È una separazione politica, certo. Ma quando condividi anni di impegno e di scelte c’è un coinvolgimento personale che nel momento dell’addio aggiunge sale alla ferita. Perché Matteo Renzi per alcuni non era solo il leader di riferimento ma anche un amico. «È un passaggio molto doloroso politicamente e umanamente» ammette Matteo Biffoni, sindaco di Prato, seguace della prima ora dell’ex segretario dem. «Mi sono riavvicinato alla politica nel 2013 grazie a Matteo — spiega il primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori —E certamente sono diventato sindaco nel 2014 sull’onda del suo successo. Ho condiviso tante battaglie, compresa quella persa del referendum, ma ora le nostre strade si separano perché non sono portato ad aderire a progetti che si basano su una persona». Forse proprio perché nell’esperienza politica di Renzi i sindaci hanno sempre avuto un peso particolare, è da questi, specie da quelli a lui più vicini, che vengono le parole più severe rispetto ad una scelta che non si riesce a condividere. «Non si sbatte la porta di casa propria e si va via per sempre—osserva il sindaco di Rimini Andrea Gnassi — soprattutto quando è in atto una discussione ed è viva una sfida come quella di governo. Non ci sono se né ma». «È un errore enorme — rincara la dose Matteo Ricci, dal 2014 alla guida di Pesaro e vicepresidente dell’Anci — Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male». Con una stoccata velenosa: «I sindaci popolari aggregano, non dividono». Se in Parlamento Renzi ha trovato un seguito, seppur numericamente poco superiore al minimo indispensabile per costituire i gruppi alla Camera e al Senato, nei municipi il reclutamento dell’ex premier al momento fa molta più fatica. Nei Comuni medio-grandi ragioni delle scissioni e nemmeno l’utilità — dice Simone Giglioli, sindaco di San Miniato — Rimango ancorato al concetto togliattiano “extra ecclesia nulla salus”, fuori dalla Chiesa nessuna salvezza, poi mi sento ancorato al riformismo e per me c’è tutta l’esigenza di avere il Pd come partito del riformismo». Insomma, per quanto in fase di ristrutturazione dopo le scosse telluriche subite negli ultimi anni (anche,osoprattutto, durante la gestione renziana), la vecchia casa rimane ancora la più «sicura» per affrontare le sfide del futuro. «Ad una condizione — mette in guardia Gori — che il Pd tenga alta la bandiera riformista. Tanto più riusciremo a proseguire su questa strada, non arretrando sui tanti fronti aperti in questi anni (dalle riforme del lavoro all’immigrazione), tantomeno avrà spazio l’altro progetto». Concetto fatto proprio da Gnassi nell’auspicare per il suo partito «uno spazio democratico allargato, in grado per la sua anima inclusiva di contrapporsi nella maniera più estesa al pericolo del sovranismo becero, del partito azienda, del partito di un capo». «Il Pd — riassume il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli — è l’unica vera alternativa alla destra di Salvini». Allora, il progetto renziano è destinato al fallimento? Se i sondaggisti non si sbilanciano, Biffoni lancia un avvertimento: «Attenti a non sottovalutare Matteo. Lo conosco bene, so di quanta forza, di quante energie sia capace. Alla Leopolda di metà ottobre sicuramente aggiungerà altra benzina, siamo solo ai primi passi. Ha agito d’impulso perché si sentiva politicamente ingabbiato e allora ha buttato il pallone nell’altro campo. Aspettiamoci altri passi».
“Il nome della nostra nuova sfida sarà Italia Viva”, ha detto ieri Matteo Renzi, a Porta a Porta, dopo l’annuncio dell’addio al Pd. Un addio ben meditato a quanto pare, visto che il sito “italiavi – va.org” è stato registrato lo scorso 9 agosto, il giorno dopo alcune sue dichiarazioni che in sostanza preannunciavano le sue intenzioni: “Di sicuro nascerà una forza di centro, su questo non ci sono dubbi”, aveva detto in un colloquio comparso sulla Stampa. Anche “italiavi – va.eu” è stato registrato il 9 agosto. Prima dunque della nascita del governo fra Pd e Cinque stelle guidato da Giuseppe Conte. Segno che Renzi avrebbe comunque fatto la scissione e che poco c’entrano le corrispondenze d’amorosi sensi fra i due partiti alla ricerca di una “casa comune”, Italia Viva, quindi: uno slogan che Renzi aveva già usato per la Leopolda 2012, “Viva l’Italia viva”, e che, prima di lui, aveva usato anche Walter Veltroni per la campagna elettorale del 2008. Ma “L’Italia viva” è anche il nome di un libro di Mario Capanna. Quanto ai numeri dei parlamentari che lo seguiranno, è stato Renzi a illustrarli a Porta a Porta: “Sono più di 40 quelli che stanno con noi. 25 deputati e 15 senatori. Ci sarà un sottosegretario, non due”.
