Onorevole Boschi, con la scissione non rischiate di indebolire il governo e di ridare forza a Salvini? «Grazie a Italia viva il governo avrà più parlamentari, non meno. QuantoaSalvini, noi siamo quelli che lo hanno messo nell’angolo, non che lo hanno resuscitato. Abbiamo accettato persino di votare coi 5 Stelle pur di non dargli i “pieni poteri”. Erano altri quelli che volevano andare a votare a tutti i costi, non noi». C’era bisogno di un ennesimo partitino? «Da qui alle elezioni del 2023 c’è tanto tempo. E se senza logo, senza una sola iniziativa, senza niente siamo stimati al 5% credo che la cosa debba far riflettere. Penso che Italia viva non sarà un partitino. Ma che ve ne fosse bisogno non c’è dubbio: c’è una prateria intera per chi non vuole seguire gli estremismi di Salvini, fondare la società solo sull’assistenzialismo o diventare socio della Casaleggio». Cosa non condividete del programma di governo? «Il programma di governo per noi è vincolante. Conte si è impegnato in Parlamento, noi siamo impegnati con Conte. Il punto che per noi ha maggiore rilevanza è il Family act al quale sta lavorando la ministra Bonetti: asili nido, assegno perle famiglie, misure per le donne». Se Pd e M5S si alleano in Umbria, ci sarete anche voi? «Non ci candideremo in nessuna delle prossime elezioni regionali. Ovviamente vediamo di buon occhio le candidature civiche, sia in Regione che nelle amministrazioni comunali». L’addio è stato sofferto? «Certo. Lasciare tanti amici con cui si sono fatte riforme epocali fa male. Ma sono convinta di ciò che abbiamo fatto. E soprattutto di ciò che faremo. Rimettere al centro le donne, parlare ai piccoli imprenditori come agli artigiani, disegnare uno sviluppo sostenibile. Inutile insistere per recuperare un rapporto irrimediabilmente compromesso: lasciamoci senza rancore. Noi andiamo, se tornano D’Alema e Speranza buon per loro». Non avete ancora chiesto di fare i nuovi gruppi. «Lo abbiamo già fatto. Martedì saranno comunicati in Aula. Saremo 27 alla Camera e 15 al Senato. C’è ancora qualche incerto, non più di una decina di colleghi, che ci raggiungerà entro il mese di ottobre, alla Leopolda». Volete modifiche alla riforma Bonafede? «Rispetteremo le decisioni della coalizione.Non dipingeteci come gli sfasciacarrozze perché non lo siamo. Il testo che uscirà dal confronto della maggioranza sarà votato anche dai nostri». Le piace il proporzionale? «Io preferisco il maggioritario con ballottaggio altrimenti non avrei lavorato all’Italicum. Ma anche in questo caso rispetteremo gli accordi programmatici. Non troverà argomenti di scontroein questi mesi noi saremo vigilanti in Parlamento ma soprattutto impegnati nella società, nelle piazze, nelle fabbriche». Mara Carfagna vi ha detto di no, Beatrice Lorenzin entra nel Pd: a chi sperate di allargare Italia viva? «A migliaia di persone che si sentono orfane di una guida politica. Se lei vedesse come squillano i telefoni, quante email e sms arrivano, quanta gente si offre per dare una mano resterebbe stupita. Mara resta in Forza Italia, Beatrice entra nel Pd: in bocca al lupo a entrambe. Noi seguiamo un’altra strada». Con i renziani del Pd è un addio o un arrivederci? «Non è un addio, perché siamo amici. Eirapporti umani valgono più dei rapporti politici. Ma abbiamo idee diverse: non è una finta. Finché Renzi si è rifiutato di giocare il ruolo di capocorrente chiunque poteva intestarsi le sue idee. Adesso c’è Italia vivaeper chi crede in Renzi è tutto più semplice». Avete votato contro l’arresto di Diego Sozzani? «No. Noi ci siamo comportati in modo coerente. E del resto i numeri lo confermano: troppo alto il divario per intestarlo ai nostri». È lei la capogruppo di Italia viva alla Camera? «No. ConGigi Marattin, che è un amico fraterno oltre che un bravissimo collega, daremo una mano nelle prime ore come faranno Faraone e Garavini al Senato. La leadership politica è affidata per adesso a Bellanova e Rosato. E la scrittura del manifesto a Noja e Migliore. Se c’è una cosa che mi piace di questa nuova nostra casa e che per ogni incarico c’è la diarchia: uomo-donna. Siamo il partito più femminista e io ne sono fiera».
A Puntuale arriva il richiamo all’ordine di Alessandro Di Battista per il M5S di Luigi Di Maio che ha scelto di governare con Nicola Zingaretti e con Matteo Renzi: «Non vi fidate del Pd derenzizzato, è un partito ipocrita. Ripeto, nel Pd, Renzi ci ha lasciato dentro decine di pali». Ma poi la carezza più ruvida il leader movimentista dei Cinque Stelle (che si tiene ben lontano dal governo e dal Parlamento) la riserva al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «È ovvio che Renzi ambisce alle nomine ed era piuttosto chiaro che avrebbe fatto questa robetta. Leggo che il premier sia rimasto allibito per la scelta di Renzi. Buongiorno presidente!!!». Parole, queste, che non incrinano la proverbiale calma del capo del governo: «Io mi fido del Pd, è una forza che responsabilmente ha deciso di partecipare a questa esperienza di governo; ed è un governo di Movimento-centrosinistra, lo dico per rispetto dei 5 Stelle…», ha detto Conte alla festa di Mdp-Articolo 1 che fa parte della coalizione. Dopo appena due settimane di rodaggio, dunque, la maggioranza giallorossa va in fibrillazione per due giorni di seguito. Giovedì c’è stato il caso Sozzani — il deputato di FI salvato dagli arresti domiciliari grazie anche a decine di franchi tiratori nel Pd e tra i renziani di Italia Viva — mentre ieri è arrivato l’affondo di Di Battista che ha voluto «commentare», non senza malizia, la «sorpresa» del presidente del Consiglio per la nascita dei gruppi parlamentari autonomi creati da Renzi dopo la scissione dal Pd. Ma la risposta che si sarebbe attesa dal Nazareno, l’ha invece data il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci, un tempo di stretta fede renziana, che ha replicato anche agli attacchi rivolti al suo ex leader di riferimento: «Il governo rischia di essere messo sotto scacco dalla furia di Di Battista e dall’area radicale del M5S. Consiglierei al premier Conte e al ministro Di Maio di tenere a bada i deliri di Di Battista, che sembra pronto a fare di tutto perrompere l’attuale maggioranza parlamentare». Marcucci,poi, consiglia a «chi ha paventato rischi per la formazione dei gruppi di Italia Viva» di stare attento «a quello che succede nel M5S». Nel M5S, il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Gianluca Castaldi incita Di Battista: «Forza, siamo cittadini prestati alle istituzioni, forza Ale, forza Movimento, forza tutti noi». Ma c’è anche il viceministro Vito Crimi (Interno) che non considera chiusa la pagina del salvataggio dell’azzurro Sozzani: «La casta protegge se stessa, dobbiamo togliere ai parlamentari la facoltà di autotutela». E l’azzurra Mara Carfagna commenta: «Tra scissione del Pd e Di Battista che accusa, gli alleati al governo si fanno la guerra anziché lavorare».
