Garantire la pace fra due popoli che avrebbero dovuto essere fratelli e invece sono stati in lotta per oltre mezzo secolo, basta e avanza per meritare un Nobel. È soprattutto per questo che il comitato di Oslo ha premiato Abiy Ahmed Ali, il primo ministro dell’Etiopia che ha raggiunto una pace apparentemente definitiva con l’Eritrea, lottando contro le incrostazioni della storia, le resistenze del leader avversario Isaias Afewerki e di molti generali etiopi che con la guerra avevano fatto carriera e conquistato potere. La commissione norvegese ha avuto coraggio nello scegliere una persona che non rientrava nella lista dei candidati più probabili. Ha avuto anche il coraggio di premiare un leader di un continente che sta vivendo una lunga fase di stagnazione: di guerre endemiche, governi che non fanno riforme, crescite economiche piatte o non sostenibili, giovani che emigrano. L’anno scorso il Nobel era andato a un altro africano, Denis Mukwege, il medico congolese specializzatosi nella cura delle donne vittime di stupro. Ma si era voluto riconoscere i meriti di chi si dedica a riparare i danni e i crimini provocati da coloro che governano il continente. Quest’anno invece è stato scelto un uomo di potere, un primo ministro. È questa la seconda ragione del premio ad Ahmed Ali, importante quanto la pace con l’Eritrea. Il premier etiope è un riformatore, sta rafforzando la democrazia nel suo Paese; sta cercando di sfruttarne equamente le risorse economiche; tenta di sfuggire all’infernale gabbia tribale che vanifica il futuro dell’Africa: un continente dilaniato da conflitti etnici endemici soprattutto a causa delle frontiere nazionali disegnate dagli interessi coloniali europei, a partire dal 1884. Il comitato norvegese del Nobel ha dato una terza prova di coraggio decidendo anche di non attribuire il riconoscimento ad Afewerki. Per raggiungere un accordo di pace bisogna essere in due ma non sempre fra i due c’è la stessa volontà di arrivarvi. O accade che nel cammino per raggiungere la pace, uno o entrambi si siano macchiati di crimini incompatibili con il Nobel. Oppure che il risultato delle paci raggiunte non meritino il premio. Nel 1926 il francese Aristide Briand e il tedesco Gustav Streseman presero il Nobel per aver promosso la pace di Locarno nella quale gli europei giurarono di non farsi mai più la guerra. È noto cosa sia accaduto fra il 1939 e il ’45. Nel 1973 toccò a Henry Kissinger e Le Duc Tho per una pace che il Vietnam avrebbe visto solo un anno dopo; nel ’78 fu la volta di Anwar Sadat e Menahem Begin: il Nobel lo presero entrambi ma fu l’egiziano a volere la pace più dell’israeliano; gli israeliani Yitzhak Rabin e Shimon Peres e il palestinese Yasser Arafat vinsero nel 1994 per un accordo che non ha mai visto davvero la luce. Dare il Nobel a un politico è sempre rischioso. Anche quando lo merita, la sua costruzione di pace non sempre regge alle intemperie del tempo e della geopolitica. Ma è comunque stato saggio premiare la grande volontà di Ahmed Ali e non l’ambiguità di Afewerki il cui Paese continua a vivere nella mobilitazione permanente di una rivoluzione senza fine. L’eritreo ha percorso lo stesso cammino della gran parte dei leader africani: la coraggiosa lotta di liberazione durata un trentennio, il potere a vita, la dittatura. Come Robert Mugabe nello Zimbabwe. Ahmed Ali lavora per dare un orizzonte ai giovani etiopi. L’orizzonte dei ragazzi eritrei è quello del Mar Mediterraneo attraversato su un gommone semi-sgonfio, nella speranza che prima dell’affondamento si stagli l’isola di Lampedusa. Per questo Abiy Ahmed Ali meriterebbe anche un premio dall’Unione Europea per la cosa più utile che possa essere fatta per fermare le migrazioni: governare bene il suo Paese. Lavorando per l’Africa Alì aiuta anche noi.

Margrethe Vestager, destinata al ruolo di vicepresidente della Commissione europea specializzata sul digitale e alla conferma alla guida dell’Antitrust, ha dichiarato questa settimana che per salvaguardare la concorrenza nei mercati digitali dominati dalle grandi compagnie americane, sarà necessario andare oltre le multe. Davanti al Parlamento, ha affermato che si dovranno trovare rimedi più efficaci delle sanzioni pecuniarie per contenere lo strapotere delle mega piattaforme. Se la designazione di Vestager sarà confermata, come tutti prevedono, la vita per i giganti digitali potrebbe diventare più difficile. Il difetto di quanto fatto finora è semplice da ricordare e difficile da superare. L’Antitrust europea si accorge degli sconfinamenti e degli abusi dopo che sono avvenuti, ci mette un po’ di tempo per effettuare le indagini e preparsi a decidere, eventualmente commina multe miliardarie a giganti che nel frattempo hanno influenzato pesantemente lo sviluppo delle attività economiche del settore nel quale operano e alla fine, se proprio devono pagare, assorbono quei costi senza troppa fatica. Ma fare meglio di così non è semplice. Vestager ha preso in considerazione, nel suo discorso al Parlamento, la possibilità di decidere la divisione delle aziende che abusano della loro posizione dominante: il pensiero corre al caso dell’At&t, ex monopolista telefonico americano diviso a suo tempo in sette aziende, e si applica lo schema, per esempio, a Facebook, dicendo che potrebbe essere separata da Whatsapp e Instagram. Ma di fronte a queste ipotesi, secondo Vestager, occorre essere prudenti, essendo preferibile cercare misure meno intrusive. Il punto è che la politica antitrust novecentesco era basata sulle quote di mercato e sul prezzo dei beni per i consumatori. Ma nel digitale il paradigma è diverso: le dimensioni delle piattaforme crescono organicamente per l’effettorete, i prezzi per i consumatori sono spesso bassi o nulli, la struttura del mercato non è statica ma dinamica. Quello che l’antitrust deve proteggere è la possibilità di innovare e il vantaggio per i consumatori del futuro. Il tema è sottile. Occorre trovare il punto strategico sul quale operare. E occorre prendere consapevolezza del fatto che il vero monopolio del quale abusano spesso le piattaforme giganti del web è relativo al controllo dei dati sugli utenti, sulle relazioni che intrattengono tra loro e con le aziende. Ebbene, un intervento efficace dell’Antitrust europea, nel quadro di una policy complessiva per il digitale alla quale Vestager si dedicherà nella prossima Commissione, sarebbe quello che separa le piattaforme dal controllo dei dati. Si può partire da una concezione innovativa dei dati degli utenti. Secondo Maria Savona, economista all’Università del Sussex, i dati non sono capitale intangibile delle aziende, ma proprietà intellettuale degli utenti. È una premessa concettuale per supportare il diritto alla portabilità dei dati sancito dal Gdpr e per arrivare all’interoperabilità delle piattaforme in temini di profili degli utenti. Se ne gioverebbero le piattaforme alternative. Si formerebbe un campo di gioco più aperto anche per nuove aziende digitali europee. Sarebbe un’opportunità che queste dovrebbero poi imparare a cogliere.