«Questa scissione è un fatto molto doloroso, soprattutto per me che ho accompagnato Matteo fin dall’inizio: nel 2012, alle sue prime primarie, ero uno dei pochi dirigenti schierati con lui da sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci. Abbiamo sempre condiviso un percorso lungo e appassionante almeno sino a un anno fa, quando abbiamo scelto strade un po’ diverse». Per Graziano Delrio, capogruppo pd alla Camera, l’addio del senatore di Firenze è molto più che una questione politica: ha a che fare con l’amicizia, vite che si intrecciano fuori dal palazzo, consuetudini familiari. L’ha sentito Renzi? «L’ho sentito nei giorni scorsi». L’ha chiamata per chiederle di seguirlo fuori dal Pd? «Non ci ha provato nemmeno, sapeva da mesi che la risposta sarebbe stata no. Ci conosciamo troppo bene. I tentativi di convincere lui me e io lui sarebbero stati senza esito». Quindi non ha neppure tentato di fargli cambiare idea? «Tante volte, durante il nostro cammino comune, io e Matteo ci siamo chiesti se nel Pd ci fosse spazio per l’innovazione e il cambiamento oppure fosse il caso di uscire. Una riflessione che abbiamo fatto, per esempio, quando perdemmo le primarie con Bersani. Ma poi ci siamo sempre detti che era meglio rimanere per provare a modificare, da dentro, la rotta del partito e avviare nel Paese una grande sfida riformista. Le divisioni sono sempre una sconfitta: per tutti». Lei è rimasto della stessa idea, Renzi no. Perché? «Proprio perché il Paese lo abbiamo governato e cambiato stando nel Pd penso che bisogna restare. Perciò considero un errore la scelta di Matteo. Il Pd è la casa dei riformismi e dei democratici, su cui in questa fase poggia lo sforzo di lavorare per il bene del Paese. Sarebbero state necessarie più unità e coesione anziché una scissione che rischia di indebolire sia il partito sia il governo. Per noi è una grave perdita, ma anche per lui: lascia una comunità che ha guidato e che gli ha voluto bene». Renzi però sostiene che il Nazareno lo ha sempre considerato un intruso e adesso brinderà. «Non c’è proprio niente da festeggiare, non l’ho fatto quando andò via Bersani, figuriamoci adesso. Il fatto è che spesso in una comunità politica ci si interroga se sia più giusto sopportare ciò che si ritiene ingiusto o abbandonare il campo. La fatica dello stare insieme, il dover ascoltare, le mediazioni continue — specie in una forza come il Pd, nata per unire culture politiche diverse e trovare sintesi ampie — può risultare insopportabile. Solo gli sciocchi pensano che le diversità si possano superare così, di slancio». Per Renzi era insopportabile non essere più al comando, il motore della decisione politica? «Un partito, come la vita, è fatto di stagioni: ora è quella di Nicola, ha vinto le primarie come Matteo anni fa, la responsabilità di guidare spetta a lui. Poi certo, se il Pd si rompe significa che qualche problema c’è: un eccesso di correntismo legato ai congressi, che bisognerebbe superare. Se Zingaretti vuole farlo, sarò il primo a dare una mano». Ma almeno lei l’ha capito qual è il vero motivo della scissione? «Credo che sotto il profilo personale Matteo volesse guadagnare spazi di libertà per la sua iniziativa politica e nella società. Non vedo altre ragioni. Insieme abbiamo fatto partire questa esperienza di governo per arginare l’avanzata di una destra pericolosa e rispondere ai temi veri che interessano le persone: lavoro, crescita, transizione ecologica. Sarebbe stato molto meglio, allora, continuare a stare insieme e poi verificare eventuali divergenze sulle risposte, tali da indurre una separazione. Invece così partiamo già da una divergenza». Non si può più tornare indietro, ricucire lo strappo, secondo lei? «Poiché non ci siamo divisi sull’analisi dei problemi che vivono gli italiani — che sò, la messa in discussione del jobs act — non si capisce da dove si potrebbe partire per tornare indietro. Mi pare complicato». Il governo rischia? «Confido nel senso di responsabilità dei colleghi in uscita. Semmai sono più preoccupato che, come sempre accade nella logica dei partiti, ognuno possa alzare delle bandierine: il modo più sbagliato di governare. Spero si mantenga lo spirito con cui siamo entrati in questa sfida: fare sintesi, altrimenti cadremo nella dinamica Salvini-Di Maio che tanto male ha fatto al Paese». Non teme che Renzi possa diventare il Salvini giallo-rosso? «No. Qualche accento diverso sui contenuti ci sta. Deve servire però ad arricchire il dibattito e ad aiutare la povera gente, non a scopi personali o di partito».
«Si torna al governo Letta e allo schema A-B-C, ovvero Alfano, Bersani e Casini», esclamano al Nazareno. Un modo per dire che l’ingresso di una terza componente ingombrante nell’esecutivo, guidata da un personaggio come Matteo Renzi, non sarà indolore. Nicola Zingaretti, Dario Franceschini e Paolo Gentiloni. Tre diverse angolazioni di lettura di quanto accaduto, una cosa in comune: nessuno tira un sospiro di sollievo, tutti temono riflessi sul governo innanzitutto. E in prospettiva anche sul match con i 5Stelle, che ora si sentiranno più forti al cospetto di un partito diviso e indebolito. I timori di Dario Se Franceschini si lascia andare con la sua omologa tedesca, «it’s a big problem», è perché ritiene che pure se Renzi «continua a sostenere il governo, potrebbe essere un problema». Tanto più se avrà 15 senatori dalla sua, l’arma per spegnere l’interruttore, una leva formidabile in mano al fiorentino. Ovvio che fare una scissione appena il governo è partito danneggia i Dem in prima battuta. Perché i 5stelle avendo di fronte un partito spaccato, possono sentirsi più forti. Pensando di «fare leva sulle nostre divisioni». E quindi rialzando la testa, in tutte le trattative spinose. In più oltre lo schema A-B-C, ci sarà pure il quarto attore, Leu, che potrà chiedere con più forza di non essere tenuto fuori, volendo dire la sua su tutto. Tradotto, il governo si indebolisce. Emilia, fantasma di Nicola Zingaretti reagisce lanciando a ottobre il tesseramento come prova di forza. Ma ha un pensiero fisso: vincere le regionali in Emilia Romagna per salvare la segreteria. Una sconfitta sarebbe funesta per il Pd e una scissione alla vigilia delle regionali lo fa arrivare più debole alla prova. Renzi ha garantito che non candiderà nessuno perché non ne ha la forza, dicono nel Pd, dove la battuta che circola è, «se vai al Polo, non è che non vai sul Gran Sasso», cioé: lui che ha lanciato l’accordo di governo non potrà ostacolare le alleanze locali con M5S. Ma il timore di una guerriglia si trasferisce sui numeri. Al Nazareno hanno letto sondaggi di mano autorevole secondo cui Renzi starebbe sul 2-3%, ma se ora il Pd scenderà sotto il 20%, non sarà certo un buon viatico per la sfida delle regionali con Salvini. Pensieri cupi, ma i primi segnali di ieri hanno rinfrancato il leader, dai territori c’è stata una levata di scudi contro la scissione. «Non lo sta seguendo nessuno», dicono al Nazareno. La rivolta dei sindaci Dem «Nessun consigliere regionale in Emilia e nessun consigliere comunale a Milano, solo uno in Toscana», sono i primi boatos che arrivano dalle periferie. Dove i segretari regionali fanno quadrato contro questa divisione, ma dove – specie in Emilia – i renziani stanno facendo già campagna acquisti. Timore placato dalla rivolta dei sindaci contro la scissione, capitanata da quello di Pesaro Matteo Ricci, «che non è stata promossa dalla segreteria nazionale, è tutta partita dal territorio». Detto questo, Zingaretti ha evitato di fare grancassa, «non facciamogli noi pubblicità». Perché finora localmente pare che Renzi abbia spostato molto poco. E anche a livello nazionale, ci sono segnali contrastanti, visto che perfino la renzianissima Anna Ascani, viceministro dell’Istruzione, ha scelto di restare nel Pd, «perché nessuno lascia a cuor leggero un partito del 24%», commentano al Pd. Che metteranno alla prova il comportamento di un altro renziano come il capogruppo Andrea Marcucci, «perché se uno resta vuol dire che sceglie la linea Zingaretti e boccia quella di Renzi». Tempi duri per chi va e per chi resta.
