Con la Leopolda, Matteo Renzi ha riprovato a rilanciare la sua immagine di leader che vuole parlare di futuro. Ma il successo dell’operazione, più che dal remake di un format vincente, dipenderà dalla capacità di interpretare un clima sociale che nel corso degli anni è cambiato profondamente. E da questo punto di vista, la kermesse fiorentina non mi pare abbia segnato un vero cambio di passo. Le ricerche in questi ultimi anni sono concordi nel cogliere il cronicizzarsi del malessere che colpisce ampi strati della società. Dati confermati da una indagine Swg presentata in questi giorni a Bertinoro, all’appuntamento annuale del terzo settore italiano. L’insoddisfazione verso la propria condizione economica (il 42% la ritiene peggiorata negli ultimi anni) si traduce in sentimento di abbandono: con istituzioni percepite come lontane e inerti e classi dirigenti inaffidabili, ci si sente in balia di fenomeni globali fuori controllo (dal terrorismo al riscaldamento planetario, dall’immigrazione allo strapotere delle banche e degli oligopoli economici). L’ostilità verso i migranti e le pulsioni verso l’antipolitica (che attraggono il 55% del campione) indicano che gli anticorpi immunitari — che contrappongono la comunità di appartenenza a tutto ciò che ne sta fuori — sono tutt’altro che debellati. Di fronteaun futuro che non promette nulla di buono per sé e ancor meno per i propri figli, ritorna di attualità un termine usato da Robert Castel, che parlava di disaffiliazione per indicare la rottura dei legami (familiari, sociali e istituzionali) che tiene insieme le persone al mondo sociale circostante. Non sorprende che, in questo clima, l’82% degli intervistati sia convinto che il modello economico debba cambiare profondamente. Anche se i contorni di tale cambiamento rimangono confusi. Per questo ci si affida volentieri ai leader politici «forti» (come Trump o Putin) che non hanno paura di rompere gli schemi consolidati. Se questa è la diagnosi, qual è allora la prognosi? È bene prima di tutto chiarire un punto: l’aspetto economico e monetario (es. gli 80 euro) è importante ma da solo non basta. Certo, se le persone possono avere più soldi in tasca sono contente. Ma non si dirada la nebbia formatasi in questi anni così facilmente. In epoca di «stagnazione secolare» la spinta ai consumi non basta. E allora? Ci sono due aspetti che le ricerche degli ultimi anni mettono in evidenza e che vanno tenuti in debito conto. Il primo è la centralità dell’investimento sulla persona. Il vecchio tema dell’educazione. Oggi sappiamo che esiste una relazione ben precisa tra il livello di istruzione e la qualità della vita lavorativa da un lato, e la capacità di gestire con successo le tante dimensioni della vita contemporanea dall’altro. È questa la condizione non solo per avere un reddito maggiore, ma anche per gestire meglio la salute (dall’alimentazione all’attività fisica), per avere e mantenere buone retirelazionali, per coltivare interessi e curiosità, per non avere paura della tecnologia. Per essere cittadini a pieno titolo di un mondo sempre più sofisticato e veloce è necessario disporre di un buon capitale culturale. Un’affermazione tutt’altro che scontata. Le nostre società vengono infatti da decenni nei quali era sufficiente essere «consumatori», magari anche un po’ instupiditi. Oggi, però, avere due soldi in tasca e frequentare un centro commerciale non basta più. Per navigare nel mondo che abbiamo costruito occorrono molte più «competenze» — formali e informali — che si apprendono prima di tutto a scuola e poi sul lavoro (almeno in quella parte di mondo lavorativo dove la professionalità viene messa a valore). Due mondi terribilmente lontani dall’esperienza quotidiana di molte persone. Il secondo aspetto riguarda la ricostruzione del senso di comunità (una domanda su cui converge l’88% degli intervistati!). I primi nemici da combattere sono la disillusione, la diffidenza, l’isolamento, che di fatto rendono impossibile ogni ripartenza. Si avverte il bisogno di un clima più positivo, dove sia possibile ricostruire quel bene intangibile ma così prezioso che è la fiducia. Che si basa su tre pilastri: la qualità dei soggetti attivi sul territorio (istituzioni pubbliche, ma anche imprese, scuole, ospedali, associazioni di categoria, parrocchie): è nel rapporto con tali soggetti che i cittadini si formano la loro idea della realtà. La legalità, con uno Stato capace di soddisfare la legittima domanda di sicurezza. Che sia l’immigrato illegale, l’amministratore corrotto o l’imprenditore che sfrutta il lavoro, c’è bisogno di sapere che coloro che distruggono il bene comune siano effettivamente perseguiti. Infine, la capacità di investire—sulla famiglia, sulle infrastrutture, sui beni pubblici — come chiave di accesso al domani. Solo una comunità che investe può guardare al futuro con fiducia. Al di là dell’aspetto economico (che pure conta) queste tre dimensioni marcano la domanda di un diverso modo di stare insieme. È su questo che le forze politiche (specie se «nuove») si devono misurare: è finito il tempo dell’espansione, dell’individualismo, dello slegamento. Può essere che ciò ci spinga verso il tempo della rabbia, del risentimento, della chiusura. Ma può essere invece che ciò costituisca una straordinaria occasione perritessere una vita sociale che negli anni si è sfrangiata. Al di là di ciò che produciamo e consumiamo, occorre lavorare per ricostruire la qualità del nostro tessuto sociale: a partire dalla cura della persona e dei territori. In gioco c’è il nostro futuro. La possibilità stessa dell’Italia di rimanere «viva».

Non va sottovalutata la richiesta europea di «chiarimenti aggiuntivi» sulla manovra. Serve a ricordare al governo e alla maggioranza che l’apertura di credito ricevuta non è a fondo perduto, e nemmeno scontata. E diventa più insidiosa per il momento in cui la Commissione Ue ha deciso di inviarla: in giorni di tensione e di confusione, che allungano sulle decisioni prese un‘ombra di precarietà e di incertezza. L’ingiunzione di un vertice al premier Giuseppe Conte da parte del ministro degli Esteri e leader del M5S, Luigi Di Maio, e del capo di Iv, Matteo Renzi, non è un segnale costruttivo. Sa piuttosto di sfida, quasi di provocazione. Suona come una sorta di monito a ricordare che la sua coalizione deve rispondere a troppi protagonismi e micro-interessi; e può ritrovarsi di colpo appesa a un filo. Lo smarcamento più sconcertante è quello dei Cinque Stelle. Sembra proprio che Di Maio, rassegnato regista della maggioranza col Pd e della seconda presidenza Conte, stia proponendosi come il «nuovo Salvini». Chiede, anzi pretende il marchio grillino sulle misure da approvare. Quasi minaccia il presidente del Consiglio, accusandolo di collusione col partito di Nicola Zingaretti, negandogli quel ruolo di garanzia che lo ha riportato a Palazzo Chigi come punto di equilibrio.

