Da Salvini a Zingaretti, da un governo all’altro, il Paese procede, incerto e un po’ “spaesato”. Dietro al premier Giuseppe Conte. Al momento dell’investitura, nel giugno 2018, appariva un non-leader, capitato lì quasi per caso. Come il governo precedente, d’altra parte. Invece, dopo aver presieduto, per un anno e oltre, una maggioranza giallo-verde, lo ritroviamo ancora “al comando”. Per questo, si parla di “Conte bis”. Ma meglio sarebbe, forse, definirlo Conte 2. Perché oggi è alla guida di una coalizione diversa: giallo-rosa. Peraltro, il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos per Repubblica, condotto negli ultimi giorni, mostra come la fiducia verso il governo, rispetto a luglio, prima delle dimissioni di Salvini, sia scesa al 44%: oltre 10 punti in meno. Una tendenza che riflette, soprattutto, la diversa base elettorale della maggioranza. “Ridotta”, dopo l’uscita dal governo, alla vigilia di Ferragosto, della Lega di Salvini. Che resta ancora il primo partito in Italia. La Lega, infatti, è calata di quasi 3 punti, negli ultimi due mesi. Ma questa scelta ha ridimensionato soprattutto il Capo. Matteo Salvini. Che ha perduto 8 punti di popolarità, rispetto a luglio. E arretra al 46%. D’altronde, la Lega è, ormai, divenuta un “partito personale”. Così l’immagine del leader si riflette nel partito. E viceversa. Il Pd (22,3%), invece, mantiene i consensi, cresciuti dopo il buon esito delle Europee. Mentre il M5S (20,8%) recupera un po’ di terreno, dopo un lungo periodo difficile. La scelta di governare, insieme, dunque, non sembra aver “penalizzato” i due partiti, fra gli elettori. Nonostante le tensioni e le polemiche dell’ultimo anno (e non solo). Almeno fin qui. Anche perché “intorno” non si vedono grandi mutamenti, nelle stime di voto. A Destra i FdI di Giorgia Meloni superano FI. “Zavorrata” dal costante declino di Silvio Berlusconi. Che le offre non solo la leadership, ma, in primo luogo, l’identità. Mentre, a sinistra del Pd, non c’è molto spazio. LeU e La Sinistra si ritagliano il 3% degli elettori. Così Giuseppe Conte, per quanto sconti la delusione degli elettori della Lega, rimane il leader più apprezzato (55%: 9 punti in meno, però, rispetto a luglio). Seguito dal nuovo commissario europeo (e suo predecessore, come premier), Paolo Gentiloni (47%). L’unico verso il quale si osservi una crescita significativa. Dietro a lui, Giorgia Meloni (44%), la più apprezzata, a Destra, dopo Salvini. Davanti a Nicola Zingaretti (41%) e Dario Franceschini. Che interpretano le due “tradizioni” del Pd. Più indietro, incontriamo Luigi Di Maio (35%). In calo sensibile (10 punti) rispetto agli ultimi mesi. L’accordo con il Pd ha, probabilmente, salvato il M5S. Ma ha oscurato l’immagine del suo leader. Nonostante sia divenuto Ministro degli Esteri. È interessante osservare come in fondo alla graduatoria (dopo Silvio Berlusconi…) vi siano Beppe Grillo e Matteo Renzi. I “padri” dell’accordo. Anche se si dice che Renzi guardi altrove. Al PdR… Nell’insieme, il sondaggio dell’Atlante Politico, come si è detto, evoca un clima d’opinione incerto. Un’immagine del sistema politico segnata da in-stabilità. Metà degli elettori (intervistati) ritiene, infatti, che questo governo reggerà non più di un anno. Secondo il 24%: poco più. I più pessimisti, al proposito, sono gli elettori della Lega. Insieme a quelli di FI e dei FdI. Mentre i più ottimisti, parallelamente, appaiono gli elettori del M5s e, soprattutto, del Pd. Le previsioni, dunque, riflettono gli auspici. Le aspettative. Ma dissimulano, a fatica, anche una certa insoddisfazione. La maggioranza degli italiani, infatti, pensa che sarebbe stato meglio “andare al voto subito”. Affrontare “nuove elezioni”, invece di “promuovere un nuovo governo”, che rappresenta la maggioranza degli “eletti” un anno e mezzo fa, ma non degli “elettori”. I quali, oggi, secondo il sondaggio di Demos, e non solo, stanno – e si sentono – all’opposizione. Tuttavia, è difficile individuare una maggioranza possibile diversa da questa. Anche fra i cittadini. Che mostrano un orientamento frammentario e differenziato. Tra le possibili alleanze, infatti, nessuna appare maggioritaria. A (Centro) Destra, tanto più a (Centro) Sinistra, infatti, non si vedono coalizioni dominanti, nell’opinione pubblica. Al più, superano (di poco) il 40%. Semmai, è interessante osservare come la “formula” meno apprezzata sia proprio quella sperimentata dal governo precedente. Probabilmente, non per caso. Queste misure e queste tendenze, delineate dall’Atlante Politico, riproducono il quadro di un Paese spaesato. Senza confini de-finiti. Senza percorsi chiari. Tratteggiano una società instabile. Che non trova indicazioni nella – e dalla – politica. Semmai: motivi di divisione. Così, più degli amici, contano i nemici. E più del “consenso” diventa importante il “dissenso”. Un sentimento che spiega il “successo” di Matteo Salvini e della “sua” Lega. Alimentato non solo – e non tanto – da chi ne sostiene i propositi, i progetti. Da chi ne approva i valori. I sentimenti. Ma da chi ne raccoglie e moltiplica i ri-sentimenti. All’inseguimento, continuo, di nemici e paure. Con lo sguardo rivolto all’indietro e intorno, piuttosto che in avanti. Mentre gli altri “capi” sembrano impegnati, perlopiù, a misurarsi con lui. Contro, oppure a fianco. Magari dietro. Matteo Salvini, d’altronde, interpreta questo ruolo con determinazione. Mentre appare molto meno convinto – e convincente – quando si tratta di presentarsi come una guida. Per affrontare i problemi del Paese. Sul piano economico. In Europa. Allora, preferisce uscire di scena. O meglio, interpreta egli stesso il “nemico”. Nella parte del “nemico dei nemici”. Degli italiani. Gli stranieri. L’Europa dei burocrati. In nome della “sicurezza”. È il lessico della Popolocrazia. Un copione che, fin qui, ha funzionato. Oggi, forse, meno di ieri. Anche così si spiega la “popolarità”, confermata da questo Atlante Politico, di leader “impopulisti”, come Gentiloni e lo stesso Conte.

Dopo aver ottenuto la fiducia in Parlamento, il neonato governo giallorosso fa registrare una lieve crescita di gradimento, passando dal 36% di giudizi positivi della scorsa settimana al 38% odierno. L’indice di gradimento aumenta di due punti salendo a 43. Nel complesso un italiano su due esprime una valutazione negativa e, d’altronde, va considerato che lo sconcerto determinato dalla improvvisa crisi politica agostana e dalla sorprendente genesi del nuovo governo ben difficilmente possono essere foriere di un largo consenso che, infatti, è circoscritto quasi esclusivamente all’elettorato delle forze della maggioranza. Le Europee hanno confermato uno scenario frammentato: i partiti di sinistra, centrosinistra e il M5S rappresentano circa 12,8 milioni di elettori, quelli di destra, centrodestra e le altre forze di opposizione circa 14 milioni eacostoro vanno aggiunti gli astensionisti (comprensivi di schede bianche e nulle) che ammontano a circa 22,6 milioni. Le ipotesi sulla durata del governo fanno segnare un aumento di coloro che non sono in grado di esprimere un pronostico (da 17 a 22%), mentre si conferma la previsione prevalente già la scorsa settimana: durerà pochi mesi, al massimo un anno, secondo il 42% (in calo di 3 punti). Va osservato che tra dem e 5 Stelle diminuisce la fiducia che il governo possa durare per la parte restante della legislatura (rispettivamente di 5 e 6 punti) e per entrambi l’ipotesi prevalente è un lasso di tempo di due anni. Nel sondaggio abbiamo voluto testare l’apprezzamento peril presidente del Consiglio Conte e, in assenza di vicepremier, per i due principali esponenti di M5S e Pd nell’esecutivo (Di Maio e Franceschini), nonché per i leader dei partiti. Conte vede aumentare il proprio gradimento, confermandosi nettamente al primo posto: il 51% esprime una valutazione positivael’indice sale a 57 dal 52 di fine agosto. Il calo tra gli elettori leghisti è più che compensato da quelli della nuova maggioranza, tra gli astensionisti i positivi prevalgono sui negativi (42% a 34%) e tra gli elettori di FI e FdI, che pure sono all’opposizione, uno su tre si esprime positivamente sul premier. Molto staccati tutti gli altri, compresi Di Maio (gradito dal 24% con un indice pari a 27) e Franceschini (gradito dal 16% con un indice pari a 21). Dopo Conte, nel gradimento si colloca Salvini, uscito ammaccato dalla decisione di far cadere il precedente governo, ma in ripresa rispetto a fine agosto: oggi il 35% esprime un giudizio positivo, e l’indice di fiducia passa da 36 a 40. Per lui il consenso è tornato su livelli elevati presso il proprio elettorato (era il 63% oggi è l’84%) e tra gli elettori di FI e FdI (76%). A seguire Giorgia Meloni, apprezzata dal 27% (indice di gradimento pari a 32, in calo di 1 punto), Nicola Zingaretti, gradito dal 19% (indice stabile, a 23) e Silvio Berlusconi con il 13% (indice 15, in calo di un punto). Dunque per il nuovo governo il tema della popolarità si conferma un punto critico. Conteèriuscitoaritagliarsi un profilo «istituzionale» e gode di un consenso elevato ma, come abbiamo visto, prevalgono i giudizi negativi sull’esecutivo. Nel discorso di insediamento del premier, al di là di singole proposte, sono emerse alcune questioni importanti: la prima è quella del rinsaldato rapporto con l’Europa, testimoniato dalla nomina di Gentiloni a commissario Ue agli affari economici, ma non solo; la maggior parte degli italiani, pur critici nei confronti dell’Unione, auspicano un rapporto più sereno con Bruxelles. La seconda questione riguarda i tempi: puntare sulle riforme significa porsi obiettivi di mediolungo termine, laddove gli elettori negli ultimi anni hanno manifestato l’aspettativa di misure immediate, come gli 80 euro di Renzi o la chiusura dei porti del governo gialloverde. Da ultimo lo stile comunicativo: Conte ha preso l’impegno di un lessico più sobrio e rispettoso. Si tratta di un cambiamento assai importante perché negli ultimi anni il linguaggio «forte» è andato per la maggiore, incontrando il favore di una larga parte di cittadini e ha favorito processi di identificazione con i politici che lo hanno adottato. Forse è questa la sfida più difficile, perché la decantazione del clima aggressivo richiede un sussulto di resipiscenza dei cittadini.

