L’ America è spaccata a metà su (quasi) tutto, ma su Donald Trump, il personaggio che divide più di chiunque altro, è diffusa una sensazione comune: il suo effetto (per alcuni devastante, per altri virtuoso) sulla politica Usa è, ormai, irreversibile. Il linguaggio brutale, la tendenza a distorcere la realtà o, addirittura, a negare l’evidenza dei fatti (ultimi episodi la difesa a oltranza delle mappe meteorologiche dell’uragano «truccato» e le dimissioni di John Bolton trasformate via tweet in brutale licenziamento), ma anche i rapporti conflittuali con gli alleati, l’America First e la tentazione isolazionista, sono ormai penetrati sotto la pelle del Paese. Sono cellule staminali che potranno evolvere in modo diverso a seconda di chi governerà in futuro, ma faranno comunque sentire la loro influenza. Anche perché Trump, diverso in tutto dai suoi predecessori, anche se verrà sconfitto alle elezioni 2020, non uscirà di scena in silenzio come hanno fatto Obama o i Bush: è pur sempre un maestro della comunicazione «bombastica» e ha 62 milioni di follower su Twitter. Ma, davanti alla determinazione con la quale continua a dire cose che fanno infuriare perfino i conservatori moderati, anche ora che una raffica di sondaggi elettorali allarmanti dice al presidente che deve recuperare consensi al centro, è forse venuto il tempo di rivedere certe analisi. Chi fin qui si è concentrato sul temperamento del presidente — narcisista, permaloso, irascibile — comincia a chiedersi se nei suoi atteggiamenti estremi non ci sia, oltre a questo, anche altro. Se, cioè, Trump non sia diventato prigioniero della sua base elettorale. L’ha alimentata per anni col suo linguaggio tuonante, ha giurato intransigenza su molti temi (come la libertà totale di armarsi). Ora capisce che sarebbe tempo di cambiare rotta, anche per ampliare la base di consensi, ma teme di perdere pezzi del suo zoccolo duro: gente che non voterà mai per un democratico ma, davanti a un Trump visto come «rammollito», potrebbe scegliere di restare a casa il giorno delle elezioni. Il presidente sa che, se non conquista nuovi consensi, può perdere la Casa Bianca. Ma sa anche che la sconfitta sarà sicura se verrà mollato anche solo da una frangia di fedelissimi negli Stati chiave che nel 2016 gli hanno fatto vincere la sfida con Hillary Clinton pur prendendo tre milioni di voti meno di lei.

D i t utt e l e questioni che il nuovo governo dovrà affrontare, il rapport o c o n i l Cremlino di Vladimir Putin è fra quelle che meritano priorità. Libero dalle ambiguità e dai silenzi della Lega e di Salvini a proposito di Moscopoli, i presunti finanziamenti illeciti avuti da Mosca sui quali attendiamo che la Procura di Milano faccia luce, l’esecutivo appena insediato deve riprendere con celerità e chiarezza di prospettive il dialogo strategico con la Russia. «A Mosca, a Mosca», gridavano le Tre Sorelle di Cechov. E «a Mosca a Mosca» da qualche tempo sembra essere diventata la parola d’ordine di molti protagonisti della scena internazionale, da Netanyahu a Erdogan, da Modi ai leader del mondo arabo-musulmano a, non ultimo, Emmanuel Macron. Il presidente francese non solo ha accolto in luglio Vladimir Putin a Brégançon alla vigilia del G7 di Biarritz, ma lo ha invitato di nuovo per il prossimo Forum sulla pace in novembre e soprattutto gli ha promesso che sarà sulla Piazza Rossa nel maggio prossimo per le celebrazioni del 75mo anniversario della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. La Francia poi è stata fra i più convinti sostenitori del ritorno della Russia nel Consiglio d’Europa. Putin non è rimasto insensibile, come dimostra lo scambio di prigionieri tra MoscaeKiev, che ha aperto la strada a un nuovo tentativo di rilanciare il processo di pace in Ucraina, con un vertice nel formato Normandia tra Macron, il leader russo, la cancelliera Merkel e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si terrà a fine mese a Parigi. La recente visita a Mosca dei due ministri francesi della Difesa e degli Esteri ha formalizzato il nuovo corso. Cosa c’è dietro tanto attivismo? Perché il capo dell’Eliseo, che pure non è mai stato cedevole verso Putin, tenendo sempre il punto sulle violazioni dei diritti umani e della legge internazionale, cerca di ricondurre Mosca nell’equazione diplomatica europea? Perché dopo aver preso parte attiva al suo isolamento, Macron cerca ora di ristabilire il dialogo strategico con il Cremlino? Cosa spinge il leader francese a riconoscere la verità elementare, ma fin qui negata dai fautori dello scontro, che «i russi hanno vissuto come una forma di aggressione l’espansione a Est della Nato e la strategia dell’Ue» verso l’Ucraina e altri Paesi dello spazio ex sovietico? È il quadro geopolitico in piena mutazione a motivare la démarche macronista. Putin è in affanno. Il nazionalismo interventista che ne ha consolidato il potere, dall’Ucraina alla Siria, si è scontrato con le debolezze strutturali dell’economia russa. Lo scontento interno aumenta, le elezioni comunali sono state uno schiaffo per il partito del presidente. Lo Zar ha bisogno di aiuto e sempre di più lo cerca nel l’abbraccio subalterno con Pechino. Un’alleanza che l’Europa deve assolutamente cercare di arginare, offrendo a Mosca sponde economiche e strategiche. Secondo, nel mondo della conflittualità tra Stati Uniti e Cina, due sistemi politici tra loro incompatibili, si delinea una nuova Guerra fredda. Ma come osserva l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, «questa volta lo scontro è su quale dei due sistemi sarà in grado di superare l’altro in termini di innovazione tecnologica e progresso materiale». Nel nuovo quadro bipolare, che cercherà anche forme di intesa, l’Europa rischia di rimanere schiacciata. L’unica chance è un’alternativa multipolare dove il dialogo strategico con Mosca è fondamentale. Infine, il «decoupling» tra le due sponde dell’Atlantico, con la fine della garanzia americana e il crollo del sistema di controllo degli armamenti nucleari. La futura architettura della sicurezza, cui Washington vuole associare Pechino, non può vedere l’Europa passiva. Come dice Angela Merkel, essa «deve riprendere in mano il proprio destino». Macron vuole farlo anche riattivando il canale con la Russia, che nonostante tutto rimane potenza europea. Senza peccare di ingenuità o cedere alle velleità egemoniche di Putin, «a Mosca, a Mosca» non è quindi solo una suggestione. Macron ci crede e ci prova. Ma l’Italia, che in fondo più di ogni altro Paese europeo ha sempre tenuto aperto il dialogo con il Cremlino, non può lasciare che sia solo l’audace presidente francese a pilotare il nuovo, indispensabile reset con la Russia.

