Il progetto di acquisto del gasolio russo e i 65 milioni di dollari da piazzare nelle casse della Lega di Matteo Salvini, dopo essere stato discusso all’ho – tel Metropol di Mosca, è diventato una bozza d’accordo nero su bianco. Il documento manoscritto, oggi a disposizione della Procura di Milano che indaga per corruzione internazionale, è emerso dalle analisi sui telefonini sequestrati ai tre indagati italiani del cosiddetto Russiagate. Si tratta di un elemento nuovissimo in mano ai magistrati e che conferma una volta di più come il dialogo registrato la mattina del 18 ottobre 2018 ai tavolini di quell’albergo fosse tutt’altro che millanteria. Questa la lettura che viene fatta dagli inquirenti. Il documento è in sostanza un foglio sul quale sono appuntate le percentuali del cosiddetto “discount” r i s p e tto al valore complessivo (1,5 miliardi dollari) della compravendita di gasolio. Così da un lato vi si legge il 4% che nei piani doveva finire alla Lega e dall’altro un valore che oscilla tra il 4 e il 6% da destinare ai pubblici ufficiali russi e ai loro intermediari d’affari. D E L L’E SISTENZA di questo importante documento si ha una prima conferma riascoltando l’audio registrato al Metropol. Al tavolo quella mattina ci sono sei persone: tre russi, tutti legati all’entou – rage politico del presidente Vladimir Putin. E tre italiani: Gianluca Savoini, l’uomo di Matteo Salvini per gli affari a Mosca, l’avvo – cato Gianluca Meranda e il consulente finanziario Francesco Vannucci. I tre italiani sono oggi indagati per corruzione internazionale. I sei discutono di una compravendita di gasolio da 1,5 miliardi. Vende una società russa (Gazprom o Rosneft), acquista il colosso italiano Eni, dopo un passaggio intermedio con una banca d’affari londinese. Si tratta della Euro-Ib (non indagata) nella quale Meranda all’epoca dei fatti ricopre il ruolo di general counsel.È qui a Londra, secondo i documenti acquisiti dalla Procura, che viene preparata una proposta di acquisto da inviare a Rosneft. Si tratta di una proposta in tutto simile a quella discussa al Metropol. È da questo affare che i tre italiani progettano di far uscire i 65 milioni di dollari da dare alla Lega per finanziare le europee dello scorso maggio. Spiega, infatti, Gianluca Meranda: “La pianificazione fatta dai nostri ragazzi politici è che dato uno sconto del 4% possono sostenere una campagna”. IL PAPELLO DI SAVOINIe soci, così come viene chiamato dagli inquirenti, viene messo a punto dopo l’incontro del Metropol. Scritto, poi fotografato e infine inviato. Chi invia e chi riceve sono sempre i tre italiani coinvolti nell’inchie – sta. Il dato emerge dall’analisi delle chat dei telefonini sequestrati. E mostra, secondo chi indaga, la serietà dell’accordo. Dopo le percentuali scritte, l’estensore, con buona probabilità l’avvocato d’affari Meranda, scrive un “nota bene”, di seguito si legge: “Il 4% forse più alto da restituire”. Si tratta, è la lettura che viene data in Procura, della percentuale che dovrà rimanere in Russia. Sono due poi i passaggi dell’audio che, secondo i magistrati, annunciano l’esistenza del documento. A parlare è sempre Meranda. Nel primo dice: “S ol o per averlo chiaro, aspetterò che tu confermi il prodotto, le quantità e qualunque cosa tu sia in grado di fare”. Poi aggiunge: “Farò solo uno screenshotqui e te lo invierò solo per essere sulla stessa pagina. Ok signori, penso che stia andando nella giusta direzione”, quindi conclude annunciando un prossimo incontro: “Magari a Roma o in banca o a Eni”. IL COLOSSO PETROLIFERO italia – no ha sempre negato ogni coinvolgimento nella vicenda. Secondo quanto risulta al Fatto, dopo il Metropol, nella primavera scorsa, l’ad di Eni Claudio Descalzi ha incontrato sia Salvini sia Savoini. Cosa definita falsa da Eni stessa. Nella prima settimana di settembre, poi, la Procura ha chiesto e ottenuto di acquisire documenti nella sede centrale della società del cane a sei zampe che non è ad oggi indagata. Al momento, la Procura mantiene il più stretto riserbo. L’obiettivo è dare la caccia ai rapporti finanziari con la banca d’affari londinese. Sono stati trovati? Su questo i magistrati non confermano né smentiscono. E se da un lato, poi, l’analisi dei cellulari ha portato alla scoperta della bozza d’accordo, dall’al tro ha fatto emergere una seconda chat segretissima di Gianluca Savoini. La scorsa settimana, durante un incidente probatorio con le parti presenti, i tecnici della Guardia di finanza hanno recuperato i contenuti di una prima chat. Ne esiste, però un’altra. Si tratta dell’applicazione Wickr che permette una messaggistica istantanea, segreta e con la distruzione delle conversazioni. Per aprirla però è necessaria una password che Savoini al momento non ha consegnato agli investigatori.