«La Germania è già in recessione, oppure sta per entrarvi o avrà di sicuro una recessione: è quanto prevedono due istituti di ricerca economica. Ecco, questo è il caso di agire in maniera efficace e tempestiva con la politica fiscale». Così il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto alla conferenza stampa di giovedì a una domanda del Sole24Ore, su quanto sia opportuno per la Germania spingere sulla politica fiscale ora, prima di ritrovarsi in piena recessione. «E’facile fare raccomandazioni ai governi, e nel far questo dobbiamo essere estremamente cauti – ha aggiunto Draghi – ma dobbiamo dirlo perchè questi strumenti (ndr. di politica fiscale) vanno attivati, e il Consiglio della Bce su questo è stato unanime». La pressione sul governo di Angela Merkel affinché aumenti gli investimenti pubblici e adotti una politica fiscale di maggior sostegno alla crescita, finché la crescita c’è, cresce di giorno in giorno, da ultimo Draghi. E questo perchè di mese in mese il quadro economico tedesco si deteriora sempre di più. La probabilità di un Pil che si contrarrà nel terzo trimestre dell’anno dopo il segno negativo del secondo trimestre è estremamente alta: anche perchè una Brexit caotica e un improvviso acuirsi del protezionismo di Donald Trump potrebbero aggravare ulteriormente la sfiducia e le tensioni geopolitiche che pesano moltissimo sull’export tedesco e sull’industria manifatturiera già in recessione da un anno. Eppure la cancelliera, e i suoi ministri di punta tra Finanze ed Economia, proprio in questi giorni di avvio del dibattito in Parlamento sul Budget 2020, hanno colto l’occasione per dire senza tanti giri di parole che quel serve al Paese è già stato fatto e che di più sarà fatto per contrastare il cambiamento climatico e per la digitalizzazione (per il 2020 il 99% delle famiglie tedesche avrà accesso alla banda larga), ma senza per questo aumentare il debito pubblico. Angela Merkel ha ribadito il suo ruolo di guardiana del pareggio di bilancio e di conti pubblici in ordine. La cancelliera ha anche preannunciato che la Germania spenderà di più in energie rinnovabili: per il ministro dell’Economia Peter Altmaier questo potrebbe avvenire attraverso la creazione di uno speciale fondo da 50 miliardi dedicato al cambiamento climatico, con un’iniezione di denaro pubblico attorno ai 5 miliardi e gli altri 45 miliardi provenienti dai privati. Dunque, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione: ma la Germania non è Paese da window dressing sui conti pubblici. Il maxi-piano sul Clima verrà presentato il 20 settembre: i contenuti sono top secret. Per il ministro delle Finanze Olaf Scholz, paladino del pareggio di bilancio e soprattutto fiero di poter mettere la firma al calo del debito/ Pil sotto la soglia di Maastricht quest’anno (per la prima volta dal 2002), la Germania stanzierà 40 miliardi di investimenti aggiuntivi dall’anno prossimo, una cifra che se mantenuta invariata per 10 anni arriverebbe a quota 400 miliardi. Ma il tentativo di gonfiare questo impegno è maldestro: il surplus di bilancio della Germania solo nel 2018 è arrivato a quota 58 miliardi (1,7% del Pil), quest’anno il governo lo ha previsto per circa la metà (0,75% del Pil), in area 30 miliardi: ma resta da vedere quale sarà il risparmio effettivo finale sulla spesa degli interessi sul debito, crollata quest’anno anche grazie alle aspettative del mercato per l’avvio di un nuovo programma di acquisti di attività da parte della Bce che si è in effetti concretizzato e che partirà il primo novembre. Il rendimento del Bund tedesco decennale è sceso fino a -0,74%.

Ora perfino da Moody’s arrivano parole di incoraggiamento. Il “cane da guardia” della nostra economia, la più “cattiva” fra le agenzie di rating, l’unica a mettere l’Italia all’ultimo gradino degli investment grade, tende la mano al Conte bis e apre un’insperata finestra di opportunità. «Una politica meno aggressiva nei confronti dei partner internazionali rende l’ambiente economico più favorevole e più propizio per gli investimenti», dice Kathrin Muehlbronner, laureata a Tubinga e specializzata a Bruges, già economista di Deutsche Bank e Merrill Lynch, oggi a capo del team di analisti di Moody’s responsabile per l’Italia, la Francia e altri Paesi, con base a Londra. «Riconosciamo che la formazione del governo di centro-sinistra dovrebbe garantire un periodo di stabilità», aggiunge l’economista anglo-tedesca. Il suo atteggiamento favorevole traspare anche dal fatto che ha letto l’intervista di ieri del neoministro Gualtieri al nostro giornale con certosina attenzione, dalla scelta europeista fino ai particolari: «Ho notato l’impegno a sviluppare l’occupazione femminile, che è un tassello importante per il mercato del lavoro, al pari per esempio del decentramento contrattuale. Il mercato del lavoro a sua volta è uno dei punti-chiave per il rilancio della produttività e dello sviluppo». Cosa deve accadere perché Moody’s riveda al rialzo le sue valutazioni sull’Italia? «Dovremmo vedere non solo un periodo di stabilità politica ma anche un programma coerente di riforme strutturali, comprese misure che aumentino l’efficienza della pubblica amministrazione, migliorino il sistema educativo, rafforzino anche con la tecnologia la competitività del Paese. Il tutto con l’obiettivo di aumentare la crescita». In che misura l’affidabilità internazionale influisce sul rating? «La stabilità politica e la convinta e inequivoca direzione europeista sono fattori importanti nella nostra valutazione. Certo, non sono gli unici. Rimangono, fra i key driver, l’ammontare del debito, il suo andamento crescente o calante, e il ritmo di crescita del Pil». Quali speranze ha l’Italia di invertire finalmente l’andamento del rapporto debito/Pil? «Al contrario di molte altre economie industriali, il debito in se non sta aumentando, anzi è gestito con grande professionalità e ha una lunga maturità media di quasi sette anni. Il problema è che lo sviluppo ristagna da due decenni. Ora noi analizzeremo accuratamente le proposte di budget 2020 e le vie con cui il governo intende finanziarle prestando particolare attenzione agli investimenti produttivi. Già abbiamo rilevato che le entrate fiscali vanno meglio del previsto in particolare per l’Iva grazie alla fatturazione elettronica. È interessante notare che in contrasto con il quadro macroeconomico europeo che sta peggiorando, la posizione dell’Italia dal punto di vista della finanza pubblica è in qualche modo migliore di quella che preludeva al budget 2019. Grazie alla combinazione fra i miglioramenti fiscali e le misure intraprese dal precedente governo in luglio per evitare che deflagrasse lo scontro con l’Europa, per quest’anno il rapporto deficit/Pil verrà probabilmente contenuto intorno al 2% contro il 2,4% originariamente previsto. Naturalmente un aiuto viene dalla discesa dello spread conseguente al cambio di governo e dalle misure monetarie annunciate dalla Bce». Fra i fattori di forza dell’Italia, avete spesso ricordato l’alto tasso di risparmio privato. In che modo può aiutare le finanze pubbliche, visto che una tassa patrimoniale è stata categoricamente esclusa dal ministro dell’Economia? «Non diamo raccomandazioni di merito ai governi su cosa debbano fare. Comunque consideriamo le risorse private degli italiani una potenziale importante fonte di finanziamento come provano iniziative “domestiche” come l’emissione di titoli riservati a una platea nazionale. Peraltro, una riforma complessiva del sistema fiscale sarebbe sicuramente positiva se associata a un recupero dell’evasione. L’Italia non è l’America che può permettersi di aumentare a piacimento il deficit nella sicurezza che questo verrà finanziato dagli investitori. Per questo in Italia è imperativo che a ogni diminuzione fiscale corrisponda il reperimento di nuove risorse».