«Ho detto che sarò gandhiano e lo sarò fino in fondo. Certo, le guance sono solo due. Ma sono sicuro che si troverà una mediazione». Non è facile immaginare Francesco Boccia nei panni del Mahatma, soprattutto nel clima di coltelli che si è creato negli ultimi mesi sulla riforma delle autonomie. Ma il neo ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ha da sempre un feeling coniCinque Stelle e confida in un percorso «pacifico». Ministro, che clima c’è con i 5 Stelle? Non dev’essere facile, visto che sono volati insulti fino a pochi giorni fa. «Al primo Consiglio dei ministri ho visto un buon clima. Certo, c’è ancora un po’ di prudenza, comprensibile visto quello che è successo. Anche io, dentro il mio mondo, mi sono preso qualche insulto, visto che teorizzo questa convergenza dal 2013. Credo che chi dentro il Pd diceva “mai con i 5 Stelle”, e chi dentro il Movimento insultava i miei colleghi, dovrebbe fare un po’ di mea culpa, a voce bassa. Anche se ora è il momento di costruire il futuro». I5Stelle hanno appena detto che l’alleanza alle regionali con il Pd «non è all’ordine del giorno». «Non so se si tratta di una vera chiusura. Io credo che l’apertura della discussione fatta da Franceschini, e poi diventata centrale nel discorso di Zingaretti, sia stata molto coraggiosa. Del resto teorizzo da sempre l’ineluttabilità di un’alleanza sociale tra Pd e 5 Stelle. Serve un grande fronte alternativo ai sovranisti. Non dobbiamo limitarci alla contingenza, abbiamo il dovere di prenderci delle responsabilità e guardareaun orizzonte di valori condivisi». La riforma delle autonomie si è arenata. Ha intenzione di procedere? «Se l’autonomia è davvero l’attuazione della sussidiarie tà, intesa come modello sociale di riferimento, non solo terremo per mano il Paese ma lo uniremo. Se è intesa come una guerra di alcuni contro altri, è ovvio che non andrà da nessuna parte». Come intende andare avanti, quindi? «L’autonomia è scritta nella Costituzione e va applicata come è scritta. La prima cosa da fare è capire quali sono i livelli essenziali delle prestazioni e solo dopo definire un percorso. Ho intenzione di andare di corsa. L’autonomia si deve fare ma deve tenere unito il Paese». Qualcuno dice che questo governo è contro il Nord. «No, non si può pensare di governare contro il Nord. Ma non si può neanche pensare di fare a meno del Sud. Serve un’amministrazione pubblica che premi i virtuosi e sanzioni gli inefficienti». Il Nord teme il fondo di perequazione: risparmiamo e dobbiamo pagare per gli altri, dicono. «I punti di partenza devono essere garantiti a tutti. La perequazione ci dev’essere. Naturalmente poi decideremo insieme come farla. Ma io vorrei che l’autonomia diventasse un nuovo patto sociale per una lotta senza quartiere alle diseguaglianze, al Nord come al Sud». Il Nord teme di perderci. «Ci guadagniamo tutti se riusciamoaridurre le diseguaglianze. Servono investimenti da garantire alle aree in difficoltà, che non sono solo al Sud. Anche se è vero, per esempio, che regioni come Sicilia e Sardegna non hanno quasi neanche le ferrovie, altro che Alta Velocità». Attilio Fontana, governatore lombardo, chiede autonomia soprattutto per la scuola. «Ho rispetto per il presidente Fontana. Se si tratta di decidere dell’organizzazione, è giusto che ci sia autonomia. Se mi si chiedono 20 concorsi regionali diversi, no». VenetoeLombardia chiedono il trasferimento di 23 funzioni. «Non si può pensare di vincere su tutto. Il tema non è tanto il numero delle funzioni trasferite, ma il come. Così come chiedo a tutti di non impormi le loro idee, così non voglio imporre le mie. Abbiamo il dovere di ascoltarci. E di non farci condizionare da chi non ha interesse a una riforma ma vuole usare il tema come un manganello per fini strumentali».

È una strategia che si muove su un binario doppio quella che il presidente Giuseppe Conte ha concordato coniministri in materia di immigrazione. Si tratta con la Commissione europea per un’intesa ampia, ma bisogna riallacciare rapporti bilaterali con quegli Stati che hanno mostrato disponibilità a collaborare dopo l’uscita di scena di Matteo Salvini. Perché, ha ribadito ieri il premier nel vertice convocatoapalazzo Chigi, «è fuorviante ridurre il dibattito alla disputa sui porti aperti o chiusi, l’approccio deve essere più ampio e riguardare l’azione verso l’Europa, ma anche quella rispetto ai Paesi d’origine degli stranieri». L’obiettivo rimane quello di convincere «la Commissione Ue a negoziare direttamente le intese sui rimpatri» garantendo progetti di sviluppo e finanziamenti, come il premier ha ribadito due giorni fa nel colloquio con la presidente Ursula von der Leyen. Nessuno si illude che i tempi potranno essere rapidi, ma i primi segnali sono giunti tanto che ieri sera — dopo la disponibilità di Germania, Francia e Irlanda ad accogliereiprofughi — sièdeciso di assegnare un porto di sbarco alla Ocean Viking, con 82 persone a bordo. E la proroga della missione Sophia — che invece Salvini aveva chiesto di annullare — decisa a Bruxelles, viene letta come un ulteriore passo verso la collaborazione. I bilaterali Mercoledì prossimo la titolare del Viminale Luciana Lamorgese vedrà a Berlino il collega Horst Seehofer che ha reso noto di aver avuto con lei «un colloquio telefonico amichevole e costruttivo» prima di volareaMalta per l’incontro con gli altri ministri dell’Interno previsto per il 23. Proprio il 18 arriverà a Roma il presidente francese Emmanuel Macron per un incontro con il capo dello Stato Sergio Mattarella e una cena con Conte. Luigi Di Maio, dopo le tensioni dei mesi scorsi con il governo francese per il dichiarato appoggio ai gilet gialli, ha già ricevuto una lettera da Parigi con la quale il ministro degli Esteri JeanYves Le Drian sollecita una ripresa del dialogo. Sono i «rapporti diretti» che dovranno essere coltivati proprio per ottenere la garanzia di cooperazione, soprattutto nelle situazioni di emergenza. Un aiuto apparso determinante ieri per sbloccare la situazione della Ocean Viking e dare seguito alle sollecitazioni del Pd e di una parte del M5S, sulla necessità di concedere subito l’autorizzazione allo sbarco. E anche per questo si cercherà di ampliare la «rosa» di Paesi con i quali dialogare stabilmente alla ricerca di un coordinamento che risulti il più possibile costante. Fino a formare un vero e proprio gruppo di «volenterosi» disponibili a mettere da parte egoismi e protagonismi. La «cabina di regia» Durante la prima missione a Bruxelles Conte ha insistito sull’esigenza dell’Italia — ma anche di Malta — di poter contare sulla «distribuzione preventiva» in modo da evitare che i migranti rimangano in mare per giorni in attesa di conoscere la destinazione finale. E ieri, durante la riunione coniministri di Interno, Difesa, Esteri e Infrastrutture convocata per individuare i prossimi passi, ha ribadito più volte come la strada da seguire sia quella di muoversi «con l’Europa e non contro l’Europa». Rendendo così evidente che in questo governo «giallorosso», la «cabina di regia» in materia di immigrazione è a Palazzo Chigi, ma soprattutto che la voce e soprattutto la linea dell’esecutivo è unica.