La quarta cerimonia in otto mesi. Del nuovo ponte si vedono solo alcuni piloni, ma ieri il cantiere è stato invaso ancora dalle autorità: stavolta si è celebrata la posa del primo impalcato. A febbraio premier e ministri erano arrivati per l’inizio della demolizione, poi c’è stata la prima pietra e quindi il grande evento della demolizione totale del Morandi. Con ieri fanno quattro. Intanto è cambiato il Governo. Al posto di Danilo Toninelli c’era Paola De Micheli che si aggirava emozionata tra gli operai: “C hia ma mi Paola”, diceva. Poi porgeva sorridente il cellulare a un ufficiale di Marina con tre chili di mostrine: “Dai, facci una foto!”. UNA CERIMONIA per celebrare la ricostruzione. Eppure a fare notizia è stata una frase di Giuseppe Conte che parla di ‘caducazione’: “Il procedimento sulle concessioni autostradali – dichiara il Premier a margine dell’evento– è in corso, è un procedimento per la caducazione. Non faremo sconti ai privati, perseguiremo l’interes – se pubblico”. Ieri in borsa il titolo Atlantia, la holding Benetton, è sceso. Pesano le dispute sulla concessione e l’inchiesta sul ponte. Perché nelle stesse ore è arrivata la notizia che la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici milanesi di Spea, la controllata che si occupa delle verifiche di sicurezza. Un filone che è nato dall’inchiesta sul crollo del Morandi. Venti giorni fa erano arrivati gli arresti domiciliari per tre dirigenti Spea e Aspi (Autostrade) e le misure interdittive per altri sei. Scrive il gip Angela Maria Nutini nell’ordinanza: “Lo zelo di Spea durante le indagini si è tradotto in attività di bonifica dei pc, nell’installazione di telecamere per impedire l’attiva – zione di intercettazioni e nell’utilizzo di disturbatori delle intercettazioni”. La perquisizione di ieri è stata compiuta per ricostruire chi a Spea abbia deciso di munirsi dei jammer, apparecchi che disturbano le frequenze dei telefonini rendendo quasi impossibili le intercettazioni. Intanto si affaccia una nuova pista investigativa, quella dei premi assicurativi. I pm vogliono capire se le criticità della sicurezza delle infrastrutture siano state taciute per non alzare le spese assicurative. I N TA N TO, è vero, i lavori procedono giorno e notte. Operai e ingegneri sono ottimisti: “Rispettere – mo le scadenze”. Il sindaco commissario Marco Bucci si dà un gran da fare e giura: “Dimostrere – mo che a Genova e in Italia si possono realizzare opere belle e all’avanguardia. Con i tempi e la spesa giusti”. L’architetto Renzo Piano, che ha firmato il nuovo ponte, ieri è stato il più applaudito: “Nel costruire nasce la solidarietà. Costruire significa fare qualcosa insieme. È un gesto di speranza, di fiducia. Questo accade soprattutto per un ponte che unisce”. Poi, rivolto agli operai, ha aggiunto: “C’è un esercito di mille persone che sta costruendo il ponte. Noi abbiamo lavorato tranquilli nel nostro studio, mentre voi siete qui appesi come equilibristi. Il mio saluto, come usa in Giappone, è ‘Lavorate in sicurezza, state attenti’”. Genovesi e turisti da oggi potranno seguire la ricostruzione anche dallo Spazio Ponte inaugurato a poca distanza dall’Acquario con modellini e simulazioni. In attesa che l’op e r a sia ultimata. Sarà fondamentale per la città e, c’è chi pensa, giocherà un ruolo importante sull’esito delle prossime elezioni regionali di primavera 2020.
Ama Spa non trova pace. Ancora un avvicendamento ai vertici della società capitolina che si occupa della raccolta dei rifiuti a Roma. Dopo appena 104 giorni, la presidente Luisa Melara e i consiglieri d’a m m i n i s t ra z i o n e Paolo Longoni e Massimo Ranieri hanno rassegnato le dimissioni alla sindaca Virginia Raggi. Al loro posto è stato nominato come amministratore unico Stefano Zaghis, storico attivista M5S a Milano e già al fianco della prima cittadina durante la campagna elettorale del 2016. CO M E ampiamente anticipato dal Fatto , gli amministratori uscenti sono andati in rotta di collisione con il Campidoglio nell’ultimo mese, a causa di una serie di partite contabili iscritte nel bilancio 2017, ma ritenute “non corrette” dal Comune di Roma, che è anche il socio unico dell’azienda. Il casus belli ri – guarda i 18,3 milioni di crediti sui servizi cimiteriali che Ama dice di vantare nei confronti di Roma Capitale, ma che da Palazzo Senatorio ritengono inesistenti. Esattamente lo stesso motivo per il quale si è arrivati allo scontro totale, appena 6 mesi fa, con l’ex presidente Lorenzo Bagnacani. Un déjà -vu che si porta via il quinto management in meno di 3 anni e mezzo dopo quelli guidati da Daniele Fortini, Alessandro Solidoro, Antonella Giglio e lo stesso Bagnacani, senza considerare i “reggenti” Stefano Bina (anche lui allontanato) e Massimo Bagatti. Gli amministratori uscenti hanno inviato alla sindaca una durissima lettera di dimissioni, sei pagine di j’accuse in cui incolpano il Campidoglio di “assoluta inerzia” e “man – canza di una fattiva e concreta collaborazione con Ama per superare le situazioni di criticità riscontrate su più piani”. Un’inerzia “stigmatizza – ta non tanto per questioni di merito, perché le emergenze di Ama e la corretta esecuzione dei servizi, senza la partecipazione di Roma Capitale non possono essere affrontate e risolte”. La lettera è stata scritta su carta intestata dello studio legale Melara. Il braccio di ferro fra Comune e municipalizzata è iniziato quando a