La risposta di Gedi è duplice: nelle prime righe del comunicato con i dati dei nove mesi del gruppo, ma anche in una lettera, dai toni molto duri, inviata ai dipendenti. Sono puntini sulle “i” di un certo peso quelli che il cda di Gedi e il suo presidente Marco De Benedetti hanno voluto mettere nella vicenda scatenata dall’offerta di Carlo De Benedetti che domenica 13 ottobre ha palesato un tentativo di “riprendersi” il gruppo – che edita, fra gli altri, La Repubblica, l’Espresso, la Stampa, Il Secolo XIX, 13 quotidiani locali e un polo radio – dal quale si era allontanato a favore dei figli anni fa. Una vicenda che affonda anche nel profondo di questioni affettive, personali, come spiega lo stesso Marco De Benedetti nella lettera ai dipendenti commentando l’intervista del padre Carlo al Corriere della Sera la scorsa settimana, «che contiene un attacco a mio fratello Rodolfo (presidente della holding Cir, ndr.) e a me, un tema per noi doloroso, che si colloca sul piano personale». Non tanto quelli però, quanto piuttosto «i giudizi sul gruppo e sulla sua situazione» definiti «infondati e gravi», sono alla base della risposta che il figlio Marco manda al padre, ma passando per una lettera interna. «Non siamo un gruppo sconquassato, non siamo un gruppo da risanare, non siamo una barca senza timoniere», si legge nella missiva ai dipendenti che termina con una frase tranchant rispetto all’idea di passare la mano: «Continueremo con impegno, io, mio fratello Rodolfo, e Monica Mondardini (ad della controllante Cir, ndr.) a svolgere il nostro ruolo di azionisti della società in modo da garantirle il miglior futuro». Che un domani si possa vendere o meno non è oggetto della discussione. Il tema è invece la proposta del padre Carlo, che del resto è stata rispedita al mittente già dopo qualche ora dalla Cir che ha il 45% dei diritti di voto di Gedi, di cui i De Benedetti possiedono «il 30%, mentre il restante 70% è di altri azionisti che ci hanno affidato la gestione e di cui dobbiamo tutelare interessi». Il niet è stato ieri spiegato facendo leva su varie considerazioni, come il lavoro fatto finora da Gedi, scrive Marco De Benedetti, con risposte a «sfide enormi, con sacrifici, ma senza traumi» fra cui l’aver «preservato testate e mezzi», l’aver «mantenuto l’unità del gruppo» e il non aver fatto ricorso a «formule o architetture suggestive (la fondazione ad esempio) che non risolvono di per sé i problemi». La lunga lettera è preceduta dal comunicato sui conti da parte del cda che ha indicato una Gedi con «una solida leadership nella stampa quotidiana, nel digitale e nelle radio, e adotta misure idonee ad affrontare il futuro, l’investimento e lo sviluppo e creare valore sostenibile». Sul fronte dei numeri al 30 settembre la società vede i ricavi in calo (-6%) a 441,5 milioni a causa della flessione di vendite (-4,8%) e pubblicità (-7%). Il risultato netto è in rosso, con una perdita di 18,3 milioni dovuta alla cessione di Persidera e agli oneri di ristrutturazione. Negli ultimi tre mesi dell’anno Gedi non vede «evoluzioni di mercato diverse da quelle dei primi nove mesi» ma prevede, al netto delle componenti straordinarie, un risultato positivo per il 2019. Nei primi nove mesi, al netto proprio di Persidera e oneri straordinari il risultato netto consolidato sarebbe positivo per 2,2 milioni . In Borsa il titolo ha chiuso in calo del 6,1% a 0,293 euro.

Cinquanta milioni. Che dovrebbero arrivare a inizio 2020. È una bella sorpresa quella che attende Vodafone Italia e che discende da una sentenza del Consiglio di Stato riguardante il “servizio universale” per gli anni 1999-2003. La sentenza, che accoglie il ricorso della compagnia guidata in Italia da Aldo Bisio, impone al Fondo per il servizio universale istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico, di restituire quanto versato a Telecom per il servizio universale in quegli anni, oltre agli interessi. Il conto, a quanto risulta al Sole 24 Ore, dovrebbe essere appunto attorno ai 50 milioni. Nella fattispecie la sentenza stabilisce che deve essere nominato un commissario ad acta nella persona del direttore generale per i servizi di comunicazione elettronica presso il Mise per dare attuazione. Il tema è quello del servizio universale nel fisso, che Tim è obbligato a fornire anche quando, nelle aree disagiate, questo dovesse comportare una perdita. Per coprire questi gap era stato stabilito un principio di compensazione cui Agcom ha dato seguito con delibere, contestate tutte da Vodafone. Il principio chiave era quello della sostituibilità fisso-mobile. La stabilita mancanza di sostituibilità fino al 2007 ha fatto pendere il piatto della bilancia dalla parte di Vodafone. Che ora, con la sentenza del Cds volta all’ottemperanza, si trova una dote, frutto di anni di ricorsi.

“Stiamo tentando in ogni modo, e forse riusciamo. Con i 5 stelle ci dobbiamo alleare anche in Emilia”, dice il ministro del Pd, poco prima di aggiungere: “Se scrivi che l’ho detto io ti querelo”. E certo manca ancora parecchio alle elezioni di gennaio in Emilia Romagna, molto prima, il 27 ottobre, si voterà in Umbria, primo esperimento di alleanza tra il Pd e il M5s, embrione del nuovo centrosinistra, quello che i non simpatizzanti già chiamano “P.u.p.”, cioè “partito unico populista”. Andasse male in Umbria – ipotesi che i sondaggi contemplano – le cose forse si complicherebbero un po’. Ma Dario Franceschini e Nicola Zingaretti, per blindare l’ Emilia, hanno già offerto ai Cinque stelle la presidenza della Calabria.