Il lancio è imminente, già in dicembre. Il luogo da cui sarà messo in orbita il primo satellite etiope sarà però la Cina. Non è un caso se questo sofisticato apparecchio di telerilevamento multispettrale, noto come ETRSS-1, sia stato relizzato in collaborazione con il colosso asiatico. In Etiopia tutto, o quasi, parla cinese. D’altronde dal 2006 al 2015 Pechino ha concesso prestiti per oltre 13 miliardi di dollari, aggiudicandosi la costruzione di strade, ferrovie, parchi industriali. «Il satellite fornirà tutti i dati necessari sui cambiamenti climatici e sui fenomeni meteorologici che saranno utilizzati per gli obiettivi principali del Paese in agricoltura, silvicoltura e iniziative di protezione delle risorse naturali» ha detto,visibilmente soddisfatta, la neo presidente etiope Sahle-Work Zewde. Una donna, come peraltro la metà dei ministri che compongono l’ultimo Governo. Se nel 2000 qualcuno avesse ipotizzato un programma spaziale etiope da lì a meno di 20 anni, lo avrebbero preso per pazzo. Perché il secondo Paese più popoloso dell’Africa ancora nel 2002 era uno degli Stati più poveri al mondo, flagellato da siccità a carestie, con poche vie di comunicazione. Oggi al posto delle strade in terra battuta, ci sono autostrade, nuove ferrovie, ponti e grandi dighe. Lo skyline della capitale Addis Abeba si arricchisce ogni anno di grattacieli in vetro. Nelle zone franche si parlano decine di lingue straniere. La metamorfosi dell’Etiopia è il paradigma della rinascita africana. Ed in questo profondo cambiamento sociale, politico ma anche, e soprattutto, economico, il giovane premier, Abiy Ahmed Ali, insignito venerdì del premio Nobel per la pace, è uno dei protagonisti assoluti. Il suo programma di riforme – una sorta di perestroika africana – sta accelerando. Il piano per l’economia è tanto ambizioso quanto chiaro; trasformare un Paese dominato e soffocato da un’economia di Stato in un mercato libero e competitivo alimentato dal settore privato. Solo così potrà continuare quella formidabile crescita economica che negli ultimi 15 anni ha fatto registrare al Pil un incremento medio annuo del 10 per cento. Certo, si potrebbe obiettare che si partiva da valori davvero bassi. Ma se le stime per il futuro sono corrette, da qui al 2030 questa dinamica economia crescerà ancora del 7% annuo. Per il Fondo monetario internazionale l’economia etiope crescerà quest’anno del 7,7% ed il prossimo del 7,5. Incrementi che fano apparire del tutto anemica non solo la crescita dell’Eurozona (+1,3% nel 2019 e +1,6% nel 2020) ma in parte anche quella mondiale (+3,2% e +3,5%). È proprio da questo Paese, un catalizzatore di investimenti internazionali, che passa il rilancio economico del Continente. Certo le difficoltà non mancano. La conquista della stabilità politica, a cui ha giovato moltissimo l’accordo di pace con l’Eritrea voluto dal premier Abiy nel 2018, è senz’altro un punto di forza. Ma la spinta riformatrice del giovane premier, se non gestita con oculatezza, rischia di avere un effetto opposto. In questo Paese di 105 milioni, dove vivono 80 etnie e centinaia di tribù, i rigurgiti secessionistici sono dietro l’angolo. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede infatti il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali della federazione etiope. Abolita la censura, una valanga di nuovi giornali e radio ha invaso il Paese. Alcuni dei quali stanno cavalcando le tensioni etniche. In uno Stato dove sono presenti ancora diverse milizie armate, qualcuno ha paragonato il Paese a una polveriera. Anche sul fronte economico non ci sono soltanto luci. Le ombre si chiamano debito pubblico, inflazione, disoccupazione, le difficoltà per le imprese straniere di reperire valuta pregiata, un sistema bancario non sempre all’altezza. Ad alimentare la crescita sono stati soprattutto i grandi progetti infrastrutturali governativi. Il Paese si è costantemente indebitato, soprattutto con la Cina, ed ora il debito rappresenta un problema ingombrante e non sostenibile sul lungo periodo. Eppure, al di là delle criticità, per le imprese straniere desiderose di investire il gioco sembra valere la candela. Pochi Paesi sembrano essere così attraenti. Il costo del lavoro è ancora decisamente basso, il mercato interno ampio (il 70% della popolazione ha peraltro meno di 30 anni), la disponibilità di fonti idriche e di fonti energetiche nazionali (idroelettriche) è abbondante. Per l’Italia c’è il vantaggio di collegamenti aerei diretti e la presenza di una comunità ben inserita. I settori in cui le aziende italiane, puntando sul loro know how e sulla qualità, potrebbero eccellere, sono numerosi: si va dall’agroalimentare, alle costruzioni e al manifatturiero, passando per l’energia, le costruzioni, fino al trattamento dei rifiuti. L’Etiopia ambisce peraltro a divenire un polo di riferimento per l’industria tessile e conciaria su scala globale. Molto dunque. I vantaggi fiscali per le aziende straniere e le agevolazioni sulla politica dei dazi sono un altro punto di forza. Eppure, il nostro interscambio commerciale resta al di sotto delle reali potenzialità e sta segnando un calo dal 2016. Nel 2018 ammontava a 291 milioni di euro, con un saldo commerciale in deciso attivo. La nuova Etiopia appare dunque la locomotiva della rinascita dell’Africa. Ne condivide le potenzialità ma anche le vulnerabilità. Il suo incremento demografico potrebbe rappresentare un punto di forza, o di debolezza. Nel 1992, gli etiopi erano 50milioni, oggi, secondo la Banca mondiale, sono raddoppiati a 105 milioni. Nel 2050 saranno quasi 200 milioni. Per assorbire una tale mole di forza lavoro che si riverserà ogni anno sul mercato, occorreranno consistenti aumenti del Pil e investimenti stranieri. Ma,al contempo, l’ascesa della classe media offrirà un grande serbatoio di consumatori. Secondo le proiezioni, le persone che vivranno in estrema povertà (la soglia è calcolata in 1,9 dollari al giorno) crolleranno dal 22% del 2018 a meno del 3% nel 2030. Nel 2000 erano il 44 per cento. Nessun Paese in Africa è stato altrettanto efficiente.

