A sera, uscita dall’ufficio, Vanda fa la sua “ronda” quotidiana: lungo due vie che si è impegnata a monitorare, armata di telefonino, scatta una serie di foto ai cassonetti. Anche Serena, avvocato, impugna lo smartphone e ogni giorno fa la stessa cosa poche strade più in là, e così Marco che fa l’amministratore di condominio, ognuno nelle centinaia di metri presi in carico. E come loro, a presidiare il II municipio di Roma, sono in 35, si sono definiti “referenti di strada”, e alle ricorrenti emergenze rifiuti della capitale hanno deciso di reagire coi fatti. Ognuno si è impegnato a monitorare i cassonetti di una specifica via del quartiere: e ciascuno di loro, tutti i giorni, va e fotografa, per verificare l’operato di Ama, l’azienda municipalizzata che si occupa di raccolta e smaltimento. Un controllo dal basso, immagini che, una dopo l’altra, servono a controllare se e come viene svolto il lavoro: obiettivo, farle avere alle istituzioni, e infatti hanno chiesto un indirizzo di posta dedicato al comune. «Abbiamo pensato di trasformare la protesta in qualcosa di utile, di fattuale», racconta Angelo Artale, il coordinatore del Tavolo per la qualità del II municipio da cui tutto è partito, un comitato di cittadini e associazioni. Direttore generale di Finco, Federazione industrie per le costruzioni, Artale si è fatto promotore del comitato già qualche anno fa quando, spiega, «varie aziende associate mi chiamarono per dirmi che i loro dipendenti arrivavano in ritardo in ufficio a causa del ritardo dei mezzi pubblici». Negli ultimi anni, però, il Tavolo per la qualità ha cominciato a preoccuparsi soprattutto di immondizia, considerati i ripetuti periodi di crisi: ieri, Ama ha diffuso una nota facendo appello al «senso civico e alla collaborazione di tutti i romani» per chiedere di non gettare i rifiuti venerdì 25, causa sciopero generale, «per non sovraccaricare le postazioni dei cassonetti stradali». Oggi sono 412 gli aderenti al Tavolo, molti dei quali rappresentanti di associazioni di quartiere. Una zona che va da Parioli a Flaminio fino a Salario, Trieste e Tiburtino, oltre 168 mila abitanti censiti nel 2016. Decisi a intervenire sul tema rifiuti, qualche mese fa hanno coinvolto la deputata Pd Marianna Madia, non per fede politica ma in quanto parlamentare vincitrice del collegio alle ultime elezioni: l’ex ministra li ha ascoltati e poi, come la presidente del municipio Francesca Del Bello, anche lei dem, ha fatto richiesta di accesso agli atti ad Ama, per scoprire con quale frequenza è previsto, strada per strada, il passaggio degli addetti per lo svuotamento e la pulizia. Speravano in una risposta dettagliata, i giorni esatti per ogni strada; è arrivata un’indicazione più generica, tot volte a settimana. Benissimo, si sono detti, e allora verifichiamo: basta un telefonino e la buona volontà di cittadini attivi. Il municipio è centrale, vengono coinvolti professionisti, magistrati, c’è anche un’attrice. Senza schierarsi, però, con nessun partito: «Questa iniziativa non ha scopo di fiancheggiamento né di promozione di alcuna parte politica», specifica Artale, che alla sindaca Raggi ha scritto una lettera aperta, «ha trovato una situazione oscena, ma con lei la discontinuità non s’è vista», la rimprovera. Erano in trattative per un incontro, per ora non si è concretizzato. Nel frattempo, loro, i referenti di strada, documentano e raccolgono materiale. Lunedì prossimo è prevista una riunione per tirare le prime somme dell’esperimento.