Jakob von Weizsäcker è una vecchia conoscenza di Roberto Gualtieri: per anni i due hanno militato insieme nel gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Da qualche giorno il secondo è ministro dell’Economia in Italia e da pochi mesi il primo è capo-economista al ministero delle Finanze tedesco. I due potrebbero trovare il tempo di salutarsi già oggi stesso a Helsinki, all’incontro «informale» dei responsabili europei di politica economica. È uno scherzo del destino che sta mettendo l’uno e l’altro al centro nel confronto nell’area euro proprio adesso. Le loro posizioni sono speculari e l’una rischia di finire per influenzare l’altra. Von We izsäcker, c om e n ot a Bloomberg, a Berlino sta conducendo la sua campagna per una sorta di rivoluzione silenziosa. Sostiene che con tutto il debito tedesco su rendimenti negativi — c’è chi è pronto a pagare, a termine, pur di dare un prestito ventennale a Berlino — comprimere il deficit per investimenti non abbia senso. Ora che probabilmente è già in recessione, pensa von Weizsäcker, la Germania dovrebbe cambiare rotta e accettare un approccio espansivo. Idee del genere saranno discusse domani e sabato a Helsinki dai ministri finanziari dell’euro, anche se il punto non compare in agenda. Proprio ieri Mario Draghi, dopo aver presieduto uno dei suoi ultimi vertici della Banca centrale europea, ha acceso un riflettore sul problema: «Visti i rischi e l’indebolirsi delle prospettive, i governi con margini di bilancio dovrebbero agire per tempo e con efficacia», recita la dichiarazione della Bce. Per la prima volta l’invito diventa formale e pressante. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz a Helsinki può aspettarsi azioni di lobby nello stesso senso da Francia, Spagna e forse dalla stessa Italia. È qui, però, che la questione tedesca in Europa incrocia la missione di Gualtieri a Helsinki. Il neo-ministro dell’Economia arriva infatti all’Ecofin informale di oggi con un obiettivo preciso: sondare i colleghi europei e la Commissione Ue, cercare di capire fin dove — e in contropartita di quali riforme in Italia — può spingersi il deficit nel 2020. Da quel dato deriva l’intera struttura del bilancio, che il governo deve indicare fra due settimane e definire entro un mese. Il tempo stringe e per ora non è facile far tornare i conti: se si blocca l’aumento dell’Iva già deciso per legge, il disavanzo è destinato a aumentare dal 2% del Pil quest’anno, al 3% o poco più il prossimo; se a ciò si aggiunge anche il taglio già promesso alle tasse sui lavoratori dipendenti, quel deficit può essere del 3,4% del Pil. A quel punto servirebbe una correzione drastica — circa 17 miliardi di tagli o nuove entrate — per riportare il rosso di bilancio a un livello accettabile anche a Bruxelles: un deficit del 2,4% al massimo. Il dilemma di Gualtieri è nella natura apparentemente intrattabile di queste grandezze. Il ministroaHelsinki ne parlerà con ministri e commissari europei che conosce da anni, per valutareipropri margini di manovra. Non ci sarà Pierre Moscovici, commissario uscente agli Affari monetari che dal primo novembre lascia la mano a Paolo Gentiloni. Sarà invece nella capitale finlandese Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione con cui Gentiloni lavorerà fianco a fianco. Il lettone ha un’antica preferenza per politiche di bilancio meno permissive, mentre Moscovici e Gentiloni sono più malleabili. Fino ad oggi l’arbitraggio nei ripetuti negoziati sull’Italia spettava a Jean-Claude Juncker e il presidente uscente della Commissione si è sempre schierato con Moscovici. Resta da capire se anche la cristiano-democratica tedesca che gli succede, Ursula von der Leyen, preferirà lasciare Dombrovskis in minoranza. È qui del resto che il casoGermania si incrocia con la missione di Gualtieri a Helsinki. Se non nasceranno tensioni sui conti dell’Italia, chi a Berlino vuole fare deficit per investimenti avrà la vita più facile nel convincere governo e Parlamento. È ciò che oggi vuole tutta l’Europa. Invece il sospetto che a Roma si approfitti della recessione tedesca per far saltare le regole di bilancio europee, può creare in Germania l’effetto opposto: arroccamento, anziché apertura. Gualtieri lo sa. Sa che ha disperatamente bisogno di concessioni, ma non può permettersi di innescare strappi e tensioni in Europa proprio ora. Avanzare lungo una corda senza rete sembra più facile.