Dino Martirano
Luigi Di Maio se l’aspettava, ma non per questo l’incursione di Alessandro Di Battista sul terreno prematuramente minato del governo lo allarma di meno. Il capo politico dei 5 Stelle e ministro degli Esteri ha già parecchi fronti da presidiare, deve tenere d’occhio le mosse del premier e deve arginare l’agitazione dei suoi gruppi parlamentari, che prima lo hanno forzatoatrattare con il Pd e adesso faticano ad amalgamarsi con gli alleati. E così ieri, quando l’ex deputato è piombato sulla fragile alleanza giallo-rossa addossando al Pd ogni possibile nefandezza, dalla Farnesina hanno provato a metterci una pezza. «Per il M5S esiste libertà di pensieroedi opinione», è il messaggio in bottiglia che i vertici del Movimento hanno lanciato nel mare del Pd, agitato dalla scissione di Renzi. Un modo soft per tranquillizzare Zingaretti e compagni, assicurando loro che Di Battista ha sparato veleno a titolo personale. Ma c’è un secondo concetto, bruscamente rivolto ai dirigenti dem: «Noi non teniamo a bada nessuno». Come a dire che l’Alessandro Furioso continuerà a bombardare il Nazareno e la nuova «casa» di Renzi. Se Di Maio lascia che un simile monito giunga alle orecchie degli alleati è perché lo ha irritato parecchio l’avviso di Andrea Marcucci, che a lui e a Giuseppe Conte ha chiesto di frenare i «deliri» di Di Battista perché non faccia saltare il governo. Marcucci è il presidente dei senatori dem, ma è anche uno storico amico di Renzi, al quale è sempre stato leale. Il che potrebbe renderlo strada facendo meno affidabile agli occhi di Di Maio, il quale di certo non ha apprezzato il riferimento del capogruppo all’«ala radicale» dei 5 Stelle come all’altra mina che, oltreaDi Battista, minaccerebbe il governo. Tensioni e sospetti, esasperati dall’apparizione di Renzi sulla scena come terza gamba dell’alleanza. E adesso, ecco che torna anche Di Battista e avverte: «Io da fuori farò le mie battaglie. Non voglio destabilizzare nessuno…». Di certo quel che vuole è far esplodere le contraddizioni di una maggioranza che, perfermare Matteo Salvini, ha messo insieme due nemici acerrimi come democratici e 5 Stelle. E anche se Di Maio ha apprezzato che l’ex amico delle origini si sia morso la lingua durante le trattative, ora teme il continuo controcanto dell’attivista giramondo e senza poltrona. «È rimasto fuori dal governo peril veto del Pd e ora ci sta che si sfoghi», sdrammatizzano nell’entourage del capo politico. Dove al tempo stesso si interrogano su come arginare la furia dell’arcinemico di Renzi e del Nazareno, che soffre la stima di Beppe Grillo nei confronti di Conte e si oppone alla metamorfosi «moderata» del Movimento. Un’idea, per trasformare un problema in una possibile risorsa, Di Maio la coltiva da tempo: affidare ad «Alessandro» uno dei dodici posti nel «team del futuro», come «facilitatore» sul tema dell’ambiente.
Monica Guerzoni
Giuseppe Conte assaggia una salsiccia nello stand del ristorante: «Ho origini di campagna, sono un uomo del popolo». Beve un sorso di birra: «Ma vado a una cena con il presidente tedesco Steinmeier. Devo arrivare lucido». La piccola folla della festa di Articolo 1, il partito di Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani, che si è ritrovato al governo nel vortice dell’estate, accoglie il presidente del Consiglio come un “compagno” circondato dalle bandiere rosse. Dice Massimo D’Alema, fotografato sorridente accanto all’ospite poi seduto in prima fila ad ascoltare l’intervista con Enrico Mentana: «Mi fido di lui. Il suo discorso è convincente. Ha un modo semplice di spiegare le cose diciamo». E non si capisce quanto sia rotondo questo complimento. Non c’è soltanto il ribaltone della maggioranza, alla fine della crisi di agosto. C’è un nuovo ruolo politico che Conte intende ritagliarsi dopo aver vissuto 14 mesi schiacciato nel duello tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ieri era da Articolo 1, nello spazio di Testaccio dedicato all’Altra economia, ma domani andrà alla kermesse di Giorgia Meloni e domenica alla festa del lavoro della Cgil. Fuori dal Palazzo, quindi, presente nella vita dei partiti. «Militate, fate politica, prendetevi il vostro futuro», dice ai ragazzi della festa. Lui che non ha mai militato, come rivendica. Poi, prende il fazzoletto dei partigiani e mette in tasca un volantino dell’associazione per la liberazione di Lula. Nel frattempo, D’Alema si rifiuta di commentare la scissione di Renzi ma sentenzia: «Il suo Pd è finito». Dal palco Conte dà un orizzonte temporale al suo bis: «Non vendo fumo, non posso dirvi che in pochi mesi il Paese verrà riformato. Occorrono un paio d’anni». Prende applausi quando conferma «mai più con Salvini all’infinito». Zero battimani invece quando spiega la sua ricetta per l’immigrazione: «Non possiamo consentire a chiunque di entrare, dobbiamo controllare i nostri confini. È un approccio pragmatico». Che non convince i compagni fino in fondo. Durante la lunga intervista gli applausi sono rari e tiepidi. Come durante una fase di studio, la forza di sinistra annusa l’uomo che fino a poche settimane fa governava con Salvini ma ora li ha portati al governo con il ministero della Salute per Speranza. Infatti qui c’è lo stato maggiore dell’alleato di sinistra: Nico Stumpo, Arturo Scotto, Guglielmo Epifani, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Ovviamente i dirigenti sono più calorosi dei militanti. Illuminati da un esito inaspettato. Apprezzano le parole sull’Europa: «Un progetto diverso come quello che aveva Salvini è velleitario, ma l’europeismo fideistico lo combatto». Conte dice di non aver mai pensato alle Ong come «nemiche del popolo». Bene, applaudito. «Vi sfido a trovare nei miei discorsi parole di odio, di discriminazione». Insomma, ci tiene a marcare la distanza dal leader leghista, anche nella gestione dell’immigrazione. «Con quel vicepremier ricollocare i migranti era un problema. Passavo i week end a chiedere cortesie personali ai Paesi europei. Adesso c’è un approccio più coerente. Non sono più cortesie». Si capisce quanto abbia sofferto in silenzio la presenza alle costole di Salvini. Anche se l’intervento è senza fuochi d’artificio, fa capire di sentirsi più a suo agio nel nuovo governo. «Ho una formazione di sinistra, nel solco del cattolicesimo democratico». Risponde a Alessandro Di Battista che semina dubbi sul Partito democratico: «Io mi fido del Pd». E dei sindacati: «Senza tornare alla concertazione, credo nel pieno confronto e voglio ascoltare tutti. Non come faceva qualcun altro». Cioè sempre lo stesso. Persino quota 100, la bandiera leghista, viene derubricata a «omaggio» per le persone che stavano vicine alla pensione e l’avevano vista sfumare all’ultimo. Niente di più. Quest’opera di rimozione, il calarsi nella vita attiva dei partiti, la rivendicazione prudente di un ruolo politico serve a presentarsi sempre di più come argine al sovranismo, come antagonista diretto di Salvini. Lo stesso profilo che cerca Renzi. «Avrei dovuto sapere prima della scissione», ripete Conte. Ma non cerca la polemica anzi vuole una pace: «Questo non significa che la sostenibilità del programma sia venuta meno».