D i Maio cerca di ritagliarsi il ruolo di «uomo forte» mentre la sua leadership nel Movimento è traballante; o forse proprio per questo. E facendolo incrocia le ambizioni della neonata Iv, che esclude crisi mentre accarezza operazioni trasformistiche, guidata da una gran voglia di dimostrare che esiste. Si sottovalutano le incognite che una simile involuzione promette di inserire nella vita del governo Conte e dell’intera legislatura. Il risultatoèche, appena un mese e mezzo dopo la sua formazione, l’esecutivo appare già sgualcito. Se si pensa che doveva promuovere una solida alleanza tra Cinque Stelle e Pd, proiettarsi nel tempo e dare vita a una sorta di amalgama, la regressione è evidente. Il fatto stesso che ieri, a Palazzo Chigi, prima dell’incontro collegiale il premier abbia dovuto vedere ogni singolo partito, dice già molto. Lascia capire che lo vogliono costringereamediazioni multiple; che si profila una continua trattativa non tanto sui contenuti ma sulle convenienze dell’uno o dell’altro alleato. I comportamenti che si delineano non rimandano a una stagione di governo ma all’ennesima campagna elettorale. Può darsi che dipenda anche dalla prossimità del voto di domenica in Umbria, dove è data per probabile una vittoria del centrodestra. Significherebbe che, al di là dell’«esperimento» dell’accordo M5S-Pd in quella regione, Di Maio accentua una polemica preventiva per recuperare voti e in parallelo giustificare una sconfitta grillina. Il problema è che cosa succederà se le previsioni verranno confermate. L’ipotesi che il governo nazionale non sia sfiorato dagli effetti collaterali di un voto umbro risulta improbabile. Ma se il gioco a smarcarsi è figlio della paura, bisogna attendersi un’accentuazione del nervosismo verso Palazzo Chigi. Su questo sfondo la lettera di Bruxelles finisce per assumere il carattere di un avvertimento a non deragliare dagli accordi presi; a non seguire logiche di partito che mostrerebbero un’Italia di nuovo indebolita. Quando il capo della Lega e della nuova destra Matteo Salvini annuncia che «presto» si tornerà alle urne, e che se cade Conte bisogna andarci a tutti i costi, esprime una speranza. Sa che se il governo dura, il suo martellamento dovrà fare i conti con tempi più lunghi, e dunque rischia di risultare meno efficace. Vedendo quanto accade nella maggioranza, tuttavia, Salvini ha buone ragioni per sostenere questa tesi. Nella coalizione c’è chi lavora per lui, anche senza volerlo, trascurando pericolosamente le implicazioni europee di un logoramento. Di Maio dovrebbe capire che delegittimando Conte come garante della maggioranza e creando le premesse per la sua caduta, non salverebbe il suo ruolo. È probabile che otterrebbe solo una frattura nel Movimento, foriera di sconfitte perfino peggiori di quella subìta alle Europee del 26 maggio. Utilizzare i voti raccolti dai Cinque Stelle nel 2018 come rendita di posizione per tenere sotto ricatto il Parlamento rivendicando una centralità ormai virtuale, non è una politica. Prima o poi, e Salvini lo ha dimostrato in agosto pagando un prezzo alto, le forzature possono sfuggire di mano e diventare regali agli avversari; e le mire su Palazzo Chigi, tanto più se affidate a interlocutori sbagliati, rivelarsi velleità senza un barlume di fondamento.

Sono fantasie. Absolutely not». Quasi un anno fa il presidente di Gedi, Marco De Benedetti, replicava in questi termini a chi gli chiedeva della possibile vendita all’imprenditore ceco Daniel Kretinsky, fresco azionista di peso nella società editrice di Le Monde (tramite la società Le Nouveau Monde che sostanzialmente divide con Matthieu Pigasse). In Francia, dove qualche dibattito e distinguo lo ha generato anche per la volontà di salire nell’azionariato di Le Monde, Kretinsky già possiede il settimanale Marianne e alcune testate del gruppo Lagardère, come Elle, che unisce alle ex attività ceche di Ringier Axel Springer e alla presidenza dello Sparta Praga. L’offerta di domenica scorsa da parte di Carlo De Benedetti per il 29,9% di Gedi rappresenta il termine di una linea ideale che negli ultimi mesi ha unito vari personaggi e società ritenuti interessati alla realtà nata dall’integrazione nel Gruppo Espresso di Itedi e che al suo interno riunisce, fra gli altri, Repubblica, L’Espresso, La Stampa, Il Secolo XIX, 13 quotidiani locali e un polo radio (Deejay, Capital, m2o) che, pur pesando relativamente poco (il 10%) sul business, è la parte più in spolvero: +0,4% i ricavi nel primo semestre e risultato operativo positivo (7 milioni). I rumors sulla possibile vendita Le ipotesi sui compratori sono state le più varie. Si va da Flavio Cattaneo insieme con il fondo Peninsula (un passato interesse confermato), a Xavier Niel (il patron di Iliad è anche lui azionista di Le Monde), a Kretinsky, alla Feltrinelli, alla Vivendi già impegnata su fronti non da poco in Italia: dalla Tim con governance a trazione Elliott, a Mediaset con cui la media company di Vincent Bolloré sta battagliando a suon di ricorsi (per ora con buon gioco in Spagna) per fermare la holding olandese Mfe-MediaForEurope cui il Biscione pensa come avamposto di una tv free paneuropea. Da