Sylvain Broyer, capoeconomista di S&P Global Ratings per l’Europa, siede in un ufficio nel centro di Milano senza targa sulla porta. La più grande agenzia di rating del mondo è costretta a dissimulare la sua sede italiana per evitare atti di vandalismo. Eppure l’umore di Broyer, che partecipa da anni al Consiglio-ombra della Banca centrale europea, è tutt’altro che cupo. «La Bce ha dato tutto per prevenire una delusione sui mercati — dice —. E probabilmente non abbiamo ancora visto la fine della riduzione dei tassi, dato che le previsioni della stessa banca centrale sono state tagliate». Facciamo un passo indietro: lei pensa che il cambio di governo cambi la prospettiva per la tenuta dei conti in Italia? «È un po’ presto per dirlo, se si considera che l’aspettativa di vita media dei governi italiani nel dopoguerra è piuttosto breve. Ma il fattore positivoèil restringimento degli spread e la riduzione dei rendimenti, che migliorano le condizioni finanziarie per l’economia italiana». La crescita in Italia è quasi zero, ma paradossalmente nell’ultimo anno ha rallentato meno che in Germania. Come se lo spiega? «Nel quadro metterei anche la Francia e la Spagna, che vanno meglio. La Spagna sta ancora recuperando terreno dalla crisi e la Francia sta beneficiando delle riforme strutturali introdotte per le aziende e degli stimoli fiscali. I due ritardatari nell’area euro sono Germania e Italia, più colpite per la loro dipendenza dal settore delle autoedalla relativa domanda cinese. Ma la Germania è certamente giunta alla fine del suo modello economico e non sta facendo molto per stimolare la domanda interna. La differenza con l’Italia però non è nella politica di bilancio, che in Italia è anche più restrittiva.Ènella maggiore dipendenza dalla Cina». Dunque la debolezza tedesca non è transitoria? «Le regole di bilancio che la Germania si è autoimposta stanno facendo molti danni perché pro-cicliche, cioè tali da accentuare la frenata. I tedeschi amano rispettare le regole, ma nell’economia ce n’è una immutabile: la regola aurea dell’accumulazione degli investimenti. Il loro stock deve aumentare al ritmo della crescita della popolazione combinata con quella delle tecnologie. La Germania da anni non la rispetta. Ha circa 250 miliardi di investimenti in meno del necessario, nel settore pubblico e privato». Assicurazioni e fondi pensione soffrono per i rendimenti negativi. La Bce dovrà praticare in un modo o in un altri lo «helicopter money», dovrà creare denaro da distribuire ai cittadini? «È importante specificare: in un modo o nell’altro. La Bce da sola non può far crescere la produttività, risolvere la Brexit o le guerre commerciali. La politica monetaria è in trappola, se lasciata da sola: il debito nell’area euro in media è all’87% del prodotto lordo e con questi ritmi di crescita, di inflazione e con gli attuali, limitati deficit di bilancio per farlo scendere al 60% serviranno 15 anni. Dubito sia socialmente accettabile e che sia sostenibile per la Bce stessa. Serve un mix diverso fra politica monetaria e politiche di bilancio». Cosa intende dire? «Quando l’economia rallenta, cento euro di spesa pubblica in investimenti possono produrre 120 euro di prodotto interno lordo (Pil). In questo caso il mix con la politica della Bce aiuta, perché i governi si finanziano a costi bassissimi. E una modesta espansione di bilancio per investimenti può portare a una crescita che fa scendere il debito in proporzione al Pil». Dunque la banca centrale e i governi dovranno coordinarsi? «In questo mondo di bassa crescita, bassa inflazione, alto debito e sistemi pensionistici in crisi, la Bce non può far altro che continuareaaiutare. In tutti i modi. Ma la politica della Bceele politiche di bilancio dei governi sono due gambe e per avanzare servono entrambe. La Germania ha risparmiato troppo e non ha investito abbastanza: ora ne vediamo le conseguenze».

Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che proibiscano di professarla liberamente, o che limitino la libertà di parola o di stampa, o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”. Il Primo Emendamento della Costituzione americana sancisce l’inviolabilità della libertà di parola; parola è la “materia” di cui sono fatti i social media. Questa intersezione, tra il pilastro su cui si fondano la società e la cultura americana e il nuovo prodotto dell’industria e della tecnologia americana, è stata cruciale per il formarsi dei social media e per le decisioni su come regolamentarli; consente anche di capire il diverso sviluppo che essi hanno avuto in Usa e nell’Unione europea. Oggi i social media sono al centro di molteplici accuse: di favorire una parte politica rispetto a un’altra, di essere strumento di interferenze straniere nelle elezioni, di non eliminare messaggi che diffondono odio e falsità, di intrappolare i loro utenti in bolle cognitive. Donde le richieste che un intervento governativo ne regolamenti i contenuti. John Samples, in un paper per il Cato Institute (“Why the Government Should Not Regulate Content Moderation of Social media, Policy Analysis”, Cato Institute, 9 aprile 2019, nr. 865) approfondisce le implicazioni giuridiche del testo costituzionale, e ne deriva una conclusione che suona eretica nel nostro discorso politico: che è preferibile il controllo privato della parola, e che i tentativi di un controllo pubblico normalmente falliscono; per cui è bene che a controllare i contenuti siano soggetti privati e non funzionari pubblici. Presupposti contro la regolamentazione pubblica dei social media Il problema se i social media debbano considerarsi bacheche o editori si pose fin dal loro apparire; fu il Primo Emendamento della Costituzione a determinare la scelta di considerarli piattaforme e non editori, scelta che si rivelò decisiva per il successo loro e di Internet in generale, Gli utenti dei social non sono consumatori passivi dell’informazione, ma la creano, la commentano, la condividono, la discutono, a volte la modificano: così hanno il senso di partecipare a un ambiente sociale. Usano i social per comunicare, e possono farlo perché dànno in cambio i dati personali; se il governo ponesse delle restrizioni a questo scambio, lo porrebbe anche al diritto degli utenti di comunicare. Anche la regolamentazione economica può violare il diritto alla libertà di parola. Come gli editori anche i gestori delle piattaforme hanno il diritto di scegliere che cosa pubblicare, che cosa rimuovere e in che ordine disporlo, e queste loro scelte sono anch’esse protette dal Primo Emendamento. A differenza dagli editori, il controllo da parte dei social media è ex post, e anche questa è una forma di espressione. Se Facebook rimuove dei contenuti, rende manifesta una concezione della sua comunità online, la prevalenza di certi valori su altri. La Section 230C(1) del Communications and Decency Act del 1996 prevede che nessun fornitore o utente di servizi interattivi debba essere trattato come l’editore di un’infor – mazione fornita da un altro content provider: il Congresso ha voluto così favorire lo sviluppo della libertà di parola su Internet, incoraggiare fornitori e utenti dei servizi a tenere essi stessi Internet esente da contenuti osceni o offensivi e ad aiutare i genitori a limitarne l’accesso ai minori. Lo stesso Decency Act esenta gli intermediari dall’ob – bligo di controllare ogni singolo post online, cosa che renderebbe impossibile l’interatti – vità in tempo reale che gli utenti esigono dai social media. In sostanza: il Congresso ha manifestato la propria preferenza per un controllo privato della comunicazione su Internet. Il Primo Emendamento protegge la libertà di parola dall’azione dello Stato: ma i social media, essendo di proprietà privata, non devono sottostare alle limitazioni che ha il governo, possono sopprimere dalle loro private piattaforme contenuti che il governo non potrebbe censurare. Argomenti a favore della regolamentazione pubblica dei social media Fin dal 1934 il Congresso impose ai mezzi di telecomunicazione di operare “nel pubblico interesse” inteso come massimizzazione del numero e della soddisfazione degli utenti, chiedendo di trasmettere contenuti che altrimenti non avrebbero mandato in onda. L’argomento del pubblico interesse, tante volte ripetuto per la tv, si basa su due assunti: primo, che