco di ribelli mozambicani alla città di Villa Fuentes, è il primo giornalista caduto su un campo di battaglia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche in suo ricordo il libro prende le mosse dalla scommessa, molto difficile, di raccontare senza pregiudizi le guerre là dove si combattono. Nel raccontarle i due autori scelgono molto spesso la parte perdente o quella delle vittime innocenti. Ma lo fanno senza un pacifismo di facciata. Quel che li muove è il rispetto per chiunque combatta lealmente. Insomma, a differenza di tanti libri simili pubblicati negli anni, i racconti di Biloslavo e Micalessin ti portano nel retrobottega dei due personaggi, nel laboratorio in cui prendono forma racconti e pensieri, emozioni e preoccupazioni. I due personaggi – almeno fino a qualche anno fa. una diversità di fondo ce l’avevano. Mentre Biloslavo aveva deciso di metter su famiglia, Micalessin era rimasto, assai a lungo, una sorta di scapolone da prima linea. Una differenza sanata assai recentemente, visto che Micalessin ha di recente trovato moglie. Detto questo, nel loro retrobottega trovi le loro paure, i loro atti di coraggio, i loro affetti, le loro delusioni professionali, le loro solitudini. Sembrerebbe strano parlare di solitudini riferendosi a due persone. Ma i due pur venendo dalla stessa scuola e somigliandosi sotto molti punti di vista raramente lavorano assieme. Già questo – in un mondo pieno di sgambetti e gelosie – ci fa capire di trovarci di fronte a un giornalismo diverso. Un giornalismo fatto a mano anche se realizzato con l’ultima generazione di telecamera e con i pezzi trasmessi dal satellitare. Eppure, nonostante le trasformazioni tecnologiche intervenute nel corso degli anni, siamo di fronte a un giornalismo, artigianale non ancora schiacciato da una macchina d’informazione sempre più indifferente al valore della testimonianza. Guerra Guerra Guerra è, invece e prima di tutto, un libro di grande testimonianza.
Pubblichiamo alcuni stralci del libro Guerra Guerra Guerra di Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, che sarà in edicola da mercoledì 16 ottobre allegato a il Giornale. MA’LULA – SIRIA 2013 «Gian, io da quelli non mi faccio prendere vivo, non mi faccio sgozzare. No, non mi faccio ammazzare così. Io e i miei moriremo combattendo. Tu che vuoi fare? » (…) Tutt’attorno c’è Ma’lula. Uno scrigno di case e chiese incastonate nella roccia (…) Un fossile urbano, una reliquia cristiana dove fino a qualche giorno fa riecheggiava l’aramaico, la lingua di Gesù. (…) Il punto è tutto lì, in quelle cinque parole di del capitano Alì. Le giro, le volto, ma non trovo via d’uscita. Come non c’è uscita da questo monastero. (…) Loro, là fuori, sono i ribelli di Jabat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida. (…) « I ribelli controllano la strada 300 metri sopra di noi. Tra noi e loro non c’è più nessuno (…)». Il capitano me lo richiede: «Cosa vuoi fare… cosa preferisci fare? Pensaci: se restiamo qui, ci ritroviamo inginocchiati con un coltello alla gola (…) L’alternativa è mettere il naso fuori, uscire, provare a scappare e, se va male, morire combattendo». Sputo un sorriso, alzo due dita. «Direi la seconda capitano… Sì, la seconda… grazie». AFGHANISTAN 1983 Jalaluddin Haqqani scandisce le parole con voce tonante per farsi sentire in mezzo a un nugolo di proiettili che fischiano da tutte le parti: «Avete paura? Io no, perché sono protetto da Allah». (…) All’assedio del forte governativo di Urgum, dove sono trincerati i consiglieri russi, Haqqani sta dritto in prima linea a sfidare la morte con il suo barbone nero d’ordinanza, gli occhi come la pece e il tradizionale turbante pashtun. Una lunga mantella lo avvolge, e a tracolla porta il fucile mitragliatore catturato ai sovietici. In cerca di riparo, sono appiattito a terra assieme ai miei compagni d’avventura Almerigo Grilz e Gian Micalessin durante questa assurda intervista in mezzo ai proiettili. L’assalto al forte costruito nell’Ottocento dai britannici è il nostro battesimo del fuoco. 24 MILLIMETRI, IRAQ 2016 Vrrr, vrrr, vrrr (…) una notifica di WhatsApp illumina lo schermo del mio cellulare. Apro il messaggio. Una foto in bianco e nero. Una cavità scura, un testone da E.T. su un corpicino filiforme e quattro sghiribizzi che saranno braccia e gambe. «Amore, ecco i 24 millimetri del nostro bambino. Cerca di tornare… E di farlo presto». (…) «Ci siamo, fra mezz’ora attaccheremo. Vanno davanti i combattenti, poi ci muoviamo noi. Attenzione ai cecchini e alle autobombe.