E’ l’uomo del momento, lui lo sa e fa di tutto per mettersi a favore di vento: sono le sette della sera, tra gli edifici diroccati e polverosi del vecchio Mattatoio di Testaccio, i compagni di Articolo Uno, il partitino di D’Alema e Bersani, sospingono il loro ospite Giuseppe Conte verso le braci: «Presidente, presidente, loro hanno cucinato le salsicce!». E lui, il presidente del Consiglio dei ministri, non si limita ad un sorriso d’ordinanza: fa uno scatto, lascia letteralmente sul posto gli uomini della scorta e raggiunge i volontari impegnati con le braci ardenti, si mette in posa, in mezzo a loro, per la felicità di cameraman e fotografi. Immagine perfetta: Conte col suo completo scuro da cerimonia che si “mischia” ai volontari col grembiulone e con gli spiedi in mano. Lì intorno i militanti del movimento più di sinistra del governo, gongolano: «Bravo!», «Presidente me lo regala un selfie?». Lui, che un anno e mezzo fa aveva rivendicato di essere «populista», annuisce con tutti. E completa il tour degli stand tra bandiere rosse e boccali di birra. Risultato? Il presidente del Consiglio era arrivato alle 18,15, salutato da un applauso di cortesia (non più di quindici persone), ma un’ora dopo quando l’intervista di Enrico Mentana è finita, con Conte che ha dato diverse risposte di “sinistra”, il pubblico lo ha salutato con un applauso corale. E Roberto Speranza confida: «Stava a casa…». Un pomeriggio che racconta bene lo spirito del tempo, la sostanziale indifferenza della “gente” ai cambi di schieramento, ma che racconta anche la tenuta del presidente del Consiglio, che durante l’intervista ha dato diverse risposte in sintonia con i compagni in platea («La mia formazione è di sinistra, cattolicesimo democratico…») ma quando sono arrivate le domande più insidiose, ne è uscito con risposte non sempre scontate. A Mentana che gli chiedeva se si fosse troppo esposto sulla vicenda Diciotti, difendendo Salvini dal processo, Conte ha risposto: «No, sono il presidente del Consiglio, mi assumo le responsabilità dei miei ministri». E quando si è parlato di migranti, Conte non si è limitato a vellicare il pubblico, con battute hard («Porti chiusi? Una formula riduttiva, mai accettata»), ma ha anche fatto capire di non essere pronto ad una totale sconfessione della politica precedente: «Dobbiamo controllare i nostri confini, non dobbiamo permettere che si alimenti il traffico di vite umane». E ha spiegato cosa sia cambiato nel rapporto con gli altri Paesi europei: «Prima trascorrevo i fine settimana a chiedere cortesie personali mentre l’Italia chiedeva solo per se’, oggi c’è un approccio sistemico, piu’ coerente». E con Salvini, chiede Mentana, è finita per sempre? «Il mio “no” a Salvini vale all’infinito. Lo vede quell’orizzonte?». Domanda: mai più sentito? Risposta secca, col sorriso «No». Ma poi aggiunge: «Sentire l’opposizione non è una necessità». Ad Alessandro Di Battista che, dopo giorni di silenzio, ha avvertito il M5S ( «il Pd è ipocrita, non vi fidate») Conte risponde soft: «Io mi fido del Pd perché è una forza che responsabilmente ha deciso di sostenere quest’esperienza di governo». Infastidito dalla mossa di Renzi? «Avessi saputo della sua decisione, avrei preteso di parlare direttamente con il nuovo gruppo. Ma non è venuta meno la sostenibilità del progetto di governo. Mi hanno sorpreso i tempi, poteva esserci un’interlocuzione diretta, anche nel loro interesse». In platea anche un ex presidente del Consiglio come Massimo D’Alema che, con stile di altri tempi, non toglie i riflettori all’attuale inquilino di palazzo Chigi. Ma prima di stringere la mano a Conte davanti ai flash. D’Alema fa sapere: «Mi fido di lui». Domani Conte sarà ad Atreju, la festa di Giorgia Meloni. Paura di contestazioni? «Ma questo è il tempo del dialogo, bisogna anche saper prendere i fischi, nel caso».