ultimo i rumors si stavano spostando su John Elkann (già azionista al 5,9% con una Exor che nell’editoria ha un posto di rilievo con la quota di controllo del 43,4% del The Economist), dato per interessato alla parte La Stampa-Il Secolo XIX. La proposta di De Benedetti senior, anche se rispedita al mittente da figli e Cir, ha però finito per creare una cesura fra un prima e un dopo. Per ora a beneficiarne è il titolo, salito del 24% (a 31 centesimi) in una settimana. Domani, alla presentazione dei conti di Gedi, si vedrà se emergeranno nuovi particolari in una querelle che ha i tratti avvincenti del redde rationem famigliare, ma che si sviluppa anche in un contesto le cui trasformazioni sono globali. E, purtroppo per il comparto, foriere di grandi incertezze. Un quadro in trasformazione L’“Entertainment & Media Outlook 2019-2023” di Pwc segnala per il comparto “newspaper” un business sotto i 100 miliardi di euro a livello globale nel 2018 e posizionato su un piano inclinato fino a scendere a 85 miliardi nel 2023, con caduta media annua del 2,6% frutto del -3,3% dell’advertising e del -2% nella “circulation”. In Italia va anche peggio: -3,9% di Cagr con -5,9% nella pubblicità e -3,1% nelle vendite. Altro indice del cambiamento dei tempi lo si riscontra nelle previsioni dell’ultimo “Advertising Expenditure Forecasts” di Zenith (Publicis Media) secondo cui il 2019 sarà il primo anno con più raccolta sulle piattaforme social che sulla carta stampata, con social al terzo posto e quota del 13% della spesa adv globale, dopo Tv (29%) e paid search (17%). Tutti numeri che chiamano in causa come convitati (neanche troppo di pietra) i giganti del web e trovano declinazione in operazioni dettate dai tempi. Non è un caso che il fondo americano Kkr abbia chiuso un’Opa su Axel Springer, colosso tedesco che edita tra gli altri Bild, Die Welt, Politico, Business Insider ed eMarketer e che sulle attività online ha puntato già da tempo come dimostrano i tre quarti dei ricavi dalle attività digitali fra cui i siti di inserzioni (classified). La sfida di web e on demand L’operazione Kkr-Axel Springer è – secondo dati elaborati da Pwc per Il Sole 24 Ore – una delle 114 transazioni che hanno riguardato il mondo media in Europa nel primo semestre 2019, per un controvalore totale di 13,5 miliardi. In ottica di diversificazione, già nel 2006 il gruppo tedesco aveva fatto un’offerta in patria, non andata a buon fine, su Prosiebensat 1. Sul broadcaster ha ora investito Mediaset (poco meno del 10%), anche nell’ottica di un irrobustimento ritenuto necessario innanzitutto per far fronte all’avanzata dei colossi on demand (Netflix e Amazon, con Disney e Apple in arrivo) e per fare sinergie transnazionali di costo e prodotto. Il parallelo è evidente con un’editoria alle prese con cambi nelle abitudini di lettura, ma anche con i vari Facebook, Google e Amazon che sulla pubblicità hanno finito per dettare il ritmo. Fra mondo dell’editoria e colossi web la dialettica non è mancata ed è destinata a crescere se si pensa al tema del recepimento negli Stati membri della direttiva Ue (2019/790) sul copyright nel mercato unico digitale. Le nuove regole stabiliscono che le anteprime degli articoli possano essere mostrate sulle pagine dei risultati solo pagando gli editori. Battistrada è la Francia (disposizioni in vigore da giovedì prossimo, 24 ottobre) ma Google ha già annunciato che non pagherà, lasciando agli editori la scelta sul mostrare o meno gli “snippet”. Pubblicità e sottoscrizioni Il tema è spinosissimo, peraltro in un contesto in cui il calo della pubblicità tenderebbe a spostare il focus sui contenuti e, quindi, sugli abbonamenti, anche digitali. «Nel 2011 per noi si prevedeva il fallimento. Ci avevano detto che la gente non avrebbe pagato per i nostri contenuti», ricorda spesso il ceo del New York Times, Mark Thompson. Non è andata così e qualcosa si sta muovendo anche nel Vecchio Continente. Il report della Fipp “2019 Global Digital Snapshot” segnala come fra le prime dieci testate per numero di abbonati tre siano statunitensi (oltre a Nyt, ci sono Wsj e Washington Post), quattro inglesi (Financial Times; Guardian; Economist; Sunday Times) e una svedese (Aftonbladet). Lato Facebook, si attende il lancio di una “News tab”, sezione dedicata all’informazione di qualità che dovrebbe basarsi su partnership con un novero di testate fra cui Wall Street Journal, Washington Post, New York Times, Business Insider. La mossa arriva in vista delle elezioni Usa e con l’eco dello scandalo Cambridge Analytica non ancora spenta. Ma già la selezione fra i partner riporta il discorso al punto di partenza: la necessità di sinergie e massa critica. E questo in Europa come negli Usa dove il 14 novembre si terranno le assemblee per il via libera alla fusione fra Gannett e GateHouse. Formalmente è GateHouse, la seconda catena di giornali locali americani, ad acquistare Gannett, prima per dimensioni ed editore di Usa Today. Ne verrà fuori un colosso da 256 testate quotidiane e migliaia di settimanali. Da Bertelsmann alla galassia Murdoch il contrasto all’epica del “piccolo è bello” è visibile da tempo. Forse lo sarà sempre di più.

