Joseph Mifsud non sappiamo dove sia e non abbiamo nessuna evidenza di sue relazioni con agenti della nostra intelligence. Questa è stata la risposta dei capi dei servizi segreti italiani alle domande incalzanti della delegazione guidata dal ministro della giustizia americano William Barr durante lo strano incontro del 27 settembre scorso a Roma con i capi dei servizi segreti italiani. Di qui la delusione di parte americana spifferata ai media amici oltre oceano. Però, a quel che risulta al Fatto, alcune cose rilevanti sarebbero state dette nel vertice tra l’uomo di Trump e le nostre “super-spie”.“Se lo state cercando, le ultime tracce che noi abbiamo trovato portano alla Russia. E a qualche contatto con l’Ucraina. Non all’Italia”, questo avrebbero detto i nostri agli americani, secondo le fonti consultate dal Fatto. IN MANCANZA di trascrizioni della conversazione italo-americana, bisogna arrangiarsi con le versioni non ufficiali. Quelle raccolte dal Fatto danno conto di una richiesta, molto sfumata, sempre da parte americana agli italiani, di fare riscontri su eventuali notizie di agenti occidentali che avessero avuto contatti con il professor Joseph Mifsud durante le fasi calde del Russia-Gate. Sempre stando a quanto ricostruito dal Fatto, la nostra risposta sarebbe stata quella di una piena disponibilità a cooperare, però lungo le vie ufficiali. Se gli Stati Uniti vogliono riscontri a piste investigative complottistiche, in sostanza, devono chiedere le indagini opportune con rogatoria alle autorità competenti o tramite la comune cooperazione tra le rispettive agenzie. Il terzo punto affrontato è stata una richiesta di senso inverso. Trattandosi di un incontro chiesto e ottenuto dagli americani sotto la categoria dello scambio di informazioni per utilità reciproca e non unidirezionale, i funzionari italiani avrebbero richiesto agli americani presenti: “Voi avete qualche elemento che vada nel senso di contatti o collusioni di agenti italiani con le manovre del professor Mifsud?”. La risposta è stato un secco no. Dopo l’incontro interlocutorio tra gli italiani c’è stato chi si è posto una domanda banale: perché non procedere con la cooperazione internazionale per vie ufficiali e soprattutto segrete, oltre che più redditizie? Perché Trump si è mosso come un elefante in una cristalleria, chiamando Conte e poi inviando l’attorney general William Barr a un incontro diretto con i servizi italiani? Anche perché tutte le fonti confermano l’assenza di una richiesta ufficiale da parte delle autorità americane sul most wanted professor. Finora Mifsud non lo cerca né l’FBI, né la Cia, né per via di rogatoria né attraverso altri canali di polizia. Se è vero che nessuno sa dove sia il professore maltese al centro del girone di ritorno della spy-story che potremmo chiamare “Russia-Gate 2 la vendetta”,è vero anche che gli Stati Uniti non hanno fatto un passo formale per interrogarlo né tanto meno arrestarlo. L’unica forma di interesse nei confronti di questo professore di 59 anni sparito nel nulla dal maggio 2018 sembra avere natura politico-mediatica. Le visite di Barr in Italia assumono senso solo nell’ambito di una campagna mediatica più vasta, che non somiglia lontanamente a un’inchiesta internazionale sulle origini del Russia-Gate. Se si guarda con questi occhiali la vicenda è interessante vedere come e dove sia uscita la notizia. La notizia degli incontri con i vertici dei nostri servizi segreti esce il 30 settembre sul Washington Poste sul New York Times. La storia viene rilanciata e ampliata con alcuni dettagli imprecisi e uno spin più complottista sul sito Dail ybeast, fondato dall’ex editor di New Yorker e Vanity Fair, Tina Brown, sempre negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia non fa molto per nascondere la visita e anzi la conferma. In Italia un sito aveva anticipato l’in di sc rezione sul senso “i n v e s t ig a t i v o ” del viaggio di Barr: era stato il 28 settembre InsiderOver, edito dalla società Il Gior nale on line dei Berlusconi. La notizia poi esplode quando il Corriere della Seraci sale sopra con conferme, dettagli ulteriori e corredo di polemiche politiche anti-Conte. Però è in America che la missione di Barr ha assunto senso. Mediatico. IL MINISTRO della giustizia, attorney general William Pelham Barr, con procuratore John Durham al seguito, ha fatto, come si dice in gergo a Roma, non a New York, una bella “giornalata”. In questa chiave probabilmente assume senso la cronologia dei fatti noti: la telefonata di Trump a Conte, la prima visita a Roma del 15 agosto nella quale Barr chiede al capo del Dis Gennaro Vecchione l’introduzione ai vertici dei servizi. La richiesta ‘segreta’(con il timer attivato e pronta a esplodere sui giornali) di trovare in Italia tracce di Mifsud e provare il mega-complotto dei democratici occidentali ai danni del povero Trump nel 2016. La sensazione è che Barr non fosse a caccia di elementi per provare il teorema che da molti mesi opinionisti e politici re pu bb li ca ni cercano di spingere in tutti i modi. La sensazione è che le missioni di Barr in Australia, Regno Unito e Italia, assumano senso solo se lette insieme allo s pi n impresso alle fughe di notizie negli Stati Uniti. Tutto il resto (le polemiche politiche sull’in g e n ui t à del Capo del Dis Gennaro Vecchione, le richieste di Matteo Renzi a Conte di lasciare la delega sui servizi, le insinuazioni su una collusione, poco sensata alla luce dei fatti noti, tra la nostra intelligence nel 2016 ai tempi di Renzi con il misterioso professore maltese amato in Russia e introdotto in occidente) sono solo dettagli, visti da Washington i nostri travagli sono solo trascurabili danni collaterali.