C’è un attimo della conferenza stampa di Mario Draghi l’altro ieri a Francoforte che spiega perché i rapporti con Jens Weidmann e Klaas Knot siano così tesi. Sono poche parole ma lasciano intendere che i dissapori fra il presidente della Banca centrale europea e i due, rispettivamente presidenti della Bundesbank e della Banca nazionale d’Olanda, non sono personali. Non solo, per lo meno. Vanno anche al cuore dell’identità dell’area euro nei prossimi anni. Il problema è balenato a un cenno di Draghi l’altro ieri, quando l’italiano ha detto che le modifiche alla dichiarazione introduttiva della sua conferenza stampa erano state «concordate all’unanimità». Fra queste ce n’è una che riguarda direttamente Germania e Olanda, i paesi di Weidmann e Knot. È il passaggio in cui la Bce afferma: «Visti i rischi e l’indebolirsi delle prospettive, i governi con margini di bilancio dovrebbero agire per tempo e con efficacia». In altri termini, la Banca centrale europea per la prima volta formalizza qualcosa che Draghi aveva già detto più volte: con i bilanci in surplus, un’enorme accumulazione di sempre nuovo risparmio, un costo sottozero dell’indebitamento e la crescita in frenata — la Germania è probabilmente già in recessione — per i governi di Berlino e dell’Aia è tempo di agire. Dovrebbero spendere di più per investire e aiutare così il resto d’Europa. Draghi ha risposto «decisamente sì» a chi gli chiedeva se il suo fosse un messaggio ai politici che «devono mettersi in gioco perché la Bce non correrà sempre al salvataggio». L’italiano ha rivendicato con un filo di durezza il lavoro di questi anni, quasi sempre con i voti contrari di Weidmann: «Tutto ciò che vedete in Europa, la creazione di 11 milioni di posti di lavoro in breve tempo, la ripresa, la crescita sostenuta: tutto è stato largamente il prodotto della politica monetaria della Bce. C’è stato ben poco di altro». Poi, appunto, la stoccata: stavolta l’invito ai governi di Germania e Olanda a cambiare rotta e investire di più è arrivato da Francoforte «all’unanimità», cioè anche con l’assenso di Weidmann e Knot. Questa è la frase più spiazzante per il presidente della Bundesbank, perché lui in prima persona non ha mai preso posizioni del genere. Al contrario: benché i dati tedeschi dell’industria, dall’export e la fiducia delle imprese cadano sempre di più, per adesso Weidmann nel suo Paese sta dicendo il contrario. Resta sulla sua linea ortodossa: il governo di Berlino non deve reagire alla frenata dell’economia e vale il freno costituzionale al debito, che rende qualunque stimolo di bilancio simile a un errore di arrotondamento (0,4% del prodotto lordo la spinta cumulata degli ultimi anni, secondo l’economista tedesco Christian Odendahl). Weidmann non ha mai trovato nulla da ridire sul fatto che dal 2009 in Francia gli investimenti in totale superino del 25% del prodotto lordo quelli della Germania (e ormai la produttività francese cresca di più). Il messaggio di Draghi dunque dev’essere stato avvertito da Weidmann come un’accusa: ipocrisia e scarso coraggio. Il tedesco sa che il suo governo deve cambiare strada — lo sottoscrive nei comunicati della Bce — ma non osa dirlo in pubblico perché per anni ha allenato l’opinione pubblica a un’altra verità. Qualcosa di simile deve avvertito anche Knot, che tra circa un anno dovrebbe lasciare Amsterdam per entrareafar parte dell’esecutivo Bce. Forse anche così si spiega la rivolta dei due ieri, simultanea e senza precedenti, lanciata solo ora che l’italiano non potrà restare a lungo a Francoforte per regolare i conti. Dietro gli attriti personali, il cuore però è politico e riguarda il futuro dell’euro. Tassare sempre di più i depositi non investiti delle banche e intervenire in acquisto di titoli praticamente all’infinito — le ultime mosse di Draghi — sono scelte drastiche. Il presidente della Bce ha sottolineato che funzionano meglio in altri Paesi (pensa agli Stati Uniti) dove i bilanci pubblici hanno accompagnato «dai sei o sette anni» la ripresa. È un messaggio potente, recapitato all’incontro dei ministri finanziari in corso a Helsinki dove molti stanno mettendo sotto pressione la Germania proprio per lo stesso motivo (come prefigurato ieri dal «Corriere»). L’invito implicito è a una cooperazione più stretta in futuro fra banca centrale e governi: la prima tiene i tassi a zero, i secondi possono approfittarne per lanciare progetti comuni d’investimento a debito su ambiente, ricerca, difesa, infrastrutture. Non è questa l’ortodossia con cui la Bce era nata vent’anni fa. La sua indipendenza fu garantita con tale forza da somigliare, per anni, a un muro di incomunicabilità con i governi. Ma quello era un mondo senza rendimenti negativi (investitori che pagano i governi, pur di prestar loro denaro), senza un’inflazione sempre vicina a zero, senza guerre commerciali, senza debiti enormi e popolazioni che invecchiano in fretta. Il grado di cooperazione della Bce con i governi sarà il cuore della prossima presidenza, quella di Christine Lagarde. Quando gli hanno chiesto se credesse allo «helicopter money», la distribuzione di denaro ai cittadini, Draghi l’altro giorno ha risposto: «È un compito della politica di bilancio, non nostro».

È vero, gli ostacoli da superare nella strada che il governo italiano sta percorrendo per strappare nuova flessibilità a Bruxelles non mancano, specialmente per lo “sconto” sugli investimenti. Ma dall’Ue c’è «disponibilità ad ascoltare le proposte». Ieri il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri ha incontrato Valdis Dombrovskis a margine dell’Ecofin di Helsinki. Un faccia a faccia di venti minuti che a detta dei diretti interessati è stato «costruttivo». Il che solitamente vuol dire interlocutorio. Non sono circolate cifre, ma soltanto “direzioni di marcia”. Arrivano brutte notizie, invece, per chi in Italia (dal Quirinale a Palazzo Chigi) sperava di trovare sponde nei governi amici per la riforma del Patto di Stabilità: ieri, a sorpresa, è arrivato il “no” di Parigi. Gualtieri ha promesso a Dombrovskis che l’Italia resterà nelle regole. E il vice-presidente della Commissione si è detto «incoraggiato». Niente più strappi, niente più bilanci totalmente fuori dai parametri: Roma punta a spedire a Bruxelles il prossimo 15 ottobre una bozza di bilancio con già in tasca il via libera di massima della Commissione. Anche per evitare il consueto tira e molla autunnale che rischia di mettere Paolo Gentiloni in una posizione scomoda. Dombrovskis non ha escluso a priori l’ipotesi di nuova flessibilità, ma ha passato palla al suo interlocutore: «Gualtieri – dice l’ex premier lettone – si è detto interessato a guardare ad alcune flessibilità che esistono all’interno del Patto di Stabilità». Spetterà all’Italia proporre una soluzione, dopodiché l’Ue dirà cosa si può fare e cosa no. Con un punto fermo: il debito deve essere portato su una traiettoria discendente. C’è però un problema. Il piano per ottenere lo scomputo dal deficit delle spese per investimenti, in particolare quelli “green”, si scontra con le regole attualmente in vigore. A oggi i margini per sfruttare la clausola degli investimenti sono ridotti al minimo, per non dire nulli. L’Italia li ha esauriti nel 2016, quando le era stato concesso lo 0,25% del Pil di flessibilità (anche se poi, a posteriori, la somma effettivamente spesa risultò essere dello 0,2%). Inoltre le norme sono chiare: le uniche spese per investimenti che possono essere dedotte dal deficit sono quelle fatte per progetti co-finanziati dai fondi Ue. La strada è dunque molto stretta. E l’idea di avviare una revisione del Patto di Stabilità, magari inserendo quella “golden rule” sugli investimenti suggerita dall’European Fiscal Board, ieri si è scontrata contro il muro francese. «Si aprirebbe un dibattito lungo e incerto», ha detto il ministro Bruno Le Maire. E allora quale potrebbe essere la via d’uscita? Una soluzione c’è e passerebbe per una nuova comunicazione della Commissione (un atto che diventa immediatamente operativo senza bisogno del via libera dei governi, come era già successo nel 2015). L’esecutivo Ue potrebbe fissare un’interpretazione più elastica del Patto, senza modificarlo, con un focus sugli investimenti nei settori considerati prioritari da Ursula von der Leyen. E il Green New Deal lo è. Per questo l’Italia sta cercando di rivendersi come Paese attento alle tematiche “green”: ieri Gualtieri ha aderito alla Coalizione dei ministri finanziari per la lotta al cambiamento climatico, di cui fanno parte 40 Stati. È stato invece pessimo il clima trovato dal ministro tedesco Olaf Scholz a Helsinki. Il giorno dopo il monito di Mario Draghi, la gran parte dei ministri si è presentata in Finlandia ripetendo che «i Paesi che hanno spazio di bilancio dovrebbero usarlo», cioè spendere di più. Lo stesso Dombrovskis lo ha detto in modo molto chiaro. «È anche nel loro interesse», spiega Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo. «Ormai è diventato un problema politico», rincara il francese Le Maire. Durante il dibattito ci sono stati molti interventi, tutti nella stessa direzione. E, curiosamente, il tedesco Olaf Scholz è rimasto in silenzio, piuttosto isolato. Anche l’altro indiziato speciale, l’Olanda, si è deciso ad accogliere l’invito: previsti un taglio delle tasse e l’istituzione di un fondo per gli investimenti. Ma a Berlino gli alleati della Cdu/Csu di Scholz non ne vogliono sapere.