«Ma lo sa che l’80% del pesce che arriva sulla tavola degli italiani è di importazione? Ormai la vongola dell’Adriatico è uno degli ultimi prodotti autoctoni e non si faccia incantare dal mito delle veraci… sono specie che provengono dai mari delle Filippine. Quelle nostrane sono quasi scomparse». Antonio Gaudenzi se ne sta con le mani in tasca e guarda il mare. Anzi, guarda la schiera di “vongolare” allineate nel porto di Fano con i loro grandi rastrelli. Lui è uno degli armatori e comandanti della flotta (definizioni baldanzose, ma in realtà si tratta di pescatori) e le barche dondolano placide nello specchio d’acqua perché questo è periodo di fermo biologico. Al di là del molo, dove inizia la spiaggia, c’è chi prende il sole e qualcuno si tuffa anche in acqua. «Fino a vent’anni fa a metà ottobre qui c’era già la nebbia — ricorda Sergio Ciavaglia, un altro pescatore — . Il mare è diventato più caldo e lassù a Bruxelles lo devono capire…». La fila di vongolare è come una squadra navale in attesa della battaglia. Uno scontro commerciale, politico e ambientale. Interessi economici e mutamenti climatici che, se mal miscelati, possono diventare letali per attività che sorreggono il benessere di interi territori. Un motivo in più per chiedere all’Europa di essere davvero unita. Il duello è tra Italia e Spagna: da una parte le oltre 700 aziende che nell’Adriatico, da Chioggia giù fino a San Benedetto del Tronto, pescano ogni anno 45.000 tonnellate di vongole e danno lavoro a più di 1.600 addetti (senza contare l’indotto); dall’altra parte del fronte, le 300 aziende dell’Andalusia organizzate nelle Cofradias de pescadores, con le loro 6.000 tonnellate di vongole. Una sfida apparentemente proibitiva per gli spagnoli che, però, si preparano ad assestare un colpo durissimo ai nostri pescatori: «Noi tiriamo su vongole da oltre un secolo e loro da poco più di vent’anni — dice Domenico Felici, presidente del consorzio di Pesaro — ma gli spagnoli rischiano di essere più forti a livello politico in Europa». Nel 2015 una direttiva della Ue aveva proibito la pesca di molluschi di dimensione inferiore ai 25 millimetri (la proverbiale questione della misura delle vongole cavalcata dal populismo antieuropeo, Matteo Salvini in testa, senza però risultati tangibili), con lo scopo di salvaguardare la riproduzione della specie. Ma l’ecosistema dell’Adriatico, come dimostrato da studi scientifici super partes, produce vongole di taglio inferiore e così dal 2017 la Commissione europea ha previsto una deroga per le imprese italiane che da allora pescano regolarmente molluschi dai 22 millimetri in su. La deroga, che scade dunque a fine dicembre, è triennale per consentire verifiche periodiche della salute dell’habitat: «Gli ultimi controlli hanno confermato la specificità della fauna dell’Adriatico — spiega Tonino Giardini, responsabile nazionale pesca della Coldiretti — ma non essendo ancora completi, Bruxelles ha deciso la proroga di un solo anno». Ed è qui che Madrid è scesa in campo per giocare una partita che potrebbe mettere in ginocchio il settore italiano: la questione è stata portata davanti al Parlamento europeo dove la Spagna chiede lo stop alle deroghe. Se gli eurodeputati iberici riusciranno a coagulare una maggioranza di due terzi, la partita sarà vinta dai pescatori del Golfo di Cadice. «È una guerra commerciale mascherata da ragioni ambientaliste — sottolinea Giardini — . Italia e Spagna sono gli unici grandi mercati di consumo della vongola, ingrediente di piatti iconici come la pasta e la paella, ma il fatto è che il 50% della nostra produzione viene esportato proprio in Spagna a prezzi troppo competitivi per i loro pescatori, 3 euro al chilo contro 6. E non è solo una questione di quantità, le nostre 45 mila tonnellate contro le loro 6 mila, ma anche di qualità. La vongola dell’Andalusia è pescata in zone salmastre, è meno saporita». E pure sull’emergenza ecologica i pescatori dell’Adriatico difendono a spada tratta la deroga: «Intanto perché nel nostro mare continuano ad esserci tantissimi molluschi — dice Stefano Facchini, presidente dell’associazione dei vongolari di Fano — a riprova del fatto che anche sotto i 25 millimetri c’è riproduzione. Ma soprattutto perché consentendo anche i 22 millimetri, una pescata dura solo un’ora mentre sopra i 25 bisogna arare il fondale fino a sette ore, danneggiando così l’habitat». Mentre il sole inizia a scendere verso l’eremo di Monte Giove, in cima alla collina che si affaccia su Fano e sul mare, il gruppo di pescatori si avvia a casa parlando di politica e immaginando una riscossa: «Bisognerà riaprire le fabbriche conserviere, così i vasetti di vongole li produrremo anche noi, altro che quelle del Mar Nero confezionate in Turchia…», dice Eros Bocchini che guida un’azienda di export. Ma di questi tempi parlare di industria in Italia è complicato. Basterebbe, intanto, che lo Stato si schierasse a fianco dei pescatori dell’Adriatico nel duello con l’Andalusia.

A dieci anni dalla grande crisi internazionale, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane non è ancora ritornata ai livelli del 2008: a fine 2018 nei forzieri degli italiani c’erano custoditi 4.217,9 miliardi di euro, lo 0,4% in meno al netto dell’inflazione. Rispetto al 2017 il calo è più accentuato, meno 4,7%. Forzieri in senso quasi letterale, perché le scelte si indirizzano molto più di prima verso il contante: tra biglietti, monete e depositi le famiglie a fine 2018 avevano 1.390 miliardi cash (un terzo del totale della ricchezza complessiva) il 13,7% in più rispetto a 10 anni prima. La fotografia dei portafogli è stata scattata dall’osservatorio Aipb (Associazione italiana private banking) e Censis, che insieme hanno realizzato il secondo rapporto sulla ricchezza nazionale. Un atteggiamento super-prudente verso i propri soldi dettato dall’incertezza e dalla paura per il futuro. Ma anche dalla ritirata del welfare pubblico, che porta gli italiani a sentirsi scoperti rispetto alle possibili esigenze del domani e quindi a privilegiare i contanti rispetto agli investimenti. Molto ha contribuito la discesa dei rendimenti, che hanno ridotto in maniera marcata la distanza della remunerazione tra conti correnti e titoli di Stato — che, non a caso, segnano nel decennio una caduta verticale del 67,2% (il 61,2% del campione dichiara di non aver propensione all’acquisto di titoli pubblici). Ma la preoccupazione per il futuro si manifesta anche con un forte aumento delle polizze: le riserve assicurative, per la stragrande maggioranza legate al ramo vita e ai fondi pensione, segnano un incremento del 44,6% e rappresentano il 23,7% del portafoglio degli italiani. Quasi raddoppiato (+89,5%) il peso dei fondi comuni, che però in valore assoluto hanno una quota di patrimonio ancora piuttosto contenuta (l’11,5%). Gli italiani continuano ad essere formidabili formichine ma, segno anche questo della crisi oltre che dei mutati stili di vita, la propensione al risparmio è passata dal 18,7% del 1995 all’8,1% del 2018. La minor possibilità di accumulare risorse si vede più chiaramente dalla contrazione molto forte — meno 25% — della ricchezza mediana delle famiglie tra il 2006 e il 2016. Significa che, complessivamente, la ricchezza finanziaria si è ridotta poco (-0,4%) ma all’interno dell’universo dei risparmiatori, il gruzzoletto accumulato dalla parte centrale e più numerosa del campione ha subito decurtazioni ben più consistenti. Le famiglie con un patrimonio in crescita si sono rivelate quelle con età superiore ai 64 anni (anche per la maggiore tendenza ad accumulare patrimonio piuttosto che a fare investimenti nell’economia reale). «Le famiglie italiane chiedono al sistema paese di ritrovare un po’ di coraggio per investire sul futuro — spiega Giorgio De Rita, segretario generale del Censis — e chiedono stabilità nelle regole e nei processi di investimento». Non a caso il rapporto si intitola “Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture”, tema monografico della ricerca: secondo l’89,3% degli intervistati questi investimenti sono strategici per l’Italia, anche se la maggior parte del campione ritiene che farebbero bene sopratutto per la creazione di nuovi posti di lavoro. La sfida è trovare forme convenienti di investimento anche per i privati, per indirizzare una parte della ricchezza finanziaria delle famiglie verso l’economia reale. «Dall’indagine è emerso che vi è una percentuale non trascurabile di clienti “private” potenzialmente interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche — spiega Paolo Langè, presidente Aipb — ma per raggiungere in pieno l’obiettivo sono necessari dei passaggi, anche da pare dei regolatori, dall’ampliamento della gamma di strumenti finanziari, alla creazione di un mercato secondario per questi strumenti».