Sono tanti i protagonisti che si sono mossi nel retropalco delle trattative che hanno portato alla nascita del governo. Due di loro saranno seduti uno accanto all’altro a Tirana, in Albania, il 24 ottobre. Massimo D’Alema e Davide Casaleggio però si conoscono già e hanno avuto modo di parlarsi nei giorni di metà agosto quando i negoziati tra sinistra e grillini entrarono nel vivo, coinvolgendo un reticolo di conoscenze di ambienti diversi, tutti favorevoli alla nascita del Conte bis. Sono tre le fonti autorevoli che assicurano alla Stampa i contatti tra i due, un’altra parla persino di una cena, al momento non confermata dalle verifiche effettuate. Questa è la storia di un network che si è formato all’ombra della nuova coalizione giallorossa e che racconta alcuni passaggi fondamentali dell’ultimo mese, svelando i contatti tra una onlus che si occupa di migranti, una società focalizzata sulla tutela legale dei medici che si è allargata al business della blockchain, un ex premier, l’imprenditore che ha in mano l’algoritmo di controllo del primo partito in Parlamento e un’università privata collegata all’isola di Malta. Una storia che parte da una serie di telefonate e arriva alla notte tra il 3 e 4 agosto quando si completa la lista dei ministri e a sorpresa la Sanità finisce in mano a Roberto Speranza, esponente di Liberi e Uguali, socio minore della maggioranza guidata da M5S e Pd. Viceministro diventa Pierpaolo Sileri, un senatore del M5S che, come si vedrà, è parte dello stesso network che ruota attorno a Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi group. È l’uomo che diverse fonti accreditano come colui che mette in contatto Casaleggio con D’Alema e, attraverso l’ex presidente del Consiglio, Casaleggio con Zingaretti. Sarà D’Alema il primo a spiegare al segretario Pd che il M5S non avrebbe ceduto su Conte a Palazzo Chigi. Il 24 ottobre a Tirana il figlio del fondatore del M5S e l’ex premier parteciperanno a un grande evento sulla blockchain organizzato dalla divisione tech della Consulcesi. È un’azienda di Roma, con sede anche nella capitale albanese, nata per dare tutela ai medici specializzandi, poi cresciuta diversificando gli interessi. Oggi conta centomila clienti tra i medici, si occupa di sondaggi, copyright e della tecnologia alla base della sicurezza delle transazioni informatiche. Primo campo di applicazione ovviamente è stata la sanità e già il 22 maggio scorso D’Alema è stato a Tirana invitato sempre dalla Consulcesi al convegno “E-learning & Blockchain: Formazione continua in Medicina”.Con l’ex premier, il presidente di Consulcesi, Tortorella, condivide le passioni della blockchain e del vino. Tortorella ama le bottiglie di D’Alema e ha visitato anche la sua tenuta in Umbria. L’anno scorso, invece, ha scritto un libro con il fratello Andrea (ceo della Consulcesi Tech), “Cripto-svelate” , con il contributo proprio di Casaleggio Jr, presidente della omonima società che da anni ormai si occupa della tecnologia a blocchi. La presentazione del volume avviene il 27 giugno 2018, alla Link University. È l’università fondata dall’ex ministro Dc Enzo Scotti che è stata la scuderia di ministri e sottosegretari del M5S. Quel giorno viene annunciata da Consulcesi Tech e dalla Link la nascita del primo master in «Economia delle Criptovalute e della Blockchain». Non solo. Perché pochi mesi dopo, a dicembre, la hi-tech company di Tortorella crea anche il primo fondo europeo d’investimento su blockchain e criptovalute (ConsulCoin Cryptocurrency Fund). Lo crea a Malta, l’isola da cui nasce come filiazione italiana la Link. L’Università di Scotti è un collettore di tutti i protagonisti fin qui citati. D’Alema ci insegna Relazioni internazionali e partecipa alla presentazione del libro di Tortorella. Non c’è Casaleggio. Ma si intravedono Michela De Biase, consigliera regionale Pd e moglie di Dario Franceschini, e il senatore Sileri, al tempo presidente della commissione Sanità. Ora, gli stessi nomi – tutti quanti – ritornano anche nella onlus Sanità di Frontiera. E’ un’associazione che si occupa di promuovere la difesa della salute di «soggetti vulnerabili e discriminati, quali minori, donne e migranti». Sono facili da immaginare gli imbarazzi incontrati durante i 14 mesi di Matteo Salvini al Viminale. Da pochi giorni il presidente è D’Alema. Consulcesi è tra i partner e ha ottenuto un sostegno dal Papa in persona tramite l’Obolo di San Pietro. Tortorella fa parte del consiglio direttivo. Ne era membro anche la De Biase mentre Sileri ci è entrato da ex componente del comitato scientifico. Nella notte tra il 3 e il 4 settembre il grillino è per qualche ora il candidato a succedere a Giulia Grillo come ministro della Salute. A Leu, il partito di D’Alema, sarebbe dovuto toccare l’Ambiente. Ma Sergio Costa chiama Beppe Grillo e la spunta. A quel punto, D’Alema spinge per ottenere la Sanità. È l’ultimo tassello, infilato in extremis. Speranza diventa ministro. Sileri è il suo vice.
«Che tragedia, i partiti di un uomo solo». Romano Prodi accetta per la prima volta di parlare della politica italiana, dopo l’apertura a un governo in sintonia con l’Europa che aveva battezzato “Orsola” e un finale d’estate a osservare i radicali cambiamenti, e anche le follie, del quadro politico. Per un giorno l’ex premier ed ex presidente della Commissione europea, rinuncia alla consueta corsa mattutina («Sette chilometri, è il minimo sindacale») e nella sede della Fondazione dei Popoli, nella sua Bologna, l’uomo che inventò e guidò il centrosinistra unito usa toni insolitamente duri nei confronti di Matteo Renzi che ha promosso l’ultimo strappo. Professore, una nuova scissione lacera il Pd. Che effetto fa a uno dei suoi fondatori? «Sono sempre stato l’uomo dell’unità e la risposta, nel mio caso, è scontata. Sono contro ogni divisione. La pensavo così anche quando il gruppo di Pier Luigi Bersani ha lasciato, temporaneamente, i Democratici». Disse che si trattava di un suicidio politico. «Appunto». Si aspettava la rottura di Renzi? «La sua uscita era assolutamente prevedibile. Ma ugualmente inspiegabile nei tempi. Non si può operare per costruire un governo e immediatamente mettere un’ipoteca sullo stesso governo». Complicherà il percorso del governo Conte? E lei è forse pentito di aver sostenuto la necessità di un’alleanza tra chi aveva votato Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea? «Il ritorno in Europa era una via obbligata per il Paese. Tuttavia, sotto l’aspetto della tenuta del governo, la scelta di Renzi ha