Il focoso militante campano placca Nicola Morra: «Presidente, mi fa una firma qui?». E solleva la maglietta sul ventre prominente. Luigi Di Maio fende la folla. Donne in delirio, bimbi che volano sulle teste per il bacio di rito. Giuseppe Conte è portato in trionfo («Uno di noi, Giuseppe uno di noi!»), mentre una ragazza sventola la tshirt sul mojito anti-Salvini. Assenti e lamenti I napoletani ci sono e sanno dare calore. Ma il problema sono i politici. Molti sono restati a casa in polemica: al lungo elenco (Di Battista, Paragone, Lezzi, Giulia Grillo) si è aggiunto Danilo Toninelli. Ma anche chi c’è storce il naso, fa distinguo, mugugna, evoca il malessere di un Movimento che arrivato a dieci anni si scopre precocemente invecchiato. Luigi Gallo, deputato movimentista vicino a Roberto Fico, di Torre del Greco, apprezza la riorganizzazione, ma fino a un certo punto: «Le decisioni sono prese sempre dall’alto. Sei persone dell’organizzazione e della comunicazione le sceglierà direttamente Di Maio. I dodici facilitatori saranno eletti, ma i loro nomi devono passare dal suo vaglio preventivo. I referenti regionali saranno votati su Rousseau, ma poi sarà Di Maio a scegliere tra i più votati. E chi le ha proposte queste regole? Di Maio». Messaggio chiaro. Come è chiaro che non basterà questa riorganizzazione. Francesco Silvestri, in corsa per fare il capogruppo alla Camera, spiega: «Un riassetto era necessario ma è in ritardo di anni». Paola Taverna difende Di Maio, ma in controluce la tesi è un’altra: «Gira e rigira è sempre colpa sua. Per questo non serve una condivisione di potere, quanto una redistribuzione di responsabilità. Bisogna tornare sui territori». L’abbraccio del Pd Se lo scorso anno più di uno faticavaaingoiare l’alleanza con la Lega, quest’anno il rospo da baciareèil Pd. La Taverna alla domanda se apprezza l’idea di Nicola Zingaretti di un patto politico ampio tra M5S e Pd, si paralizza per dieci secondi. Poi la mette così: «Viviamo nel momento». L’ex ministro Alberto Bonisoli, invece, argomenta: «Nel marzo del 2018 dicemmo che avremmo fatto un governo con la Lega o con il Pd, quindi siamo coerenti. Ma l’alleanza la facciamo sui temi». Il mantra è declinato un po’ più nel dettaglio da Morra: «Alleanza con il Pd? Dobbiamo fare una riflessione tutti. Se riusciamo a contagiarli sui nostri temi, se loro fanno passare l’acqua pubblicaela riforma della giustizia, con la prescrizione, allora possiamo ragionarci». Come al solito dialogante, Emilio Carelli: «Perché no? Se qualcuno mi tende una mano, non gliela mordo». Dal palco il leader politico ribadisce la natura «post ideologica» del M5S e sventola il «libretto giallo»: da Mao a Di Maio è un attimo. Sul modello dei vecchiradicali (ma su obiettivi e valori spesso antitetici), i5Stelle non si pongono come un partito tradizionale, ma lottano su obiettivi specifici. E sono pronti a schierarsi con chiunque li appoggi. Lega e Pd sono la stessa cosa, dicono in molti. «Per raggiungereinostri obiettivi baceremmo anche il diavolo», dice un militante. Le Regioni e la Calabria Se abbracciare l’ex nemico di Bibbiano è complicato, andarci a braccetto nei territori è ancora peggio. Perché qui entra in gioco una sofferenza più profonda. Prendiamo la Calabria. Francesco Sapia, deputato di Corigliano Calabro, è categorico: «Alleanza con il Pd? Non se ne parla. Io combatto da anni la malasanità in Calabria e il governatore Mario Oliverio è stato il massimo rappresentante della mala politica. Non accetto accordi. Siamo commissariati dal 2009, abbiamo un debito di oltre 220 milioni di euro e infiltrazioni mafiose, non abbiamo sanità, raccolta rifiuti, trasporti. Siamo in totale emergenza. Sulla mia linea ci sono tutti i parlamentari». Di sicuro è sulle stesse posizioni Dalila Nesci, che ieri ha visto il garante Beppe Grillo, e che si è autocandidata a governatrice, prendendosi rispostacce da suoi: «Perché dovrei tirarmi indietro? Ci sono le regole, mi dicono, ma io sono adulta: vedo anche le eccezioni, come dimostra il caso Cancelleri». La linea scelta dal Movimento è quella di candidati civici, appoggiati da Pd e5Stelle: «Ma come si fa a sostenere una maxi lista civetta del Pd? Se fosse così, mi vergognerei con i miei elettori». D’accordo Morra: «Insieme in Calabria? Lasciamo perdere». Dal palco di Napoli, Di Maio seppellisce i dieci anni passati: «Finora siamo stati arrabbiati, ora basta». Vero, non è più tempo di Vaffa Day. Il Movimento è cambiato, ma ancora non sa in che modo. E i prossimi dieci anni sono tutti da scrivere.
Beppe Grillo torna sul palcoesi riprende il Movimento. Il garante si presenta con un video in versione Joker. Al suo ingresso scatta la standing ovation. E partono le stilettate. Il garante ne ha per tutti. «Sono arrivato a Napoli ieri sera, abbiamo mangiato oggi a pranzo io, l’economista Gunter Pauli, Di Maio e Casaleggio. Ogni volta che parlava Gunter, traduceva in inglese Di Maio, allora può succedere qualsiasi cosa al mondo. E allora a un certo punto Gunter parlava italiano, Di Maio traduceva in inglese e Casaleggio traduceva in italiano». Poi passa ai dem. «Stiamo vivendo un momento straordinario. Quando senti il segretario del Pd dire “tu vali tu”, è meraviglioso, non si capisce nulla ma è meraviglioso, perché è “l’uno vale uno”.Quando Renzi pianta un albero ogni iscritto che fa, ora ha piantato due piantine… Diamo una narrazione al Pd, a migliaia di giovani». Di Conte — con cui ha avuto un lungo colloquio nel backstage — dice che l’unico difetto sono «le adenoidi». Ma il succo del discorso di Grillo (uscito dal camerino a braccetto con Fico) è politico. «È inutile pensare che abbiamo la stessa identità di dieci anni fa, non è così, siamo diversi, diversi dentro». Poi lancia un doppio vaffa agli attivisti. Il primo a chi storce il naso sull’alleanza con il Pd («Non avevamo scelta, di là c’è qualcosa di informe che si alimenta di piccoli “odietti” di paese… il mondo è cambiato. Non voglio che rimaniate lì a dire sempre “il Pd e il Pd…” Vaffanculo a voi questa volta»), il secondo per chi contesta il voto ai sedicenni. Prima di lui sul palco si alternano i big. A partire da Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Il premier si prende gli applausi della folla e nega l’ipotesi di fare un suo partito. «Ci sono già molti soggetti politici, bisogna lavorare con quelli che ci sono». E ha poi spronato la folla: «Hanno detto che voi siete l’anti politica, ma voi siete il trionfo della buona politica. Vi hanno detto che siete anti sistema, ma voi siete quelli che stimolano tutti». Di Maio, invece, lancia la proposta di un gruppo di 80 persone — i facilitatori — per guidare il Movimento. «Basta essere arrabbiati, ora carichiamoci il Movimento sulle spalle. Non scapperemo dalle promesse, noi siamo la terza via», dice. La giornata corre su due binari: quello dell’alleanza conidem con Nicola Zingaretti che apre e Di Maio che è più cauto. «Non sono in questo momento all’ordine del giorno patti regionali né tantomeno nazionali» dice a Maria Latella su Sky Tg24. E le indiscrezioni che trapelano dal Movimento parlano — nonostante i passi avanti nella cena di inizio settimana con Zingaretti — di tavoli e incontri rimandati dopo il 27 , giorno del voto in Umbria. Nell’Arena flegrea ci sono applausi per tutti. Anche per gli assenti, come quando Davide Casaleggio ricorda Alessandro Di Battista, non presente per motivi personali. Le tensioni sono carsiche e riaffiorano. Nello scontro dialettico Roberto Fico evoca ilrischio di scissioni se si pensa all’ego. Davide Casaleggio puntualizza che gli assenti sbagliano e Max Bugani sottolinea che c’è chi si è montato la testa. Ma l’unita rimane in parte sulla carta. E alla festa del decennale sono circa un centinaio i parlamentari presenti su oltre trecento e c’è chi non manca di pungere gli assenti. «Per fortuna siamo trecento. Dove sono tutti oggi?».