Il nome c’è. Il movimento di Matteo Renzi si chiamerà “Italia viva” e non è un’assoluta novità. Quando Walter Veltroni girò in pullman l’Italia nella campagna elettorale del 2008, e il Pd era ancora neonato, volle proprio questo slogan “Italia viva”. Il giorno dopo l’annuncio della scissione con un’intervista a Repubblica, Renzi però non pensa a un ritorno alle origini dei Democratici. Definisce il Pd un «partito novecentesco che non funziona più, c’è bisogno di una cosa nuova, allegra e divertente». Che parli di politica ma «non in politichese e che non sia antipatica». Un partito pop, il cui leader, come prima iniziativa, lancia una sfida in tv a Matteo Salvini. Proposta accettata subito dal segretario della Lega. La leggerezza invocata da Renzi non corrisponde però al clima nel Pd. Lo strappo renziano è una frattura grave e un trauma. Il segretario Nicola Zingaretti sente Paolo Gentiloni, si consiglia con Dario Franceschini e con il vice segretario Andrea Orlando. La parola d’ordine è non alzare i toni: «La scissione è un errore, dispiace ma pensiamo al futuro», commenta Zingaretti. Andrea Martella, sottosegretario all’Editoria, rincara: «Le tante persone che danno l’anima al Pd non meritano di essere trattate come un relitto novecentesco». Al Nazareno si ragiona su quello che sarà, e per rilanciare subito si annuncia il tesseramento dal 3 al 6 ottobre nelle piazze. L’obiettivo è allargare la base del partito: «Apriamo le porte a tutte le persone che hanno voglia di cambiare», rilancia Zingaretti. Sui social si scatenano commenti e ironie sull’addio renziano. La base dem si divide. Non commenta direttamente Romano Prodi, ironizza con i cronisti («Piacere, Matteo Renzi»), ma parlando della politica italiana avverte: «Questa frammentazione ci distrugge». Beppe Grillo su Twitter accomuna Renzi e Salvini: «I due Mattei sono passati entrambi alla minchiata d’impulso, il Paese è instabile e pieno di rancori, non è il momento di dare seguito a dei narcisismi». È l’appello, ripreso anche in una singolare lettera aperta ai renziani. Ma per l’ex segretario ormai il dado è tratto. Sui numeri non c’è ancora assoluta certezza. In tv a Porta a porta, Renzi annuncia che saranno una quarantina: 25 deputati e 15 senatori. Due le ministre che passano con “Italia viva”: Teresa Bellanova e Elena Bonetti, ma un solo sottosegretario Ivan Scalfarotto, perché Anna Ascani, che al congresso ha appoggiato il turborenziano Roberto Giachetti, preferisce restare nel Pd. «Mi ha dato moltissimo , non me la sento di lasciare», dice. Oggi i nomi dei parlamentari che seguiranno Renzi saranno ufficializzati. Alla Camera si unisce ai renziani Matteo Colaninno e Lucia Annibali. Il Senato è l’epicentro della scissione dem, non solo perché Renzi è senatore ma soprattutto perché lì i numeri della maggioranza giallo- rossa che sostiene il governo Conte sono risicati e quindi i renziani saranno ago della bilancia. Renzi sul governo rassicura: «Io non voglio staccare la spina, perché dovrei . Caspiterina, l’ho messa io la spina dentro. Questa legislatura durerà fino al 2023: dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica». Parla di Zingaretti con simpatia: «Resta un amico, non ho nessuna polemica da fare con lui». Dario Franceschini in un colloquio con la ministra tedesca Michelle Müntefering ammette: «It’s a big problem», parlando dell’addio di Renzi. E Enrico Letta, l’ex premier ritiene che «il governo e il centrosinistra sono meno forti dopo la scissione, che non ha ragioni politiche».
