«In un quartiere come Scampia, dove vige l’anarchia, accettare delle regole è molto difficile, soprattutto per i genitori di questi ragazzi che non vedono le potenzialità dei figli. Ma non mi arrendo, varco ogni giorno da 36 anni il portone di scuola e sono felice perché so che con il lavoro mio e quello dei docenti possiamo dare valori e strumenti agli alunni per volare alto, per imporsi in un mondo di sciacalli che li vorrebbe lasciare nella miseria valoriale e culturale». Rosalba Rotondo, 61 anni, è la dirigente scolastica della Alpi-Levi di Scampia, complicata periferia di Napoli, che ha vietato l’ingresso in classe a Lino, un alunno di 13 anni di seconda media, che si era presentato con le treccine blu». Come è finita questa storia? «Lino ci ha chiesto scusa e ha promesso che avrebbe tolto le treccine, cosa che ha fatto appena rientrato a casa. Ha detto: “Preside lo so che lo fate per il mio bene, che mi volete aiutare. Vi chiedo scusa anche da parte della mia famiglia, ma posso frequentare la masterclass come avevamo stabilito?». Caso chiuso? «Certo. Non è stata una vittoria mia, ma della scuola e della parte sana di Scampia. A Lino ho detto: “Sei un ragazzo intelligente, hai un futuro da musicista, apprezzi l’arte, tanto che ti ho portato a vedere la mostra su Leonardo. È mai possibile che la tua massima aspirazione deve essere quella di avere le treccine blu?”. Il mio divieto a quelle treccine è un gesto di amore». L’accusano di essere troppo severa… «Sono giusta e provo ad equilibrare amorevolezza, accoglienza ma fermezza negli obiettivi che vogliamo raggiungere. Subiamo le pressioni di sciacalli. Se venissero qui tutti i giorni e non solo quando ci sono le telecamere capirebbero perché ci battiamo per imporre delle regole. Domani se ne saranno andati via tutti e di Lino se ne dimenticheranno. Questa scuola invece resterà sempre aperta e seguiremo il suo percorso anche alle superiori». Ha vietato anche i jeans strappati alla moda, non le sembra esagerato? «Per niente. Quando ho iniziato a lavorare qui c’erano bambini che venivano con i pantaloni strappati perché non avevano i soldi per comprarne di nuovi. Oggi ci sono alunni che acquistano jeans stracciati che pagano 150 euro. Vi sembra normale? Vi sembra giusta questa ostentazione a scuola? Non possiamo subire senza intervenire. Qui insegniamo il rispetto, l’accettazione autentica di ognuno, soprattutto quella verso i più deboli. Insegniamo l’inclusione nel rispetto delle regole. Guardate quanti bimbi rom vengono a scuola. Non è stato facile convincere le famiglie». Cosa insegna questa vicenda? «Che alla fine ha vinto la Scampia sana, quella dei valori autentici. Non quella dei cialtroni che vuole che questi ragazzi siano considerati dei poveri derelitti destinati a vite mediocri o alla galera. Per Lino vedo un futuro da grande musicista. Frequenterà la masterclass, prenderà il diploma, si iscriverà al liceo musicale e si imporrà con il suo talento». È così difficile insegnare a Scampia? «Sono arrivata qui per caso e mi dissi: un anno e vado via. Ho impiegato poco a capire che questo era il mio posto. La mia missione. Sono rimasta in questa scuola per 36 anni e da 13 sono preside. Certo, è difficile, tra violenza, criminalità e genitori che spesso non capiscono i nostri sforzi. Ma ci sono anche grandi soddisfazioni. Proprio in questi giorni un ex alunno che da bambino era un bullo che abbiamo inserito in un percorso di recupero è stato ammesso all’Accademia della Nunziatella. Capite cosa vuol dire? Un ex bulletto di Scampia alla Nunziatella… Potrebbe essere visto come un miracolo, ma so bene il lavoro che abbiamo portato avanti per togliere quel ragazzo dalla strada e a sfruttare le potenzialità che possedeva. In realtà questi giovani fanno paura perché possono creare concorrenza, hanno talenti che se sfruttati permetteranno loro di arrivare alle posizioni che contano». Dicono di lei che ha sposato la scuola. È vero? «Mi invitano a farmi una famiglia mia. Una volta durante una iniziativa con le mamme degli alunni nell’ambito di un progetto per realizzare abiti sartoriali ho sfilato in vestito da sposa. Scherzai: “Ora non potete più prendermi in giro”. Forse è vero: ho sposato questa scuola e vedo gli alunni come figli».