meno importanza di quella che le si attribuisce. Adesso il suo eventuale distacco dal governo sarebbe palese e quindi lo pagherebbe più di prima». Come legge allora la scelta dell’ex segretario ed ex premier? Il tentativo di diventare l’ago della bilancia, un caso di personalismo? «Il personalismo si fa strada in tutti i partiti ed è una tendenza mondiale. Pensiamo a Trump e Bolsonaro. Il primo esempio, in qualche modo, è stato Berlusconi. Oggi però i personalismi sono ancora più esasperati fino a rischiare il ridicolo». Il ridicolo, Professore? «Dicono che non esiste più differenza tra destra e sinistra. Ed è vero che non c’è più la sinistra tradizionale, ma rimane il grande problema della distribuzione della ricchezza e delle disuguaglianze, che è eterno. Perciò lo si chiami come si vuole, ma il problema delle differenze esiste ancora». A proposito di nomi, Italia Viva come le pare? «Bellissimo nome. Un mio amico lo propose per uno yogurt forse per via dei fermenti vivi. Il problema è che lo yogurt ha una scadenza ravvicinata e questo per un partito può essere un problema». Vuol dire che l’azione solitaria di Renzi durerà poco? «Parlo su serio: attenzione che i partiti personali funzionano la prima volta. Ripeterli crea problemi. Questo vale per tutti, per Renzi e forse anche per Salvini». L’ex premier vuole fare come Macron in Francia. «Peccato che lo abbia già fatto». Intanto i democratici perdono un altro ex segretario in una nuova scissione. «Le scissioni sono di moda in questi giorni e altrettanto la frammentazione. Magari fosse solo la sinistra… la gara della frammentazione non si sa chi la vince. Viviamo nella tragedia di un Paese che si frantuma nei personalismi». Ma il Pd ha ancora un futuro? «Sì, se ritrova la sua anima: un’anima di sinistra, ma soprattutto un’anima riformista. E dovrebbe presentarsi con un solo punto all’ordine del giorno che è la condizione per tutto il resto: lotta spietata, organica e di lungo periodo all’evasione fiscale. L’Italia ha oltre 100 miliardi di evasione, recuperandone anche solo la metà risolveremmo tutti i problemi del Paese perché avremmo i mezzi per riportare giustizia e offrire opportunità vere ai giovani. Altrimenti tutte le promesse sono fasulle». Lei parla di un’anima di sinistra. C’è chi teme che il Pd torni ad essere come i Ds. «Il problema non è il ritorno delle bandiere rosse: qualcuna che sventola ancora c’è, ma si è perso lo stampatore. Le differenze però si acuiscono sempre più. Ecco perché al centro va messa la questione della giustizia fiscale. Perciò mi ha molto colpito l’intervista di Renzi che annunciava la sua uscita e come programma usava una sola parola: futuro. Un programma che potrei ripetere anch’io che ho compiuto 80 anni perché va bene sempre, per tutti. E non dice niente». È particolarmente duro nei confronti di Renzi. «Sì, perché nei partiti è obbligatorio saper stare in minoranza e confrontarsi continuamente nelle sedi appropriate anche quando si perde. Rifugiarsi alla Leopolda non sostituisce il confronto di un congresso aperto a tutte le tesi». All’inizio dell’estate a Repubblica delle Idee lei avvertì che Salvini a forza di tirar dritto si sarebbe ben presto trovato in difficoltà nelle curve pericolose. «Era giugno e le curve sono arrivate prima del previsto. Nella mia esperienza quando uno sfrutta la cresta dell’onda e non ascolta più nessuno, la sbandata arriva presto. E colpisce tutti coloro che salgono troppo e troppo in fretta. Me lo fece capire mia madre che, quando arrivai a casa appena nominato ministro, mi disse: ‘Bravo. Ma adesso, caro Ministro, porta via il pattume’». Le curve adesso toccano al governo Conte. Per cominciare, Di Maio avrà di fronte non solo il Pd, ma anche l’odiato Renzi. «Sì, ho letto tutti i conti possibili e immaginabili sulle maggioranze. Ma il punto è che questo governo può vivere a lungo solo se affronta i problemi, se decide e fa capire al Paese che vuole cambiare davvero l’Italia». Quali decisioni si aspetta? «Una sola, mi basta. Se si riduce drasticamente l’evasione fiscale allora ci si può dedicare alla scuola e alla sanità, si possono ridurre le ingiustizie, sveltire la burocrazia… tutto quello su cui riflette chi ama il Paese. Perché senza i mezzi per fare, si illude il Paese e l’Italia non guarirà mai». Tra pochi mesi si vota per le regioni, Emilia compresa. Se perde, il governo va sotto. «Se il governo comincia a governare, non perde l’Emilia e vince anche in Lombardia». A proposito, come si sbroglia la matassa dell’autonomia delle regioni? «L’autonomia non è un problema che riguarda solo tre regioni, ma tutto il Paese. Per questo ripeto che qualsiasi partito, a cominciare dal Pd, dovrebbe prendere le decisioni dopo aver riunito, insieme, tutti i segretari regionali. Perché si possono e si debbono valorizzare le azioni e le caratteristiche locali, ma ricordando sempre che l’Italia è una, e sottolineo una, Repubblica Indivisibile». L’altro nodo è la legge elettorale, il possibile ritorno al proporzionale. «Sono per il maggioritario perché la legge elettorale deve avere l’obiettivo di dare un governo al Paese, non di fotografarlo. È impressionante vedere come nemmeno la buona esperienza di Comuni e Regioni (un tempo perennemente in crisi) possa essere di insegnamento». Anche l’Europa, come l’Italia è a un bivio. I sovranisti hanno perso, ma questa Europa è in grado di fare una politica sociale e di non essere spettatrice nello scontro tra Usa e Cina? «In Europa i segnali ci sono. La crisi economica sembra insegnare qualcosa alla Germania. Anche il seppur non ancora conclusivo dialogo fra Conte e Macron è un cambiamento e un elemento di speranza». La risposta al bazooka di Draghi, però, non è stata incoraggiante. «Certo, non è un cambiamento facile come si è visto dalla reazione dei banchieri tedeschi a una politica monetaria diretta ad aiutare la ripresa. Tuttavia, i movimenti nella politica tedesca ci sono». Sembra ottimista, Professore. Sull’Europa, e soprattutto sull’Italia. «Speranza più che ottimismo. Perché l’evasione fiscale è drammatica e va affrontata con ogni mezzo, sapendo che vi sono momenti in cui una sola decisione condiziona tutte le altre e rende concreto il significato della parola futuro». Come ha vissuto questa vorticosa estate? «Siamo andati in vacanza avendo bruciato il passaporto, e forse anche la carta d’identità. Adesso abbiamo di nuovo in tasca il biglietto dell’EuroRail, per viaggiare in tutta Europa. Ci resta ora da costruire treni ad alta velocità e ferrovie migliori».