«La crisi siriana può essere affrontata soltanto con una risposta forte dell’Unione Europea che favorisca la stabilizzazione politica di quei territori». Parla per la prima volta la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, e lo fa nel momento di massima allerta internazionale dopo la minaccia del presidente turco Erdogan di mandare oltre confine milioni di profughi. Per questo avverte: «L’intensificazione dei flussi migratori che stanno mettendo in crisi i Paesi della frontiera orientale richiede un approccio europeo solidale: non possono essere lasciati soli gli Stati più esposti». Lei ha già partecipato ai vertici di Malta e Lussemburgo. Crede davvero che in Europa stia cambiando qualcosa? «Ho registrato un rinnovato clima di solidarietà, necessario per una effettiva condivisione del problema. Finora l’impegno del nostro Paese su questo fronte è stato eccezionale. Adesso solo una risposta coordinata e condivisa a livello europeo può consentire però una strategia efficace che coniughi il necessario rigore contro lo sfruttamento dei migranti e i trafficanti di esseri umani con il rispetto dei diritti fondamentali e dei principi di solidarietà che sono alla base della costruzione e dell’integrazione europea». La bozza di Malta ha questo valore politico? «L’idea condivisa è che un nuovo patto di solidarietà europeo deve nascere dalla consapevolezza che l’Italia e Malta rappresentano i porti di primo approdo per poi raggiungere altri Paesi europei. La bozza di accordo può rappresentare il cambio di passo. È un inizio in direzione di un sistema di gestione più equo e bilanciato; un percorso complesso, ne sono consapevole, che auspico possa vedere progressivamente coinvolti il maggior numero possibile di partner europei». Qual è secondo lei il punto chiave? «Il superamento degli attuali squilibri nella ripartizione degli oneri tra gli Stati membri. L’introduzione di un meccanismo di redistribuzione dei migranti basato su procedure di ricollocazione automatiche, veloci ed efficaci, fa sì che non vi siano incertezze in merito alla gestione dell’accoglienza al momento dello sbarco e allo Stato membro che se ne debba fare carico. Questi elementi potrebbero rappresentare una svolta decisiva soprattutto nella prospettiva di una riforma del Regolamento di Dublino». Però poi ci sono gli sbarchi autonomi. «Il fenomeno non è assolutamente nuovo. Nel 2018 le persone arrivate con piccole imbarcazioni sono state 5.999, mentre fino ad oggi sono state 6.409. A settembre si è registrato un aumento, ma stiamo risentendo del particolare momento politico che sta attraversando la Tunisia». Rimane il problema dei rimpatri. «Una politica migratoria e di asilo efficace richiede una strategia di rimpatri a livello europeo per coloro che non hanno diritto a rimanere, nel rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento. È necessario sottoscrivere nuovi accordi di riammissione e potenziare quelli esistenti. Tutto ciò senza escludere, anzi favorendo, i corridoi umanitari verso l’Europa perle persone più vulnerabili che finora ci hanno consentito di accogliere solo dalla Libia oltre 850 richiedenti asilo». Che cos’altro si deve fare? «È fondamentale proseguire nell’azione di sostegno alla stabilizzazione della Libia, impegnarsi per la realizzazione di un piano umanitario europeo oltre che per il rafforzamento della capacità di tutte le guardie di frontiera dei nostri partner africani ai fini di una gestione dei flussi dei migranti sicura e rispettosa dei diritti delle persone. Dobbiamo agire con decisione perché non si ripetano tragedie del mare come quelle dello scorso 7 ottobre, vicino a Lampedusa. Sul piano nazionale, invece, è indispensabile uno sforzo ulteriore in direzione direali politiche di integrazione, precondizione per la tenuta della coesione sociale del Paese, il cui livello di democrazia passa per la garanzia dei diritti civili e sociali e quindi per la capacità di rispondere ai bisogni di sicurezza dei cittadini. Vorrei avviare un confronto con le Ong impegnate in operazioni di soccorso in mare, partendo dal codice di condotta già sottoscritto al Viminale». Al di là dell’immigrazione, quali problemi mette in cima alla lista delle priorità? «Di fronteascenari di minaccia in continua evoluzione come il terrorismo, alla necessità di contrastare senza tregua la criminalità organizzata, a segnali di criticità emergenti che sono terreno di incubazione di fenomeni di criminalità comune, la forza di una democrazia si misura sulla capacità di dare risposte adeguate. Sono assolutamente convinta, anche in ragione della mia esperienza di prefetto sul territorio, che l’azione a presidio della legalità sia una partita che si gioca su diversi fronti e che per vincerla occorra partire dalla conoscenza del territorio e interpretarne correttamenteisegnali. Per questo continuerò a incontrare, tra gli altri, i sindaci, destinatari dei bisogni, delle richiesteedelle proposte che provengono dalle comunità locali. È la prospettiva dalla quale bisogna confrontarsi con le sfide del nostro tempo, in una concezione ispirata mai dal potere ma solo dal servizio». Poche ore dopo la sparatoria in questura lei è andata a Trieste… «Ho voluto essere presente per manifestare la vicinanza alle famiglie e ai colleghi dei due agenti uccisi ed esprimere un ringraziamento alle donne e agli uomini della polizia di Stato per l’impegno straordinario, offerto quotidianamente, fino al sacrificio della vita, a tutela della sicurezza di tutti». Le forze dell’ordine lamentano mancanza di risorse, carenze negli equipaggiamenti. «Ho avviato, insieme ai colleghi di governo, una serie di iniziative volteasostenere, anche finanziariamente, le richieste degli operatori di sicurezza e abbiamo esercitato la delega peril comparto Difesa e Sicurezza, individuando ulteriori risorse necessarie a completare il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate. Stiamo mettendo in campo tutte le iniziative necessarie ma so bene che c’è ancora tanto da fare nella consapevolezza che dietro quelle divise ci sono madri, padri, fratelli, figli, famiglie, che si sacrificano per consentire alle nostre forze di polizia di vegliare, notte e giorno, sulla nostra sicurezza ed incolumità, e verso i quali mi permetta di esprimere la mia profonda gratitudine. Il loro lavoro, come quello dei vigili del fuoco, rappresenta una missione che ognuno di loro ha nel cuore, nella mente, nell’anima». Lei è tornata al Viminale da poco più di un mese. Quale sensazione ha provato? «Per 40 anni sono stata un funzionario di questa amministrazione, un servitore dello Stato. Una carriera che mi ha altamente gratificato e che ho vissuto con un convinto senso del bene comune cercando di agire quotidianamente con lealtà, equilibrio e coerenza. Sono tornata con la consapevolezza di essere al vertice di un’amministrazione correttamente considerata per le sue funzioni “il cuore della Repubblica”, ed è evidente che ciò è per me motivo di orgoglio ma anche di grande responsabilità. Conosco le sfide che mi attendono. Il mio unico obiettivoèrendere, anche in questo nuovo ruolo, un buon servizio al mio Paese».
Ieri mattina siamo andati a Hasakah. Per puro caso la rete funzionava ancora fuori dall’area urbana di Qamishli, quando dal Corriere ci hanno segnalato un’autobomba a Hasakah contro una delle più importanti prigioni curde con oltre 2.000 pericolosi detenuti jihadisti di Isis in rivolta. All’ultimo il cambio di percorso. Invece di puntare su Kobane, la città-simbolo delle lotte del popolo curdo contro l’Isis, bombardata dai turchi l’altra notte, abbiamo svoltatoasinistra per andare verso Sud in questa polverosa cittadina che sta al confine tra le regioni arabe attorno a Raqqa, sino a tre anni fa roccaforte del Califfato, e il Rojava curdo. Poco dopo è giunta la notizia che le milizie sunnite siriane agli ordini di Ankara avevano bloccato la strada tra Qamishli e Kobane, poche decine di chilometri davanti a noi. Un frenetico messaggiarsi tra autisti. La spiacevole sensazione di essere circondati. Ma vivi. Non è stata altrettanto fortunata Hevrin Khalaf, una delle più note donne politiche del Rojava. Era partita poco prima di noi. Secondo i suoi consiglieri, sarebbe stata uccisa da una granata proprio andando a Kobane. Giungevano intanto voci di auto in fiamme, combattimenti, persone rapite. Più tardi i comandi curdi sostenevano di averricacciato i nemici verso Nord. Ma non ci sono fonti indipendenti a confermarlo e nessun giornalista è ancora andato a verificarlo di persona. È una situazione che dà il senso di ciò che sta avvenendo in queste ore con il progredire dell’offensiva turca anti-curda violentemente cominciata quattro giorni fa. Dall’aria, l’aviazione di Ankara non ha rivali. Colpisce dove vuole, controlla indisturbata. A terra, sotto le sue ali protettrici, si muovono le milizie siriane, che poi sono le stesse che agli inizi del 2018 hanno sconfittoicurdi nell’enclave di Afrin, presso Aleppo, circa 200 chilometri a ovest da qui. La popolazione è confusa, la geografia delle possibilità di movimento cambia di ora in ora, i curdi sono nel panico. Inizia a scarseggiare la benzina. A tratti le strade sono assolutamente deserte, salvo poi riempirsi di profughi. I militari curdi sguarniscono i posti di blocco, le caserme, i campi di addestramento, evitano di farsi notare dall’aria. In serata i turchi annunciano di avere preso la cittadina frontaliera di Ras al-Ayn. I curdi replicano che stanno ancora resistendo. Di fatto, è il caos. Chiudendo la provinciale per Kobane, e occupando quella che corre lungo tutto il confine turco-siriano, Ankara taglia Rojava in due. L’assedio si stringe. Lo scenario ricorda quello dell’estate 2014: con i curdi ridotti a combattere per un puzzle di territori spesso divisi tra loro, prima che intervenissero gli americani a garantire la difesa di Kobane contro l’Isis e sostenere il loro rilancio. La differenza è che oggi gli americani quasi non ci sono, il regime di Assad