«Bimbi sottratti ingiustamente ai genitori? Ci sono tanti casi in Italia, quanto successo a Bibbiano non è un’eccezione, lo sa qualsiasi psicologo giudiziario. C’è una falla nel sistema, una patologia da sanare, anticorpi che non si attivano».

Mauro Grimoldi, ex presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, consulente del tribunale di Milano ed esperto nella valutazione di minori autori di reato ne ha viste tante e ha deciso di squarciare il velo delle ipocrisie. Non c’è nessuno scandalo politico, non esiste un partito di Bibbiano «e sono convinto anche che non ci sia nessun traffico, nessuna compravendita di bambini; almeno io, nella mia esperienza, non ne homai avuto il sentore. Tuttavia Bibbiano ha scoperchiato un enorme e reale problema». Grimoldi ci tiene a mettere subito in chiaro le cose, perché questa non è un’intervista scandalistica, ma solo la testimonianza di un professionista di grande autorevolezza che svela le proprie convinzioni dopo decenni di esperienza sul campo.

La storia che ci ha raccontato è inquietante: il destino di adulti accusati di reati che generano stigma e suscitano spontaneo sdegno e orrore, o quello di bambini che hannol’unica colpa di essere figli di genitori che si separano in modo conflittuale è affidato allo Stato. «Sbagliare per eccesso o difetto di tutele in questo caso produce sempre un disastro che deve essere evitato in ogni modo. La sorte di bimbi e genitori si dovrebbe giocare su fatti eindagini accurate, verificabili, eppure può capitare che qualcuno agisca sulla base di preconcetti ideologici» è la denuncia dello psicologo. Dottor Grimoldi, com’è possibile che uno psicologo indichi la necessità di togliere un bimbo a una madre e a un padre senza che ci siano inconfutabili prove di incapacità genitoriale? «È un tema di esercizio del potere, tema che mette sempre il singolo di fronte alla tentazione dell’onnipotenza. La verità che conoscono tutti gli addetti ai lavori è che esiste una nicchiaminoritaria di psicologi e psichiatri cui viene affidato un compito delicatissimo, quello di esprimersi sulla capacità a testimoniare di una presunta vittima di violenza, oppure sulle capacità genitoriali di qualcuno, e che agisce sulla base di pregiudizi. Il loro ruolo, anziché ricercare la verità, diventa quello di dimostrare una tesi, di fare giustizia. Diventano dei missionari. Quando nel lavoro si incontra questo genere di consulenti d’ufficio ci si accorge che ogni dialogo o prova a discolpa portata dagli esperti di parte è inutile. Lo psicologo del tribunale conosce le conclusioni cui deve arrivare prima di iniziare. È un gravissimo problema per le conseguenze sociali dell’operato di questa minoranza di colleghi». Questo può segnare la vita, e talora anche la morte, di cittadini comuni, che potremmo essere anche noi e i nostri figli… «Non dovrebbe succedere, e nella maggioranza dei casi non succede. Avremmo tuttigli strumenti necessari per evitarlo, anzitutto il confronto tecnico con i consulenti nominati dalle parti in causa,ma anchei test e l’osservazione della relazione dei bambini con i genitori condotta con metodi esistenti, obiettivi e verificabili. Lo psicologo dovrebbe sempre confrontare le proprie convinzioni con la possibilità che la verità possa essere diversa. È ciò che distingue un percorso scientifico dall’ideologia. Per questoèparticolarmente odiosa l’idea che il tecnico, cui è affidato un compito delicatissimo,in realtà possa talora lavorare secondo una posizione pregiudiziale, tendendo semplicementea verificare una convenzione preordinata. Ci sono, in sintesi duemodalità di approccio all’esecuzione di un compito tecnico di valutazione. Una consiste nel continuo tentativo difalsificarele proprie convinzioni,le si verifica pensando a soluzioni alternative, l’altra può essere definita confermativa di una posizione data. Si tratta di una questione etica, di tensione ideale nell’esercizio del proprio compito». Come avviene che si dimostri che una famiglia non è adeguata o che un bambino è vittima di violenze che invece non ha subito? «Inastrattomanipolare un bambino è facile. Fino a sei anni i minori sono totalmente suggestionabili, è ancoraforteinloroil pensieromagico, che gli impedisce di cogliere il nesso tra causa edeffetto.Main realtà fino a dieci anni il bambino non ha una personalità tale da contraddire l’autorità esterna». Lo si manipola promettendogli dei premi? «Non serve, basta suggerirgli le risposte, chiedergli “è vero che è successa quella cosa?”, per sentirsi confermare ciò che ci si aspetta. Ma in realtà è sufficiente che il bambino intuisca che ci si aspetta da lui una frase perché la dica spontaneamente. È così che la verità psicologica deformala realtà e ne crea una parallela, sbagliata, che diventa però quella giudiziaria, e quindi, per gli effetti che produce, reale più di quella vera». In sostanza gli si riesce a far dire quel che si vuole? «Sì, se conduci le indagini in maniera suggestiva o senza adeguata preparazione sulla conduzione di audizioneaminori. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa nel caso di Rignano Flaminio». Ma perché uno psicologo dovrebbe avere interesse a togliere un bambino ai genitori? «Non è una questione di interesse. Direi che quella che ho definito, e ripeto essere, una patologia del sistema deriva da due tipi di pregiudizio». Quali sono questi pregiudizi? «Ruotano quasi sempre intorno al tema, evidentemente rilevante, della violenza e dell’abuso. Ci sono i negazionisti, che quando incontrano vissuti di violenza e di vittimizzazione nel corso di vicende di separazione conflittuale, fingono indifferenza e fanno di tutto per negarla sistematicamente. Recentemente nel corso di una consulenza, un bambino per quattro volte in un’ora ha cercato invano di raccontare le violenze cui aveva assistito per molti anni, e la consulente attivamente cambiava argomento. L’ideologia chec’èalla base spessocercadi privilegiare, sempre ecomunque,lafamiglia tradizionale. Poi ci sono i cosiddettiabusologi, quelli chemiranoalla dimostrazione della colpevolezza di autori di reati di violenza e abuso. Con Bibbiano siè arrivati a sospettare la manipolazione di colloqui e test. Sono convinto non solo che in astratto possa succedere ma anche di averlo visto accadere e di averlo segnalato». Questi psicologi alla Bibbiano agiscono come santoni? «Direi che si comportano più comemissionari ciechi. Pensano di dover dimostrare una verità, e alla fine la trovano anche dove non c’è». Diciamola tutta: gli psicologi in giudizio possono arrivare a creare una realtà che non esiste? «L’errore qui ha cause spessomultiple e conseguenze gravi, su adulti e minori: stravolge le loro vite, le distruggeele ricrea, producendo effetti catastrofici. Ma questo non succede solo con i minori». Cosa intende? «Nei processi penali, per esempio, ancora oggi lo psicologo talvolta cerca connessioni tra la personalità e lo stile di vita di un individuo e la possibilità che abbia commesso il reato». Ma questo non è normale? «Non dovrebbe esserlo, è vietato dall’articolo 220 del codice di procedura penale, e perfinoi trattati di psichiatria forense segnalano questo comeun errore grave.Maancora oggi ci sono giudici che chiedono se la personalità di un soggetto è coerente con la commissione di un reato o con l’esserne vittima. E psicologi che accettano di rispondere. È una metodologia lombrosiana. Sostenere che se hai un tratto somatico inquietante sei un criminale non è molto diverso dal cercare correlazioni tra un tratto della personalità e il fatto che tu abbia commesso un reato. Le prove processuali per giustificare una condanna, come un provvedimento d’affido, devono essere oggettive, non presuntive, o probabilistiche». I giudici hanno colpe in questi affidamenti su presupposti sbagliati? «Il giudice ha una competenza giuridica e un tempo limitato a disposizione: è naturale che si avvalga di consulenti, spesso molto validi». Quindi il giudice è completamente manovrabile dagli psicologi? «No. Ilgiudice deve affidareal consulente un compito tecnico, ma ha gli strumenti per difendersi dagli psicologiideologizzati. I consulenti tecnici sono scelti dal magistrato tra esperti con una competenza molto specialistica. I nomi si conoscono. Se qualcuno raggiunge sempre le stesse conclusioni, è difficile che passi inosservato. Specie nelle realtà di provincia, come Bibbiano. Sono certo che il giudice, quando legge una relazione, èmessoin grado di capire se le argomentazioni dello psicologo sono pretestuose o nonadeguatamentemotivate, specie leggendo attentamente anche le relazioni dei consulenti di parte, che sono il primo anticorpo alle perizie basate su pregiudizi». L’esplosione del caso Bibbiano potrà in futuro sanare in qualche modo la patologia dei bimbi dati in affido con leggerezza? «Me lo auguro ma non è facile. Trovo preoccupante che un grave problema tecnico venga strumentalizzato politicamente, perché sposta il focus». In concreto cosa si può fare? «Gli assistenti sociali coinvolti in casi così delicati dovrebbero avere un carico di lavoro non eccedente quanto umanamente sopportabile, ed essere affiancati da supervisioni costanti e competenti. I giudici e i consulenti dovrebbero valorizzare il contraddittorio tecnico come momento prezioso, di verifica e di garanzia. E gli Ordini degli Psicologi, infine, hanno il compito di garantire la qualità degli interventi dei propri iscritti. È una priorità l’intervento disciplinare sui casi critici, senza timore di comminare sanzioni cheimpediscano di nuocere a coloro che espongono le famiglie a sofferenze evitabili. Però il caso Bibbiano potrebbe produrre effetti negativi anche al contrario». A cosa si riferisce? «Alla donnache siè buttata dall’ottavo piano pochi giorni fa a Milano con il bimbo di tre mesi in braccio. Non escludo che la suggestione dello scandalo di Bibbiano abbia generato un eccesso di cautele rispetto a un intervento necessario».