Presidente Berlusconi, è tornato Renzi: politicamente parlando il suo figlio mancato. «Perché figlio, perché mancato?Il percorso di vita di Matteo Renzi è all’antitesi del mio. Lui fin da giovanissimo ha vissuto e vive nella politica, nell’apparato di un partito. E si è sempre collocato nella sinistra. Io ho seguito e seguo un percorso esattamente contrario. E poi Renzi ha oggi la responsabilità di aver fatto nascere un altro governo guidato dai 5 Stelle». Gli ha però augurato successo: quale quota elettorale dovrebbe ottenere? «Non è questione di cifre. Gli auguro di aver successo perché preferisco per il Paese una sinistra moderna, europea e lontana dalle ideologie e dagli errori del passato. In ogni caso questo riguarda l’altra metà campo». Ma Renzi mira anche ai voti di Forza Italia. «Lo escludo. Renzi è stato il principale artefice della nascita del governo più a sinistra della storia repubblicana. Non vedo elettori moderati e liberali dare a lui il loro voto». Eppure, a partire dai temi europei, sono maggiori i suoi punti di contatto con Renzi che non con Salvini. «Il fatto che noi usiamo un linguaggio moderato e rispettoso delle istituzioni, non significa che non siamo alternativi alla sinistra. Lo siamo stati, lo siamo e lo saremo. Noi ci rivolgiamo agli italiani responsabili, alle persone che vogliono soluzioni e non slogan, competenza e non selfie. Ci rivolgiamo alle vittime dell’oppressione fiscale, dell’oppressione burocratica, dell’oppressione giudiziaria. Siamo liberisti, garantisti, europeisti: gli unici continuatori, gli unici eredi coerenti delle tradizioni politiche liberali, cattoliche, riformatrici, della civiltà occidentale. Tutto questo non ci consente di avere punti in comune con la sinistra. QuantoaMatteo Salvini la nostra idea di centrodestra è certamente diversa dalla sua, ma sulla scelta di campo non ci sono dubbi». A proposito di Salvini, che effetto le ha fatto rivederlo dopo che per oltre un anno aveva ripetuto di non nutrire «nostalgia del passato», cioè di lei e del centrodestra? «Nessun effetto diverso da quello di tutte le altre volte che l’ho incontrato. Il centrodestra unito può vincere nei prossimi giorni in Umbria e nei prossimi mesi nelle altre regioni che andranno al voto. Questo non è il passato, è il futuro». È stata una sorta di Canossa per il segretario del Carroccio? In fondo il riavvicinamento a Forza Italia appare come un ripiego. «Ma no, a Canossa il Papa ricevette l’Imperatore solo dopo averlo fatto attendere per giorni al freddo, nella neve. Le mie porte invece sono sempre state aperte e accoglienti». Anche quando Salvini, pur di rimanere al governo con i 5 Stelle, ha indicato Di Maio come presidente del Consiglio? Cos’ha pensato allora, dato che quell’esecutivo si sarebbe retto anche grazie a parlamentari leghisti in parte eletti con i voti forzisti? «Quel giorno ho pensato allo sconcerto degli elettori di centrodestra che avevano votato Lega e si vedevano proporre Di Maio premier…». Ora invece Salvini le chiede la prova d’amore: appoggiare il referendum sulla legge elettorale per evitare il ritorno al proporzionale. Accoglie la richiesta o serve prima un accordo politico? «Dopo la prova d’amore viene il matrimonio riparatore o il delitto d’onore, tutte cose che non farebbero bene al futuro del centrodestra. Questi temi richiedono invece serietà, perché la legge elettorale è il cuore della democrazia rappresentativa. In attesa che i nostri tecnici approfondiscano la proposta referendaria, sarebbe piuttosto opportuno che il centrodestra definisse una proposta unitaria da presentare in Parlamento». Anche perché senza un chiarimento preventivo sul progetto di coalizione, firmereste una cambiale in bianco a Salvini. «Il nostro centrodestra è da sempre chiarissimo: liberale, europeista, garantista, cristiano, riformatore. Un centrodestra di governo. Staanoi rafforzare il profilo liberale della coalizione. Noi saremo, come sempre, il cervello, il cuore, la spina dorsale liberale della coalizione». Uno degli aspetti da chiarire riguarda la collocazione europea della coalizione. Per esempio: oltre ad appoggiare il commissario italiano Paolo Gentiloni, lei ha sostenuto l’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione. La Lega no. Ritiene che Salvini abbia commesso un errore? «Penso di sì, perché la signora von der Leyen è espressione della grande famiglia dei cattolici liberali, il più grande gruppo politico europeo antagonista della sinistra. Io lavoro in Europa anche perché si possa giungere ad una sintesi fra i popolari, i liberali, i conservatori e i sovranisti responsabili. Un centrodestra europeo in nome dei valori di libertà, di dignità della persona, dello Stato di diritto, della tolleranza che sono propri della civiltà europea». La collocazione europea non è un fatto secondario: come potreste voi, che state nel Ppe, appoggiare la candidatura a premier di Salvini su cui grava un problema di isolamento internazionale? «Noi saremo sempre la garanzia del fatto che un futuro governo di centrodestra non assuma derive antieuropee o antioccidentali». Intanto deve risolvere un problema nel suo partito, diviso tra due anime: una ostile a Salvini l’altra schiacciata su Salvini. «Non è così. Ovviamente in un movimento fatto di persone libere si parla e ci si incontra liberamente, ma poi si trae una sintesi — della quale sono garante — e si lavora tutti insieme in quella direzione. È quello che faròaViterbo domenica, all’incontro organizzato da Antonio Tajani. E quelle che vengono definite “anime” sono solo posizioni di simpatia o antipatia personali che si adegueranno alle scelte del movimento». La crisi di consensi di Forza Italia è indicata dal risultato alle Europee, dai sondaggi e dalla scissione operata dal governatore della Liguria Toti: è vero che ha posto a Salvini un veto sulla presenza di Cambiamo nella coalizione? «Non mi occupo di questi problemi. Mi preoccupo dei problemi dell’Italia e dell’Europa». Il suo giudizio negativo sul primo governo Conte comprendeva anche l’operato della Lega? «Con nostro grande stupore e disappunto la Lega in quel governo, in cambio della mano libera sui temi dell’immigrazione, ha rinunciatoafar valere tutti gli altri principi del programma del centrodestra. E oggi purtroppo le politiche del Conte due vanno nella stessa direzione di quello che lo ha preceduto». Però alle consultazioni è rimasto colpito positivamente dal premier. «Non da oggi ne apprezzo la preparazione e il tratto garbato. Ma questo non modifica in alcun modo il giudizio sui suoi governi, che rimane assolutamente negativo». L’opposizione «responsabile» di Forza Italia contempla la possibilità che possa sostenere delle riforme indicate dalla maggioranza? «Forza Italia ha sempre votato, con qualsiasi governo, i provvedimenti che riteneva positivi per l’Italia e gli italiani. Ma, voglio ribadirlo, qualunque forma di sostegno verso questa maggioranzaoverso questo esecutivoèesarà del tutto impossibile».