L’Europa apre alla flessibilità sui conti italiani. E lo fa con la voce di un falco come Valdis Dombrovskis: «È incoraggiante che Roberto Gualtieri mi abbia delineato l’intenzione di stare nelle regole del Patto, ha detto che sta guardando alla flessibilità ma dobbiamo ancora fare un’analisi approfondita, non posso trarre conclusioni ora». Insomma, per il vicepresidente della Commissione il negoziato tra Roma e Bruxelles può partire. A differenza dello scorso anno non sarà segnato da minacce e intemperanze italiane, ma da un dialogo sottotraccia. Non per niente l’ex premier lettone parla di «collaborazione costruttiva». Salutata anche dal ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz: «Abbiamo una buona base per un lavoro comune». Aggiunge il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno: «Il nuovo governo è proeuropeo e non vediamo alcun problema». Il battesimo del fuoco di Roberto Gualtieri nei panni di ministro dell’Economia italiano alla due giorni europea di Helsinki parte bene. Vuoi perché il ministro conosce già gli interlocutori di Eurogruppo ed Ecofin per essere stato presidente della commissione economica dell’Europarlamento. Vuoi perché il ritrovato galateo pro Ue promette un negoziato più sereno. Che comunque è solo agli inizi, visto che il Tesoro non dispone ancora dei numeri necessari a impostare la strategia sui conti 2020. Tuttavia il risultato che appare già acquisito, e non è poco, è che Roma una volta coperta l’Iva (23 miliardi) non dovrà fare altre correzioni di bilancio. A giugno gli europei avevano chiesto una riduzione dello 0,6% del deficit strutturale. Con la copertura dell’Iva il Paese lo migliorerebbe dello 0,1% e di questo si accontenteranno a Bruxelles. In gergo europeo si chiama “conformità di massima” con le regole. Uno sconto quasi 10 miliardi. Il punto ora è trovare una flessibilità extra, creativa, per alleggerire il compito sull’Iva. Sia il governo italiano – sostenuto da diversi partner, come la Francia – che la Commissione pensano a nuove clausole sugli investimenti, in particolare “verdi”, ma i lavori sono in fase embrionale e il nuovo di team di Ursula von der Leyen chiamato a portare le eventuali novità si insedierà solo il primo novembre, a pochi giorni dal giudizio sulla manovra. Far combaciare i tempi è difficile. Ecco perché per cautela negoziale ieri Gualtieri ha sottolineato che i momenti della manovra e dello scorporo degli investimenti dal deficit «sono diversi». Comunque per ribadire la determinazione del governo sulla green economy, ieri il titolare dell’Economia ha portato l’Italia nella Coalizione dei ministri finanziari per la lotta al cambiamento climatico, un gruppo di 40 paesi che punta a investire 26 trilioni di dollari e creare 65 milioni posti di lavoro entro il 2030. Proprio gli investimenti sono stati l’argomento centrale dell’Eurogruppo, con i ministri che hanno pressato i paesi con i maggiori surplus – Germania in testa – a spendere per rilanciare la crescita del continente. Esigenza espressa in pubblico anche dall’ortodosso Dombrovskis: «C’è preoccupazione per il rallentamento globale, chiediamo a chi ha spazio di bilancio di investire». Tra i ministri più espliciti anche il francese Le Maire, per il quale «chi ha più spazi di manovra deve favorire la crescita». Lo stesso ministro di Parigi si è detto scettico sulla riforma del Patto di stabilità: «Sono molto prudente, sarebbe un dibattito difficile, lungo e incerto». E per “incerto” leggi il rischio che alla fine su spinta nordica le regole potrebbero diventare ancora più dure.

Pattinare sui tappeti? Mai. L’ha detto lei, il neoministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Pattinare sui tappeti, cioè non rischiare, tirare a campare, lasciare tutto tranquillo e tutto melmoso. Sembra un consiglio di vita, invece era un consiglio politico, lanciato dal palco di una vecchia Leopolda a chi, in Italia – così diceva Bellanova – non rischiando ha pattinato sui tappeti al punto da “lasciare il conto da pagare” alle generazioni future. Era l’autunno del 2016, tutto doveva ancora succedere (vedi il referendum costituzionale che ha segnato l’ini – zio della fine del governo Renzi), e Teresa Bellanova, con piglio allegramente marziale, si presentava agli astanti come una renziana atipica: già sostenitrice di Gianni Cuperlo, anni prima, alle primarie Pd, già sostenitrice di Pierluigi Bersani a cui, come ha ricordato il Post, non ha però mandato a dire, a un certo punto, che il suo eloquio a volte poteva sembrare per così dire lontano dalla realtà: “Il combinato disposto?!? Ma parla come mangi!”. E si capisce che più di tanto non scalfiscono la combattiva esponente del nuovo governo rossogiallo le critiche giunte via social network, in questi giorni, specie quelle che vanno a colpire lei per via dell’ormai celeberrimo abito blu a balze, vero e proprio specchio dell’anima del neo ministro il giorno del giuramento (mi sentivo entusiasta, blu elettrica e a balze, ha detto Bellanova per rispondere agli odiatori del web, a cui, a mo’ di schiaffo morale, il giorno successivo ha mostrato con orgoglio divertito un’altra mise gialla a pois neri). L’ha ripetuto al Tg2 e a Lilli Gruber su La7: non mi faccio ferire, però mi irrito perché l’Italia ha altri problemi (“se una persona si iscrive a Miss Italia, è giusto che venga valutata anche per il suo fisico, se accetta di diventare ministro vorrebbe però essere valutata per questo”, è stata la frase di Bellanova diventata instantaneamente cult). Rabbia del web ha voluto che anche il curriculum del neo ministro finisse sotto accusa: Bellanova infatti non ha mai nascosto di non aver potuto proseguire gli studi oltre la terza media. E qui la realtà sembra indietreggiare davanti a una storia che, non fosse vera, potrebbe essere stata scritta da uno sceneggiatore, da quanto pare perfetta, oggi, ex post, la chiusura del cerchio: il ministro dell’Agricoltura appena nominato, infatti, pugliese di Ceglie Messapica, a quattordici anni ha cominciato a lavorare nei campi come bracciante, e ha visto poi anche morire alcune compagne, ai tempi in cui i pulmini dei caporali, prima dell’alba, venivano riempiti bel oltre la capienza. Si poteva anche morire di fatica, ha raccontato Bellanova, che oltre a essere stata bracciante-ragazzina è stata ragazzina-sindacalista, e poi, appena maggiorenne, sindacalista già esperta e minacciata dai caporali medesimi con tanto di armi, all’in – terno del suo ufficio. Ed è anche per questo che, non soltanto durante la Leopolda 2016, già più volte parlamentare, già sottosegretario al Mise nel governo Renzi e poi viceministro al ministero dell’Economia nel governo Gentiloni, Bellanova ha fatto più volte pubblico elogio dell’ex segretario rottamatore, a lei inizialmente non congeniale ma che poi l’aveva ascoltata e scelta al momento di mettere in cantiere misure drastiche per la lotta al caporalato, dopo la morte di una donna nelle campagne del Sud. E oggi, quando il Corriere della Sera le chiede lumi sulle sue future mosse in caso di scissione renziana, Bellanova dice che parlerà quando ci saranno fatti nuovi, e non prima, e pare anche questa un po’ la quadratura del cerchio per una che, con quel passato che pareva fatto apposta per incorniciare l’allure operaia di un esponente della sinistra-sinistra, ha più volte difeso la sua identità in evoluzione di “persona di sinistra” che però non necessariamente sta dove la sinistra-sinistra si aspetta che stia: “Ma come si può pensare di mettere in discussione un grande progetto come il Pd per fare un Pci in miniatura?”, ha detto Bellanova a Repubblica quando, al momento di massima tensione tra renziani e non renziani, ci fu