Se mai l’Unesco dovesse pubblicare la classifica dei suoi siti più maltrattati, dimenticati e offesi, la Cavallerizza Reale di Torino sarebbe seriamente candidata al podio. Uno sfavillante esempio di come un gioiello possa sgretolarsi senza che nessuno riesca a impedirlo. E di come una città con le casse vuote e a corto di idee assista impotenti alla rovina del suo patrimonio storico e architettonico. «Fa male vedere un edificio storico in fiamme», dice la sindaca Chiara Appendino di fronte ai fumi dell’ultimo rogo. Fa male, soprattutto, vedere una città che in vent’anni non ha saputo trovargli una destinazione plausibile. E negli ultimi cinque si è piegata prima a tollerare e poi a sostenere – con l’attuale amministrazione – un’occupazione che nei fatti ha ulteriormente rallentato qualsiasi progetto, scoraggiando i pochi disposti a investirci. E dire che le vecchie scuderie del re, progettate nel 1674 da Amedeo Castellamonte, valgono un quinto della Torino barocca. Eppure sono abbandonate da oltre un decennio. Gli ultimi ad andarsene sono stati gli inquilini che affittavano alcuni alloggi dal Demanio e il Teatro Stabile, che lì custodiva costumi e attrezzi di scena: non aveva più senso restare in una struttura cadente e quasi deserta. Dal 2009 la Cavallerizza è in vendita: il Demanio militare l’ha ceduta alla Città che a sua volta l’ha affidata alla sua società di cartolarizzazione perché trovasse un compratore. Il Comune ha incassato nell’immediato 12 milioni, tappando qualche buco nei suoi affannati bilanci. Torino invece si è ritrovata con un gigante bisognoso di cure e attenzioni affidato alla mercé, o all’inventiva, dei privati. Nessun compratore s’è fatto avanti: tre aste deserte, investitori scoraggiati dagli imponenti lavori di ristrutturazione e dai vincoli della Sovrintendenza. L’unico spiraglio si apre nel 2012. La Città elabora un piano: 50% destinato a spazi pubblici, 50% a residenziale (case, hotel). La giunta Fassino prova a radunare investitori, enti culturali, l’Università. L’idea non piace a tutti: collettivi di artisti, docenti universitari, architetti e paesaggisti denunciano la svendita ai privati di un bene pubblico. Di sicuro il progetto non piace a comitati, movimenti e centri sociali che il 23 maggio 2014 occupano un’ala della Cavalerizza. Gli investitori si defilano immediatamente, l’amministrazione tenta un’improbabile trattativa, il tempo passa e lo stallo si impone. Cambia l’amministrazione e con essa il progetto. Il Movimento 5 Stelle e la giunta Appendino sostengono l’occupazione. E cercano di “legalizzarla”: in Comune è pronto un regolamento per la gestione dei beni comuni concepito quasi ad hoc per affidare un pezzo di Cavallerizza a chi l’ha occupata e da allora – abusivamente – organizza eventi culturali, feste, attività. Al ministero dei Beni culturali giace una richiesta della Città, rivolta all’ex ministro Bonisoli: 6 milioni per sostenere il progetto «beni comuni». Senza la gestione «partecipata» per il Movimento 5 Stelle non se ne fa nulla. In parallelo la sindaca ha trovato un nuovo interlocutore in Cassa depositi e prestiti, già della partita ai tempi di Fassino. Ne nasce un progetto leggermente rivisitato: niente abitazioni per privati ma ostelli per studenti e artisti e qualche spazio pubblico in più destinato ad attività culturali e museali. «L’obiettivo era chiudere entro il 31 ottobre», spiega la sindaca. Cdp conferma: l’intenzione è rispettare i tempi. L’investimento vale almeno 15 milioni e non rinnega più di tanto il passato: chi spende esige, legittimamente, un ritorno economico. Forse, dopo oltre dieci anni, il restauro della Cavallerizza ora può decollare. O forse no. C’è un altro rogo, il terzo in pochi anni. Una nuova inchiesta, un’altra porzione di complesso da mettere in sicurezza, altri danni da riparare. «Li pago io con i Fondi europei», assicura il presidente della Regione Alberto Cirio. «Noi ci siamo, ma la Città? Non possiamo accettare situazioni di degrado urbano, un patrimonio dell’umanità abbandonato, anzi occupato abusivamente». Un nuovo scontro tra Regione e Comune si affaccia. E con esso l’ennesimo rinvio.
C’era nebbia bassa alle sette e pioggia leggera. «Noi eravamo arrivati da poco quando abbiamo sentito gente gridare e prendere a pugni la porta», raccontano all’Università. «Apri, apri, qui sta bruciando tutto, brucia tutto…», urlavano. E c’era fumo misto a nebbia. E gente che correva dentro i cortili di questo splendido edificio che è la Cavallerizza, memoria secentesca della città, di quando ancora c’erano i Savoia. E i palazzi lì attorno erano tutti residenze reali. Perché la Cavallerizza – patrimonio Unesco dal 1997- è in pieno centro. È un edificio enorme, con sei o sette corpi, monumento che racconta la storia della Torino monarchica. Tanti progetti, tante idee per il suo recupero, per renderla attrattiva. Quasi nessuna