E allora lo schema che la segreteria del Pd sta disegnando per l’Emilia-Romagna, molto più che per l’Umbria, offre uno squarcio di futuro (nazionale) possibile. Una lista del presidente, Stefano Bonaccini, di orientamento centrista, composta da imprenditori, professionisti, sindaci non del Pd, movimenti civici compreso il partito di Federico Pizzarotti, nella quale già stanno confluendo anche candidati vicini a Matteo Renzi (che dunque non presenterà il suo simbolo). Poi la lista del Pd, ovviamente, ma anche una lista di sinistra cui lavora Elly Schlein, ex eurodeputata del Pd passata con Pippo Civati, i Verdi, e quasi certamente – secondo lo schema che si sta delineando a Roma – il M5s. Ecco così composto il nuovo centrosinistra: il P.u.p. che illumina lo sguardo di Dario Franceschini. Ma ovviamente ci sono dei problemi. In Emilia i Cinque stelle sono nati in opposizione viscerale alla sinistra democratica e molti deputati e consiglieri regionali della vecchia guardia sono dunque contrari (eufemismo) all’alleanza con il partito che continuano a considerare “il nemico”. Tuttavia, qualche giorno fa, dopo l’intervista al Corriere con la quale la deputata grillina Maria Edera Spadoni sbatteva la porta in faccia al Pd chiedendo al presidente uscente Bonaccini di non ricandidarsi, diversi altri parlamentari e consiglieri regionali hanno fortemente censurato la collega. La chat “emiliana” del M5s è infatti esplosa quel giorno, e da lì, dalle schermate di Whatsapp, è venuto fuori un atteggiamento al contrario molto più possibilista espresso per esempio dal capogruppo grillino in regione, Andrea Bertani. A livello locale però le trattative sono complicate, come lamenta in privato Bonaccini, dall’assen – za di interlocutori titolati nel M5s: da quando Max Bugani si è dimesso da coordinatore regionale in polemica con Luigi Di Maio, l’inca – rico è vacante (anche perché, a quanto pare, Bugani fa ostruzione). Eppure qualcosa si muove. Domenica a Bologna si sono parlati, a margine di un incontro pubblico, la senatrice grillina Michela Montevecchi e il deputato del Pd Andrea De Maria: “Se l’accordo tra noi si radicherà nelle regioni si rafforzerà anche l’alleanza di governo”. Ma è soprattutto a Roma, nelle stanze del governo forse persino di più che in quelle della segreteria, che si tesse la trama di questo patto locale dalle evidenti ricadute nazionali. Dice infatti sempre il nostro importante e anonimo ministro: “I Cinque stelle non possono permettersi di perdere in Emilia. Esclusi alcuni analfabeti funzionali, tutti capiscono perfettamente che una sconfitta alle regionali darebbe forza a Salvini”, gli permetterebbe di insistere, e a questo punto con una certa aderenza ai fatti, nel sostenere che il governo rossogiallo è frutto soltanto di una manovra di Palazzo chiaramente invisa ai cittadini. “Il governo Conte rischierebbe così di fare la fine del governo D’Alema II”, ricorda il nostro anonimo ministro, riferendosi alla crisi che si aprì dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2000”. E insomma nel Pd c’è una certa fiducia sulla possibilità di plasmare in Emilia-Romagna questo nuovo centrosinistra. Una fiducia che si fa forte della debolezza dei 5 stelle crollati in Emilia al 10 per cento (l’ultima volta erano al 30). Anche se l’atteggiamento di Zingaretti (e di Franceschini) nei confronti del M5s è tutt’altro che muscolare. Anzi. Nel loro ultimo incontro privato, Zingaretti ha praticamente garantito a Di Maio che il candidato presidente alle prossime regionali in Calabria sarà uno dei suoi. E quando Di Maio, parlando di EmiliaRomagna, gli ha avanzato la richiesta di sostituire Bonaccini con un altro candidato sempre del Pd, Zingaretti non ha detto di sì, ma secondo alcuni nemmeno si è irrigidito troppo, anche se questa è un’interpretazione opinabile. Così malgrado tutti nel Pd dicano che sostituire Bonaccini, come vorrebbe una parte del M5s, sarebbe una follia, perché “non esiste un altro candidato così conosciuto”, c’è una leggenda maliziosa che inizia a circolare: Graziano Delrio, già sindaco di Reggio Emilia, non sarebbe felicissimo del suo ruolo di capogruppo del Pd alla Camera. Ecco: Delrio è abbastanza conosciuto. Ma sono malizie, appunto. Di sicuro c’è che l’alleanza grillopiddina, conclude sempre il nostro anonimo ministro, “s’ha da fare”. Dunque: viva il P.u.p.!