Palazzo Senatorio si è deciso di mettere mano al confusionario bilancio di Ama, che in totale dice di vantare oltre 600 milioni di crediti nei confronti del proprio socio unico. Poste contabili che gli uffici dell’assesso – re al Bilancio, Gianni Lemmetti, e del direttore generale capitolino Franco Giampaoletti, hanno passato al setaccio. Una due diligence da cui via via stanno uscendo errori e disallineamenti macroscopici. Ci sono i crediti per i servizi cimiteriali, che in totale sono 60 milioni, ma di cui una metà non viene riconosciuta dal Comune: Melara ha deciso di riproporli in bilancio, proprio come aveva fatto Bagnacani, scatenando la rabbia dei vertici capitolini. Poi c’è la svalutazione dell’area del Centro carni, operata due anni prima della scadenza del fondo immobiliare che lo aveva preso in custodia: oltre 100 milioni di euro. E, non ultimi, i crediti sul contratto di servizio relativi al 2014, ben 104,4 milioni, che però a giudizio del Comune farebbero riferimento a banali errori di schedatura da parte di Ama delle lettere di compensazione sui contributi Tari. Partita comunque richiamata dal cda nella lettera di congedo. AL VERTICEdi Ama arriva Zaghis, interno al M5S, che non dovrebbe avere difficoltà a lavorare in sintonia con la sindaca: a febbraio era già stato fatto il suo nome come possibile assessore, ma non fu trovata la quadratura politica. Il neo-manager milanese si troverà subito ad affrontare una serie di sfide non indifferenti: la “continuità aziendale a rischio”, come sottolineato dal revisore Ernst & Young e con i bilanci 2017 e 2018 ancora non approvati e in potenziale perdita per oltre 100 milioni.
A lle 17 e 30 di ieri pomeriggio “fonti” di Palazzo Chigi fanno sapere che c’è una forte irritazione “per una comunicazione che mistifica la realtà” in merito alla questione dell’Iva. La cosa viene notata con soddisfazione da Nicola Zingaretti e da Dario Franceschini. D’altra parte, il capo delegazione del Pd è furibondo perché escono i contenuti riservati dei vertici: “Si fanno delle proposte di partenza, si esaminano delle ipotesi, che vengono diffuse s t r um e n t a lm e n t e ”, è quello che va dicendo. Palazzo Chigi fa filtrare: “Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi dell’au – mento dell’Iva. L’unica ipotesi, poi scartata era un aumento di 1,5 punti per l’uso del contante con una corrispondente diminuzione di 3 punti se si usava la carta di credito”. È IL SEGNO di quello che nel Pd leggono come un gioco di sponda tra Giuseppe Conte e lo stesso Franceschini. Necessario evidentemente, mentre l’accusa di “gua – s t a t o r i” viene portata a Luigi Di Maio e Matteo Renzi. “Renzi dice che il suo obiettivo è Salvini, ma non fa altro che attaccare il Pd”, è il commento più gettonato tra i Dem. Zingaretti chiede “per favor e”, “meno polemiche più fatti, più fiducia”. Il Pd si trova in oggettiva difficoltà. Prima di tutto come conseguenza di una battaglia persa. Franceschini ha sì ottenuto una stanza a Palazzo Chigi, dove riunisce anche la delegazione del Pd, ma il partito non ha alcun ruolo formale alla Presidenza del Consiglio. Né un vicepremier, né un sottosegretario. Andrea Martella, sottosegretario all’E d i t oria, ha ottenuto la delega all’At – tuazione del programma nell’ul – timo Cdm. Potrebbe essere un’occasione per giocare un ruolo tra premier, Parlamento e governo. Ma è tutto da vedere. Poi, ci sono i malumori dentro al partito per quelli che sono considerati i cedimenti a M5s. Ieri la Commissione Affari costituzionali ha votato la riforma che taglia i parlamentari. Martedì toccherà all ’aula. Nel frattempo, i “c o ntrappesi” in termini di legge elettorale e di Regolamenti parlamentari, non ci sono. Pd e Leu hanno chiesto un vertice prima del voto finale. Difficile comunque che possano dettare condizioni chiare. “Si tratta di una riforma difettosa. Il Pd voterà a favore, personalmente a malincuore”, ha detto Andrea Marcucci, capogruppo in Senato, saldamente lottiano (e quindi per ora in minoranza). E il Def appare a molti, anche in maggioranza, come un ’operazione di piccolo cabotaggio. Zingaretti si trova in una sorta di cono d’ombra, soprattutto mediatico. Con un’incognita: le Regionali. Se dovessero andare male l’Umbria e l’Emilia Romagna e poi magari a seguire pure la Calabria, la sua leadership ne uscirebbe indebolita. Con Renzi che guadagnerebbe terreno e il governo che si troverebbe con una delle sue due gambe fondamentali traballante. NON A CASO sono settimane che al Nazareno si pensa a un congresso straordinario. Già da prima della scissione. A favore, Franceschini e Gentiloni. Contrari, Goffredo Bettini, Andrea Orlando, Massimiliano Smeriglio. “Do bb ia mo cambiare radicalmente il Pd. Io non voglio conservare nulla, ma trasformare la ragione sociale di quel partito. Farlo diventare attrattivo per attivisti sociali, innovatori, ecologisti, giovani e femministe. Innovare, cambiare, superare il patto di sindacato tra correnti che rischia di tenerlo fermo, mentre Renzi proverà a correre e a prendersi tutto il campo”, spiega quest’ultimo. L’ipotesi è quella di una sorta di “congresso sulle idee”. Cioè, senza mettere in discussione la leadership e senza i gazebo. Sembra una contraddizione in termini. Ma il segretario aspetta il voto in Emilia: “Sarà quello il nostro congresso”. Per questo incrocio di tensioni, c’è chi ipotizza una rapida fine del Conte 2, dopo le Regionali.