è decollata. E la Cavallerizza oggi è uno spazio semivuoto: da cinque anni ci sono laboratori di artigiani e di artisti. Ci sono stanze trasformate in residenze. E ci sono piani per una sua trasformazione. Se ne discute da anni. Nel frattempo ci sono stati altri roghi. Quello di ieri è il terzo. Per fortuna le fiamme si sono fermate nella parte dei magazzini, la zona che quelli dell’Assemblea 1445 (che cerca di organizzare chi vive e lavora qui dentro) chiamano “Le Pagliere”. Un’area vuota, o quasi. Dove ci andava a dormire chi cerca un tetto sulla testa e trova i cancelli aperti. E la gente della zona protestava, firmava esposti alla polizia e in Procura: «Fate qualcosa la situazione sta peggiorando». Ecco, il rogo è partito lì, in quella parte tirata su a mattoni rossi, dove ci sono quattro laboratori e un grosso locale vuoto. Anzi, no: pieno di macerie e rottami, latte di vernice da buttare, vecchie porte, listelli di legno. Il fuoco ha divorato il tetto. Ma non ce l’ha fatta ad allargarsi alle case de «Le Pagliere» e agli edifici più nobili. Non ha aggredito la parte dell’Università dove c’è un’aula magna, né i teatri. L’hanno fermato i pompieri arrivati in massa, perché la Cavallerizza è più che un simbolo per la città. È un pezzo della sua storia e magari, un giorno, anche del suo futuro. Oggi è un posto dove trovi ragazzi di tutta Italia che provano a dare forma alle loro idee di arte e di creatività. Come questo architetto poco più che trentenne, rientrato in Italia dopo 5 anni a Valparaiso, in Cile, e uno studio con alcuni colleghi a due passi dal centro. Viene qui a creare nuove forme di urbanizzazione. Di spazi da inserire in città. Come i ragazzi arrivati da Napoli. O il dj di Genova. Nessuno è famoso, tutti hanno aspirazioni. La politica da anni protegge quest’esperienza: «La Cavallerizza non si tocca» dicevano. «Fa male vedere la Cavallerizza così», dice la sindaca Chiara Appendino. Chi sta dentro tira un sospiro di sollievo: «Non ci sgomberano». Chi sta fuori continua e protestare per il rumore, per le feste notturne, per «quei personaggi discutibili che vanno e vengono», e chiede di mandare via gli occupanti. Per ora tutto resta com’è, congelato da un sequestro disposto dalla procura, che per gli esposti ha aperto un fascicolo già tanto tempo fa. La scorsa settimana ha mandato i tecnici e la polizia a staccare gli allacci abusivi proprio alle “Pagliere”: la corrente era presa direttamente dai pozzetti, senza autorizzazione. Gli elettricisti hanno tagliato i cavi e tolto i collegamenti volanti. Temevano il fuoco che c’è stato. E adesso sono tutti lì a chiedersi che cosa l’ha causato. «È doloso» insistono gli occupanti. Ma di chi è la mano che ha acceso le fiamme? «Boh». Di certo non è cortocircuito. Lì l’altra notte c’era qualcuno che dormiva. Vai a sapere che cosa ha combinato per fare ’sto disastro. Vai a sapere chi è stato. Per ora ipotesi è valida. Da domattina, chissà.
Chernobyl a 33 anni dall’esplosione del reattore quattro avvenuta per negligenza, stupidità e incompetenza è ormai un non luogo. Se non fosse per le radiazioni, non sembra più nemmeno il posto dove si è compiuta un’immane tragedia. Quello che resta è un dipinto non finito, qualcosa dove il futuro è rimasto incompiuto. Al primo check-point, nell’area di interdizione, i militari controllano i documenti e i permessi e affidano a ogni turista in visita un dosimetro medico per registrare le dosi di radiazioni ionizzanti che si accumuleranno lungo il percorso. E i turisti non sono mai mancati, ancora di più dopo che l’emittente statunitense Hbo ha trasformato il disastro in una serie televisiva. Avviene tutto in un clima talmente calmo e rilassato che si fa fatica a pensare che nella foresta che circonda la centrale, le radiazioni siano ancora in grado di uccidere una persona in pochi giorni e anche la paura è un sentimento che non si riesce a provare. Le guide però sono imperative su pochi ma fondamentali punti: mai sedersi a terra, mai toccare o raccogliere oggetti e non fumare perché più si aspira profondamente, più particelle radioattive si inalano fino ai polmoni. La prima sosta del pulmino è accanto un vialetto sterrato. Ci si può inoltrare e anche entrare in quel che resta delle abitazioni e come un mantra le guide ripetono «non sedetevi, non toccate, non fumate». Chi si è portato un contatore geiger o lo ha affittato lo avvicina agli oggetti e al terreno. Il «bip bip» del misuratore di radiazioni gamma, quello sì ha qualcosa di inquietante, scandisce i passi. Nella prima casa segna due microsievert per ora, sul terreno circostante arriva anche a superare i tre, ma siamo ai livelli di una mammografia e per assorbirli tutti dovremmo restarci un’ora. Si riparte e si continua ad attraversare la foresta su uno stradone dall’asfalto fatiscente e questa volta la destinazione è Prypyat, quella che nelle intenzioni del