Breve e incompleta antologia delle vicendevoli cortesie fra Matteo Renzi e Matteo Salvini, secondo i recenti codici del galateo istituzionale. Renzi a Salvini: bullo, egomaniaco, sciacallo, aberrante, influencer, Ferragni mancata, palloncino gonfiato, venditore di fumo, fannullone, assenteista, posa il fiasco, sei come Hitler e Mussolini. Salvini a Renzi: poveretto, incapace, becchino, sporco di sangue, megalomane, ladro di democrazia, bufala, razzista, fascista, sciacallo, non hai dignità né onore, fai pena, mavaffanculo. Ai punti vincerebbe forse Salvini, ma il verdetto è rinviato poiché, come ormai tutti sanno, fra meno di un mese i due si confronteranno in diretta tv, e sarà la sfida politica del decennio, roba che non si vede dai tempi di Berlusconi e Prodi, quando già ci pareva il collasso del protocollo siccome il secondo, contro ogni pronostico, si aggiudicò il favore della giuria popolare accusando l’altro di attaccarsi ai numeri come gli ubriachi si attaccano ai lampioni. Un assalto del genere oggi passerebbe per una finezza da fiorettista, mentre dai nostri due Matteo ci si aspettano nodosi randelli e versamenti di sangue, e in questo hanno già vinto entrambi, il fatto che siamo qua a scriverne significa che l’attesa ci prende allo stomaco, la stupidità mediatica si inchina da subito allo show, ci ritroveremo tutti quanti a stilare pagelle, a individuare punti forti e punti deboli, a contare le righe delle regimental e le gocciole di sudore, alzeremo in trionfo il braccio di uno dei duellanti quando al contrario avranno vinto entrambi. Questa è la storia dei grandi match, quelli da manifesto, Alì contro Foreman, Ray «Sugar» Leonard contro Marvin «Marvellous» Hagler, quei favolosi incroci di guantoni fra star lucidate a olio e in cui sberluccicano molte paillettes, alla fine vince anche lo sconfitto: l’incontro è di cassetta, la borsa è ricca, la gloria prevista. Farà comodo a loro, a entrambi, noi costituiremo l’adeguato contorno (venderemo i popcorn naturalmente), faremo il countdown, allestiremo la scenografia, coglieremo la drammaticità della commedia, particolareggeremo sulla preparazione, la tenuta agonistica, il colpo basso e il colpo di scena, e da casa i salviniani sbrodoleranno per Salvini e i renziani per Renzi. E intanto i due se la spasseranno alla nostre spalle, stabiliranno in perfetta intesa di suonarsele per bene, tanto i suonati alla lunga saremo noi, apparecchiatori del palco per i duellanti, dove si fonderà il bipolarismo moderno: eccoli i due campioni della competizione politica, tutti gli altri saranno ridotti a nanerottoli, i Di Maio, gli Zingaretti, le Meloni, pure Berlusconi definitivamente spettatore, Beppe Grillo nel suo etereo ed esoterico vai e vieni, tutti a bordo ring mentre sopra ci saranno i due Matteo (e vabbè, alla fine lo abbiamo scritto – i due Matteo – ma il copione prevede anche questo). Rimane però un dubbio, mica da poco. D’accordo: uno dirà dell’altro che è il suo vero e mortale avversario, uno farà la cortesia all’altro di legittimarlo, ma in questi tempi di stupori volatili, in cui un evento dura un giorno o due, al massimo una settimana, che senso strategico può avere una finalissima fissata in mezzo al nulla? Non ci sono elezioni, primarie, né appuntamenti storici, tutto rischia di sembrare una prestigiosa amichevole estiva, e basta. Poi, certo, anche Rocky lo hanno fatto e rifatto fino al sesto episodio, e di Star Wars si è arrivati al nono, ci sarà il sequel pure di Renzi-Salvini, è sarà bellissimo, soltanto un po’ meno bello, un po’ meno epico, un po’ già visto, qualche ruga e qualche muffa in più, ma c’è niente da fare: la coppia non condivide soltanto il nome, ma pure quella fanciullesca smania di mangiarsi in cinque minuti l’intero vaso di caramelle.