Il primo apprezzamento dei mercati per la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanzia (Nadef) presentato dal governo Conte, è giunto con il calo dello spread tra Btp e Bund tedeschi: intorno alle 15 di ieri pomeriggio era sceso a 137,5 punti base. Se poi lo spread è salito fino a 142 punti, è in larga parte dovuto al clima di agitazione che si è verificato nelle Borse mondiali in seguito ai dati sul manifatturiero Usa, che segnalano rischi di rallentamento importanti dell’ec on om ia statunitense. DEFICIT, DEBITO E UE. Eppu – re, a essere pignoli, la manovra presentata dal ministro d el l’Economia, Roberto Gualtieri, viola le regole fiscali europee, perché, come dice la stessa Nadef, “la regola del debito non sarebbe soddisfatta in nessuna delle sue configurazioni”. Anche per quanto riguarda il deficit, cioè il saldo tra entrate e uscite nel corso dell’anno, si sale al 2,2% rispetto all’obiettivo fissato lo scorso anno e soprattutto rispetto a quell’1,4% che si sarebbe avuto senza l’interven – to sull’Iva. Tutto questo, però, non comporterà probabilmente nessun rimbrotto da parte della Commissione – che attende di leggere le misure effettive –e non tanto perché c’è Paolo Gentiloni, che domani sarà valutato dalla commissione dell’Eu ropa rla ment o, ma perché il governo beneficia di un sostegno politico. Oggi all’Italia è permesso quello che un po’ di tempo fa non sarebbe stato permesso. Anche in termini di flessibilità, cioè di sconto sul deficit, si torna al 2016, quando il governo Renzi ottenne uno “sc on to ” pari a 0,83 punti percentuali di Pil, circa 14 miliardi. Oggi, anche se la Nadef indica una flessibilità dello 0,2%, il governo Conte ha chiesto una flessibilità dello 0,8%, pari a circa 14,4 miliardi. COPERTURE DA EVASIONE. Questa flessibilità consente di coprire la sterilizzazione dell’Iva e le altre spese grazie a una serie di interventi, pari a circa 14 miliardi e che si basano su: “Misure di efficientamento della spesa pubblica per un risparmio di oltre 0,1 punti percentuali di Pil” cioè tagli per 1,8 miliardi (poca roba). “Riduzione delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l’ambiente e nuove imposte ambientali” anche qui per altri 1,8 miliardi. Misure fiscali come “la proroga dell’impo – sta sostitutiva sulla rivalutazione di terreni” per ulteriori 1,8 miliardi. E poi la cifra più impalpabile, quella che al momento è difficile da definire se non come “misure di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali, nonché interventi per il recupero del gettito tributario anche attraverso una maggiore diffusione dell’u ti liz zo di strumenti di pagamento t ra cc ia bi l i”. Si tratta dello 0,4% del Pil, cioè 7,4 miliardi che non si può dire oggi se entreranno davvero – la Nadef spiega nel dettaglio perché invece accadrà – e su cui si giocherà la credibilità della manovra. L’IVA PERÒ NON AUMENTA. Su questo punto la decisione finale appare chiara: “La manovra di finanza pubblica per il 2020 comprende la completa disattivazione dell’aumen – to dell’Iva”. Si tratta del risultato minimo che ha consentito la nascita del governo, che ha un piccolo impatto espansivo perché non deprime i consumi – la crescita del 2020 è stimata nello 0,6% – ma certamente non è una “botta di vita”. ALTRE MISURE CONCRETE. La misura più chiara all’a t t ivo della Nadef è, al momento, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, cioè sull’ins ieme della tassazione fiscale e contributiva che grava sulle buste paga. Non è ancora chiaro come avverrà, forse con un credito di imposta da incassare in luglio, e soprattutto come inciderà sulla contribuzione – chi paga l’eventuale sconto? Sarà un ammanco sulla contribuzione individuale o diverrà figurativa? –ma la misura è quantificata in circa 2,7 miliardi nel 2020 che saliranno a 5,4 nel 2021. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, l’ha tradotta, a regime, in mille euro in più per ogni lavoratore (ma la soglia di reddito per beneficiarne dovrebbe essere fissata a 26 mila euro, come per gli 80 euro di Renzi). Per il 2020 saranno comunque 500 euro. Da segnalare, infine, come spiegato ieri da alcuni ministri e viceministri competenti, che per quanto riguarda il ticket sanitario, il costo sarà in base al reddito e al nucleo familiare – “pagherà di più chi ha di più”, dice il ministro Roberto Speranza – mentre dai collegati presentati l’altra sera è scomparso quello relativo alla riforma del Catasto.