Se lo provochi, dicendo che sai cosa ha fatto lo scorso weekend, lui subito mette le mani avanti: “Non diamo eccessiva importanza alla mia partecipazione alla Leopolda”, dice. E però viene difficile assecondarlo, in questa suo tentativo di sminuire il tutto. Perché Davide Bendinelli, sindaco di Garda, provincia di Verona, è un deputato di Forza Italia. E non solo: è il coordinatore regionale del partito. “E resto fedele al mio credo politico. Infatti non è un problema di casacca ma di contenuti”. Però le foto del retropalco lo ritraggono nella cerchio di quelli che sono andati ad abbracciare Matteo Renzi al termine del discorso conclusivo di domenica. “Il mio – dice Bendinelli – è stato un atto di curiosità verso un qualcosa di nuovo e di interessante che sta irrompendo sulla scena politica”. In quello stesso fine settimana, però, c’era anche la manifestazione di Piazza San Giovanni. “E io, ci tengo a dirlo, ho organizzato anche i pullman per consentire ai nostri militanti di andare a Roma”. Ma non c’è andato. “Credo che la presunta ricostituzione del centrodestra, sotto questa nuova dicitura di ‘Coalizione degli italiani’, sia un po’ un abbaglio”. Nel senso che Silvio Berlusconi diventa subalterno a Matteo Salvini? “Io non rinnego nulla della mia storia, e non tradisco Forza Italia. Semmai è proprio Forza Italia che sta abbandonando il terreno che da sempre presidia. Ma come? mi chiedo: in un momento in cui tutti vogliono convergere al centro, noi che in quell’area stiamo da decenni decidiamo di spostarci a destra? Mi sembra quantomeno illogico”. E il punto non è, assicura Bendinelli, la partecipazione alla manifestazione di un manipolo di neofascisti. “A me – confessa – molto più della presenza di CasaPound in piazza, mi ha inquietato la presenza sul palco di uno come Alberto Bagnai, teorico convinto dell’uscita dall’euro. Perché Salvini potrà anche mettersi la cravatta, accreditarsi come nuovo leader moderato, ma sull’eurexit continua a praticare un’assoluta ambiguità, rifiutando di fare chiarezza sulle sue reali intenzioni rispetto alla moneta”, dice Bendinelli. E lo dice proprio nel mentre che il leader della Lega, davanti a una tazza di tè offertagli da Myrta Merlino negli studi di La7, per l’ennesima volta smentisce se stesso, sbuffando che no, “io non ho mai detto che l’euro è irreversibile”, salvo però rifiutarsi di chiedere una rettifica alle interviste in cui, non più tardi di una settimana fa, affermava l’esatto contrario. “E questo è un aspetto importante, per chi come me condivide da sempre certi valori liberali”, spiega Bendinelli. “Non si può scherzare su temi come questi”, prosegue, anche pensando alla sua terra. “L’imprenditore medio del Nord-est, ad esempio – dice il sindaco di Garda, che imprenditore lo è lui stesso, nel settore alberghiero – apprezza innanzitutto la politica come esercizio di responsabilità. E la questione della sicurezza, della preoccupazione per il futuro, non la si può certo risolvere tenendo bloccato un barcone al largo di Lampedusa, facendo peraltro finta che intanto non arrivino decine di barchini sulle coste calabresi o pugliesi. No, ciò che fa sentire tranquilli i nostri imprenditori, le nostre famiglie, i nostri amministratori locali, è sapere che c’è una strategia per far ripartire la nostra economia, dare una prospettiva di crescita al nostro tessuto produttivo. E in questo senso, non aiutano né le posizioni sconsiderate sull’euro, né l’iso – lamento internazionale del nostro paese”. Ed è qui, allora, che subentra l’interesse, la “curiosità”, per la Leopolda. “Renzi ha lanciato un esperimento coraggioso, bisogna dargliene atto. E mentirei se dicessi di non aver apprezzato molte parti del suo discorso. Alcuni temi che ha toccato, alcune direttrici culturali che il leader di Italia viva ha tracciato, coincidono con le nostre battaglie storiche. I valori in comune con la tradizione liberale di Forza Italia sono tanti. Dell’economia ho già detto. Ma poi c’è il garantismo: Salvini e Giorgia Meloni su quel tema stanno assumendo toni sempre più radicali, posizioni sempre più estreme. Il capo della Lega faceva il garantista quando c’erano di mezzo i suoi, ma in un anno e mezzo col M5s ha votato provvedimenti di becero giustizialismo. Senza contare, infine, che Renzi nel suo discorso ha rivalutato la storia di Berlusconi riconoscendogli il ruolo svolto negli ultimi 25 anni e difendendolo dall’assalto giudiziario assai più di quanto non abbiano fatto tanti nostri sedicenti alleati. E anche questo ha un valore”. Ma a un esponente di Forza Italia non può certo piacere questo governo che tassa e spende. “E infatti non mi piace affatto”, precisa Bendinelli. “Ma del resto è uguale a quello di prima, quando accanto a Luigi Di Maio c’era proprio Salvini. Ora si ha un bel gridare contro l’addio alla flat tax: ma se la riduzione delle tasse non c’è è perché abbiamo speso soldi inutili su reddito di cittadinanza e quota 100”. Una misura, quella sulle pensioni, che però parecchi dei suoi colleghi di partito ora difendono. “E questo dà la misura dell’abbaglio collettivo indotto da Salvini, che ha fatto credere di aver abolito la Fornero. E invece quota 100 è una misura dispendiosa e inutile, che la Fornero non l’ha toccata proprio”.