La casa della cena dei 40 renziani, ma non c’erano tutti e non s’è mangiato quasi niente (un po’ di riso e qualche mozzarellina) è a via Poli numero 3. L’appartamento è quello del parlamentare più facoltoso della truppa di Matteo, Gianfranco Librandi, deputato e imprenditore. Qui, a due passi da Fontana di Trevi, si è svolto ieri sera il battesimo di Italia Viva, il nuovo partito di Renzi. Il luogo però, via Poli, non è beneagurante perché avevano sede sia la finiana Futuro e Libertà sia il partito di Monti: in entrambi casi non è andata bene. Ma Renzi si sa non è un tipo superstizioso. A mezzanotte stappa lo spumante e dice: «Auguri, auguri».Ma sono rivolti a Lucia Annibali, che è del gruppo, e non al nuovo partito. Ma un po’ anche a quello. Dei 40 italiavivisti ce ne sono 30, parlano in 16, e tutto il clima èmolto serio,un’atmosfera da «ci giochiamo l’osso delcollo», come dicono tutti uscendo dal palazzo intorno amezzanotte. Di solito i renziani si sono sempre incontrati a casa di Andrea Marcucci.Ma stavolta no, perché Marcucci è uno di quei super renziani che – in chiave quinta colonna o Cavallo di Troia – è rimasto nel Pd come capogruppo al Senato. Dicendo: «Non condivido il progetto diMatteo e resto nel partito». Ma poi, c’è quasi da giurarci, lo condividerà. Al contrario di Anna Ascani. Renzianerrima ma che ha detto no a Renzi e che gli amici di Matteo dicono che lui ci sia rimasto male. O forse, come maligna qualcuno, a restarci male è stata la Ascani che pensava di diventare ministra e quando si è vista sorpassare nell’aspirazione dalla Bellanova e dalla Bonetti s’è allontanata da Matteo. Comunque è sottosegretaria. Ci sarebbero, in Italia Viva, Tabacci, Fusacchia e forse Magi di Più Europa o almeno già vengono conteggiati dai renziani nel loro esercito. Che è appunto di 40persone, assicura Renzi a Porta a Porta (25 deputati e 15 senatori). I 15 del Senato sono questi: Renzi, Francesco Bonifazi, Teresa Bellanova, Davide Faraone, Ernesto Magorno, Tommaso Cerno, Eugenio Comincini, Laura Garavini, Nadia Ginetti, Leonardo Grimani, Giuseppe Cucca,MauroMarino,Francesco Giacobbe, Andrea Ferrazzi,Mauro Laus. E basterebbero dieci di loro, per fare un gruppo vero e proprio e non solo una componente del Gruppo Misto. Ma secondo le regole del Senato per essere una componente autentica – con tantodi finanziamento, enon è un particolare secondario – bisogna avere una sigla che si è presentata alle elezioni. Ci sarebbe, ed è Insieme,ma uno dei proprietari del simbolo – il socialista Nencini – è pronto a cederlo a Renzi mentre gli altri due, l’ulivista Santagata e il verde Bonelli non sarebbero dello stesso avviso. Simpaticopasticcio. AllaCamera,nienteLucaLotti: «Resto nel Pd e poi dirò perché». Ma ovviamente è della partita la Boschi (oltre la ministra Bonetti) mentre altre due delusioni si chiamano Simona Malpezzi e Alessia Morani. Sottosegretarie in quota Renzi ma de-renzizzatesi all’ultimo istante e dunque ancora dem. Come Guerini. Entrano invece Scalfarotto e Rosato. A Montecitorio gli italovivisti sonoMarattin (probabile capogruppo, ma forse toccherà a una donna), Migliore, Anzaldi, Giachetti, Nobili, Paita, Mor, Marco Di Maio, Fregolent, Annibali,Gadda,Carè,DelBarba, Noja, Ferri, De Filippo, Ungaro, Librandi. Forse arrivano pure Noia e D’Alesandro. Piero De Luca, figlio del governatore campano e vicino alla Boschi, annuncia il suo «resto». Resta anche Davide Parrini al Senato, ma solo come quinta colonna. Mentre Margiotta, neo-sottosegretario, ha detto di no. Come Andrea Romano alla Camera. E il no di Fiano, quello della Bonaccorsi, quello della deputata toscana Martina Nardi («Midispiace la scissione, io resto ferma»), quello di Orfini addirittura in latino: «Extra ecclesiam nullasalus». La cena dei 40 del sì – ma non erano tutti – ieri sera si è svolta in una casa privata di Roma. Ed è curioso che molti di quelli che vi hanno partecipato con Renzi in nome del nuovo partito di Renzi stamane saranno (oppure no? Qualcuno andrà come ultimo omaggio prima di mollare gli ormeggi) alla riunione del gruppo dem convocato da Delrio a Montecitorio. «La convocazione ci è arrivata»,dicono loro. SINDACI Fuori dal Parlamento un renziano simbolo, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, volte le spalle a Matteo e lo si immaginava visto i rapporti non più come prima. Neanche Nardella (Firenze) e Matteo Ricci (Pesaro) sono della partita e magari qualcuno di loro o altri sindaci si aggiungerà ad Italia Vivama conmolta attenzione: guai a farcadere le giunte.
Il nome è svelato: sarà «Italia Viva», che può suonare anche come «Viva l’Italia» e magari – come denunciano subito preoccupati diversi esponenti azzurri – ricordare un po’ «Forza Italia». Ma era anche lo slogan della Leopolda 2012: «Viva l’Italia viva». Dagli studi di Porta a Porta, ieri sera, Matteo Renzi ha svelato nuovi particolari sulla sua operazione politica: uscita dal Pd e fondazione di un movimento centrista in grado di occupare uno spazio politico al momento vacante. E di diventare azionista chiave della maggioranza che sorregge il Conte bis, che ovviamente Renzi (vera levatrice dell’esecutivo) non ha alcuna intenzione – come ha spiegato allo stesso premier – di far cadere: «Il governo non avrà problemi – garantisce l’ex premier – questa operazione la abbiamo fatta apposta per dare lunga vita all’esecutivo». E a chi gli fa notare che Conte si è detto «perplesso» sulle ripercussioni, replica candido: «Indipendentemente dalle perplessità che nutre il presidente del Consiglio, a me chi me lo fa fare di mettere in difficoltà il governo?». Del resto, Renzi rivendica senza falsi pudori la realpolitik che lo ha portato a fare la sterzata che ha prodotto il governo giallorosso anzichè le elezioni vagheggiate da Salvini, e che ora lo porta a dar vita ad un nuovo partitino tirandosi dietro «25 deputati e 15 senatori: saremo in 40». Anche se una fedelissima ha dato forfait a sorpresa: Anna Ascani «ha deciso che non sarà con noi», annuncia. Dicono i maligni che lo ha fatto perchè si è sentita tradita dal capo: è diventata viceministra ma non ministra, come si aspettava. «Se partiamo dalla parola scissione – dice Renzi – diamo l’idea di un’operazione di Palazzo: C’è anche quella, non facciamo le verginelle. Mandare a casa Salvini è stata un’operazione di Palazzo. Machiavellica, se volete. E per me Machiavelli è un grande». Però, giura, andarsene dal Pd «è stato anche un sacrificio personale: la sera prima non ho dormito». Per quanto lo riguarda, la legislatura «arriva al 2023, e deve eleggere il nuovo presidente della Repubblica», mettendo in chiaro quale sia la partita fondamentale al cui tavolo vuol sedere col suo mazzo di carte. Il Pd, al cui «popolo» dice di volere «molto bene», «è stata la mia casa, ma è anche una comunità dove le correnti contano più delle idee. Per sette anni ho cercato, giorno dopo giorno, di dedicare loro la mia esperienza politica, ma le polemiche, le divisioni e i litigi erano la quotidianità». Poi Renzi assesta il colpo: «Il partito novecentesco non funziona più. C’è bisogno di una cosa nuova, allegra e divertente». Quanto a Nicola Zingaretti «da oggi non è più il mio segretario, ma resta un amico. Quando diceva che non avrebbe fatto l’accordo con M5s era spiegabile la sua posizione. Attaccare Zingaretti su questo, lo dico da ex, è profondamente ingiusto. Da parte mia non ci sarà nessuna polemica, le polemiche egli ex sono insopportabili». Quegli ex, che se ne andarono dal Pd in polemica con lui, che ora sono pronti a rientrare, armi e bagagli, in un partito derenzizzato: l’ex premier lo dà per scontato e vede all’orizzonte il ritorno della Ditta. «Bandiera rossa non sarà mai il mio canto – dice – Io avevo già deciso di andare via, e se dicessi che lo faccio perché c’è chi canta Bandiera rossa direi una bugia. Ma con tutto il rispetto per una storia, io non credo che il Pd sia il partito dove si canta Bandiera rossa. Allora è meglio che tornino D’Alema e Speranza. Sicuramente sono più intonati di me per cantarla». E sottolinea: «Non mi sopportavano, ora che sono andato via, rientreranno. É una ragionevole supposizione. Penso che rientreranno e che il Pd sarà finalmente libero dall’alibi di Renzi». Poi lancia il guanto di sfida a Salvini: «Accetti un faccia a faccia con me». E quello accetta prontamente, pur di tornare in tv.