regime sovietico doveva essere una città modello per le famiglie e gli operai che lavoravano alla centrale nucleare di Chernobyl distante meno di tre chilometri in linea d’aria. Anche qui si fa fatica a immaginare come vivevano i 49.000 abitanti fino al 26 aprile del 1986, giorno della tragedia che ha segnato per sempre le loro esistenze. Più di trent’anni fa aveva due ospedali, un cinema, un teatro, due hotel e numerosi bar e ristoranti. Anche il centro sportivo era all’avanguardia per l’epoca. Ma quando l’esplosione scoperchiò il reattore quattro le autorità un po’ cercarono di coprire l’accaduto e un po’ non capirono esattamente cosa stava accadendo. Il risultato fu che i pompieri della città furono mandati a spegnere l’incendio esponendosi così a radiazioni tali che morirono tutti in meno di due settimane tra atroci sofferenze. E con loro decine di residenti che andarono ad «ammirare» la colonna di aria ionizzata che nella notte illuminava come un raggio laser il cielo sopra il reattore. Il ponte da dove si otteneva la «vista migliore» non a caso è stato ribattezzato «ponte della morte». Sapore metallico in gola Il resto della popolazione fu esposto alle radiazioni per altre 36 ore prima che una colonna di 1.300 pullman evacuasse la cittadina. Sul campo restarono solo i cani e gli altri animali domestici. Ora la natura si è ripresa praticamente tutto, molti edifici si vedono quando si è solo a pochi metri perché i rampicanti li avvolgono completamente e il resto è così brullo e grigio-marrone da mimetizzarsi con le piante. Nel parco giochi le autoscontro sono ferme e arrugginite sulla pista e qui sì che si riescono a immaginare i bambini giocare il 27 aprile mentre il vento portava la morte in città. C’è anche la ruota panoramica che sarebbe stata inaugurata il primo maggio per la Festa dei lavoratori. Sarà suggestione, ma nella gola si inizia a sentire un sapore metallico simile alla ruggine. Poi una guida sposta un po’ di muschio e il dosimetro geiger schizza a più di 63 microsievert: non è suggestione ma il sapore della morte che regna a Prypyat. Ci allontaniamo rapidamente. Si torna sul van e dopo 10 minuti si intravede l’enorme sarcofago costruito nel 2016 che copre il reattore. Non siamo neanche a 100 metri di distanza e i dosimetri quasi tacciono, siamo a 0,8 microsievert, meno di una normale radiografia. Del resto qui lavorano centinaia di operai per la gestione e la manutenzione degli altri tre reattori ormai spenti. Si pranza alla mensa della centrale. Tutto è normale, se non fosse per una specie di «body scanner» che bisogna attraversare prima di poter fare la fila con i lavoratori. Si ritorna a Kiev, ma prima di uscire dall’area di interdizione il pulmino si ferma e l’autista ci indica di guardare a sinistra: c’è una famiglia di quattro orsi in lontananza nella foresta. Fanno parte di un esperimento, le autorità ne avevano portati 6 per vedere in quanto tempo sarebbero morti vivendo nella foresta. Il risultato è che il numero è raddoppiato e non hanno subito mutazioni genetiche anche se mediamente vivono meno degli altri orsi. Nelle due ore di viaggio che ci aspettano la mente corre alle sciagure che questo Paese ha dovuto subire. E ci si stupisce del grande entusiasmo che conserva, pensando che il lascito dell’Unione Sovietica all’Ucraina sono i 6 milioni di morti per fame scientemente causati da Stalin e la terra contaminata e i tanti morti di Chernobyl e Pripyat. E ora, mentre a Est si deve difendere dall’occupazione del Donbass sponsorizzata da Mosca, l’anima dell’Ucraina cammina guardando a Ovest perché non vuole più che il suo futuro sia incompiuto.
rutta marcia e sassi. Mai prima di ieri gli americani erano stati accolti così dal popolo curdo. E non solo nel nord-est della Siria, ma anche nel Kurdistan iracheno. Tutti contro il ritiro. “T ra di tor i” è tra le frasi più gentili che le decine di persone sulle strade hanno urlato al lungo convoglio di blindati arrivato a Erbil, appunto in Iraq. Le operazioni di ritiro sono cominciate nel pomeriggio di domenica. E sono continuate fino alla mattina di ieri. Gli elicotteri hanno sorvolato le città, facendo tremare i vetri delle case per quasi tutta la notte. Durante le operazioni di smantellamento, i soldati americani hanno indossato sulle uniformi i badge verdi del l’Ypj – le Unità di Protezione delle Donne – n o n ostante il divieto del Pentagono fin dalla battaglia di Raqqa due anni fa. Un segnale forte, non capita spesso che i militari disobbediscano a un ordine così platealmente. Forse per dimostrare il loro dissenso a un ritiro che per tutti è un tradimento. Quella della Casa Bianca è stato un cambio di rotta così repentino che ha lasciato tutti sconvolti, compresi loro. MA QUESTI SEGNALI non sono stati abbastanza per la popolazione che si trova sotto attacco dalla Turchia. Così quando la carovana di mezzi color sabbia con