Alla fine ha deciso Lino. Ha detto: «Tagliamole queste benedette treccine perché a me interessa solo andare a scuola e non avere problemi». È tornato a casa, e siccome ieri era lunedì eibarbieri erano chiusi, ha preso un paio di forbici e alla mamma ha detto: «Fai tu». Per la verità non è venuto un gran lavoro, un passaggio dal barbiere bisognerà farlo comunque, ma le treccine non ci sono più, e di Lino, studente della scuola media «Alpi-Levi» di Scampia, ci si potrà dimenticare in fretta e lasciarlo in pace alla sua vita di tredicenne che per il compleanno, una decina di giorni fa, aveva chiesto in regalo le extension e le aveva volute blu. E proprio non immaginava che quella sua acconciatura, certo inusuale, ma comunque innocente, a scuola lo avrebbe fatto diventare un caso. E non soltanto a scuola, anche sugli immancabili social e di conseguenza sui media. La «Alpi-Levi» non è una scuola qualsiasi, è un laboratorio di avanguardia non soltanto in un quartiere difficile come Scampia, ma nell’intera città. Perché la dirigente, Rosalba Rotondo, è un vulcano di iniziative. Dal programma Master Class che permette a chi è stato bocciato di recuperare l’anno perso nel primo semestre di quello succ e ssivo , ai corsi di musica professionali che hanno consentito di formare un’orchestra di giovanissimi della quale fa parte anche Lino, che pare sia un ottimo pianista, fino all’ultimo progetto che ha portato una delegazione di studenti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Tutto questo andando spesso a raccogliereiragazzi in strada, presentandosi dai genitori per convincerli a fare l’iscrizione. Nei campi rom che stanno alla periferia di Scampia — ed è facile immaginare che cosa sia la periferia di una periferia come quella delle Vele e della tragedia dello spaccio — la conoscono benissimo, per quante volte c’è andata e per quanti ragazzini ha portato in classe. Però c’è una cosa sulla quale la dirigente Rotondo non transige: le regole, che lei vuole siano rigorose come nelle scuole dei quartieri bene perché «dal rispetto delle regole si impara a rispettare il prossimo, a non essere bulli». Così ha stilato un decalogo che fa sottoscrivere al momento dell’iscrizione, in cui sono elencate una serie di norme da osservare assolutamente. Norme di comportamento, ma anche di look. E le treccine blu, pure se non espressamente citate, alla Alpi Levi non sono ammesse. Quindi Lino, con quell’acconciatura, non è potuto entrare in classe. Ieri la stessa sorte è toccata a due ragazzini che avevano i jeans stracciati e hanno dovuto aspettare l’orario di uscita senza far niente in sala professori. Ma il divieto alle treccine è finito sulla pagina Facebook dei genitori del tredicenne, e si è scatenata la polemica. Fino a ieri, quando la giornata è iniziata con un accesissimo diverbio tra la dirigenteela madre di Lino, che quell’imposizione non l’ha accettata sin dal primo momento. A scuola è arrivata perfino la polizia, chiamata dalla Rotondo per mettere fine alle proteste, e dalla donna per chiedere che venisse tutelato il diritto allo studio di suo figlio. Quando poi gli adulti hanno finito di litigare, quando la dirigente è tornata nel suo ufficio e la mamma di Lino è andata via, è entrato in scena lui. Ha bussato alla porta della presidenza e le ha chiesto di parlare. «Io alla scuola ci tengo. Le treccine le taglio e chiudiamola qui». E lei si è commossa: «È stato uno dei momenti più belli della mia vita professionale. Anzi, della mia vita e basta».