Poco tempo fa sono stato invitato alla trasmissione Coffee Break, su La7. Tra gli ospiti c’era anche la ex presidente della Camera, Laura Boldrini. Lei dice la sua, io dico la mia. Su molte cose non siamo d’accordo, come è naturale. Poi lei mi augura in bocca al lupo per il mio nuovo romanzo e ci salutiamo. Il giorno dopo do un’occhiata alla pagina Facebook della trasmissione e trovo oltre un centinaio di commenti, molti dei quali sono insulti nei suoi confronti. Anche qualcuno rivolto a me, per il solo fatto di aver preso parte alla trasmissione assieme a lei. D’accordo che ormai i social sono delle fogne, mi dico, ma quante ingiurie dovrà ancora sopportare quella donna! E la mia empatia nei suoi confronti s’impenna. Già in trasmissione la osservavo e mi dicevo: che spalle larghe deve avere per reggere tutte le volgarità e l’odio che ogni giorno le riversano addosso! Naturalmente prendo il caso della Boldrini per fare un discorso generale, per parlare del livello di degenerazione a cui siamo giunti nel mondo social, dove aggressività, violenza verbale e disprezzo la fanno da padroni. Non c’è il rischio che tutto questo prima o poi si travasi nella vita reale? Ho amici scrittori che subiscono impassibili (almeno in apparenza) la loro dose quotidiana di insulti. Non faccio i nomi per non esporli ulteriormente. Personalmente sono pessimista. Non credo che vi sia un rimedio a questo andazzo. Credo invece che sprofonderemo sempre più giù. Molti personaggi pubblici (quasi tutti, per la verità) sopportano ogni giorno offese di ogni tipo da parte dei cosiddetti haters, odiatori di professione, sempre più numerosi, come se fosse il prezzo del successo. C’è chi si spinge a dichiarare che quegli insulti se li meritano. Balle. Chi insulta o giustifica gli insulti è un uomo da poco, un individuo senza speranza, roso dall’invidia e della frustrazione. C’è da augurarsi che in molti casi ciò che accade sui social sia dovuto solo a un impazzimento momentaneo, e che nella vita reale costoro tornino a essere dei dottor Jekyll, non dei Mr Hyde. Altrimenti ci troveremmo davanti a decine di migliaia di squilibrati che circolano in libertà per le strade. Ricordate il film Rollerball, del 1975, nel quale una delle principali valvole di sfogo per la popolazione era rappresentata da un violentissimo sport nel quale due squadre composte da corridori in pattini a rotelle e motociclette si affrontavano in una lotta all’ultimo sangue come in un’arena? Forse i social svolgono questo ruolo, servono a evitare guai peggiori nel mondo reale, convogliando tutta la rabbia nella rete. Viene quasi da augurarsi che sia così, anche se sarebbe ben triste. È probabile che nessuno ci possa fare nulla, forse abbiamo le mani legate. Una cosa però c’è che possiamo fare: attivarci, tutti insieme, affinché le persone che passano il tempo a insultare sui social vengano emarginate. Se ne avete tra gli «amici» bannateli. Non si tratta di scatenare una caccia alle streghe, ma di trasformare i social in luoghi più civili. Le critiche, anche feroci, sono ammesse. Ci mancherebbe. Un insulto può scappare, ma non può diventare la regola. Naturalmente chi si sente ingiuriato o diffamato può sporgere querela, ma nel caso in cui si ricevano decine di insulti tutti i giorni questa strada non è percorribile. Allora diamo una mano tutti, come quando si va a ripulire le spiagge o i boschi: ripuliamo Facebook. Inutile nascondere che iniziative di questo genere presentino dei rischi. Primo, finiscono inevitabilmente inascoltate. Secondo, c’è sempre qualcosa di stonato, di fariseo, negli appelli (ecco perché non ho mai aderito a nessuno dei tanti proposti a favore di questo o contro quest’altro). E immagino che il mio non faccia eccezione. Forse si chiede troppo alle persone, per colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni. Senza contare che abbiamo assistito a fin troppe cacce alle streghe negli ultimi anni, perché se ne aggiungano altre. Ogni volta che ci si scaglia contro qualcosa o qualcuno cercando di sollevare le masse si finisce per commettere un’ingiustizia più grossa di quella che si pretendeva di cancellare. E allora perché questo appello? Per la semplice ragione che, se nella barca in cui mi trovo comincia a entrare acqua, come posso restarmene con le mani in mano? In gioco c’è più di quel che sembri.

Lo scandalo è di quelli che fanno tremare le fondamenta dei palazzi. Tremila e duecento per l’esattezza, secondo i bene informati. Tanti erano infatti gli immobili dati in garanzia dai Democratici di sinistra utili ad assumere un debito milionario del giornale per eccellenza della sinistra, L’Unità, verso un gruppo di banche. Debito garantito dalla presidenza del Consiglio dei ministri il 5 febbraio del 2000. La notizia è che ora quel debito, che oggi ammonta a 81,6 milioni di euro, pesa proprio sulle spalle di Palazzo Chigi, ma che alla fine a pagare saranno i cittadini italiani. La storia inizia a cavallo del nuovo secolo. All’epoca Massimo D’Alema è presidente del Consiglio dei ministri e anche presidente dei Ds (Democratici di sinistra). L’Unità ha contratto molti anni prima (si parla di 31 anni fa) un debito di 200 milioni di euro con le banche, ma i soldi non ci sono, quindi i Ds propongono alla presidenza Consiglio, cioè a D’Alema, di assumere su se stessa quel debito grazie a una legge del 1998, frutto del governo Prodi, che però concedeva la garanzia statale all’editoria. Le banche accettano, in quanto il partito si dimostra capiente perché titolare di immobili. Circa la metà della cifra viene saldata con le entrate del finanziamento pubblico ai partiti, il resto manca. Peccato che quel patrimonio immobiliare da tempo non esista più. Risulta anche da una perizia dell’ingegner Marco De Angelis fatta per il Tribunale di Roma che, nei giorni scorsi, con tre sentenze ha rigettato tre ricorsi fotocopia presentati dall’Avvocatura dello Stato in opposizione ai decreti ingiuntivi di Intesa, UniCredit, Bpm e Bnl e legati al rimborso dei crediti utilizzando la garanzia dello Stato. Come si legge nelle sentenze, il giudice Alfredo Maria Sacco ha dato autorizzazione alle banche a rivalersi sui debitori per inadempimento e quindi non per insolvenza. Il tutto nonostante l’Avvocatura dello Stato avesse chiesto e ottenuto dal magistrato di valutare a quanto ammontasse il patrimonio del partito, che il consulente del giudice di Roma ha censito in una perizia molto accurata e per certi aspetti incompleta, atteso che lo stesso giudice ha disatteso la richiesta di poter proseguire le indagini peritali. Nonostante questo, però, il magistrato ha deciso che a pagare i debiti dei Democratici di Sinistra dovrà essere la presidenza del Consiglio dei ministri, appurato che, si legge nelle sentenze, il partito di D’Alema & C., ha posto in essere una serie di condotte «apparentemente elusive (e forse fraudolente), per sottrarre i propri beni dalla garanzia, patrimonio» che poi, nel 2007, l’allora tesoriere Ds Ugo Sposetti, poi senatore Pd, ha provveduto a «collocare» in 57 fondazioni e che, a dire dello stesso Sposetti, non è più aggredibile dalle banche. Palazzo Chigi ha anche chiamato in giudizio i Ds, oggi presieduti da Antonio Corvasce, che si sono costituiti con il nuovo tesoriere Vito Carlo D’Aprile il quale, da tempo, per poter fare fronte a tutti i debiti, ha chiesto il conto della sua gestione al senatore Sposetti, nel 2008 parlamentare del Pds, senza esito. Dalle carte risulta che le banche coinvolte devono avere indietro diversi milioni di euro: UniCredit 22 milioni circa, Intesa San Paolo 35 milioni, Bpm 14,7 milioni di euro e Bnl 14 milioni. Già nel 2014, all’epoca del governo Renzi, la presidenza del Consiglio aveva presentato opposizione, facendo ricorso attraverso l’Avvocatura dello Stato, perché non sussistevano «i presupposti per l’escussione della garanzia stessa chiedendo e ottenendo di chiamare in manleva l’associazione Democratici di Sinistra, già Partito democratico della Sinistra». Ma il decreto fu dichiarato immediatamente esecutivo. Con le sentenze del 10 settembre si chiude il primo capitolo della vicenda. Tocca allo Stato, che potrà rivalersi sui Democratici di sinistra, che sono i recenti antenati del Partito democratico. Solo che non c’è più un euro, visto che il patrimonio un tempo millantato non è che una scatola vuota. Dove sono finiti quei 3.200 immobili di cui solo una piccola parte è stata censita nella perizia fatta fare dal Tribunale di Roma? Che farà il premier Giuseppe Conte? Darà ordine di rivalsa sul partito dei Ds o andrà in appello? Il rischio è che a pagare i debiti di un partito siano i cittadini.

Lo scandalo dei 3.200 immobili spariti Con la fine dei Ds il patrimonio finito in fondazioni e associazioni. Rivalsa impossibile.