Era il luglio del 2015 quando iniziammo a occuparci di quello che avremmo poi ribattezzato “Air Force Renzi”. D’altra parte la notizia, indirettamente, ci arrivava direttamente dall’interessato, che al culmine del suo potere, che – dopo il 40% alle Europee e poco prima di farsi padre costituente – amava vantarsi del mezzo di trasporto di cui aspettava la consegna. ERA L’ALLORA presidente del Consiglio, in quelle settimane, a spiegare a imprenditori, amici e interlocutori casuali la meraviglia della sua pensata: un grosso aereo in grado di fare voli “a raggio ultra-lung o” (superiori alle 12 ore) e che avrebbe avuto tutti i comfort, compresa la connessione wi-fiinvece del misero telefono vocale dei normali “aerei blu”. Stare senza internet per qualche ora era un dramma per la macchina della comunicazione renziana, senza contare che il nostro non gradiva, arrivando ai grandi vertici internazionali, il paragone coi mega-aerei degli altri leader mondiali tipo Obama o la Merkel: la flotta italiana, disse la presidenza del Consiglio, non è adeguata. Insomma, una classica questione di misure, per così dire, o un caso che allora definimmo di “invi dia dell’ala”. Quella notizia, però, non uscì a luglio, Il Fattola pubblicò solo due mesi dopo, il 12 settembre 2015. In assenza di carte e testimoni diretti, infatti, chiedemmo conferma a Palazzo Chigi e l’ufficio stampa rispose (dopo molte ore di silenzio) con un m e s s ag g i o : “Non abbiamo ordinato nessun aereo”. Una bugia, come ormai è chiaro, al posto del “no comment” che si usa in casi come questi. Poco male, la pubblicazione fu solo rimandata, ma questo particolare racconta in modo plastico la procedura particolarmente oscura adottata per l’acquisto in leasing dell’Air Force Renzi: tutto fu gestito attraverso trattativa privata e direttamente da Palazzo Chigi, senza coinvolgere l’Aeronautica militare, che gestisce gli aerei a disposizione delle alte cariche dello Stato. Zero trasparenza, nessun controllo preventivo sulla procedura (e come leggete qui accanto ce n’era assai bisogno) e pochi pure ex post: sul contratto multi-milionario con Etihad-Alitalia fu incredibilmente apposto il segreto di Stato e questo nonostante il velivolo fosse stato registrato come civile e non militare.
LO STILE DELL’UOMO, d’altra parte, è assai disinvolto. Basti dire che il giorno della pubblicazione della notizia, non contento delle polemiche sollevate dall’Air Force Renzi (persino da Enrico #staisere – no Letta), il giovine di Rignano se ne volò a New York con un aereo di Stato insieme a Giovanni Malagò (Coni), Angelo Binaghi (Federtennis) e un bel pezzo del suo staff per godersi dal vivo la finale degli Us Open di tennis tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci.
Triste, solitario y final, al povero Air Force Renzi non rimane più nemmeno l’etichetta dell’aereo di Stato. È l’ultima novità, nella malinconica degenza del velivolo più inutile del mondo: la grande scritta “Repubblica Italiana” e la bandiera tricolore che adornavano i suoi fianchi sono state rimosse. Il mastodontico corpaccione di metallo bianco adesso è completamente spoglio, se si fa eccezione per le due strisce blu zigrinate che lo attraversano sulla fusoliera e le coperture rosse sulle gondole dei motori. È abbandonato da settimane all’aperto, immobile, “al prato” come si dice nel gergo degli addetti ai lavori (anche se non c’è un filo d’erba sull’asfalto degli hangar di Alitalia a Fiumicino). Non ci si cura più nemmeno di fingere di proteggerlo dalle intemperie, né di credere che prima o poi possa tornare a volare: il costosissimo Airbus A340-500, preso in leasing da Etihad, è stato ceduto a titolo definitivo alla ruggine, che ha già aggredito le ali e minato il suo baricentro e il suo equilibrio. PRIMA, certi giorni, si poteva ancora scorgere il suo profilo dalla strada. Se si seguiva la via che parte da piazza Almerico da Schio, quella che ospita l’enorme Palazzina Bravo che ospita gli uffici della compagnia, ci si poteva fermare a scrutare gli aerei parcheggiati al di là delle reti, fuori dagli hangar, per qualche servizio di manutenzione. Tra di loro, spesso c’era proprio lui, l’Air Force Renzi, anche se non aveva nessuna riparazione da compiere: era buttato lì perché non si sapeva dove metterlo altrimenti. Le sue giornate erano scandite da un tragicomico balletto: il velivolo veniva spostato da una parte all’al – tra. Un aviorimessa, poi in un’altra, poi un’altra ancora; poi all’aperto, poi di nuovo al chiuso. Per un periodo è stato tenuto in un hangar che era dedicato ai mastodontici Boeing 747 (che la compagnia di bandiera non ha più da tempo): in quel caso l’Air Force Renzi rimaneva completamente al riparo. Altre volte veniva trasferito in un altro hangar di dimensioni ridotte, proprio vicino alla piazza degli uffici Alitalia. Lì però l’Airbus A340 arruolato dall’ex premier non poteva essere contenuto per intero: la coda e