“Fino all’anno scorso, se andava via la luce bastava chiamare il Comune e in quattro e quattr’otto si risolveva tutto. Alla prossima Leopolda, per ovvie ragioni, non sarà più così”. Che Matteo Renzi non sia più il dominusnemmeno di Firenze, si capisce da questa battuta che gira tra i corridoi di Palazzo Vecchio. E spiega anche plasticamente le difficoltà organizzative, ma soprattutto politiche, che l’ex premier sta incontrando in vista della Leopolda numero dieci, l’atto fondativo del suo nuovo partito “Italia Viva”. Qui, nella stazione abbandonata alle porte di Firenze, il prossimo fine settimana Renzi presenterà il logo su cui è al lavoro da agosto, ci saranno i tradizionali tavoli di lavoro (50, invece di 100) e ha già annunciato “u n’alluvione di idee, proposte e progetti per i prossimi dieci anni”. Nulla di nuovo rispetto agli scorsi anni, almeno nella retorica. Il format e gli allestimenti invece, saranno tutti nelle mani del manager dei vip Lucio Presta, che ha prodotto anche il documentario dell’ex premier “Firenze secondo me”. I suoi uomini sono già al lavoro da giorni. Il palco per Renzi viene prima di tutto. MA QUEST’ANNO l’ex premier e i suoi stanno incontrando più ostilità del solito sia dal punto di vista organizzativo che politico. Se come ogni anno, allestimento, ospiti e programma saranno aperti fino all’ultimo momento utile, dopo la scissione la Leopolda 10 si è trasformata nell’atto fondativo di un nuovo partito. E se la kermesse fondativa del renzismo ha perso negli anni molto del suo smalto, quest’anno Renzi è costretto a invertire la tendenza. L’organizzazione è in mano al trio Boschi-Rosato-Bellanova. Renzi ufficialmente sta un passo indietro, ma in realtà supervisiona tutto quello che conta. Secondo quanto risulta al Fat – to, è ancora tutto “in alto mare” anche per le diffidenze del Comune e della giunta Nardella che non vuole farsi troppo “contami – nare” con l’evento politico di un altro partito. Il Pd diserterà in massa l’even – to. Il sindaco di Firenze, renziano della prima ora, è rimasto con i Dem e spiega – quasi a volerne prendere le distanze –che andrà alla Leopolda solo per “fare i saluti istituzionali”. Non andranno invece quegli ex fedelissimi che sono rimasti nel Pd come Alessia Rotta, Andrea Romano, Alessia Morani, Andrea Marcucci e Simona Malpezzi. “È solo un sollievo non andarci quest’anno – dice al Fatto un ex renziano di ferro – perché almeno non devo organizzare nulla”. RENZI, seppur informalmente, continua a invitarli, perché così facendo il Pd legittimerebbe “Italia Viva” ma alla fine si dovrà accontentare dei suoi fedelissimi più qualche sparuta presenza tra cui spicca il nome di Simona Bonafè, segretaria Pd toscana ed europarlamentare, “costretta” ad andare perché eletta ai vertici del partito regionale proprio grazie al sostegno di Renzi. E perché le Regionali sono dietro l’angolo. Né lei, né gli (eventuali) altri andranno domenica quando ci sarà il tradizionale discorso di chiusura del capo. “Rispetto agli anni precedenti ci sono molti più problemi –conferma un dem toscano che ha sempre sostenuto l’ex premier – perché la Leopolda di quest’anno è diventato l’at – to di nascita di un altro partito e anche chi si trova nella zona grigia tra andare o rimanere nel Pd è in seria difficoltà: se va, a quel punto sarà etichettato come un traditore”. Dall’altra parte della barricata i renziani si attendono un nuovo smottamento dal Pd proprio come effetto della Leopolda: la due giorni di Firenze dovrà servire anche a convincere amministratori, sindaci e semplici iscritti a passare a “Ita – lia Viva”. Nel Pd toscano però sta aleggiando anche un altro retropensiero, che arriva dopo l’annuncio di Renzi di una possibile lista in appoggio a Stefano Bonaccini alle prossime regionali in Emilia: la Leopolda potrebbe anche servire all’ex premier per lanciare il suo candidato per le elezioni in Toscana dell’anno prossimo e mettere così i bastoni tra le ruote ai dirigenti che stanno tentando i primi approcci tra Pd e M5S. E gli occhi sono tutti puntati sul sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro, eletto nel 2015 con una lista civica di sinistra, invitato ufficialmente da Renzi a fare un intervento dal palco. Sugli ospiti “vip” invece non ci dovrebbe essere quel parterre de r oi che ci si attendeva: confermati i soliti Brunello Cucinelli (“Trovo sempre bello andare a parlare in pubblico, dove mi invitano” spiega al Fatto), il finanziere Davide Serra e il padre degli 80 euro, l’economista Marco Fortis. Tra le assenze di peso invece spicca quella di Oscar Farinetti, che negli ultimi giorni, pur continuando a “s ti ma re ” Renzi, lo ha criticato per la decisione di lasciare il Pd.