C osa sarà domani? Segregata per censo, tra enclave di ricchi e ghetti di poveri. E percorsa da bande giovanili, suprematisti bianchi di qua, migranti radicalizzati di là. Oppure salvata dai suoi stessi ragazzi, dalla loro street art sui muri di periferia e dalle loro start up nelle officine abbandonate, uniti nella sfida del futuro senza distinzioni di etnia o religione. Quasi in bancarotta eppure seduta sull’oro della sua storia. Sospesa tra una missione universale ritrovata e l’eternità della sua morte sempre annunciata, in bilico tra utopia e distopia. Ecco la Roma 2030 proiettata dal caleidoscopio del sociologo Domenico De Masi in una ricerca previsionale (edita da Einaudi) commissionata dalla Camera di commercio e realizzata secondo il metodo Delphi, importato dall’America nel ’77: doppio questionario incrociatoevotazione prima del rapporto finale su dodici discipline con la collaborazione di altrettanti esperti di chiara fama (qualche nome: da Enrico Giovannini a Innocenzo Cipolletta, da Michel Martone a Giuseppe Roma, da Walter TocciaFrancesco Karrer). Epicentro mondiale dell’ozio creativo per Goethe, lenta e senza energia per Stendhal, ammantata di «divina indifferenza» per Matilde Serao, vivibile solo con «propositi cosmopoliti» per Mommsen, Roma è un infinito ossimoro; è una e trina — metropoli, capitale e città-mondo — e questo volume ce ne restituisce la meravigliosa complessità come esito d’un passato che non passa (per Joyce i romani campavano mostrando ai visitatori «il cadavere della nonna in cantina») e premessa di un futuro appena dietro l’angolo. De Masi, prima di dare la parola ai suoi aruspici 2.0, si diverte ad accompagnarci nella storia e nelle storie. Nell’umiliante confronto tra la sbrindellata Roma capitale dei giorni nostri e quella imperiale, capace di gestire gloriosamente un personale sedici volte più numeroso su un territorio 350 mila volte più grande. Nella (controversa) invenzione medievale del Purgatorio così come sostenuta da Jacques Le Goff: fonte, con le sue indulgenze non gratuite, di accumulazione primitiva della ricchezza ecclesiastica più tardi riversatasi a cornucopia nella città rinascimentale e barocca. Nel mito cavourriano di Roma capitale (unica città italiana che non avesse «memorie esclusivamente municipali») e nel modernista «cozzo delle idee» di Quintino Sella, fino al suo straordinario paradosso: perché la Roma preunitaria serbava una visione universalistica di sé (faro della cristianità) applicabile oggi al mondo globalizzato proprio ove coniugata con l’utopia scientista del ministro sabaudo noto per il pareggio di Bilancio (e, dunque, con la Roma «colonizzata» dai piemontesi). E del resto Roma senza una missione che ne tenga insieme il glamour di ossa millenarie e anime dannatamente pie diventa una summa di povere rogne quotidiane. «Una capitale, tra le tante cose, è o dovrebbe essere un modello per l’intera nazione. In una capitale tutto ciò che è particolare diventa universale», osservava Moravia. Ma a Roma ogni universalità è sospettabile di compromissione col particulare o forse ne è foriera. Si pensi ai suoi atenei, 44. Una cifra enorme e dunque una pletora familistica o forse una miniera culturale a seconda di quale sarà ilrapporto con il lavoro. L’universalistica rinuncia alle Olimpiadi decisa da Virginia Raggi (verso cui De Masi è politicamente piuttosto generoso) ha assai a che fare col particulare dei Cinque Stelle terrorizzati da scandali (poi non mancati in altri dossier) e quella è stata la condanna di Roma almeno fino alle prossime occasioni universalistiche: i 150 anni di Roma capitale e il Giubileo 2025 in cui di sicuro qualcuno attingerà il proprio particulare, ma tant’è. Esagerata per natura, Roma tutto esaspera. La questione abitativa, pur grave sul piano nazionale, diventa epocale, una bomba, con 90 occupazioni di palazzi, 12 mila famiglie in attesa di casa e «ritardi concettuali nella formazione delle graduatorie»: sì, gli italiani sono effettivamente penalizzati e vanno studiati rimedi per evitare altre cento Casal Bruciato con annessa caccia ai rom. Le seconde e terze generazioni di migranti avranno curricula scolastici pari ai ragazzi di famiglie italiane: ottima cosa che, in assenza di ius soli, potrebbe però trasformarne l’entusiasmo in frustrazione, fino a mutare le nostre periferie in nervose banlieue (nemmeno l’ethos fatto di «ironia e accoglienza» citato da uno degli esperti con qualche ottimismo, allora, ci salverebbe). Estesa quanto le altre otto maggiori città italiane messe assieme, Roma contiene due città, quella della grandezza e quella della necessità: la capitale che parla al mondo e la metropoli che dovrebbe parlare al proprio popolo, ma questa duplicità non trova corrispondenza né in termini di finanziamento né di governance. E dunque l’Urbe del 2030 dovrebbe essere duale, governare la «necessità» col potere dei municipi (popolosi come medie città italiane) e la «grandezza» con quello di una città-statooperlomeno di una Roma-Regione padrona del proprio destino (e dei propri quattrini). Il futuro ci aspetta in una mappa uncharted, ignota al di là delle previsioni. Perché alle pagine che immaginano un «flaneur postindustriale» che vada gironzolando felice in una Roma che abbia recuperato «il lusso della pausa, lo scambio gratuito di reciproche simpatie e l’arte sublime dell’ozio creativo» (otium, alla latina) si oppongono, ahinoi, quelle (di scuola Censis) che immaginano «cicli conflittuali» animati da cittadini esasperati: «trasporti e rifiuti possono portareasituazioni di dissenso e di lotta». Insomma il famoso flaneur baudeleriano che voglia tuffare il proprio cuore in una sì grande bellezza dovrebbe, zigzagando tra cassonetti maleolenti, correreaprendere la metro Barberini. Per scoprire che è chiusa: oggi, domani e forse anche nel 2030.