l’azione del governo sia necessaria per garantire valori condivisi che si presume la proprietà privata sia inadeguata a raggiungere; secondo, che questo non comporti costi significativi per altri importanti valori. Sono gli stessi argomenti che vengono avanzati oggi a proposito dei social media. Conosciamo i risultati: l’azio – ne del governo difficilmente raggiunge il suo obbiettivo, e quando lo fa è a un prezzo inaccettabile per altri diritti e valori. L’argomento anti monopolista Quelli che sostengono che i Big Tech sono dei monopoli, ne deducono che essi discriminano i punti di vista, escludendone alcuni a vantaggio di altri. Ma la tesi che i Big Tech godano di un monopolio naturale si basa su una vecchia teoria degli effetti di rete, per cui il vincitore prende tutto. Invece le aziende di Internet hanno piattaforme a più versanti, con effetti di rete indiretti su diversi tipi di utenti. Attrarre i clienti “giu – sti” è molto più difficile che semplicemente aggiungerne di più. Il processo può anche andare in senso opposto: molte tra le aziende che ci hanno provato sono o scomparse o finite ai margini. Le piattaforme online di giornali e le televisioni sono tuttora la fonte principale di informazione, chi è escluso dalle piattaforme principali viene ospitato da altre minori, che nascono proprio per corrispondere a utenti che chiedono differenti standard di controllo. Quando YouTube prese a nascondere video che contenevano armi da fuoco, alcuni appassionati diedero vita a Full30, uno spazio dove condividere video senza pubblicità contrarie. E poi: se i Big dominassero li loro mercato, l’intervento del governo farebbe meglio o peggio? Abbiamo l’esempio delle telecomunicazioni: negli anni 20 il governo dichiarò federale lo spettro radio, e pose la FCC a regolarne l’uso. Quando arrivò la televisione, “pianificò” il servizio, riducendo il numero delle stazioni concorrenti: così il prezzo delle licenze aumentò per i newcomer, mentre gli incumbent continuarono a non pagare. La regolamentazione del governo invece che produrre più concorrenza nel mercato delle idee, protegge dalla concorrenza sia i proprietari dei social media sia i funzionari governativi Democrazia e deliberazione Ci sono più associazioni di gente che la pensa allo stesso modo che club di discussione: quella che ora viene chiamata bolla conoscitiva, esiste da tempo. Facilitando lo scambio di opinioni su tutto, Internet favorisce il formarsi di gruppi di persone che hanno idee in comune. Un passo avanti per la democrazia, un passo indietro per chi propugna la democrazia deliberativa: questa necessita che i cittadini siano esposti a insiemi diversi di idee ed opinioni; se le bolle filtrano punti di vista opposti, non funziona più, si produce una polarizzazione. In realtà non c’è nulla negli algoritmi che la induca, e ricerche empiriche, ad esempio sulle elezioni del 2016, hanno mostrato che la polarizzazione è stata maggiore nei gruppi demografici che meno usavano Internet per avere notizie politiche. Uno studio del 2017 su cittadini francesi, tedeschi, inglesi rivela che tra gli utenti dei social media il dissenso dai contenuti che vedono sulle piattaforme prevale sul consenso. C’è chi vede nel Primo Emendamento la possibilità per il governo di regolare la libertà di parola per ottenere un più ricco dibattito pubblico. Ma obbligare la gente a interagire con punti di vista che non gradiscono o aborrono non è proprio quello che intendiamo come libertà individuale e di parola. Questioni di sicurezza nazionale I governi proteggono la patria dai suoi nemici, salvaguardano i cittadini, il loro modo di vivere, le istituzioni, la prosperità economica. Il terrorismo è violenza pubblica al fine di promuovere un’ideologia politica sociale o religiosa. La parola non è violenza, ma se incita a un’azione violenta, non è protetta dal Primo Emendamento. La Corte suprema distingue tra l’insegnamento della moralità, fino alla necessità morale di ricorrere alla forza e la violenza, e la preparazione di un gruppo r un’azione violenta: il governo non sarebbe autorizzato a censurare discorsi violenti che vogliono persuadere invece che dirigere. E’ stata proposta (da Eric Posner dell’Università di Chicago) una legge per cui sarebbe un delitto visitare siti web che supportano il reclutamento dell’Isis; ma il caso dei 300 americani attirati da Twitter ad affiliarsi al gruppo, non dimostra che qualche azione delittuosa sia stata compiuta da qualche suo membro; e se lo facessero in futuro, non ci sarebbe prova di un rapporto causale con le parole che hanno ascoltato. Le Corti hanno sempre rifiutato di considerare le piattaforme dei social media responsabili degli atti terroristici: perché in tal caso la responsabilità di Twitter si estenderebbe a tutti servizi usati dai terroristi, mezzi di trasporto, ristoranti, rete cellulari. La presenza di social media offre possibilità di raccogliere informazioni: come è accaduto, anche in modo preventivo. E’ opinione comune che proteggere la sicurezza nazionale significhi anche impedire che potenze straniere influenzino le elezioni. Robert Mueller III ha accusato 13 russi di essere intervenuti nell’elezione del 2016 comperando pubblicità avente per oggetto temi trattati durante le elezioni, diritti civili, immigrazione. Ma per la Costituzione americana sono i cittadini, in questo caso gli utenti di internet, che devono farsi censori di contenuti pericolosi. Nel 1965 la Corte suprema abolì una legge che obbligava chi voleva ricevere pubblicazioni comuniste a registrarsi all’Ufficio Postale: anche se il Primo Emendamento non garantisce lo specifico accesso a una pubblicazione, la disseminazione delle idee non sarebbe possibile se i destinatari non fossero liberi di riceverli: “Sarebbe un ben arido mercato delle idee quello in cui ci fossero solo venditori ma nessun acquirente”. La Fec (Federal Election Commission) proibisce a cittadini stranieri di dare contributi economici in connessione con elezioni e per comunicazioni elettorali. Però dato che non si può proibire qualunque comunicazione russa sulle elezioni americane, la Fec proibisce solo certe attività strettamente collegate al processo elettorale. Uno straniero che spende soldi per promuovere o per ostacolare un candidato potrebbe minacciare l’integrità delle elezioni; non così uno straniero che discute le questioni di cui si dibatte durante le elezioni. Censurarli significa ritenere che i voti possano essere influenzati da una campagna straniera a detrimento della sicurezza nazionale: un assunto paternalistico e contrario a molte delle ragioni con cui la Corte suprema giustifica la libertà di parola. Se le comunicazioni straniere fossero una minaccia alla sicurezza nazionale, basterebbe proibirle tutte: ma esse offrono anche vantaggi ai cittadini americani. Governi stranieri non sempre rappresentano solo gli interessi dei loro cittadini: ad esempio una nazione esportatrice potrebbe voler fare propaganda contro il protezionismo americano, e questo potrebbe essere vantaggioso per i cittadini americani. In sostanza: la legge americana permette certi discorsi da parte di stranieri durante le elezioni, ma non permette a stranieri di spendere soldi per comperare pubblicità che favorisce o si oppone a un candidato. C’è poca evidenza che gli sforzi russi abbiano avuto qualche effetto durante le elezioni del 2016: si sa bene quanto è difficile far cambiare orientamento di voto anche con spese rilevanti: e l’investimento russo è stato una minuscola frazione del totale delle spese elettorali del 2016. Un’alternativa privata Facebook, la società che più è stata coinvolta nei tentativi di interferenza russa, si sta regolamentando da sola; Mark Zuckerberg considera quella di difendersi da interferenze elettorali come una delle questioni più importanti per la sua azienda. Gli account vengono identificati ed eliminati non per il loro contenuto, ma perchè violano lo standard della comunità di Facebook, che richiede che ogni utente sia identificabile. Zuckerberg ammette che ci sono falsi positivi e falsi negativi, ma ritiene di aver raggiunto uno standard di trasparenza superiore a quello che hanno mai avuto una televisione o un giornale. Facebook, molto più che il governo federale, può offrire una soluzione al pericolo della sicurezza nazionale, dato che