Si tratta di un patrimonio enorme, a occhio di 3.200 immobili, finiti chissà dove e serviti per la garanzia data dalla presidenza del Consiglio dei ministri per salvare L’Unità. Nella relazione Ctu fatta dall’ingegner Marco De Angelis su richiesta del Tribunale di Roma appare chiaro che sono finiti in fondazioni o altro e che, quindi, la scatola è totalmente vuota. Il perito è riuscito a recuperare informazioni effettive su 250 unità, un campione del totale. La ricerca è stata estesa alle varie federazioni dei Ds presenti sul territorio nazionale. Un lavoro certosino, che avrebbe potuto riguardare anche circoli Arci e sportivi, ma che di fatto ha portato all’individuazione solo di una parte delle ex proprietà immobiliari del partito da cui è nato l’attuale Pd. Il perito dice che «al momento dell’escussione della garanzia esistevano 1.651 unità immobiliari tra catasto fabbricati e catasto terreni». Questo al 2008. A marzo 2009 erano scesi a 1.002 e ad aprile 2009 a 994. Ma i bene informati assicurano che sono molti di più. Nel testo si legge chiaramente che «a partire dall’aprile 2007 le singole federazioni provinciali dei Ds, su indicazione della sede centrale, costituiscono delle fondazioni alle quali viene donato a titolo gratuito l’intero patrimonio immobiliare». Gli enti territoriali hanno quindi ceduto gli immobili alle fondazioni. Un’operazione probabilmente pensata e ben studiata, così da rendere il patrimonio immobiliare dei Ds una scatola vuota. «Dall’analisi delle trascrizioni – si legge poi – delle costituzioni di fondazioni, si evince che all’atto della costituzione delle fondazioni erano stati donati 983 unità immobiliari e 156 terreni». Il totale dei beni donati ammonta a 1.736 unità (1.506 immobili e 230 terreni). Ciò significa che al momento dell’escussione di garanzia questi beni erano di proprietà dei Ds, ma intestati a fondazioni. Il primo quesito del giudice chiedeva che si verificasse l’effettiva appartenenza degli immobili ai Ds al momento della presentazione della garanzia. L’elenco è stato ripreso «dal contratto di cessione del complesso aziendale de L’Unità al 30 dicembre 1997 con cui L’Unità spa in liquidazione cede alla Beta immobiliare srl (legata ai Ds, ndr) il proprio complesso aziendale immobiliare». Vi sono palazzi e appartamenti a Napoli, Villa San Giovanni, Roma, Bergamo, Tivoli, Lucca. C’è persino la sede di via delle Botteghe oscure. Che a oggi non appartiene più al partito. Ma ci sono appartamenti e case anche in piazza Campitelli a Roma, in via dell’Aracoeli, in via Coghetti e via Leoncavallo a Bergamo, in piazza Francesco Napoli a Palermo (dove c’era la sede de L’Ora, ndr), in via Fulvio Testi e via Giovanni Suzzani a Milano e molti altri. «Alcuni sono stati venduti – si legge ancora – prima di tale data (3 agosto 2000) e pertanto non potevano essere oggetto della prestazione di garanzia». Nella perizia l’ingegnere specifica chiaramente che «gli immobili che possono farsi risalire ai Ds al momento dell’escussione della garanzia (giugno 2008) sono innumerevoli, ma a quel momento la quasi totalità degli immobili dell’elenco dell’accollo non erano più di proprietà dei Democratici di sinistra o di persone giuridiche risalenti a essi».

Se qualcuno avesse profetizzato, all’inizio del millennio, che un giorno un giovanotto di 33 anni senza arte né parte, privo di laurea, ignaro della lingua inglese e largamente insipiente in materia di storia e geografia, sarebbe diventato ministro degli Esteri di quella che, nonostante tutto, resta la settima potenza economica al mondo, gli avremmo riso in faccia. L’idea tradizionale era che un ministro, per essere tale e soprattutto agli Esteri, dovesse avere studiato qualcosa, vantare un curriculum, essersi fatto le ossa in dibattiti parlamentari e trame di partito, avere una carriera alle spalle, insomma disporre di una biografia pubblica. Ma ci sbagliavamo. Questo era vero in altri tempi, meno infelici di quelli attuali, dal punto di vista della qualità di chi ci governa. Finché, una quindicina d’anni fa, è saltato fuori dal nulla, o meglio da qualche piazza assatanata, un comico che ha fondato un movimento, che si è trasformato in partito (ma senza dirlo), che ha un leader o “capo politico”, il quale è diventato, grazie alle burle della storia, ministro degli Esteri. No, non è una filastrocca di Branduardi. Parliamo di Luigi Di Maio. Come è stato possibile? Prima di cercare una risposta mi si lasci citare Platone. Nel Teeteto, fa dire a Socrate che l’inizio della filosofia è il thaumazein, lo stupore o meraviglia di fronte al mondo. Ma se oggi un filosofo greco, sceso da una macchina del tempo, si trovasse di fronte a Di Maio, nel suo ruolo di ministro, potrebbe provare solo sgomento. “Quello lì?”, griderebbe e tornerebbe di corsa nel Quinto secolo a. C., guardandoci e toccandosi la fronte con un dito. Con questo voglio dire che il problema del nostro ministro non sta tanto nell’ignoranza conclamata o nella mancanza di una laurea, che pure pesano, ma nella sua irrilevanza, politica e morale. L’ometto, a sua volta, è espressione di un ceto politico, quello a 5 stelle, insipido e incapace, ma vasto e diffuso. Di Maio, tanto per fare un paragone con un altro bel tomo, è il contrario esatto di quel portavoce scapestrato di una congrega di conservatori oxoniensi, illusi di governare una grande potenza, che ha nome Boris Johnson. Questo qui, nel suo disastroso snobismo, ha comunque una personalità. Di Maio, all’opposto, è il simbolo del buco nero, del grande nulla in cui il nostro paese sta sprofondando, se un intervento divino o una catastrofe cosmica non interverrà rapidamente a cambiare la rotta. Ripetiamo: come è stato possibile? *** Tutto comincia con Grillo, è chiaro, e con il suo appello al popolo. Ma che cos’è il “popolo”? Ebbene, non è un soggetto, ma un predicato. Di per sé, in principio è muto, come ogni altra astrazione (classe, nazione, ecc.). Esiste, balza alla vita e all’esistenza sociale solo quando qualcuno lo nomina, lo definisce e soprattutto lo aizza. Quando qualcuno eccita dei tizi, a migliaia, decine e centinaia di migliaia, convincendoli che non sono monadi, anonime e solitarie, ma parte di un qualcosa che sta nascendo, gonfiando ed è pronto a esplodere (un milione di dita strette in un minaccioso pugno, dice Majakovskij del movimento comunista). Perché ciò avvenga sono necessari agitatori di talento, dotati di voce e carisma, e soprattutto nemici contro cui possano scagliare, mentalmente e all’occorrenza fisicamente, i soggetti atomizzati, che così diventano popolo. Dopo di che, il popolo esiste e lotta insieme a noi. Sartre pensava che prima venisse la fusione degli individui in un gruppo e poi questo esprimesse un capo, ma è più logico il contrario: è un capo che dà il via al gruppo e poi se ne impadronisce. La descrizione che fa Malaparte del colpo di stato di Lenin è forse semplicistica, ma fotografa i bolscevichi nel momento di attivazione e cristallizzazione del processo rivoluzionario. In questo senso, si parva licet, Grillo è un agitatore che è stato capace di eccitare i suoi atomi contro i nemici, facendo di loro un gruppo, un movimento e un partito. Come c’è riuscito? Per cominciare, grazie alle sue doti di guitto. I vaffaday sono stati la naturale prosecuzione degli spettacoli in cui, appunto, eccitava il pubblico contro i produttori di automobili, gli avvelenatori dell’ambiente, i ricchi, gli stranieri, i corrotti, i ladri, il pdmenoelle, lo psiconano, renzie – ovvero qualsiasi oggetto del livore dei nostri connazionali che gli capitasse a tiro; i quali connazionali, mentre si beavano delle invettive del comico-leader, dapprima nei teatri e poi in piazza, si facevano popolo, fondendosi con lui, e lui con loro. Come in uno spettacolo rock, ma con l’idea che sul palco si suoni la musica voluta dal pubblico. Ci vuole talento per tutto questo, e a Grillo non manca. Ma è il talento di un comico e forse di un capocomico, non di un autore o di un regista. Grillo, quando scrive, è penoso – le sue lettere ai giornali e i suoi appelli scritti sono