Dieci anni dopo, la foto di ieri non combacia con quella di oggi. Perché ora il Teatro Smeraldo a Milano, dove il 4 ottobre 2009 Beppe Grillo battezzò i suoi Cinque Stelle, è un ristorante della catena Eataly, quella del renziano (tuttora?) Oscar Farinetti. E il Movimento sorto per abbattere i partiti governa con il Pd, dopo un anno e mezzo con la Lega. Ma tanto in politica conta solo il presente, con il M5S che da questa mattina si ritroverà a Napoli per la sua festa, Italia5Stelle, due giorni per celebrare un compleanno. IN DIVERSI, però, non hanno voglia di soffiare sulle candeline. Così alle note assenze delle ex ministre Giulia Grillo e Barbara Lezzi si aggiungeranno altri tra eletti e attivisti storici, una porzione non piccola del corpaccione del Movimento che ce l’ha sempre con lui, il capo politico Luigi Di Maio, accusato di essere un autocrate, di decidere da solo. Ed è attorno a questo cronico nodo che ruoterà la festa. Perché ai piani alti il timore è quello di una scarsa affluenza proprio per il malessere interno. E c’è chi teme anche qualcosa in più, contestazioni più o meno organizzate. Anche per questo sarà fondamentale la presenza di Beppe Grillo, che all’ora di cena parlerà dal palco dell’Arena Flegrea. Il fondatore e garante proverà a ridare corpo a un Movimento slabbrato, affaticato dalle mille novità calate dal capo e vidimate sul web dagli iscritti (dal mandato zero al patto elettorale in Umbria). Per paradosso la principale innovazione è quella che Di Maio non avrebbe mai voluto, l’accordo di governo il Pd. “Ero il più scettico di tutti, ma Grillo e il voto su Rousseau hanno deciso così”, ha ammesso il ministro. E stasera il garante tornerà a dire che la strada è quella, costruire un nuovo centrosinistra. Se ne è fatto una ragione anche Di Maio, che con il Pd non si trova male. “I dem sono seri, spesso collaborativi e spesso autonomi dai vertici, mentre nella Lega decideva tutto Matteo Salvini”, raccontano 5Stelle di governo. Poi, certo, c’è Matteo Renzi, con cui Di Maio ha giocato di sponda sull’Iva e a cui giorni fa ha chiesto di non portarsi via altri eletti grillini. Ma i problemi il capo ce li ha sempre, e specialmente, in casa. Così da Napoli rilancerà sul team del futuro, una squadra di 12 persone ripartite per temi nazionali, a cui affiancherà decine di referenti regionali. Sarà la struttura a 5Stelle, con ruoli a cui ci si potrà candidare, e dal palco Di Maio spiegherà le modalità. Ma non solo, “lance – remo anche nuove riforme” ha garantito ieri. Potrebbe parlarne oggi sul palco con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, assieme a cui si farà intervistare. E saranno sorrisi per forza, tra due uomini che convivono nella distanza, allargatasi nelle ultime settimane. E poi c’è tutto il resto. C’è l’umore cupo dei tanti parlamentari che invocano un’as – semblea degli iscritti nella quale riscrivere regole e rotta. E per molti di loro il primo obiettivo resta tirare giù Di Maio, capo rinnovabile da Statuto. Che però ha un vantaggio non da poco, di capi alternativi non se ne vedono all’orizzon – te. Anche Di Maio sa che i big vogliono una cabina di regia, una vera segreteria. Mentre gli attivisti guardano da fuori. E spesso non capiscono. Il senatore romano Emanuele Dessì riassume: “In questa fase dobbiamo riconquistare elettori. C’è bisogno di una scossa, di recuperare entusiasmo”. Anche nella Regione Lazio governata dal segretario dem Nicola Zingaretti. Il laboratorio dell’alleanza col M5S, dove tre giorni fa i dieci consiglieri grillini si sono spaccati, ufficialmente sull’elezio – ne del nuovo capogruppo, di fatto sulla trattativa con il Pd per sostituire due assessori entrati nel governo con tecnici graditi al M5S. ALLA FINE è stata riconfermata Roberta Lombardi, il cui voto da regolamento è valso doppio. “U na forzatura opposta al principio d el l ’uno vale uno”, accusa la consigliera Valentina Corrado. Per tenere a bada i suoi, Lombardi ha promesso il sì del M5S a una mozione di sfiducia della Lega per Zingaretti, proprio lei fautrice dell’intesa coi dem. Ma il Pd è tranquillo, perché in Consiglio ha i numeri. E il governo con Di Maio non dovrebbe risentirne.

Nove Regioni tra questo autunno e la primavera del 2020. Per riprendere terreno rispetto al centrodestra, che nell’ultimo anno ha conquistato tutti i territori in cui si è votato, Pd e 5 Stelle valutano di replicare l’a lleanza di governo. Lo faranno di certo in Umbria il prossimo 27 ottobre, potrebbero farlo altrove, anche a seconda di come andrà nella regione rossa della dimissionaria Marini. D’altra parte occorre invertire la rotta. Nel 2018, dopo le elezioni del 4 marzo (nello stesso giorno il centrosinistra riuscì a tenere il Lazio, mentre il centrodestra sbancava in Lombardia), l’avanzata leghista ha lasciato il segno: vittoria dell’asse Lega-FdI-FI in Molise, Friuli Venezia Giulia, Val d’Aosta e Trentino Alto Adige. Nel 2019, stesso copione e vittoria del centrodestra in Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte. Ora però i giallorosa ci sperano: nelle prossime nove Regioni, numeri e sondaggi sembrano confortanti. UMBRIA. Quasi tutti i sondaggisti concordano: la candidata di centrodestra Donatella Tesei è avanti, ma la corsa alla Regione è aperta. Secondo Noto, la leghista avrebbe una forbice tra il 47 e il 51 per cento, con Vincenzo Bianconi che sarebbe tra il 39 e il 43. Stesso margine rilevato da Swg, che dà la Tesei tra il 48 e il 52, in vantaggio su Bianconi (41-45). Per Youtrend, Tesei al 47,2 e Bianconi al 43,1. Ma è Ixé a dare speranza a Pd e M5S, perché il 43% di incerti porterebbe i due candidati a un testa a testa in cui è Bianconi a essere in leggero vantaggio: 29,7 a 29,4. CALABRIA. Alla fine FdI, che puntava su Wanda Ferro, ha dovuto cedere a Forza Italia, che sembra aver scelto il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto (caldeggiato da Sgarbi, che teme per il suo arresto). Il Pd ha scaricato Oliverio (che potrebbe correre da sé) e cerca l’intesa coi 5S, con Pippo Callipo favorito. GPF Inspiring Research riporta come intenzioni di voto un 28,2% al centrodestra e un 18,7 per l’asse 5Stelle-Pd, ma con una percentuale di indecisi o non votanti che arriva oltre il 53%. Guardando i risultati delle ultime Europee, favorevoli ai giallorosa, non è certamente il centrodestra il favorito. EMILIA-ROMAGNA. Secondo la Dire, un sondaggio interno al Pd dà il centrosinistra avanti (44,5%) sul