C’è una galassia nella finanza mondiale che vale due trilioni di dollari, che rappresenta il 6% delle transazioni globali e che ogni anno mette sul mercato 800 miliardi di “bond” atipici (più correttamente «certificati di partecipazione»). Un mondo che cresce a una velocità impressionante -gli asset sono più che quadruplicati in cinque anni – ma che ancora non ha trovato regole di ingaggio, o forse meglio dire di integrazione, con le amministrazioni fiscali di mezzo pianeta. È la galassia della finanza islamica, un pezzo di storia del XII secolo (data a cui si fanno risalire le prime regole) calato ormai ben dentro le piazza finanziarie più dinamiche, con un enorme problema ancora irrisolto: quale regime di tassazione applicargli. L’approccio all’impiego di denaro tra la cultura occidentale e quella islamica è molto diverso. Nella sharia molti dei principi che diamo per assimilati, anzi per capisaldi di funzionamento del sistema, non sono accettati. Sono vietati gli interessi di profitti immorali, c’è il divieto di partecipazioni al netto del rischio, ancora il divieto di speculazione e di eccessiva incertezza nei contratti finanziari, oltre alla proibizione generale di investimento in beni o attività “non etiche” (alcol, scommesse, porn, commercio di armi, in aggiunta al divieto di percepire interessi). E se è vero che sulle antichissime radici culturali c’è pieno e generale consenso, non esiste invece un’unica autorità di interpretazione delle norme, ma piuttosto alcuni riconosciuti esperti di sharia. Se questa visione alternativa non ha generato sinora grossi ostacoli alla circolazione e agli impieghi di investimenti, oggi, con le economie e le relazioni internazionali sempre più integrate e soprattutto con la costante crescita di popolazione islamica nelle economie occidentali, sorge il problema, per esempio, di come tassare l’operazione di finanziamento per un acquisto immobiliare finanziato dalla banca, non potendo ragionare sullo schema del concetto di mutuo. I Paesi più preparati Al di fuori di alcune piazze storicamente più aperte -e cioè la Gran Bretagna, Hong Kong, la Malesia, che stanno affrontando il tema – nessuna amministrazione fiscale nell’ambito Ocse ha ancora deciso di misurarsi su questo argomento, a cominciare dagli Usa che lo considerano off limits. Ma secondo una ricerca dell’ultimo congresso dell’Ifa -International fiscal association – tenutosi a Londra lo scorso settembre, più o meno ogni singolo consulente/commercialista del mondo occidentale verrà toccato nei prossimi anni dal problema di compliance con la finanza islamica. Proprio dalla Gran Bretagna arrivano i primi case-study su cosa significhi tentare di integrare, dal punto di vista fiscale, regimi che di omogeneo non hanno proprio nulla, anzi. In un’operazione di finanziamento per l’acquisto di un immobile, per esempio, il ritorno per la banca non è l’interesse (vietato dalla sharia ) ma una sorta di affitto; il mutuatario a sua volta paga i redditi da locazione ma non appunto gli interessi. Bene, come si applica in questo caso il principio fiscale – per noi scontatissimo – della deducibilità degli interessi passivi? Ma anche sull’imposizione indiretta (Iva /Vat) sorgono problemi non marginali: si applica la Vat (Iva) sulle transazioni immobiliari o, piuttosto, è più adeguata l’esenzione prevista sulle transazioni finanziarie? E ancora, nei trattati sul divieto di doppie imposizioni si applicherà la disposizione sugli interessi o quella sul reddito da proprietà immobiliare? Nelle more di trovare una soluzione per via legislativa, la Suprema corte della Gran Bretagna nel caso Project Blue del 2016 con il consueto pragmatismo inglese ha stabilito che «se la transazione è sostanzialmente un mutuo, verrà trattata dal punto di vista fiscale come tale, anche se è vestita in qualche altra forma e innestata in un diverso veicolo giuridico». Ma i problemi di fondo restano e incidono su una materia che, già di suo, si presta a contenziosi infiniti anche quando la legge applicabile è unica e incontestata – quella dello Stato – figurarsi quando a scontrarsi è una diversa cultura giuridica. Anche perchè l’equivalenza, o meglio la biunivocità tra i concetti di contribuente musulmano e regime di finanza islamica è superata da tempo. Impressionante, a questo proposito, il dato del 2018 della Al Rayan Bank con sede in Inghilterra: il 90% dei nuovi clienti che hanno aperto conti bancari non sono di religione musulmana. Le obbligazioni che vengono trattate dalla finanza islamica si chiamano “sukuk”. In Europa, questo strumento finanziario arrivò nel lontano 2004 nel Lader della Sassonia-Anhalt che lanciò la prima emissione da 123 milioni di dollari, mentre dal 2006 sono stati quotati alla Borsa di Londra. Ma di che si tratta ? Secondo l’approccio accademico il sukuk assomiglia a un’obbligazione per la forma dei flussi: c’è un reddito costante pagato a scadenze definite, come i flussi cedolari. Contemporaneamente ha alcune caratteristiche da titolo azionario, perché l’investitore ha diritto al rendimento solo se il bene sta rendendo effettivamente, cosa che con le obbligazioni non succede. A proposito di sukuk nel 2016 erano il 17% del settore tanto che sono stati emessi titoli per 88 miliardi di dollari. La crescita qui è esponenziale, stimata tra il 14% e il 15% su base annua e secondo Moody’s a fine 2018 le proiezioni indicavano il tetto di 148 miliardi. La sola Borsa di Londra ad oggi quota oltre 70 sukuk, per un valore di 700 milioni di sterline. La principale