nonsensi – cal. Non organizza e non dirige. Fa casino, consigliato o no che sia. Ma ha un fiuto straordinario nell’ac – chiappare al volo le idee altrui, nel trasformarle in battute e nel gettarle nelle fauci dei suoi spettatoriseguaci. Grillo è di sinistra, di destra, di centro, di ieri, di oggi e di domani: l’importante è che il pubblico goda delle sue enormità e, godendo, si identifichi con lui. *** Uno così non sarebbe uscito dai teatri e dalle piazze se il manager Casaleggio non l’avesse immerso nella cultura che va tanto oggi, un misto di New Age, informatica e moralismo anti casta. Basta dare un’occhiata ai libri scritti da Grillo e Casaleggio, da soli o in coppia, con o senza Dario Fo, per farsi un’idea di quello che era all’inizio il M5s: in economia idee strampalate ma alla moda, ecologia all’ingrosso, catastrofismo, fanatismo morale, faziosità stellare (“noi contro tutti”), giustizialismo sfrenato, democrazia al plasma, utopismo di caseggiato (piste ciclabili per tutti e wi-fi libero), xenofobia quanto basta (“no ai politici che permettono agli stranieri di violare i sacri confini della patria”). Una vera lagna, abbiamo pensato in molti, ma ci sbagliavamo; perché quegli slogan colpivano l’immagi – nazione di un paese che non aveva più sezioni o circoli di partito, abituato a credere solo ai magistrati, e che soprattutto non disponeva di altra sfera pubblica che internet, o meglio i social. Messi insieme, i due mezzi talenti di Grillo e Casaleggio hanno fatto un gran talento: uno sbraitava e l’altro teorizzava, uno portava consensi e l’altro li canalizzava, attraverso la sua azienda di consulenza informatica, verso la politica (non digitale, quella vera). Tutto questo sembra ovvio, oggi, ma non lo è stato e ha del miracoloso. Non giudichiamo con il senno di poi: imprese del genere non sono del tutto pianificabili, ma, a partire dall’idea di base – fare dell’odio per la casta una ragione di aggregazione virtuale e politica –, evolvono, subiscono strappi e rallentamenti. Magari falliscono. Ma il miracolo resta. Fondare un movimentopartito che non ha sedi, non costa nulla e anzi porta, direttamente e indirettamente, quattrini all’azienda e al comico, è geniale. In questo senso, il M5s non ha paralleli al mondo e la definizione di populismo gli va stretta. “Marketing populista” è forse un’espressione più appropriata. Il problema nasce quando questa bolla comico-digitale si trasforma in macchina elettorale. Il meccanismo delle selezioni online dei candidati, infatti, permette a poche migliaia o decine di migliaia di iscritti, gli attivisti più fanatici, di scegliere gente come loro da mandare in consiglio comunale o regionale, alla Camera o al Senato. E’ inevitabile che i prescelti siano politi – camente incompetenti. Magari ci sono anche i laureati, tra loro. Magari sanno qualcosa di ambiente, scuola, legge e informatica, ma nessuno ha spiegato loro che la politica è un’attività specializzata, sfaccettata, tortuosa, sottilmente canagliesca. Al contrario, con il ridicolo slogan “onestà-onestà-one – stà”, questi dilettanti hanno imposto per una decina d’anni il loro dilettantismo al mondo – con il risultato, però, di abbaiare e basta. Non si può per sempre salire sui tetti di Montecitorio, aprire scatolette di tonno, rumoreggiare sui banchi dell’opposizione. Bisogna sboccare da qualche parte. Bisogna fare politica. E non è un caso che a farla, alla fine, non siano i piccolissimi professionisti di provincia, gli ingegneri, i professori di filosofia, un paio di giornalisti, persino un generale dei carabinieri forestali, perbacco – ma quelli che sono diventati, volenti o nolenti, politici di professione, quelli che non saprebbero fare altro che i politici, se non fossero rieletti e perdessero il seggio o la carica di ministro o sottosegretario. Di Maio, Fico, per cominciare e dietro di loro gli Spadafora, i Patuanelli, i Toninelli, i Fioramonti, i Bonafede, gente che di rilevante ha solo la sonorità dei cognomi. *** La vecchia idea che i movimenti sociali, dopo una fase di ebollizione, si raffreddino, diventando istituzioni, è un luogo comune sociologico che contiene una qualche verità. Così, oggi, basta confrontare l’immagi – ne di Di Maio, strizzato nei suoi abitucci blu, con il descamisado Beppe Grillo dei Vaffaday per capire che il M5s è una cosa totalmente diversa da quella che pretendeva d’essere una decina d’anni fa. Un movimento mutante. E qui, ovviamente, c’è la contraddizione clamorosa di una fiera base sociale che ascende alle massime cariche di governo e stato, dei dilettanti che diventano professionisti, dei populisti che diventano casta. Solo gente fanatica o illusa può pensare che questi politici in sedicesimo siano diversi – professionalmen – te – dai leghisti, dai piddini, dai renziani, dai forzisti o dai fratelli d’Italia. Forse lo erano, tanto, tanto tempo fa. Ma non lo sono più. Non sono benestanti come i berlusconiani, felpati come i piddini, ruspanti come leghisti ecc., ma fanno lo stesso mestiere. Parafrasando una battuta del geniale Freaks di Tod Browning, il resto del parlamento potrebbe gridare a ogni grillino: “Sei uno di noi! Sei uno di noi! Sei uno di noi!”. Con una differenza fondamentale. Che gli altri hanno un minimo di ragione sociale o ideologica per esistere: il liberalismo, il riformismo più o meno di sinistra, il nazionalismo, il bonapartismo, il fascismo ecc. Mentre questi, perso il vestitino dell’innocenza, non hanno nessun motivo per stare insieme, se non la propria sopravvivenza di partito. E questo spiega ampiamente la faccenda del cambio di casacca governativa. Gente che aveva fatto il contratto con gli amici di Borghezio e CasaPound oggi governa con quelli di Zingaretti, Renzi e Grasso. Così, con le stesse facce impiegatizie e gli stessi completi da parlamentare. Come l’in – venzione del numerale zero (in greco il “nulla”, in arabo “il vuoto”) ha permesso di ampliare gli orizzonti della matematica, così un movimento con troppe e vaghe idee per la testa, cioè senza nessuna di rilievo, ha permesso di allargare quelli governativi. Il vuoto in fondo serve, è il mozzo intorno a cui girano le ruote. Naturalmente, a spiegare che cosa sia il M5s c’è anche la pura e semplice bêtise. Questi facevano tanto gli ecologisti, ma non si sono accorti, o perché non leggono i giornali o perché non sono mai andati oltre Chiasso, che i gilet gialli protestavano contro le tasse sulla benzina, non per l’ambiente. Come è naturale per gente che usa la macchina per lavorare. E così i due astuti dioscuri Di Maio e Di Battista sono andati a Parigi ad abbracciare quelli che facevano cagnara, con i seguenti risultati: contraddire quello che dicevano sino al giorno prima, fare incavolare il governo francese, fare incazzare una buona percentuale di elettori e fare oltretutto la figura dei pirla. Passi per Di Battista, capace solo di urlare alla luna. Ma quell’altro l’hanno nominato ministro degli Esteri! Parlo di Zingaretti e Renzi, che o non si sono posti il problema o avranno pensato che non bastava Conte per fare un selfie con i potenti della terra. *** E’ difficile fare previsioni. Probabilmente, gli scolari di Grillo e Casaleggio vivacchieranno finché Renzi non deciderà di staccare la spina al governo – il che non deve essere troppo prossimo, visto che il suo partitino non sembra decollare. Ma è causa di stupefazione che nei sondaggi il 20 per cento degli intervistati dichiari di votarli ancora. Che sperano di ottenere, se non la permanenza dei loro beniamini in Parlamento fino allo scadere del mandato? Forse, perché i grillini non sono mai indagati né condannati, mancando persino di un minimo fascino criminale? Chi lo sa. Finisco con una nota malinconica. La mattina in cui ho chiuso questo pezzo sono stato dal giornalaio. Il volto di Moro, al mare con la figlia, mi guardava dal bancone. Pensando a Di Maio ministro degli Esteri, mi è venuto da piangere. E’ vero che alla Farnesina c’è stata persino Mogherini (che fine avrà fatto costei?), ma Di Maio è davvero al di là di ogni immaginazione. Era molto meglio morire democristiani.