centrodestra (43,6). Il margine diventa rilevante aggiungendo l’8,5 % dei 5 Stelle. Il punto è se il M5S accetterà Bonaccini: il governatore ha ottimi consensi personali, superiori a quelli della leghista Borgonzoni, che pure nei giorni scorsi si è detta in possesso di sondaggi che la danno in testa (rispetto ai giallorosa divisi?). Prima di decidere sull’asse Pd-5S si aspetteranno comunque i risultati de ll’Umbria. E sullo sfondo c’è Renzi: l’Emilia-Romagna potrebbe essere la prima Regione con le liste di IV. TOSCANA. Il ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra pottebbe essere sbilanciato dal patto Pd-5Stelle. Qui i grillini non sono fortissimi (12,7% alle Europee), ma comunque scongiurerebbero l’avanzata leghista. Occorrerà però superare la candidatura del renziano Eugenio Giani, tenendo conto anche della scissione. Il Nazareno vorrebbe Simona Bonafé, ma lei per ora non ci pensa e cerca un nome unitario, mentre Nardella ha lanciato Brenda Barnini. A destra sembrava certa Susanna Ceccardi, che però si è defilata al punto che adesso la candidatura potrebbe persino passare a FdI di Meloni. CAMPANIA. Pd e 5Stelle sono nettamente favoriti, pur in mancanza di sondaggi per le Regionali. Messi insieme, alle ultime Europee il centrosinistra e il M5S hanno preso più del 55%, mentre il centrodestra, pur nel massimo splendore leghista, si è fermato al 38%. La coalizione potrebbe però farsi del male da sola, litigando sul candidato. De Luca tira dritto verso la ricandidatura, anche a costo di allearsi coi “gialli”, ma i 5 Stelle pretendono un nome nuovo. Non è da escludere, allora, che sia il Nazareno a scaricare il governatore, proprio come avvenuto in Calabria. PUGLIA. Emiliano tre giorni fa ha ripetuto di avere “il dovere” di ricandidarsi. Fino a qualche anno fa sarebbe stato perfetto per l’asse coi 5 Stelle, che lui stesso caldeggiava, ma da mesi non si sopportano più. Qui, come in Campania, l’accordo potrebbe saltare sul nome del candidato. I 5 Stelle sono forti: alle Europee sono stati sopra il 26%, col centrosinistra oltre il 25. Il centrodestra intanto pensa a Fitto e punta a ricucire le distanze: il 26 maggio ha preso il 45%. LIGURIA. Giovanni Toti si ricandida, dicendosi sicuro che gli alleati lo sosterranno. Un po’meno sicuri sono quelli di Forza Italia, dato che ancora il mese scorso il portavoce forzista Mulè escludeva di poter votare il governatore scissionista alle Regionali. In ogni caso qui la partita sembra apertissima: alle ultime Europee i giallorosa hanno preso il 49%, il centrodestra poco più del 47%. E diversi esponenti locali dell’asse Pd-5 Stelle hanno già aperto all’al – leanza. MARCHE. Un sondaggio precoce di Bidimedia dà in vantaggio il centrodestra (41%) nelle intenzioni di voto rispetto a 5 stelle e centrosinistra, presi però singolarmente. In caso di alleanza, anche qui si arriverebbe probabilmente a un testa a testa. In questi giorni Matteo Ricci, sindaco dem di Pesaro, ha dato un segnale notevole, aprendo la giunta a un assessore grillino e augurandosi di “aprire una pista per il futuro”. Nel centrodestra, pare che la Regione possa andare a FdI e nel caso il nome forte sarebbe quello di Guido Castelli, ex sindaco di Ascoli. VENETO. È l’unica Regione dove il centrodestra è in netto vantaggio. Il governatore Zaia, che grazie a una legge regionale può correre per il terzo mandato, ha lanciato un progetto di alleanza tra una sua lista, la Lega e una civica sindaci a suo supporto. Salvini però sembra non aver gradito, puntando a tener dentro alla coalizione anche gli alleati storici di centrodestra. In ogni caso, anche guardando le ultime Europee (62,6% centrodestra, 34% giallorosa) non dovrebbe esserci partita, sia in caso di asse 5 Stelle-Pd sia in caso di corsa solitaria. Anche se le frenate di Salvini sull’a u t onomia restano una forte incognita.

La Storia gli ha morso più volte i polpacci. Come il 2 agosto 1980, il giorno della strage di Bologna. Caro Guccini, la sera prima avrebbe dovuto cantare a Imola. Ma una raucedine lo indusse ad annullare il concerto. Rientrò in anticipo a Pavana. Altrimenti sarebbe passato per la stazione di Bologna. Sì, ma nel pomeriggio. Quando scoppiò la bomba era presto per le mie abitudini. Mio fratello Pietro lavorava alle Poste, proprio lì. Chiamò casa per dire che era successo un macello, ma stava bene. A Pavana lei, Francesco, vive ancora oggi. Vi si rifugiò durante la guerra, da bamb i n o. Avevo quattro anni quando in paese arrivarono gli alleati. I miei nonni mangiavano pasta, io mi univo agli americani nella loro mensa. Disponevano di novità incredibili: burro di arachidi, Coca-Cola, ananas in scatola. Mi regalarono un giubbotto con i gradi da sergente, secoli prima che adottassi l’eskimo. La riempivano di doni. A Natale del ’44 i soldati Usa organizzarono una festa per i più piccini. Sgranai gli occhi davanti a questo signore con il vestito rosso e la barba che faceva ‘oh-oh’. Da noi non esisteva Santa Claus. E nel febbraio ’45 alle truppe furono recapitate cartoline di San Valentino. Nessuno lo aveva mai celebrato, prima. Cominciò lì la mia americanizzazione. Ma suo zio Enrico era già andato nel Nuovo Mondo a fare il minatore. Gli ispirò “Am e r i go”. Non fu lui a farmi amare la musica del dopoguerra. Però Enrico ne aveva fatta di strada…. La sua famiglia si è invece insediata per secoli a Pàvana. Nella copertina di “R ad ic i ” ci sono due foto generazionali davanti alla “c asa sul confine dei ricordi”. Quella del bisnonno Francesco con i cari, e la sua, scattata cinquant’anni fa. Il bisnonno era diventato capofamiglia a 17 anni, prendendosi cura del mulino. La zia ritratta sul lato destro andava a fare le cure per l’artrite ad Abano. Con quel vestito che voleva essere elegante ma non lo era. Poverissimi, eppure dignitosi tutti loro. Un mondo in estinzione, quello contadino, che lei rimpiange nel suo ultimo libro “Tra l u m m e s c u ro”. L’Appennino che sta morendo. Non c’è ricambio umano, Pavana si va spopolando. Il mulino non lavora più. E le rive del Limentra, una volta, d’estate erano piene di ragazzi. Ora non ci va più nessuno. Il fiume scorre deserto e tranquillo, mentre d’inverno è minaccioso e sfiora la mia casa. Io ne sento la voce: chi non è abituato non riesce a dormire. Se ne sta rintanato a scrivere, la chitarra non la prende più. Ho smesso anni fa dopo L’U ltima Thule, ora non saprei suonare. Scrivere è piacevole, non devi preoccuparti