Si è fatta notte, la giornata più lunga è finita, i riflettori di “Porta a Porta” si sono spenti e Matteo Renzi la può dire tutta: «Finalmente mi sono ripreso la mia libertà…». E quanto alla sua nuova Cosa, della quale tutti gli chiedono, il suo progetto è un po’ diverso da quel che lui stesso racconta pubblicamente. E infatti nei suoi pourparler spiega: «Non sarà di destra o di sinistra…». Sembra una cosa già sentita ma per Renzi è il preannuncio di una novità autentica: Italia viva (questo il nome prescelto) sarà una formazione corsara, che in Parlamento e nei talk show alzerà continuamente il prezzo, contratterà ogni provvedimento, incasserà tutto quello che riuscirà a portare a casa. Spiazzando il Pd – ecco il punto – una volta a destra e una volta a sinistra. Appoggiandosi su una leva potentissima: a “Porta a Porta” Renzi ha annunciato che sono con lui 25 deputati e 15 senatori. Ed è proprio questo il numero-chiave: con i 15 senatori “italianivivi” (dei quali 13 di area Pd) Renzi diventa decisivo e su questo costruirà una rendita di posizione, con la quale plasmerà ogni provvedimento e ogni discussione pubblica. Lo spiegano i numeri parlamentari: il governo Conte-2 ha ottenuto la fiducia con 169 sì, dai quali occorre sottrarre tre senatori a vita, spesso assenti e poiché la maggioranza a palazzo Madama è convenzionalmente posta a quota 161, questo significa che senza i 13 ex-Pd la maggioranza scende a 153, ben otto voti sotto il quorum. Ecco perché Renzi ha la “golden share” del governo, ecco perché la vera notizia che sta dietro alla scissione del Pd è proprio questa: l’ex presidente del Consiglio sarà uno dei “padroni” della nuova maggioranza. Ecco perché, al termine di una giornata nella quale il quartier generale del Pd ha provato a smontare l’operazione-scissione, sottolineando il flop in periferia, il commento più significativo è stato quello di Giorgio Gori, il sindaco di Bergamo che è amico di Renzi: «Il destino del suo progetto? Dipende da noi. La sfida è sull’agenda riformista: innovazione, competitività, semplificazione, sostenibilità, inclusione sociale. Ogni passo indietro del Pd, gli regalerà spazio. Io voglio bene a Renzi, ma vorrei proprio evitare di spianargli la via». Visto da casa Pd il rischio è proprio questo: un’operazione nata nel Palazzo, che potrebbe via via allargarsi. Per Renzi è stata la giornata dedicata al pubblico televisivo di “Porta a Porta”, a spiegare una scissione che continua a presentarsi carente di motivazioni politiche. Renzi ha provato a spiegare quella che a prima vista appare una piroetta, sua e del Pd: «Io rivendico quello che ho fatto. Se nel marzo 2018 avessimo fatto l’accordo con i no Vax, no Tap, no Ilva saremmo stati spazzati via. Io rivendico quel no. Adesso è diversa la situazione. In primis perché su alcune questioni sono cambiati loro. Adesso la Tav c’è, l’Ilva c’è. Di No Vax non parla più nemmeno la Taverna. Noi abbiamo fatto un accordo sul No Tax, non sul No Tav». Renzi ha dato anche una notizia, quando ha scandito i suoi numeri: i senatori in procinto di aderire al suo gruppo dovrebbero essere 15. Di questi 12 ex Pd, uno dovrebbe essere Riccardo Nencini, già segretario del Psi, mentre due dovrebbero provenire da Forza Italia, ma non dall’area Carfagna. I nomi dei senatori sono quelli noti da giorni e tra questi non c’è il presidente del gruppo Pd Andrea Marcucci, amico da sempre di Renzi e renziano doc. In questi giorni Marcucci non si era espresso in nessun modo rispetto alla scissione e ieri ha diffuso una post via Facebook. Diviso in due parti: «Resto a fare il mio lavoro nel Pd, non condivido la scelta di Matteo». Ma poi nella seconda parte del post, Marcucci cambia tono: «Non sarò mai un nemico di Matteo. Nel Pd mi sento ancora a casa mia, se si dovesse trasformare in un soggetto sempre più simile al Pds, mi sentirei un estraneo». Aver rispolverato la sigla Pds, prima denominazione del Pci dopo il cambio del nome nel lontano 1991, significa che Marcucci si lascia un porta aperta. Se, dopo la scissione fredda di queste ore, “Italia viva” dovesse mostrarsi più viva delle origini, non sarà soltanto Marcucci a pensare di ricongiungersi con Matteo Renzi.