Erano almeno vent’anni che non si vedeva qualcosa di simile. Una protesta massiccia, con decine di migliaia di persone che scendono in piazza, invadono le vie del centro, si allargano nei quartieri limitrofi, imboccano le entrate della metro, saltano i tornelli e appiccano il fuoco un po’ ovunque, concentrandosi sui simboli di un malessere diffuso, violento, selvaggio, quasi indiscriminato. Da “isola felice” del Continente sudamericano come veniva solo pochi giorni fa definita dal presidente di destra Sebastián Piñera, il Cile si scopre Paese sull’orlo di una crisi che cova da tempo. Giovedì e poi ancora venerdì la capitale Santiago ha vissuto momenti di grandissima tensione. Folti gruppi di anarchici, black-block e antagonisti si sono accaniti contro tutto quello che trovavano lungo il loro cammino che con il passare delle ore si è trasformato in un ciclone di assalti, saccheggi, incendi. Tutto è partito da una protesta per l’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti, ma poi è diventato uno sfogo da teppisti. Stazioni della metropolitana, monumenti, banche, supermercati, la sede dell’università sono stati dati alle fiamme. Una guerriglia che nessuno è riuscita a contenere. Persino la sede centrale della società elettrica Enel, nel cuore della capitale, è stata centrata decine di molotov. Il palazzo è bruciato. Il governo ha decretato lo stato di emergenza e ha ceduto la capitale ai militari. Vietate ogni forma di manifestazione, di riunione e di movimento. Limitate le libertà personali. Il presidente ha nominato un capo della Difesa Nazionale dell’Esercito a cui ha delegato l’ordine pubblico. Le violenze si sono concentrate soprattutto sulla rete della metropolitana, fiore all’occhiello del Paese per efficienza e modernità. L’irruzione nelle stazioni della metro senza pagare era iniziata due giorni fa. Una forma di protesta, lanciata con l’hashtag #EvasionMasivaTodoElDía, che aveva creato una perdita per il gestore della compagnia di 700mila dollari. Usata da 2,8 milioni di utenti, la rete della sotterranea aveva subito già una ventina di rincari: da 420 pesos (0,59 dollari), il biglietto era passato a 800 (1,13 dollari) e tre giorni fa era arrivato a 830 (1,17 dollari). E’ stata la scintilla che ha scatenato la protesta . Esperti e commentatori, al di là delle condanne per le violenze, confermano che si tratta di un malessere diffuso che il governo non è in grado di cogliere. Il costo della vita è aumentato, il valore delle case è schizzato alle stelle, i salari restano bassi. Giovani e giovanissimi i protagonisti di questa protesta. Rifiutano di seguire i sacrifici dei loro genitori costretti a una vita di stenti con salari che non ti fanno arrivare a fine mese. La presunta “oasi”, di colpo, si è trovata a fare i conti con una realtà che il governo Piñera ha volutamente ignorato.

Cinquanta passeggeri-cavia seguiti da sofisticati sensori di movimento e monitorati con elettroencefalogrammi, esami cardiaci e test sulla melatonina hanno riscritto nelle ultime 24 ore — a 12 mila metri d’altezza — la storia dell’aviazione civile. Il nome in codice dell’operazione di cui sono stati protagonisti è “Progetto Sunrise”. Luogo dell’esperimento: il volo Qantas QFA7879 New York-Sydney partito dalla Grande Mela alle 21.27 di venerdì sera (ora locale) e atteso stamattina alle 7.13 in Australia. Il primo test medico-tecnico e psicologico in vista del lancio su questa rotta — previsto nel 2022 — del viaggio aereo più lungo del mondo: venti ore no-stop e senza scali (90 minuti in più del record del Singapore-New York), quanto basta — volendo — per godersi senza distrazioni tutti e otto i film della saga di Harry Potter. Gli esperimenti fatti tra ieri e oggi a bordo del Boeing 787-9 “Kookaburra”, costruito per questa occasione e trasformato in un laboratorio volante ipertecnologico, hanno obiettivi semplici: capire come il corpo umano, tra jet-lag e spazi compressi, reagisce alla rivoluzione dei ritmi circadiani; monitorare rotta e consumi (il jet è partito con 101mila chili di carburante, quanto basta a una Panda per fare due milioni di chilometri); fotografare secondo per secondo grazie all’intelligenza artificiale lo stato fisico dei piloti (4 in tutto) per stabilire i turni di guida a bordo in massima sicurezza. Il centro Charles Perkins dell’università di Sydney, incaricato della parte scientifica del progetto Sunrise, non ha lasciato nulla al caso. Subito dopo il decollo da New York l’orologio biologico delle cinquanta persone a bordo — i membri dell’equipaggio più 35 dipendenti Qantas e sei “frequent flyer” della tratta — è stato spostato sull’ora di Sydney. Le luci di cabina sono state tenute a massima intensità per tenere tutti svegli, è stato servito un pasto molto speziato per forzare il metabolismo a mantenere uno stato di iper-attività. Poi, quando in Australia calavano le prime ombre della sera (e il jet sorvolava Los Angeles), il QFA7879 si è adeguato configurandosi in versione notte: ai passeggeri è stata servita una sostanziosa cena a base di carboidrati e ricca di salse cremose per favorire il sonno. Poi — mentre fuori sorgeva il sole — le luci in cabina sono state abbassate al livello minimo. Il sogno della Qantas era attrezzare il jet con una palestra per consentire ai viaggiatori di fare qualche esercizio fisico per prevenire la trombosi. Ma, causa prezzo troppo alto, la compagnia australiana si è limitata a impostare una configurazione degli interni che garantisse più spazio per le gambe e qualche area dove sgranchirsele. Tutti i movimenti dei passeggeri sono stati registrati da un sensore al polso e le “cavie” saranno seguite per 21 giorni dopo l’atterraggio per analizzare le reazioni metaboliche alla lunghezza del volo e al maxi-jet lag, fattori che mettono a rischio di obesità e di caduta delle difese immunitarie. I piloti sono stati monitorati per tutto il tragitto con elettroencefalogramma e rilevatore cardiaco e sottoposti a frequenti esami delle urine per valutare lo stato di coscienza e l’attenzione. Tutti i dati saranno condivisi con le autorità di controllo internazionali e serviranno da base scientifica per la fiorente industria dei farmaci contro i disturbi da fuso orario. Un business che cresce del 6% l’anno dove la parte del leone la fanno Xanax e melatonina o diavolerie come gli occhiali