(…)». Mentre lui parla, io penso a tutt’altro (…) Davanti ho quei 24 millimetri di ecografia, quel testone da E.T., quelle braccine e gambine da ragno. (…) Una manata sulla spalla mi riporta alla realtà. «Ehi, Gian, ti sei addormentato? (…) infilo l’elmetto, afferro la telecamera. Un paio di proiettili fischiano alti sopra le nostre teste. Un colpo di mortaio da 80 millimetri esplode a 700 metri da noi. (…) Non c’è campo, ma intanto preparo il messaggio: «Ciao Paola, qui tutto tranquillo. Sto per andare a pranzo. Aspettatemi, arrivo presto. Un bacio. Tvb». ANGOLA 1985 Sole a picco sulla boscaglia angolana del Cuando Cubango. Un lezzo nauseabondo trasuda dal terreno martoriato dalle cannonate. È l’odore della morte che rincorre le grandi battaglie. Il volto deformato di un giovane soldato governativo è rivolto verso il cielo. Le orbite degli occhi sono scavate dalle mosche e l’uniforme lacerata da schegge e proiettili. (…) «La situazione peggiora di giorno in giorno», leggo su un brandello di lettera mai spedita che ha ancora nel taschino della divisa. «La notte è gelida e il morale si abbassa sempre più». Camion distrutti, blindati anneriti dalle fiamme, munizioni, scatolame, stivali sono sparsi dappertutto a testimoniare la furia della battaglia. Un tragico panorama con decine di cadaveri disseminati nella savana, in piccoli gruppi, che sembrano marionette con i fili recisi per sempre. BIRMANIA 1984 Uno, due, tre, quattro colpi di mortaio da 81 millimetri cadono davanti la barriera di alberi e sul declivio alle spalle della piazzaforte. (…) Quando rialzo la testa un po’ intontito mi rendo conto che uno dei colpi è arrivato molto vicino. Troppo vicino. Davanti me ci sono almeno due guerriglieri feriti. (…) Sono in overdose da adrenalina. (…) È come se la pellicola della realtà si muovesse al rallentatore, come se la mia mente scomponesse ogni sequenza in singoli fotogrammi. (…)Sento l’odore penetrante quasi eccitante della polvere da sparo, quello dolciastro del sangue lasciato dai feriti, quello del sudore e di escrementi che ogni soldato si porta addosso in battaglia, quello amaro aspro del fango mescolato al fogliame decomposto. Sono folate di odori e sensazioni che passano veloci. Incidono la memoria e volano via. SARAJEVO, JUGOSLAVIA 1992-’95 La via più “sicura” per entrare è il tunnel, che ufficialmente non esiste. Un budello sotterraneo di 860 metri scavato sotto la pista, come una vecchia miniera. La vena giugulare per i rifornimenti di Sarajevo, l’evacuazione dei feriti o di chi riesce a fuggire dalla città martoriata. (…) Di notte, in silenzio, senza accendere una luce e pregando che i serbi non comincino a tirare con i mortai, mi infilo con Marzio Mian fra le pareti in legno rinforzate da rotaie della galleria, che si restringe subito in un budello alto un metro e mezzo e largo novanta centimetri. I soldati bosniaci sono stupefatti. «Italiani? Che ci fate qui? Non sapete che c’è la guerra?”». Si cammina in fila indiana, a passo lento e piegati a metà in mezzo al fango e alle pozzanghere. (…) In superficie, l’impatto a intermittenza delle granate serbe fa tremare la galleria. (…) Il biglietto da visita della città assediata, lungo il viale dei cecchini, è la tenebrosa scritta «Welcome to hell». IL REGNO DI EBOLA, ZAIRE 1995 All’improvviso il taxi si blocca ed Ebola ti viene incontro. Sei uomini in camice verde e pettorina bianca con la bocca nascosta da una mascherina spingono una lettiga cigolante. (…) Indossano occhiali di gomma ed elmetti bianchi con la croce rossa. Piegati dalla fatica e dall’affanno muovono quel palanchino rumoroso su cui riposa una salma coperta da un surreale telo a fiori. Sono usciti da una capanna nascosta tra gli alberi, avanzano lentamente verso il ciglio della strada mentre la gente si scosta inorridita, si butta di lato, corre via. Pochi minuti dopo compare un camion. (…) Mentre passa con un ruggito la gente si stringe al muro. «C’est le camion, c’est le camion de la mort», urla terrorizzato il nostro autista. (…) Il cassone s’apre e una folata di morte spazza l’erba trascinando con sé i pochi, temerari curiosi. Uno, due, tre, dieci passi indietro. Non è solo lezzo di morte. È tanfo di carne putrida, d’intestini squassati, secrezioni vomitate. È l’odore di Ebola. L’odore della Morte rossa. CECENIA 1997 La valigetta ventiquattrore nera è saldamente assicurata al mio polso con delle manette, come nei film. All’interno ci sono le mazzette da cento per un totale di mezzo milione di dollari, il riscatto per liberare Mauro Galligani, fotografo di Panorama rapito in Cecenia il 23 febbraio 1997. (…) In mezzo alle brulle colline a pochi chilometri da Groznyj, la capitale della martoriata repubblica caucasica, è il momento di scendere dalla jeep. (…) Dopo quindici passi intravedo una figura infagottata nel giaccone grigio, in mezzo a due banditi mascherati e armati fino ai denti. «Mauro, sei tu?», chiedo a bassa voce. «Sì», risponde sussurrando Galligani dopo un mese e mezzo di prigionia. Nell’oscurità sento il fruscio delle banconote passate per un contasoldi collegato alla batteria della macchina dei rapitori. Se non ci fossero tutti, o se vi fosse qualsiasi altro problema, verrei preso in ostaggio al posto di Mauro. Dopo il segnale che è tutto ok uno dei tagliagole abbozza in russo: «Italiani brava gente». (…) Mauro Galligani è finalmente libero.