se hai un calo di voce prima di un concerto. Il primo romanzo è dell’89. Avevo acquistato un computer e finalmente non perdevo idee scribacchiate qui e là, restava tutto lì dentro. È quel che voglio continuare a fare. A giorni incontro Loriano Machiavelli per buttar giù il nostro nono giallo. L’anno scorso Vecchioni la stanò per un duetto. Potrebbe accadere ancora? Accettai volentieri ma no, ho detto basta. La gente mi chiede delle canzoni più che dei libri, e un po’ mi dispiace. Oggi lei sarà al Festival Imagin action di Ravenna, dove in questo weekend ci sono ospiti come Trevor Horn, Venditti, Pelù, Zampaglione, Amoroso, Nek. Il Movimento Collettivo ha realizzato un video inedito pieno di sorprese, un “capolavoro immagin ato” della sua “L’Av vel enata”. Di video veri non ne ho mai fatti, è una prima volta. Sono in trepida attesa. Torniamo a tuffarci nel tempo: nel ’60 lei, giovane cronista della “Gazzetta di Modena” fu mandato a intervistare il divo Modugno a teat ro. Ricordo poco di quell’incontro, tranne che scrissi un articolo da ventenne pretenzioso e superficiale. Mi fecero un titolo sulla passione di Modugno per le Ferrari. Non nacque lì la mia voglia di fare il cantautore, anche se subito dopo scrissi L’Antisociale. Aspiravo a realizzarmi come giornalista e scrittore. Invece poco dopo andò a infilarsi all’Osteria delle Dame. Ci son tornato due anni fa per la nuova apertura e mi sono commosso ripensando a quegli anni irrimediabilmente perduti. Che serate, alle Dame con Da l l a . In realtà Lucio ci cantò raramente. I nostri incontri erano alla trattoria Da Vito, all’angolo con via Paolo Fabbri. Ma anche lì, ci fu una session una sola sera: per la tv, io Dalla e Vecchioni su Porta Romana. Si è favoleggiato su un fertile cenacolo di artisti e aspiranti tali, ma io da Vito giocavo a carte, altro che cantare!

Che la battaglia tra la Turchia e l’esercito curdo in Siria sia impari non è dimostrato solo dal fatto che quello di Ankara è il secondo esercito della Nato, né dal fatto di disporre di 400 mila uomini contro, forse, le 35 mila unità dell’Ypg. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), la Turchia detiene il 15º esercito del mondo e solo nel 2018 ha impiegato 18,9 miliardi in spese militari contro i 12,5 miliardi stanziati dieci anni prima, nel 2008: un balzo di circa il 50%. GLI AFFARI, rece ntemente, sono stati fatti con il nuovo alleato russo da cui la Turchia ha acquistato i sistemi missilistici antiaerei S-400. Il contratto è del 2017 e Sergey Chemezov, direttore generale della Rostec State Corporation, nel dicembre 2017 ha affermato che il costo di consegna è stato di 2,5 miliardi di dollari. Ma il grosso d el l ’importazione di armi proviene dall’occidente, Italia compresa. “Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro”, ha sottolineato pochi giorni fa Francesco Vignarca della Rete Disarmo. Nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. In termini più concreti: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7 mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software. Insomma, la guerra ai curdi si fa anche con armi italiane Se volessimo dare un nome e cognome a queste armi non si può non tirare in ballo il gruppo Leonardo,a partecipazione pubblica, collocato al 9° posto nella classifica dei Top 100 costruttori di armi stilata dal Sipri (con 8,86 miliardi di armi vendute complessivamente contro i circa 45 miliardi della prima classificata, la Lockeed Martin, i 27 miliardi della seconda, la Boeing e i circa 23 della terza, la R ayt heo n, tutte e tre statunitensi). Secondo le analisi effettuate sempre dalla Rete Disarmo, tra i marchi italiani più esposti verso la Turchia si segnala Ag us ta -W estland con la produzione degli Elicotteri T129 (61 nel 2010) basati sull’A129 Mangusta, il tutto per un controvalore di circa 3 miliardi di euro. Alenia Aermacchi, sempre secondo i dati della Rete Disarmo, illustrati da Giorgio Beretta, ha venduto alla Marina turca gli ATR72-600 Tmua. “Non dimentichiamo poi –aggiunge Beretta –che l’azienda Beretta è da anni presente in Turchia dove produce le sue pistole attraverso la controllata Stoegerdi Istanbul anche per il ministero della Difesa turco”. Leonardo, quando ancora si chiamava Finmeccanica, così scriveva: “Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara. MA LA PARTE del leone la fanno, ovviamente, i gruppi internazionali, Stati Uniti in testa di cui però non esiste il dettaglio delle esportazioni in Turchia se non le dichiarazioni rese dalle società stesse. La più grande società di armi al mondo, la Lockeed Martin, quella che costruisce gli F-35 (anche se con Ankara c’è stata una marcia indietro vista la contiguità con i sistemi missilistici russi) ha diversi piani come gli F16 Flighting Falcons con una joint venture con la Turkish Aircraft Industries; il Fixed Wing Sensor per l’aeronautica turca e l’Hel – lfire Missile. Anche la statunitense Boeing si definisce “un fornitore affidabile e partner delle forze armate turche” che annoverano nel loro inventario ben 170 aerei militari Boeing (F-4 e Kc-135) mentre sono in consegna 11 elicotteri per carichi pesanti CH-47F Chinook “ordinati dalle forze di terra turche”. Il volume di affari della società Usa in Turchia è di 1,8 miliardi e impiega direttamente o indirettamente circa 5000 persone nel settore dell’a v i az i on e turca. Ben esposta anche l’Europa con il consorzio A i r bu s , 7° costruttore militare al mondo con vendite per 11,3 miliardi, che vanta per il 2020 un investimento di 2,5 miliardi in Turchia che crescerà entro il 2030 a 5 miliardi. Si tratta ovviamente di aerei di linea, ma anche di elicotteri come gli AS532 Cougar. La stessa Airbus conferma che nel 2018 la Turchia è il più grande utilizzatore di Cougar con 46 elicotteri a uso militare. Per il futuro Airbus “con – sidera la Turchia un partner industriale strategico”. Un’altra storia importante da segnalare è quella della francese Thales, ottava posizione nella classifica dei costruttori di armi con 9 miliardi di fatturato complessivo. Thales “ha una lunga storia di cooperazione con la Marina turca”, si legge nella comunicazione della società francese, e nel campo militare il Gruppo ha stabilito una posizione di forza come principale fornitore tanto che la maggior parte della dotazione della Marina turca viene dalla Francia. Se l’Europa volesse dare un segnale contro la guerra turca saprebbe da dove cominciare.