Ingegner Castellucci, lei lascia Atlantia a più di un anno dalla tragedia del ponte Morandi. Perché proprio ora? «Un anno fa mi sono fatto carico di portare avanti il gruppo su richiesta degli azionisti. Non è stato facile, ma era doveroso. Ora è il momento giusto per lasciare. Nell’interesse di tutti». La fiducia dei Benetton non le è mai mancata. Il suo passo indietro ora è utile ad agevolare la difficile trattativa sulle concessioni? «Penso che sul tema delle concessioni non ci sia assolutamente nulla di personale. Uno vale l’altro. Quello che contano sono gli argomenti e la capacità di esporli». Ha avuto modo di dire la sua nel Cda sul nuovo modello di governance? «Come gestire il gruppo in futuro è un tema che compete, appunto, al consiglio d’amministrazione. Ma faccio i più cari auguri a Giancarlo Guenzi per la responsabilità che si è meritato». A 18 anni dal suo ingresso, l’azienda da player nazionale è diventata leader globale. «Quando entrai in Autostrade provenendo da Barilla, questa era un’azienda privatizzata da meno di due anni. Con un management cresciuto nel sistema delle partecipazioni statali, non sempre sufficientemente attento alla qualità del servizio e alla sicurezza. Ma all’interno trovai anche molte persone appassionate del loro lavoro. E spesso collaboratori migliori dei capi. Mi ci sono appassionato, cercando di abituareicolleghi all’analisi e alla programmazione e a una diversa attenzione alla sicurezza. Asfalto drenante e tutor sono primati di Autostrade». Il suo bilancio personale? «Posso dire che invece di cambiare di azienda, ho cambiato l’azienda per cui ho avuto il privilegio di lavorare per più di 18 anni. Cambiandone la traiettoria insieme a tanti colleghi che ci hanno creduto insieme a me». Meriti offuscati dalla tragedia di Genova. «Quella del ponte Morandi è una tragedia di cui noi tutti non ci facciamo umanamente una ragione e di cui i tecnici non si capacitano ancora. Nei prossimi mesi, con il secondo incidente probatorio, si proverà a capire le cause. E quanto queste siano collegate con gli importanti difetti e difformità di costruzione del Ponte che i tecnici hanno evidenziato. Di sicuro c’è che il Ponte era stato vistoestudiato da tanti tecnici. E nessuno aveva evidenziato pericoli per la sicurezza dell’infrastruttura». Ora all’indagine sul Morandi si sommano gli sviluppi di una indagine bis sui monitoraggi di due ponti. «Sono due dei nostri 1.943 ponti. E sono stati già ristrutturati. Ma fa male leggere di registrazioni clandestine tra colleghi, jammers usati per riunioni tecniche, di forzature verbali su temi che potrebbero coinvolgere la sicurezza. Che la magistratura indaghi a fondo. Sono comportamenti fuori dalle leggi e dalle regole della convivenza civile, compiuti peraltro da persone che sono da tantissimi anni in azienda, da prima della privatizzazione. Evidentemente non siamo riusciti collettivamenteacreare gli anticorpi per isolare ed espellere questi elementi. Esiste una policy raccomandata: lasciare tutto tracciato per iscritto, anche i dissensi. La recente decisione di mettere online tutti i dati dei viadotti è un’altra decisione di trasparenza che ho indicato». E quindi come si può spiegare la vicenda? «C’è una confusione che in gran parte deriva da norme sovrapposte, senza linee guida interpretative, da enti e organismi con prerogative vaghe e non sempre strutturati, e soprattutto da frequenti situazioni nelle quali la costruzione (degli anni 60 e 70) non corrisponde precisamente al progetto. E allora partono dubbi e discussioni su cosa è più legittimo amministrativamente utilizzare ai fini dei calcoli sulla sicurezza. Sui due ponti in questione è stato l’elemento centrale. Invito ad accedere alla documentazione che abbiamo messo online». Torniamo alle concessioni. Può dire che l’ingente ritorno degli azionisti di Autostrade in questi anni non sia frutto di un sistema a voi particolarmente favorevole? «Crescere in un settore a così alta intensità di capitale è stato possibile solo selezionando gli investimenti, con la massima attenzione a quelli nei quali potevamo mettere a frutto le competenze industriali del gruppo. Solo così si può mantenere un adeguato ritorno agli azionisti». Adeguato per gli azionisti, ma forse eccessivo. «La crescita di valore è stata dovuta soprattuttoaprogetti di sviluppo di grande qualità. Penso ad esempio alle autostrade urbane a Santiago del Cile, allo spettacolare turnaround di Aeroporti di Roma, al successo di Telepass. Le tariffe c’entrano poco». Nessun problema con gli azionisti? «Lasciareèstata una decisione mia, condivisa con il Cda. Non posso e non voglio essere l’uomo per tutte le stagioni». Vede il suo futuro altrove? «Avere un’altra opportunità di creare un leader globale sarebbe chiedere troppo. Ma ora devo solo pensare a salutare i miei colleghi e augurare loro in bocca al lupo».
Giovanni Castellucci lascia la guida di Atlantia. Il consiglio di amministrazione della capogruppo di Autostrade per l’Italia e degli Aeroporti di Roma ha accettato il passo indietro del top manager che lascia dopo 18 anni con una liquidazione di circa 13 milioni di euro. Atlantia si riserva però «di non procedere al pagamento qualora dovessero emergere condotte dolose comprovateeaccertate a danno della società». Una discontinuità invocata dall’azionista di riferimento, la famiglia Benetton tramite la scatola societaria di Edizione, a seguito delle carte e delle intercettazioni a disposizione della procura di Genova che hanno evidenziato una serie direport alterati sulla tenuta di alcuni viadotti gestiti dalla controllata Autostrade per ridurreicosti di manutenzione sulla rete. Motivazione che ha portatoadiversi provvedimenti cautelari nei confronti di alti dirigenti della società e di Spea, altra azienda della galassia Atlantia. Luciano Benetton, il patriarca della famiglia di Ponzano Veneto, ha espresso ieri l’amarezza per una vicenda che fa il paio con quella del 14 agosto 2018, giorno in cui è crollato il viadotto Morandi a Genova. «È una settimana che siamo sotto choc per quello che appare dai comunicati della giustizia», ha dichiarato ammettendo di aver lavorato al cambio di passo. Una decisione collegiale della famiglia, avallata dalla seconda generazione dei Benetton, che porta con sé una serie di conseguenze. Le deleghe di Castellucci verranno ripartite tra alcuni consiglieri — con la nascita di un comitato esecutivo previsto nello statuto — compresi il presidente Fabio Cerchiai e l’amministratore Carlo Bertazzo, che gode di grande stima a Treviso tanto da essere componente del consiglio di Edizione. Il direttore finanziario Giancarlo Guenzi diventa direttore generale assumendo maggiore peso specifico e sarà chiamato a dare il via libera all’investimento da 300 milioni in Alitalia per consentirne il rilancio. Il comitato esecutivo gestirà la transizione in attesa che venga trovato un top manager di standing internazionale, ma potrebbe trattarsi di una fase di diversi mesi. Dovrà soprattutto gestire la delicatissima integrazione con la concessionaria spagnola Abertis che tramuterebbe Atlantia nel più grande gestore autostradale al mondo. Il negoziato con Madrid è la madre di tutte le questioni per Atlantia, che detiene il 50,1% della joint venture con gli spagnoli di Acs guidati dal potentissimo Florentino Perez. C’è il rischio di una divisione degli asset di Abertis tra i due soggetti, che nei fatti favorirebbe gli spagnoli e non Atlantia, conglomerata con concessioni anche in Cile e Polonia e azionista di controllo di società di gestione aeroportuale in Francia. Su questo, massima è l’attenzione degli investitori istituzionali, come il fondo sovrano di Singapore, Lazard e la Cassa dirisparmio di Torino. L’altro grande dossier è la revoca/revisione della concessione di Autostrade. Qualcuno legge questo passo indietro di Castellucci come un atto distensivo da parte dei Benetton nei confronti del nuovo governo. A conti fatti questa inchiesta di Genova getta un’ombra pesante sul concetto di «colpa grave» del gestore che potrebbe portare a una revoca unilaterale della concessione se il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, volesse incardinarla. Non sembra al momento questa la visione dominante nell’esecutivo, dove prevale il concetto di revisione utilizzando il modello concepito dall’authority dei Trasporti che vincola gli investimenti davvero effettuati inserendoli in tariffa. Finora non è stato così.