Propeaq a rilascio di luce controllata per adattare gli occhi all’ora di destinazione. Anche se tutta la letteratura scientifica concorda sul fatto che la miglior cura per i disturbi da jet lag è la cara vecchia luce del sole. La ratio economica di questi super-viaggi aerei è invece molto più semplice: i nuovi jet, grazie all’uso del carbonio, sono più leggeri e hanno aumentato di molto la loro autonomia. E per i viaggiatori d’affari — quelli che pagano salatissimi biglietti di business e prima — il tempo è denaro e evitare uno scalo vale oro. Sul New York-Sydney il risparmio è di tre ore. Sulla Londra-Sydney, altra tratta dove partirà il servizio a lunghissimo raggio, di quattro. Qantas effettuerà ora altri due test entro dicembre (uno con un Airbus), poi sceglierà con quale modello di velivolo volare. A quel punto partirà la fase burocratica: la richiesta a tutte le autorità del trasporto aereo — grazie ai dati raccolti — dell’ok al battesimo dei cieli del servizio di linea. E poi, altro capitolo delicato, la trattativa con i sindacati per stabilire turni e compensi di equipaggi che rimarranno in servizio per 24 ore di fila. Il volo più lungo del mondo, a giudicare dalle prime richieste dei piloti, sarà un grande affare anche per loro.

Di questi tempi, è una notizia clamorosa. «I soldi ci sono: sono tanti e vanno spesi bene». Rocco Sabelli deve distribuirli: ha in tasca il portafogli dello Sport italiano, esperienza non meno facile rispetto a Tim, Piaggio, Alitalia. Da ad di “Sport e Salute” incarna quella riforma targata Lega-M5S che ha cambiato il Coni. Una riforma che il nuovo governo non vuole toccare. Schematizzando: Sabelli si occuperà dei conti e dei praticanti (l’Italia solo 23ª in Europa), il presidente del Comitato olimpico Malagò dei campioni. Troverete il primo più spesso sulle pagine di cronaca, economia o Salute, l’altro su quelle di sport, magari mentre canta l’inno a Tokyo 2020. Al momento sono separati in casa al primo piano del Palazzo H del Foro Italico e rischiano perfino di incontrarsi alla toilette. La riforma non è stata indolore: ma dietro la grottesca polemica sui posti in tribuna d’onore c’è di più. Come se si dovesse passare a una fase 3.0, da una gestione moderna ma paternalistica, appesa alle medaglie e ai denari del calcio, a una più manageriale con criteri da non rimettere in discussione ogni anno. Ingegner Sabelli, lo sport è una foto del Paese: secondo il Censis, ci si muove di più al Nord che al Sud, gli uomini più delle donne, in centro più che in periferia: siamo sportivi seduti. «E noi dobbiamo liberare risorse. Ho studiato i bilanci delle federazioni: il 33% dei soldi è destinato alle spese generali, solo il 67 alle attività. C’è una voragine fra i procuratori milionari che pescano fino ai ragazzini e le povertà della base. E invece l’educazione al movimento è un diritto, è una risposta a emergenze sociali e sanitarie». E voi che fate? «Vari progetti pilota: come quello che destina 7 milioni alle famiglie povere in base al loro Isee, agli over 64, ai ragazzi con problemi come l’obesità, individuati da uno screening medico. Tutto gratis». E per la scuola? «Un progetto per le quarte e quinte elementari, cinquecentomila studenti e 4000 tutor provenienti dalle facoltà di Scienze Motorie in classe». Maggiore efficienza o allargamento della base: lei perché è qui? «Perché mi piace la sfida: non ho nemici ma nemmeno amici: devo solo spendere fino all’ultimo euro i 410 milioni che la legge ci assegna ogni anno. Soldi pubblici, sottolineo. Che potrebbero anche crescere e ci arrivano con un meccanismo preciso: sono il 32% delle tasse versate dal mondo dello sport, dalla Juventus fino alla più piccola delle società. I ricchi pesano e aiutano». Mai così tanti da quando è tramontato il Totocalcio. «Il conto totale a oggi è di circa 470 milioni. Abbiamo un piccolo tesoretto, 60 milioni di maggiori entrate. Soldi che andranno alle federazioni, alla scuola, alle periferie con criteri precisi e oggettivi, parametri e algoritmi». Più trasparenza? «Diciamo più metodo. La scommessa è quella di fare una Finanziaria dello sport italiano». Più facile leggere i bilanci o capire la differenza fra un ente di promozione vero e uno finto? «Di sicuro è difficile ricordarsi facce e nomi delle federazioni, delle Benemerite, discipline associate, delle società militari, dei comitati regionali e provinciali, dei probiviri. E appunto degli Enti di Promozione, quelli grandi come Uisp e Csi, fino ai più piccoli. Con loro abbiamo aperto tre tavoli di confronto». Una struttura elefantiaca. «Una struttura da semplificare». Semplifichiamo: prima i soldi li distribuivano gli altri, ora voi. «Sì, ma misurando e tracciando le attività. Senza rischio di conflitto di interessi. Ma lo sa che molte federazioni sono gelose dei loro dati? In termini numerici, i centri di aggregazione legati allo sport superano qualunque altro luogo di incontro collettivo. Mi batterò per creare un grande database dello sport italiano. Sarà più facile arrivare all’utente e alle sue esigenze, per capire dove e come pratica un disciplina, e che cosa cerca intorno a casa sua». Alla fine si torna sempre ai Big Data e al geomarketing. «E a progetti comuni. Unico canale di spesa e di gare, gestiremo tutti gli appalti per gli impianti. Che sono 56.000, secondo il nostro censimento. Dall’Olimpico di Roma in giù». Argomento caldo. Non mancano le cattedrali nel deserto. A partire dalla vela di Calatrava che dà il benvenuto a Roma Sud. L’emergenza impianti c’è soprattutto nelle periferie. «Ci sono sul piatto 400 milioni per 4 anni. Sono soldi a fondo perduto per rigenerare strutture, la media di ogni intervento è di 350-400 mila euro. Solo l’8% della somma stanziata è stata spesa. Magari non per colpa nostra, ma per i tempi lunghi delle giunte comunali e della burocrazia. Assumeremo ingegneri e progettisti, anche questo lavoro verrà centralizzato». In effetti, per un campo di volley, lo stesso disegno potrebbe valere a Savona, Pescara o Reggio Calabria. «Prima ne facevano tre diversi. L’importante è che siano impianti senza problemi di accesso, abbiamo ancora campi senza spogliatoi per le donne, percorsi a ostacoli per i disabili. La strada è lunga». Auguri, non sarà facile. E dove metterete tutti questi risparmi? «Li reinvestiremo nello sport italiano».