chi le diede di traditrice. “Io ho preso a quattordici anni la tessera del Pci”, diceva la futura ministra, “ho fatto la bracciante agricola e poi la sindacalista, e penso sia avvilente che quelli che sono stati i miei dirigenti vengano a spiegarmi che cos’è la sinistra pensando che con qualche evocazione risolvono i problemi… non è che uno si riunisce in un teatro una mattina e si decide chi è e chi non è di sinistra…si, sono di sinistra e sto con Renzi. La sinistra sono anche io, la mia storia e le migliaia di militanti che nel Pd vogliono restare con fierezza”. E oggi, quando le chiedono se si senta più leale verso Nicola Zingaretti, il segretario del Pd che si pensava a un certo punto lei dovesse sfidare nella corsa alla segreteria, o verso l’ex segretario Matteo Renzi, Bellanova risponde solo: “Ne discuteremo, da qui alla Leopolda verrano fatte delle valutazioni”. Ai posteri la sentenza, e però intanto il ministro rivendica per Renzi il merito di aver spinto il Pd nella direzione di un “nuovo governo” invece che “dei nuovi manifesti elettorali”. A vederla – con l’abito bluette come con l’abito a pois come con il caftano fiorato – Teresa Bellanova mantiene quello che dice descrivendosi: “Amo la vita e amo i colori”. E dal curriculum imperfetto forse nasce la sua forza: non che Bellanova sia “orgogliosa di non avere un titolo di studio”, e anzi sugli schermi di “Otto e mezzo” ha ribadito la necessità di sapere per poter fare: “Non deve passare il messaggio che non averlo è indifferente. Io non ho avuto l’opportunità di proseguire la scuola ma ho studiato tanto, ho cercato di riempire tutti gli spazi vuoti, sapendo che avevo delle lacune in più”. E a suo figlio e ai giovani militanti del partito ha sempre detto “più studi e più puoi…sono stata durissima quando qualcuno, per l’im – pegno politico, rischiava di abbandonare le aule”. Non dimentico da dove vengo, dice il ministro che oggi si trova a dover gestire dossier complicati di nome xylella e Ceta (l’ac – cordo di libero scambio Italia-Canada che fa già litigare sottotraccia Pd e M5s). Scanso equivoci, e nonostante i soliti attacchi social, il neo ministro non ha atteso neanche un giorno per dichiarare la propria fede nella scienza alla faccia degli “stregoni”, a proposito del batterio che minaccia gli alberi, al pari della fede nel commercio, e pazienza se c’è chi la vorrebbe, visti i trascorsi sindacalisti, meridionalisti e popolari, su posizioni vetero-antiscientiste e quasi quasi da decrescita felice come quelle sognata un tempo dai nuovi alleati. Macché: è dall’inverno del 2018 che, in terra di Puglia, Bellanova si scontra con chi, sulla xylella, dentro e fuori dal web, ha costruito castelli di bufale e superstizioni. Ma in terra di Puglia il ministro, sempre in quell’inverno del 2018, si è trovata nel bel mezzo della tragedia shakesperiana nazionale del primo vero scontro elettorale tra Pd e trasfughi ex Pd, tanto più che il suo collegio era lo stesso di Massimo D’Alema nonché della ex ministra grillina Barbara Lezzi (ironia della sorte vuole che oggi D’Alema non soltanto plauda alla nuova alleanza governativa Pd-M5s, ma ne rivendichi in qualche modo il sostegno preventivo: “Il M5s, che aveva vinto le elezioni ma non era autosufficiente in Parlamento, aveva individuato nell’al – leanza col Pd lo sbocco naturale di quell’impasse. Quella prospettiva si era arenata di fronte alla scelta sbagliata del Pd”, ha detto infatti l’ex premier al Corriere della Sera perché Renzi e renziani intendessero). Shakesperiano fu anche lo scontro locale, in quell’inverno di un anno e mezzo fa, ché proprio D’Alema era stato kingmaker di Bellanova nel 2006, quando per sua decisione fu candidata (poi eletta) alle elezioni politiche. Da allora il futuro ministro è stato non soltanto riconfermato in Parlamento, ma anche scelto come membro della commissione di saggi che dovevano scrivere lo statuto del Pd allora nascituro. Partire con D’Alema per ritrovarselo a lato, per così dire, del governo in culla, mentre la renziana Maria Elena Boschi dice, a proposito della futuribile scissione: “Ora siamo qui, ma se tornano D’Alema e Bersani…”. Ma anche: partire difendendo l’articolo 18 e arrivare a difendere il Jobs Act senza temere gli insulti di coloro che vedono in questo l’ombra dell’alto tradimento: sempre sul palco della Leopolda, infatti, Bellanova ha motivato la sua decisione con un “i tempi stanno cambiando”: non era la canzone di Bob Dylan ma la constatazione che l’ancoraggio al passato in campo contrattuale non sempre giova al lavoratore, e che “flessibi – le” può non farsi bestemmia per un’ex sindacalista e bracciante come lei. Ma non è questo l’unico romanzo della vita di Bellanova. L’altro si chiama Abdellah El Motassime, interprete magrebino che il futuro ministro ha conosciuto nientemeno che nella romantica Casablanca di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, durante una non romantica missione della Cgil in Marocco. Incontro fulminante e “lost in translation” dove però lui, che le faceva da traduttore, è diventato presto suo marito e padre di Alessandro, il figlio quasi trentenne che il giorno del giuramento ha incuriosito gli astanti accompagnando la madre al Colle. “Sono una ragazza di 60 anni”, è il motto del ministro, il cui corollario, dai tempi dell’avvento del precedente e da lei osteggiato governo Conte-Salvini-Di Maio è: “Ho la libertà di poter dire quello che sento dentro: quello che mi appassiona è partecipare alla costruzione di un luogo dove si rispettano le regole”. Regole non rispettate nella Puglia anni Settanta in cui Bellanova si era trovata a fare blocchi stradali e autogestioni contro i caporali, anche a costo di sfidare le pistole. E “quello che sente dentro” l’ha portata anche a dire parole dirette al neo segretario pd Zingaretti lo scorso aprile, dalle pagine di Democratica: “Mi sarei aspettata, desidero troppo? che all’indomani della tua elezione ci si mettesse immediatamente al lavoro sulla costruzione di una proposta del Pd, forte e autonoma, piuttosto che iniziare dalla fine, ovvero nomi e apparentamenti. Che primo momento di quel nuovo corso, che tu hai sostenuto e che ti è stato affidato, fosse l’avvio di una grande discussione pubblica, al nostro interno e chiamando al confronto chiunque avesse voglia e desiderio di rimboccarsi le maniche mettendosi in gioco apertamente, su temi e questioni che un grande partito come il nostro non può ignorare per tenere fortemente connessa l’opposizione parlamentare all’opposizione politica nel Paese e richiamare a noi parti di elettorato disaffezionato e disancorato…Su Mezzogiorno e autonomia rafforzata che diciamo? E sul lavoro, è sufficiente continuare ad avanzare proposte sul salario minimo o dobbiamo aprire un confronto anche sulle politiche industriali a livello europeo e sull’armo – nizzazione contrattuale e salariale? Che diciamo sulla antica questione che o si importano merci o si importano braccia e che noi qui, adesso, se non siamo capaci di una politica che rimetta in discussione le ragioni di scambio ci condanniamo a umanitarismi di facciata e ferocie di sostanza? Qual è la nostra politica sulle migrazioni? Con chi facciamo alleanze, chi sono le nostre controparti? A quali pezzi di Italia stiamo parlando, con quali pezzi di Europa ci accingiamo a costruire piattaforme programmatiche per modificare limiti e storture che le destre utilizzano come comodo cavallo di Troia?”. E certo oggi è un altro giorno, al governo c’è il Pd, quelle domande restano in parte nell’aria e Zingaretti e Bellanova devono andare formalmente di pari passo, almeno fino a che il Pd resterà uno e bino, con Zingaretti e Renzi sotto lo stesso tetto.