avanza e Isis sta rialzando la testa. Un’operazione quella turca che in queste circostanze dunque appare molto più profonda e radicale di quella annunciata da Erdogan a inizio settimana perla creazione di una «fascia di sicurezza» larga 30 chilometri. Diventa palese invece la volontà turca di eliminare il Rojava nel suo complesso, una volta per tutte. Arrivati a metà mattina ad Hasakah è semplice individuare la prigione: un massiccio edificio color sabbia nel quartiere di Gweran circondato da alti muraglioni sovrastati da filo spinato. Lungo il muro, sotto a una casamatta, ecco i resti dell’autobomba carbonizzati. L’esplosione è avvenuta circa alle due di notte, non ha creato danni particolari al muro. «Però ha scatenato una rivolta interna che abbiamo sedato con difficoltà. Ci sono rinchiusi oltre 2.000 detenuti qui. Sono il peggio, i più fanatici di Isis. Tutti volontari stranieri irriducibili. Hanno sentito dell’offensiva turca e credono di poter uscire presto per ricreare Isis. Tra loro ci sono europei, tanti francesi, ma soprattutto ceceni,russi. Gente che non ha nulla da perdere e cerca vendetta», spiega la portavoce curda della guarnigione locale, la 23enne Soze Qamishlo. «Ho scelto di fare la soldatessa a 15 anni e non mi sono mai pentita», aggiunge. Lei è occupatissima a organizzare l’invio dei volontari nelle battaglie contro i turchi. Da qui stanno partendo anche i contingenti con la missione diriaprire la strada per Kobane. Salgono sui pick-up cantando, quasi come in un film, con i nastri dei colpi di mitragliatrici pesanti attorno al collo, grumi di granate alla cintura. È ben contenta di parlareaun giornalista europeo. «Gli americani ci hanno tradito. Però voi europei credete nei diritti civili. Dite di apprezzareicurdi. Sappiamo di godere tante simpatie tra le vostre popolazioni! Come mai non fate nulla contro Erdogan? Noi siamo ancora qui a fare la guardia ai terroristi dell’Isis. Lo facciamo anche per voi. Ma sapete che se scappano torneranno nelle vostre città più determinati che mai a colpirvi?», esclama. Ammette però che col trascorre dei giorni perloro diventa sempre più difficile controllareiprigionieri di Isis: «Sono tanti, oltre 12.000 uomini, di cui quasi 4.000 stranieri, oltre alle donne eifigli nel campo di Al Hol, più di 70.000. Ma per noi le priorità adesso sono altre. Dobbiamo difenderci dai turchi. È una questione esistenziale per Rojava. Quelli di noi che da guardie carcerarie passano a combattere al fronte non vengono rimpiazzati. Siamo a corto di effettivi. Inoltre l’Isis sta tornando a colpire in tutto il territorio. Ci sono cellule dormienti nei villaggi, nelle città». Le sue parole sono ripetute in termini simili tra i 206 curdi fuggiti da Ras al-Ayn negli ultimi tre giorni e aiutati dalle organizzazioni umanitarie locali nella scuola secondaria di Bilal Ben Rabbah. Una goccia nel mare degli oltre 200.000 sfollati totali. Non a caso la scuola si trova alla periferia di Hasakeh. «Se fosse in centro città non ci saremmo fidati. La popolazione è a maggioranza araba da queste parti e temiamo rivolte anti-curde in ogni momento», dicono in tanti. Le condizioni sanitarie appaino terribili: due gabinetti per tutti e manca l’acqua. Il 60 per cento sono bambini. «Nel 2014 quando l’Isis attaccava noi curdi siamo scappati in Turchia. Ma ora siamo circondati da Nord e da Sud. Non sappiamo dove andare», dice Mahmud Hassan, camionista 40enne con cinque bambini piccoli e la moglie malata. Il fratello più giovane mostra un piede fratturato dalle bombe turche. «I mercenari siriani si fanno chiamare con il nome pomposo di Free Syrian Army, in verità tanti di loro sono fanatici jihadisti pronti a tutto. Non hanno alcun problema a uccidere noi curdi, esattamente come l’Isis». È di ieri la notizia di nove civili «giustiziati» dai miliziani. Le condizioni per tornare alle loro case lungo il confine turco? «Una forza Onu di interposizione — risponde il camionista — oppure un accordo tra Rojava e il governo di Damasco, che però deve rispettare l’autonomia curda. Altrimenti niente, resteremo profughi per sempre».
Giustamente, nel giorno del Nobel, sono state ricordate le posizioni filoserbe e negazioniste espresse da Peter Handke durante gli orrori di Srebenica e non solo. Ma c’è qualcosa che fa riflettere sia nelle accuse alla giuria di Stoccolma sia nell’autodifesa degli accademici. Quante volte fior di critici e intellettuali hanno lamentato le bocciature «politiche» consumate negli anni dai giurati del Nobel: non solo ai danni dell’«antisemita» Céline, naturalmente, ma anche a spese dell’«immorale» Nabokov, del «reazionario» Borges, che andava a pranzo con Videla e Pinochet, dello «scandaloso sessuomane misogino» Philip Roth. Il criterio «separatista», discutibile (o indiscutibile) finché si vuole, sarebbe che da una parte stanno le opinioni manifestate qua e là, dall’altra sta il valore dell’opera letteraria. Nessuno può dubitare della genialità poetica del fascista Pound, che pure non è mai stato laureato a Stoccolma. Mentre l’ammirazione dichiarata per Mussolini non impedì a Pirandello di ricevere il premio nel 1934. Emilio Cecchi, in un famoso elzeviro del ’59, lamentò che gli accademici svedesi avessero ignorato D’Annunzio per ragioni ideologiche, mentre avevano premiato Gide: non si sa se considerato riprovevole più per le antiche simpatie sovietiche o per il suo «immoralismo» omosessuale. Del resto, il giudizio etico, apparentemente contrario al «separatismo», è insito nelle (nebulose) ragioni fondative del Nobel della Letteratura, che promuovono l’ autore che si sia «maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale». Dunque sono suonate per lo meno contraddittorie le dichiarazioni degli accademici che giovedì, nel mezzo delle polemiche, hanno giustificato la scelta distinguendo tra il valore letterario di Handke e le sue (eventuali) tesi politiche. Un caso doppio di doppio standard.
a pugnalata alle spalle di Donald Trump agli alleati curdi in Siria sta facendo vacillare la credibilità degli Stati Uniti, in Medio Oriente e non solo. Nel vuoto che si è creato, è però anche drammaticamente evidente la fragilità dell’Europa. La quale Europa è, se non altro per ragioni di vicinanza geografica, la regione più vulnerabile alle conseguenze dell’offensiva turca, sia in termini di possibile nuova ondata migratoria sia in termini di possibile rilancio delle attività terroristiche dell’Isis. In questi giorni dovrebbe essere in prima fila, non solo con dichiarazioni, nella gestione della crisi. Dalla situazione siriana e dalla questione curda, la Ue si è invece tenuta lontana; e nei confronti della Turchia ha compiuto una serie di errori. Il risultato è che oggi è di fatto spettatrice di una azione di polizia cruenta alle sue porte e che Recep Tayyip Erdogan può minacciare, senza ritegno ma anche senza visibili conseguenze, i Paesi europei di aprire le porte a più di tre milioni di migranti. La crisi che si è aperta con il ritiro delle truppe americane dalla Siria è un’occasione – forzata e orribile ma un’occasione – per dare all’Unione europea un minimo di visione geopolitica nella propria difesa. Visione geopolitica che è straordinariamente assente nei governi europei da trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino, e la cui mancanza è sempre più ragione di pericoli. L’esempio forse più evidente dell’illusione europea che la Storia e i conflitti che essa si porta dietro fossero finiti riguarda proprio la Turchia. Nei confronti del Paese che sta sul confine tra Europa e Asia, la Ue ha tenuto una posizione ambigua durante i lunghi anni di trattative per l’ingresso di Ankara nell’Unione. In certi momenti ha illuso i turchi che le porte fossero aperte, in altri, e sempre più negli ultimi anni soprattutto da parte di Germania e Francia, ha sollevato ostacoli. Una forma di aggancio, il più stretto possibile, era quello che la maggioranza dei turchi sperava; la loro delusione ha avuto l’effetto dirafforzare la retorica nazionalista e panturca di Erdogan. Il quale oggi gioca una partita violenta contro i curdi e cinica con gli europei. Più in generale, distratta dalle proprie crisi interne e dall’idea che nella globalizzazione contasse quasi esclusivamente l’economia, l’Europa non ha agito e nemmeno pensato in termini di geopolitica se non quando ne è stata costretta, come nel caso delle sanzioni a Mosca dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia. Non solo non lo ha fatto con la Turchia, non lo ha fatto seriamente nemmeno nei Balcani, oggi terreno di ingresso degli interessi cinesi. E molto poco anche in Africa, al di là degli aiuti umanitari. Ora, in un mondo sempre più pericoloso, è sotto pressione per cercare direcuperare una posizione nel panorama internazionale, non solo per sedersi ai tavoli dove si prendono le decisioni ma anche per costringere altri a sedersi. Non sarà facile. La nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto di volere una Ue «geopolitica», che si muova cioè dandosi un ruolo negli affari mondiali. La commissaria al commercio Cecilia Malmström ha sostenuto che la Ue deve «pensare seriamente» a come proiettare nel mondo i suoi obiettivi di sicurezza e di politica estera, perché «non è veramente equipaggiata per affrontare un mondo in cambiamento». Un politico importante del Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, ha addirittura evocato la necessità di fare parte di «un ordine mondiale che si basa sugli imperi». Sono le crisi e le necessità a produrreisalti di qualità nella politicaenelle istituzioni. La sfida prima che avrà di fronte la nuova Commissione europea, e con essa i governi della Ue, sarà la necessità di passare a un paradigma diverso da quello solo introspettivo che l’ha sostenuta negli scorsi decenni. Di fronte alla crisi di questi giorni dei curdi in Siria e al vuoto lasciato da Trump, la domanda è se ci sia, nel Vecchio Continente, la forza e la volontà di affrontare la nuova realtà prima che sia davvero troppo tardi.