È ormai al limite la situazione nel Mediterraneo orientale, dove per il controllo del gas a Cipro Turchia, Grecia, Francia e Italia stanno schierando (chi più, chi meno) fregate e mezzi militari. Secondo il ministro della Difesa ellenico, Nikos Panagiotopulos, Italia e Francia mandano le proprie fregate da guerra all’interno della trama numero 7 della Zona economica esclusiva cipriota per difendere i propri player Eni e Total dalle pretese turche. Il governo di Cipro ha annunciato ufficialmente che vi sono azioni di comunicazioni e coordinamento tra Nicosia, Roma e Parigi che includono misure politiche, diplomatiche e legali per affrontare le azioni illegali della Turchia. Si tratta di un fazzoletto di acque il cui sfruttamento del gas è stato concesso da Nicosia ai due colossi (oltre che all’americana Exxon), ma sul punto la Turchia contravvenendo a leggi e trattati sta facendo in queste settimane ostruzionismo con la propria nave Yavuz, che sta perforando illegalmente. Il battello turco è scortato da due incrociatori e un sottomarino, a dimostrazione della delicatezza del momento. Il tutto rientra nella non più opaca strategia del presidente turco Erdogan che, dopo il ricatto sui migranti (ne manderà di curdi e siriani in Europa, via Grecia, tramite la frontiera di burro a Evros) ora punta forte sul gas presente a Cipro dove non ha però appigli legali per le rivendicazioni. E così si procede per strappi e minacce, con la conseguenza di avere uno scacchiere altamente a rischio. Il numero uno di Eni, Claudio Descalzi, ha detto chiaramente di non essere interessato a perforare in caso di presenza di navi militari. No a «una guerra per perforazione», le sue parole, aggiungendo di non essere preoccupato per il dossier energetico a Cipro, ma «certamente non voglio far scoppiare le guerre». La Francia ha stigmatizzato l’invio della Yavuz, definendolo un «gesto ostile» che potrebbe portare a «crescenti tensioni» nella regione. Ma proprio per queste ragioni è in corso un’esercitazione navale franco-cipriota all’interno della Zee come twittato ieri pomerigigo dallo speaker del governo di Nicosia, Prodromos Prodromou, secondo cui l’azione rientra «nel contesto di una stretta cooperazione tra i due Paesi». Di fatto è la prima risposta pratica di uno Stato Ue alla prepotenza di Ankara. La Francia, continua il portavoce del governo, sostiene la Repubblica di Cipro nell’esercizio dei suoi diritti sovrani, in linea con la posizione unanime dell’Ue, che già nella scorsa primavera aveva condannato le azioni turche annunciando una serie di sanzioni: mosse che però non hanno fermato i desiderata di Erdogan. Anche da Parigi è giunta una voce formale, quella del ministro della Difesa Florence Parley, che ha cinguettato: «Le esercitazioni navali franco-cipriote sono condotte nelle acque territoriali cipriote per consentire a Cipro, Stato membro dell’Ue, di essere in grado di salvaguardare le sue responsabilità nelle acque che rientrano nella sua sovranità». È evidente come la presenza della fregata francese Provence della classe Fremm, nella Zee, è un messaggio non solo alla Repubblica di Cipro ma anche alla Turchia, anche se tutti sono ligi nello spiegare che nessuno vuole militarizzare la zona. Fatto che però già si è verificato, visto che nei mesi scorsi da qui è transitata anche la Sesta Flotta americana per scortare le operazioni della ExxonMobile e che il Dipartimento di Stato Usa ha appena raggiunto un accordo con Atene per l’utilizzo di quattro nuove basi, tra cui quella som di Souda Bay a Creta. Fino a oggi nulla ha impedito ad Ankara di proseguire nella sua condotta che, anzi, sta registrando un pericoloso innalzamento che sfiora l’escalation. Come le 40 violazioni al giorno dello spazio aereo greco da parte degli F16 e dei droni turchi, soprattutto al largo dell’isola di Kastellorizo che Erdogan rivendica proprio per il gas, lì dove Gabriele Salvatorese girò il suo Mediterraneo.