il settore privato può fare cose che sono e devono essere interdette al settore pubblico: ad esempio la legge federale sulle elezioni non richiede che gli autori di messaggi siano identificati. Ma gli sforzi di Facebook sono veramente una decisione privata, e come tale esenti dal Primo Emendamento, oppure sono il risultato di una pressione politica? Alla luce delle preoccupazioni del Congresso per le attività russe nelle elezioni del 2016, e delle minacce da parte di alcuni membri di regolamentare Facebook, la questione rimane aperta. Prevenire i danni provocati dai contenuti I social media sono “parole” e poco altro. Per questo sono largamente immuni da regolamentazione governativa, a meno che questa sia strettamente definita per ottenere un prevalente interesse nazionale: come potrebbe essere il caso di prevenire i danni provocati da fake news e da hate speech. Entrambi hanno però un punto debole: la vaghezza nel definirlo. La Corte suprema ritiene che un termine sia vago e l’usarlo incostituzionale se persone di intelligenza normale devono indovinare il suo significato. La vaghezza infatti consentirebbe al governo sopprimere sia i contenuti proibiti che quelli consentiti. Che cosa è una fake news? Le definizioni proposte dal Digital Economy Working Paper (2018-02 JRCR Technical Reports pp-11) – discorsi che servono a un particolare progetto, o che mettono le persone a disagio, o che modificano l’orizzonte politico – con – tengono tutte termini che non passerebbero il controllo della legge costituzionale americana. Il termine sembra comprendere tre elementi, intenzionalità, falsità, danno pubblico: ma l’intenzionalità è anche una caratteristica dei discorsi permessi, e quindi la falsità è riferita ai contenuti, che generalmente i governi degli Stati Uniti non sanzionano, a meno che si tratti di oscenità, diffamazione, discorsi connessi a crimini, pedopornografia, frode, minacce alla verità, discorsi che presentano grave e imminente minaccia che il governo ha il potere di prevenire. La Corte riconosce il fondamento storico di tali eccezioni. Ma non ha mai approvato la regola che affermazioni false non siano protette dal Primo Emendamento: dare al governo il potere di limitare la parola per ragioni di verità, farebbe temere che possa essere repressa anche la parola consentita, e questo chiama in causa il fondamento della nostra libertà. Diverso è il caso della diffamazione: chi è diffamato ha diritto ad essere risarcito, ma bisogna che ci sia danno alla reputazione, la falsità da sola non basta. Si teme che le fake news possano creare confusione su questioni e fatti correnti. Ma oggi la gente prende le notizie online: il costo di distribuzione si è ridotto, il mercato si è ampliato, gli editori si sono separati dai distributori: i primi si preoccupano della reputazione e quindi della qualità delle notizie, i secondi sono piattaforme algoritmiche che mirano ad aumentare il traffico e i ricavi pubblicitari. Per la Commissione Europea questo potrebbe portare al fallimento del mercato delle notizie: se i consumatori hanno difficoltà a distinguere tra notizie di qualità e fake news, per evitare informazioni false consumano meno notizie, il mercato è costituito da un elettorato disinformato, con danno alla legittimazione democratica dei governi. Manca però supporto empirico a questi timori, e in ogni caso non c’è ragione di ritenere che regolamentando le fake news il governo serva l’interesse che dice essere a rischio. La legge dei diritti umani protegge allo stesso modo i diritti di espressione di chi dice che la terra è piatta e di chi la dice rotonda. Così fa Facebook. limitandosi a rendere più difficile cercare certe categorie di contenuti falsi, e a rimandare ad altri ritenuti più accurati. “Face – book, dice Tessa Lyons , direttore del prodotto, non vuole essere e non è l’arbitro della verità”: però ha delegato una rete di factchecker terzi, vuol lasciar crescere cento fiori, ma assume giardinieri per tagliare quelli falsi. Le nazioni europee sono più propense degli Stati Uniti a regolamentare i contenuti. Sarà la Commissione stessa a regolare direttamente il discorso online, oppure incoraggerà i singoli governi perché prendano misure severe per eliminali? In questi anni di discussione, si è parlato poco dei limiti dei governi sul discorso online, molto dei pericoli per la democrazia di permettere notizie false. Riassumendo: la tesi della legittimità di una regolamentazione pubblica anziché privata è debole. Non c’è definizione precisa delle fake news, regolamentarle sarebbe incostituzionale. Le Corti hanno stabilito che i discorsi falsi, di cui le fake news sono parte, godono della protezione del Primo Emendamento.- Lo hate speech può essere definito come parole offensive dirette a gruppi che sono stati vittimizzati in passato. Prendiamo la tesi, sostenuta ne The Bell Curve, che lo IQ medio degli afroamericani sia inferiore di una deviazione standard a quello medio della popolazione americana. E’ hate spee – ch? La Corte suprema si è rifiutata di tirare una riga tra discorsi permessi e proibiti, dichiarando invalide leggi che contengono i termini “spregiativo” “insultante” “abusi – vo” “oltraggioso”: così il governo americano non ha i poteri di proibire lo hate speech. Altri Paesi – Germania a Regno Unito – limita – no la libertà di parola in favore di altri valori, come la pari dignità. Gli Stati Uniti ne discutono da un secolo, ma garantiscono protezione alle più velenose forme di contenuti estremi. La Corte è particolarmente severa contro la “discriminazione del punto di vista”, col risultato, come scrive James Weinstein, di “una completa sospensione delle norme di civiltà nel discorso pubblico”. A differenza dal governo, i social media possono regolare i contenuti di utenti che sono ostili a qualche gruppo. Facebook lo fa in modo ampio, definisce hate speech ogni cosa che “attacca direttamente persone in base a caratteristiche protette – razza, etnia, origine nazionale, religione, orientamento sessuale, sesso, identità di genere, seria debolezza o malattia”. Nel Giugno 2017, Richard Allan, vicepresidente di Facebook per le politiche pubbliche, disse che nei due mesi precedenti l’azienda aveva cancellato ogni settimana 66.000 post considerati hate speech, Un numero modesto considerati gli oltre 2 miliardi di utenti attivi. Google ha una politica generale contro “l’in – citamento alla violenza” verso una lista di gruppi, YouTube e Twitter hanno politiche analoghe. Riassumendo: il Primo Emendamento non consente di censurare discorsi per evitare i danni che essi arrecano al discorso pubblico, a meno che si tratti di incitamento diretto alla violenza. I regolatori privati stanno facendo quello che il regolatore pubblico non può fare. La loro attività indebolisce la tesi che vorrebbe che gli Stati Uniti prendessero un atteggiamento più vicino a quello europeo nei riguardi delle fake news e dello hate speech. C’è da chiedersi se questi sforzi relativi allo hate speech (e alla soppressione privata di contenuti russi o di incitamento al terrorismo, o alle fake news) siano proprio una decisione privata o la conseguenza di un’azione da parte dello Stato. Se Facebook e le altre piattaforme avessero rimosso contenuti per evitare di essere regolamentati, saremmo in presenza di un’attività dello Stato o di un ibrido di scelta privata determinata da minacce o offerte pubbliche? Conclusioni I Big Tech stanno lottando strenuamente con i problemi evocati da quanti sostengono un’iniziativa pubblica. Sono aziende sofisticate, capaci di trattare questioni del genere. Certo, i loro sforzi devono essere verificati e controllati, ma al momento è ragionevole giudicarli positivamente, soprattutto a confronto dei pericoli insiti in una regolamentazione pubblica. I funzionari governativi possono cercare, in modo diretto o obliquo, di obbligare le aziende a eliminare certi discorsi: il risultato sarebbe che le vittime di questa censura pubblica-privata non saprebbero a chi fare ricorso. Inoltre le Big Tech, tra le aziende più innovative dell’America, sarebbero attratte in una palude di politiche polarizzanti. Per evitare di polarizzare la tecnologia, è vitale che i regolatori privati siano capaci di ignorare le minacce esplicite o implicite alla loro indipendenza da parte dei funzionari pubblici.