Nessun governo può avere come unico orizzonte allontanare il più possibile le elezioni ed eleggere il presidente della Repubblica. L’obiettivo di un’alleanza non può essere solo tenere a bada il comune nemico. Il governo Pd-5 Stelle è nato in tutta fretta, ma è partito piano. Anche troppo. Discussioni sulle merendine. Una spy-story che prima viene chiarita meglio è, a cominciare dai sospetti incrociati tra Conte e Renzi di aver usato i servizi segreti pro e contro Trump. Una manovra poco ambiziosa, da ordinaria amministrazione. E segnali di freddezza tra leader e leaderini; come se la bussola della vita pubblica continuassero a essere gli interessi personali, gli stessi che hanno portato alla coalizione giallorossa. Quando Salvini ha rotto l’alleanza aprendo la crisi di agosto, tutto lasciava credere che le elezioni sarebbero state inevitabili. Il primo a scartare è stato il più interessato a evitare il voto, Matteo Renzi, proponendo — proprio lui, il nemico dei 5 Stelle un «esecutivo istituzionale» che su 5 Stelle e Pd si sarebbe dovuto inevitabilmente reggere. Il secondo è stato Beppe Grillo, liquidando Renzi come «avvoltoio tentatore» ma di fatto benedicendo il suo disegno. A quel punto Zingaretti ha realizzato di non poter lasciare che la situazione precipitasse verso la scontata vittoria di Salvini. Anche in questa circostanza, il Pd si è proposto come partito «di sistema». Poco importa, dal punto di vista dei suoi dirigenti, se supera il 40% o crolla sotto il 20: noi — ragionano — siamo gli unici che l’Europa considera affidabili, siamo gli interlocutori naturali di Merkel e Macron; già il nostro ritorno al governo tranquillizza i mercati e gli alleati. Il che, a guardare lo spread e i toni flautati di Bruxelles, potrebbe anche rivelarsi vero. Ma non basta. Non basta a un Paese a crescita zero, da cui continuano ad andarsene troppi giovani diplomati e laureati a spese del contribuenti, e in cui continuano ad arrivare troppi disperati facile preda del crimine organizzatoodegli affaristi in nero. Un governo dovrebbe avere un’idea di Paese. Un progetto condiviso per costruire l’Italia del 2023. Idee forti sul lavoro, sull’autonomia del Nordela ripresa del Sud, sulla scuola, sulla giustizia. Soltanto così il governo potrà mettere radici nell’opinione pubblicaereggere la guerriglia di Salvini; che appare ancora frastornato dagli eccessi estivi, ma conserva un ampio consenso, e ora ha conquistato un postochiave come la presidenza del Copasir, il comitato che controlla i suddetti servizi segreti. I 5 Stelle non appaiono interessati a fare chiarezza sul futuro di quel neonato così gracile che è il secondo governo Conte. Ieri Casaleggio e Di Maio hanno respinto seccamente la mano tesa di Zingaretti, che intervistato da Lilli Gruber aveva aperto a una vera alleanza politica. Un rifiuto legittimo, per carità. Ma il Movimento oggi appare dilaniato all’interno, scettico sul futuro, incerto sul proprio destino. Non si capisce se comandino ConteoDi Maio, Grillo o Casaleggio. Se Di Battista sia dentro o fuori, se le richieste di Fico saranno accolte. Se l’esperimento umbro — un candidato «civico» comune con il Pd—rappresenti uno schema o un azzardo. Insomma, i grillini non sono riusciti né sembrano intenzionati a dare un contenuto politico-culturale alla svolta con cui in cinque giorni sono passati da Salvini alla Boldrini, dalla Lega alla sinistra. Il prossimo sarà il weekend di Renzi. Alla Leopolda farà quello che gli riesce meglio: conquistare la scena, lanciare nuove parole d’ordine, suscitare entusiasmi e inquietudini. Ma la sua ansia di visibilità è destinata a indebolire ulteriormente un esecutivo che sembra reggersi sull’antico motto di Andreotti: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Poi venne il 1992, e la nostra piccola rivoluzione italiana. La premessa per costituire un ciclo politico duraturo, anziché limitarsi a prendere tempo in attesa dell’ineluttabile arrivo dei barbari, sarebbe una manovra finanziaria coraggiosa. Quella annunciata si limita a non aumentare l’Iva. Scelta necessaria, ma non sufficiente. Nella vita delle famiglie non cambierebbe nulla. Serve ben altro per scuotere il Paese dalla crescita zero. Gli industriali lombardi, che hanno accolto Conte con educazione ma senza convinzione, hanno indicato la strada: meno tasse e meno assistenzialismo, più investimenti e più incentivi per chi vuole lavorare di più. Detassare gli aumenti salariali sarebbe un segnale interessante; certo migliore di qualsiasi misura parametrata sui redditi dichiarati, che finirebbe per punire la fedeltà fiscale e premiare gli evasori che si vorrebbero combattere. L’Italia della fine degli Anni Dieci resta un Paese di cattivo umore, con poca fiducia in se stesso. Ma non è un malato inguaribile. È un paziente che ha bisogno di uno choc: tagli al fisco oppressivoealla burocrazia che si autoalimenta, investimenti sulla formazione e sulle infrastrutture, per consentire alle famiglie di spendere di più e alle imprese di competere meglio. Questo non significa sottovalutare il peso del debito pubblico. Ma, con il calo dei tassi e la crescita del debito in quasi tutti i Paesi europei, la nostra priorità — più dei tagli — dovrebbe essere la crescita. O, meglio, il lavoro. Che porta con sé la vera crescita, che non è solo economica ma morale. Dopo la guerra vennero prima la ricostruzione e poi il boom. Dopo la lunga crisi non può venire semplicemente un’altra crisi, economicaepolitica. Gli italiani meritano molto di più. Non basta tagliareiseggi per trasformare una casta in classe dirigente.
Makkox si racconta: “Mi piacerebbe girare un film sui vignettisti di destra”
Il disegnatore di Propaganda Live ospite del Festival dell’Innovazione di Settimo Torinese: «Ho un approccio nostalgico alla vita ma amo la tecnologia: voglio ogni novità».
Diego Bianchi in trasmissione lo chiama «genio», ed effettivamente moltissime delle intuizioni di Makkox, al secolo Marco Dambrosio, profumano di genialità. La sua penna e il suo acume sono tra i punti di forza di Propaganda Live (e prima di Gazebo), in onda ogni venerdì sera su La7 e i suoi disegni arricchiscono la produzione di diverse testate, online e su carta. A Settimo Torinse, ospite del Festival dell’Innovazione e della Scienza, l’occasione per raccontarsi in un contesto insolito come la Biblioteca mulimediale Archimede.
Makkox, il tema dell’edizione 2019 è il tempo. Che rapporto ha con il quotidiano e con il tempo che passa?
«Io sono uno di quelli che guardano all’indietro. Le cose belle sono solo quelle che appartengono al passato, ho un approccio alla vita nostalgico. Allo stesso momento però amo la tecnologia, quando esce qualcosa di nuovo devo averlo: dai videogiochi agli occhiali 3d. Nel quotidiano, anche se sembro disordinato, sono invece molto preciso, attento agli orari e alle consegne. Sai quanti con più talento di me ma scarso rispetto per la puntualità adesso fanno i madonnari?»
Nessun problema con l’età che avanza?
«Ma no, non mi guardo allo specchio con sensazione di morte e depressione. Anche se mi fa impressione la scena del metro di Nanni Moretti in Aprile, più che altro perché adoro la trasformazione del dato in immagini. È lo stesso meccanismo che mi ha fatto mostrare con un disegno che se tutti gli uomini stessero in piedi uno accanto all’altro, occuperebbero 10 miliardi di metri quadrati, l’equivalente della superfice della Basilicata. Capite quanto spazio c’è sulla Terra? Come si fa a parlare di invasione?».
In una recente intervista ha raccontato di essere stato un arrabbiato. A vederla oggi, non sembra in grado di odiare.
«Scelgo di non coltivare il rancore perché ti porta via tempo, però ci sono stati periodi in cui le cose non andavano bene. Hai solo voglia di mordere. A casa non andava bene e volevo sfangarmela da solo. Non avevo istruzione, quindi ho iniziato dai lavori manuali. E lì è una giungla. Quindi quando vedo gli arrabbiati un po’ li capisco. Anche se non li giustifico».
Quand’è che si è accorto che poteva vivere con la matita in mano?
«Molto tardi, avevo più di quarant’anni. La prima volta che mi pagarono per un fumetto sul web, erano cento euro, non ci potevo credere. Poi da lì è stato tutto molto rapido e ho iniziato a lavorare tanto».
Conoscere Diego Bianchi è stata la svolta?
«Sicuramente. Anche se non la prima. Luca Bizzarri mi chiamò a fare l’autore di Scherzi a parte su Canale 5. Per me era la prima volta e non mi piacque per niente. Ero nella squadra di Beppe Caschetto, mi voleva mandare a Ballando con le stelle. Ringraziai a tornai a casa a fare i fumetti: “campare, campo lo stesso” mi dissi. Dopo un anno arrivò la chiamata di Diego».
Ma vi conoscevate?
«Sul web in quegli anni ci si conosceva tutti. Tra gli autori c’era un mio carissimo amico, Antonio Sofi. Trovai un posto in cui si parlava il mio linguaggio, mi sentii a casa. All’inizio disegnavo e basta, poi sono diventato una specie di co-conduttore. Ho iniziato a fare in studio quello che facevo nelle riunioni di redazione. Lo scambio tra me e Diego funziona perché siamo così nella realtà».
Credo che una delle cose che piacciono di più dei suoi lavori sia la capacità di coniugare alla satira una certa poetica. Dico bene?
«Ho un innato senso di empatia. Non riesco a condannare definitivamente nessuno. Vabbe’ ad esclusione dei casi limite, tipo Brusca… Però anche del peggiore sui cui faccio satira penso sempre che è un essere umano con i suoi problemi. È cattivo solo perché c’è qualcosa che lo incattivisce, come era per me. Penso che è uno che se potesse, si farebbe un gran pianto e dopo tornerebbe buono. Sapete una cosa? Se potessi io la satira politica non la farei proprio, a me interessa l’avventura umana. Ma fare satira politica paga. Però nei miei cartoon provo sempre a infilare altro».
Nei suoi cartoon c’è sempre un’attenta scelta musicale, la fa lei?
«Quella è la prima cosa. Parto sempre dalla musica, la metto in sottofondo e adatto il disegno a lei. Ho la capacità di ricordare qualsiasi musica mai sentita in un film. Perché la mia vera passione è il cinema, non i fumetti».