La lista di deputati e senatori che bussano alla porta è lunga. Al punto che qualche tempo fa Giancarlo Giorgetti ha buttato giù un foglio con (…)(…) la «contabilità» dei potenziali nuovi ingressi e l’ha consegnato con fare un po’ svogliato a Matteo Salvini. L’espressione del viso dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio era tutto un programma, come a dire «guarda un po’ chi si rivede», un misto di disappunto e ironia. Al di là della diffidenza per i tanti che oggi brigano nella speranza di assicurarsi un seggio sicuro con il Carroccio alle prossime elezioni, il punto è però un altro. Dopo gli ultimi due anni in cui Salvini ha spinto forte l’acceleratore sui temi identitari molto cari alla destra, oggi esiste un grande spazio di manovra anche al centro dello schieramento. E con la gigantesca incognita della riforma elettorale è evidente che quello spazio può alla fine essere determinante per le sorti della futura sfida elettorale. È per questa ragione che Salvini pare si stia lentamente convertendo sulla via della moderazione. Dopo i primi giorni di sbandamento seguiti all’incredibile autogol che in agosto lo ha portato a far saltare il Conte 1 – una decisione di cui si è con tutta evidenza pentito, altrimenti non avrebbe inseguito Luigi Di Maio arrivando perfino a proporgli Palazzo Chigi pur di sventare un governo M5s-Pd – il leader della Lega ha infatti di molto ricalibrato temi e toni della sua comunicazione. La presenza pubblica continua – come è sempre stato – ad essere costante. In particolare in Umbria, dove si andrà al voto il 27 ottobre. Una partita che Salvini considera il primo passo per «mandare a casa un governo di incapaci, poltronari e traditori». A differenza del passato, però, l’ex ministro dell’Interno sembra aver cambiato target. Nel mirino ci sono soprattutto Giuseppe Conte e Matteo Renzi, seguiti a distanza da Di Maio. Escono invece dal «paniere» dei bersagli preferiti l’Europa e l’euro. E quando capita ci sia da commentare l’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Ue le critiche sono sì decise ma mai scomposte (come accaduto in passato con il suo predecessore Jean-Claude Juncker, definito più volte da Salvini «un ubriacone»). L’impressione, insomma, è che il leader della Lega abbia capito la lezione agostana, visto che è probabile che il suo essersi fatto terra bruciata su tutti i fronti (l’Ue, ma anche Berlino, Parigi, Washington, il Vaticano e i mercati) non l’abbia aiutato nei giorni della crisi. E che stia iniziando a guardare al grande spazio elettorale che esiste al centro dello schieramento, la zona del campo dove spesso si giocano i destini delle elezioni. Così, non solo gli attacchi all’Europa sono spariti dai radar, ma anche gli affondi sull’euro e quel continuo strizzare l’occhio a un’eventuale uscita dell’Italia dalla moneta unica è finito nel cassetto. Al punto che Alberto Bagnai e Claudio Borghi – rispettivamente presidente della commissione Finanze del Senato e del Bilancio della Camera – sono stati scientificamente silenziati. Niente più accelerazioni o minacce di Italexit. E basta anche con proposte tra lo strampalato e il provocatorio come fu quella dei minibot che a Borghi costò un deciso rimbrotto persino da Giorgetti. Salvini, insomma, prova a riequilibrare una Lega che negli ultimi due anni si è di molto spostata a destra, tanto dallo stringere rapporti e condividere piazze persino con Casapound. Un assetto troppo sbilanciato per chi si vuole proporre come leader di tutto il centrodestra e, dunque, candidato premier. E chissà non sia per la stessa ragione che l’ex ministro dell’Interno ha smesso di brandire il rosario nei comizi. Un gesto forte, ma che pare non scaldasse affatto i cuori dei cattolici moderati.
