In questa storia ci sono due paradossi. Quello della Procura di Firenze che accusa Berlusconi di essere tra i mandanti, insieme alla cupola della mafia, dell’attentato a Maurizio Costanzo del ‘93: non è dato sapere con quale movente, dato che Costanzo, con il suo show, era una delle galline dalle uova d’oro di Canale 5. E quello di Renzi che ieri a sorpresa è intervenuto in difesa del Cavaliere, sostenendo che i magistrati della sua città «non hanno uno straccio di prova». E spiegando che lui può permettersi di difendere quello che considera «un avversario», malgrado la passata alleanza dei tempi del patto del Nazareno, perché Berlusconi, a differenza di quanto aveva fatto con Monti e Letta, non ha mai appoggiato il suo governo. In realtà ci sono un paio di buone ragioni per il leader di Italia viva, per ergersi a difensore del vecchio Silvio, con cui condivise una stagione di collaborazione sulle riforme istituzionali, naufragata nel 2015 sul mancato patto per eleggere Amato al Quirinale (Renzi preferì Mattarella). La prima è che, date le turbolenze interne di Forza Italia, Italia viva può sperare di continuare la sua campagna acquisti di parlamentari delusi dall’andazzo del centrodestra (o con Berlusconi declinante, o con Salvini arrembante) e alla ricerca di nuove collocazioni. La seconda, in realtà solo una speranza, che gli eventuali transfughi, com’è accaduto per Meloni quando ha “acquisito” Fitto e il suo feudo elettorale pugliese, portino voti al neonato partito dell’ex-premier. Ma forse c’è anche una terza ragione che ha spinto Renzi a uno scontro frontale con la Procura di Firenze: ed è che si tratta dello stesso ufficio giudiziario che ha inquisito i suoi genitori, fino all’arresto considerato dal figlio un inutile accanimento. Negli ultimi tempi, Renzi è tornato spesso su quella vicenda, presentandola, senza giri di parole, come un avvertimento della magistratura nei suoi confronti. La giustizia e i rapporti con la magistratura avranno un rilievo crescente nella nuova maggioranza giallo-rossa, dato che le idee in materia tra 5 stelle e alleati sono molto diverse. Non a caso ieri su questi argomenti s’è svolto un vertice, concluso con la franca constatazione di un accordo sul disaccordo.
Il giorno del voto è arrivato per l’Afghanistan, chiamato a scegliere oggi il proprio capo di Stato nelle quarte elezioni presidenziali dalla caduta del regime talebano nel 2001. Diciassette in tutto i candidati tra cui i due front-runner: il presidente in carica Ashraf Ghani e il principale sfidante Abdullah Abdullah, rappresentanti, in qualche modo, di due delle anime etniche principali del Paese, tagika il primo, pashtun il secondo. Si ripropone la sfida del 2014 quando per superare i dissidi successivi agli scrutini da cui Ghani uscì vincitore si creò per lo sconfitto la carica ad hoc di Ceo. Tra gli altri candidati c’è Amrullah Saleh, ex capo dell’intelligence, scampato ad un attentato condotto contro il suo ufficio il primo giorno di campagna elettorale. A correre è Rahmatullah Nabil, anche lui uomo dei servizi e aspro critico dell’attuale governo, e il vecchio Gulbuddin Hekmatyar, spietato jihadista nella lotta di resistenza contro i sovietici e signore della guerra, oggi entrato nella scena politico. Il partito del non-voto Ai 17 in lizza si aggiunge un 18 esimo candidato, il partito del “non voto”, a cui aderiscono oltre ai talebani anche alcune anime di orientamento opposto come antiche formazioni mujaheddin. «L’incertezza è totale, tutti si chiedono quale sarà l’affluenza oltre al risultato, la credibilità delle elezioni deve essere interpretata con la lente afghana», spiegano osservatori diplomatici. Su nove milioni di elettori registrati (la popolazione complessiva è di 33 milioni circa), «se votassero 3-4 milioni sarebbe un buon risultato, sui 2 milioni inizierebbe ad essere un problema in termini di rappresentatività». In realtà si parla di un’affluenza attesa di circa 1,5 milioni. Sull’esito finale (è previsto un ballottaggio il 23 novembre in caso di mancato raggiungimento del 50%), si ritiene che Abdullah abbia più chance di cinque anni fa, sebbene incombano incognite come il fatto che la complessa macchina elettorale abbia ordinato di stampare undici milioni di schede rispetto ai nove milioni di elettori registrati.