E non le piacerebbe fare un film come regista?
«Non lo so, ho troppo rispetto per quel mestiere. Domenico Procacci mi ha detto di pensarci. Un’idea ce l’ho: i vignettisti stanno tutti a sinistra, quelli a destra sono scarsi. L’unica eccezione è Osho che ha trovato un suo format. Ecco nel mio film ci sono io che faccio una scuola di disegno per fasci, per insegnare loro il bello. Ma niente da fare, a Procacci st’idea non piace».
Roma, 18 settembre 1946 Il presidente Terracini [Umberto Terracini, Pci] ricorda che la sottocommissione deve determinare il numero dei componenti della prima Camera. Secondo il progetto dell’onorevole Conti, dovrebbe essere eletto un deputato ogni 150.000 abitanti. La nuova Camera dei deputati, quindi, calcolata la popolazione del paese in 45.000.000 di abitanti, verrebbe a essere composta da circa 300 membri. Ma si è accennato all’opportunità di elevare il numero a 400 o 450. Cappi [Giuseppe Cappi, Dc] ricorda di aver proposto: un deputato ogni 100.000 abitanti. Ne risulterebbe una Camera di 420-450 membri. Fuschini[Giuseppe Fuschini, Dc] crede che sia opportuno andare cauti nello stabilire la proporzione fra abitanti ed eletti. Non è sufficiente tener conto soltanto della popolazione: la questione va risolta, a suo parere, anche in rapporto al modo di formazione della seconda Camera e al numero dei suoi componenti. Infatti, Camera e Senato saranno chiamati a riunirsi non solo in occasione della nomina del presidente della Repubblica, ma anche in determinate speciali situazioni; è quindi il rapporto tra il numero dei componenti dell’una e di quelli dell’altra che bisogna tener presente, per evitare la possibilità che sia il Senato a determinare l’indirizzo politico del paese. Se, ad esempio, nella prima Camera dovessero assottigliarsi a un dato momento le correnti di destra, queste nell’Assemblea Nazionale potrebbero unirsi con la maggioranza della Camera alta, che per sua natura ha sempre una tendenza prevalentemente conservatrice, ponendo la Camera dei deputati in gravi condizioni di inferiorità. […] La Rocca [Vincenzo La Rocca, Pci] crede necessario fissare nella nuova Costituzione il numero dei deputati, mentre la definizione dei dettagli potrà essere rinviata alla legge elettorale. […] La tradizione, anche se a volte è una vis inertiae, non sempre dev’essere trascurata. Il popolo italiano è avvezzo ad avere 500 e più deputati. Inoltre non è opportuno, in regime democratico, diminuire questo numero, perché a tutti deve esser dato il modo di far sentire la loro voce. Restringendo il numero dei deputati, si potrebbe far sorgere il sospetto di essere animati dal proposito di soffocare la volontà delle minoranze. In ogni modo, non crede che sia opportuno fissare la proporzione fra numero di abitanti e numero di deputati: sarebbe meglio stabilire soltanto che la Camera bassa debba essere costituita da un numero di membri non minore di 500. Conti [Giovanni Conti, Pri], relatore, dichiara che gli oppositori alla restrizione del numero dei deputati partono da un criterio non democratico, perché capovolgono la concezione del nuovo stato che sarà organizzato con il criterio non tanto della rappresentanza al centro, quanto della rappresentanza alla periferia. Con la nuova organizzazione statale, la risoluzione di molti problemi sarà affidata alle regioni. Se non si tiene presente questo punto di vista, si torna al concetto dello stato accentrato, affidando nuovamente tutte le mansioni dello stato al governo, alla Camera e al Senato. guardo al numero dei componenti la prima Camera, ritiene che tanto meglio sarà quanto più esso sarà ridotto: l’affollamento non costituisce alcun vantaggio. […] Non è favorevole alla proposta dell’onorevole Cappi e tanto meno al concetto espresso dall’onorevole La Rocca che non si debba abbandonare l’abitudine del popolo italiano ad avere 500 e più deputati. Il popolo italiano disgraziatamente ha una sola abitudine circa il Parlamento: parlarne male; e con la nuova Costituzione occorrerà elevare il prestigio del Parlamento, al che si giunge per una via soltanto: diminuire il numero dei componenti alla futura Camera. […] Nobile [Umberto Nobile, indipendente nelle liste Pci] aggiunge che da un primo calcolo di quello che sarebbe il numero dei parlamentari italiani, secondo le proposte fatte, è venuto alla conclusione che si avrebbero 400-420 deputati circa, 300 senatori e, in ciascuna delle forse 15 Assemblee regionali, un minimo di cento: cioè, più di duemila parlamentari. Conti, relatore, avverte che, secondo calcoli approssimativi, si arriverebbe invece a circa seimila parlamentari. Nobile dichiara che l’interruzione dell’onorevole Conti, dalla quale risulta che le sue previsioni sono state superate, lo convince ancora di più nella sua opinione. Per le indennità a un così gran numero di parlamentari e per le spese di funzionamento dei relativi organi dovrebbero essere impiegate somme ingenti: forse più di due miliardi, che costituirebbero un peso eccessivo per lo stato, specie nelle attuali condizioni. Perassi [Tomaso Perassi, Pri] è pienamente d’accordo con l’onorevole Conti. Ha l’impressione che nelle riunioni precedenti sia largamente prevalso il concetto di ridurre il numero dei Deputati, rispetto a quello passato, per diverse considerazioni, e innanzi tutto perché si passerà da uno Stato accentrato ad uno decentrato, con tutte le conseguenze che ne derivano, fra le quali di assai notevole importanza quella per cui gli affari locali non saranno più di competenza del centro. Con ciò il campo di attività di ogni Deputato non sarà più così esteso come nel passato; onde l’opportunità di ridurre il numero dei membri della prima Camera. Anche altre considerazioni consigliano di giungere alla riduzione, fra cui quella di carattere economico accennata dall’onorevole Nobile, che pure la sua importanza. All’opinione pubblica farebbe assai buona impressione una riduzione degli organi dello Stato, anche in riferimento alla situazione finanziaria del paese. Einaudi[Luigi Einaudi, Unione democratica nazionale] è d’accordo con l’onorevole Conti sulla opportunità di ridurre il numero dei membri, sia della prima Camera che della seconda, anche per ragioni, che crede evidenti, di tecnica legislativa. Difatti, quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata. A proposito poi del necessario rapporto fra il numero dei componenti le due Camere, osserva che non dipende dal maggior numero dei membri la maggiore autorità di un consesso rispetto all’altro. Se si volesse conferire uguali poteri alla Camera e al Senato, si potrebbe farlo anche con un numero di componenti diverso. Ricorda l’esempio del Senato francese in cui il numero dei membri era inferiore a quello della Camera, pure avendo i due organi eguale potestà legislativa, e quello del Senato americano che è composto di solo 96 persone contro le 400 circa della Camera dei rappresentanti; ciononostante il Senato americano ha poteri legislativi e politici di gran lunga superiori a quelli della Camera. Quanto al costo per il funzionamento del nuovo sistema rappresentativo, fa osservare che, anche se esso dovesse aggirarsi intorno ai due miliardi, non sarebbe così eccessivo come sulle prime può sembrare. Basti considerare a tale proposito che la spesa relativa dev’essere messa in rapporto al bilancio dell’esercizio in corso che, purtroppo, si aggira, secondo le previsioni, sui 500 miliardi e con ogni probabilità supererà i 600. Né è dato sperare che tale cifra possa essere suscettibile di notevoli riduzioni degli esercizi successivi. Fabbri [Gustavo Fabbri, gruppo misto] non crede che sia giusto, agli effetti della determinazione del numero dei componenti la prima Camera, basarsi su una probabile limitazione delle sue attività in vista della futura costituzione dell’Ente Regione. Difatti, ammesso pure che la Camera dei Deputati risulti straordinariamente alleggerita nel suo lavoro legislativo, ciò non potrà avere che una sola ripercussione, di carattere economico: si spenderà di meno per la diminuita attività dell’Assemblea e per la probabile riduzione della indennità parlamentare. In altri termini, il fatto che i deputati saranno chiamati a riunirsi soltanto nelle grandi occasioni e per questioni di massima importanza non è, o per lo meno non dovrebbe essere, causa di una riduzione del numero dei componenti la prima Camera. Anzi, le stesse grandi questioni che essi sono chiamati a risolvere rendono più che mai indispensabile una rappresentanza assai larga di tutte le correnti politiche del Paese, anche di quelle costituite dai partiti di minoranza, se veramente si vuole un regime democratico. Ciò posto, è necessario fissare nella Costituzione il numero dei deputati e anticipare fin da ora il parere della Sottocommissione sul numero dei componenti il Senato. […] Il presidente Terracini rileva che la questione in esame è più importante di quanto forse non sembri e che non si tratta già di mettersi d’accordo su un numero preciso, bensì su una questione di principio. […] Il numero dei componenti un’assemblea deve essere in certo senso proporzionato all’impor – tanza che ha una nazione, sia dal punto di vista demografico, che da un punto di vista internazionale. Non è, come ha accennato l’onorevole La Rocca, che si vorrebbe conservare l’attuale numero dei deputati per rispetto a una tradizione, ma perché la diminuzione del numero dei componenti la prima Camera repubblicana sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni. Quindi, se nella Costituzione si stabilisse l’elezione di un deputato ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe questo atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare. Quanto all’osservazione fatta dall’onorevole Nobile circa l’alto costo di un’assemblea parlamentare numerosa, rileva che, se una nazione spende un miliardo in più per avere buone leggi, non si può dire che la spesa sia eccessiva, specie se le leggi saranno veramente buone ed anche se si consideri l’ammontare complessivo del bilancio in corso. Personalmente, quindi, ritiene