la bandiera a stelle e strisce è passata per le strade di Qamishli, la popolazione non c’è l’ha più fatta. E ha dato sfogo alla sua rabbia. “Abbiamo sbagliato a fidarci di loro. Dovevamo fare i nostri interessi non quelli degli americani. Ora siamo ridotti così male che il regime è l’unica nostra salvezza”, spiega Raman, 34 anni, soldato ferito nella battaglia di Serekanye, Rais al Issa. Domenica la città al confine con la Turchia è caduta in mano alle bande jihadiste scatenate dal presidente turco Erdogan che le ha appoggiate con l’aviazione e ibombardamenti. Le Forze Democratiche Siriane non hanno potuto far altro che ritirarsi, strette da tutti i lati dalle Tfsa, la fazione delle Free Syrian Army addestrate in Turchia e di stampo islamico radicale. “Ero già dovuta scappare da Serekanye nel 2012 quando ci hanno invasi la prima volta”, spiega Fatima Jaz Ahmed in una scuola diventata rifugio per le migliaia di persone fuggite dalla guerra. “Siamo andati via giovedì dopo che una incursione aerea ha colpito la casa dei vicini. Mio figlio più grande aveva troppa paura. Siamo andati in un villaggio vicino ma le bombe ci hanno seguiti anche li”, continua la donna mentre abbraccia una delle figlie. Oggi la famiglia vive in un’aula di una scuola ad Hasakah. I materassi colorati sono impilati da un lato, mentre una stuoia di plastica blu copre il pavimento. Hasakah ha accolto la maggior parte dei 190,000 profughi causati d al l ’operazione “Sorgente di pace” cominciata il 9 ottobre scorso sul confine tra la Turchia e il nord est della Siria. “La situazione è molto difficile. Mancano acqua, cibo e servizi”, spiega Nasrin Abdullah Siz, da ieri a capo del rifugio che è stato aperto martedì. Persino il pane è diventato un bene prezioso. IL FABBISOGNO è passato da 35 tonnellate al giorno a 50, in meno di una settimana, e continua a crescere. “Non abbiamo abbastanza fornai, quelli che ci sono lavorano giorno e notte”, continua la donna seduta alla scrivania. Dietro di lei ci sono i poster del Rojava Film Festival che si doveva tenere nelle prossime settimane in tutte le città tra cui Serekanye. Sarebbe stata la terza edizione. Intanto, nonostante il cessate il fuoco di 120 ore annunciato dal vicepresidente americano Mike Pence in accordo con Ankara, continuano i combattimenti. La tregua è servita solo a far evacuare le Forze Democratiche Siriane dalla città, ed è durata poche ore. Dal fronte continuano ad arrivare notizie preoccupanti. Saccheggi, violenze sui civili. Poi incursioni aeree e bombardamenti nelle campagne di Ain Issa, Tal Abyad, Kobane. Sembra evidente che la Turchia non vuole fermarsi davanti a niente, e si teme il massacro, un bagno di sangue. “Non abbiamo bisogno di tanto, ma ci deve essere la copertura aerea. Deve essere implementata una no-fly zone”, dice una combattente raggiunta al telefono e impegnata nelle campagne di Tal Abyad. “Ab – biamo già sconfitto i jihadisti sul terreno ma così è una battaglia impari”. La Turchia è accusata di usare armi chimiche. Le bruciature riportate da civili e soldati lascia perplessi i medici. “Non ho mai visto cose così, non sappiamo come curarli e alleviare le loro pene”, spiega Fares Hammu, medico “al l’ospedale della Gente” di Hasakah dove sono stati trasferiti la maggior parte dei civili. I campioni sono stati mandati nel Kurdistan iracheno per delle analisi approfondite. Ma intanto monta la rabbia per le strade. “Ci hanno traditi: gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra. Tutti ci hanno voltato le spalle. Una coltellata alla schiena dopo che noi abbiamo combattuto lo Stato Islamico anche per voi”, grida Merwan con le lacrime agli occhi. Per anni ha combattuto Daesh. Sperava che fosse finita. E invece una nuova guerra l’ha strappato da casa. La notizia delle ultime ore scuote ancora gli animi. Il presidente Trump lascerà 200 soldati a guardia dei pozzi di petrolio. “Voglio – no solo quello, e intanto noi veniamo massacrati”.
Le vittime degli scontri in Cile sono salite almeno a 11, e il presidente Piñera si è rivolto così alla nazione domenica sera: «Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile, che non rispetta nulla e nessuno, e vuole usare violenza senza limiti e atti criminali». Ieri però il capo della sicurezza nazionale, generale Javier Iturriaga, ha abbassato i toni, dopo un volo in elicottero sopra Santiago per valutare la situazione nella capitale: «Per la verità, io non sono in guerra con nessuno. Sono un uomo felice». L’ex presidentessa Bachelet, ora Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani, ha denunciato l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità, ha richiesto un’indagine indipendente sulle morti avvenute nel fine settimana, ha criticato la retorica incendiaria, e ha sollecitato l’apertura immediata del dialogo per affrontare e risolvere le cause profonde del malcontento. Proprio