Le lingue di fuoco dalla bocca del cannone disegnano un inferno giallorosso che ingoia l’azzurro opaco del cielo sopra Kabul. Il boato di artiglieria pesante squarcia il silenzio della vallata dove, imboscati, i nemici sono pronti a sferrare attacchi su postazioni militari e seggi elettorali. Il cannone da 122 millimetri fa sentire di nuovo la sua voce, la coltre di polvere è accompagnata dall’urlo del colonnello Hamidullah Kohdawani: «Obiettivo centrato». Siamo nella provincia di Wardak epicentro degli scontri tra forze governative e formazioni talebane determinate a trasformare in un bagno di sangue l’appuntamento alle urne per l’elezione del presidente. È il voto più difficile dall’11 settembre 2001, anche perché è il primo la cui sicurezza è totalmente affidata agli afghani, polizia ed esercito, senza l’ausilio della coalizione Nato che dal gennaio 2015, con il cambio della missione da Isaf a Resolute Support, ha smesso ogni attività “combat” assumendo compiti esclusivi di assistenza e addestramento. Dopo 18 anni però la guerra continua, ogni giorno ci sono combattimenti in circa venti delle 34 provincie del Paese dove almeno 2 mila dei 7 mila seggi rimarranno chiusi per motivi di sicurezza. Macchiato da una lunga scia di sangue e da due rinvii del voto, l’anno delle presidenziali, secondo Unama la missione Onu presente nel Paese, ha registrato nella sua prima metà circa 4 mila tra morti e feriti nella popolazione civile. Ma è stato luglio il mese nero con oltre 1.500 tra innocenti uccisi e feriti. Sporadici attacchi, sebbene in diminuzione, hanno riguardato anche obiettivi tra Herat e Farah controllati dai militari italiani nell’ambito della missione Nato (895 nostri uomini e donne su un totale di 17.148 militari, di cui 8.475 americani). Forze straniere a cui si devono aggiungere i circa seimila militari a stelle e strisce impegnati nella missione anti-terrorismo di esclusiva titolarità Usa e fuori da ogni sfera di competenza dell’Alleanza Atlantica. È con il collasso dei negoziati di Doha tra la delegazione Usa guidata da Zalmay Khalizaid e quella talebana guidata dal mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore del movimento delle madrasse assieme al mullah Muhammad Omar, che la minaccia è cresciuta in maniera esponenziale trasformando il Paese e la sua capitale in un “far west”. Nel quale oltre alla compagine talebana, forte di circa 70 mila combattenti in tutto il Paese e una disponibilità inestimabile di armamenti, anche moderni dotati di puntatori laser e visori notturni, si innestano contaminazioni qaediste e 1.400 bandiere nere (Wilayat Khorasan o Isis-k) “ben pagate” e attive soprattutto nelle zone dove proliferano i traffici illeciti. Bombe contro il silenzio Al silenzio elettorale gli uomini del terrore hanno annunciato l’avvio della fase più acuta della loro campagna di bombe e pallottole, in una sorta di assedio in cui è stretta Kabul. È per questo che le forze di sicurezza, e in particolare i corpi speciali costituiti da 15 mila uomini, hanno deciso di recidere le arterie percorse dai taleban per confluire nella capitale. A partire dalla NH0101, l’autostrada 1 che collega Kabul a Ghazni, per proseguire verso Kandahar ed Helmand. Zona “nera” per arrivare a ridosso della quale percorriamo un’ora di strada dalla capitale attraverso il Wardak, vestiti rigorosamente con abiti afghani per evitare di dare nell’occhio. La provincia è popolata da tre grandi tribù, due pashtun e una hazara di confessione sciita, per un totale di sette distretti di cui solo i compound governativi sono controllati dalle istituzioni. Per il resto esiste un governatorato ombra dei taleban il cui leader è Wali Jan Hamza e la cui forza coercitiva arriva sino a Ghazni, dove ha imposto la chiusura di 173 su 406 seggi. Gli americani l’hanno soprannominata «bloody line» perché qui hanno registrato diverse perdite dall’invasione del 7 ottobre 2001, tra cui – pare – uno dei Navy Seals che partecipato all’operazione per eliminare Osama bin Laden. Ed è da Wardak che vengono pianificati buona parte degli attacchi suicidi condotti nella capitale dagli jihadisti guidati dallo spietato comandante Qassam. La capitale Maidan Shar, considerata la porta di accesso a Kabul, è l’unico bastione governativo, attorno al quale si annidano gli «insorti» confondendosi tra la popolazione civile a cui offrono