una parte della fusoliera rimanevano fuori, impudicamente esposte agli occhi dei passanti. Su e giù, a destra e sinistra, da un hangar all’altro, trainato all’indietro con un trattorino di servizio per qualche decina di metri in push back, la retromarcia dei velivoli. La vita dell’“Air Force Renzi” è stata tutta in queste tristi, umilianti passeggiate, come un anziano scortato ai giardinetti da un parente senza amore o riconoscenza. ORA NEMMENO più quello: da qualche settimana l’Air Force Renzi è “al prato”. Abbandonato a se stesso, all’aperto, da giorni e giorni: di lui semplicemente non si cura più nessuno. Cosa ci si fa con un tale enorme, ingombrante ammasso di metallo? Una volta risolto il contenzioso Etihad-Alitalia, lo si potrebbe forse smembrare per rivenderne i pezzi sul mercato – “ca n n ib a li z z ar l o ”, nel gergo di Fiumicino – ma la verità è che l’Air Force Renzi è figlio unico di madre vedova: è l’ul – timo aereo della sua specie. Nemmeno le sue spoglie hanno mercato. È completamente inutile.
Le ipotesi sono tre e nessuna di esse è edificante. Prima ipotesi: ci sarebbero strani giri di danaro sulle capienti ali dell’Air Force One caparbiamente voluto da Matteo Renzi quando era capo del governo. Qualcuno ad Abu Dhabi, che era il Paese fornitore dell’aereo, o in Italia o in entrambi i luoghi, potrebbe essersi messo in tasca un bel po’ di soldi. SECONDA IPOTESI: i quattrini per il pagamento dello stratosferico contratto di leasing (168 milioni di euro per 8 anni di esercizio) rientrerebbero in una specie di scambio di favori tra Alitalia –che a quel tempo era privata – e una delle parti firmatarie del contratto, Etihad, la compagnia dell’Emiro di Abu Dhabi diventata socia della stessa Alitalia grazie soprattutto all’intervento di Renzi. Poco tempo prima della stipula dell’accordo per l’Air Force, la compagnia di Fiumicino aveva emesso u n’obbligazione per un importo quasi identico a quello del leasing, circa 200 milioni di dollari, interamente sottoscritti da Etihad. L’af fa re dell’aereo sarebbe stato un modo “creativo”per consentire ad Alitalia di restituire agli arabi il sostegno ricevuto facendolo pagare dai contribuenti italiani. Tanto questi ultimi non si sarebbero accorti del giochetto essendo il contratto dell’Air Force inspiegabilmente classificato come segreto di Stato. LA TERZA e ultima ipotesi è ancora più avvilente: coloro che a Roma trattarono la partita con il fiato sul collo del capo del governo, in particolare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, e il consigliere militare di Renzi, generale Carlo Magrassi, non riuscirono a impedire che Etihad facesse un facilissimo gol a porta vuota. Gaetano Intrieri fu il manager aeronautico che due anni dopo, nel 2018, bloccò l’affare facendo risparmiare allo Stato italiano 118 milioni di euro essendo già stati pagati 50 milioni per il leasing. Lavorando per il vicecapo del governo, Luigi Di Maio, e del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, entrambi 5 Stelle, egli si imbatté in quella faccenda accorgendosi subito che era un bidone. A distanza di un anno Intrieri ha deciso di mettere a disposizione del Fatto Quotidiano la documentazione e gli appunti degli incontri riservati su quella vicenda. IL MANAGER scoprì che i contratti in realtà erano due: uno tra Alitalia ed Etihad; il secondo tra Alitalia da una parte e dall’altra il ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa e Armaereo (la Direzione degli armamenti aeronautici). Di fatto la società privata Alitalia agiva da intermediario tra Etihad e lo Stato italiano tramite un contratto pubblico che però veniva secretato. Lavorando per un lessor (lo – catore di aerei) americano, Intrieri aveva ricevuto in quel periodo tramite la società inglese EAL l’offerta di due Airbus A340-500 Etihad, proprio lo stesso modello di quello di Renzi, tra cui uno in configurazione Vip prodotto nello stesso anno dell’Air Force. Prezzo: circa 7 milioni di dollari ciascuno (6,4 milioni di euro), cioè la bellezza di 26 volte meno di quello che Etihad stava incassando dallo Stato italiano per l’affitto dell’ae – reo di Renzi. Il contratto di leasing operativo dell’Air Force prevedeva inoltre un prepagamento anch’esso assolutamente fuori mercato di 25 milioni di dollari, che Etihad fatturò ad Alitalia (foto in pagina). Attraverso le sue conoscenze negli ambienti aeronautici internazionali, compresi i vertici di Etihad, Intrieri venne a sapere che parte di quella somma era servita alla stessa Etihad per diventare proprietaria dell’Airbus che fino a quel momento la compagnia di Abu Dhabi aveva solo in leasing. Di fatto lo Stato italiano aveva versato tramite Alitalia quattrini dei contribuenti a una società estera perché quest’ultima acquistasse un aereo che poi sarebbe stato preso in affitto e usato dal capo del governo italiano. IL CONTRATTO prevedeva inoltre una serie di “P res tazioni programmate” no n