Il dado è tratto. Oggi, a parte ripensamenti dell’ultima ora (ma visto il carattere del personaggio praticamente impossibili), Matteo Renzi annuncerà la nascita dei suoi gruppi parlamentari autonomi dal Pd. «Solo chi è a digiuno di politica – ha spiegato – non capisce questa mia scelta. Formeremo due gruppi parlamentari uno di 25 deputati alla Camera e un altro tra i 12-15 senatori a Palazzo Madama. Due nuovi soggetti che saranno decisivi per la maggioranza e per il governo. Un governo che spero duri tre anni. Questa sera (ieri, ndr) ho telefonato al premier Giuseppe Conte per rassicurarlo di persona. Non farò neppure un’Opa sul centrodestra. Dario Franceschini mi ha scritto: “Sbagli. Se te ne vai dal Pd, si spegneranno i riflettori su di te e non conterai più nulla”. Vedremo. Io penso il contrario». Del resto basta prendere i dati della presenza di Matteo R. in tv, per scoprire che gli «altri» lo stavano già spegnendo. Il dado è tratto. Matteo Salvini ha cominciato le manovre per la sua battaglia decisiva: bloccare l’approvazione di una legge proporzionale con un referendum o, più probabilmente, in Parlamento. L’editto di Pontida è facile da decrittare: una chiamata alle armi agli alleati e ai potenziali alleati per imporre una legge elettorale maggioritaria. Il sistema più consono alla sua visione – e a quella sovranista – della politica: tutto il potere ad uno solo. Lo spartiacque è lì. Matteo S. ha fatto questo ragionamento ad alcuni suoi parlamentari: «Facciamo il maggioritario e spacchiamo i 5stelle: una parte verrà da noi, un’altra andrà con la sinistra. E tanto per cominciare trovatemi i grillini “buoni” e portateli da me a prendere un caffè». Stesso discorso sul versante di Forza Italia. Racconta Renata Polverini: «Dai governatori del Nord è arrivata una richiesta perentoria ai nostri gruppi parlamentari: dovete raccogliere le firme per il referendum sul maggioritario». Eh già, la politica si è rimessa in moto e, com’era nelle cose, lo scenario politico è destinato a mutare rapidamente (…) (…) e profondamente. E, paradossalmente, non è tanto il governo Conte a rischio (sempre che Salvini non riesca nell’impresa di metterlo in crisi), ma le regole del gioco e gli schieramenti futuri. Inutile dire che gli artefici sono Matteo R. e Matteo S.: gli unici che hanno una visione sul futuro. Il primo punta a una legge proporzionale e a fondare un nuovo soggetto politico che rappresenti un’area moderata, progressista, liberale (stile Macron o Ciudadanos) e parta con l’intento di allargare la capacità di rappresentanza del centrosinistra. Salvini, invece, ha l’obiettivo di imporre il sistema maggioritario per riproporre lo schema dell’egemonia sovranista sul versante del centrodestra. Gli altri protagonisti, invece, hanno la nostalgia del tempo che fu e reiterano le formule del passato. Nel Pd di Zingaretti si pensa all’Ulivo, magari nella forma di una coalizione che nasca dalla paura per il sovranismo o la destra. Sull’altro versante Forza Italia sogna il centrodestra di un tempo, esorcizzando il dato che Salvini ha rotto con i 5stelle perché hanno appoggiato a Strasburgo Ursula von der Leyen, cioè la candidata del Ppe, il partito di cui gli azzurri fanno parte. Insomma, i due Mattei hanno una «visione», condivisibile o no; gli altri guardano al passato e a volte rinunciano alla logica. Spiega Renzi: «Io mi aspettavo che dopo la soluzione data alla “crisi”, in cui ho avuto qualche merito, Zingaretti si mostrasse più inclusivo. Probabilmente non avrei cambiato opinione sulla necessità di fare il passo dei gruppi autonomi, ma sarebbe stato un segnale. Invece è andato avanti con la solita “cordatella”. Non hanno capito che lo scenario sta cambiando. Ad esempio, io non credo che l’alleanza con i 5stelle possa diventare strutturale, come pensa Zingaretti. Senza contare che Salvini punta a prendersi un pezzo dei grillini. In questa prospettiva, invece di criticarmi, loro dovrebbero essere i primi a sapere che sono decisivo per tenere in piedi l’attuale quadro politico. Senza contare che la nascita di un nuovo soggetto moderato nel campo progressista, evita che l’attuale governo slitti troppo a sinistra. Una funzione non da poco». Riflessioni che, per il momento, nel Pd latitano. Addirittura c’è chi, come Prodi e Veltroni, sottovaluta la valenza strategica della battaglia sul proporzionale (basterebbe guardare alla reazione di Salvini), magari con la mente rivolta all’Ulivo e al Pd di dieci anni fa e l’occhio concentrato sul Parlamento di oggi per la corsa al Quirinale. «Hanno dubbi sul proporzionale? Cavoli loro»: è la risposta netta di Renzi. Come pure Matteo R. non comprende le «riserve» di alcuni renziani sulla scelta. «Tra loro – osserva – c’è chi ha un’opinione diversa sulla strategia, ma anche chi ha lucrato nello stare con un piede di qua e un altro di là. Sono quelli che dicono “non è il momento”: ma se non ora, quando? Sono quelli che ci resteranno più male, perché d’ora in avanti Dario (Franceschini, ndr), che non pensava che avrei fatto questo passo, valorizzerà più i suoi. La verità è che la politica non è per tutti». Appunto, la politica è una scienza complessa. Vale anche per Matteo S. «Salvini – è la diagnosi del suo predecessore alla guida della Lega, Roberto Maroni – ha rischiato e ha perso. E ora deve affrontare la traversata nel deserto. Se riesce a strappare il voto subito, riproporrà la strategia sovranista. Andrà alle urne da solo e Berlusconi sarà finito. Se, invece, subirà la legge proporzionale, dovrà sedersi a un tavolo, ragionare con la coalizione di centrodestra e magari potrà ancora aspirare a Palazzo Chigi se avrà più consensi degli altri. Ma per arrivarci dovrà mettersi la cravatta». La politica è spietata. E tante volte gli attori, per ragioni di ruolo, non dicono davvero ciò che pensano. Sulla mossa di Renzi, ad esempio, Gianni Cuperlo è comprensivo: «Ormai è inevitabile. Non posso, però, dire che mi piace». Non può dirlo, ma può pensarlo: Cuperlo già sogna il ritorno nel Pd di D’Alema e Bersani. Mentre sull’altro versante, viste le «voci» su un Salvini nel mirino della magistratura interventista, unita sotto le insegne della nuova maggioranza giallorossa, ci sono già quelli che sognano una svolta del leader del Carroccio di segno garantista. E c’è invece chi, come Gianfranco Rotondi, il diktat di Salvini sul maggioritario non lo digerisce proprio: «Se Berlusconi gli andrà dietro solo perché non ne può più, solo perché è stufo, dovrà dare a noi, che non la pensiamo allo stesso modo, la possibilità di fare una scelta diversa. Dandoci la stessa benedizione. Una scissione consensuale. Andranno con Salvini quelli di noi che saranno garantiti con le poltrone, pardon i posti in lista. Mentre gli altri giocheranno un’altra partita. Ma sempre nel nome del Cav».