protezione e talvolta reclutamento ben retribuito, anche come kamikaze. I telefoni detonatori Ad accoglierci c’è il generale Wais Samimi, capo delle forze di polizia dell’area, i suoi uomini sono continuamente esposti al fuoco nemico, a partire dagli ordigni esplosivi che polverizzano mezzi e vite utilizzando come detonatore telefonini di prima generazione. Bombe che vengono piazzate sul ciglio della strada da ragazzini spesso usati come manovalanza criminale dai taleban così come le donne vengono usate come scudi di copertura per rocambolesche fughe, specie dopo le incursioni su motociclette da enduro. È giunto l’imbrunire quando alla radio arriva un messaggio proveniente da un’altra stazione di polizia: «Siamo sotto il fuoco nemico». Immediati partono i blindati della polizia diretti verso la Pietra nera, la collina da dove i mortai martellano senza tregua mentre le raffiche delle mitragliatrici fendono le tenebre della notte senza stelle. La pioggia di fuoco prosegue per mezz’ora sino a quando i taleban ripiegano incalzati dal basso dalle unità della Quarta brigata dell’Afghan National Army coordinate da Kohdawani: «Questo distretto è continuamente sotto attacco». Il punto infuocato è il check point «Pol-e-sark» nei pressi del quale si trova una delle centrali dove vengono prodotti gli ordigni sotto la supervisione di specialisti di al Qaeda: potrebbe essere stata una di queste l’obiettivo del pezzo di artiglieria da 122 millimetri. «Obiettivo centrato», grida il colonnello, dando ordine di procedere via terra. Il blindato su cui siamo a bordo è guidato dallo stesso Kohdawani che arriva a «Pol-e-sark» a rinforzo di unità impegnate in un conflitto a fuoco contro un manipolo di insorti assiepati a qualche centinaio di metri in linea d’aria. I colpi di mitragliatrice pesante neutralizzano pericolosi lanci di razzi, la resistenza viene piegata dopo una decina di minuti ad alta tensione. È il momento di rientrare, incolonnati e ad elevata velocità per non offrire il fianco a kamikaze e cecchini, attenti a schivare le trappole bomba, prima che il buio della notte divori il cielo sopra Kabul scandendo l’inizio della notte più lunga. Oggi, nonostante tutto, si vota.
La lunga estate calda trascorsa tra centinaia di manifestazioni, incontri e apparizioni televisive, ha lasciato qualche piccola ruga perfino nel volto di porcellana di Sebastian Kurz. Ma ne è valsa la pena. Perché al termine della più sporca e noiosa campagna elettorale a memoria d’uomo in Austria, una cosa sola è certa nel voto politico di domani. Come nel 2017, il vincitoreeprossimo cancelliere sarà ancora lui, il giovane leader cristiano-democratico, che ha riportato sugli scudi la Övp, trasfigurandola e cambiandole perfino il colore da neroaturchese. Tutti i sondaggi danno al partito di Kurz tra il 32% e il 35%, in vantaggio di oltre 10 punti nei confronti degli inseguitori più vicini, i socialdemocratici della Spö e l’estrema destra della Fpö. Per la prima volta nella recente storia austriaca non c’è alcun duello per il palazzo di Ballhausplatz, la sede della cancelleria. Ma i problemi di Kurz cominceranno proprio domani sera, con una sorta di disagio dell’abbondanza che lo porrà di fronteaben tre possibili coalizioni di governo. Opposte fra di loro e tutte dense di rischi. «Più opzioni avrò, meglio sarà», è stato il suo mantra in una campagna, nella quale l’ex e futuro cancelliere si è mosso da dominatore assoluto. Non era scontato, dopo la fine ingloriosa del suo primo governo, la coalizione tra Övp e Fpö infrantasi sulle coste di Ibiza, dopo lo scandalo che ha travolto l’ex vice-cancelliere Heinz-Christian Strache, tanto sovranista quanto corrotto e anche babbeo. Accadde di maggio. Un video girato segretamente in una villa delle Baleari e pubblicato dai media tedeschi, mostrò Strache in canotta intento a promettere commesse pubbliche in cambio di tangenti e favori politici alla sedicente (e avvenente) figlia di un oligarca russo, che non c’entrava nulla. Kurz pensò di liquidare la cosa cacciando la Fpö dal governo, ma fece male i calcoli, perse il voto di fiducia (mai successo in Austria) e il presidente Van der Bellen sciolse il Nationalrat, convocando nuove elezioni. Storia di ieri. Sono bastati pochi mesi a Sebastian Kurz per tornare ad essere il prediletto della nazione, il vendicatore angelico che promette frontiere