«Basta perdere tempo, l’asilo è finito». Un’autorevole fonte istituzionale ieri sera commentava così l’indicazione del ministro dello Sviluppo economico sulla trattativa infinita per il salvataggio di Alitalia. Dopo la lettera inviata al Mise dai commissari, i quali manifestano «perplessità» sulla mancata presentazione di un’offerta e sulla richiesta di proroga di otto settimane, si va verso una proroga condizionata (la settima) del termine scaduto il 15 ottobre per concludere i negoziati. La proroga sarà inferiore alle otto settimane richieste da Fs con Atlantia, i due potenziali soci principali della Nuova Alitalia. Ciascuno avrebbe tra il 35% e il 37,5% del capitale. Secondo fonti vicine al dossier il termine potrebbe essere prorogato fino al 30 novembre. La decisione non è stata ufficializzata. Altre fonti parlano di 4-6 settimane. Ma il senso della sollecitazione del ministro Stefano Patuanelli è che la trattativa deve proseguire rapidamente solo con i soggetti che abbiano aderito a tutte le condizioni, senza riaperture dell’ultimo minuto. Il riferimento è a Lufthansa. Se il gruppo tedesco vuole giocare la partita deve indicare entro pochi giorni la disponibilità a soddisfare le condizioni poste da Fs e Atlantia: l’ingresso nel capitale della Nuova Alitalia. I tedeschi si propongono in alternativa a Delta, il vettore americano che è disponibile a prendere il 10% della Newco con un investimento di 100 milioni. Atlantia giudica l’impegno di Delta insufficiente, ha mostrato preferenza per Lufthansa. Ma i tedeschi non si sono impegnati a diventare azionisti della Newco. La Fnta, federazione sindacale di piloti e assistenti di volo, chiede una comparazione delle proposte di Delta e Lufthansa. Ieri è arrivata al Mise la lettera dei commissari di Alitalia. Secondo fonti del ministero, nella missiva è «manifestata perplessità, condivisa dal ministro Patuanelli, sulla mancata presentazione dell’offerta e richiesta di 8 settimane giudicata distonica rispetto alla stessa richiesta di proroga precedente, in cui si chiedeva un dilazionamento al 30 ottobre». La perplessità è nei confronti sia di Fs sia di Atlantia. È stata Atlantia a chiedere 8 settimane, mentre le Fs avrebbero preferito 4-6 settimane di proroga. «La lettera dei commissari di Alitalia è letta come il punto di non ritorno e una possibile proroga sarà subordinata a condizioni», precisa il Mise. I commissari «richiedono una interlocuzione diretta e immediata con l’offerente», precisano dal ministero. E «sulla valutazione del dicastero peserà a questo punto la lettera di Atlantia del 2 ottobre». È la missiva nella quale la società dei Benetton ha detto che non potrebbe intervenire in Alitalia se dovesse perdurare l’« incertezza» sulla concessione di Autostrade per l’Italia, che il M5S vuole. Per il Mise i due dossier sono separati. Il Mise ha presente che ci sono anche altri soggetti pronti a entrare in gioco. Come l’imprenditore sudamericano German Efromovich, che dichiara di essere disposto a investire nell’intera Newco Nuova Alitalia 800 milioni di euro. Se i titolari traccheggiano, potrebbe essere mandato in campo.

L’ultradecennale dibattito sul rapporto fra educazione e tecnologia (intesa nel senso digitale: anche la matita è tecnologia) può essere sommariamente diviso in tre fasi. Prima fase: entusiasmo indiscriminato. Riempire le classi e le vite dei bambini di schermi, cloud e di qualunque strumentazione che verrà, li renderà più adeguati ai tempi e più performanti. Senza contare gli effetti rivoluzionari che questo produrrà nelle scuole pubbliche più svantaggiate, nelle aree disagiate ecc. In questa fase si teorizza la naturale convergenza tra i benefici cognitivi soggettivi, il progresso sociale e i profitti delle grandi aziende tecnologiche. La seconda fase è quella del moderato scetticismo. Alcuni esperti, soprattutto nella Silicon Valley, iniziano a dubitare che l’esposizione alla tecnologia e l’uso sbrigliato dello screen time sia un buon affare per un equilibrato sviluppo delle menti più giovani. Emergono, in questa fase, scuole d’elite con bassissimo uso di strumenti digitali, popolate soprattutto dai figli degli ingegneri che sviluppano e commercializzano quegli stessi strumenti. Sanno cosa producono e decidono di non darne ai loro figli. In questa fase, tuttavia, rimane intatta l’idea che le scuole altamente digitalizzate generino performance migliori degli studenti nei test standardizzati. L’idea è: forse la tecnologia non è un toccasana per l’educazione, ma trasmette competenze e sviluppa le capacità cognitive sulla base delle quali gli alunni vengono valutati. La terza fase è quella in cui anche quest’ultima certezza viene messa in discussione, cosa che getta un’om – bra sui pluriennali investimenti miliardari delle scuole di tutto il mondo su prodotti che hanno fatto la fortuna di molte aziende che diffondono il verbo della tecno-educazione, a cominciare da Google, che controlla il 60 per cento del mercato americano in materia. E’ un momento di riflusso dopo gli anni dell’entusiasmo. Partiamo dalla terza fase. Di recente il Wall Street Journal ha raccontato il caso della contea di Baltimore, nel Maryland, che cinque anni fa ha iniziato un’opera di digitalizzazione intensiva del distretto scolastico, che conta 115 mila studenti. Le scuole pubbliche della contea hanno eliminato i libri di testo dalla prima elementare alla fine della scuola superiore, gli insegnanti scoraggiano l’uso di penne e quaderni e il sistema è ben avviato verso l’obiettivo di garantire la presenza a scuola di un computer portatile per ogni studente. I punteggi nei test dell’ultimo anno mostrano un peggioramento: il 37 per cento degli studenti ha raggiunto una valutazione positiva nella lingua inglese, contro il 44 per cento della media nazionale; in matematica la percentuale è appena del 27 per cento, contro la media nazionale del 33. I risultati non solo non sono incoraggianti, ma hanno generato una massiccia protesta dei genitori, che chiedono ai responsabili del distretto di invertire la tendenza della digitalizzazione. A malincuore, gli amministratori hanno fatto alcune concessioni ai genitori arrabbiati, garantendo che ridurranno il numero di computer nelle prime e seconde elementari, portandoli a un rapporto di uno su cinque. La confinante contea di Montgomery, una delle più agiate degli Stati Uniti, ha proposto da quest’anno scolastico un “nuovo” curriculum basato su scrittura a penna, quaderni, libri cartacei e radicale decurtazione dello screen time. Altri casi, dall’Indiana alla Virginia fino al Texas, mostrano simili richieste di una