C’ è il momento Wolf of Wall Street, con le feste aziendali organizzate con donnine e alcol in località non riflessive – Miami, Las Vegas – e le avvertenze del capo: multa di duecento dollari a chi distrugge la stanza d’albergo; e Beyoncé che canta per i dipendenti, quando si raggiunge il primo miliardo di fatturato; c’è il momento gangster, quando si va a convincere il sindaco di Portland, Oregon, che non vuole Uber in città, ma le trattative vanno male, il sindaco sparge per la città ispettori pronti a multare gli eventuali Uber in circolazione, ma “non sa con chi ha a che fare”, perché Uber ha un software in grado di riconoscere i “nemici” (po – liziotti, ispettori, autorità locali) e gli annulla le chiamate; c’è il momento dell’il – luminazione, quando tutto ancora deve avere inizio e il cofondatore non riesce a trovare uno di quei fetidi taxi gialli che lo riaccompagni a casa la sera, a San Francisco, e si mette in testa l’idea di una app con cui prenotare una macchina che ti venga a prendere e che paghi direttamente dal telefono, senza tirare fuori i soldi, dopo aver visto al cinema 007-Casino Royale in cui Daniel Craig ha un antiquato telefonino su cui però sfarfalla un gps che visualizza la posizione della sua propria macchina. Finalmente è uscito il romanzo di Uber, si chiama “Superpumped”, appena pubblicato negli Stati Uniti, opera del giornalista tecnologico del New York Times Mike Isaac. Il librone arriva dopo l’abbastanza fallimentare collocamento in Borsa di Uber, fondata dieci anni fa a San Francisco, nata come servizio alternativo di prenotazione di limousine (“uberCab”, qualcosa come suprema categoria taxistica), e oggi principale mezzo di trasporto nelle metropoli evolute. Arriva nel momento di massima paranoia per ciò che la Silicon Valley rappresenta e in una fase pure di bilanci: in Borsa Uber appunto va male, si aspettano i collocamenti di Airbnb e di Wework (coworking) per capire lo stato di salute di queste celebrate imprese e in generale del settore tecnologico. Ma intanto il morale e lo sguardo è cambiato: solo cinque anni fa Mark Zuckerberg percorreva il paese in lungo e in largo lasciando balenare ipotesi di una possibile candidatura alla Casa Bianca: oggi tra furti di dati e carotaggi di privacy lo vanno a prendere coi forconi se mette il naso fuori di casa. La narrativa sulla Valle cambia repentinamente anche grazie a tutta una letteratura sempre più cospicua: Shoshana Zuboff, la professoressa di Harvard che ha pubblicato “The Age of Surveillance Capitalism”, teorizza e depreca il capitalismo di sorveglianza, quel sistema per cui noi cerchiamo meglio grazie a Google e a tutte le altre diavolerie, e in cambio le diavolerie cercano noi. E’ ispirata da Tim Wu, giurista della Columbia, che col suo libro “The Attention Merchants” ha teorizzato la trasformazione dei nostri dati personali in commodity. E poi c’è Roger McNamee, già finanziatore del giovane Zuckerberg, autore di “Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe Facebook”, in cui dice tutto il male possibile dell’azienda californiana, e per estensione sulla Silicon Valley: “La cultura della Valle sta cambiando, passando dal libertarianismo hippy di Steve Jobs a un’altra cosa: costruire monopoli, fare disruption e dominare”, scrive McNamee. “Non gliene frega più niente delle regole”. Adesso il libro su Uber: simbolo perfetto del male, che qualche tempo fa sembrava bene: ha violato più regole di tutti, di sicuro ha coventrizzato il settore più regolamentato del mondo (i taxi), creando nuovi stili di vita imprescindibili – a San Francisco i taxi ormai sono scomparsi, e i tram sono fitting room per senzatetto. Al centro c’è lui, il fondatore protagonista, Travis Kalanick, quarantatreenne burino fin dal nome, accusato di tutto, colpevole probabilmente di niente se non di essere appunto un burino che a un certo punto perde un po’ la brocca (ma chi non, con una società che passa da zero a 76 miliardi di dollari di valore – mentre qui ci si preoccupa per i vincitori del superenalotto rustico da duecento milioni). Per lui la vita vuol dire essere sempre “superpumped”, cioè carichi. Animato da bestiale spirito di rivalsa, mentre l’azienda cresce a dismisura gode a torturare gli investitori, cui fa sborsare cifre assurde per aver l’ono – re di entrare nella sua compagnia (a un certo punto Google Ventures, il braccio finanziario di Google, vuole investire in Uber. Lui li fa attendere, poi gli fa tirar fuori 250 milioni di dollari, e come segno di resa pretende anche una colazione col mitologico fondatore di Google Larry Page. Kalanick si prepara per andare al meeting, chiama un Uber, ma a un certo punto arriva un’auto senza guidatore. Google gli ha mandato un prototipo di auto senza conducente a prenderlo: per fargli capire un po’ chi comanda. E lui lì va fuori di testa). Uber – che forse dovrebbe cambiare ragione sociale in ubris – non ha peraltro mai fatto niente per sembrare ciò che non è: ha incarnato gli spiriti animali della Valle – giovani startuppari brufolosi scappati di casa che da un giorno all’altro si ritrovano pil da media potenza; e magari avranno maltrattato le femmine e di sicuro non saranno stati inclusivi: ma la startup non è un pranzo di gala. Finché a un certo punto tutto è andato in vacca: l’anno horribilis – da cui ancora non si è ripresa – è il 2017, quando succede qualunque cosa: il movimento #deleteuber che porta in pochi mesi 500.000 clienti a disinstallare la app (perché quando Trump appena eletto lancia il suo primo “ban” contro gli immigrati, i tassisti d’America vanno in sciopero, Uber invece non si sa se apposta o per goffaggine alza le tariffe e viene accusata di sciacallaggio); la dipendente ingegnera Susan Fowler che accusa l’azienda di maschilismo, e di coprire casi di molestie, si dimette, e fa nascere il #metoo (che, alcuni ricorderanno, nasce prima a Uber, e poi a Hollywood). Le mail vanziniane di Kalanick ai dipendenti per un raduno aziendale a Miami; il video di Kalanick stesso che a Los Angeles imbruttisce a un autista (anche a ragione, forse), che gli dice che a causa sua (di Kalanick) ha perso centomila dollari, perché l’azienda ha rivisto le tariffe (Kalanick sta tornando da una festa, è con delle tipe, e invece di mandarlo a quel paese gli dice solo qualcosa come “fatti una vita”, e “smet – tila di scaricare sugli altri le tue responsabilità”, ma è chiaro che ormai la compagnia è sotto schiaffo). Solo dopo arriverà un board infarcito di donne, Arianna Huffington come garante-badante con la stampa e con le femmine, professionisti della comunicazione come David Plouffe, ex stratega di Obama, e un amministratore delegato che sostituisce Kalanick, ma sarà troppo tardi. E’ infatti soprattutto un disastro di comunicazione, Uber, prima ancora che di modello di business. Certo nonostante sia stata valutata fantastilioni accumula perdite sempre più bestiali, 5 miliardi nell’ultimo trimestre, e ora ci si chiede se proprio questo modello – l’idea di pagare qualcuno che con la sua macchina ti scorrazzi da una parte all’altra della città – sia vagamente sostenibile, a meno di cambiare due pezzi dell’equazione, o pagare meno gli autisti, o alzare i prezzi per i clienti. In entrambi i casi si andrebbe fuori mercato; certo ci si è messa di mezzo pure la tecnica, l’unica certezza rimasta in Silicon Valley, per cui si credeva che l’arrivo rapido dell’auto senza conducente avrebbe finalmente risolto il problema. Ma – a parte i prototipi –ci si è accorti che non se ne parlerà realisticamente prima di una ventina d’anni. Il fatto è che la maggior parte delle aziende della Silicon Valley hanno i conti in rosso; però devono avere una bella storia alle spalle e tutti si è disposti a crederci; “è la storia che fa i numeri, non il contrario”, scrive Isaac. Il problema di Uber è che ha solo storiacce: nel libro c’è il racconto di una cena organizzata a New York per ingraziarsi la stampa, e uno dei top manager non trova di meglio che parlare tutta la sera di una giornalista nemica, e si vanta che si potrebbe indagare sulle sue attività sessuali per screditarla (il resoconto della cena finisce poi naturalmente tutto sui giornali). Così adesso, mentre il mondo reale si prende un po’ la rivincita contro la bolla siliconvallica, Uber è il capro espiatorio perfetto. Negli ultimi mesi ha licenziato 400 dipendenti, un terzo. E però chissà se finirà davvero, il romanzo di Uber – magari comprata da Google, l’incubo ricorrente di Kalanick – oppu – re da un concorrente come Lyft, altra aziendona sanfranciscana di identici servizi , che Uber ha copiato, ma che con astuta mossa padronale ha donato gran soldi alle associazioni anti-Trump, dunque eccitando le masse riflessive e approfittando della goffa politica uberista, si è posizionata come concorrente “di sinistra” anche se tra i suoi azionisti ci sono efferati trumpiani tra cui Carl Icahn, leggendario speculatore e candidato da Trump al ministero del Tesoro. Ma se finirà, la storia di Uber, finirà anche una delle figure più notevoli emersa nella Silicon Valley. Dopo la fase esplorativa delle limousine, il vero potenziale di Uber è stato Uber X, cioè privati cittadini che ti scorrazzano sulla loro auto a prezzi molto bassi. E’ un mondo: ogni uberista non lo fa come primo lavoro, ma ti scorrazza per inseguire un suo progetto. C’è l’aspirante attore, l’importatore di acque minerali, l’ar – chitetto che conosce Brescia (vi aveva una morosa); guadagnano tutti bene, anche 4 mila dollari al mese, non sono proletarizzati, spesso sono “sans papiers” che possono fare solo questo lavoro. E‘ una grande occasione di reinserimento (i controlli sulle fedine penali sono formali). L’uberista vi racconta le loro storie, apologhi di integrazione e sogno americano, e non ce l’ha affatto con la compagnia, anzi. L’uberista semmai teme molto l’arri – vo dell’auto autonoma, e si capisce, perché l’uberista è amabile, vi dà la bottiglietta d’acqua e il cavetto del telefono, ma non ha la minima idea di dove si trova. Provate a chiedergli, che quartiere è questo, dov’è la stazione, siamo a North Beach o a Castro? Non lo sa. L’uberista infatti viene da fuori città, specialmente nel weekend, fa la giornata e poi torna a casa, nei suoi sobborghi. Non si cura della geografia perché tanto ha il gps. Le rare volte che il segnale salta, egli è perduto. L’uberista è insomma un mero giratore di volante e pigiatore di pedali, e conversatore affabile; è un fragile ultimo miglio tra il gps e la meccanica automobilistica. Dunque la sua sostituzione con un robot sarà innocua e veloce. L’uberista sfoga la sua frustrazione giudicandoti. “Tu quanto hai?” è stato il tormentone a un certo punto a San Francisco e non si riferiva a un’epide – mia di febbre. Da qualche giorno Uber aveva reso pubblici i nostri rating. Di noi utenti. Come impone l’etica e l’eti – chetta della sharing economy (che è soprattutto una rating economy), tutti valutano tutti. Finora l’unica piattaforma che prevedesse il rating reciproco era Airbnb. Adesso però arriva Uber che ci sbatte in faccia il nostro punteggio. Anche qui, gli autisti da sempre mettevano le stelle ai trasportati, ma noi non lo volevamo sapere. E’ uno choc. Noi, che si era sempre pensato d’essere clienti modello, apprendiamo di avere non cinque stelle ma 4,7. Subito il pensiero corre: chi sarà quell’infame uberista che mi ha messo 4 stelle o addirittura 3 abbassando la media? Sarà certamente a Los Angeles, quando l’indiano continuava a venire all’indirizzo sbagliato e noi lo si è trattato un po’ freddamente (quando ci ha pure detto “you are drunk!”, con accento tipo Apu dei Simpson, e non lo si era; o forse quando si è chiesto molto civilmente a un altro perché, avendoci avvistati, non ci venisse incontro sotto la pioggia? (l’uberista arriva all’indirizzo prefissato, pigia il pulsante delle 4 frecce e poi non si muove neanche in caso di catastrofe nucleare). Si cercano su Google i cahiers de doléances uberisti. Al primo posto nel non gradimento c’è lo sbattere di portiera. Poi, l’inzaccherare il tappetino con le scarpe infangate. E poi, il più ambiguo e inquietante: il cliente che non fa conversazione. “Trattalo come un amico. Staresti muto tutto il tempo se fosse un amico che guida?” scrive un sito di bon ton uberistico. Anche sedersi dietro è considerato classista. Loro non si considerano tassisti. Qui, dunque, atroci dubbi: certo, si è stati zitti, a volte. Certo, ci si siede dietro. Come riparare, adesso? Un basso punteggio nuoce su vari fronti: intanto, se avete un punteggio basso vi manderanno autisti con un punteggio basso (e se si scende sotto 4,5 non ve ne manderanno proprio più). C’è chi la prende con filosofia. “Alla fine suona un po’ fal – so, è vero, però sai, ho 4,6, devo rialzare il punteggio, dopo un po’ ti abitui, e in fondo siamo tutti più contenti a essere più gentili”, mi dice un amico californiano saggio quando una sera torniamo da una cena e lo vedo nervosissimo perché non troviamo l’ascensore e lui corre giù ed è disperato, e quando finalmente trova l’uberista si genuflette: “scusi tanto il ritardo, se non siamo scesi subito ma sa, cercavamo l’ascensore! Questi palazzi moderni! Mi dispiace veramente” (il non farsi trovare immediatamente al punto convenuto è un altro tema di abbassamento di punteggio). L’uberista ha un ghigno di soddisfazione nello specchietto o è solo un riflesso? Comunque, ormai, una vitaccia. Ci si guarda ossessivamente le scarpe, saranno mica infangate? Si chiude dolcissimamente la portiera (ma se troppo piano rimane aperta, conterà anche questo nel punteggio?). Intanto, leggende metropolitane: qualcuno sussurra l’impronunciabile: che vi sia una segreta legge del 5×5. Allungare un cinque dollari per assicurarsi le cinque stelle. E però, talvolta, stremati: aridatece il tassinaro becero e analogico, con cui possiamo, ricambiati, comportarci malissimo. O stare zitti senza essere giudicati. E lui a volte sa addirittura la strada, senza bisogno di gps.

Il nome non è sexy, ma è solo un acronimo: ID.3. E’ grande poco più di una Golf e vuole diventare la bandiera della lunga transizione. A trazione completamente elettrica, può percorrere fino a 330 chilometri, batterie permettendo e costerà circa 30 mila euro. Sarà “l’auto elettrica del popolo”. Ne è convinto Herbert Diess, il gran capo della Volkswagen orfana del presidente che l’ha portata ai vertici mondiali, Ferdinand Karl Piëch (è morto il 25 agosto) , nipote di Ferdinand Porsche, l’uomo che ideò la macchina del popolo per Adolf Hitler rubando, dicono le cronache, i progetti alla cecoslovacca Tatra subito dopo l’occupazione dei Sudeti nel 1938. Acqua passata, buona per macinare rimorsi e muovere le pale della storia. Oggi la Volkswagen è di fronte a una nuova tenzone e sta preparando le armi necessarie. Armi costose, costosissime. E’ uno dei problemi, certo non il più piccolo, che l’accomuna con i suoi concorrenti, a cominciare da quelli domestici: Daimler, casa madre della Mercedes e, più distante, BMW. Tutti loro sanno che i veri avversari non sono in Europa (nonostante i passi avanti nelle vetture elettriche di un gruppo come Renault) e nemmeno in America, ma nell’estremo oriente, in Giappone, in Corea del sud, ora anche in Cina. E chiedono al governo di Berlino di dare una mano. Come? Il salone dell’auto di Francoforte ha messo in vetrina la sfida ambientale per mostrare all’intera Germania quel che è chiamata a cambiare nel prossimo decennio. Perché, nonostante il battage di giornali e televisione, il tedesco medio non ne è ancora abbastanza consapevole. Basti vedere la reazione di fronte alla brusca frenata della produzione industriale e dell’economia che preannuncia una vera recessione. La colpa è dei dazi di Donald Trump, questa è la spiegazione più diffusa e tutto sommato consolante in Germania. Altrove (basti sentire quel che si dice in Italia) la colpa sarebbe della miope tirchieria di un paese che ha pensato ad accumulare denaro senza spenderlo, così ha pareggiato il bilancio dello stato federale, ha sostenuto le banche con iniezioni di denaro dei contribuenti perché la banca è sinonimo di stabilità, quindi di suprema virtù, ha riempito i silos finanziari di riserve ricavate dalla vendita del made in Germany, con un avanzo di bilancia corrente mostruoso, pari all’8 per cento del prodotto lordo, otto volte l’attivo della Cina, quattro volte quello dell’Italia. Tutto vero, tutto giusto, ma non basta, perché oggi è in ballo un cambio di paradigma, non solo un rallentamento della congiuntura, per quanto possa essere pericoloso perché trascina con sé i due grandi paesi manifatturieri d’Europa intimamente legati alla Germania, cioè l’Italia e la Francia. Sono in molti a chiedersi dentro e fuori il colosso economico che non è mai diventato un gigante politico se il Modell Deutschland funziona ancora. E proprio il salone di Francoforte rispecchia nelle sue vetrine questo dubbio di fondo. Emmanuel Macron è convinto che “il modello tedesco ha fatto il suo tempo”, una critica che ha sollevato reazioni irritate. Sul Financial Times Marcel Fratzscher, professore di Macroeconomia e finanza alla HumboldtUniversität di Berlino, ha polemizzato apertamente con il presidente francese. Pur ammettendo l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni e da un’indu – stria ciclica come quella dell’auto, l’economista difende soprattutto la tenuta del Mittelstand, quel tessuto di medie imprese che è il vero punto di forza dell’economia tedesca: flessibili, adattabili, per lo più gestite da famiglie, specializzate, sono dei veri campioni ciascuno nel proprio settore. Sembra di sentire Fulvio Coltorti e la sua difesa di quello che chiama Quarto capitalismo italiano. Il vero problema, secondo Fratzscher, è “la pericolosa illusione delle classi dirigenti che non è la Germania a dover cambiare, ma sono gli altri paesi europei a dover seguire il virtuoso sentiero tedesco”. A suo avviso, il basso livello di investimenti pubblici ha contribuito alla anemica produttività soprattutto nei servizi. Anche questo ha spinto le aziende con grandi capacità di esportazione a espandersi all’estero. Non solo. La bassa produttività e l’in – debolimento del consenso sociale hanno alimentato l’enorme espansione dei bassi salari. In sostanza, “non è il modello tedesco, ma la riluttanza delle élite politiche a fare le riforme, quelle domestiche e quelle europee, il rischio maggiore che ha di fronte l’Unione europea”. L’ascesa della estrema destra trova il suo brodo di coltura in questo miope atteggiamento. Se guardiamo più in dettaglio a quali sfide oggi deve affrontare la Germania e quali riforme deve fare, allora appare chiaro che non basta aver fiducia nella tenuta del Mittelstand, così come in Italia non è sufficiente sottolineare (e magari