Sentiamo parlare di clausole di salvaguardia da anni, eppure ai più risulta ancora un argomento poco comprensibile. Dal 2011 i contribuenti italiani hanno vissuto l’angoscia della spada di Damocle dell’aumen – to previsto di Iva e accise dall’inizio dell’anno successivo. Il fatto che sia un aumento di tassazione previsto per l’anno dopo, e che nella maggior parte dei casi non si sia concretizzato, lo ha reso un argomento poco percepibile e comprensibile agli occhi dei non addetti ai lavori. Come spesso accade, alla confusione del pubblico si aggiungono semplificazioni e vere e proprie mistificazioni della realtà da parte di alcuni organi di informazione e attori politici, che contribuiscono a offuscare l’orizzonte della realtà. E così per l’elettorecontribuente diventa sempre più complicato attribuire le responsabilità politiche delle clausole di salvaguardia e dei possibili incrementi di tassazione. Un problema serio per una democrazia rappresentativa in cui governi e legislature durano (molto) meno del previsto e dunque l’orizzonte della politica è irrimediabilmente a breve termine: i partiti sono tentati di posticipare il pagamento dei conti di qualche anno, per mostrare risultati concreti e immediati all’elettorato senza interessarsi più di tanto delle coperture future. Particolarmente problematica è la narrazione – dif – fusa tra tutto lo schieramento politico – secondo la quale tutti gli ultimi governi si sono comportati allo stesso modo. Eppure, seppur il pessimismo sulle scelte economiche degli esecutivi possa essere giustificato, questo non è vero. Anzi, non riconoscendo meriti e demeriti specifici di ogni esecutivo si rischia di livellare i comportamenti politici verso il basso e non incentivare scelte virtuose sui conti pubblici. La cronostoria delle clausole Prima di tutto, un breve excursus sulla storia delle clausole. Chi le ha introdotte per la prima volta? Una buona domanda per cominciare a chiarire le responsabilità politiche. L’invenzione è da attribuire all’ul – timo governo Berlusconi nel corso della burrascosa estate del 2011: se l’esecutivo non avesse raccolto almeno 4 miliardi di tagli allo stato sociale nel giro di un anno e 16 in quello successivo, si sarebbero dovute tagliare per lo stesso ammontare le agevolazioni fiscali. L’anno successivo, il governo Monti riuscì a disinnescare circa due terzi degli aumenti preventivati, con tagli di spesa e aumenti di tassazione, mentre i quasi 7 miliardi restanti li lasciò in eredità all’esecutivo di Letta. Celebrate le elezioni politiche del 2013, l’esecutivo riuscì a posticipare di qualche mese l’aumento previsto, che tuttavia scattò definitivamente in ottobre dello stesso anno: Iva al 22 per cento e governo a casa. Anche Enrico Letta fu però costretto a lasciare in eredità qualche aumento futuro: 3 miliardi per il 2015, 7 per il 2016 e 10 per il 2017, qualora la spending review non raggiungesse gli obiettivi previsti. Poi arrivò Renzi, che da una parte sterilizzò parzialmente i miliardi lasciati da Letta, ma con l’al – tra mano impose importanti nuovi aumenti: quasi 13 miliardi nel 2016, 19 nel 2017 e 22 nel 2018. E’ in questo momento che le clausole di salvaguardia, dopo un primo periodo in cui furono tenute sotto controllo grazie a misure restrittive e il parziale aumento dell’Iva, presero il sopravvento. Con la legge di bilancio 2016 si ridussero in parte gli aumenti previsti, ma rimasero sul piatto ancora 15 miliardi per il 2017 e quasi 20 per il 2018, che l’anno successivo vennero soltanto posticipati. Poi è arrivato il governo Gentiloni, che attraverso la correzione di bilancio di metà 2017 ha racimolato qualche miliardo per coprire le clausole, fissandole a 12 miliardi e mezzo per il 2019, 19,2 nel 2020 e 19,6 nel 2021. E arriviamo al Conte 1, che dopo aver previsto nella prima versione della legge di bilancio l’azzeramento dell’aumento Iva per il 2019 e la riduzione degli incrementi calendarizzati per i prossimi anni, dopo la negoziazione con la Commissione europea ha deciso di tornare sui suoi passi e aggiungere nuove clausole. Risultato: +4 miliardi sul 2020 (quelli che il Conte 2 sta affrontando in queste settimane) e +9,2 per il 2021. Le responsabilità politiche A partire da questa complessa cronostoria, simile alla trama di una soap opera alla Beautiful, possiamo attribuire alcune responsabilità politiche. La prima clausola di salvaguardia fu inserita dall’ultimo governo Berlusconi nel 2011. Risolta la prima, una seconda clausola – più limitata – è stata firmata dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta. A più che raddoppiare l’ordine di grandezza è stato Matteo Renzi tra il 2015 e il 2017. Infine il primo governo Conte, sostenuto da Lega e Movimento 5 stelle, oltre alla sterilizzazione annuale si è limitato ad aggiungere alcuni miliardi per gli anni successivi senza tagliarne alcuno. Come è chiaro, spesso i governi si sono comportati in maniera differente l’uno dall’altro e non tutti si possono mettere sullo stesso piano. Senza dimenticarci le diverse condizioni economiche del paese nei periodi in cui sono stati in carica. Le differenze sono ancora più palpabili aggregando i numeri a disposizione. Il centrodestra nel 2011 impose 40 miliardi di clausole da pagare nel giro di tre anni, mentre il governo Monti non risulta averne aggiunta alcuna. Successivamente Enrico Letta introdusse 20 miliardi da pagare nel giro di tre anni, mentre Matteo Renzi lasciò al suo successore un’eredità pari a quasi 90 miliardi per il quadriennio successivo. Paolo Gentiloni nel 2017 le limitò a 51 miliardi, ma il primo esecutivo Conte decise che più o meno la stessa cifra sarebbe stata ripagata non più nel giro di tre anni bensì in due. A questi numeri va aggiunta una specifica fondamentale: le somme da pagare nel corso di più anni non sono tutte strutturali, cioè non interamente vanno finanziate per intero per sempre. Ad esempio, Renzi lasciò in eredità al governo successivo quasi 20 miliardi per il primo anno, e poi poco più di 23 per i tre anni a seguire. Se tuttavia Gentiloni fosse riuscito a coprire la prima ventina in modo strutturale – cioè con tagli di spesa o aumenti di entrate fissi ogni anno – l’anno successivo il conto si sarebbe ridotto a circa 4 miliardi, e anche gli anni dopo. Il problema, come spiegato nelle prossime righe, è che la copertura strutturale delle clausole è fatto raro. Come disattivare le clausole Abbiamo scoperto quali governi hanno avuto maggiori responsabilità sull’introduzione di nuove clausole Iva, ma manca ancora un’informazione fondamentale: questi aumenti previsti, come sono stati scongiurati? Come già accennato, dalla risposta a questa domanda dipende la stabilità delle disattivazioni. Nel caso il finanziamento sia provvisorio (maggiore deficit, entrate una tantum nel bilancio dello stato o tagli di spesa solo temporanei), lo stesso aumento dell’Iva si ripresenterà l’anno successivo e il problema sarà solo rimandato. Se invece i governi evitano gli incrementi di aliquota attraverso stanziamenti strutturali, la stessa somma sarà tagliata anche per gli anni successivi. A questo proposito, per capirci meglio, vengono in aiuto i numeri pubblicati in una nota del centro studi di Confindustria, firmata da Fontana, Montanino e Scaperrotta. Sulla base degli stessi numeri anche Sky Tg24 ha pubblicato un grafico interessante. Scopriamo così che anche sul finanziamento degli aumenti troviamo una tendenza abbastanza chiara. Nel periodo tra il 2012 e il 2014 quasi la totalità dei balzelli attesi sono stati coperti in modo strutturale, per sempre. Nel caso di Monti arriviamo al 93,5 per cento, mentre con Letta al 100 per cento (tenendo conto dell’aumento di aliquota dal 21 al 22). Dal 2014 in poi la musica è invece cambiata: Renzi ha disinnescato strutturalmente solo il 17 per cento degli aumenti, Gentiloni il 44 e il primo governo Conte ha raggiunto l’impietoso risultato di coprire tutti gli aumenti in deficit, senza alcuna risorsa strutturale per evitare che lo stesso problema si ri-presentasse l’anno successivo. Anche su questo fronte, altrettanto fondamentale rispetto al tema delle nuove clausole, le responsabilità politiche appaiono chiare leggendo le percentuali: sulla base di questi numeri né Matteo Renzi può ergersi a paladino contro gli aumenti dell’Iva – essendo stata la sua maggioranza causa di clausole e di soluzioni temporanee – né i componenti della precedente maggioranza gialloverde possono difendersi dalle accuse sostenendo di essersi comportati come chi li ha preceduti. Hanno fatto peggio, aumentando le imposte previste e senza trovare soluzioni stabili all’eredità che avevano ricevuto. E il Conte 2? Avendo chiari cronostoria e numeri, risulta meno arduo valutare le decisioni che il secondo governo Conte comunicherà tra poche settimane in legge di bilancio. Purtroppo nell’aggiornamento del Def non vengono specificate le intenzioni delle maggioranza su nuove eventuali clausole, né sulle modalità di finanziamento di quelle esistenti. Il ministro Roberto Gualtieri nelle interviste degli ultimi giorni ha però affermato che – oltre a disinnescare completamente l’aumento previsto di 23 miliardi per il 2020 – l’esecuti – vo intende dimezzare il peso fiscale per il 2021, fissato oggi a 28 miliardi. Ridurre del 50 per cento la clausola futura, a condizione però che non se ne aggiungano di nuove, sarebbe un buon viatico per liberarci definitivamente di questo meccanismo infernale. Nate su suggerimento dell’Unione europea per rendere le promesse di sostenibilità dei conti pubblici più credibili nel futuro, oggi le clausole di salvaguardia sono l’esat – to opposto: fonte di incertezza per tutti i contribuenti e limiti all’azione dei governi, che sono obbligati a impiegare due terzi delle manovre di bilancio per evitare aumenti di tassazione imposti negli anni precedenti. Tanto che la Commissione europea da alcuni anni ha deciso di non conteggiare più nelle proprie stime gli incrementi di Iva previsti e poi (quasi) sempre disinnescati, da quanto poco sono credibili. Sarebbe ora di liberarsene una volta per tutte. Nell’attesa, meglio non farsi abbindolare dal politico di turno.

Come tutti i leader iconici capaci di fare notizia anche solo con un post su Instagram, Matteo Salvini sa bene che utilizzare in modo sapiente le proprie immagini può dare la possibilità di dettare con costanza l’agenda politica del proprio paese. Per molti mesi, ai tempi del Viminale trucizzato, Salvini ha trasformato le sue immagini in un tassello importante della sua propaganda elettorale e non c’è clic dell’ex ministro dell’Interno che non abbia fatto in qualche modo notizia e che non abbia contribuito a far crescere la bolla salviniana. I selfie, come molti avranno notato, sono stati utilizzati per molto tempo, da Salvini, come un’arma di distruzione di massa degli avversari e non c’è nemico di Salvini che non sia in qualche modo morto d’invidia durante la prima parte dell’estate a vedere il segretario della Lega posare dopo ogni comizio per almeno due ore sul palco con i suoi follower desiderosi di scattare un selfie con il Capitano. A un certo punto della storia, per Salvini, le immagini, da punti di forza, si sono trasformate in punti di debolezza e dal giorno in cui il leader della Lega ha pigiato in Parlamento il pulsante del suicidio politico ci sono alcuni clic che si sono trasformati per l’ex Truce in tanti piccoli foto-ricatti. Non ci riferiamo naturalmente alla famosa foto pubblicata da Elisa Isoardi sui canali social il giorno della fine del fidanzamento con Matteo Salvini (il pettegolezzo a cui noi non crediamo è che quella foto sia un piccolo dettaglio poco significante di una foto più grande e molto significante) ma ci riferiamo ad altre foto di cui Salvini non riesce a liberarsi e che come in incubo tengono in ostaggio il leader della Lega.