I democratici hanno fatto la scelta strategica di puntare sui temi concreti della loro agenda, soprattutto la sanità, ma anche clima e armi, per sfidare Trump alle presidenziali del prossimo anno. I problemi centrali che devono risolvere, però, sono due: primo, quanto spingere a sinistra le loro proposte; secondo, capire se Joe Biden ha la forza fisica e mentale per essere il front runner della corsa. Questi elementi centrali, che insieme all’andamento dell’economia decideranno le elezioni del 2020, al netto di sorprese, sono emersi nel dibattito di giovedì sera a Houston. Il terzo confronto tra i candidati democratici alla Casa Bianca era molto atteso, perché i concorrenti erano stati ridotti a dieci, e per la prima volta il favorito Biden si sarebbe trovato sul palco con la senatrice Warren, che insieme a Sanders lo tallona più da vicino nei sondaggi. Elizabeth contende a Bernie la leadership dell’ala più progressista del partito, che alla Camera si riconosce nelle posizioni della deputata Ocasio. L’interrogativo decisivo a cui gli elettori democratici dovranno rispondere durante le primarie è proprio quanto spingersi verso sinistra. Il dilemma è apparso subito evidente in tutta la sua concretezza, quando Biden da una parte, e Warren e Sanders dall’altra, si sono scontrati sulla sanità. Il moderato ex vice presidente ha insistito sulla necessità di migliorare la riforma voluta dal suo ex capo Obama, perché l’alternativa offerta dai sui avversari costerebbe 30 trilioni di dollari in 10 anni. I due senatori hanno risposto che l’unica soluzione efficace sarebbe il «Medicare for All», ossia estendere a tutti l’assistenza disponibile oggi solo per i più poveri, arrivando magari ad eliminare le assicurazioni private. Il costo lo pagherebbero i più ricchi, con più tasse e meno privilegi. Lo stesso dilemma si è riproposto su temi come il clima, dove la scelta è fra iniziative tipo il nuovo Green Deal proposta da Ocasio, o il ritorno alla linea di Obama e all’accordo di Parigi. Sulle armi, l’ex deputato del Texas Beto O’Rourke è arrivato a minacciare di togliere quelle da guerra dalle mani degli americani: «Se sono state pensate per il campo da battaglia, non dovrebbero essere in circolazione». Si è visto anche dalla disputa sull’eredità di Obama, con Biden che ha preso le distanze, quando gli altri lo hanno rimproverato di aver fatto troppe deportazioni di immigrati illegali: «Io ero il vice». Gli attacchi a Trump sono stati limitati, come quello di Kamala Harris, che lo ha sfottuto così: «Ora torna a guardare Fox News». Ciò segue la strategia adottata con successo da Nancy Pelosi alle elezioni midterm del 2018: non perdere tempo a denigrare il presidente, perché tanto si danneggia da solo, ma puntare invece sui temi concreti che interessano ai cittadini. Ammesso che alla fine la linea più moderata prevalga, il dubbio riguarda la capacità del 76enne Biden di rappresentarla fino in fondo. L’ex vice presidente ha cominciato con forza il dibattito, ma nella seconda parte è apparso incerto. Julian Castro, durante la disputa sulla sanità, lo ha attaccato sull’età: «Non ricordi neppure quello che hai detto due minuti fa!». Il pubblico l’ha presa male, forse Castro la pagherà. Ma l’incertezza su Joe resta l’elefante nella stanza. Anche se Trump, anticipando anche il duello, si è detto sicuro: sarà lui il mio rivale.
È bastato solo l’annuncio di un ritorno al proporzionale che il centro ha preso a riempirsi. E la folla di aspiranti leader fa prevedere un ingorgo che nemmeno all’ora di punta.