che il problema in questione non si sarebbe nemmeno dovuto porre: non tanto quello concernente la determinazione del numero dei componenti l’assemblea nella Costituzione, quanto quello della diminuzione di tale numero. Si sarebbe dovuto accettare ciò che poteva essere suggerito dall’attuale vita politica del paese, vale a dire che esso assai opportunamente ha sentito la necessità di adeguare nelle ultime elezioni il numero dei suoi rappresentanti alla aumentata massa della popolazione. Per queste considerazioni un’eventuale diminuzione del numero dei componenti la prima Camera costituirebbe a suo avviso un grave errore politico. Ritiene che la Sottocommissione dovrebbe deliberare su tre punti: 1°) se si debba fissare il numero dei deputati nella Costituzione; 2°) in qual modo – e ciò evidentemente costituisce una subordinata della prima questione – si debba fissare tale numero; se in cifra assoluta o in rapporto a un dato numero di abitanti; 3°) nel caso di approvazione del secondo criterio di cui al secondo punto, quale dovrà essere la proporzione fra il numero dei Deputati e quello degli abitanti. [Per i primi due punti, è approvato che sia fissato nella Costituzione il numero dei deputati ed è approvato che sia fissato in rapporto alla popolazione]. Bulloni [Pietro Bulloni, Dc] propone il seguente ordine del giorno: “La seconda Sottocommissione, a chiusura della discussione circa la composizione della Camera dei deputati, ritenuto che il numero dei componenti della detta Camera quale elemento essenziale alla sua costituzione, deve essere stabilito in sede costituzionale; ritenuta la necessità che la Camera stessa risponda alla suprema esigenza della funzione legislativa attraverso una rigorosa selezione, al fine di assicurare al deputato prestigio e indipendenza; ritenuta la necessità che la Camera dei deputati risulti sempre più aderente alla diretta espressione della volontà popolare; ritenuta necessaria la forma elettiva della seconda Camera, propone che la composizione della Camera dei deputati sia costituita in ragione di un Deputato ogni 100 mila abitanti”. Targetti [Ferdinando Targetti, Psi] propone di abbassare la cifra da 100 mila a 80 mila. Il presidente Terracini indice la votazione per appello nominale sulle due proposte, l’una dell’onorevole Targetti, l’altra dell’onorevole Bulloni, relative rispettivamente all’elezione di un deputato per ogni 80 mila e per ogni 100 mila abitanti. Votano a favore della proposta Targetti per gli 80 mila abitanti i deputati: Bocconi, Di Giovanni, Fabbri, Lami Starnuti, La Rocca, Ravagnan, Targetti, Terracini. Votano a favore della proposta Bulloni per i 100 mila abitanti i deputati: Ambrosini, Bulloni, Calamandrei, Cappi, Codacci Pisanelli, Conti, De Michele, Einaudi, Fuschini, Leone Giovanni, Lussu, Mannironi, Mortati, Perassi, Tosato, Uberti, Vanoni, Zuccarini. Si astiene dalla votazione il deputato Nobile. Il presidente Terracini comunica che la proposta di eleggere un deputato per ogni 100 mila abitanti ha riportato 18 voti favorevoli contro 8, favorevoli all’altra proposta, e un astenuto. Roma, 27 gennaio 1947 Il presidente [della commissione] Ruini [Meuccio Ruini, Unione democratica nazionale] avverte che è da prendere in esame l’articolo relativo alla elezione della Camera dei deputati. Nel testo del Comitato di redazione esso è così formulato: “La Camera dei deputati è eletta a suffragio diretto ed universale in ragione di un deputato per centomila o frazione superiore a cinquantamila abitanti”. Fuschini ha proposto invece una modificazione tendente all’ampliamento del numero dei deputati, portando la cifra degli abitanti da centomila a ottantamila. Fuschini rileva che la diminuzione del numero dei membri della Camera dei deputati si risolve, in ultima istanza, in una diminuzione della sua autorità. In base alla cifra di centomila abitanti, come si propone nel progetto, si avrebbe una Camera di 420 a 430 deputati. La diminuzione sarebbe, a suo parere, eccessiva. La Costituente ha avuto 556 deputati: ma anche le Camere normali non sono state mai inferiori ai 500 deputati e si arrivò a 535, numero massimo cui si è pervenuti in periodo normale. Propone, quindi, di portare ad 80.000 il numero degli abitanti per ogni deputato, così da avere all’incirca una rappresentanza popolare di 500 deputati. […] Il presidente Ruini pone ai voti la proposta Fuschini di sostituire alla cifra di 100.000 l’altra di 80.000. La commissione approva.
Fra poche settimane si concluderà il mio mandato di presidente della Banca centrale europea. E’ una occasione per sollevare lo sguardo dalle incombenze quotidiane, per riflettere sull’esperienza fatta nella speranza che le lezioni apprese possano essere utili per altri. Parlerò poco di politica monetaria o della professione del central banking: preferisco concentrarmi sulla natura delle responsabilità del policy maker. Ho avuto il privilegio di ricevere nelle varie posizioni che ho occupato un mandato da politici designati dalla volontà dei cittadini. Qui in Italia, al Tesoro e alla Banca d’Italia; in Europa, alla Bce e al Comitato economico e finanziario europeo; a livello globale al Financial Stability Board. Ho avuto la fortuna di lavorare con banchieri centrali, funzionari dello stato e politici di eccezionale valore, persone da cui ho appreso molto e a cui mi lega un debito di gratitudine. Spero che almeno alcune delle lezioni apprese da loro possano servire alla prossima generazione di servitori dello stato. Molti studenti di questa e di altre università vestiranno nel corso della propria vita i panni del servitore pubblico: il futuro della società dipende dal sentire il bene pubblico da parte dei giovani migliori e dall’impegno che profondono nel raggiungerlo. Vorrei oggi condividere con voi quelle che mi paiono caratteristiche frequenti nelle decisioni che consideriamo “buone”: la conoscenza, il coraggio, l’umiltà. Naturalmente la loro presenza non garantisce che si prenda sempre la decisione giusta. I policy maker spesso decidono in condizioni di incertezza in cui i risultati raramente sono conosciuti e valutabili con sicurezza. “Quasi tutti i problemi sono estremamente complessi […] la realtà è per sua natura complessa e ambigua”, notava qualche anno fa l’ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti Robert Rubin. La conoscenza L’incertezza in cui operano i policy maker è dunque sostanziale. A maggior ragione le loro decisioni dovrebbero cercare di essere fondate sulla conoscenza degli esperti. Essa fornisce le basi: per comprendere nel profondo un problema, per essere in grado di prendere decisioni ponderate, il cui merito tecnico è tenuto distinto dal merito politico, e per saperle eventualmente correggere alla luce delle nuove evidenze. Il policy maker non può appoggiarsi alla realtà empirica nello stesso modo di uno scienziato ma può utilizzare lo stesso approccio nell’analisi dell’esperienza e nel processo di verifica delle ipotesi adottate con l’obiettivo di rispondere meglio alle richieste che i cittadini rivolgono ai governi. Oggi viviamo però in un mondo in cui la rilevanza della conoscenza per il policy making è messa in discussione. Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco. In questo contesto è più facile per il policy maker rispecchiare semplicemente quelli che egli reputa essere gli umori della pubblica opinione, sminuendo il valore della conoscenza, assumendo prospettive di breve respiro e obbedendo più all’istinto che alla ragione. Ma solitamente ciò non serve l’interesse pubblico. La lezione della storia è invece che le decisioni destinate ad avere un impatto duraturo e positivo sono basate su un lavoro di ricerca ben condotto, su fatti accuratamente accertati e sull’esperienza accumulata. Così è stato ad esempio per il sistema di Bretton Woods che ha stabilizzato l’econo – mia globale dopo la guerra, assistendone lo sviluppo per decenni e creando le istituzioni finanziarie senza le quali non potremmo oggi cercare di governare le conseguenze della globalizzazione. Quel sistema non sarebbe mai nato senza la incessante ricerca empirica condotta durante la guerra da un grande economista: Ragnar Nurske e senza l’esperienza e la visione di John Maynard Keynes. La competenza fondata sulla conoscenza è essenziale per capire la complessità, nel nostro caso, delle dinamiche economiche e sociali, per quantificare i rischi associati a determinate situazioni e per valutare di conseguenza l’effettiva necessità di una certa azione; per stimare i trade off e gli effetti distributivi di un intervento, individuando coloro che ne beneficiano e coloro che ne vengono danneggiati. Credo ciò sia importante in ogni ambito di policy. Un esempio particolarmente significativo è costituito dal cambiamento climatico. E’ solo grazie al lavoro degli studiosi del clima che possiamo comprendere gli scenari che ci aspettano, i feedback potenziali fra i vari ecosistemi, quantificando i rischi estremi e i costi dell’inazione – come ha mostrato brillantemente l’economista Martin Weitzman – e prevedendo le regioni e i settori produttivi maggiormente esposti come ad esempio l’agricoltura che in Italia e in molti altri paesi verrà investita da eventi meteorologici sempre più difficili da gestire. Come per la crisi ecologica, la crisi dell’area dell’euro ha rivelato l’esistenza di molteplici circoli viziosi precedentemente non ben compresi, ad esempio quello fra debiti sovrani, banche e imprese. La crisi ha inoltre messo in discussione ciò che sapevamo su alcune relazioni di fondo nell’econo – mia, come quella fra disoccupazione e inflazione. La ricerca e l’analisi accurata dei dati dell’econo – mia dell’Eurozona, il lavoro degli economisti e degli statistici sono da decenni il pilastro su cui poggiano le valutazioni della Bce. In più occasioni queste attività hanno avuto un’importanza cruciale nel contestualizzare correttamente il problema e nel fornire le coordinate per una risposta efficace. Un esempio in questo senso è l’inedito insieme di misure disegnato nel 2014-15, con