Adesso dicono di voler mandare via Marcello Foa, il presidente della Rai sovranista, leghista e anche un po’ cospirazionista (twittava, tra le tante altre cose bizzarre, anche “no – tizie” a proposito di cene sataniche a base di mestruo e sperma cui avrebbe preso parte Hillary Clinton). E insomma la nuova/vecchia maggioranza di governo vorrebbe occuparsi della Rai, metterci le mani dentro, rimescolare e ripulire un po’. Ma già si capisce che i grillodemocratici, Di Maio e Zingaretti, Renzi e Fico, Taverna e Franceschini, vogliono cambiare un’azienda che intanto, all’improvviso, con flessuosità serpigna, assume le loro stesse fattezze, cioè diventa grillodemocratica, più di Giuseppe Conte e di Danilo Toninelli, una specie di mostro che comincia ad assomigliare sempre più al nuovo potere, una “Cosa”, proprio come nel film di John Carpenter. E poi a quel punto il nuovo governo che fa? Abbatte la sua immagine riflessa? Un bel guaio. Ieri mattina, a Saxa Rubra, lì dove si registrano i programmi e vanno in onda i telegiornali, si è diffusa, tra i corridoi e dentro le mille tane che vi si affacciano, la notizia che la direttrice di Rai1, Teresa De Santis, fino a ieri supersalviniana e dunque secondo alcuni periclitante, ha assunto un nuovo autore a “Unomatti – na”: si tratta di una bravissima giornalista di sinistra che viene dal Manifesto. Non è una prova, ma un indizio. Ci si può forse scorgere il principio di un principio. E d’altra parte, De Santis è dalla sinistra che viene, ed è alla sinistra che a quanto pare adesso forse ritorna. Salviniana, sì. Ma pure dalemiana. Come tutti, all’incirca.

La Rai che si prepara a subire la rimozione (per la verità complicatissima) di Marcello Foa è come la sabbia che si infila dovunque, è come l’argilla che assume tutte le forme amate: è materia proteiforme. “La Rai è corruttibile nell’anima ma non nello stile”, ama dire spesso Carlo Freccero. E dai piani alti, anzi altissimi di Viale Mazzini, già s’odo – no infatti voci flautate e liturgiche, parole di melassa: quasi il canto furbissimo d’un mondo incapace di contrizioni e sfide. “Somos todos contianos, grillinos y piddinos”, dicono adesso, lì dove da sempre ci si adegua alle spire contraddittorie della vita politica con un soffio di svolazzante classicità, cioè fra i direttori di rete e di testata, tutt’intorno alle stanze del sempre più solo Fabrizio Salini, l’amministratore delegato che potrebbe sopravvivere o forse no al cambio di governo. Dice allora Michele Anzaldi del Pd, deputato reattivo e sempre vigile anzi vigilissimo (sta in Vigilanza): “L’elezione di Foa non fu valida. Due schede erano segnate. Adesso bisogna riaprire quel file, i Cinque stelle non possono più dire di no. Bisogna dare alla Rai un vero presidente di garanzia. Una figura di altissimo profilo”. Ma chissà. Niente può agitare gli eterni sogni trasformistici dell’inten – denza, del mandarinato Rai, di quegli uomini sempre presenti e reattivi a tutte le manifestazioni dello spirito politico: pieni di buona volontà, saltellano dalla nave di Berlusconi all’autobus di Prodi, dai baffi di D’Alema ai tweet di Renzi, dalle sabbie del Papeete di Salvini al fazzoletto a quattro punte di Conte, come tordi sulle siepi. “La Rai è politica nelle sue fibre più profonde. E’ gover – nativa, perché il potere politico è il suo azionista”, dice allora Giovanni Minoli, che l’azienda l’ha abitata per tutta la vita. “Quando sento espressioni come ‘fuori la politica dalla Rai’, un po’ sorrido. Provo la stessa sensazione che avvertirei sentendo una frase del tipo: ‘Fuori i Ferrero dalla Ferrero’. E’ semplice – mente impossibile”. Non si può guarire da se stessi. La politica in Rai va al pascolo, da sempre. Tant’è vero che nessuno, nemmeno adesso, storce la bocca dinanzi ai politici che sgomitano e s’impicciano, che biascicano parole dal suono minaccioso e contemporaneamente vano. Anzi. Questa è una vecchia e cara musica, figuriamoci! Così persino Anzaldi, che pure è quello più agguerrito di tutti, dentro e fuori dal Parlamento, alla fine si abbandona a un tono di mestizia. “Se mi chiedete come andrà a finire”, dice soffiando come gli attori a teatro, “se mi costringete a scommettere, allora ve lo dico”. Dica. “Si riciclano tutti. Non cambia un piffero. Avete presente il Tg2?”. Sì, certo. “Ogni volta che alla mattina critico i loro servizi salviniani, ecco che il direttore alla sera invita uno del mio partito”. E certo il trasformismo Rai fa quasi sorridere rispetto al magma fluido del Parlamento, al presidente del Consiglio che a Palazzo Chigi passa la campanella dalla sua mano destra alla sua mano sinistra. E forse s’intuisce allora quanto la Rai sia ancora e per sempre un universo di senso e controsenso che rispecchia l’Italia così com’è, dal Gattopardo a Fantozzi. Salvatore Merlo