Hanno tutti progetti diversi ma sono tutti devoti a Salvini. Perché se il leader della Lega non avesse aperto la crisi, oggi nessuno avrebbe sogni da coltivare. A partire da Conte, che per i suoi trascorsi nell’area post-democristiana non accetta di sentirsi dare del grillino ma si definisce un «centrista radicale». E come racconta il segretario dell’Udc Cesa, europarlamentare uscente, «a Bruxelles si accosta il suo nome a un’operazione centrista in Italia»: «Gli amici popolari tedeschi mi hanno parlato del rapporto di Conte con la Merkel, che lo ha assistito in alcune scelte delicate del nuovo governo». Conte al momento è al centro di quello che i vecchi dc denominano «il triangolo andreottiano»: sta a palazzo Chigi con l’appoggio degli Usa, dell’Ue e delle gerarchie ecclesiali. Il tempo dirà se è un’illusione ottica e l’ennesima meteora. Certo l’establishment non si fa irretire dai sondaggi, ma lo attende — come spiega un potente boiardo di Stato — nei prossimi passaggi politici, così come «nella gestione della Cassa depositi e prestiti e nella selezione delle nomine dell’anno prossimo, da cui si capirà se sarà in grado di trasformare quell’evento nell’atto di nascita di una filiera dirigenziale». Il motto di Conteè«piano piano». L’otto agosto, quando Salvini gli toglieva la fiducia, stava serafico al telefono e da presidente del Consiglio prendeva appuntamento per il 14 ottobre ad Avellino, ad una manifestazione organizzata dalla Fondazione Sullo, che alla scuola diccì fu maestro dei De Mita, dei Bianco e dei Mancino. Infatti il mondo democristiano di Conte parla bene, come Berlusconi. L’incontro con il Cavaliere alle consultazioni di governo è durato un’infinità, e chi poi ha conosciutoidettagli del colloquio riferisce che «senza l’intervento delle capigruppo di Forza Italia, se il colloquio fosse durato altri cinque minuti, “il dottore” avrebbe dato la fiducia all’avvocato Conte». In questa corsa al centro il leader azzurro è decisivo, per quanto non più attore protagonista. La posizione del suo partitoèstrategicaechiunque voglia conquistare quell’area deve farci i conti, perché i precedenti insegnano che ogni nuovo disegno deve servirsi delle strutture pre-esistenti: come Berlusconi scese in campo riciclando pezzi della Prima Repubblica, Macron ha costruito En Marche sulle macerie dei socialisti e centristi francesi. Perciò Salvini — intuendo il rischio — è corso ieri dal Cavaliere, nonostante per 14 mesi avesse detto di non nutrire «nostalgia del passato». Cioè di Berlusconi. Allo stesso modo, e per l’obiettivo opposto, Renzi guarda (anche) a Forza Italia per il suo progetto, convinto che «l’evoluzione del sistema in senso proporzionale apra spazi politici che il Pd non sarà capace d’intercettare». Di qui l’operazione in corso, piena di rischi e contraddizioni, con una serie di bozzetti per il simbolo, una quarantina di parlamentari al seguito e la ricerca di appoggi «nel mondo dell’industria e dell’impresa», noti ai piani alti di alcune Authority e aziende di Stato. Semmai l’ex leader dem rompesse gli indugi, si troverebbe in competizione (anche) con un suo ex ministro: Calenda ha già fissato per il 9 dicembre la convention del suo nuovo Movimento, che si propone di essere «baricentrico nella politica italiana». Queste manovre, insieme ad altre, sono osservate con interesse dal pulviscolo delle forze post-democristiane. E vissute come una minaccia da chi conosce la Dc per averla frequentata. Franceschini, per esempio: la sua idea di allearsi coi grillini serve (anche) a contrastare la rinascita del centro, e la sua preveggenza è unanimemente riconosciuta nel Palazzo (anche) per via di un episodio. Il capodelegazione del Pd nel gabinetto Conte sedeva da ministro nel gabinetto Letta, e quando il premier alla prima riunione propose di tagliare la diaria di chi sedeva al governo, disse: «Enrico, va bene. Ma facciamolo solo per questo governo». Per guidare fino al centro bisogna aver preso prima la patente…
Francia. Anche un diplomatico nel gruppo terroristico anti islamico. I servizi smantellano una cellula di estrema destra: pianificava attentati. Il capo, ex poliziotto, voleva attaccare moschee e lanciare bombe sui nordafricani. (Stampa).
Francia. Macron taglia le pensioni. Francia paralizzata dalla rivolta dei sindacati. Metropolitana e bus fermi, 400 chilometri di ingorghi a Parigi. «Se il governo non cede, a dicembre sarà sciopero illimitato». Messaggero.
Usa 2020. L’eredità di Obama frena Biden. La sanità spacca i democratici. Duello tv fra dieci candidati alla nomination. Trump: alla fine sfiderò Joe. Ma l’ala liberal guidata da Sanders e Warren attacca l’ex vicepresidente. Stampa. Il dibattito in tv. I migliori candidati alle primarie a Houston si sfidano sui temi che “fanno grande l’America”, dalle cure per tutti ai muri: alla fine vince Joe Biden. Grande assente l’economia. Nel giorno in cui il presidente attacca la Fed, manca la domanda sulle finanze. Disaccordo anche sulle armi. Quello che i Dem tacciono su sanità e immigrazione. Fatto.
50 miliardi green. Maxi piano della Germania sugli investimenti nel clima. Il governo tedesco presenterà la settimana prossima uno schema di finanziamento pubblico-privato da 50 miliardi per operazioni nella green economy. Isabella Bufacchi sul Sole.