C’è una forma latente di snobismo e autolesionismo, una specie di cupio di ss ol vi , nelle critiche con cui i “giornaloni” hanno commentato la riduzione dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Come se il taglio fosse sufficiente, da solo, a decretare che la politica è diventata “uno spot”. E che il governo giallo-rosso, o giallo-rosa che dir si voglia, è “privo di coerenza” e non esprime “una precisa visione istituzionale”né “un’idea del prossimo futuro”. Si ha l’impressione che un tale atteggiamento riveli un disegno di potere, un’ispirazione di marca padronale, modificando di conseguenza il codice genetico di certe testate. Dai giornali radical-chic stiamo passando, dunque, ai giornali più liberal-snob. Per dire, cioè, un antagonismo di maniera, in sintonia con gli interessi e le aspettative dell’establishment più che dei cittadini; una corrente di pensiero che in nome dell’a n t i – p opulismo contrasta la volontà popolare. Fra tanti limiti e difetti, a questo governo in formazione che (ancora) “non c’è” bisogna riconoscere il merito di aver evitato intanto il peggio. Di aver interrotto una deriva anti-democratica, sovranista e autoritaria, xenofoba e razzista. Di aver consentito all’Italia di restare in Europa a pieno titolo, tanto da esprimere per la prima volta nella storia dell’Ue il Commissario all’Economia. Di aver ripristinato normali relazioni con le forze sindacali. E tutto ciò, con il sostegno di una maggioranza ibrida che –al momento –rappresenta l’unica formula praticabile per assicurare un minimo di continuità e di stabilità a questo malandato Paese. Basta dire, come ha già ricordato qui Marco Travaglio, che gli Stati Uniti d’America hanno 500 parlamentari per 306 milioni di abitanti, contro i nostri poco più di 60 milioni. E comunque il taglio deciso dal Parlamento quasi all’unanimità, al di là dei suoi aspetti propagandistici, può rappresentare un segnale confortante, diciamo pure un contentino, per un’opinione pubblica disorientata, frustrata, avvilita dal distacco della classe politica. Un atto il cui valore simbolico e mediatico supera evidentemente quello reale. Né va sottovalutato il fatto che si recupera così alla democrazia parlamentare una forza politica come il M5S che aveva impostato la sua originaria ideologia giacobina sulla democrazia diretta, con il proposito dichiarato di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Senza questo passaggio, verosimilmente non si sarebbe mai messa all’ordine del giorno la riforma dei regolamenti parlamentari e neppure quella elettorale. Ora dovranno essere i correttivi proposti dal Pd, e accettati dai Cinquestelle, a favorire l’i n t e g r azione e la complementarietà fra i due partner sul terreno istituzionale. Certo, stiamo parlando di un governo di tregua, di transizione. Un rimedio che, questa volta, non potrà essere però peggiore del male. Un antidoto all’avanzata della compagnia di ventura composta dalla trimurti Salvini-Berlusconi-Meloni. E cioè a un ritorno della destra al governo, quella destra che vuole “chiudere i porti” che in realtà non sono stati mai chiusi; adottare il blocco navale al limite delle acque territoriali e magari affondare le navi delle Ong; rompere con l’Unione europea e magari uscire dall’euro; appoggiare la Russia di Putin nelle vertenze internazionali e magari tradire l’Alleanza atlantica. Oppure, in preda al cupio dissolvi, è proprio questo che vogliono i giornali padronali?