banca islamica Anche in Svizzera, paese delle banche per eccellenza, la finanza islamica è attiva con la Dar Al Maal / La Casa del denaro islamico di Ginevra, filiale del gruppo Fayçal Islamic Bank Group. La banca venne fondata da un principe saudita il cui fratello Turki Ibn Fayçal fu a lungo capo dei servizi segreti sauditi. Dar al-Baraka (la «casa della benedizione») è stata creata dallo sceicco Saleh Abdullah Kamel, su richiesta del re dell’Arabia Saudita del quale è cognato. La banca è diventata, con il nome Islamic Development Bank, la principale banca islamica mondiale. Non è solo la banca preferita dalle comunità islamiche in Europa, ma anche un potente strumento di “soft power” per influenzare i musulmani organizzati in moschee e associazioni, non tutte trasparenti. E l’Italia? Nel 2017 Maurizio Bernardo, all’epoca presidente della commissione Finanze della Camera, presentò una proposta di legge che chiedeva il via libera sui mercati finanziari italiani dei sukuk e degli altri strumenti della finanza islamica in Italia. Al momento la proposta non ha avuto ancora seguito ma qualcosa si sta muovendo: il Movimento 5stelle guarda alla finanza islamica con grande interesse se è vero che la sindaca pentastellata di Torino, Chiara Appendino, dal 2014 ha aperto le porte alla finanza islamica con il Tief, «Turin Islamic Economic Forum», che anche quest’anno si terrà sotto la Mole dal prossimo 28 e fino al 30 ottobre.

Per il momento le uniche certezze di Libra sono Vodafone e Facebook. Alla vigilia dell’appuntamento in cui si farà la conta di chi parteciperà al progetto, la criptovaluta di Mark Zuckerberg raccoglie solo un coro di rinunce da parte dei grandi gruppi finanziari che avrebbero dovuto rappresentare il cuore del gruppo. Dopo PayPal, anche Visa, Mastercard, Stripe ed eBay si defilano dall’adesione alla Libra Association, il gruppo di ventisette società che dovrebbero gestire la blockchain su cui dovrà girare Libra. O forse bisogna parlare al passato, perché per il progetto della criptovaluta che Facebook ha fatto di tutto fin dall’inizio per presentare come non solo sua sembra davvero arrivato il momento della resa dei conti. Domani a Ginevra si terrà la prima riunione della Libra Association per la nomina del board e quella sarà l’occasione per capire quali soggetti, tra i ventisette che erano stati indicati a metà giugno, saranno pronti a sborsare dieci milioni di dollari per partecipare alla creazione di Libra. David Marcus, l’ex ceo di PayPal che da oltre un anno sta guidando il progetto di criptovaluta di Facebook, continua a insistere che non è detta l’ultima parola. «Non credo che queste novità possano essere interpretate come la fine di Libra – ha commentato su Twitter -. Certo, non è una grande notizia nel breve termine, ma in qualche modo è liberatoria. Rimanete sintonizzati perché presto ci sarà altro di nuovo». Per il momento solo Vodafone ha confermato ufficialmente l’interesse a far parte del progetto che, nelle intenzioni di Facebook, dovrebbe creare una vera valuta globale, con il valore agganciato a un paniere di valute e titoli del debito per garantire una maggior stabilità, che funzioni da architrave di un nuovo sistema finanziario mondiale più efficiente, economico e inclusivo. Stando alle prime indicazione il valore sarà garantito per metà da dollari e per l’altra metà da yen, euro, sterlina e dollaro di Singapore. Ma il colosso delle telecomunicazioni ha messo subito in chiaro che la sua partecipazione è subordinata alla nomina di un board che non sia espressione esclusiva di Facebook. D’altra parte fin da subito il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha cercato di far figurare che non si trattava della “criptovaluta di Facebook”. Ma il progetto ha raccolto fin dall’inizio la dura opposizione di autorità politiche e finanziarie a livello globale. Tra dieci giorni Zuckerberg sarà davanti al Congresso Usa per spiegare e chiarire il progetto, ma intanto il dipartimento al Tesoro in estate ha convocato Visa, Mastercard, PayPal e Stripe per chiedergli di illustrare in che modo la loro partecipazione a Libra si potesse conciliare con le regole antiriciclaggio del sistema finanziario. L’Unione europea poi ha acceso un faro antitrust sulla criptovaluta e ha promesso di mettere mano a nuove regole per le valute digitali. Lo stesso Marcus si è detto consapevole delle difficoltà del progetto: «Cambiamenti di questa portata sono complessi: capisci che stai lavorando a qualcosa di importante quando la pressione aumenta in questo modo». Fin dal primo momento Facebook ha chiarito che avrebbe dato il via al progetto solo con il benestare delle authority finanziarie globali e questa rimane la posizione ufficiale. Visa e Mastercard sembrano aver adottato una posizione di attesa, lasciando trapelare che la loro non rappresenta la decisione finale e che sarebbero pronte a rientrare se saranno soddisfatte le richieste dal punto di vista regolamentare. Per il momento però il consorzio che dovrà gestire Libra ha perso tutta la componente finanziaria (rimane solamente PayU). Sono rimaste le società tecnologiche, da Uber a Lyft, da Spotify a Booking, e le società tlc (Vodafone e Iliad) che potranno garantire l’accettazione di Libra come mezzo di pagamento per andare oltre ai 2,5 miliardi di utenti di Facebook, insieme ad attori del mondo venture capital, a partire da Andreessen Horowitz, e del comparto cripto, con in testa Coinbase e Xapo. Difficile dire se saranno sufficienti per dare credibilità al progetto.