Moody’s. Ora perfino da Moody’s arrivano parole di incoraggiamento. Il “cane da guardia” della nostra economia, la più “cattiva” fra le agenzie di rating, l’unica a mettere l’Italia all’ultimo gradino degli investment grade, tende la mano al Conte bis. Muehlbronner: “Bene la svolta pro Europa. Debito e Pil restano problemi”. Per rivedere al rialzo il rating dell’Italia servono riforme e investimenti: solo così ripartirà la crescita che stagna da vent’anni. Repubblica.
Reddito di cittadinanza. Nuova stretta. Più controlli sui furbetti e limiti all’uso dei contanti. La Finanza ha acceso un faro sui beneficiari del sussidio che spendono in giochi d’azzardo. È in arrivo la riduzione della soglia per i prelievi effettuabili con le tessere. Messaggero. E per i Navigator già sprecati oltre 7 milioni di euro. Ad agosto pagati per lavorare tre giorni. Ma il sussidio M5s è partito ormai da nove mesi… Giornale.
Privatizzazioni. Piano privatizzazioni da almeno 5-6 miliardi. Allo studio per l’aggiornamento al Def di fine settembre un target 2019 ridotto rispetto ai 18 miliardi iniziali, ormai irrealizzabili. Possibile la cessione a Cdp di quote Enav, Poste, Eni e StM. Nuova governance necessaria per evitare che scatti il veto di Eurostat. Sole.
Borsa. Londra respinge i 36 miliardi dell’offerta di Hong Kong. Per Lse problemi di fattibilità e valorizzazione della proposta orientale. Il neoministro Gualtieri (Mef): “Piazza Affari è un asset strategico”. Il risiko delle borse: Hkex non demorde e potrebbe rivedere i termini della fusione. Stampa.
Alitalia. Verso il rinvio al 15 ottobre. Patuanelli convoca i sindacati. Con l’insediamento del nuovo governo i tempi si sono infatti dilatati e ci sarebbero anche alcuni nodi da sciogliere, che vanno dalla governance agli accordi commerciali. Il tesoro parteciperà con Delta, Fs e Atlantia. Stampa.
Contanti. Italia ultima nell’uso del bancomat. In gioco 107 miliardi di euro evasi. Tracciare i pagamenti obbligherebbe a pagare le tasse. Le organizzazioni dei commercianti: ma vanno tagliati i costi dei Pos. Saldati in contanti 550 miliardi di euro contro soli 280 in moneta elettronica. Una direttiva europea ha ridotto allo 0,2% le commissioni a favore delle banche. Stampa. Aria di rapina. Il governo ha messo gli occhi sui nostri soldi in banca. Minacciati i 1.400 miliardi che si trovano nei conti degli italiani: balzello su chi preleva oltre 1500 euro al mese e blocco degli sgravi fiscali a chi paga in contanti. Libero.
Contanti 2. «La guerra al contante? Favorisce il nero». Parla l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti: «Il cash in Italia è prima di tutto lo strumento dei poveri e degli anziani: questa campagna fa perdere voti e gettito». Gianni Trovati sul Sole.
La tenda di Prodi. Il Professore a Bologna ascolta Zingaretti. La tenda di Prodi di nuovo nel campo Pd. Cattolici contro l’odio “da Papeete”. L’ex premier è stato “uno dei primi a credere nei nuovi dem”. Al congresso delle Acli: presenti il cardinale Zuppi, Sassoli e Martina. Fatto. (Fatto p.8).
Renzi. Un caso l’assenza di toscani nelle nomine. Rotte le trattative tra l’ex premier e Franceschini. Renzi, aria di scissione. Già partite le convocazioni. Stampa.
Sottosegretari. Ventuno posti per i grillini, 18 per i democratici. Al leader dem telecomunicazioni ed editoria. Sottosegretari, Di Maio blinda i fedelissimi ma Zingaretti incassa due poltrone chiave. Il ministro degli Esteri esce rafforzato dal braccio di ferro con Conte. Stampa. “Una cosa gli è riuscita bene: dividersi le cadreghe”. L’editoriale di Maurizio Belpietro sulla Verità.
Asse sociale. Conte va alla festa della Cgil: un asse sociale con Landini. Il premier convoca le parti sociali il 18 settembre a Palazzo Chigi. Poi il 22 sarà a Lecce al festival del sindacato “rosso”. Fatto.
Sud. «Il Sud non è una causa persa ma basta ritardi sui fondi Ue. Nessuna ambiguità sull’unità indivisibile del Paese: livelli essenziali uguali per tutti». Il ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano: questo governo non è contro il Nord, il Meridione però è centrale. Messaggero. Provenzano: “Fermiamo l’emigrazione dei giovani. Le scissioni? Una sventura. Il Pd deve recuperare l’insediamento sociale: solo così possiamo costruire una reale alternativa alla destra. Repubblica.