sfruttare elettoralmente) la forza della piccola e media impresa. Se il nord-est italiano e le partite Iva hanno impedito il collasso, è anche vero che non sono in grado di gestire il passaggio alla nuova fase del cambiamento tecnologico che chiama in causa scelte di grande portata e di lungo periodo. E questo vale anche Oltralpe. Il sottosegretario alle Finanze Jörg Kukies, ex capo della Goldman Sachs in Germania e ora responsabile degli affari europei, intervenuto al forum Ambrosetti di Cernobbio, ha messo in evidenza proprio tre componenti strutturali di questa crisi: “L’industria dell’auto ha di fronte una transizione tecnologica; il paese sta abbandonando il nucleare nel 2022 e il carbone nel 2038, nel frattempo l’industria bancaria è in profonda trasformazione. Sono settori da un milione di posti di lavoro”. Das Auto (per citare un’infelice e nazionalistica pubblicità della Volkswagen), il pilastro del successo tedesco grazie anche a tutto quel che si porta dietro – la filiera della componentistica, che ha in Italia la retrovia fondamentale (si pensi a un’azienda come la Brembo diventata leader nei sistemi frenanti); l’energia, con quel che significa (è stato il ministro delle Finanze Olaf Scholz nel suo intervento a Francoforte a dire che occorrono milioni di colonnine elettriche per alimentare la nuova generazione di auto senza idrocarburi); infine le banche, il ventre molle dell’intero sistema. Cominciamo dall’automobile. Qui si sta abbattendo una tempesta perfetta, ha scritto Markus Fasse che copre auto e aeronautica per il quotidiano economico Handelsblatt. Le tariffe americane, il rallentamento cinese, la Brexit sono i tre fulmini che si abbattono sull’industria leader proprio mentre ha bisogno di ingenti capitali per gestire la propria ristrutturazione. L’industria sta venendo fuori a fatica dal Dieselgate come è chiamato lo scandalo sulla violazione truffaldina delle norme antinquinamento scoppiato nel 2015 che ha coinvolto innanzitutto la Volkswagen. E’ costato miliardi di euro (per lo più per pagare i danni) ma sembrava una sorta di singulto passeggero. Volkswagen, Daimler, BMW, tutti hanno preferito chiudere gli occhi di fronte al mutamento di percezione, di sensibilità collettiva, di stato d’animo che stava attraversando l’opinione pubblica e in definitiva la stessa clientela. Un vero salto in chiave ambientalista ha influenzato anche la politica, a cominciare dall’autorità municipali. Limiti alla circolazione, città diesel-free e quant’al – tro hanno cominciato a influenzare le vendite finché nel 2018 è arrivato l’amaro risveglio. Trump, la Brexit, la Cina dalla cui domanda, ammette Diess, dipende il destino della Volkswagen: tutto ciò sarebbe meno grave se al fondo non ci fosse l’attaccamento quasi fanatico dell’industria tedesca al motore a gasolio di Rudolf Diesel che fu nel secolo scorso la sua innovazione più pervasiva. Aumenta così il ritardo nell’in – trodurre l’ibrido e l’elettrico, scrive Fasse. Tanto più che un anno fa la Cina ha introdotto delle quote sui produttori di auto, imponendo loro di vendere una percentuale di vetture ibride o elettriche. E la Germania si trova, improvvisamente, di fronte a una realtà che non avrebbe mai immaginato: un ritardo tecnologico proprio nell’in – dustria che ha fatto la sua fortuna. I principali costruttori debbono stanziare almeno 100 miliardi di euro, 30 la sola Volkswagen, per le vetture elettriche. Ciò ha un effetto a cascata non solo sulle finanze aziendali, ma sullo stesso mercato dei capitali e sull’inte – ra filiera. Quando una grande impresa non è in grado di fornire adeguatamente il suo mercato ha una scorciatoia: comprare chi lo può fare. Così, circola con insistenza la voce di un accordo tra Volkswagen e Tesla, la creatura del visionario Elon Musk che non ha mai fatto un profitto, ma è almeno tre anni avanti a tutti i suoi concorrenti e capitalizza 44 miliardi di dollari alla Borsa di Wall Street, più della metà rispetto al gruppo tedesco, il cui valore ammonta a 79 miliardi di euro. La riconversione dell’auto è strettamente intrecciata con l’altra grande transizione, quella energetica. Intervenendo quest’anno al Forum di Davos, Angela Merkel non ha nascosto la realtà: “Siamo di fronte a una questione molto complessa, poiché le uniche fonti di energia in grado di assicurare un rifornimento costante sono carbone e lignite”, ha dichiarato. Le rinnovabili coprono il 35 per cento della produzione energetica, la lignite il 22,5 e il carbone il 12,8 per cento, il nucleare solo l’11,7 per cento. La produzione di anidride carbonica si è ridotta, ma senza un ulteriore ridimensionamento di carbone e lignite non ci possono essere passi avanti significativi. Quanto a vento, sole e acqua, non sono in grado di rimpiazzare nel breve termine le fonti più inquinanti. L’uni – ca alternativa è il gas, ha ammesso la Cancelliera, che vuole realizzare il Nord Stream, il gasdotto di proprietà di Gazprom. Il che aumenterebbe la dipendenza da Mosca entrando in contrasto con la stessa priorità strategica tedesca, che punta esattamente all’op – posto, e aumentando le tensioni con gli Stati Uniti. L’Ifo, l’istituto economico di Monaco in Baviera, ha criticato la relazione ottimistica della commissione tedesca del carbone e ha dichiarato che, secondo i suoi calcoli, l’ab – bandono del carbone sarà in parte compensato dall’aumento dell’impor – tazione di energia nucleare e fossile dalla Repubblica ceca e dalla Polonia. In ogni caso sono costi in più che gravano sul bilancio pubblico quanto meno fino alla fine del prossimo decennio. Il 2022, anno dell’abbandono del nucleare, è vicino, e alternative concrete non si vedono, la Germania esporterà la sua anidride carbonica ed importerà energia elettrica prodotta con la fissione dell’atomo nei paesi vicini. Come succede del resto, e da tempo, all’Italia. Chi fornirà il capitale necessario alle imprese dell’auto e a quelle energetiche per sostenere il loro viaggio verso l’elettrico e le fonti pulite? Una volta l’industria tedesca era stretta in un abbraccio morganatico con le banche e le assicurazioni. L’intreccio è stato in parte sciolto dai cambiamenti varati dal governo socialdemocratico guidato da Gerhard Schröder tra il 2002 e il 2005, mentre in parallelo veniva introdotta la flessibilità sul mercato del lavoro con il cosiddetto piano Hartz (dal nome dell’ex amministratore delegato della Volkswagen Peter Hartz che presiedette la commissione per la riforma). Le banche sono state spinte a cercare sul mercato internazionale nuove occasioni di guadagno, tanto che la Deutsche Bank, storico supporto del Modell Deutschland, si è trasformata via via in una banca d’affari riempendo il suo bilancio di strumenti finanziari ad alto rischio come i contratti derivati di ogni genere. Ora sta cercando di far pulizia e vuole tornare all’antico mestiere, ma non sarà facile e comunque costerà pesanti tagli all’occupazione. Le banche tedesche hanno finanziato il boom edilizio in tutto il mondo, dalla Florida alla Grecia, spesso con strumenti altamente speculativi. La crisi del 2007-2008 le ha colte in flagrante scuotendo alle radici il loro modello di business. Lo stato è intervenuto in modo massiccio: 227 miliardi di euro pari al 7,2 per cento del pil, secondo la Bce. Il debito pubblico è aumentato più che negli altri paesi della zona euro, ciò ha spinto il governo negli anni successivi a tirare i cordoni della Borsa per raggiungere il pareggio del bilancio e riportare il debito attorno al 60 per cento del pil. Come tutti i salvataggi puramente finanziari, la spesa pubblica ha tenuto in vita le aziende, ma non le ha risanate né rilanciate. La seconda banca del paese, la Commerzbank, è ancora controllata dallo stato e adesso viene travolta da uno scandalo che mette in luce la fragilità della sua governance. Si tratta di una enorme frode fiscale chiamata Cum Ex. Secondo l’accusa, numerose banche e diversi grandi azionisti avrebbero ricevuto svariati miliardi dalle tesorerie europee ottenendo rimborsi (non dovuti) per il pagamento delle tasse sui dividendi. Ora la procura di Colonia ha acceso i riflettori e ha ordinato perquisizioni a tappeto negli uffici della Commerzbank. Secondo il ministero delle Finanze ci sono 499 casi sospetti per un totale di 5,5 miliardi di euro. Sotto inchiesta è anche la Deutsche Bank. La maxifrode sarebbe stata orchestrata da un avvocato tedesco, Hanno Berger. Altro che azzardo morale, altro che bail-in, altro che titoli di stato, nei bilanci s’annida un bel marciume. Troppi i sepolcri imbiancati, a cominciare da quelli che apparivano i più sontuosi. Oggi esce fuori la polvere che per molto tempo è stata messa sotto il tappeto. La Germania ha riformato il mercato del lavoro, ora va riformato il capitale, quello industriale e quello finanziario. Per far questo deve accettare le proprie responsabilità. Scrive Philip Stephens sul Financial Times: siamo in una situazione da comma 22, chi ha spazio per l’espan – sione fiscale la rifiuta, chi non ha margini la vuole. Torniamo così al grande dilemma. I paesi ad alto debito devono prendere le misure, anche impopolari, necessarie per ridurlo, ma in compenso gli altri come la Germania non possono rinviare la loro modernizzazione strutturale con un sostegno fiscale a una politica di investimenti che rilanci la crescita. Hic Rhodus, hic salta, scriveva un tedesco due secoli fa.