In piedi nella stanza del figlio, Rita sfiora, accarezzandola con il dorso della mano, l’immagine di Stefano sulla credenza. Muove un passo oltre la vetrinetta con il vecchio stereo Hitachi e la mensola dei libri: I fiori del male di Baudelaire, le Poesie di Verlaine, Romeo e Giulietta di Shakespeare. Si avvicina al divano in trapunta su cui, in buon ordine, sono i peluche della sua adolescenza. Un orsacchiotto, un cuscino e un bruco biancoazzurro “Lazio ti amo”, in ricordo di una conversione calcistica in memoria e onore del nonno, che non poteva proprio immaginarlo giallorosso. Indica una sacca da palestra in un angolo in terra. «Questo è il borsone di Stefano. Quella sera l’ha lasciato qui e qui è rimasto. Io lo tiro su, pulisco, e lo rimetto dove l’ha lasciato lui». Appesi al chiodo, per sempre, i suoi guantoni bianchi da boxe. E quelli rossi del suo amico Emanuele Della Rosa, campione dei superwelter. Il tempo, nella stanza del figlio, al sesto piano di via Ciro da Urbino 55, borgata di Tor Pignattara, si è fermato. E, martedì 22, saranno dieci anni: ottobre 2009, ottobre 2019. Rita dice che è stato ed è. «Sapere che questa è sempre la sua camera. Che posso venire qui a parlargli, cosa che faccio spesso. Che dunque non è successo davvero. Il tempo per elaborare il lutto, per dire definitivamente a me stessa che Stefano non c’è più arriverà. Ma solo quando avrà avuto giustizia. Non prima». Sette mesi fa, a 70 anni, Rita ha scoperto di essersi ammalata. Dolori lancinanti alla schiena. «Pensavo fosse la sciatica che mi porto dietro da anni. E infatti continuavo a incollarmi il carrello e le buste della spesa. Figurarsi, ho fatto per quarant’anni la maestra all’asilo, ho cresciuto due figli. Poi Ilaria ha detto: “Mamma, ora ti controlli”. E insomma, altro che sciatica. Vabbè». Vabbè. «Sì. Quando perdi un figlio, muori con lui. E quindi, ecco perché dico “vabbè”. Perché ogni mattina che mi sveglio ringrazio il Padre eterno che mi ha dato un altro giorno. E soprattutto penso che quello che è successo a me non è nulla rispetto a quello che hanno fatto a Stefano. Che sarà mai portare il busto, fare la chemio, i raggi? Mi hanno detto che mi opereranno tra un po’ per rimuovere la massa del tumore originario e che le metastasi sembra si siano fermate. Speriamo bene. E comunque, se anche dovesse arrivare quel giorno, so che andrò da Stefano e ci rivedremo». Rita porta la malattia con un foulard di seta turchese che le avvolge il capo e un trucco che le illumina il volto. «Dei capelli sai che me ne importa. All’età mia, poi», dice con un sorriso indicando il marito Giovanni che è tornato dalla farmacia. «Pensa, lui invece ha smesso di vederci da un occhio. Un’emorragia che ha danneggiato la retina. Ci siamo scelti proprio bene. Lo zoppo che aiuta lo sciancato». I medici hanno detto a Rita che il male le covava dentro «da almeno dieci anni». Ed è difficile non pensare a una coincidenza. «Ma no. Non lo voglio pensare. Diciamo che non lo voglio sapere». «Nonnaaa… Nonnaaa…». Dal tinello di casa arriva la voce di Giulia, la secondogenita di Ilaria. Anche la mattina del 22 ottobre 2009 era in casa con lei, quando un carabiniere bussò alla porta chiedendole di mettere quella bimba di un anno nel box e sedersi in cucina perché doveva consegnarle il foglio che le annunciava la morte di Stefano. Ora Giulia ha undici anni. «Nonna, ho quasi finito i compiti di grammatica». «Lei non lo ricorda Stefano. Non può ricordarlo. Ma sa tutto. E chiede sempre. Quando vede sua madre Ilaria in tv la chiama “mamma Cucchi”. È ancora piccola, ma ha il carattere di Stefano. Sorride sempre, è allegra, generosa, educata. Chi invece parla poco è il fratello, Valerio, che adesso ha quasi 18 anni. È un modo per difendersi. E lo capisco. Erano legatissimi lui e lo zio. Stefano lo andava spesso a prendere a scuola, ci giocava. Giulia mi dice spesso se può stare nella stanza di zio Stefano. Ogni volta che li guardo, penso che Stefano sia dentro di loro». Dice Rita che non ha nulla da rimproverarsi. Né per il dopo — «Rifarei esattamente la stessa battaglia che ho fatto in questi dieci anni» — né per il prima. «Ho sentito tante volte dire che la colpa era nostra se Stefano era morto. Perché un tossico che fine deve fare, no? Ma abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Stefano è stato quattro anni in comunità. E io e suo padre Giovanni con lui. Perché in quei quattro anni abbiamo fatto terapia di gruppo e individuale con psicologi, assistenti sociali. Abbiamo fatto tutto, tutto. E Stefano ne era uscito. Aveva ricominciato a lavorare, aveva una casa, si era fatto i biglietti da visita. Aveva ricominciato a vivere…». La voce di Rita si spezza. Lo sguardo si allaga di lacrime. «In verità, una cosa me la rimprovero. Quella sera che i carabinieri arrivarono qui con lui per la perquisizione dopo averlo arrestato, non dovevo farlo portare via. Non dovevo. È morto per venti grammi di hashish…». È l’ultima immagine che ha di Stefano. Quella che continua a perseguitarla. Persino più di quella dello scempio del corpo in obitorio. «Ricordo che, dopo la perquisizione, accostarono la porta di questa stanza e io, qui dal corridoio, guardando oltre lo stipite, vidi che gli giravano le braccia dietro la schiena. Mentre lo portavano via mi disse: “Stai tranquilla, ma’. È tutto a posto. Non succederà niente”». Dal giorno in cui, in udienza al processo, il carabiniere Francesco Tedesco ha raccontato la violenza del pestaggio sul corpo di Stefano, quell’immagine si accompagna a