A Roma è vietato morire. Nella Capitale d el l ’emergenza rifiuti, anche il settore dei cimiteri è nel caos, fra liste d’attesa infinite, manutenzioni al palo, insicurezza e abusivismo. Una su tutte: i dirigenti di Ama Spa – la municipalizzata dei rifiuti che gestisce anche le sepolture – vorrebbero utilizzare impianti di altre città per le cremazioni che Roma non riesce più a sostenere. Proprio come avviene con l’immondizia. La proposta, insieme a quella del “limite delle cremaz ioni” (con buona pace delle ultime volontà del “caro es ti nt o”) è contenuta in un dossier di circa 300 pagine finita sulla scrivania dei pm di Corte dei Conti e Procura di Roma. Un libro nero del percorso impervio che i romani devono affrontare per assicurare ai propri cari una degna sepoltura, prima, e un giusto ricordo poi. LE CREMAZIONI rappresenta – no un problema reale. Anche per il cambio culturale avvenuto negli ultimi 20 anni. Nel 2001 sono state cremate 3.711 salme, ma nel 2008 il numero è salito a 7.482 su 26.753 decessi; nel 2018 il dato è raddoppiato: 15.340 cremazioni su 30.096 deceduti. Così i sei impianti attuali, pensati su un ritmo massimo di 7.000 salme l’anno, ormai non ce la fanno più. Tanto che, nei periodi di picco delle morti (in inverno) le salme attendono anche un mese prima di essere “smaltite”. Ama nel 2017 ha assegnato una gara per progettare l’ampliamento del cimitero Flaminio di Prima Porta, il più grande d’Europa: tre nuovi forni e 28 celle frigorifere, più altri interventi al costo totale di 6,2 milioni di euro. L’investimento è finito in un elenco di 17 progetti di manutenzione straordinaria “s ospetti” che il Campidoglio ha bloccato, in attesa del parere di congruità atteso dalla Ragioneria capitolina. Il valore del piano è di 166 milioni, con Ama che ha già anticipato 200 mila euro di progettazione “in somma urgenza” e da due anni chiede al Comune l’autorizza – zione per sbloccare subito 19 milioni di euro. Cosa che le viene negata. In Campidoglio vogliono vederci chiaro in relazione ad alcune voci che appaiono “sovradimensi onate”. C’è la ristrutturazione dello spogliatoio del personale al Flaminio, che costerebbe 1,8 milioni di euro, il cui iter ricorda l’appalto da 500 mila euro al Verano finito nel mirino dei pm; sempre al Flaminio, ci sono i lavori della camera mortuaria, che costerebbero 1,3 milioni. Per rifare il manto stradale a Flaminio e Verano poi, si chiedono 4,9 milioni (il 5% del budget per le buche di Roma), mentre “manutenzio – ne, risanamento e restauro conservativo” del Verano costerebbe ben 39 milioni. Infine, per l’ampliamento del Laurentino, ci sono due bandi da 12,7 milioni. MA LO STOP ai fondi, pur dovuto a ragioni contabili, si traduce in disservizi evidenti. Il Comitato Tutela Cimiteri ha inviato in Campidoglio un dettagliato dossier di 27 pagine in cui si elencano inefficienze e degrado dei tre camposanti maggiori (Flaminio, Verano, Laurentino) e degli otto cimiteri minori. Segnalazioni confermate dagli operatori delle pompe funebri. Si parte dalle liste d’attesa. Ci vogliono in media 10 giorni per ottenere una tumulazione al Verano, mentre al Flaminio, passato il classico decennio dalla sepoltura, servono altri 7 anni per esumare la salma e spostare i resti in ossario. Poi c’è il tema delle concessioni private: migliaia di cittadini sono disposti a pagare Ama per costruire da sé tombe a terra, cappelle e sarcofagi, ma per ognuna di queste categorie (a seconda dei cimiteri) si può attendere dai 4 ai 10 anni: “Persi 2 milioni di euro negli ultimi 4 anni”, si legge nei documenti. Gli utenti segnalano anche edifici interdetti o pericolanti, erbacce, sporcizia e guano diffusi. Il caso più emblematico al Flaminio: tre intere palazzine – let – tere O, P e Q –sono chiuse da 10 mesi, con 1.800 loculi inutilizzabili a tempo indeterminato: anche questo bando, da 2,4 milioni di euro, è stato bloccato dal Comune. Non è tutto. In un esposto presentato dal consigliere capitolino di Fratelli d’Ital ia, Francesco Figliomeni, le carte che attestano anche la terza “emergenza”: sicurezza e abusivismo. Nonostante la recente campagna per la videosorveglianza e la guardiania, fino a pochi mesi fa venivano segnalati in Prefettura la presenza di numerosi senzatetto che trovano riparo fra i locali, in alcuni casi sbandati o che “de – tengono cani di grossa taglia senza rispettare i dovuti accorgim enti”. Poi fiorai, marmisti, giardinieri o persone che “risolvono”pratiche cimiteriali che offrono le loro prestazioni “abusive” fra i loculi: “Alcuni di loro si sono impossessati di manufatti sparsi per il suolo cimiteriale adibendoli a proprio ufficio”, si legge in una recente missiva Ama. Per loro è stato chiesto un “daspo”, come allo stadio. Il tutto per i romani ha un costo. E proprio come i rifiuti, anche per i cimiteri le tariffe sono le più alte d’Italia. Con il prezzario 2017, la cremazione costa 450 euro contro i 306 di Milano; l’inumazione 342,57 euro contro i 171,35 del capoluogo lombardo; la concessione del loculo 3.377,12 euro contro i 2.736,12 della città meneghina o i 683,97 euro di Palermo.