«In un’epoca dominata dalla competizione il futuro appartiene ai talenti ribelli. Sono coloro che hanno uno sguardo anticonvenzionale sulle cose e che invece di trovare appigli sicuri, sfidano apertamente lo status quo, cercando il superamento verso il nuovo. Sono maestri dell’innovazione, ampliano costantemente la loro visione del mondo, apprezzando la diversità, sono autentici per entrare in contatto con gli altri e imparare da loro». Francesca Gino, esperta di scienze comportamentali e docente alla Harvard Business School, nel suo ultimo lavoro li descrive così i talenti del nostro tempo. E su come si attraggono e si fanno crescere ma anche su come si diventa un talento ribelle ne sa qualcosa Davide Dattoli. Nel 2011 a soli 21 anni dalla sua Brescia lancia una sfida al mondo della formazione dando vita a Talent Garden, tra le principali piattaforme europee per professionalità nel digitale. «TG – racconta – nasce da un bisogno. In Italia abbiamo tantissimi talenti, ma il problema è che intorno c’è il vuoto. Mancano professionisti che abbiano già lavorato in startup digitali e che aiutino nell’apprendimento. Storicamente ci sono sempre stati dei luoghi per accogliere i talenti. Penso alle corti rinascimentali e ai caffè letterari. TG è quel luogo fisico dove incontrare persone che mettono a disposizione i loro saperi. Non lavoriamo su strumenti perché quelli di oggi domani saranno già vecchi, ma diamo ai nostri allievi la tecnica per dialogare nel mainstream». Nei 26 TG presenti in 8 Paesi lavorano e si formanomigliaia di talenti che arrivano da tutta Europa. Circa 20 giorni fa nè è stato aperto uno Madrid che ospita fino a 340 persone mentre domani sarà la volta di TG Roma Ostiense dove 300 persone potranno imparare, dialogare e fare networking. Da questi campus escono programmatori, esperti di Big data e di marketing digitale, la maggior parte dei quali (98%) a fine corsa trova lavoro, manager compresi. Talent Garden Innovation School eroga corsi, master e workshop: nel 2018 ha formato 1.800 giovani professionisti e 3.500 executive. Non solo. Poiché al nuovo alfabeto ci si deve abituare fin da subito, promuove programmi di alfabetizzazione digitale per bambini e supporta progetti di alternanza lavoro per licei e scuole professionali con modalità e tempi decisamente nuovi. «Immergersi nella digital trasformation è indispensabile per le imprese e cerchiamo di diffondere questo verbo anche ai vertici aziendali (Davide è nel CdA di Be, quotata a Piazza Affari, ndr) perché oggi il digitale è il nuovo codice di sopravvivenza – spiega – questo vuol dire far compiere alle persone una rivoluzione “culturale” per innovare la produzione e i servizi. Come l’esperto in digital transformation per il made in Italy. Sono ingegneri, architetti, laureati in economia che conoscono i processi possono entrare nei gangli delle imprese. Li prepariamo 12 settimane in aula e poi sei mesi sul campo nei distretti italiani per capire da vicino la realtà. Non sono tecnici del digitale, ma esperti che conoscono i modelli di business e possono dare una spinta notevole alle imprese». E a Milano un mese fa è arrivato TGIsola , primo campus tutto dedicato al food-tech. Davide è un ragazzo gentile ed empatico: mi offre subito il caffè al distributore nell’atrio del Sole 24Ore, prima ancora che io da padrona di casa risolva l’imbarazzo di non avere abbastanza monete. Sorride appena cerchi i suoi occhi nel dialogo a tu per tu, è spensierato e allegro come uno di tanti giovani che incontri in metropolitana. Ma quando lo ascolti basta poco per capire perché a soli 29 anni è tra i 300 innovatori in Europa, unico italiano nella lista degli «under 30» più influenti al mondo secondo «Forbes». Idee chiare e sensibilità da millennial che rivela quando parliamo dei suoi “giardini” e delle sue passioni. «I TG – aggiunge – li abbiamo concepiti per la condivisione di idee e progetti, per accogliere al meglio e far crescere i team; ecco perché consentire all’interno bottiglie di plastica era inconcepibile e siamo stati plastic free fin da subito. Per soddisfare le esigenze dei nostri millennial abbiamo anche sperimentato con Siemens un modo per personalizzare nei grandi open space la temperatura al singolo desk». Come racconta Davide, poiché da soli oggi si fa ben poco, la cosa umanamente più difficile e sulla quale ti devi mettere in gioco per avere successo è creare team di talenti: «Oggi queste persone hanno tante opportunità perché guardano al mondo e non solo all’Italia. Trattenerli è la sfida». Maglia di cotone, jeans, ovviamente sneackers e l’immancabile borsa da viaggio. Gli chiedo: È sempre pronta? «Sì, certo – racconta – parto almeno una volta alla settimana per lavoro in Europa e poi appena posso salgo su un aereo perché viaggiare è conoscenza, è arricchimento, la via per trovare ispirazione e confrontarsi con il diverso . Credo che il vero modo per imparare sia vedere le cose che accadono a milioni di chilometri di distanza. Sono appena stato in Marocco e in Namibia e ho visitato oltre 60 Paesi nel mondo: dall’Iran alla Mongolia, dal Sud America alla Cina alla California dove vado spesso per lavoro. La mia vera passione è l’Africa, un continente dove c’è tanto da fare proprio sul fronte del digitale. Mi piacerebbe aprire un TG proprio lì dove già partecipiamo con Google a un progetto per supportare i giovani imprenditori con programmi di coding». Ma è la concretezza del bresciano a fare da collante in questo giovane imprenditore perché la sua startup non sarebbe diventata quell’azienda vicina al traguardo di 20 milioni di fatturato con la prospettiva di raddoppiare i numeri nel 2019, (sempre con Mol positivo), senza quella sana ambizione che Davide mostra. Ex consulente per la Condé nast, Dattoli avvia il suo progetto grazie a un piccolo finanziamento di 30mila euro del «Giornale di Brescia» che nel 2011 mette a disposizione anche i suoi locali, appoggiando l’idea dei talenti digitali. Nel raccontare la nascita e lo sviluppo della sua creatura esprime soddisfazione, ma anche l’umiltà di chi sa che la strada da fare è ancora lunga perché in un viaggio non è il percorso che conta, ma la meta: portare in Borsa TG nel 2023 con un fatturato