questo però è l’elemento più difficile da comprendere, perché il Cile è uno dei Paesi con le migliori condizioni economiche del Sudamerica, ma anche con il più alto tasso di disuguaglianza. Le proteste sono cominciate la settimana scorsa, dopo l’aumento del 3,75% delle tariffe per il trasporto pubblico. I lavoratori cileni che percepiscono il salario minimo spendono in media il 20% dello stipendio per gli spostamenti, e quindi l’incremento ha un impatto sulla loro vita. Le manifestazioni però sono presto passate nelle mani degli studenti e di altri gruppi, degenerando nella violenza durante il weekend. Circa 10.500 poliziotti e soldati sono stati schierati nelle città, facendo rivedere i carri armati per la prima volta dai tempi di Pinochet, e Piñera ha proclamato lo stato d’emergenza in diverse città, fra cui Santiago, Antofagasta, Valparaiso, Valdivia, Chillan, Talca, Temuco e Punta Arenas. Il bilancio degli scontri non è definitivo, ma i morti sono almeno 11, e potrebbero salire a 13. Secondo i dati della National Human Rights Institution, altre 44 persone sono rimaste ferite e 283 arrestate. Il ministero della Sanità però ha detto che i civili feriti sono almeno 239, mentre quello dell’Interno ha precisato che i fermati sono 1.906. I trasporti pubblici sono stati paralizzati e decine di voli sono stati cancellati all’aeroporto di Santiago. La compagnia italiana Enel, primo fornitore di elettricità nel Paese, ha detto che le sue attività non sono state colpite, nonostante voci di attacchi alle centrali. I saccheggi hanno colpito decine di negozi e supermercati. Walmart ha confermato che oltre 100 suoi punti vendita sono stati assaliti e in alcuni casi incendiati. La maggior parte dei morti ha perso la vita nei roghi. Ieri le manifestazioni sono continuate, con concentrazioni nella capitale soprattutto nelle zone di Plaza Ñuñoa e Plaza Italia. Iturriaga ha proclamato il coprifuoco dalle 8 di sera alle 6 del mattino, ma ha aggiunto di essere «molto soddisfatto della situazione». Le proteste hanno sorpreso gli osservatori, perché nel 2019 l’economia è cresciuta del 3%, mentre inflazione e disoccupazione sono stabili, nonostante l’arrivo un milione di immigrati e molti rifugiati dal Venezuela. In base a diversi indicatori, il Cile è il Paese nelle migliori condizioni del Sudamerica, ma secondo l’Ocse è anche il primo in termini di disuguaglianza. Piñera sospetta che le violenze siano frutto di una campagna organizzata all’estero per destabilizzarlo, ma l’opposizione gli chiede di cambiare politica e colmare il divario tra ricchi e classe media, per risolvere la crisi ed evitare che il Paese imploda.
John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni britannica, l’aveva detto nel settembre scorso: «Straccerò il libro delle regole pur di fermare ogni tentativo illegale del primo ministro di arrivare alla Brexit entro il 31 ottobre». E ieri ha mantenuto l’impegno: ha respinto la richiesta di Boris Johnson di votare l’accordo raggiunto con la Ue, un ennesimo tentativo del premier di fare rientrare dalla finestra quello che era già stato fatto uscire dalla porta. Sabato scorso il Parlamento aveva approvato un emendamento che obbliga il governo a fare votare prima la sterminata legislazione tecnica che riguarda la Brexit e solo dopo l’accordo. Senza un rinvio, che l’Europa sembra ora disposta a concedere, sarebbe quasi impossibile riuscirci entro il 31 ottobre pure se il governo avesse una maggioranza, che al momento non ha. Anche ieri Bercow è stato all’altezza della sua fama. Ha solennemente dichiarato che la richiesta di Johnson era «ripetitiva e disordinata», che una decisione sullo stesso tema era stata presa solo 48 prima e che il governo non poteva continuare a riproporre continuamente il voto sulla stessa materia sperando che prima o poi il Parlamento lo accontentasse. Sabato si è deciso di votare prima le leggi collegate, e così sarà. Chissà dove sarebbe oggi la Brexit senza Bercow. Lo speaker dei Comuni deve essere neutrale e lasciare il suo partito quando viene eletto alla carica, ma molti lo accusano di parteggiare per il «remain», per il quale ha votato al referendum. I poteri che gli sono conferiti gli consentono sicuramente di indirizzare il dibattito: è lui a dare la parola ai deputati, a mantenere l’ordine con le grida di «Order!, Order!», che nessuno ha mai urlato più forte di lui. Oggi la battaglia della Brexit ricomincerà a Westminster e sarà un’altra giornata calda, forse decisiva. Il governo ha annunciato la pubblicazione del testo dell’accordo in modo da potere cominciare a votarlo da questo pomeriggio. Si deciderà anche il calendario del lavori: Johnson chiederà sedute notturne, ma non è detto che gliele concedano. Il leader laburista Corbyn prepara imboscate ed emendamenti per mantenere l’unione doganale e per un secondo referendum. Bercow vigilerà e dirigerà il traffico.