La prima foto è quella del Matteo Salvini automunitosi di felpe anti euro e fino a che il leader della Lega non si presenterà di fronte ai giornalisti stranieri con una felpa uguale ma opposta, con su scritto viva l’euro, ciascuno di noi avrà il sospetto che quella felpa è stata solo infilata in un cassetto e non buttata in un cestino (e il fatto che il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, sia un anti euro non aiuta a diradare i sospetti). La seconda foto è quella del Matteo Salvini abbracciato con Nigel Farage che alimenta il sospetto che Salvini sia desideroso di esportare in Italia il modello Brexit (e il fatto che il numero uno della Lega in Europa, Marco Zanni, tre settimane fa abbia detto al Parlamento europeo che “il vero punto della Brexit è la paura che qualcuno possa mostrare un’altra via e che il Regno Unito possa dimostrare che si può stare meglio fuori dall’Unione europea” non aiuta a diradare i sospetti). La terza foto è quella dell’abbraccio tra Matteo Salvini e Gianluca Savoini nella Piazza Rossa di Mosca e fino a che Matteo Salvini non denuncerà Savoini per diffamazione (dicendo che no, quel pomeriggio al Metropol di Mosca Savoini, chiedendo a emissari russi soldi loschi per la Lega, non parlava a nome della Lega) la Lega di Matteo Salvini resterà vittima dell’am – biguità del suo leader rispetto ai temi della Russia (e rispetto alla volontà di voler arrivare alla guida del governo italiano per trasformare l’Italia nel cavallo di Troia della Russia in Europa). La quarta foto è quella del Matteo Salvini desideroso di denunciare con forza più reati e delitti commessi da uomini di colore che reati e delitti commessi da uomini non di colore e fino a che la Lega di Salvini non dimostrerà di volersi emancipare dalla cultura razzista il primo partito d’Italia sarà sospettabile di voler giocare con la xenofobia (e il fatto che in Europa la Lega sia alleata con un partito come l’AfD i cui esponenti, ha sentenziato la scorsa settimana in Germania il tribunale amministrativo di Meiningen, possono essere legittimamente definiti “fascisti” non aiuta a diradare i sospetti). La quinta immagine è quella meno nota ma ugualmente significativa scattata durante l’ultimo raduno di Pontida quando il deputato veneto della Lega Vito Comencini ha avuto l’eleganza di dire che “que – sto presidente della Repubblica, lo posso dire?, mi fa schifo e mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34 per cento degli italiani”. Comencini, come è noto, è stato indagato per vilipendio al capo dello stato. Ma ciò che risulta interessante rispetto ai fotogrammi di un leghista che insulta il presidente della Repubblica non è la propensione del leader della Lega a non rispettare le istituzioni ma è qualcosa di più: è la propensione della Lega a essere sempre di più il ricettacolo di ogni forma di estremismo presente in Italia. Le immagini in politica sono importanti. E occuparsi di queste cinque immagini, e trovarne delle altre per sostituirle, dovrebbe essere la priorità per un leader, le cui ultime immagini da vincente sono quelle che lo ritraggono in mutande a ballare in una discoteca da cui aveva lanciato la sua campagna per acquisire pieni poteri, desideroso di costruire un’alternativa a questo governo a colpi di riformismo e non a colpi di estremismo. E’ ora di cambiare filtri, mister Salvini.

Tre governi stanno chiedendo il permesso a Facebook di spiare tutte le nostre comunicazioni. Per il nostro bene, ovviamente, “dobbiamo trovare il modo di bilanciare le esigenze di proteggere i dati con la necessità per le agenzie di sicurezza di accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per investigare crimini commessi e e prevenire quelli futuri”, scrivono a Mark Zuckerberg il ministro della Giustizia americano William Barr, quello dell’Interno degli Stati Uniti e quello dell’A ustralia. LA QUESTIONE è delicata: da mesi Zuckerberg sta progettando il nuovo universo Facebook, quello che integrerà i social che ha acquisito, inclusi WhatsApp e Instagram. Dopo gli scandali sulla diffusione a parti terze dei dati degli utenti, Zuckerberg ha promesso più privacy per tutti, con l’esten – sione della criptazione end-to-end delle comunicazioni a tutti i servizi. Tradotto: come su WhatsApp, i messaggi devono diventare visibili soltanto al mittente e al destinatario ma l’infrastruttura che permette lo scambio, non deve poterli leggere. Per Zuckerberg è un sacrificio necessario: forse non potrà succhiare preziose dati dalle comunicazioni (come fa Google da GMail), ma ha la garanzia di non essere responsabile del contenuto. Ora che le bacheche di Facebook sono in declino come strumento di condivisione di notizie, sempre più informazione e disinformazione passa per i gruppi di WhatsApp. E non è una svolta rassicurante: a febbraio teorie del complotto e fake news diffuse via WhatsApp dopo un attacco terroristico in India hanno causato 30 morti. Nessuno controlla, nessuno può rimuovere i messaggi fasulli o pericolosi, come fa con dubbia legittimità Facebook dalle bacheche. Zuckerberg ha l’esigenza di prendere le distanze da quello che succede sulle sue piattaforme, la cosa che gli interessa è che noi non possiamo andarcene altrove: tutti devono restare nella galassia Facebook, anche pedofili e terroristi (che comunque potrebbero sempre trovare altri servizi di messaggistica ancora più riservati, è la risposta ai critici). FACEBOOK DA TEMPO non è più un’azienda normale, sta diventando qualcosa di simile a una infrastruttura (poco) regolata e a un ente regolatore esso stesso. I suoi piani per una moneta parallela, Libra, rendono evidente che Zuckerberg si sente a capo di uno Stato 4.0 molto più che di una start up troppo cresciuta. I governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia stanno provando a sfruttare quello che un polveroso filone di teoria economica considera il lato positivo del monopolio: se c’è una sola azienda molto grande, per la politica è più facile trattare con chi la dirige e trasmettere i propri input alla società. Magari i consumatori ne risentono, ma nel lungo periodo il mondo è più ordinato e sicuro che se ci fosse un mercato selvaggio fuori dal controllo dei governi. C’è una gigantesca falla in questa teoria, evidente proprio dal caso Facebook: quando il monopolista accumula troppo potere, è la politica a dover obbedire. O almeno è costretta a chiedere permesso. A noi cittadini, utenti e impotenti, si prospettano due sole opzioni, una peggiore dell’altra. Primo scenario: Facebook si piega alle richieste dei governi e Zuckerberg, l’Fbi, la Cia, l’Nsa, il Mi-6 britannico potranno decidere se e quando violare la nostra privacy. Secondo scenario: sarà l’ex studente di Harvard Mark Zuckerberg a decidere le politiche di sicurezza anti-terrorismo e anti-pedofilia, mentre i governi eletti dai cittadini assisteranno passivi. C’è un’alternativa? L’unico modo è intervenire alla fonte del problema, l’eccessiva estensione dell’influenza di Facebook. L’errore della politica è stato permettere che una sola azienda acquisisse società potenzialmente concorrenti per consolidare la sua presa su miliardi di persone. Le autorità Antitrust americane non hanno avuto da obiettare quando Zuckerberg ha comprato WhatsApp e Instagram perché una vecchia teoria, tanto influente quanto superata, della “scuola di Chicago” dice che finché i prezzi non salgono per il consumatore finale la politica non deve ostacolare le imprese. Nel mondo digitale le cose sono più complicate. La senatrice democratica Elizabeth Warren, sempre più vicina a diventare la sfidante di Donald Trump alle elezioni 2020, ha un piano per smantellare i colossi del digitale, a cominciare proprio da Facebook, costringendoli a vendere rami d’azienda per riportare la concorrenza in un settore dove ormai ci sono soltanto monopoli e cartelli. In un audio diffuso dal sito The Verge, Zuckerberg annuncia una guerra legale contro la Warren e si dice pronto anche “ad andare ai materassi”. Strategie legittime, se non fosse che Facebook, WhatsApp e Instagram sono anche le infrastrutture di comunicazione da cui passerà gran parte della campagna elettorale del 2020. L’arbitro, in questa partita, sta dicendo di tifare contro una delle due squadre in campo. E la cosa che teme di più non è un governo ostile, ma il mercato. QUESTA TENSIONE tra grande impresa, governi democraticamente legittimati e diritti dei cittadini è la grande questione del nostro tempo. Il fatto che lo scontro sia soprattutto negli Stati Uniti non deve darci l’impressione sbagliata: anche il futuro della democrazia italiana dipende dall’esito di questo scontro epocale tra poteri e diritti.