di 120 milioni sullo Star, il segmento di Piazza Affari per le “perle” del made in Italy e nei radar degli investitori internazionali. L’ispirazione arriva da vicino e da lontano. Da vicino perché se si è nati e cresciuti in una famiglia di ristoratori l’accoglienza e il lavoro di “brigata” la si ha nel Dna. Da lontano perché se a soli 29 anni si conoscono più di 60 Paesi il valore di un talento come Jack Ma lo si è potuto apprezzare in concreto. «Vengo da una famiglia di imprenditori: mio padre ha aperto diversi ristoranti a Brescia, mia madre organizza eventi. E proprio lavorando con loro – ricorda Davide a proposito delle sue origini – ho imparato le regole dell’ospitalità. Ma ho imparato tantissimo dai suggerimenti concreti di tanti imprenditori bresciani». Sul come andare contro lo status quo è illuminante l’insegnamento del magnate Jack Ma: in Cina si individua prima il problema e poi lo si risolve con leggi appropriate; in Europa prima si parte della leggi che si hanno già e poi si risolvono i problemi, ma i tempi sono maledettamente più lunghi. «Continuiamo a formare persone per professioni che non ci sono più o sono sature – aggiunge Davide – sottoponendo i giovani a lungo percorso scolastico, spesso teorico e lontano dall’ambiente che li accoglierà. Ma il mondo va in un’altra direzione: i percorsi devono essere più brevi in un contesto di formazione continua». Da imprenditore il salto, quello vero, lo compie tre anni fa con un aumento di capitale da 12 milioni. Si è trattato del più grande round italiano del 2016, siglato con 500 Startups, grande incubatore californiano. In questo aumento di capitale intervengono sotto la regia di Tamburi Investment Partners (merchant bank indipendente già azionista al 25% a Digital Magic), molti family office italiani, fra cui quelli delle famiglie Angelini e Dompé, i fondatori di Volagratis, MutuiOnLine, Alkemy ed Esprinet e grandi investitori internazionali come Endeavour Catalyst, fondo americano sostenuto dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman. E poi è arrivato un altro finanziamento di 44 milioni ancora da Tip, Social Capital, Indaco Ventures e family office europei. Se in Silicon Valley esistono i venture capital in Italia esistono le famiglie di imprenditori che con i loro bracci finanziari vedono lungo su dove può nascere un’impresa di successo e ci investono. Proprio Tip ha investito oltre 3 miliardi in imprese italiane eccellenti. «Questo sistema di famiglie ti è vicino non solo a livello economico, ma anche personale, aprendoti al loro network internazionale – aggiunge Davide – e questo vale molto di più di un aiuto economico. Giovanni Tamburi ci ha preso per mano quando eravamo piccoli con meno di 3 milioni di fatturato e ci sta guidando verso l’Ipo a Piazza Affari. È al nostro fianco condividendo rischio e sviluppo d’impresa». In realtà, questo fenomeno così italiano si sta facendo largo anche negli Stati Uniti dove di recente il più grande fondo di investimento in startup arriva proprio dai family office. Prima di salutarmi Davide mi racconta ancora del suo viaggio in giro per il mondo alla ricerca di nuove “mete” dove aprire “giardini”. Dopo la Spagna ora si prosegue nell’espansione in Europa. «Dovunque cercheremo di costruire un ambiente in cui le persone si trovino a loro agio, accogliendole nel modo migliore. Perché in un mondo in cui siamo sempre tutti connessi tramite mail, chat e altre diavolerie – conclude Davide – la vera sfida è capire come stare bene con gli altri e costruire una relazione , guardandoci negli occhi senza l’intermezzo di una Instagram story». Messaggio conclusivo da un talento ribelle: serve tornare a essere fisici e avere un pensiero creativo per realizzare sogni.

I Parlamenti sono ritornati al centro del dibattito pubblico. Già Sabino Cassese aveva rilevato (sul Corriere della Sera di qualche tempo fa) come i Parlamenti abbiano saputo riaffermare il loro ruolo decisionale dopo un lungo periodo di predominanza dei governi. Tuttavia, tale riaffermazione del ruolo parlamentare si è rivelata più efficace nella difesa di tradizionali prerogative, piuttosto che nell’individuazione di prerogative adeguate al nuovo contesto in cui i Parlamenti agiscono. Le vicende della settimana scorsa a Bruxelles e a Roma ci mostrano i dilemmi dei Parlamenti. Cominciamo da Bruxelles. Giovedì scorso, il Parlamento europeo (attraverso le sue commissioni Industria e Mercato interno) ha espresso un parere negativo nei confronti di Sylvie Goulard, candidata dal governo francese a ricoprire il ruolo di commissaria di uno dei portafogli più importanti della nuova Commissione di Ursula von der Leyen, quello al Mercato interno (inclusivo dell’industria e degli investimenti nella difesa). Non è la prima candidata (al ruolo di commissario) a non aver ricevuto il consenso del Parlamento europeo. Tuttavia, nel caso di Goulard, la bocciatura ha un significato diverso. Essa è la manifestazione di un conflitto interistituzionale che ha radici nella struttura che organizza il funzionamento dell’Unione europea (Ue). Sylvie Goulard è stata bocciata perché ritenuta la candidata del presidente francese Emmanuel Macron, cioè del leader nazionale che, all’interno del Consiglio europeo dei capi di governo dell’Ue, si è opposto con più determinazione alla rivendicazione del Parlamento europeo di scegliere il presidente della Commissione europea. Secondo i Trattati, il presidente della Commissione è proposto dal Consiglio europeo e quindi votato dal Parlamento europeo. Nelle elezioni parlamentari del 2014 e quindi in quelle del maggio scorso, i maggiori partiti europei presentarono liste elettorali guidate da un rispettivo spitzenkandidat, cioè da un capolista indicato come presidente della Commissione europea dal partito che avesse ricevuto la maggioranza relativa dei voti. Tale indicazione fu accettata dai leader nazionali nel 2014, ma non nel 2019. Nel luglio scorso, al candidato del partito di maggioranza relativa, il cristiano-democratico Manfred Weber, il Consiglio europeo preferì la cristiano-democratica Ursula von der Leyen, una leader che non era neppure membro del Parlamento europeo. La candidatura di Manfred Weber fu bloccata, prima