«Noi preferiamo la pace alla guerra, ma se un’azione militare dovesse diventare necessaria, dovete sapere che il presidente Trump è pienamente pronto ad intraprenderla». L’avvertimento che il segretario di Stato americano Pompeo ha inviato ad Ankara, durante un’intervista alla Cnbc, è il più duro lanciato da Washington dall’inizio della crisi siriana. Il capo della diplomazia ha ribadito che gli Stati Uniti non hanno mai dato il via libera alla Turchia per l’offensiva, finalizzata a creare una zona cuscinetto nel territorio di Damasco, per allontanare le milizie curde dal confine. Ieri il «New York Times» ha scritto che il vero obiettivo di Erdogan è ottenere le armi nucleari, per cambiare gli equilibri in Medio Oriente. Pompeo ieri ha ripetuto che il governo Usa vuole usare il negoziato o la pressione economica delle sanzioni, per risolvere la crisi, ma non esclude l’uso della forza se diventasse necessario. Trump è stato criticato dagli stessi repubblicani per aver ritirato i soldati, ma poi ha inviato il vice Pence e Pompeo ad Ankara per mediare la tregua in corso di attuazione. Quindi ha detto che i soldati ritirati dalla Siria non torneranno a casa, ma andranno nel vicino Iraq. La Turchia però continua a sfidare gli Usa. «Tutto l’Occidente, compresi gli Stati della Nato e dell’Ue, ci ha attaccato ed è al fianco dei terroristi». L’affondo lanciato ieri da Erdogan è durissimo e il timing non è casuale: oggi il presidente turco incontrerà a Sochi Vladimir Putin, con il quale parlerà delle «misure necessarie» da prendere nel Nord-Est della Siria. Stasera alle 21 (ora italiana) scadono infatti i cinque giorni di tregua decisi giovedì e fonti di Ankara assicurano che «non ci sarà un’ulteriore proroga». La Turchia vuole il ritiro delle milizie curde dalla zona di sicurezza che Erdogan intende creare al confine, un’area di 32 chilometri nella quale la Turchia punta a reinsediare parte dei 3,6 milioni di rifugiati siriani accolti in virtù di un accordo con l’Ue. Mentre la ministra della Difesa tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha chiesto ieri l’istituzione di una zona di sicurezza sotto controllo internazionale «nelle regioni della Siria al confine con la Turchia». La proposta sarà formalizzata alla riunione dei ministri della Difesa degli Stati Nato il 24 e 25 ottobre. Il presidente turco ieri ha lanciato un appello agli Stati Uniti, chiedendo di favorire il ritiro dei curdi. Diversamente, minaccia, «l’operazione ripartirà». L’unico che potrebbe fermarla sembra essere proprio Putin (che ieri ha avuto un colloquio telefonico con Macron), il quale dovrà cercare un difficile compromesso tra Erdogan, Assad e i curdi. Ankara accusa le forze dell’Ypg (Unità di protezione popolare) di aver violato «36 volte la tregua» ed è pronta a far ripartire l’attacco. Ma Trump sostiene che «il cessate il fuoco regge» e che le milizie della Ypg stanno lasciando alcune zone «in maniera intelligente». Il presidente Usa è poi tornato, a modo suo, sull’accusa di aver pugnalato i curdi alle spalle: «Non avevamo mai detto che saremmo rimasti 400 anni a proteggerli». Ieri un centinaio di mezzi americani ha lasciato la Siria per dirigersi verso l’Iraq. Il Pentagono sta valutando la possibilità di lasciare alcune truppe a guardia dei giacimenti petroliferi nel Nord-Est, accanto alle forze turche, per proteggerli da un’eventuale incursione Isis.
Il lavoro di “limatura” è andato avanti fino alla tarda serata di ieri. Ogni parola è stata pesata, quelle più ambigue tolte. Perché Bruxelles vuole evitare a tutti i costi di scatenare uno scontro con il governo italiano. Ma i conti non tornano e “c’è il rischio di una deviazione significativa” dalle raccomandazioni Ue. È per questo che la Commissione europea non ha potuto fare a meno di evitare di scrivere una lettera in cui chiede chiarimenti al governo italiano. Il testo sarà pubblicato questa mattina sul sito dell’esecutivo Ue, insieme con quelle inviate a Spagna, Belgio, Portogallo (i tre Paesi, causa elezioni, hanno spedito una manovra a politiche invariate) e Francia (la Finlandia l’aveva ricevuta la scorsa settimana). La scrittura (e la riscrittura) del documento si è intrecciata ieri sera con i vari incontri a Palazzo Chigi tra il premier e i rappresentanti delle forze politiche che sostengono il governo, alle quali ha partecipato anche il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Quando il vertice di maggioranza vero e proprio è iniziato, all’ora di cena, la versione definitiva della lettera non era stata ancora spedita a Roma. Certamente le fibrillazioni tra i partiti che sostengono il “Conte2” non aiutano a tranquillizzare l’Ue, preoccupata che gli scossoni politici possano mettere a rischio la tenuta dell’impalcatura della legge di bilancio. Già così, comunque, i numeri inseriti nella bozza di manovra portano l’Italia fuori dal percorso di correzione previsto dalle regole europee. Nel 2020 il governo prevede un peggioramento del deficit strutturale (quello calcolato al netto del ciclo economico e delle misure una tantum) dello 0,14% del Pil, che Roma arrotonda allo 0,1%. Decisamente non in linea con la raccomandazione Ue che chiede di migliorare il saldo strutturale dello 0,6%: lo scarto è pari a 7 decimali di Pil, circa 12,6 miliardi di euro. L’esecutivo ha già messo in conto una flessibilità dello 0,2% (3,6 miliardi) per le spese “eccezionali” relative al piano contro il dissesto idrogeologico. Con questo “bonus”, calcola il governo, lo scostamento dalla raccomandazione sarebbe di soli cinque decimali, che è il margine di tolleranza consentito dalla Ue in un anno. Ma ci sono due problemi. Da un lato la flessibilità non è stata ancora concessa ufficialmente. E dall’altro ci sono i conti del 2019. È vero che l’Ue consente un margine annuo dello 0,5%, ma nel biennio lo scostamento medio non deve essere superiore allo 0,25% annuo. E qui Bruxelles farà notare a Roma che anche nel 2019 c’è una deviazione (seppure inferiore) dalla raccomandazione, che chiedeva un taglio dello 0,6% del deficit strutturale. La Commissione chiede inoltre chiarimenti su alcune misure, in particolare quelle per la lotta all’evasione fiscale. In passato l’invio di queste lettere aveva provocato forti attriti tra Roma e Bruxelles. Tre anni fa, per esempio, l’allora premier Matteo Renzi aveva bollato la missiva come “una letterina”, usando un tono dispregiativo. Dal Tesoro ora sminuiscono il passaggio, derubricandolo a un “normale percorso di dialogo” (e annunciano una risposta entro domani). In realtà si tratta di un atto formale che, potenzialmente, potrebbe portare anche alla bocciatura preliminare della Finanziaria, come successo lo scorso anno con la Manovra del Popolo firmata dal governo Lega-M5S. Diverse fonti assicurano che quest’anno non succederà perché “il clima con il nuovo governo è positivo”. Inoltre il prolungamento dell’attuale Commissione farà sì che il giudizio definitivo (atteso entro fine novembre) sarà firmato dall’esecutivo Juncker, in carica per gli affari correnti. Il che alleggerirà la mano di Bruxelles.