controrivoluzione digitale. L’aspet – to interessante di questa terza fase è che non getta uno sguardo negativo sulla digitalizzazione in quanto mezzo utile per avventurarsi in quella faccenda complessa, sterminata e perfino misteriosa che è l’educazione; il sospetto è molto più limitato: si sostiene che la presenza massiccia della tecnologia non dia benefici misurabili nemmeno nel – l’ambito limitato di competenze specifiche come lettoscrittura e matematica, che sono i pilastri delle valutazioni standard. Tracciare correlazioni e rapporti di causalità dimostrabili fra la presenza della tecnologia e le performance scolastiche non è facile: il terreno statistico è scivoloso, gli esperimenti molto diversi fra loro e l’arco temporale a disposizione relativamente breve. Ma diverse istituzioni che monitorano i sistemi educativi lanciano segnali di perplessità. Il National Education Policy Center, centro di ricerca dell’università del Colorado, ha notato che l’accelera – zione tecnologica a scuola “si basa su assunti educativi discutibili, pressioni interessate dell’industria tecnologica, serie minacce alla privacy degli studenti e mancanza di sostegno della ricerca”. Anche un report della Rand Corporation denuncia la mancanza di dati sistematici che permettano di stabilire l’effi – cacia dei modelli. Queste incertezze non hanno fermato la diffusione dei device nelle scuole americane. Uno studio del 2018 del Consortium for School Networking dice che il 59 per cento delle scuole superiori americane è dotato di device personali per l’apprendimento, in crescita del 6 per cento rispetto all’anno precedente. Alle medie la percentuale è al 63, mentre nelle scuole elementari si viaggia attorno al 30 per cento. La necessità di incrementare la digitalizzazione scolastica è una delle poche linee di continuità fra l’Amministrazio – ne Obama e quella di Donald Trump. Otto anni fa Obama aveva esposto la visione di una scuola interamente digitalizzata, e il suo governo ha messo a punto una strategia in cinque anni, perseguita con solerzia anche dalla segretaria per l’educazione della seguente amministrazione, Betsy DeVos, una entusiasta della digitalizzazione scolastica. Gli Stati Uniti hanno messo in atto un piano tecnologico particolarmente aggressivo, basti pensare che 180 distretti scolastici sopperiscono alla carenza di insegnanti trasmettendo lezioni a distanza – alcune da seguire in classe, altre a casa sui tablet messi a disposizione dalla scuola – e che in certi casi Google ha installato la Wi-Fi anche negli school bus per permettere agli studenti con tempi di spostamento particolarmente lunghi di fare i compiti ed esercitarsi lungo il tragitto; ma di fatto hanno fissato lo standard che molti altri paesi stanno seguendo, fra questi l’Ita – lia, con il Piano Nazionale per la Scuola Digitale, un “pilastro fondamentale de La Buona Scuola” che anche il ministro Lorenzo Fioramonti sta portando avanti con convinzione. L’ondata di paesi che in ritardo seguono i passi degli americani ha generato una situazione ironica in cui i gregari lavorano con entusiasmo a un progetto su cui i capofila ora nutrono diversi dubbi. Mentre dalle nostre parti si assumono “pionieri di una digitalizzazione utile e consapevole”, come ha detto Fioramonti, nella Silicon Valley rivalutano inchiostro e quaderni. La radice dei dubbi americani va ricercata nella fase due, quella in cui un’avanguardia di fautori dell’educazione digitalizzata ha avuto una resipiscenza, avviando un ripensamento non solo sul rapporto tra tecnologia e risultati dei test ma sugli effetti educativi generali dell’esposizio – ne agli schermi e della connessione permanente. La lista dei manager dei colossi tech che impongono una dieta tecnologica rigidissima ai propri figli è lunga, e si è affermato un consenso negativo tra gli esperti che hanno preso a studiare gli effetti della tecnologia quando di mezzo c’erano i loro figli. Si sa che Bill e Melinda Gates non hanno dato i cellulari ai loro bambini fino alle scuole superiori, Steve Jobs teneva i suoi alla larga dall’iPad e Tim Cook non vuole che suo nipote si iscriva ai social network, ma nell’ambiente tech si parla di una corrente ormai maggioritaria di “abolizio – nisti” dello schermo. Un caso esemplare è quello di una ex executive di Facebook di nome Athena Chavarria, che ora lavora nella fondazione filantropica della famiglia Zuckerberg. Ha detto: “Sono convinta che il diavolo viva nei nostri telefoni e stia devastando i nostri ragazzi”. I suoi figli non hanno avuto uno smartphone fino alle scuole superiori e anche quando lo hanno ottenuto il loro uso è severamente limitato, tanto in termini di tempo davanti allo schermo che di contenuti a cui possono accedere. Per l’ex direttore di Wired, Chris Anderson, l’osservazio – ne sugli effetti della tecnologia sui suoi cinque figli è stata una specie di rivelazione che lo ha portato a rimettere in discussione l’entusiasmo tecnologico che aveva coltivato per tutta la carriera. Nella sua casa ora vigono regole piuttosto severe (tra queste: niente telefono fino alle scuole superiori, screen time limitato, Wi-Fi disponibile soltanto in certe fasce orarie, divieto totale dell’iPad) e assieme alla moglie ha scelto scuole in linea con questa impostazione austera. Il problema, ha dichiarato Anderson, è che “credevamo di poter controllare” questo fenomeno, che invece “è oltre la nostra capacità di controllo”. La tecnologia “va dritta ai centri di piacere dei cervelli che si stanno sviluppano, e le normali capacità di un genitore non sono in grado di capirlo”. In altri termini, Anderson e i fautori di una simile impostazione sono arrivati a una duplice conclusione. Primo, i mezzi tecnologici non sono neutri, idea sulla quale è facile concordare a parole ma che è molto più complicato applicare nella pratica, dove la filosofia negativa del “che male c’è?” e del “perché no?” tende a diventare l’atteggiamento di default. La seconda conclusione è che un tratto fondante della tecnologia digitale è la sua capacità di eludere la nostra abilità di renderci conto dei suoi effetti reali. Non solo ci sfugge di mano, ma anche mentre ci sfugge rimaniamo fermamente convinti di averla sotto controllo. Gli oggettivi benefici sulle competenze, sull’accrescimento delle skills, sui risultati nei test scolastici dovevano essere la prova che se anche un diavolo viveva nei device dei nostri figli, era accompagnato da un angelo che vegliava sulle performance dalle quali dipendono l’ammissione all’università, la mobilità sociale, le prospettive di carriera, il successo. Ora i dati vacillano anche su quel fronte.