Malagò. Sport e politica contro Malagò. “Alto tradimento, si dimetta”. Di Battista il più duro Binaghi: “Sconvolgente” La difesa: “C’è una guerra e quindi si spara”. Repubblica. Valente (M5S): “Atto grave. Il nuovo ministro valuti commissariamento Coni”. Intervista all’ex sottosegretario allo Sport. “Questo scontro mi fa pensare che Malagò non abbia tanto a cuore le sorti dello sport quanto il suo tornaconto personale”. Repubblica. Giorgetti voleva trattare. Stampa.
Csm. Via alla campagna elettorale per sostituire i due magistrati dimissionari dopo lo scandalo sulle nomine. Progressisti e filogrillini preparano il ribaltone. Cene, chat e veleni tra i candidati al Csm. Le correnti ballano sulla pista giallorossa. Stampa.
Tutto ruota intorno al maiale. Animale che mette d’accordo ebraismo e islam, che lo considerano impuro, oltre che la maggior parte dei paesi dell’Asia orientale, dov’è alla base della dieta e ingrediente fondamentale per leccornie di vario genere. Soprattutto in questi giorni, con le festività di metà autunno – che prendono nomi diversi se vi trovate in Cina, in Corea del sud, in Vietnam. Il fatto è che i maiali stanno vivendo la peggiore epidemia che sia mai registrata nella storia, e anche se per l’uomo non è pericolosa, un settore importantissimo dell’economia globale rischia il collasso. Non è un caso, quindi, che la carne di maiale sia anche il ramoscello d’ulivo che viene offerto da Pechino all’America di Donald Trump. E’ un momento di particolare apertura tra i due paesi: l’allontanamento del falco anticinese John Bolton è stato festeggiato a Pechino, ma c’è anche la decisione annunciata da Trump via Twitter giovedì scorso di posticipare di quindici giorni gli ulteriori dazi promessi sulle merci cinesi, che sarebbero dovuti entrare in vigore il 1° ottobre. Un gesto di “buona volontà” del – l’Amministrazione americana e secondo Trump richiesto espressamente dal vicepremier cinese Liu He per non “disturbare” le celebrazioni del 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, che ricorre appunto il 1° ottobre. Ieri gli organi di stampa cinesi hanno ufficializzato la notizia che anche la Cina ha deciso di esentare alcuni prodotti americani dai cosiddetti controdazi: parliamo di “car – ne di maiale, soia e altri prodotti agricoli”. Sappiamo quanto la questione sia importante per Trump: la guerra dei dazi non ha prodotto finora i risultati sperati, e anzi sta innervosendo sempre di più gli agricoltori e gli allevatori americani, a cui era stato promesso protezionismo e invece si sono ritrovati con le tariffe per l’esportazione in Cina. In vista delle elezioni presidenziali del 2020, Trump ha bisogno del supporto di quel settore per sperare in un secondo mandato. E’ ancora presto per dire se le due più grandi economie del mondo siano arrivate a un compromesso, ma quel che è certo è che non è un regalo del presidente Xi Jinping a Trump. Il maiale, infatti, è diventato un enorme problema per la Cina, il più grande mercato di carne di maiale al mondo. Nell’ultimo anno – e per ironia del destino il 2019 è proprio l’anno del maiale, secondo lo zodiaco cinese – i produttori della seconda economia del mondo hanno perso circa cento milioni di maiali a causa della peste suina africana. Secondo gli analisti l’“Ebola dei maiali” potrebbe ucciderne fino a due milioni nell’intero paese entro la fine dell’anno. Il calo della disponibilità di carne ha fatto alzare i prezzi di quasi il 50 per cento in dodici mesi, e la crisi è diventata così grave che alcune città hanno iniziato a sfruttare le riserve strategiche di carne congelata – un sistema nato negli anni Settanta per far fronte a emergenze come questa: una iniezione sulla distribuzione serve a stabilizzare i prezzi aumentando l’offerta, scriveva ieri la Cnn, ma le riserve potrebbero non essere sufficienti. La peste suina africana colpisce maiali e cinghiali ed è letale al 90 per cento. Secondo l’European Food Safety Authority “non esistono vaccini né cure” per gli animali, e “gli esseri umani non sono sensibili alla malattia”, insomma non c’è un problema di sicurezza alimentare. Il problema per l’uomo è semmai secondario. Perché la malattia si diffonde in maniera molto veloce, e l’unico antidoto è il completo isolamento dei suini. Scoperta un centinaio di anni fa in Kenya, la peste suina era considerata debellata in gran parte del mondo fino al 2007, a parte alcuni focolai in Africa. Poi è tornata nell’Europa dell’est, e infine è arrivata in Cina come “la più grande epidemia della storia”, ha detto Dirk Pfeiffer, epidemiologo veterinario dell’Uni – versità di Hong Kong al Guardian, “e non sappiamo come fermarla”. Uomini e merci stanno cominciando a diffondere il virus anche nel sud-est asiatico, e il Vietnam – dove il maiale rappresenta il 75 per cento del consumo di carne – è il prossimo paese di fronte all’emergenza. Il governo di Pechino cerca di minimizzare, e martedì sul Quotidiano del popolo si leggeva un articolo motivazionale: “Mangiate meno porco, fa bene alla salute!”. Ma gli allevatori di maiale, i primi a subire i danni dell’epidemia, sono scontenti dei provvedimenti del governo che non è riuscito ancora a trovare una soluzione per il problema. Gli allevatori in rivolta sono un altro problema che hanno in comune Trump e Xi.