Il lavoro cresce e la disoccupazione cala”. Sembrerebbe esserci una verità lapalissiana dietro ai dati sull’occupa – zione nel secondo trimestre 2019 diffusi ieri dall’Istat. E per la propaganda del M5s è ovviamente così. Il tasso di disoccupazione scende al 9,9 per cento (meno 0,4 rispetto ai tre mesi precedenti), il numero di persone occupate cresce di 130 mila unità. In altri tempi Luigi Di Maio si sarebbe affacciato al balcone di Palazzo Chigi. Nell’èra delle parole miti i grillini si affidano a Twitter per celebrare il lavoro di Di Maio che, avvertono, “ora continuerà con il nuovo ministro del Lavoro Nunzia Catalfo”. La speranza è che al ministero abbiano letto il report diffuso dall’Istituto di statistica per intero: andando più in profondità si scopre, per esempio, che il tasso di occupazione cresce quasi esclusivamente tra gli over 50 mentre cala nella fascia tra i 20-24 anni del 2,8 per cento e ancora cala dello 0,3 per cento nella fascia 25-34. Significa che la popolazione più giovane ha meno possibilità di impiego di quella più anziana, non soltanto un effetto della demografia declinante. Rispetto allo stesso trimestre del 2018, i lavoratori a tempo pieno sono diminuiti di 5 mila unità e la crescita, su base annua, è sostenuta esclusivamente da occupati part-time (più 83 mila). Il grande successo di Di Maio e dei gialloverdi sembra quindi essere quello di avere lasciato che la condizione lavorativa dei giovani peggiorasse, tra disoccupazione e impieghi a mezzo servizio. Contemporaneamente ai dati sul lavoro, la Ragioneria dello stato ha pubblicato il Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario. E parlando di quota 100 scrive: “Il complesso delle misure producono nel periodo 2019-2036, ulteriori maggiori oneri pari in media a 0,2 punti di pil l’anno”. Il picco della spesa pensionistica sarà nel 2022 quanto toccherà il 15,9 per cento in rapporto al pil. In un anno il governo gialloverde ha messo un’ipoteca sul futuro delle nuove generazioni che, se riusciranno, i rossogialli dovranno cancellare.

Roma. “In Umbria già tre mesi fa, subito dopo le Europee e ancora in presenza del governo gialloverde, di cui vedevamo le fibrillazioni ma senza immaginarci il destino e l’esito, abbiamo rinunciato a proporre una candidatura di partito per la presidenza della Regione”. Walter Verini, commissario del Pd in Umbria, apre le porte al M5s in vista delle elezioni del 27 ottobre. “Il Pd ha bisogno di aprirsi alla società come dell’ossigeno”. E’ anche una questione di numeri, dice Verini. “Dopo le elezioni europee, quindi non con i sondaggi, tutto il centrosinistra classico in Umbria raggiungeva a malapena il 30 per cento. Il Pd al 25 per centro, mentre gli altri due raggruppamenti ascrivibili alla sinistra e al centrosinistra al 4 per cento”. Da qui nasce la candidatura di Andrea Fora, “che ha un profilo civico-sociale”, sottolinea Verini. Presidente di Confcooperative, ovvero le cooperative bianche, che in Umbria hanno 30 mila addetti. “Un mondo che in questi anni è stato protagonista della vittoria di Andrea Romizi a Perugia”, dice Verini. “Ecco, questo mondo sociale, radicato, non vuole che l’Umbria venga attraversata dall’odio, dalle divisioni, non vuole che venga incattivita, che ne venga snaturato il dna. Salvini ha detto ‘ci prenderemo l’Umbria’, che è l’equivalente del dire ‘date – mi pieni poteri’. No, l’Umbria è degli umbri. Di errori ne abbiamo compiuti tanti come centrosinistra, ma adesso abbiamo capito la lezione. Sentiamo la responsabilità di non dare l’Umbria a chi la farebbe precipitare in una prospettiva sbagliata e pericolosa”. Per questo, dice Verini, l’Umbria è particolarmente importante. “Salvini dice ‘pren – diamoci l’Umbria e facciamo dell’Umbria il primo test contro il nuovo governo’. Quindi non c’è solo un interesse umbro ma anche nazionale”. Ma il dialogo con i Cinque stelle è possibile? “Se il mondo è stato creato in sette giorni, un serio accordo sulle cose da fare in Umbria si può fare in tempi ragionevolmente brevi”, dice. In più “il dialogo è facilitato dal fatto che non è diretto tra Cinque stelle e un candidato del Pd ma tra Cinque stelle e un candidato civico sociale appoggiato dal Pd ma che non è emanazione del Pd”. Di Maio dice che il tempo è poco, “ma se c’è la volontà le strade si trovano, e non con la vecchia politica. Fora ha già chiesto pubblicamente un incontro ai Cinque stelle. Dalla sua ha una carta da giocarsi: può dire ‘buon – giorno, mi chiamo Andrea Fora, questo è il mio percorso e non sono del Pd, anzi non sono di nessun partito’”. E i punti in comune? “La riconversione verde dell’economia, la mobilità alternativa, le sperimentazioni per ridurre le emissioni, la ricostruzione dopo il terremoto, la lotta alla povertà, il lavoro”. C’è poi un tema di legalità e trasparenza che il Pd mette al centro, anche per le vicende che sono accadute”. Insomma, come a livello nazionale anche in Umbria (ma non solo, entro pochi mesi si vota anche in Calabria, Emilia Romagna e Toscana, dove la Lega è ugualmente competitiva), “bisogna fermare Salvini, che introduce elementi di antagonismo spinto e di odio che questa regione non ha bisogno e sono estranei al nostro dna. Qui c’è coesione sociale forte, non c’è razzismo, c’è convivenza e integrazione, non c’è odio semmai c’è combattimento politico. Quanto a noi del Pd, abbiamo capito la lezione”. A Nicola Zingaretti l’idea non dispiace, ma i Cinque stelle per il momento sono contrari. Dalla Puglia, invece, dice di sì Michele Emiliano a un accordo anche per le elezioni regionali: “Da molti anni avevamo compreso qui in Puglia, perché evidentemente la posizione geografica ci aiuta, che il destino del fronte progressista italiano era quello di ricostruirsi attraverso un’alleanza tra i centrosinistra e il movimento 5 stelle. Mi auguro che questo processo metta da parte gli spigoli di carattere e che costruisca un’armoniosa visione del futuro”. David Allegranti