A Roma è vietato morire. Nella Capitale d el l ’emergenza rifiuti, anche il settore dei cimiteri è nel caos, fra liste d’attesa infinite, manutenzioni al palo, insicurezza e abusivismo. Una su tutte: i dirigenti di Ama Spa – la municipalizzata dei rifiuti che gestisce anche le sepolture – vorrebbero utilizzare impianti di altre città per le cremazioni che Roma non riesce più a sostenere. Proprio come avviene con l’immondizia. La proposta, insieme a quella del “limite delle cremaz ioni” (con buona pace delle ultime volontà del “caro es ti nt o”) è contenuta in un dossier di circa 300 pagine finita sulla scrivania dei pm di Corte dei Conti e Procura di Roma. Un libro nero del percorso impervio che i romani devono affrontare per assicurare ai propri cari una degna sepoltura, prima, e un giusto ricordo poi. LE CREMAZIONI rappresenta – no un problema reale. Anche per il cambio culturale avvenuto negli ultimi 20 anni. Nel 2001 sono state cremate 3.711 salme, ma nel 2008 il numero è salito a 7.482 su 26.753 decessi; nel 2018 il dato è raddoppiato: 15.340 cremazioni su 30.096 deceduti. Così i sei impianti attuali, pensati su un ritmo massimo di 7.000 salme l’anno, ormai non ce la fanno più. Tanto che, nei periodi di picco delle morti (in inverno) le salme attendono anche un mese prima di essere “smaltite”. Ama nel 2017 ha assegnato una gara per progettare l’ampliamento del cimitero Flaminio di Prima Porta, il più grande d’Europa: tre nuovi forni e 28 celle frigorifere, più altri interventi al costo totale di 6,2 milioni di euro. L’investimento è finito in un elenco di 17 progetti di manutenzione straordinaria “s ospetti” che il Campidoglio ha bloccato, in attesa del parere di congruità atteso dalla Ragioneria capitolina. Il valore del piano è di 166 milioni, con Ama che ha già anticipato 200 mila euro di progettazione “in somma urgenza” e da due anni chiede al Comune l’autorizza – zione per sbloccare subito 19 milioni di euro. Cosa che le viene negata. In Campidoglio vogliono vederci chiaro in relazione ad alcune voci che appaiono “sovradimensi onate”. C’è la ristrutturazione dello spogliatoio del personale al Flaminio, che costerebbe 1,8 milioni di euro, il cui iter ricorda l’appalto da 500 mila euro al Verano finito nel mirino dei pm; sempre al Flaminio, ci sono i lavori della camera mortuaria, che costerebbero 1,3 milioni. Per rifare il manto stradale a Flaminio e Verano poi, si chiedono 4,9 milioni (il 5% del budget per le buche di Roma), mentre “manutenzio – ne, risanamento e restauro conservativo” del Verano costerebbe ben 39 milioni. Infine, per l’ampliamento del Laurentino, ci sono due bandi da 12,7 milioni. MA LO STOP ai fondi, pur dovuto a ragioni contabili, si traduce in disservizi evidenti. Il Comitato Tutela Cimiteri ha inviato in Campidoglio un dettagliato dossier di 27 pagine in cui si elencano inefficienze e degrado dei tre camposanti maggiori (Flaminio, Verano, Laurentino) e degli otto cimiteri minori. Segnalazioni confermate dagli operatori delle pompe funebri. Si parte dalle liste d’attesa. Ci vogliono in media 10 giorni per ottenere una tumulazione al Verano, mentre al Flaminio, passato il classico decennio dalla sepoltura, servono altri 7 anni per esumare la salma e spostare i resti in ossario. Poi c’è il tema delle concessioni private: migliaia di cittadini sono disposti a pagare Ama per costruire da sé tombe a terra, cappelle e sarcofagi, ma per ognuna di queste categorie (a seconda dei cimiteri) si può attendere dai 4 ai 10 anni: “Persi 2 milioni di euro negli ultimi 4 anni”, si legge nei documenti. Gli utenti segnalano anche edifici interdetti o pericolanti, erbacce, sporcizia e guano diffusi. Il caso più emblematico al Flaminio: tre intere palazzine – let – tere O, P e Q –sono chiuse da 10 mesi, con 1.800 loculi inutilizzabili a tempo indeterminato: anche questo bando, da 2,4 milioni di euro, è stato bloccato dal Comune. Non è tutto. In un esposto presentato dal consigliere capitolino di Fratelli d’Ital ia, Francesco Figliomeni, le carte che attestano anche la terza “emergenza”: sicurezza e abusivismo. Nonostante la recente campagna per la videosorveglianza e la guardiania, fino a pochi mesi fa venivano segnalati in Prefettura la presenza di numerosi senzatetto che trovano riparo fra i locali, in alcuni casi sbandati o che “de – tengono cani di grossa taglia senza rispettare i dovuti accorgim enti”. Poi fiorai, marmisti, giardinieri o persone che “risolvono”pratiche cimiteriali che offrono le loro prestazioni “abusive” fra i loculi: “Alcuni di loro si sono impossessati di manufatti sparsi per il suolo cimiteriale adibendoli a proprio ufficio”, si legge in una recente missiva Ama. Per loro è stato chiesto un “daspo”, come allo stadio. Il tutto per i romani ha un costo. E proprio come i rifiuti, anche per i cimiteri le tariffe sono le più alte d’Italia. Con il prezzario 2017, la cremazione costa 450 euro contro i 306 di Milano; l’inumazione 342,57 euro contro i 171,35 del capoluogo lombardo; la concessione del loculo 3.377,12 euro contro i 2.736,12 della città meneghina o i 683,97 euro di Palermo.