sicure, linea dura sui migranti, riduzione delle tasse, ma soprattutto incarna dinamismo e cambiamento agli occhi di un Paese ricco e sazio, ma insofferente ai riti troppo consensuali della vecchia politica. Neppure alcuni mini-scandali sui finanziamenti al suo partito e su alcuni hard-disk distrutti in cancelleria sono riusciti a scalfirlo. «Kurz parlerà con tutti», assicurano i suoi fedelissimi. Ma la formazione del prossimo governo sarà un test difficile e per lui cruciale, se vuole rimanere agente del cambiamento. L’ipotesi più affascinante è la cosiddetta coalizione «dirndl», dal policromo costume tradizionale austriaco, tra cristiano-democratici, Verdi che vengono dati intorno al 13% e neoliberali di Neos, accreditati dell’8%. Sarebbe la vera sorpresa e farebbe di Kurz il pioniere di nuovi equilibri politici in Europa. Ma per venire incontro ai Verdi egli dovrebbe ammorbidire le sue posizioni su migranti, tasse e welfare. La seconda ipotesi sarebbe probabilmente la più stabile ma sa di stantio: l’ennesima Grosse Koalition tra Övp e Spö, guidata dal volto nuovo di Pamela Rendi-Wagner e data al 22%. Smentirebbe però la narrazione di Kurz, minandone la mistica popperiana del distruttore creativo. Resta una riedizione dell’alleanza con l’estrema destra. Ma la Fpö, orfana di Strache e ora guidata da Norbert Hofer, è un partito abbonato agli scandali e in eterno flirt con ambienti e suggestioni neonaziste. Nulla a che vedere con l’europeismo democratico di Kurz e la stabilità di cui ha bisogno. Commenta il politologo Thomas Hofer: «Kurz dovrà scegliere tra la peste, il colera e il virus Ebola».
L’insediamento del governo Conte è stato accolto con una certa perplessità. Nella prima rilevazione alla ripresa dopo le vacanze, aveva il gradimento del 36% degli italiani, con la maggioranza assoluta che esprimeva invece un giudizio negativo (52%). Oggi le valutazioni rimangono prevalentemente negative, ma con una forbice che sirestringe. Infatti i giudizi positivi salgono di tre punti, attestandosi al 39%, mentre i negativi scendono di quattro punti e si fermano al 48%. L’indice complessivo migliora lentamente, passando dal 41 del primo sondaggio di inizio settembre al 45 di oggi. Il fenomeno principale di crescita è rappresentato dall’apprezzamento degli elettori dell’area di centrodestra non leghista (ovvero sostanzialmente di Forza Italia, visto che gli elettori di Fratelli d’Italia sono fortemente avversi al governo attuale), che si triplica rispetto all’insediamento, pur rimanendo prevalente in quest’area la valutazione negativa. Rimangono invece consistenti, e in parte in crescita, i mal di pancia nell’area degli elettori delle forze di governo: un quarto dei pentastellati e quasi il 30% degli elettori Pd (depurati oggi dagli elettori passati a Italia viva di Renzi), danno valutazioni critiche. Sembra quindi che i sommovimenti interni alle diverse forze siano in parte coerenti con le opinioni degli elettori, in particolare i mal di pancia tra i pentastellati e l’interesse di parte dell’elettorato moderatoenon filoleghista di Forza Italia. I capidelegazione delle quattro forze di governo vedono Di Maio con un indice di apprezzamento del 26, sostanzialmente identico a quello di due settimane fa, Franceschini stabile a 21, mentre Speranza, per Leu, si colloca a 19, ex aequo con Teresa Bellanova, per Italia viva. Va sottolineato che la notorietà di questi ultimi due esponenti, è ancora piuttosto bassa, poco superiore al 50%. Le intenzioni di voto evidenziano alcune differenze apprezzabili rispetto alle stime di fine agosto. Innanzitutto per la presenza della nuova formazione di Renzi. Il risultato di questa forza è stimato oggi al 4,8%, qualche decimale sopra il risultato ipotizzato all’atto della nascita. Come era lecito attendersi il Pd è quello che ne esce più ridimensionato: oggi è infatti al 19,5%. I punti persi sono dovuti sostanzialmente alla presenza di Renzi, il cui consenso proviene per quasi i due terzi dal Pd; per il momento i dem non riescono a compensare le uscite deirenziani con ilritorno di elettori anti-renziani che avevano lasciato il partito. Il M5S subisce anch’esso una contrazione significativa, passando dal 24% della rilevazione precedente, all’attuale 20,8%. In questo caso la formazione renziana non sembra rappresentare una delle cause della flessione. La perdita infatti è