Si chiama Jump ma si legge Uber. E da ieri è in Italia, a partire da Roma. L’app offre un servizio di bikesharing elettrico a pedalata assistita. In altri paesi propone anche monopattini elettrici, ma sembra che in Italia la normativa ancora non del tutto chiara sia tra gli elementi che hanno indotto l’azienda ad aspettare su questo fronte. Jump è stata acquisita da Uber nel 2018 e il suo arrivo a Roma «è un tassello importante del puzzle che vuole raccontare cos’è oggi Uber, ovvero una unica app che offre servizi di trasporto multimodale» spiega Lorenzo Pireddu, 36 anni, general manager di Uber Italia. Nei Paesi dove il servizio è più avanzato, a partire dalle città californiane, all’interno della app vengono offerti tutte le soluzioni disponibili, dalle auto al monopattino, fino al servizio pubblico. Le biciclette a pedalata assistita Jump sono disponibili in 13 città degli Stati Uniti e in 8 città in Europa. Il suo arrivo in Italia ha anche un valore simbolico, perché rappresenta la volontà dell’azienda di crescere nel nostro Paese dopo le proteste e le sentenze che ne hanno limitato l’offerta. In Italia siete partiti da Roma, avete intenzione di lanciare Jump anche a Milano? Ci sono diverse ragioni per cui la nostra prima città per i servizi Jump è Roma. Innanzitutto anche negli altri Paesi abbiamo aperto nelle capitali. Inoltre a Roma non c’erano operatori sul mercato e ci siamo presentati in conseguenza di una manifestazione di interesse alla sperimentazione del bike sharing con pedalata assistita. Lavorando insieme alle istituzioni, perché questo è il nostro approccio. Non sempre è stato così. Uber è arrivata in Italia con le auto a noleggio con conducente (ncc) nel 2013 ed è stata accompagnata da manifestazioni dei tassisti, polemiche e manifestazioni di protesta , fino al bando di Uber Pop. Per quanto io sia responsabile di Uber in Italia da soltanto 6 mesi (un cambio recente che ha riguardato le prime linee del management, ndr) posso dire che quella di Uber Pop è stata una lezione importante per la nostra azienda. Abbiamo imparato che per lanciare un servizio bisogna collaborare con le città, non partire e occuparsi soltanto dopo delle leggi. Ci siamo anche scusati pubblicamente a metà dell’anno scorso. In che modo avete collaborato con l’amministrazione capitolina per il lancio di Jump? Abbiamo studiato la topografia della città, le condizioni delle strade – una delle ragioni, per esempio, per cui abbiamo preferito le bici ai monopattini. Condiviso i dati con la città, cercando di capire le aree dove c’è più bisogno di biciclette. Il business del bike sharing si sta rivelando complesso dal punto di vista della sostenibilità finanziaria, vedi il caso di Ofo e Mobike. In realtà abbiamo dei segnali molto positivi dalle città dove siamo già operativi. In molte parti del mondo Uber offre una moltitudine di servizi: taxi, condivisione di auto private, a New York persino i giri in elicottero. In Italia dopo Jump qual è il prossimo passo? Oggi abbiamo le auto di lusso di Uber Black, Uber Lux e Uber Van. Abbiamo Uber Eats per la consegna di cibo a domicilio già attivo in 14 città. E abbiamo la sperimentazione con i taxi a Torino. Quello dei taxi fino a pochi anni fa sembrava un tabù per Uber, specialmente in Italia. Come sta andando? Stiamo imparando molto lavorando con i tassisti riguardo alle specificità del loro lavoro. Il nostro obiettivo non è andare di fretta ma costruire soluzioni basate sui bisogni dei clienti e dei partner. E sul rispetto delle leggi. Come avvenuto con gli ncc lo scorso maggio. La legge impone che gli autisti, tra un servizio e l’altro, rentrino in rimessa e compilino un foglio di via. Abbiamo aggiornato la app, specie nella parte dedicata agli autisti, per permettere di fare la compilazione all’interno della app. Questo solo nella sua versione italiana, per adeguarci alle leggi locali. Restiamo convinti che ci possano essere soluzioni più innovative, per questo continuiamo a dialogare con le istituzioni per aggiungere valore alla app.