Forse sarà il piano industriale a togliere le castagne dal fuoco all’ad Rai Fabrizio Salini: grazie alla sua applicazione e alla conseguente nomina dei nuovi nove direttori di contenuto, potrà evitare la sostituzione della direttrice di Raiuno Teresa De Santis, di cui nei giorni scorsi si dava imminente l’uscita. Non sarebbe nemmeno dovuta arrivare a fine novembre, periodo in cui ci sarà l’addio di Carlo Freccero a Rai2: un’occasio – ne ghiotta, secondo alcuni, per far fuori anche la direttrice di Raiuno in perenne crisi di ascolti. Molti, però, intravedevano la sua uscita prima, entro la fine di ottobre. ORA INVECE PAREnon sia più così. Un po’perché il rapporto tra Salini e De Santis non è così cattivo come viene dipinto. E un po’ perché con le nuove direzioni di genere i direttori di rete conteranno molto poco. Diventeranno dei channel manager e le decisioni importanti su programmi e palinsesti passeranno sopra la loro testa. “Saranno dei semplici coordinatori, quasi dei passacarte di decisioni altrui”, spiegano dall’azienda. Molto però dipenderà dal Cda straordinario convocato la prossima settimana proprio sul calo di ascolti. I numeri lì parleranno chiaro e Raiuno è la rete che perde di più: -1,4% di share nel day time, – 2,4% sul prime time. In totale le tre reti generaliste perdono il 2,3 sull’intera giornata e il 3,9 sul prime time. Sarà in quel cda che si capirà di più sul futuro di De Santis e lì conterà molto anche la politica. Due giorni fa, intanto, la direttrice ha tenuto una riunione con la redazione de La vita in diretta(uno dei punti deboli della rete) per introdurre dei correttivi nel tentativo di risollevare gli ascolti. Nel frattempo in Viale Mazzini ci si prepara alla rivoluzione con l’avvio delle nuove direzioni di contenuto. Il sì del Mise al piano industriale di Salini suona come una fiducia nei suoi confronti della nuova maggioranza di governo, specialmente da parte del Pd. Per Nicola Zingaretti Salini era un oggetto non identificato ma ora pare che i due abbiano stabilito un contatto: secondo Rep ubblica si sono addirittura visti e la notizia non è stata smentita. ORA PASSIAMO ai nomi in ballo. All’i n t ra t t e n i me n t o day time – ruolo importantissimo – dovrebbe andare Stefano Coletta, che a Rai3 sta facendo bene. Per il day time circola il nome di Andrea Vianello. All’ap pro fon dimento news sembra destinato Antonio Di Bella, che però è in corsa pure per sostituire Freccero a Raidue. A Rai Cinema e serie tv c’è Roberta Enni. A Rai Doc potrebbe planare Maria Pia Ammirati (ora alle Teche). Poi qualche conferma: Luca Milano a Rai Kids, Elena Capparelli a Format e Digital, Silvia Calandrelli alla Cultura e Tinny Andreatta alla Fiction. Altre poltrone importanti sono la Distribuzione, con Marcello Ciannamea; il Coordinamento, con Angelo Teodoli; il Marketing dove sarà confermato Roberto Nepote. Alla guida della redazione che accorperà Tgr, Rainews e Televideo è destinata Giuseppina Paterniti, con Andrea Montanari suo possibile sostituto al Tg3. Dicono poi che Monica Maggioni sia stufa di stare a RaiCom, anche perché il canale in inglese ha meno budget del previsto. Mentre è ancora da decifrare il canale istituzionale di cui sarà direttore Fabrizio Ferragni. Cosa trasmetterà? E, soprattutto, non si pesterà i piedi con Rai Quirinale di Andrea Covotta e Rai Parlamento, corazzata con 36 giornalisti diretta da Antonio Preziosi?

Un primo tentativo l’aveva già fatto alla fine dello scorso anno: stoppato in extremis. Poi è tornata alla carica a luglio, ma la sua richiesta è stata respinta con danni. Ora però la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha deciso di forzare la mano e andare fino in fondo: è intenzionata a revocare lo stato maggiore di Palazzo Madama guidato dal segretario generale Elisabetta Serafin che è diventata il suo bersaglio più grosso. E così sostituire con persone di sua più stretta fiducia, gli attuali vertici della macchina amministrativa del Senato che conta su 644 dipendenti e un budget di 490 milioni di euro all’anno.

L’AFFARE, insomma, è delicatissimo. E almeno finora i gruppi parlamentari hanno resistito ai desiderata di Casellati e del suo cerchio magico: l’ex Guardasigilli del governo Berlusconi, Nitto Palma, che la presidente ha voluto a tutti i costi al suo fianco nel ruolo di potentissimo capo di gabinetto oltre che consigliori più ascoltato. E Claudio Galoppi, toga di punta di Magistratura Indipendente, arruolato come vice capo di gabinetto al Senato dopo la fine del suo mandato al Consiglio superiore della magistratura, consesso in cui ha seduto per anni al fianco della stessa Casellati. Ma partiamo dalla fine. Martedì 8 ottobre, la presidente ha invitato a pranzo nella sua dimora a Palazzo Giustiniani, i capigruppo dell’opposizione. Attorno al tavolo Anna Maria Bernini di Forza Italia, Massimiliano Romeo della Lega e Luca Ciriani di Fratelli d’Italia, convocati per affrontare la questione che le sta più a cuore: la sua esigenza di liberarsi dei vicesegretari generali e dei direttori degli uffici del Senato che rispondono al segretario generale Serafin, che invece li vorrebbe prorogare. Il mercoledì precedente, ma a cena, Casellati aveva tentato di sensibilizzare sull’argomento anche i capigruppo della maggioranza Gianluca Perilli (M5S), Andrea Marcucci (Pd), Davide Faraone (Italia Viva), Loredana De Petris (Misto) e Julia Unterberger (Autonomie). Anche in quella occasione il menù era stato lo stesso: tra un fiore di zucca imbottito e un branzino, tra una chiacchiera sulla situazione politica e il calendario dei lavori, era tornata a bomba. Questa volta con maggiore determinazione: sventolando un parere dell’Avvocatura dello Stato che le darebbe la copertura giuridica per procedere con le sostituzioni e finalmente mettersi alle spalle mesi e mesi di una guerra sotterranea ai massimi livelli della Camera alta del Parlamento italiano. Come? Convocando a breve il Consiglio di presidenza dove sono rappresentate tutte le forze politiche che saranno chiamate ad approvare le sue scelte. Dopo lo scivolone di luglio quando Casellati aveva tentato il blitz con un risultato che si era rivelato disastroso oltre che imbarazzante. Il perché è presto detto: prima della pausa estiva, al concistoro di Palazzo Madama –il Consiglio di presidenza dove siedono, al fianco di Casellati, i quattro vicepresidenti del Senato, i tre senatori questori e i 9 segretari –che aveva convocato per defenestrare i più alti funzionari dell’amministrazione non si era presentato praticamente nessuno. E anzi per tutta risposta più d’uno le aveva fatto intendere chiaramente l’intenzione di disertare la riunione finché non si fosse decisa a cambiare l’ordine del giorno. E così la Presidente era stata costretta a soprassedere ancora una volta.

PERCHÉ CASELLATI aveva cominciato a preparare il terreno per lo spoils system già pochi mesi dopo il suo insediamento. Contando di portare a casa il risultato a dicembre dopo l’approvazione del bilancio interno. E così prendere il pieno controllo della macchina che sente resisterle. Ma l’aula di Palazzo Madama il giorno dell’approvazione del documento aveva fatto muro, con un tributo corale al lavoro di Serafin e del suo staff. Una blindatura in piena regola.