sostanzialmente dovuta al passaggio di una parte di questi elettori nell’area dell’incertezza e dell’astensione. La mobilitazione iniziale a favore del governo sembra rientrare, anche perle numerose polemiche e per le perplessità che autorevoli esponenti del Movimento hanno espresso nelle ultime settimane. Anche la Lega vede contrarsi il proprio consenso: scende infatti di un punto rispetto alla rilevazione di fine agosto, attestandosi a poco meno del 31%, ma complessivamente risulta in flessione di oltre 5 punti rispettoafine luglio, quando era al governo. Il calo, dovuto come abbiamo detto alle perplessità per il comportamento di Salvini e oggi presumibilmente enfatizzato anche dalla diminuita presenza mediatica del leader (non tanto sul web, quanto su stampa e tv) vede un passaggio verso l’astensione da un lato e verso FdI dall’altro che, infatti, segna un ulteriore incremento e si avvicina al 9%. Il posizionamento chiaro di Meloni, la polemica con il governo, la sua visibilità sui media, fanno premio e per una parte degli elettorirappresentano un’alternativa alla Lega. FI migliora il proprio risultato (oggi è al 7%), nonostante le polemiche interne. Infine la sinistra, che si mantiene poco sotto al 3%, senza ricadute apprezzabili in riferimento alla nuova situazione. Insomma, sembra emergere qualche segnale che fa pensareaun possibile ridislocamento di una parte degli elettori rispetto al governo, con una fuoriuscita dal M5S e una crescita di interesse, per quanto contenuta, nell’area moderata del centrodestra. Occorrerà attendere per verificarne il consolidamento o meno. La presentazione della legge di bilancio è in dirittura d’arrivo e potrebbe avere qualche riflesso sugli orientamenti degli elettori.
L’operazione è ben architettata: dal punto di vista politico e anche giuridico. Matteo Salvini è riuscito a ottenere in cinque delle Regioni guidate dal centrodestra, a Nord come al Sud, di appoggiare un referendum per cambiare il sistema elettorale. Si tratta di una mossa per contrastare il ritorno a quel proporzionale che ridurrebbe le possibilità di vittoria della destra a guida leghista; e per imporre invece un maggioritario col quale il capo del Carroccio conta di fare il pieno: con Giorgia Meloni e con Silvio Berlusconi, il più ostile. Ma non è detto che l’operazione riesca. La consultazione potrebbe essere non ammessa dalla Corte costituzionale. E non solo per il profilo di alcune norme. Il problema è che propone, non cancella una legge. Comporta dunque una ridefinizione dei collegi elettorali. E probabilmente incrocerà gli effetti della riduzione del numero dei parlamentari, per la quale il Parlamento voterà il 7 ottobre. Dunque si creerebbe un vuoto legislativo che impedirebbe al nuovo sistema di entrare in vigore. Ma sono preoccupazioni destinate a passare in secondo piano, per la Lega, come quelle sugli squilibri costituzionali legati al taglio dei parlamentari voluto dai grillini. Per la Lega, «maggioritario» è una parola magica da brandire contro la coalizione governativa tra M5S e Pd. Serve a far dimenticare che la sua nascita è dipesa dall’apertura maldestra di una crisi di governo da parte proprio di Salvini; e soprattutto a evocare una frattura tra una destra presentata come già vincente, e un governo definito truffaldino, asserragliato in Parlamento e deciso a fare di tutto per ritardare la presunta rivincita. Non solo. Con l’aggiunta del sì al referendum di Basilicata e Sardegna, il Carroccio può affermare che la spinta arriva da tutta Italia. Questo permette a Salvini e ai suoi governatori del Nord di negare la tesi di un’autonomia differenziata destinata a spaccare il Paese. In più, consente di tenere in piedi l’idea di una Lega nazionale nel momento in cui potrebbe essere messa in crisi per lo scontro sui poteri regionali rivendicati da Lombardia e Veneto. Anche perché l’uscita del Carroccio dal governo nazionale crea una situazione nuova in un Mezzogiorno bisognoso di referenti nell’esecutivo. Sono pezzi di una strategia che punta a tenere compatto il partito e a trasformare i rischi dell’opposizione in opportunità. Da questo punto di vista, lo smottamento dei Cinque Stelle, forti al Sud, aiuta. Ma la precondizione è che la legislatura non duri. Altrimenti, l’offensiva referendaria, e non solo, diventerà una battaglia di testimonianza, anticamera del logoramento.