Riunione di alti dirigenti comunisti di Pechino nel pieno della crisi per Hong Kong. Parla l’autorevole compagno Hu Chunhua, vicepremier, e annuncia in tono grave «un ordine in stile militare da parte del Comitato centrale». Quale? Incrementare la produzione della carne di maiale, che è «un grande obiettivo politico» per evitare che l’immagine del Partito tra le masse venga offuscata. Non è una barzelletta: la peste suina arrivata dall’Africa l’anno scorso ha decimato gli allevamenti cinesi, sono morti di malattia o sono stati abbattuti per cercare di frenarla oltre un milione di capi, tra un terzo e la metà della popolazione locale di animali da carne. E il prezzo della carne di porco, che rappresenta il 60% del consumo proteici dei cinesi, ad agostoèsalito del 46% rispetto a luglio. Ormai la febbre assassina di poveri porcelli si merita titoli di apertura sul tg e sui giornali di Pechino ed è stato annunciato che il governo sta attingendo alle «riserve strategiche» per cercare di calmierare il mercato. Già il fatto che ci siano riserve strategiche di carne di maiale fa capire quanto sia importante nella dieta cinese. Ora la buona notizia: la Cina di Xi Jinping vuole comperare sul mercato americano la carne di maiale venuta a mancare sulle tavole dei cinesi a causa del devastante morbo, che per fortuna è innocuo per gli umani. Si tratta di due milioni di tonnellate (parte può arrivare anche dall’Europa). Lo sviluppo è positivo perché Stati Uniti e Cina sono impegnati in una feroce guerra commerciale e i maiali irrompono in uno scambio inatteso di cortesie tra i combattenti: Donald Trump ha rinviato di 15 giorni i nuovi dazi da 12 miliardi di dollari sulle merci cinesi «come gesto di buona volontà per non turbare la festa dei 70 anni della Repubblica popolare», che cade l’1 ottobre. La settimana prossima è in programma il primo incontro dopo mesi tra i negoziatori americani e cinesi a Washington. Trump osserva che un «accordo temporaneo», cioè ridotto alle questioni più semplici del contenzioso commerciale, è possibile, anche se preferisce sempre il «Big Deal». Il presidente degli Stati Uniti aggiunge che finalmente i cinesi stanno comperando quantità significative di prodotti agricoli americani, in particolare sono in partenza dieci carichi di soia per complessive 600 mila tonnellate e poi c’è la grande fame di carne segnalata da Pechino. La situazione è in rapida evoluzione: i cinesi hanno sospeso i dazi su una ventina di prodotti made in Usa, medicinali e mangime per animali; poi si sono informati sulla possibilità di acquistare massicce quantità di carne di maiale e semi di soia e ieri hanno tolto le restrizioni politico-sanitarie anche su questi. Così Xi Jinping risolve un problema di approvvigionamento interno e parla anche alla pancia degli agricoltori e allevatori americani, facendo un favore a Trump che si avvia alla campagna elettorale. Insomma, se in Italia è passato alla storia il «patto della crostata», tra Xi Jinping e Donald Trump potrebbe nascere il più sostanzioso «accordo della braciola di maiale». Nel frattempo otto ministeri di Pechino cercano di alleviare la crisi causata dalla febbre suina: sono stati offerti sussidi agli allevatori per risollevare la produzione: fino a 1500 yuan (quasi 200 euro) a capo; l’allevatore di porci diventa «il più invidiabile lavoro in Cina» per la stampa; ci sono grandi città che vendono sottoprezzo le loro riserve per dimezzareiprezzi al consumo; c’è poi una pubblicità progresso per la quale è più saporita e salutare la carne di pollo (ma questa non è piaciuta al pubblico).