l’introduzione di tassi di interesse negativi e l’acquisto di titoli pubblici, per scongiurare l’incipiente deriva verso la deflazione. Allora molti policy maker, me incluso, si interrogavano su come queste misure potessero funzionare nell’area dell’euro. I tassi di interesse non erano mai stati sospinti nella zona negativa in una grande economia; non conoscevamo gli effetti degli acquisti di titoli pubblici in un’economia basata sulle banche come l’area dell’euro. Entravamo in terra incognita, dove per definizione gli effetti delle nostre azioni non potevano essere previsti con certezza. Le decisioni furono tuttavia guidate dai riscontri di cui disponevamo e da una valutazione complessiva dei rischi e delle opzioni utilizzabili per rispondervi. L’evidenza era allora univoca: senza ricorrere a misure non convenzionali la Bce non sarebbe stata in grado di adempiere al suo mandato di tutelare la stabilità dei prezzi. Le analisi suggerivano che il limite effettivo dei tassi di interesse era inferiore a quanto precedentemente ritenuto e che gli acquisti di titoli pubblici potevano avere un impatto rilevante tramite le banche perché ne avrebbero ridotto i costi di finanziamento e le avrebbero incentivate a far credito all’economia reale piuttosto che al settore pubblico. Le più recenti stime lo hanno confermato. Esse mostrano che le misure introdotte hanno avuto un impatto sostanziale, contribuendo per 2,6 punti percentuali alla crescita del pil nell’area dell’euro fra il 2015 e il 2018 e per 1,3 punti percentuali all’inflazio – ne. Almeno un quinto dell’impatto complessivo sulla crescita nell’anno di picco, il 2017, è attribuibile ai tassi negativi, mentre gli acquisti di titoli contribuiscono per la maggior parte della quota restante. Nelle nostre valutazioni tenevamo conto anche dei possibili effetti collaterali. Tutte le politiche monetarie ne producono, anche in tempi normali, incidendo su alcune categorie più che su altre. Ma come banca centrale dell’intera area la Bce deve valutare il quadro complessivo e verificare se i benefici netti delle misure intraprese superano i costi potenziali. I dati suggerivano – e continuano a suggerire – che così in effetti era, una conclusione condivisa da tutta la comunità del central banking, come mostra un recente rapporto della Banca dei regolamenti internazionali. Tuttavia, come sempre per il policy making basato sull’evidenza empirica, le conclusioni che si raggiungono devono essere aggiornate e riviste, quando necessario. E’ in quest’ottica che la Bce ha recentemente corretto il tiro, in materia di tassi negativi, introducendo un sistema a due livelli per la remunerazione delle riserve in eccesso. In altre circostanze, sempre un’accurata analisi fattuale ha mostrato come la preoccupazione di un peggioramento della diseguaglianza a seguito delle politiche non convenzionali fosse infondata, rafforzando la determinazione della Bce a proseguire nella stessa direzione. Questo non significa che gli esperti – inclusi quelli della Bce – possano contare su una conoscenza perfetta. Le teorie non spiegano necessariamente tutto e le previsioni che ne discendono possono rivelarsi errate. La crisi ha mostrato che l’opinione prevalente nella professione sbagliava nel ritenere che i mercati finanziari potessero autoregolarsi. In effetti, lo ha spiegato Robert Shiller, non solo gli agenti operanti sul mercato ma anche gli esperti possono cadere vittima di “epidemie narrative” con effetti negativi sull’economia. Contrastare questi fenomeni non significa rifiutare il valore della conoscenza. Gli esperti devono continuamente mettere in discussione le loro ipotesi, riesaminare le evidenze, e saper ascoltare la voce di chi non è d’accordo. Per i policy maker i dissensi sono come uno specchio con cui osservare le proprie azioni e costituiscono uno strumento con cui spezzare la forza delle narrative dominanti. Ciò è essenziale per l’avanzamento della conoscenza e rappresenta il fondamento del progresso scientifico. Nulla può sostituire per chi deve prendere decisioni il ruolo di un’analisi rigorosa, accompagnata dell’esperienza. Il coraggio La conoscenza non è però tutto. Una volta stabilito nella misura del possibile come stanno i fatti arriva il momento della decisione. Anche nel caso della politica economica, le azioni hanno sempre effetti collaterali e conseguenze indesiderate. Vi sono situazioni in cui anche le migliori analisi non danno quella certezza che rende una decisione facile: la tentazione di non decidere è frequente. E’ in questo momento che il policy maker deve far leva sul coraggio. Anche il non agire rappresenta infatti una decisione. Quando l’inazione compromette il mandato affidato al policy maker dai legislatori, decidere di non agire significa fallire. In molti casi i policy maker devono agire consapevoli che le conseguenze delle loro decisioni sono incerte, ma convinti che l’inazione porterebbe a conseguenze peggiori e al tradimento del loro mandato. Spesso, durante la crisi dell’ultimo decennio la necessità di prendere decisioni anche cruciali si è scontrata con il timore che non tutte le possibili complicazioni fossero state considerate, con l’opposizione da parte di interessi costituiti, con i dubbi sulla legittimità ad agire. L’inazione trova la sua radice nella convinzione che l’esi – stente non abbia bisogno di modifiche, anche quando tutta l’evidenza e l’analisi indicano la necessità di agire. Questo autocompiacimento acritico si avvale delle giustificazioni più diverse e generalmente non verificate nella realtà. La costituzione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), il varo della vigilanza bancaria europea, la creazione del Fondo di risoluzione unico sono stati tutti ostacolati adducendo problemi di azzardo morale che sarebbero discesi dalla riallocazione a livello europeo di alcune responsabilità nazionali. In retrospettiva, ai governi dell’area dell’euro non è mancato il coraggio; hanno saputo compiere i passi giusti nei momenti cruciali. L’unione monetaria è ora più forte e gran parte delle paventate complicazioni si sono rivelate infondate. Il punto importante, in questa sede non è che queste decisioni si siano rivelate appropriate ex post; conta invece che, quando la necessità di agire è stata documentata e motivata è stato trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni, per il bene dell’Unione economica e monetaria. Il secondo ostacolo incontrato dai riformatori è l’opposi – zione da parte degli interessi costituiti. Fu infatti immediatamente chiaro che alcuni governi avrebbero dovuto varare un programma di riforme strutturali per migliorare le prospettive di crescita e ridurre la disoccupazione. Le riforme strutturali non possono beneficiare tutti: accanto ai vincitori ci sono i perdenti che si oppongono alla loro realizzazione. Eppure quei governi hanno saputo distinguere gli interessi costituiti dall’interesse pubblico, guardando alla larga maggioranza che si sarebbe giovata delle riforme. I risultati positivi sono oggi sotto gli occhi di tutti. Con riferimento specifico al mercato del lavoro, l’evidenza mostra chiaramente come le riforme realizzate dopo la crisi abbiano ridotto sia la componente strutturale della disoccupazione che quella ciclica. Esse hanno inoltre accresciuto la reattività dell’oc – cupazione alla crescita, contribuendo per questa via all’au – mento di 11 milioni di occupati registrato nell’area dell’euro dalla metà del 2013, quando si avviò la ripresa. Il terzo ostacolo sono i dubbi sulla legittimità ad agire. Anche la Bce ha incontrato quest’ostacolo con riferimento a molte delle sue misure non convenzionali, non da ultimo le operazioni monetarie definitive (Omt) introdotte nell’estate del 2012. Alcuni vi si opposero con decisione, perché a loro parere il compito di stabilizzare l’area dell’euro spettava ai politici, non alla Banca centrale che così facendo avrebbe invaso il campo della politica fiscale. Da un lato, vi era il timore che l’impe – gno ad acquistare illimitatamente titoli pubblici avrebbe potuto rendere incerto il confine fra la politica monetaria e le altre politiche. Ma in questo caso si trattava più di una questione di disegno che di principio. Era necessario mettere in campo garanzie e limiti che contenessero i rischi, obiettivo che realizzammo, fra l’altro, con la condizione che fosse attivato simultaneamente un programma da parte del Fondo europeo di stabilità (Esm) in grado di garantire l’at – tuazione di politiche di bilancio adeguate per poter accedere all’Omt. La Corte di giustizia europea confermò che il disegno delle operazioni era pienamente conforme al mandato della Bce. D’altro canto emergeva il rischio concreto che se non avessimo agito con decisione l’area dell’euro sarebbe stata investita da una catastrofica destabilizzazione, con profondi effetti deflattivi. Nel luglio del 2012 gli spread dei titoli pubblici a 10 anni rispetto all’equivalente titolo tedesco erano pari rispettivamente a 500 punti base in Italia e a 600 in Spagna; valori ancora più elevati si registravano per la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda. Il costo di protezione dalla deflazione era cresciuto da 184 punti base nel gennaio del 2012 a 276 in luglio. Il coraggio necessario per agire venne dalla convinzione che i rischi incombenti sarebbero stati assai maggiori se non avessimo fatto nulla. Saremmo in questo caso semplicemente venuti meno al nostro mandato e avremmo potenzialmente messo a rischio l’integrità della moneta che avevamo il compito di preservare. Ciò rendeva inevitabile la decisione presa; era l’unica possibile per un policy maker responsabile. Le operazioni monetarie definitive Omt non sono state mai attivate ma l’effetto del nostro impegno a fare tutto ciò che fosse necessario per preservare l’euro fu potente, equivalente a quello di un programma di acquisto di titoli su larga scala. Gli spread nei paesi esposti caddero in media di 400 punti base nei successivi due anni. L’impatto macroeconomico dell’annuncio del programma fu di entità analoga