Nemici mai, giura Matteo Renzi. Ma l’ex premier ed ex segretario lascia il Pd. Non ascolta gli appelli di Zingaretti, non crede a un’unità che considera di facciata. «Voglio passare i prossimi mesi a combattere contro Salvini», dice a Repubblica. E spiega le ragioni di una scelta destinata a cambiare tutto. Ha davvero deciso lo strappo? «I gruppi autonomi nasceranno già questa settimana. E saranno un bene per tutti: Zingaretti non avrà più l’alibi di dire che non controlla i gruppi pd perché saranno “derenzizzati”. E per il governo probabilmente si allargherà la base del consenso parlamentare, l’ho detto anche a Conte. Dunque l’operazione è un bene per tutti, come osservato da Goffredo Bettini. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il ragionamento è più ampio e sarà nel Paese, non solo nei palazzi». Cosa non ha ottenuto dalla nascita del nuovo governo che giustifichi l’addio? «Non è questo il punto. Se penso a come erano rappresentate le istituzioni un mese fa dico che il Conte bis è un miracolo. Aver mandato a casa Salvini resterà nel mio curriculum come una delle cose di cui vado più fiero». Anche se per farlo il Pd non è passato dal voto? «Si chiama democrazia parlamentare! Il leader della Lega usava il Viminale per educare all’odio. Quando, in evidente stato di sovraeccitazione, chiede pieni poteri, può accadere qualsiasi cosa: l’uscita dall’euro, la nomina dei suoi amici che chiedono tangenti ai russi alla guida di Eni. La recessione che avrebbe seguito la campagna di promesse e fake news non avrebbe solo fatto aumentare Iva e spread: avrebbe messo in ginocchio le imprese». Adesso però lei spacca il Pd indebolendo proprio il fronte anti-Salvini. Che senso ha? «È il contrario. Abbiamo fatto un capolavoro tattico mettendo in minoranza Salvini con gli strumenti della democrazia parlamentare. Ma il populismo cattivo che esprime non è battuto e va sconfitto nella società. E credo che le liturgie di un Pd organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo non funzionino più». L’unità è una richiesta che viene soprattutto dalla base. Zingaretti ha fatto di tutto per mantenerla. Cos’è che gli rimprovera? «Non ho un problema personale con Zingaretti, né lui ha un problema con me. Abbiamo sempre discusso e abbiamo sempre mantenuto toni di civiltà personali. Qui c’è un fatto politico. Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle». Rischia di passare alla storia come colui che ha ucciso il partito che aveva l’ambizione di unire la tradizione socialdemocratica e quella cattolica, i Ds e la Margherita. Lo sa? «Ma dai! Sono cinque anni che mi dite che rovino il Pd. Basta con questa tiritera sul passato. C’è un futuro ricco di difficoltà, ma bellissimo, là fuori. Lo andiamo a prendere? Lo costruiamo? O ci limitiamo ad aspettarlo rinchiusi nelle nostre correntine? Diciamo la verità: c’è una corrente culturale nella sinistra italiana per la quale io sono l’intruso». Perché ha spostato a destra il Partito democratico? «Ho portato il Pd al massimo mai raggiunto: 41%. Ho garantito anni di governo che hanno portato le unioni civili, il dopo di noi, le leggi sul sociale e sulla cooperazione internazionale. Abbiamo fatto un incredibile piano per le aziende. Finalmente si è iniziato una lotta all’evasione fiscale seria. Il Pil era negativo e lo abbiamo portato in terreno positivo. Chi guadagna poco ha almeno gli 80 euro, su cui tutti fanno ironie ma che nessuno tocca. Quando sono arrivato c’erano 20 milioni di euro sulla povertà, quando sono andato via 2,7 miliardi, e altri 2 sulle periferie. C’è più sinistra in questo elenco che in anni di rivendicazioni e convegni della ditta». Quello che rivendica lo ha fatto grazie anche alla famiglia politica che ha guidato. «Lo abbiamo fatto insieme. Sarebbe facile far polemica oggi. Il primo gesto del nuovo Pd è stato mettere alle riforme un deputato che ha votato No al referendum e al lavoro un dirigente contrario al Jobs Act. Ma non è questo che mi fa uscire. Mi fa uscire la mancanza di una visione sul futuro». Sembra una vendetta. «Ho votato la fiducia persino al governo coi grillini, figuriamoci se mi preoccupano i risentimenti o le vendette. Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo, anche quando ho vinto le primarie. Ancora oggi c’è una corrente culturale che paragona i due Matteo mettendoli sullo stesso piano. È il riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta. Del resto il contrappasso è semplice: io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene». Parla di fuoco amico, ma ammesso e non concesso che Bersani, Epifani, D’Alema siano usciti dal Pd per farle la guerra, lei non sta facendo lo stesso? Non sta tradendo la fiducia di chi ha votato il Pd anche per le sue idee? «Scriverò una lettera aperta agli elettori dem, ma non accetto lezioni da chi ha votato altre liste alle ultime elezioni. Con il nuovo governo e con la fase nuova che si apre, per lo più in un sistema proporzionale, è evidente che non puoi passare la giornata a discutere al tuo interno se vuoi battere il populismo nel Paese». Quindi è d’accordo con il ritorno al proporzionale? «No. Ma lo rispetterò se è parte dell’accordo di governo. Sogno che Zingaretti e Di Maio si sveglino un giorno proponendo il monocameralismo, il doppio turno, un sistema in cui la sera sai chi ha vinto le elezioni. Non cambio idea». È quello che vuole Salvini. «Non conta, se è giusto. Ma so che c’è un patto tra Pd e 5 stelle sulla legge elettorale e non sarò io a violarlo o a votare contro. Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque. Non posso farlo se tutte le mattine devo difendermi da chi mi aggredisce in casa mia». Suona come un agguato: ha fatto partire il governo, ora si stacca per avere una quota di maggioranza decisiva? «Sarebbe stato un agguato se lo avessi fatto tra sei mesi. Farlo il giorno del giuramento significa partire con chiarezza, stabilizzarlo. Non chiedo nulla. A Zingaretti lasciamo la maggioranza dei parlamentari. Mi avrebbe fatto comodo godere della rendita di queste ultime settimane per avere un potere d’interdizione nel Pd. Ma bisogna dire, non interdire. Fare, non bloccare. Proporre, non contrattare. E io credo che ci sia uno spazio per una cosa nuova. Che non è di centro o di sinistra, ma che occupa lo spazio meno utilizzato dalla politica italiana: lo spazio del futuro». Lo chiama futuro per non prendere posizione? E prepararsi a raccogliere pezzi di Forza Italia? «Non è così. Mentre noi litighiamo sul nulla, sta cambiando il mondo. L’intelligenza artificiale rivoluziona le aziende, la quotidianità, la vita nelle città: il populismo non conosce l’intelligenza artificiale, il populismo è stupidita naturale. Noi possiamo fare dell’Italia un laboratorio di innovazione spaventoso, mantenendo i valori di umanità e di umanesimo che abbiamo nel dna. Ecco perché era fondamentale difendere le povere vite prese in ostaggio da Salvini sui barconi». Quanti verranno con lei? «I parlamentari saranno trenta, più o meno. Non dico che c’è un numero chiuso, ma quasi. La vera sfida saranno le migliaia di persone che sul territorio faranno qualcosa di nuovo e di grande. E la Leopolda sarà un’esplosione di proposte. Ci riconoscerete dal sorriso, non dal rancore. Voi la chiamate scissione, io la chiamo novità. E non mi sentirete mai parlare male di Zingaretti o Orlando o Franceschini: a loro mando un abbraccio e auguro buon lavoro. Quando una storia finisce, finisce. Restiamo amici, se vi va. Ma anche se non vi va, per noi non sarete mai nemici». Tiene dentro ai gruppi pd uomini ancora suoi per esercitare un doppio potere? «Il potere, il diritto di parola sulle nomine, sono sciocchezze. Io le nomine le ho fatte quando ero premier. Ad esempio se Enel viaggia così forte è perché abbiamo scelto un board e un CEO straordinari. Non sono interessato a mettere il naso nelle nomine, ma voglio dire la mia sulla strategia. Perché continuiamo a tenere divise LeonardoFinmeccanica e Fincantieri? Che senso ha? Non rischiamo di farci mangiare da partner europei che investono più di noi sullo spazio e sulla difesa?». Letta a Radio Capital ha detto: «Non posso credere che Renzi vada via perché non c’è un sottosegretario di Pontassieve». «Per rispetto della sua intelligenza non commento una simile idiozia». Quand’è che ha deciso? «Quando ho visto i ragazzi della scuola di formazione “Meritare l’Italia”. Sono bellissimi i giovani che si avvicinano alla politica. Ho preso lo stipendio di agosto da senatore e d’accordo con mia moglie l’ho destinato alla scuola. Mi interessa costruire una Casa dove i millennials possano fare la differenza. E se questo mi costringe a ripartire da zero, lo faccio col sorriso. Riparto con lo zaino per una strada meno battuta: parlando con la gente non coi gruppi dirigenti». Come si chiama il nuovo partito? «Il nome non glielo dico, ma non sarà un partito tradizionale, sarà una casa. E sarà femminista con molte donne di livello alla guida. Teresa Bellanova sarà la capo delegazione nel governo. Una leader politica, oltre che una ministra. Per me le donne non sono figurine e l’ho sempre dimostrato. In ogni provincia a coordinare saranno un uomo e una donna: la diarchia è fondamentale per incoraggiare la presenza femminile». Appoggerà le intese Pd-M5S alle regionali? «A me l’alleanza strategica con Di Maio non convince. Non ho fatto tutto questo lavoro per morire socio di Rousseau. Per me la politica è un’altra cosa rispetto all’algoritmo di Casaleggio. Ma non voglio disturbare il Pd. La nostra Casa non si candiderà né alle regionali né alle comunali almeno per un anno. Chi vorrà impegnarsi lo farà con liste civiche o da indipendente. La prima elezione cui ci presenteremo saranno le politiche, sperando che siano nel 2023. E poi le Europee del 2024. Abbiamo tempo e fiato». Puntando a quale obiettivo? Non teme che le sue idee, andando altrove, rischino di sparire? «Il mio amico Franceschini me lo ha scritto ieri sera via sms. Uscirai dal Pd e non ti considererà più nessuno. Può darsi. Mi piace da impazzire quando mi dicono che sono morto. L’ultimo che lo ha pensato si sta ancora leccando le ferite. Faceva il ministro dell’Interno. Adesso lui è tornato al Papeete e il Viminale è un posto più civile». Che succederà alla Leopolda? «La Leopolda non è mai stata una manifestazione di partito. La aprirà Dario Nardella, che è mio fratello e che resterà nel Pd. Certo sarà chiusa come sempre dall’intervento di Teresa Bellanova e sarà la sede in cui presenteremo il simbolo. Ma sarà uno spazio di libertà per tutti. Parleremo dell’Italia 2029, dei prossimi 10 anni, non dei prossimi 10 giorni». Perché un Pd diviso dovrebbe essere più efficace contro il centrodestra. Non lo rafforza? «Io voglio fare la guerra a chi semina odio. I prossimi anni li voglio passare in contrapposizione frontale contro il populismo di Salvini. Voglio sperare che anche il Pd si preoccupi di lui e non di Matteo Renzi. Non ci sono più alibi, non c’è più il parafulmine, ognuno cammini libero per la sua strada. In mezzo alla gente, non solo nei gruppi parlamentari. La guerra voglio farla a Salvini, non a Zingaretti. Lascio la comodità e mi riprendo la libertà. Ma c’è da costruire un nuovo modello di comunità politica, innovativo, non legato agli schemi ottocenteschi. Io ci proverò con tutto il mio entusiasmo e la mia determinazione. Saremo in tanti».