ancora che da Emmanuel Macron e dagli altri leader nazionali, dagli stessi elettori (il partito di Weber aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti, ma inferiore del 5 per cento a quella del 2014). La bocciatura di Goulard costituisce, dunque, la reazione del Parlamento europeo a tale decisione del Consiglio europeo. Tra le due istituzioni continua ad esserci un conflitto irrisolto per stabilire chi deve avere la preminenza nella cruciale decisione di scegliere il presidente della Commissione. Con lo spitzenkandidat, il Parlamento europeo ha cercato di spingere verso la parlamentarizzazione dell’Ue. Rifiutando lo spitzenkandidat, il Consiglio europeo ha voluto riaffermare la natura interstatale dell’Ue. Si tratta di due rivendicazioni altrettanto unilaterali e ideologiche, in quanto l’Ue è necessariamente un’unione sia di Stati che di cittadini. Senza un equilibrio tra gli uni e gli altri, l’Ue non può funzionare. Tale equilibrio è incompatibile con la preminenza decisionale dell’una o dell’altra istituzione, mentre non lo è con un sistema di controlli e bilanciamenti reciproci, come di fatto sta avvenendo. La bocciatura di Goulard è infatti un esempio di tale sistema, anche se il Parlamento europeo non ne è consapevole. Il risultato del conflitto è comunque l’indebolimento della maggioranza europeista interna sia all’una che all’altra istituzione. Andiamo a Roma. La settimana scorsa il Parlamento italiano ha votato definitivamente la legge di riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari (230 deputati e 115 senatori). La riduzione del numero dei parlamentari era nell’agenda delle riforme istituzionali da almeno trent’anni. Si tratta di una decisione tutt’altro che improvvisa. Piuttosto, essa è l’esito di una demagogia populista che è stata alimentata a lungo e irresponsabilmente anche da coloro che non si ritengono populisti. Come gli acclamati autori di libri e articoli contro la casta e che oggi scrivono a difesa di quest’ultima. La coerenza è una risorsa scarsa non solamente tra i politici. Il punto è che la decisione della settimana scorsa non cambia di una virgola le funzioni del Parlamento. La riduzione del numero dei parlamentari non implica di per sé il rafforzamento del loro ruolo. Seppure con 945 membri, ad esempio, il Parlamento è riuscito ad affermare la sua tradizionale prerogativa di poter cambiare maggioranza al suo interno. Se le due camere continuano ad esercitare le stesse funzioni, se la fiducia al governo deve essere data da entrambe, se non vi è un’istituzione che rappresenta e media tra gli interessi differenziati delle regioni, se il sistema elettorale continua a non favorire le aggregazioni di governo, cosa cambia con il taglio dei parlamentari? Ecco perché i riformatori della maggioranza e dell’opposizione dovranno trovare una modalità per collocare quel taglio in una riforma che superi il bicameralismo paritetico e stabilizzi il governo. Se non si vuole che, a fronte della ennesima dimostrazione dell’inefficienza parlamentare, si avvii una nuova campagna d’opinione per ridurre il numero dei parlamentari via via fino alla chiusura del Parlamento stesso. La democrazia muore per l’inerzia dei suoi difensori, non solamente per la pericolosità dei suoi nemici. Insomma, a Bruxelles come a Roma, i Parlamenti hanno un futuro se si dimostreranno in grado di definire un ruolo adeguato al contesto in cui agiscono. A Bruxelles, il Parlamento europeo dovrebbe imparare la lezione di Nelson Polsby, esercitando pienamente le funzioni di un legislativo in grado di tenere sotto controllo l’esecutivo (e in particolare il Consiglio europeo). A Roma, il nostro Parlamento dovrebbe riprendere il percorso della riforma costituzionale, per dare al Paese un sistema di governo accettabilmente efficiente e responsabile.

Il claim della prossima Giornata Mondiale dell’Alimentazione, celebrata dalla FAO il 16 ottobre, è «Un’alimentazione sana. Per un mondo #Famezero», con l’accento posto non solo sulla necessità di ridurre il numero di persone che hanno difficoltà ad accedere al cibo, quanto piuttosto sul tipo di cibo che si consuma. Su questo tema Slow Food lavora e si batte da ormai 30 anni denunciando come la globalizzazione e l’urbanizzazione abbiano sradicato abitudini alimentari legate a tradizioni, territori e prodotti locali, a favore di prodotti trasformati e slegati da stagioni e culture. Questi stili di vita scorretti hanno causato da un lato un aumento dell’obesità in molti Paesi del mondo e dall’altro un incremento della malnutrizione. I dati diffusi dalla FAO sono allarmanti: oltre 672 milioni di adulti e 124 milioni di giovani tra i 5 e i 19 anni sono obesi, e più di 40 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni sono in sovrappeso, mentre circa 820 milioni di persone soffrono la fame. La dieta scorretta è uno dei principali fattori di rischio di morte in tutto il mondo per malattie non trasmissibili, tra cui patologie cardiovascolari, diabete e alcuni tipi di cancro. Obesità e altre forme di malnutrizione colpiscono in media una persona su tre. Secondo le proiezioni il numero sarà di una persona su due entro il 2025. Senza contare il costo che si ripercuote sui budget sanitari nazionali. Mettendo l’accento sulla qualità del cibo che consumiamo, la FAO ci aiuta a non allontanare il problema, chiamando in causa quelle scelte quotidiane che sono alla portata di tutti, se solo fossimo pronti a impegnarci per un mondo più sostenibile. Tutelare la biodiversità è da sempre al primo posto tra le priorità di Slow Food, che da anni cerca di fare la sua parte portando avanti progetti come i 10.000 Orti in Africa, che vogliono garantire alle comunità cibo fresco e sano, ma anche formare una rete di leader consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura, che diventano protagonisti del cambiamento e del futuro di questo continente. O ancora come i Presìdi e l’Arca del Gusto, che salvaguardano i prodotti in via di estinzione, vera memoria dei nostri territori e delle nostre tradizioni. Occorre tutelare quell’agricoltura famigliare che nel mondo gioca un ruolo centrale per sconfiggere la fame e rappresenta il motore di economie replicabili e positive.