Roma. Sono molte le cause della rivolta che in Cile ha costretto il presidente Sebastián Piñera a inviare l’esercito in piazza per la prima volta dalla fine del regime di Pinochet, e che sta scuotendo la credibilità di un modello economico considerato finora solidissimo, con un tasso di crescita che nel 2018 era stato del quattro per cento. Ma la protesta cilena ha tratti nuovi: molte delle cause degli scontri, infatti, sono almeno in superficie dettate dal contrasto tra iniziative economiche green e il peso che queste impongono sui contribuenti. L’aumento da 800 a 830 pesos sulla metropolitana nelle ore di punta al cambio suona quasi ridicolo: da 1,008 euro a 1,046 euro. Questo tuttavia è il ventesimo rincaro da quando nel 2007 fu inaugurato il futuristico sistema della Transantiago, quando il prezzo era appena 420 pesos. E’ il prezzo più caro dell’America Latina, dopo quello di San Paolo. E le tariffe in Cile rincarano in continuazione per tutti i servizi: non a caso, vittima della rabbia è stata anche la locale filiale dell’Enel, il cui palazzo è stato dato alle fiamme. E, sopratutto, se il pil complessivo aumenta, quello pro capite è fermo da tempo. Da qui l’irritazione verso un presidente che durante il suo primo mandato si era invece segnalato per la sua capacità di creare ricchezza diffusa. A innescare la rabbia anche una foto di Piñera che mangiava pizza in un lussuoso ristorante per il compleanno di un nipote: scattata da un altro avventore e postata su Twitter. Insomma: un po’ di ritorno alle immagini dei carri armati in strada stile golpe del 1973; un po’ di casta; un po’ di polemica “anti-neoli – berista” sulle privatizzazioni. E il mostro in tavola è servito. Attenzione, però. A fissare i prezzi dei biglietti in Cile è un Panel de Expertos del Transporte Público, con una formula automatica in base a una serie di variabili. Le principali: prezzo del petrolio, cambio del dollaro e dell’euro, costo della manodopera, indice dei prezzi al consumo. Da notare che l’aumento di 30 pesos per la Metro di Santiago nelle ore di punta era compensato da un calo di 30 pesos per la metro nelle ore non di punta. Ma il consiglio di un ministro di “alzarsi alle sette” per usufruire della tariffa migliore è stato anch’esso considerato come una ulteriore provocazione, che peggio della pizza presidenziale ha acceso un’ira degenerata in furia vandalica. E’ eccessivo pensare ai gilet gialli? Può sembrare un classica semplificazione da giornalista di Esteri malato di comparativismo, ma il paragone è stato fatto da un eminente sociologo cileno come Eugenio Tironi. Non un personaggio qualunque: tra gli intellettuali di riferimento dell’opposizio – ne a Pinochet, e in seguito stretto collaboratore di due presidenti. Profondo conoscitore della Francia anche per averci studiato e per esservi stato esule, Tironi ha osservato “una certa somiglianza”. “Si tratta di ceti che non sono né i più vulnerabili e né i più poveri, ma di ceti medi strozzati dal costo della vita. E, spesso, basta una piccola goccia a far traboccare il vaso. In Francia è stato il prezzo del carburante e quello della revisione obbligatoria dei veicoli, qui può essere l’aumento del trasporto pubblico”. Il caso Ecuador In Ecuador, invece, è stato non un aumento delle tariffe per comprare bus elettrici o un provvedimento per ridurre le emissioni alzando le tasse sul carburante o obbligando a una revisione delle vetture, ma la semplice revoca di un sussidio sul carburante. Un sussidio che secondo il presidente Lenín Moreno lo stato non poteva più sostenere, e che per giunta alimentava il contrabbando con i paesi vicini. L’organizzazione indigena Conaie si è sollevata, e probabilmente Moreno non ne sarebbe venuto a capo se il suo predecessore, ex-mentore e oggi arci-nemico Rafael Correa non avesse cercato di annettersi la protesta. La Conaie odia Correa più di Moreno, e quindi è scesa in trattativa col governo: ottenendo però la revoca del provvedimento, e in pratica la promessa che le comunità indigene potranno continuare a ricevere carburante sussidiato – e dunque potranno continuare a farne contrabbando, commentano i cinici.

Movimento 5 Stelle e Partito democratico, con l’aggiunta dei renziani, hanno confermato l’accordo raggiunto giovedì scorso sopprimendo le tutele legali per ArcelorMittal, gestore dell’ex Ilva. Le commissioni Industria e Lavoro del Senato hanno infatti approvato l’emendamento soppressivo, firmato da 17 senatori grillini, al decreto “salva imprese”. Il provvedimento arriva oggi in Aula dove con tutta probabilità il governo ricorrerà al voto di fiducia. La novità è l’approvazione anche di un ordine del giorno Pd-Italia Viva-Autonomie che in realtà – più che fare riferimento a una nuova formulazione dell’ “immunità” – richiede al governo di impegnarsi per spingere perché si arrivi a un nuovo corso basato sulla dercarbonizzazione della produzione, nella salvaguardia dei livelli occupazionali. Il tema delle prospettive per i lavoratori, fa filtrare il Pd, è tenuto in grande considerazione dopo l’arrivo improvviso al timone di ArcelorMittal Italia di Lucia Morselli, nome che da subito ha messo in agitazione i sindacati per il curriculum in cui spicca la dura ristrutturazione di Acciai speciali Terni. Anche il clima di scontro tra M5S e Pd di qualche giorno fa sembra evaporato e a sorpresa ha lasciato in superficie quella che sembra un’intesa per chiedere all’azienda un cambiamento radicale del business. Ed è chiaro che in questo gioco di assist incrociati gli autori dell’odg si rimettano ora alle parole del ministro grillino dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, che oggi interverrà in Aula al Senato. Uno dei firmatari, il senatore Pd Dario Stefano, ha parlato apertamente di un incontro che si sarebbe svolto ieri tra Patuanelli e i vertici dell’azienda, notizia subito smentita dal ministero sebbene secondo alcune fonti resti probabile che una prima interlocuzione con l’impresa ci sia già stata anche se non necessariamente de visu. Proprio il giudizio di ArcelorMittal sull’improvvisa modifica normativa e sulla sorprendente virata politica è l’elemento decisivo che manca per fare chiarezza sul futuro di Taranto. L’odg impegna il governo «a garantire, in tempi rapidi e mediante ogni azione opportuna a tali fini, la permanenza dell’attività produttiva» dell’ex Ilva e la salvaguardia dei posti diretti e dell’indotto, «nel quadro generale anche comunitario di ristrutturazione dei processi industriali, di modalità produttive orientate ad una progressiva decarbonizzazione dell’impianto». Si fa riferimento alla completa realizzazione del Piano di risanamento ambientale per «fornire piena tutela sanitaria ed ambientale» a lavoratori e popolazione e a «ulteriori risorse» per la riqualificazione dell’area di crisi industriale complessa di Taranto e dei comuni circostanti. Punto centrale è il riferimento alla «decarbonizzazione», perché evoca il ricorso alla tecnologia del forno elettrico da sempre sostenuta da Michele Emiliano, esponente Pd e presidente della Regione Puglia, e proposta all’epoca da dalla cordata alternativa ad ArcelorMittal, quell’AcciaItalia per la cui guida era stata scelta proprio Lucia Morselli. Ma non solo. Il mantra della decarbonizzazione – sebbene con un giro più largo, rifacendosi all’Europa, parlando di «futuro sostenibile» e prospettando un percorso «progressivo» – sembra sposarsi anche con la proposta 5 Stelle, contenuta in un ulteriore emendamento non approvato, per la chiusura dell’area a caldo e la riconversione mediante un accordo di programma. Il decreto “salva imprese”, privo dell’articolo 14 sull’“immunità”, era fino alla tarda serata di ieri all’esame delle commissioni per l’approvazione complessiva. Oggi, come detto, è atteso in Aula. Passerà poi al Senato, dove è probabile un’ulteriore fiducia. Tra le altre misure approvate ieri c’è anche la nuova normativa sui ciclofattorini, i cosiddetti rider, e l’emendamento sull’«end of waste» che affida sostanzialmente alle Regioni, nelle more dell’adozione di criteri specifici, il compito di rilasciare o rinnovare le autorizzazione per il recupero dei rifiuti.