A vviso per deputati e senatori a caccia di un seggio per la prossima legislatura: con la riforma che taglierà il numero dei parlamentari non ci sarà speranza di trovare posto altrove. Dal sette ottobre la transumanza da un gruppo all’altro non eviterà la mattanza. Perciò le campagne acquisti annunciate in questi giorni nel Palazzo da Renzi e Salvini sanno di propaganda, evocano certe trasmissioni televisive in cui si promettevano diete miracolose: ma come gli infusi di Wanna Marchi non modellavano il corpo, è da escludere che si possano moltiplicare i seggi. Infatti, al di là degli scontri moralisti sui cambi di casacca e del dibattito su alcune implicazioni costituzionali — tema troppo sofisticato per molti rappresentanti della Terza Repubblica — basta usare i sondaggi e fare il conto della serva per scoprire il trucco. Italia viva, per esempio, è composta da una quarantina di elementi tra Camera e Senato. Se alle elezioni ottenesse il 5%, con il proporzionale acquisirebbe in tutto 30 seggi. Chissà se Renzi pensa davvero a costruire «una specie di nuovo Pri agganciato ad alcuni potentati economici», come teorizza D’Alema. Di certo c’è che l’ex leader del Pd si trova già oggi in overbooking, e qualcuno tra i suoi si sta preoccupando. Allo stesso modo Salvini, se pure superasse il 30% nelle urne, porterebbe in Parlamento più o meno lo stesso numero di deputati e senatori che siedono attualmente nei gruppi della Lega. Dove finirebbero allora quei grillini e quei forzisti folgorati sulla via di Bellerio? La situazione peril capo del Carroccio non cambierebbe molto neppure se passasse il referendum con cui mira a ottenere un maggioritario puro. Perché in molti collegi, specie al Sud, gli servirebbe l’aiuto di quelle «forze di utilità marginale» — come le chiamava Berlusconi — che andrebbero poi ricompensate con i seggi. Senza contare che sul territorio, specie al Sud, i ras locali difficilmente offrirebbero i loro pacchetti di voti per un «paracadutato». Così la speranza dei transfughi di trovar riparo somiglia al tentativo di trovare posto in aereo nei giorni di festa. Tutti vorrebbero viaggiare in prima, anche il mondo della «società civile» chiede al Pd un posto-finestrino. Il fatto è che Zingaretti non saprebbe dove metterli. Anzi, sebbene la scissione di Renzi gli abbia facilitato il compito, con un risultato del 20% dovrebbe tagliare una decina degli attuali parlamentari. È amaro il destino del segretario dem: lui che non voleva il governo giallorosso per farsi le sue liste, ora deve sostenere anche una riforma che compromette il suo piano per le liste. Ma non può dirlo, come non possono dirlo quei grillini che in Transatlantico sono stati scoperti a discutere di una promessa alla quale si sentono vincolati e dalla quale non possono sfuggire. E sono consapevoli che il 7 ottobre con il loro voto firmeranno la «disoccupazione» per almeno la metà dei colleghi di gruppo. E magari anche perloro stessi: con gli attuali sondaggi, e per via della riforma, il Movimento alle prossime elezioni perderebbe 160 seggi tra Camera e Senato. Ecco perché il sottosegretario alla Presidenza Fraccaro ha gioco facile nel sostenere che «il taglio dei parlamentari stabilizzerà il governo». Sarebbe stato più corretto dire che «stabilizza la legislatura», perché sul Conte II aleggia sempre un’aria di precarietà… In ogni caso nessuna transumanza è in vista: nonostante Salvini lasci intendere un’imminente emorragia grillina, autorevoli dirigenti leghisti raccontano che «no, quelli staranno fermi perché temono possa cascare tutto». In fondo l’amputazione dei gruppi M5S sarebbe la più terribile delle nemesi: perché è come se l’anti-politica si accanisse sui propri seguaci. Per Forza Italia sarebbe invece la fine di un’epoca, se è vero che resisterebbe appena un terzo degli attuali 160 eletti. Perciò si ipotizza il fuggi-fuggi tra gli azzurri. Per andare dove, non si capisce: numeri alla mano, Salvini ha posti in piedi, Renzi nemmeno quelli. «Per i leader di partito — spiegò anni fa Casini — i parlamentari sono una ricchezza all’inizio della legislatura ma diventano un peso alla fine». La maggioranza di deputati e senatori lotta per resistere. Peraltro tra due anni potrebbero godersi anche lo spettacolo dell’elezione del capo dello Stato. «A spese del contribuente», così un tempo dicevano i grillini.