E ora si scopre che nonostante tutto c’è ancora qualcuno in Italia che vuol bene all’aereo di Renzi. Nonostante sia chiaro (come ha rivelato Il Fatto Quotidiano) che per quel jet, un Airbus A340-500, lo Stato italiano stesse pagando per 8 anni di leasing (affitto) una cifra (168 milioni di euro) circa 26 volte superiore a quella che avrebbe speso se quell’aereo lo avesse comprato. E nonostante quel velivolo sia ormai dimenticato in un angolo di Fiumicino come roba di nessuno, in attesa di essere fatto a pezzi. CHI È, ALLORA, così masochista da restare affezionato a qu ell’aereo? Risposta: i creditori di Alitalia, in primis le banche, da Banca Intesa a Unicredit al Monte dei Paschi, che si sono esposte molto per tenere a galla la ex compagnia di bandiera quando era privata, in mano per il 51 per cento ai resti della truppa dei Capitani coraggiosi di Silvio Berlusconi e per il 49 per cento posseduta da Etihad, la compagnia di proprietà dell’Emiro di Abu Dhabi, convinta proprio da Matteo Renzi a planare su Fiumicino in soccorso di Alitalia. Constatando che ora Alitalia è sul precipizio dell’enne – simo fallimento, banche e creditori vorrebbero portare a casa un po’ di soldi prima che sia troppo tardi. Ai loro occhi l’aereo di Renzi è adatto alla bisogna perché potenzialmente resta una macchina per fare cassa in virtù del contratto siglato quando capo del governo era Renzi e Alitalia era privata. Contratto annullato, però, più di un anno fa dal vicecapo del governo, Luigi Di Maio, e dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, entrambi messi su ll’avviso da Gaetano Intrieri, manager aeronautico allora collaboratore di Toninelli. Quel contratto, in effetti, è svantaggiosissimo per lo Stato italiano, cioè per i contribuenti, ma molto vantaggioso per gli altri contraenti: Etihad che stava fornendo il jet e Alitalia che per fare poco o nulla incassava una bella fetta di quella cifra esosa. I creditori di Alitalia-Sai privata, dichiarata insolvente il 2 maggio di due anni fa, sono rappresentati da un Comitato di sorveglianza costituito in forza della legge sui fallimenti controllati, nominato dal ministero dello Sviluppo economico e controllato dal capo di gabinetto di quello stesso ministero, Vito Cozzoli. IL COMITATOfu nominato nel 2017 dal ministro Carlo Calendaed è composto dal consigliere di Stato Ga br ie le Carlotti che è molto legato a Cozzoli ed è il presidente. Poi Alfonso Celotto, che è stato capo di gabinetto al ministero della Coesione territoriale e capo dell’Ufficio legislativo al ministero dello Sviluppo economico quando ministra era Federica Guidi, e infine Stefano Firpo, stretto collaboratore di Corrado Passer a, l’ex ministro e amministratore di Intesa San Paolo che ai tempi del primo salvataggio Alitalia elaborò il famoso piano Fenice che avrebbe dovuto rilanciare la compagnia. Fino a qualche mese fa Firpo è stato anche direttore generale per la Politica industriale con il ministro Di Maio, poi è tornato alla casa madre Banca Intesa. Il Comitato di sorveglianza si oppone alla chiusura del contratto, vorrebbe riavvolgere il nastro della storia e salvare il salvabile. Cinquanta milioni di euro, circa un terzo dell’importo totale, sono già volati per il pagamento di una parte del leasing e inoltre, non potendo più riportare in vita l’intesa tra Alitalia ed Etihad, sulla quale grava tra l’altro un contenzioso civile, il Comitato punta a riesumare il contratto tra lo Stato italiano e Alitalia. PIÙ PRECISAMENTE tra Alitalia, il ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e la Direzione degli armamenti aeronautici (Armaereo). Quel documento prevede una spesa di oltre 31 milioni di euro per i cosiddetti servizi di ingegneria, soldi che il ministero della Difesa sarebbe stato costretto a sborsare per intero nelle casse Alitalia se il contratto non fosse stato stoppato. Il Comitato di sorveglianza vorrebbe, in sostanza, che la Difesa tornasse a pagare Alitalia anche se quest’ultima non ha mai avuto le certificazioni aeronautiche necessarie per fornire i servizi previsti per il tipo di aereo voluto da Renzi né quando era privata né quando è finita per legge in mano ai commissari guidati da Luigi Gubitosi, ora amministratore di Tim. Quei certificati li avrebbe potuti avere con facilità Armaereo per i propri tecnici che si stavano già occupando degli Airbus 319 della flotta di Stato. Armaereo, però, è stato volutamente ignorato e l’ae – reo di Renzi è stato registrato come civile e non militare a differenza degli altri della flotta statale, anche se poi su di esso è stato apposto il segreto di Stato. Non avendo i requisiti per fornire i servizi previsti, Alitalia ha dovuto subappaltarli a Etihad. E questa circostanza ha innescato a sua volta un’ulteriore complicazione, tenuta fin qui nascosta, ma evidente. Etihad è una compagnia araba e in quanto tale sottoposta alla sorveglianza degli enti arabi, ma sfugge alla sorveglianza sia dell’Easa (l’Agenzia per la sicurezza aerea europea) sia de ll ’Enac (l’Ente nazionale dell’aviazione civile). Di fatto la cura e la sicurezza di un aereo di Stato utilizzato dal capo del governo, dal presidente della Repubblica e dai ministri, sono state consegnate a un Paese straniero nonostante su quello stesso aereo gravasse il segreto di Stato.