Ogni tanto è bene dare una sbirciata a Il Bolscevico, l’Organo del Partito marxista-leninista italiano, che lotta contro “il fascismo e la borghesia dominante” con analisi spesso dotte e puntute, specie su scuola e lavoro. Ci ha colpito però il 2 ottobre leggere una filippica durissima contro Roberto Saviano, una specie di dossier completo di sue lettere alla redazione, alla luce dell’intervista rilasciata dallo scrittore al Venerdì di Repubblica del 20 settembre. In questa intervista, accusa Il Bolscevico, Saviano “non fa cenno del non breve e pur intenso rapporto, durato oltre un anno, che intrattenne con il Pmli e Il Bolscevico nel suo periodo giovanile, nel passaggio tra l’adolescenza e la maturità”. Considerando che oggi Saviano ha 40 anni, si sta parlando di cablogrammi che risalgono a più di 20 anni fa. il Bolscevicorivela che Saviano allora “si definiva, come nella sua prima lettera spedita al Pmli il 3 maggio 1996… ‘un ragazzo da sempre impegnato nella lotta di classe e militante della sinistra rivoluzionaria extraparlamentare ’, di tendenza ‘guevarista/trotzkista’.” Se non basta, che dire di “quando, già compiuti i 17 anni, in una seconda lettera…, rivolgendosi ai ‘cari compagni del Bolscevico’ ”, si definiva anzi ‘un marxista-leninista di Caserta’, precisando di comprare saltuariamente il nostro giornale”? IN FORZA di mille altre prove prodotte, il Bolscevicosostie – ne la tesi che Saviano avrebbe tradito i suoi ideali giovanili (peraltro, inquieta la prassi del giornale marxista-leninista di conservare per 23 anni le lettere di ogni ragazzino che contatti la redazione) per diventare un tiepido borghese riformista. Gli si rimprovera che “nel 1997 affiggeva i manifesti del Partito”, e oggi “deplora e condanna pubblicamente l’uso della violenza rivoluzionaria, come fa nel 2010, attaccando su la Repubblica la battaglia storica degli studenti che in Piazza del Popolo rispondono alla violenza della polizia”. È la stessa accusa che si fa da 50 anni al Pasolini di Valle Giulia, infatti citato. Ma, stante l’aporia che i bolscevichi non sono in grado di produrre nessuna lettera in cui il Saviano adolescente elogi la violenza, l’e s c a la t i o n de l l e imputazioni è feroce. Non è chiaro se si tratti di una specie di outing, di sputtanamento ai danni del Saviano personaggio famoso “accolto dalla classe dominante nei suoi salotti più prestigiosi” (tanto per rovinargli la piazza), o di una reazione a un tradimento affettivo. Nell’i ntervista a Simonetta Fiori Saviano parla dei demoni con cui convive e della sua giovinezza inesistita (“La mia famiglia è come se fosse morta, completamente disgregata, 13 anni fa”), senza nominare i suoi trascorsi filo-bolscevichi; ma, a parte che vi compare in una inequivocabile foto da ragazzo con la maglietta di Che Guevara, perché avrebbe dovuto? Non è pensabile che la sua formazione si sia incarnata nelle battaglie che ha condotto, co-evolvendosi con la sua biografia spezzata? Il giornale gli riconosce le lotte “contro la camorra e tutte le mafie, in difesa dei migranti e dei rom contro il razzismo, la xenofobia e il fascismo… contro l’aspirante duce d’Italia Matteo Salvini”,“il berlusconismo…, mafia capitale, l’attacco alla libertà di stampa del ducetto Di Maio e i suoi ‘taxi del mare’, il demagogo De Magistris e il corrotto De Luca, il decreto fascista e razzista Minniti”; ma gli rimprovera di non condurle “da marxista-leninista”, bensì “da liberale riformista borghese, tutte all’interno del regime capitalista e neofascista”. Sembra la fotografia dei difetti che, a volte anche parodisticamente, si imputano al fideismo massimalista, dal non saper fare i conti con la transitorietà alla spietatezza con cui il collettivo e l’onto – logico sovrastano il personale e il contingente. Non è comprensibile che un uomo che vive sotto scorta per minacce di morte abbia fatto sua la critica della violenza, pure proletaria? EPPURE Saviano è un intellettuale che conduce, secondo la sua accorata testimonianza, una vita del tutto estranea al trafficare e al manipolare correnti (“Vivo la vita d’un malato o d’un carcerato, e sai come riesco a consolarmi? Dicendomi che in realtà sono un privilegiato, libero da patologie e da sentenze di pena”), a meno di non alludere al famigerato “attico a New Yo rk” inventato da Salvini, Meloni ecc. La stoccata finale su un Saviano radical chic contiene un ’allusione fatua: “Perc hé non spiega come si è potuto creare questo oscuro cambiamento tra il Saviano rivoluzionario e antiriformista di ieri e quello riformista, liberale, pacifista e in certi momenti finanche anticomunista e reazionario di oggi? E in ogni caso, perché nascondere questo passato, a meno che non se ne vergogni di fronte alla classe dominante borghese…?”. L’“oscuro cambiamento” di Saviano forse è solo cambiamento. È quella figura che Marx affronta nei Manoscritti economico-filosofici quando parla di ciò che rende un uomo “d ia l et ti ca m en te ” felice; è il divenire che in Materialismo ed empiriocriticismo Lenin associa alla imprescindibilità, in ordine alla rivoluzione, della vita quotidiana. Dice Saviano: “Mi manca poter sbagliare liberamente. Oggi ogni mio errore è osservato, spiato, amplificato, come se la mia vita fosse una cittadella assediata, che non ammette spazi di debolezza”. IL BOLSCEVICO pensa di fare una cosa radicalissima attaccando Saviano sul piano del privilegio individualista piccolo-borghese: esattamente ciò che fanno da 13 anni, dall’uscita di Gomorra, i camorristi, i berlusconiani, CasaPound, Vincenzo De Luca, i devoti a Santa Maria Elena Boschi, i benpensanti borghesi, i troll sui social, i “napoletani veri”, i mafiosi, i salviniani e i semplici invidiosi.

Q» ENRICO FIERRO uante divisioni ha il Papa?”. È la domanda che Iosif Stalin pose ai suoi generali a Yalta. La stessa che risuona in modo allarmato al Nazareno (“quante divisioni ha Matteo Renzi?”), e che per ora non trova risposte. Vedrete alla Leopolda 10, 18-20 ottobre, è il refrain dei renziani. Nella tre giorni che sancirà la nascita di “Italia Viva”, gli indecisi ufficializzeranno il loro passaggio, i dubbiosi (tra un intervento dal palco e un apericena con promesse di future candidature), scioglieranno riserve, i convinti rafforzeranno le loro ragioni. Nel frattempo abbiamo cercato di capire cosa succede nei mitici “territori”, iniziando dalla culla del “renzismo”, la Toscana. Terra d’arte, di paesaggi stupendi, ma in perenne e “machiavellica” a ttesa del “nuovo principe”. Qui Matteo Renzi può contare su una lunga schiera di amici, tutti ben collocati nel sistema di potere regionale e nel Pd. Molti ancora “in sonno”. Raccontano che anche Dario Nardella, sindaco di Firenze e più renziano di Matteo, sia in attesa. O forse no. “Dario – dicono i bene informati – può decidere di non seguire l’a v v e ntura di Italia Viva e di giocarsi una partita tutta interna al Pd. E non da comprimario, ma da leader”. Riconfermato sindaco al primo turno alle scorse elezioni comunali col 57% (con la Lega relegata al 14,4% dentro un centrodestra sconfitto al 28, e i Cinquestelle umiliati con un misero 6%), ha un bel mazzo di carte da giocare. Rimane Luca Lotti, ai tempi d’oro del renzismo trionfante considerato da alcuni il Richelieu di Matteo (per altri meno buoni semplicemente un moderno Franco Evangelisti), ma ha i suoi guai col processo Consip. Resta nel Pd di Zingaretti, anche perché sembra che tra lui e Renzi non corra più il buon sangue di una volta. NON PASSANOcon Italia Viva i consiglieri regionali. Renzi ha dichiarato che il suo partito non presenterà liste alle prossime elezioni, e in Toscana si vota in primavera. Trasmigrare ora non conviene. Solo “di c h ia r azioni di interesse” da parte del consigliere A n t on i o M az z eo (10mila voti), imprenditore pisano ed ex responsabile organizzazione del Pd toscano, coinvolto nel crac della società editrice de l’Unità, della vicepresidente del Consiglio Lucia De Robertis(aretina da 5mila preferenze), e di Gianni Anselmi, eletto a Piombino. “Do – po le regionali verranno da noi”, assicurano i renziani. Ma la partita vera in Toscana si gioca sulla scelta del candidato destinato a sostituire il governatore E nr i c o R o ss i . Ed è in buona parte tutta interna alla galassia renziana ancora dentro il Pd. Stefania Saccardi, assessore regionale alla Sanità e fedelissima di Matteo, è una delle aspiranti e vuole le primarie. Renzi, però, l’ha bloccata con una telefonata dal tono perentorio: “C ara Stefania, come sai ti considero una risorsa importante, ma il nostro candidato è Eugenio Giani. Con lui si può vincere”. Stop. Giani è l’attuale presidente del Consiglio regionale, una macchina macina voti. Toccherà ad un’altra fedelissima di Renzi della prima ora (con Maria Elena Boschi coordinò le primarie del 2012 per le liste renziane), dipanare la matassa. Si tratta di Simona Bonafé, europarlamentare e segretaria regionale del Pd. Anche lei guarda con “s impat ia” a lla Leopolda, nel frattempo deve difendersi dagli attacchi concentrici dei suoi e dei “zingarettiani” che la accusano di non essersi battuta a dovere contro l’esclusione dei toscani dal governo. Ma se la Toscana è in attesa (sempre “m a c hi a ve l li c a”, s’intende) a Milano le cose vanno più veloci. La prima uscita pubblica di “Italia viva”è stata un successo che ha stupito lo stesso Renzi. Salone degli affreschi del l’Umanitaria stracolmo, nonostante la contemporaneità della partita Milan-Torino, di bella gente da “Milano da bere”. In sala scarsa la presenza di militanti Pd delusi, molte facce