Sulla riforma della giustizia — che resta uno dei principali ostacoli sul cammino del governo Conte 2 — Cinque Stelle e Pd provano a disegnare un percorso che eviti la rottura. Ieri il premier ha incontrato a Palazzo Chigi il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede e il suo predecessore, oggi vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, assieme al sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, anche lui del Pd. All’uscita prevalgono le dichiarazioni distensive, dalle parole come sempre entusiaste del ministro che promette soluzioni entro la fine dell’anno a quelle più prudenti degli altri, ma per adesso s’intuisce solo che ci vorrà un nuovo disegno di legge e che gli accordi trovati sono soprattutto sulle buone intenzioni. Come la riduzione dei tempi dei processi, da chiudere entro quattro anni nei diversi gradi di giudizio. A luglio il progetto Bonafede varato con la precedente maggioranza aveva fissato il tetto a nove, scesi a sei dopo le proteste leghiste, ora è stato ulteriormente abbassato. Ma si tratta di termini che dovranno fare i conti con il carico di lavoro dei magistrati, altrimenti la sanzione di procedimenti disciplinari per chi non dovesse rispettare i tempi resterà un’arma spuntata. Tuttavia arrivare a definire un limite massimo, per quanto teorico, serve ai Cinque Stelle per non tornare indietro sulla legge (già in vigore) che dal prossimo 1° gennaio abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Il Pd avrebbe voluto una modifica per rimandare la scadenza, Bonafede no perché il suo Movimento ne ha fatto una bandiera, e ora cerca di accelerare sula riforma che dovrebbe accorciare i tempi dei processi in modo da poter dire che non serve reintervenire sulla prescrizione. Ma bisogna vedere quale sarà il risultato finale. Così come bisognerà vedere che tipo di accordo si riuscirà a raggiungere sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura, «unico punto di divergenza» ammesso dal Guardasigilli. E se anche fosse vero non sarebbe poca cosa. Lui aveva inserito il sorteggio preventivo dei magistrati da eleggere, che al Pd non piace anche perché ci sono fortissimi dubbi di incostituzionalità. Ci vuole una terza via, non ancora individuata.
La solidarietà degli alleati, anche se del previsto vertice del centrodestra non ci sono tracce, era abbastanza scontata. Lo è molto meno quella arrivata ieri a Silvio Berlusconi da Matteo Renzi, dopo la notizia che conferma come dal 2017 la Procura di Firenze stia indagando su di lui per 23 reati, dalle stragi mafiose di Roma, Firenze e Milano all’attentato fallito a Maurizio Costanzo. «Vedere che qualche magistrato della Procura della mia città da anni indaghi sull’ipotesi che Berlusconi sia responsabile perfino delle stragi mafiose o dell’attentato a Costanzo mi lascia attonito», dice il leader di Italia viva. Le critiche alla Procura — quella che peraltro ha indagato i suoi genitori — e la difesa del Cavaliere mettono Renzi al centro di sospetti: è un tentativo di dialogo con FI, di conquista dei suoi parlamentari, o degli elettori delusi dagli azzurri? Aleggia ancora lo spirito del Nazareno, visto che anche Berlusconi ha fatto gli «auguri» all’avversario per il nuovo partito? «A differenza di quanto scrivono — rivendica invece Renzi — non ho mai governato con Berlusconi e mai FI ha votato la fiducia al mio governo (a tutti gli altri sì, a me no): dunque posso parlare libero, da avversario politico». E quindi «Berlusconi va messi d’accordo loro. Quando verranno in Aula daremo i nostri suggerimenti». L’uscita sicuramente fa piacere a Berlusconi, che oggi parlerà a Milano a un evento di FI, come quelle dei suoi alleati. Matteo Salvini sbotta: «Indagini sul Cavaliere? Ma basta, siamo seri, indaghiamo su spacciatori, stupratori, mafiosi e camorristi…». E Giorgia Meloni: «Se davvero le cose stanno così, l’inchiesta avrebbe del grottescoerischierebbe di ridicolizzare il delicato e fondamentale ruolo della magistratura». Solidarietà anche da Giovanni Toti: «Ancora un’indagine su Silvio Berlusconi!! E basta dai…! L’Italia ha bisogno di una giustizia credibile. Questa inchiesta non aiuta».