Quasi 2 miliardi di euro. A tanto ammonta la quota di utili lordi che le maggiori banche italiane realizzeranno nel 2019 grazie alle cedole sui titoli di Stato italiani. Passando dal lordo al netto, il contributo dei «govies» domestici è pari al 13% dei 10 miliardi di profitti netti che le prime 9 banche italiane realizzeranno complessivamente nel 2019. Un dato medio che tiene conto di alcuni picchi: BancoBpm e Popolare Sondrio, per esempio, realizzeranno ben il 35-36% dell’utile netto grazie ai BTp. E anche Ubi Banca potrà contabilizzare circa un quarto dei profitti annuali (24%) grazie ai bond sovrani. Più contenuto il contributo percentuale per le due grandi banche: l’8% per l’«italianissima» Intesa Sanpaolo e il 10% per la «paneuropea» UniCredit (i dati completi sono pubblicati nella tabella a fainco). Le stime, che tengono conto del portafoglio di titoli di Stato in pancia alle banche nell’anno in corso, sono state elaborate da Giovanni Razzoli di Equita Sim. Come si vede, il legame tra banche e BTp continua a essere forte e determinante – in tempi di calo degli interessi dall’attività creditizia – per il conto economico dei maggiori gruppi. Per le piccole banche non quotate, su cui non esistono stime di analisti, il fenomeno dovrebbe essere ancora più accentuato poichè – come ha ricordato al Forex di gennaio il Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco – «le banche meno significative in genere investono in titoli di Stato una quota degli attivi più elevata». Se il contributo dei BTp resta tuttora determinante per gli utili delle banche, la riduzione dello spread e il rialzo dei prezzi per la contrazione del rischio «Italexit» non devono essere un pretesto per nascondere i pericoli di un’eccessiva concentrazione degli investimenti bancari in titoli sovrani (spesso, quasi solo italiani). Secondo le elaborazioni di Razzoli di Equita Sim, l’esposizione delle prime nove banche italiane ai «domestic govies» è in media pari al 137% del capitale primario di vigilanza (Cet1). Ma anche in questo caso le punte estreme evidenziano concentrazioni del rischio sproporzionate al Cet1: si pensi che il Credito Valtellinese ha un’esposizione ai titoli di Stato italiani che è pari al 364% del Cet1. E Mps, BancoBpm e Popolare Sondrio del 250%. Il clima di «bonaccia» sui mercati sta creando condizioni favorevoli per la riduzione dell’esposizione. E in parte è quello che sta accadendo, con alcune banche che nelle ultime settimane hanno preso ad alleggerire l’esposizione ai BTp. Guardando al mancato contributo agli utili, però, pare difficile pensare che le banche si privino troppo degli interessi derivanti dai titoli di Stato. Malgrado le pressioni della Vigilanza che, in particolare per le banche monitorate direttamente dalla Bce, richiede una riduzione del rischio sovrano come premessa per il completamento dell’Unione Bancaria e l’assicurazione unica dei depositi. Per le banche non esiste alcun obbligo regolamentare internazionale che imponga la riduzione dei titoli di Stato in portafoglio. Il lungo dibattito tra le Autorità globali per la riduzione dei rischi bancari dopo la crisi del 2007- 2008 si è concluso a fine 2017 con il varo delle nuove norme cosiddette di Basilea 4, da cui è stato stralciato qualsiasi riferimento al trattamento dei titoli di Stato presenti nei portafogli bancari, tema particolarmente sentito da molte istituti europei, tra cui quelli italiani in testa, e da quelli giapponesi. Ma l’eccessiva concentrazione del rischio sovrano nelle banche, e in particolare la scarsa diversificazione, è oggetto di moral suasion della Vigilanza Bce. Negli ultimi diciotto mesi, in due fasi l’impennata dello spread ha determinato contabilmente un’erosione temporanea dei Cet1 delle banche italiane che hanno parzialmente tamponato i danni patrimoniali “arbitraggiando” con le due modalità di classificazione contabili concesse (immobilizzati o disponibili per la vendita). Non è detto che la “bonaccia” sullo spread resti in eterno. E l’eccessiva concentrazione del rischio evidenziata dalle elaborazioni di Equita dovrebbe portare alcune banche ad approfittare del clima favorevole sui mercati per ridurre la rischiosità del portafoglio.