Avevamo deciso di aspettare di saperne qualcosa di più, prima di commentare lo strano caso di James Cont detto 007, essendo abituati a basarci sui fatti e non sui boatos. Poi abbiamo letto la seguente dichiarazione di Salvini, rilasciata a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio dell’a ltroieri: “La parabola di Conte la vedo bella che finita… può andare ovunque quando vuole. Lo vedo confuso, da cinque giorni dice tutto e il contrario di tutto, ma evidentemente c’è qualcosa che non torna. Chiedeva chiarezza da me, ora il popolo chiede chiarezza a lui”. Già il fatto che Salvini dia del “f i ni t o ”, “c o n f u so ” e contraddittorio a Conte mette di buonumore: è come se Rocco Siffredi desse del pornodivo a Carlo Giovanardi. Il fatto poi che gli intimi di fare “ch iar ez za ” a nome di un fantomatico “p o p olo”è davvero irresistibile. Conte non ha ancora detto una parola sul tema (dunque difficilmente, a differenza di Salvini, può dire “tutto e il contrario di tutto”) perché chiede da dieci giorni di essere sentito dal Copasir, cioè dal comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Invece da un anno il Parlamento chiede invano a Salvini di chiarire in commissione Antimafia e nelle aule parlamentari due faccenduole da niente: i suoi rapporti col fido Arata, indagato per una presunta tangente al fido Siri e socio occulto di quel Nicastri appena condannato a 9 anni per mafia a causa dei suoi legami con un altro Matteo (Messina Denaro); e le sue trasferte a Mosca con Savoini, indagato per corruzione internazionale con altri due italiani e tre russi che trattavano una fornitura petrolifera da Gazprom e una stecca di 65 milioni di dollari per la campagna europea della Lega (certamente chiesta, non si sa se versata). Ciò che sfugge a Salvini è che Conte è sospettato (si fa per dire) di rapporti con un Paese alleato da 75 anni, a cui precedenti governi hanno reso servigi infinitamente più scandalosi (l’ok al sequestro di Abu Omar, il segreto di Stato per intralciare le indagini e infine la grazia agli spioni della Cia condannati, per non parlare della vergogna del Cermis e di tante altre). Invece Salvini e/o i suoi cari sono sospettati di rapporti con nemici chiamati Russia e Cosa Nostra. Se questa lievissima differenza sfuggisse solo a lui, poco male. Ma siccome i giornaloni al seguito dei due Matteo azzardano ridicoli paralleli tra caso Salvini-Russia e presunto caso Conte-Usa, è forse il caso di rammentare qualche dettaglio. Tutto ciò che sono accusati di aver fatto Siri, Arata e Savoini – se confermato – sarebbe illecito. Tutto ciò che è accusato di aver fatto Conte –se confermato –sarebbe lecito. A meno che qualcuno non tiri fuori una legge, una norma, un regolamento, che vieta ai capi dei servizi di incontrare il ministro di un paese amico. Resta da capire se la condotta di Conte, oltreché lecita, sia stata anche opportuna. Al momento, risulta quanto segue. Il ministro della Giustizia americano Barr, in vacanza in Italia ad agosto, fa chiedere a Conte dall’a mb asciatore Usa di poter incontrare i vertici dei servizi. Conte – che dirà di non averne mai parlato con Trump né con Barr – auto – rizza l’incontro. Che avviene il 15 agosto nella sede del Dis in piazza Dante a Roma, dove Barr arriva col consueto corteo di auto di scorta e rappresentanza: quanto di meno clandestino si possa immaginare. Quando sa dagli 007 che tipo di informazioni interessano al ministro, Conte detta loro le regole d’in – gaggio per il secondo incontro del 27 settembre, sempre in piazza Dante: nessun documento potrà essere consegnato, salvo richieste di rogatoria da Barr (che è pure General Attorney, cioè primo magistrato d’America e responsabile dell’Fbi) alla magistratura italiana. Invece le semplici informazioni sul Russiagate interessano a entrambi i governi. Se ci fossero state deviazioni di personaggi o ambienti legati ai nostri servizi (Link University, Mifsud ecc.) contro Trump o la Clinton alle Presidenziali 2016, la nostra intelligence dovrebbe saperlo e intervenire. Idemquella americana a parti invertite. Di solito questi scambi di notizie avvengono tra omologhi: cioè tra servizi e servizi. Dunque l’incontro fra un’au to ri tà politica (ma anche giudiziaria) come Barr ed entità tecniche come i nostri servizi (ma sotto il controllo e con le regole dettate dal premier) è lecito, ma irrituale. Il che non significa che sia inedito: chi può dire che non sia mai accaduto in passato, solo perché non si è mai saputo? Diversi capi di Stato, soprattutto del Medio Oriente e dell’Africa, sono usi contattare personalmente alcuni capi dei nostri servizi, per antiche consuetudini. Ma ovviamente, trattandosi di regimi autocratici, nessun funzionario si sogna di spifferare la notizia ai giornali, come invece accade nell’America di Trump dilaniata dalla guerriglia politico-elettoral-spionistica. Perciò, prima di giudicare, è meglio attendere che Conte e i capi di Dis, Aise e Aisi raccontino al Copasir quel che è accaduto. Tutto dipenderà da un elemento che ancora nessuno conosce: quali notizie si siano scambiati gli italiani e l’a m ericano. Quando lo sapremo, capiremo se chi accusa Conte di nascondere altarini indicibili o addirittura di aver venduto i nostri servizi a Trump in cambio dell’appoggio al suo nuovo governo (col tw e et pro “Gi useppi”) aveva regione o raccontava balle. Al momento nulla autorizza i due Matteo e i giornaloni al seguito a menare scandalo. E tutto ci autorizza a sospettarli di voler screditare il nemico comune: Giuseppe Conte, che va abbattuto a ogni costo per motivi che ci sfuggono, ma forse un giorno scopriremo. Nell’attesa, ci orientiamo con la bussola dell’e sp erienza: di solito, se uno ha Salvini, Renzi e i giornaloni contro, è gravemente indiziato di stare dalla parte giusta.