Io sono per l’eutanasia. Legale, libera, civile. E lo sono — credo e spero — con ragione e per compassione. Ne peroro, dunque, la causa in qualità di individuo, di cittadino e anche di scrittore. Ogni vita è degna di essere raccontata (non solo le vite straordinarie di santi o eroi). Questa dignitosa vita qualunque deve poter esser raccontata in qualsiasi modo (non solo con i versi sublimi dei poemi antichi ma anche con la lingua familiare della prosa, prossima alla lingua quotidiana). Da questi due principi discende la rivoluzione culturale del romanzo moderno che apre il racconto della vita e del mondo alle persone comuni, agli umili, agli anonimi, agli «ultimi», sia elevandoli a protagonisti della narrazione sia interpellandoli come potenziali lettori. Il romanzo, diceva Milan Kundera, è il «paradiso degli individui». Ogni singola vita — per quanto possa apparire insignificante — vi è ammessa, al pari di ogni altra, a godere dello splendore del racconto. Cosa c’entra questo con l’eutanasia? C’entra perché il romanzo esprime i valori fondamentali della civiltà occidentale moderna. Attraverso secoli di lotte sanguinose — spesso «guerre civili» intestine — le democrazie liberali dell’Occidente hanno affermato contro teocrazie e totalitarismi che i loro valori supremi sono racchiusi nel concetto di libertà individuale e di dignità personale, entrambe intangibili di fronte allo Stato e alla Chiesa. Noi europei d’Occidente abbiamo imparato ad amare e a rispettare la singola vita non in quanto «sacra» — concessa da un Dio — e non in quanto sussunta a una laica entità superiore—Stato, Popolo o Nazione—ma in quanto libera, assoluta, sovrana su se stessa. L’individualismo occidentale che ne discende è, per questi motivi, forse la forma più alta di amoreedi rispetto della vita che l’umanità abbia mai sperimentato. Ogni nostro valore, ogni nostro amore, anche ogni nostro dolore, trae il proprio senso alla luce, tenue ma tenace, di questa idea. La conseguenza ultima di tutto ciò è che ogni individuo deve poter scegliere liberamente, non solo come e dove vivere, ma anche quando porre fine alla propria esistenza in base alla sua personale, irriducibile, inalienabile concezione della dignità di essa. Io sono per l’eutanasia perché sono per la vita. Rigetto con forza e, permettetemelo, con sdegno, gli slogan dei militanti contrari a ogni forma di «aiuto a morire» che si proclamano «pro-life», difensori della vita e depositari del suo significato ultimo. No. Non è così. Chiunque si opponga alla facoltà dell’individuo di decidere della propria vita, lo fa in nome di un principio cui quella vita viene subordinata, togliendole così pienezza, libertà, sovranità e dignità. Nella società aperta, nelle democrazie liberali chiunque deve poter parlare del proprio Dio ma nessuno deve poter legiferare in nome di Dio. Siamo noi, noi che viviamo sotto un cielo disertato da Dio, a glorificare la vita di un amore disperato, assoluto, struggente, proprio perché non crediamo in un’altra vita ultraterrena, e la nostra perorazione a favore dell’eutanasia, del diritto individuale a concluderla in modo dignitoso, legale, civile, condiviso, in modo pietoso, è l’ultima, più estrema manifestazione di quell’amore. Io sono per l’eutanasia e non solo per quelle situazioni limite di cui si occupano i media (e in questi giorni la corte costituzionale con la storica sentenza su Marco Cappato). Le corsie dei nostri ospedali, lontane dai riflettori, straripano di casi comuni, noti a noi tutti, in cui il moribondo è ostinatamente sottoposto a indicibili sofferenze fisiche e psicologiche per prolungare inutilmente di qualche mese la sua esistenza fino al punto di smarrire nella sua conclusione tutte le ragioni che ce l’avevano fatta amare, finanche al punto di smarrire i tratti di quel volto che per noi aveva incarnato il supremo amore. Quante volte, estenuati, schiantati, disperati, ci siamo segretamente augurati la morte di un padre, di un amico, di un fratello terminale e poi ne abbiamo portato il rimorso per tutta la vita. Quante volte ancora dovremo farlo? Quante volte i nostri cari sono morti molte volte prima di morire perché uno Stato vigliacco e ipocrita non legifera sulla ampia, democratica, sovrana possibilità che l’individuo, segnato da una diagnosi senza scampo, o da una qualsiasi altra forma d’intollerabilità dell’esistenza, non rimanga costretto a scegliere tra una fine tormentosa, la solitudine terribile del suicidio o la supplica a noi superstiti a compiere un atto compassionevole che agli occhi della legge ci bolla come omicidi? No. Io sono per l’eutanasia. Io spero nel giorno in cui un figlio e un padre, due amici, due fratelli, ancora entrambi pienamente se stessi, possano, fiancoafianco, dopo aver bevuto perl’ultima volta insieme il caffè mattutino, prepararsi per l’ultimo viaggio, il viaggio per cui non serve bagaglio. Io sono per l’eutanasia perché tenere la mano al morente, finché è ancora se stesso, è la forma più alta di pietà di cui siamo capaci. È il nostro destino. È il gesto ultimo in cui si ricapitola l’essenza dell’umano.