Il presidente Donald Trump darà il benvenuto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Casa Bianca il 16 ottobre. I due leader celebreranno i forti e duraturi legami storici fra Stati Uniti e Italia. L’Italia è un importante alleato della Nato ed è chiave nel portare la stabilità nella regione del Mediterraneo”. LA CASA BIANCAha voluto così mettere un punto chiaro sulle tante illazioni circolate rispetto al viaggio del presidente della Repubblica negli Usa. Ricostruzioni giornalistiche, erumorsparlamentari, hanno dato per certo che Mattarella e Trump parleranno dell’i ncontro avvenuto in Italia tra il ministro della Giustizia statunitense, William Barr, e i vertici dei Servizi segreti italiani, Dis, Aisi e Aise, a proposito dell’avvocato maltese Joseph Mifsud sospettato dagli Usa di aver attirato Trump nella vicenda delle email di Hillary Clinton hackerate dai russi. Come si ricorderà, su quella vicenda si è innescato il duro scontro negli Usa che ha portato al rapporto Mueller con cui l’Fbi ha sancito il legame tra Trump e la Russia. Legame che ora il presidente vuole ribaltare. I due presidenti, però, si concentreranno sui rapporti fra Stati Uniti e Italia e se di sicurezza si parlerà si tratterà “della sicurezza delle telecomunicazioni, soprattutto quella legata al 5G”. Al Quirinale ci si prepara al viaggio esattamente sulla base dell’agenda indicata dalla Casa Bianca e si esclude che l’ar – gomento Mifsud possa finire nella conversazione bilaterale. Tanto più che, spiegano fonti del Colle, il presidente della Repubblica è assolutamente “se r e n o ” sull’op e r a t o dei Servizi italiani e non nutre dubbi sul comportamento avuto dal premier, Giuseppe Conte, che l’opposizione, ma anche settori del Pd e lo stesso Matteo Renzi, hanno accusato di leggerezza nel favorire l’incontro tra un esponente politico dell’A m m i ni s t r az i one Usa ed esponenti “operati – vi” dell’Intelligence italiana. MATTARELLA sembra fidarsi di Conte e non ha intenzione di occuparsi di Servizi. I quali, come evidenziato dal Fatto pochi giorni fa, hanno fatto sapere di non avere avuto alcun ruolo equivoco nell’in co nt ro con Barr, a cui hanno semplicemente ripetuto di non sapere dove sia Mifsud e di non avere “nessuna evidenza di sue relazioni con agenti della nostra Intelligence”. E lo stesso Conte, ieri sera, intervistato alla festa del M5S dal giornalista Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Ag i, ha affermato con molta veemenza che è pronto a riferire tutto al Comitato di controllo sulla Sicurezza della Repubblica, Copasir, “tutte le fesserie che sono state dette”. Probabilmente anche quelle rilanciate ieri su Repubblica dal senatore Pd, Luigi Zanda, che è tornato a chiedere al presidente del Consiglio di “rassicurare l’opinione pubbl ic a” sottolineando che “il fatto che un politico autorevole come il ministro della Giustizia dell’Amm inis trazione Trump, abbia incontrato i nostri Servizi è un’a n o m alia davvero rara”. Zanda richiama di nuovo l’indiscrezione relativa ai possibili articoli che dovrebbero apparire sul Washington Post o sul New York Times e che potrebbero rendere noto l’oggetto dei colloqui estivi avuti tra Italia e Usa. A molti, anche nel Pd, però, l’i n i z i a t iva sembra una pressione su Conte affinché lasci la delega sui Servizi a un sottosegretario (magari da decidere insieme) oppure cambi il vertice del Dis, il coordinamento delle due Agenzie, oggi ricoperto dal generale della Finanza, Giuseppe Vecchione, che Conte però non intende toccare minimamente.