nuove, ceto medio, professionisti, bancari e architetti. Ada Lucia De Cesaris, avvocato, ex assessore e poi vicesindaco delle giunte Pisapia, è l’anima e il motore del nuovo partito di Renzi. Viene dalla Fgci (organizzazione dei giovani del Pci). “Non voglio fare parallelismi fuori luogo –ci dice –ma ho notato la stessa volontà di partecipare, di essere sul territorio e costruire qualcosa di diverso con umiltà”. Una ex comunista, ex numero due di un sindaco come Pisapia che il comunismo voleva rifondarlo, ora con Renzi? “Sono stata vicesindaco ma con le mie posizioni. In politica e nelle istituzioni merito, competenza e pragmaticità sono indispensabili. La mia evoluzione è antica. Da noi vengono persone che vogliono mettersi in gioco, volti nuovi, rappresentanti di ceti sociali in questi anni esclusi dalla politica”. Che succederà in Lombardia? “Molti amministratori, sindaci, presidenti di municipalità, consiglieri comunali, stanno mostrando un forte interesse. Alla Leopolda e nei mesi che seguiranno ci saranno passaggi e dichiarazioni importanti”. Nell’atte – sa è già battaglia all’interno di “Italia Viva” m i l a n es e . Perché nella corsa alla leadership è sceso in campo anche Mattia Mor. È il giovane rampantissimo imprenditore genovese che Renzi volle candidare, e poi far eleggere, nel collegio di San Siro. Se la piccola borghesia e il mondo delle professioni guardano alla De Cesaris con interesse, quando parlano di Mor, storcono il naso. Non sono per i suoi trascorsi imprenditoriali non proprio esaltanti (il fallimento da 2,2 milioni della sua Blomor), ma per le sue performance tv. Da Quelli che il calcio a Uomini e donne, fino al Gran – de Fratello 10. Anche Napoli si muove. Nella patria di Gennaro Migliore (una volta pupillo di Bertinotti e aspirante rifondatore del comunismo, poi passato al Pd prima di approdare al renzismo), Anna Rita Leonardi è uno dei motori di “Italia Viva”. Infaticabile presenzialista sui social (ultima polemica Facebook con Gerri Calà), ex Pds in Calabria, da anni si è trasferita in Campania. “La scissione era inevitabile, il Pd non risponde più alle esigenze della mia generazione. Siamo nel centrosinistra, ma guardiamo con interesse a quei ceti che rischiano di finire in mano alla Lega di Salvini. Tutto è in divenire, a Napoli stiamo registrando grandi consensi”. Tradotto: 50 circoli di Italia Viva, e importanti passaggi. Quello di Graziella Pagano , ad esempio. L’ex senatrice ed ex europarlamentare, esponente storica del fu Pci, ha scelto Facebook, Ci – ro Bonajuto, sindaco di Eercolano, ha direttamente comunicato a Renzi la sua adesione. Lello Topo, deputato, e Mario Casillo, consigliere regionale, per il momento stanno con la corrente di Lotti e Guerini. Il governatore Vincenzo De Luca,è critico con la scelta di Renzi. Ma non troppo. A smuovere le sue perplessità sulla scissione ha provveduto la Boschi in una affollata assemblea a Taurasi, patria di un ottimo aglianico, in provincia di Avellino. Se De Luca sarà il candidato governatore alle prossime regionali i renziani appoggeranno il centrosinistra, diversamente faranno altro. Vincenzo si è detto soddisfatto, ma in vigile attesa. “A Napoli e nell’area metropolitana abbiamo tanti circoli, grandi e piccoli, alcuni organizzati sul modello tea party”. Lu – ciano Crolla, una vita nel Pd con ruoli di responsabilità, ci racconta il partito di Renzi sotto il Vesuvio. “Prima della Leopolda faremo una grossa iniziativa. Guardiamo agli elettori moderati una volta affascinati dal berlusconismo ormai morente ”. Quindi va bene anche Ma st el la ? “Le notizie sul passaggio di Clemente nelle nostre fila sono più una polpetta avvelenate lanciata da qualcuno che una notizia”. DA NAPOLI all’Abruzzo, Roseto, qui, nel salone del Palazzo del Mare, Ettore Rosato incontra il popolo di Italia Viva. Poco meno di cento persone, età media intorno ai cinquant’anni. Molti ex Pd. Signora anziana: “So – no stata comunista, ma non sopporto Zingaretti, quando lo vedo in tv cambio canale”. A fare gli onori di casa e indicare la linea del nuovo sono due pezzi da novanta della politica teramana. Tommaso Ginoble, ex Partito popolare, ex deputato da 11mila preferenze che votò contro l’arresto del re di Messina Francantonio Genovese,e Paolo Tancredi, pure lui ex parlamentare, ma del Pdl. Con loro sindaci e capi elettori che smuovono voti e consensi. I millenials non ci sono, preferiscono fare jogging sul lungomare. Rimane la domanda, “quante divisioni ha Renzi?”. La stessa posta da Stalin e riferita a Pio XII e al potere della Chiesa. Il dittatore sovietico ebbe una risposta da Papa Pacelli nel ’53, alla sua morte. “Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo la ssù”. Quante ne ha Matteo? Vedrete alla Leopolda.

Parte con un sorriso: “In questi due giorni ho apure cantato, ho dato davvero tutto”. Rientrato a Roma dal week-end di campagna elettorale in Umbria, Luigi Di Maio ha voglia di scherzare. Ma soprattutto gli preme fissare paletti. In mattinata ha detto: “Sui giornali ho letto troppi annunci: prima di dire, facciamo”. E DA LÌ PARTEla chiacchierata con il Fatto: con chi ce l’aveva, con Matteo Renzi e Roberto Speranza? “Non solo con loro, il mio è un appello rivolto a tutti. Vedo membri di governo che scrivono la manovra sui giornali, ma non bisogna cadere nell’annuncite: è una sindrome leghista”. Detto da chi annunciò la fine della povertà da un balcone stona, viene da obiettare. Di Maio sorride di nuovo: “Non voglio dare lezioni a nessuno, ma proprio perché ci sono passato dobbiamo imparare dagli errori, senza fare la gara a chi dichiara o annuncia di più. Si prenda esempio dai ministri dell’Eco nomia Gualtieri e dell’Interno Lamorgese, che prima di dire fanno. Temo che sia partito tutto dalla lettera di Renzi al C o rriere della Sera (in cui suggeriva come fare la manovra, ndr ). Leggo troppe interviste tra Pd e Italia Viva, gli uni contro gli altri e così si dà la percezione di una lite c on t i nu a nel governo. Ma non bi sog na r in c or r er e uno che ha il 4%, gli fanno solo un favore”. Ne è sicuro? “Se si andasse a elezioni, il suo partito non entrerebbe in Parlamento. Rispondendogli, non si fa che alimentare la promozione della Leopolda, cioè il suo gioco”. Però due giorni fa gli ha replicato anche Giuseppe Conte. Ha sbagliato? “No, se Giuseppe gli ha risposto significa che doveva farlo. Ma penso che sia il momento di fare un punto tra ministri e capigruppo per dare chiaramente le regole di ingaggio, perché i problemi di comunicazione potrebbero diventare politici”. Magari serve un punto anche sull’i ncontro tra il ministro della Giustizia Usa, Barr, e i vertici dei nostri servizi segreti favorito da Conte in agosto. Renzi sostiene che il premier debba chia rire. Di Maio che ne pensa? Il premier doveva evitare? “Le considerazioni di Renzi non meritano risposta. Per il resto, io mi fido ciecamente di Conte, e sono certo che darà tutte le risposte necessarie in audizione al Copasir”. Martedì si vota il taglio dei parlamentari: teme imboscate? “Mi aspetto che venga votato a grande maggioranza e in modo trasversale, anche dai parlamentari di opposizione. Il 90% degli italiani vuole il taglio”. Potrebbe marcare visita qualche grillino: si parla di altri parlamentari in uscita. Ma il capo M5S ha un’al – tra idea: “Non ho segnali di altre uscite, ma voglio dire che certi comportamenti non sono tollerabili. Sabato ho sentito in conference call gli avvocati del M5S, e abbiamo deciso di chiedere a chi è uscito i soldi delle restituzioni non effettuate e quelle per gli anni che passeranno in un’altra forza politica. Per esempio anche a Silvia Vono (la senatrice passata con Renzi, ndr), che non restituiva da ottobre. Questi parlamentari hanno firmato un contratto e devono rispettarlo”. LA POLITICA però non può essere un contratto. Sul sito del Fatto la deputata Dalila Nesci ha annunciato di volersi candidare a governatore della Calabria. Di Maio riprende: “Da – lila è intelligente, e sa che non si può fare. Abbiamo delle regole e vanno rispettate. Non esistono deroghe. Ho visto questa Carta di Firenze (stilata da dissidenti, n dr ): il problema non è l’iniziativa in sé, ma l’utilizzo improprio del simbolo. Non posso tollerarlo, altrimenti si crea un precedente”. Però molti veterani accusano Di Maio di essere un autocrate che cala tutto dall’alto, in un M5S “che non voleva capi”. E qui il ministro ricorda: “Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio mi hanno sempre detto che il Movimento aveva bisogno di un capo politico: quando Gianroberto sentiva il contrario saltava sulla sedia. Qualcuno li cita a sproposito”. Ma vuole restare capo assoluto? “Gli iscritti mi hanno votato e riconfermato, ma se si chiede la redistribuzione dei compiti sono il primo a volerla. A ‘I talia5Stelle’a Napoli il prossimo fine settimana lancerò le modalità di candidatura per i facilitatori nazionali e i referenti territoriali. Tra i 12 nazionali e i territoriali si arriverà a quasi cento persone. E, se si dividono le responsabilità, io sono contento. Ora, se si perde nel più piccolo Comune, è sempre colpa mia. Con i referenti, ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”. Chiude sull’Umbria: “Bian – coni è bravissimo, ci ha cercato lui ed è il perfetto candidato per un patto civico”. Un candidato di destra… “Ha votato per un candidato sindaco di destra, ma questo conferma che è post-ideologico, cioè che va benissimo. Mi aspetto che tutto il governo partecipi alla campagna elettorale e sono lieto che anche Conte abbia dato la sua disponibilità”.