comprese nel prezzo e sottratte alla competenza di Armaereo. Per queste prestazioni Alitalia stava fatturando al ministero della Difesa prezzi superiori fino a 3 volte quelli di mercato. Il solo servizio di manutenzione di linea aveva un extracosto per l’erario di 380 mila euro l’an – no mentre la semplice custodia dell’aeromobile costava più di 100 mila euro al mese. Intrieri constatò che per l’aereo non era stata bandita alcuna gara internazionale e che era stato sottoposto a una registrazione civile e non militare, al contrario della norma. A quel punto il manager fece capire a tutti che considerava la faccenda un’enor – me truffa con l’a g g r av i o dell’aiuto di Stato a favore di Alitalia (così come poi accertato dalla Corte dei Conti). Poco dopo alcuni giornali cominciarono ad attaccarlo mentre in Parlamento furono presentate 4 interrogazioni a raffica, tutte di esponenti Pd, compresa quella di Enza Bruno Bossio poi indagata per corruzione in Calabria dalla Direzione distrettuale antimafia insieme al presidente Pd della Regione. Anche i dirigenti di Etihad si allarmarono. IL 9 AGOSTO 2018 il capo della flotta della compagnia araba, Andrew Fisher, volle incontrare Intrieri. La riunione si svolse all’hotel St. George di via Giulia a Roma, presente anche il sottosegretario Andrea Cioffi (5 Stelle). Nelle email di preparazione della riunione, Fisher insistette molto perché fosse presente il generale Magrassi con cui Etihad aveva trattato l’affare in precedenza, ma Magrassi non si presentò. Tentando di parare le obiezioni di Intrieri e volendo evitare in extremis la rescissione del contratto, il dirigente della compagnia araba propose di ridurre di oltre sei volte l’importo del leasing, da una rata di 800 mila euro al mese a 120 mila. Toninelli a quel punto decise di annullare il contratto. LE ULTIME resistenze contro la rescissione ci furono da parte del capo staff Alitalia, Carlo Nardello, e poi durante un incontro che si tenne il 10 settembre al ministero di Di Maio da parte del capo di gabinetto, Vito Cozzoli. Nonostante tutto, alla fine il contratto fu finalmente annullato. Ora su di esso indagano la Procura della Repubblica di Civitavecchia e la Corte dei Conti.
Tutto avremmo immaginato, nella vita, fuorché di concordare in pieno con Dario Franceschini:“Avviso ai naviganti: la smania quotidiana di visibilità logora i governi. Già visto tutto. Si inventano litigi s ul l ’Iva, quando nessuno vuole aumentarla, solo per avere qualche riflettore acceso”. Ce l’ha con i renziani e alcuni M5S che han montato una polemica sul nulla, come se qualcuno volesse aumentare l’Iva e loro no. In realtà l’impegno di sterilizzare l’a umento dell’Iva dal 22 al 25% sarà rispettato. Ma, siccome c’è anche quello di tagliare le tasse sul lavoro (sciaguratamente chiamato “cuneo fiscale”) e le coperture non ci sono, Conte e il Tesoro vorrebbero aumentare l’Iva dell’1-1,5% a chi paga in contanti oltre una certa soglia: per dare più soldi ai lavoratori e incentivare i pagamenti con carta (a costo zero), disincentivare il ca sh e recuperare evasione. L’aumento sarebbe volontario: se tutti pagano “tracciabile”, l’Iva non sale per nessuno. Apriti cielo. Risultato: chi pensava di lucrare per il suo ego e la sua bottega ha convinto milioni di italiani che il neonato governo sia già in crisi e regalato a Salvini&C. il pretesto per strillare al “governo delle tasse”, mentre gli onesti ne pagheranno un po’m eno e i disonesti un po’ di più. È il morbo della “s al vi ni te ”, perché il re della sparata da titolo è Salvini, che però fa solo quelle che gli portano consensi, mentre i giallorosa sono specializzati in quelle che portano consensi a lui. O perché dicono cazzate, o perché dicono cose anche sensate, ma nei tempi e nei modi sbagliati. Fioramonti si candida a nuovo Toninelli con le trovate di tassare le merendine e levare i crocifissi dalle scuole. Che possono avere un senso in tempi normali, ma buttate lì senza prepararle né spiegarle, nel mondo dell’istruzione che ha ben altre urgenze, sono autogol da 2 a 0 per Salvini. Idem per Letta che lancia il voto ai sedicenni, subito cavalcato da 5S, Pd e Lega: davvero bastano un milione di studenti ambientalisti in piazza per abbassare l’età elettorale? Poi c’è l’auto-tripletta di Pisapia, che intima al governo di abolire i dl Sicurezza, approvare lo Ius c ul tu ra e (altra denominazione assurda) e il suicidio assistito tutto d’un colpo, per la gioia di Salvini e Meloni che non vedono l’ora di farci la campagna elettorale per le Regionali. I diritti sono cruciali, ma nel 2019, con le destre al 45%, un governo d’emergenza dovrebbe prima rassicurare la maggioranza degli italiani su troppe tasse, poco lavoro, immigrazione clandestina incontrollata ecc. e poi dedicarsi alle minoranze. Sabrina Ferilli, donna di sinistra coi piedi ben piantati a terra, lo ripete sempre: “Uno chiede un cappotto e quelli gli parlano dell’àsola”.