a quella di altri programmi di acquisto di attività finanziarie che vennero attuati in altri paesi. Ricerche condotte nella Bce mostrano che gli effetti sul pil e sui prezzi sono stati sostanzialmente in linea con quelli prodotti dall’espansione monetaria (Qe) attuata negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’umiltà L’umiltà discende dalla consapevolezza che il potere e la responsabilità del servitore pubblico non sono illimitati ma derivano dal mandato conferito che guida le sue decisioni e pone limiti alla sua azione. I funzionari pubblici, le banche centrali in particolare, ricevono un mandato politico, nel senso che esso è il frutto di un processo politico. I membri del Comitato esecutivo della Bce sono nominati dal Consiglio degli stati – il Consiglio europeo – e sugli stessi esprimono un parere i rappresentanti dei cittadini: il Parlamento europeo. Sono vincolati da un obiettivo, la stabilità dei prezzi, che in Europa ha valore costituzionale – è iscritto nel Trattato. Altrove è definito dalla legge, ma scaturisce sempre da un processo democratico. Essi devono dunque rispondere ai parlamenti della loro azione. Un mandato politico è essenziale affinché l’indipendenza della banca centrale sia compatibile con la democrazia. Le banche centrali sono potenti e indipendenti ma non sono elette dai cittadini: è un assetto accettabile solo se esse agiscono sulla base di un mandato chiaramente definito dato da coloro che sono eletti e a cui devono pubblicamente rispondere. Il presidente della Bce viene ascoltato almeno ogni tre mesi dal Parlamento europeo, e nel mio caso ciò ha comportato quaranta audizioni in otto anni; inoltre sono stato convocato dalle commissioni parlamentari in diversi paesi per spiegare le nostre azioni e per rispondere alle loro domande. La natura politica del nostro mandato ha alcune implicazioni essenziali: non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. E’ nostro dovere farlo. Rassegnarsi a venirvi meno non è un’opzione accettabile se abbiamo gli strumenti per adempiere alle nostre responsabilità. Al contempo, il mandato implica l’obbligo permanente di agire rigorosamente nei limiti della legge. Nessun policy maker responsabile può mai concepire di agire ultra vires. Tutta l’azione della Bce durante la crisi è stata guidata da questo principio. Un esempio particolarmente significativo è la situazione che dovemmo affrontare in Grecia alla metà del 2015. Fronteggiavamo allora due posizioni diametralmente opposte. La prima sosteneva che la Bce avrebbe dovuto interrompere i finanziamenti alla Grecia; ciò avrebbe determinato il collasso completo dell’economia greca e la probabile uscita del paese dall’euro. La seconda riteneva che dovessimo in ogni caso fornire liquidità illimitata e incondizionata al governo e all’economia della Grecia. Nel primo caso la Bce avrebbe innescato un processo eminentemente politico di enorme portata con possibili ricadute sul mandato stesso della Bce, una decisione comunque di competenza delle autorità politiche, espressione della volontà dei cittadini. Nel secondo, avremmo potenzialmente avviato un finanziamento monetario o sostenuto banche senza adeguato collaterale, violando così il Trattato. Seguimmo un sentiero che rispondeva ai doveri del mandato, rimanendo rigorosamente entro i limiti della legge. Il sostegno dato alla Grecia fu sostanziale: al suo picco, la somma dei prestiti erogati dalla Bce e dalla Banca di Grecia alle banche del paese raggiunse 127 miliardi, corrispondenti al 71 per cento del pil. Ma i finanziamenti non furono mai né incondizionati né illimitati. L’aderenza a un programma di risanamento concordato con l’Eurogruppo garantiva la qualità del collaterale, i titoli di stato dati dalle banche greche come garanzia per il loro finanziamento. Inoltre varie clausole evitavano qualsiasi finanziamento monetario del bilancio pubblico. La Bce si mantenne così entro i limiti del suo mandato. In ultima analisi la nostra scelta si è rivelata giusta, sia per la Grecia che per l’Europa, anche se il prezzo per i cittadini greci è stato alto. Grazie alla solidarietà dell’Europa, al coraggio e all’impegno dei successivi governi greci si è trovato un percorso per uscire dalla crisi. Siamo sempre stati consapevoli della entità e dei limiti dei nostri obblighi legali. Per questo non ci hanno preoccupato i ricorsi contro alcune nostre decisioni presentati alla Corte di giustizia europea. Anzi, ne siamo stati lieti perché ciò ha consentito alla più alta autorità giuridica europea di confermare la piena legittimità delle nostre azioni e di chiarire quali ne fossero i limiti. La Corte non soltanto affermò che gli acquisti di attività sono uno strumento legittimo di politica monetaria nell’area dell’euro, ma rilevò anche l’ampia discrezionalità della Bce nel ricorrere a tutti i suoi strumenti secondo necessità e in maniera proporzionata per conseguire il suo obiettivo. Ho descritto la nostra posizione con l’imperativo di “fare tutto ciò che dobbiamo entro il nostro mandato e per adempiere al nostro mandato”. Ma il riconoscimento dell’estensione e dei limiti del nostro mandato comporta l’obbligo di parlare chiaramente quando necessario e di spiegare le opzioni disponibili. Oggi ciò è necessario. Descrissi una volta l’indipendenza della banca centrale come indipendenza nell’interdipendenza. Intendevo con ciò sottolineare che il contesto istituzionale nel quale operiamo influenza la velocità con la quale raggiungiamo il nostro obiettivo e l’entità degli effetti collaterali delle nostre azioni. E’ doveroso esprimere con chiarezza quando altre politiche potrebbero rendere il nostro compito più agevole e rapido. L’indipendenza della Banca centrale non è un fine in se stesso. Il suo scopo risiede nel garantire la credibilità della Banca centrale nel perseguimento della stabilità dei prezzi e nello scongiurare che la politica monetaria sia succube della politica fiscale; essa assicura così una “dominanza monetaria”. L’indipendenza della Banca centrale non impedisce perciò un dialogo con il governo quando è evidente che esso consentirebbe un più rapido ritorno alla stabilità dei prezzi. Pone soltanto dei limiti ai suoi eventuali effetti. In particolare un coordinamento delle politiche, quando necessario, deve contribuire alla stabilità monetaria e non può ostacolarla. Per questa ragione, sin dal 2014 abbiamo rivolto sempre maggiore attenzione al mix di politica macroeconomica nell’area dell’euro, vale a dire alla combinazione dei contributi forniti dalle politiche monetaria e fiscale al sostegno dell’economia. Dove la politica fiscale ha svolto un ruolo più rilevante dopo la crisi, il ritorno alla stabilità dei prezzi è stato più rapido. Negli Stati Uniti, ad esempio, dal 2009 al 2018 il disavanzo primario strutturale è stato in media pari al 3,6 per cento del pil potenziale, nell’area dell’euro si è registrato un avanzo pari allo 0,5 per cento. E’ una delle ragioni per cui i tassi di interesse hanno potuto risalire più velocemente negli Stati Uniti, mentre nell’area dell’euro sono bassi o negativi da lungo tempo. Una politica fiscale più attiva nell’area dell’euro permetterebbe quindi di modificare più celermente quelle politiche dei cui effetti negativi su alcune categorie di cittadini e di intermediari siamo ben consapevoli. E’ sempre avendo in mente “indipendenza nell’interdi – pendenza” che, durante il mio mandato, la Bce ha continuamente auspicato il varo di ulteriori riforme istituzionali nell’area dell’euro. Abbiamo accolto con favore i progressi realizzati ed esortato governi e parlamenti a proseguire il loro impegno in questa direzione. Lo abbiamo fatto perché siamo convinti che solo in questo modo la nostra unione monetaria potrà divenire più robusta e essere più capace di rispondere alle attese che ne hanno motivato la creazione. Conclusioni Come ho detto nell’introduzione, mi auguro che molti studenti di questa università decidano un giorno di mettere le loro capacità al servizio pubblico. Se deciderete di farlo, non dubito che incontrerete ostacoli notevoli, come succede a tutti i policy maker. Ci saranno errori e ritirate perché il mondo è complesso. Spero però che vi possa essere di conforto il fatto che nella storia le decisioni fondate sulla conoscenza, sul coraggio e sull’umiltà hanno sempre dimostrato la loro qualità. La creazione dell’Unione europea, l’introduzione dell’eu – ro e l’attività della Bce hanno incontrato molti ostacoli e dovuto fronteggiare molte critiche. Hanno dimostrato nondimeno il loro valore; oggi sono coloro che dubitavano a essere messi in discussione. Ciò riflette lo sviluppo normale delle unioni monetarie, che è lento, non lineare, accidentato. Gli Stati Uniti, ad esempio, non ebbero una banca centrale per più di 130 anni dopo la loro fondazione; il bilancio federale ha assunto un vero ruolo solo negli anni Trenta dello scorso secolo. Oggi pochi penserebbero di ritornare indietro. E’ essenziale per lo sviluppo di un’unione monetaria che i suoi cittadini credano nell’unione e la assumano comunque, anche criticamente, come riferimento piuttosto che considerare tutti i problemi guardando all’orizzonte del loro punto di vista particolare. Mi sembra che le ultime elezioni per il Parlamento europeo, forse le prime incentrate su temi prevalentemente europei, lo abbiano confermato. Anche chi mirava a rallentare l’integrazione europea non ha contestato la legittimità delle istituzioni dell’Unione, pur criticandole anche duramente. I parlamentari eletti sono risultati in maggioranza a favore dell’Europa. Per questa ragione sono ottimista sul futuro dell’Europa. Penso che col tempo essere parte dell’Ue e dell’Unione monetaria sia diventato normale per gran parte dei cittadini. L’euro è più popolare che mai; il sostegno all’Ue tocca i valori più alti registrati dall’inizio della crisi. Nei dibattiti sul futuro dell’Europa si discute sempre meno se la sua esistenza abbia senso e assai di più sulla via migliore per avanzare. Su queste basi la nostra Unione può durare e prosperare.