Non sarà sulle manette agli evasori fiscali che cadrà il governo giallo-rosso. Nonostante i mal di pancia e le resistenze dei renziani, una giornata di vertici a palazzo Chigi ha ribadito il punto di fondo, ossia abbassamento delle soglie di punibilità a 100mila euro di evasione e aumento delle pene da 6 a 8 anni, che restano nel decreto fiscale, le cui bozze erano state approvate in consiglio dei ministri. Poi, certo, in ambito penale i dettagli fanno la differenza. Innalzare le pene edittali oltre certe soglie, ad esempio, apre alle procure la possibilità di intercettare i presunti evasori, il che non piace ai garantisti. Oppure, per questioni di metodo costituzionale, c’è chi critica la scelta di inserire modifiche al codice penale in un decreto, quale il fiscale. E’ quanto dice, ad esempio, Gennaro Migliore, di Italia Viva, ex sottosegretario alla Giustizia. E quindi fino all’ultimo si è discusso se inserire il pacchetto elaborato dal ministro Alfonso Bonafede nel decreto oppure farne un testo da far procedere in parallelo. Da una parte i grillini, testardi, che volevano portare a casa il risultato, per loro identitario. Dall’altra tutti gli altri. Politicamente parlando, il via libera c’è. Nicola Zingaretti ne aveva parlato già durante la sua intervista televisiva di domenica sera: «I grandi evasori rubano soldi a chi ha bisogno. Bisogna arrivare a sanzioni o al carcere. Non ho paura a sostenerlo». Musica per le orecchie di Luigi Di Maio o del ministro Bonafede. Di Maio ha avuto gioco facile, su questa che era una delle sue tre richieste «irrinunciabili», anche nell’incontro con Giuseppe Conte. Il premier è sempre stato convinto della necessità di ritoccare le pene per gli evasori, manovrando sulle soglie di punibilità oltre che sugli anni di pena. E per chi recalcitrava, vedi i dubbi espressi nei giorni scorsi a mezza voce dai renziani, è arrivata la classica randellata. «Noi – ha detto il vice ministro alle Infrastrutture, Giancarlo Cancelleri, M5S – vogliamo il carcere per i grandi evasori. Chi non lo vuole, si sta schierando con Berlusconi. Anche se sta dentro il governo». Si è smosso perfino Romano Prodi a benedire l’accordo: «C’è bisogno di una durissima lotta all’evasione fiscale», spiegava a Rete 4. Discorso rivolto innanzitutto a quell’uscita improvvida di Maria Elena Boschi, ripresa dal suo stesso partito. Stessa posizione per LeU, uno dei partner della coalizione. Parlava il senatore Federico Fornaro, capogruppo: «Nessuna retromarcia rispetto alla scelta di fare della lotta all’evasione fiscale uno degli assi portanti della manovra. Erodere la montagna di 110 miliardi di evasione fiscale e contributiva è fondamentale per recuperare risorse per la crescita e la lotta alle diseguaglianze». E’ evidente che il governo vuole innalzare sul serio le sanzioni per i reati fiscali e rendere più ficcanti le norme. Tanto da far tremare le associazioni datoriali, che si sentono nel mirino. Protesta Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria: «Speriamo in una politica economica coerente che non metta ansia alle imprese, a partire da questo dibattito di distrazione di massa sulla questione evasione che vede le manette prima ancora delle sentenze». Anche i vertici della Confederazione nazionale artigiani, il presidente Daniele Vaccarino e il segretario generale Sergio Silvestrini, incontrando il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, hanno accennato obliquamente ai «messaggi» che arrivano dalla politica in merito alla lotta all’evasione fiscale: «Rischiano di esemplificare e generalizzare alimentando luoghi comuni».