LA COOPERANTE ITALIANA RAPITA IN KENIA Silvia nelle mani dei jihadisti Convertita e forzata alle nozze Secondo fonti di intelligence la 23enne milanese è viva Ma è stata costretta all’islamizzazione e al matrimonio.
La buona notizia è che è viva. Quella cattiva è che nei confronti di Silvia Romano, la cooperante italiana sequestrata in Kenia il 20 novembre 2018, gli uomini che la tengono prigioniera stanno attuando una sorta di lavaggio del cervello, una manovra di accerchiamento psicologico che punta a recidere i legami affettivi e culturali con la sua patria d’origine e a farle assimilare – sino a sentirsene parte integrante – l’ambiente dove viene costretta a vivere: l’interno della Somalia, il Paese africano dove più forte è la presenza jihadista e dove intere zone, soprattutto nel Sud, sono sotto il controllo delle fazioni integraliste vicine alla guerriglia. Silvia è lì, in una di queste zone, probabilmente nella vasta area del Sud e del Sudovest dove la fanno da padrone i mujaeddin di Al Shabab, filiazione diretta di Al Qaida. Vi è stata trasportata alcune settimane dopo il sequestro nel villaggio keniota di Chakama, a 80 chilometri da Nairobi. E nella sua nuova prigione, in Somalia, Silvia ha dovuto affrontare un’esperienza che puntava a cambiarla nel profondo: si è dovuta sposare. Il matrimonio, celebrato ovviamente con rito islamico, l’ha fatta diventare proprietà di un uomo del posto, probabilmente legato all’organizzazione che la tiene in ostaggio. Oggi Silvia (o qualunque sia il nuovo nome che le hanno imposto) è una donna costretta a indossare il velo, a seguire la legge coranica. Vogliono che si senta una di loro. Operazioni di indottrinamento e di assimilazione alla cultura islamica sono da sempre messe in atto dalle strutture armate jihadiste nei confronti di prigionieri di guerra, con l’obiettivo di convertirli e di farne – dopo la liberazione e il ritorno in patria – una sorta di agenti coperti, di infiltrati. Quale utilità possa avere invece per gli jihadisti somali l’arruolamento forzato di una ragazza milanese di 23 anni, alla sua prima esperienza di volontariato, priva di legami e di conoscenze particolari, è assai difficile capirlo. Ma la notizia del matrimonio di Silvia è data per certa negli ambienti della nostra intelligence, che seguono con grande attenzione l’odissea della Romano. È un’attenzione scattata fin dai primi giorni dopo il sequestro, quando l’obiettivo era intervenire direttamente in territorio keniota, dove la presenza occidentale è più radicata e le zone di illegalità più ridotte. Ma qualcosa non ha funzionato, i canali individuati dai nostri servizi non hanno funzionato come ci si aspettava, e così è accaduto quello che si temeva, e che fin dall’inizio si cercava di impedire: il passaggio della ragazza in mano a bande di predoni somali, più o meno caratterizzati in senso politico-religioso, e soprattutto il suo trasferimento in un territorio difficilmente monitorabile e penetrabile, una realtà dove le possibilità di una soluzione militare della vicenda, ovvero un raid per liberare Silvia, si riducono al lumicino. Così l’unica strada rimasta aperta è rimasta quella dell’intelligence, della ricerca di contatti e di trattative con i rapitori, in vista del pagamento di un riscatto che il nostro governo a quasi un anno dal sequestro è ovviamente pronto a pagare, e che allo stato appare l’unica strada concreta per risolvere il caso e riportare la Romano a casa. Che le notizie sul matrimonio imposto alla ragazza siano arrivate sino ai nostri 007 significa che una sorta di canale si è riusciti ad attivarlo, e che ci sono fonti attendibili in grado di raccontare quanto sta accadendo a Silvia. Ma è chiaro che la scelta dei rapitori di fare sposare la ragazza e di imporle così una sorta di conversione all’Islam rende tutto più difficile. Se gli uomini che l’hanno in mano oggi la considerano ormai una di loro (a dispetto delle circostanze non certo libere in cui la Romano ha dovuto subire l’imposizione) potrebbero persino rifiutare una trattativa sul riscatto. A meno che – e proprio questa è la speranza – tutto sia solo un modo per alzare il prezzo.