«Una catastrofe». Teresa Bellanova, ministro dell’Agricoltura, descrive così gli effetti della cimice asiatica sulla produzione di frutta italiana. Giorno dopo giorno la stima dei danni viene aggiornata al rialzo, adesso è arrivata a mezzo miliardo di euro, tanto da spingere il governo italiano a chiede domani al consiglio dei ministri dell’Ue l’attivazione delle misure straordinarie a favore delle Organizzazioni dei produttori del settore. «Ci batteremo – ha spiegato Bellanova venerdì sera prima di lasciare il forum Coldiretti di Cernobbio – perché Bruxelles si faccia carico, con risorse specifiche, di queste emergenze molto pesanti per gli agricoltori». Certo anche il governo e le regioni dovranno partecipare alla costruzione di uno strumento di intervento «per farsi carico di queste situazioni di emergenza» perché «l’agricoltura da sola non puo’pagare un prezzo così alto, tanto più quando esprime genialità e impegno anti spreco». Domani nella riunione dei ministri Ue che si svolgerà a Lussemburgo la ministra porterà anche l’altra emergenza, quella della xylella. Certo, come ha sottolineato un report di Italia Olivicola, la campagna 2019 si annuncia con un aumento della produzione dell’89 per cento ma l’emergenza resta anche perché come denuncia Coldiretti la contaminazione della Xylella avanza al ritmo di 2 chilometri al mese e dopo aver devastato gli ulivi del Salento minaccia la maggior parte del territorio Ue perché sono stati segnalati altri casi di malattia, in Francia, Spagna e Portogallo. L’Unione europea conferma l’allarme e stima in quasi 5,5 miliardi i danni del parassita. Il conto emerge dal lavoro preparatorio compiuto dal Centro comune di ricerca (Ccr) della Commissione europea e dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per stilare la lista di organismi nocivi per le piante che l’Ue considera prioritari. E si tratta di una valutazione per difetto perché conteggia solo l’impatto sulle rese, stimato al 70% del valore della produzione degli ulivi oltre i 30 anni e al 35% di quelli più giovani. Nella ricerca non vengono conteggiati i costi sociali, quasi 300 mila posti di lavoro in meno in Europa, e l’impatto su ambiente e attività connesse. Secondo le agenzie Ue, Xylella fastidiosa è il parassita vegetale dall’impatto potenziale più devastante in termini economici, sociali e ambientali. Una specie di nemico pubblico numero uno per l’agricoltura e la silvicoltura europee. Le nuove norme Ue contro i parassiti vegetali entreranno in vigore il 13 dicembre. Si tratta di una selezione dei patogeni da quarantena – per cui esiste obbligo di lotta e prevenzione a livello Ue – sui quali i paesi membri dovranno fare di più in termini di controlli. Da Cernobbio Ettore Prandini, presidente Coldiretti, sottolinea la necessità di «una strategia condivisa a livello istituzionale. Serve un cambio di passo nelle misure di prevenzione e di intervento a livello comunitario e nazionale anche con l’avvio di una task force». Prandini mette sotto accusa cambiamenti climatici, globalizzazione e mancati controlli. Tre criticità che sono anche all’origine dei 281 allarmi sulla sicurezza alimentare inviati all’Ue con il sistema di allerta Rapido. Per Coldiretti l’83% delle allerta riguarda cibi importati.

I tedeschi di Lufthansa sembra facciano sul serio: dopo aver inviato martedì scorso una lettera alle Fs con cui offrivano un «accordo commerciale forte» alla nuova Alitalia in modo da scalzare gli americani di Delta domani verranno in Italia per incontrare a Roma sia l’ad delle Ferrovie Gianfranco Battisti, a cui il governo ha affidato il compito di organizzare la cordata chiamata a rilanciare l’ ex compagnia di bandiera, sia i vertici di Atlantia, l’altro socio forte della cordata e che al pari delle Fs dovrebbe rilevare una quota del 35/40% delle newco mentre gli americani di Delta avrebbero poco più del 10% al pari del Mef. Incontri separati, fanno sapere fondi vicine al dossier, che alla vigilia della scadenza della presentazione dell’offerta vincolante per Alitalia prevista per martedì 15 molto difficilmente produrranno un cambio di rotta. Perché le Fs possano considerare la proposta, ha scritto Battisti nella sua lettera di risposta inviata giovedì, Lufthansa dovrebbe infatti dichiararsi disponibile a impegnarsi ad acquisire una partecipazione azionaria nella Nuova Alitalia in modo da condividere col partner pubblico il rischio dell’investimento. Oltre a ciò, le Fs vogliono anche sapere se i tedeschi sono disposti o meno a pagare i costi legati al cambio della joint venture suggerita dai tedeschi (da Skyteam a Star Alliance) il cui costo è stimato in circa 300 milioni di euro. Se Lufthansa fosse interessata proseguire su questa strada le Fs potrebbero essere disponibili a discutere nel merito. E a quel punto anche Atlantia, molto critica coi piani proposti da Delta, potrebbe vedere di buon occhio il cambio di partner internazionale. Ma la scadenza del 15 è troppo vicina e quello di domani, salvo sorprese, potrebbe risolversi nell’ennesimo contatto interlocutorio. Non è la prima volta che Lufthansa si avvicina al dossier Alitalia. Ancora otto mesi fa la compagnia tedesca si era infatti offerta di salvare Alitalia a costo zero e mettendo in conto 6mila esuberi suscitando subito l’opposizione dei sindacati e del governo. Poi una volta entrate in campo le Fs, come ha puntualizzato lo stesso Battisti rispondendo all’ad Carsten Spohr, nonostante vari incontri e contatti lo scorso febbraio i tedeschi si sono letteralmente dileguati lasciando cadere nel vuoto la richiesta di precisare entità ed importo del potenziale impegno nel capitale della nuova società. Mentre resta in sospeso la possibilità di prorogare i termini dell’offerta il governo continua a seguire con attenzione l’evolversi della vicenda: secondo indiscrezioni al più tardi domani il premier Conte potrebbe sentire i vertici di Fs ed Atlantia per essere aggiornato sugli ultimi sviluppi. Intanto è già previsto che il 15 il cda di Atlantia si riunisca per esprimere un parere sul dossier ed eventualmente decidere di proseguire la trattativa in caso di proroga.