una sensazione. «Solo una madre può provare nel proprio corpo il dolore inflitto a un figlio. E quando parlo di dolore, parlo di dolore fisico. Ascoltando Tedesco ho sentito la mia nuca battere sul pavimento. La mia faccia esplodere colpita dai calci. La mia schiena spezzarsi. Il suo stesso dolore. Che è poi il motivo per cui, quando tutto cominciò, non volevo in nessun modo che fossero mostrate le foto di Stefano all’obitorio. Allora pensavo che fosse un ultimo inutile oltraggio mostrare il mio Stefano come mai lui avrebbe voluto. Lui che si cambiava tre volte al giorno. Che si faceva la doccia mattina e sera. Avevo torto. Quelle foto hanno cambiato il corso degli eventi. Ma, appunto, era ed è una questione di dolore. È una madre e il corpo di suo figlio. Quello che ha portato in grembo. Non credo si possa spiegare solo con le parole». È vero, forse non si può spiegare. Anche perché, se c’è una condanna peggiore di sopravvivere a un figlio, è quella di ascoltare in quali tormenti e in quale abisso di umiliazione lo si è perso. «Mi ha aiutato la fede in Dio. Mi ha aiutato la comunità di Santa Giulia, la nostra parrocchia. Mi hanno aiutato le migliaia di italiani che non hanno smesso di scriverci, di non farci sentire mai soli. Anche per questo la battaglia di verità e giustizia per Stefano è anche e soprattutto per loro. Perché non debba accadere ancora. A qualcun altro. Solo così la morte di Stefano avrà un senso. Se un senso può avere il morire ragazzi». Dice ora Rita che non ha mai perso la fiducia nello Stato. Anche quando la montagna da scalare le è apparsa insormontabile. «Dopo il verdetto di assoluzione in primo grado, Ilaria mi prese da una parte e mi disse: “Mamma, abbiamo vinto”. Non capivo. “Come abbiamo vinto? Ma se non ci sono responsabili?”. Aveva ragione. Avevamo vinto perché la giustizia doveva ancora trovarli. E lo ha fatto. Grazie a quel santo del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. E a quel pm, Giovanni Musarò, santo come lui. Si, non esagero. Santi. Come devo chiamarli?». Neanche nei confronti dell’Arma riesce a provare risentimento. Neanche di fronte allo spettacolo di ufficiali, generali di brigata e di corpo d’armata visti sfilare muti o farfuglianti in aula per giustificare un depistaggio della verità durato anche questo dieci anni. «Dico anche a loro quello che ho detto dall’inizio. Chi sa parli. Perché non è giusto che pochi debbano infangare il lavoro e il sacrificio di migliaia di uomini in divisa». È sera. Bussano alla porta. Ilaria è tornata a prendere Giulia. Rita la bacia e la guarda come fosse ancora una ragazzina. «Vuoi qualcosa per cena da portarvi a casa? Guarda che ho fatto il sugo che piace a tutte e due». Poi, rientra nella stanza del figlio per sistemare il cestino di fiori di plastica che fa da centrino sul tavolo. Accosta la porta del bagno. Con la mano sulla maniglia, chiede come andrà a finire il 14 novembre, quando la Corte di assise, di fronte alla quale sono imputati di omicidio i carabinieri che le hanno portato via Stefano, pronuncerà la sua sentenza. Sulla porta del bagno è un ritaglio ingiallito di un giornale americano che Stefano aveva attaccato come una reliquia. L’annuncio dell’incontro tra Mike Tyson e Trevor Berbick che, il 22 novembre 1986, avrebbe incoronato il primo, a soli 20 anni, campione del mondo dei pesi massimi. The judgment day, il Giorno del giudizio, strilla il titolo. Rita lo chiede ancora una volta: «Dai, dimmelo sinceramente: come andrà a finire secondo te il giudizio?». E sorride.

Et quidem, cum fortiter adversa vela ventis. “E anche con venti avversi coraggiosamente navigheremo”: traducono così l’iscrizione in latino sul bordo della fontana della Rosa dei venti che guarda il mare dal borgo nuovo. Mai a Taranto i venti sono stati così avversi. Soprattutto quando soffiano sulle case del quartiere Tamburi dall’Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa. Spargono una polverina rossastra che penetra ovunque. Si deposita sui guard rail, imbratta i marciapiedi, avvolge le case. Con il tempo sono state ridipinte con tutte le gradazioni dall’arancio al granata. Perché prima o poi la polverina se ne sarebbe comunque impadronita. Hanno chiamato lo slargo dirimpetto “Piazza Gesù divin lavoratore”, per via di una brutta chiesa tirata su quasi insieme all’Italsider. Sulla porta d’ingresso, una scritta: “Si entra in chiesa per lodare Dio, si esce per amare il Prossimo, la Natura e il Lavoro”. E la Salute? Quando nel 2012 i giudici sequestrano gli altoforni, il limite è superato da un bel pezzo. Nel 2010 Alessandro Marescotti di Peacelink denuncia: «I morti di cancro sono raddoppiati. Stando alle proiezioni dell’Arpa Puglia sulle rilevazioni del febbraio 2008 l’area a caldo emette tanta diossina quanta Spagna, Svezia, Austria e Gran Bretagna messe insieme». Mentre una relazione dell’Inail sulle neoplasie a Taranto rivela che «nel quartiere più prossimo all’area industriale si rilevano valori di mortalità quasi tripli». Dati così allarmanti da indurre l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, sempre sette anni fa, a ipotizzare l’evacuazione di Tamburi. Necessaria «anche perché sono state autorizzate costruzioni nuove sempre più vicine al parco», spiega. «Peccato che le case fossero già qua all’inizio degli anni Sessanta, quando hanno fatto l’Italsider. Mia madre abitava qui», ricorda oggi Mirko Maiorino, operaio cassintegrato dell’Ilva e militante del Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che vive a Tamburi. Ridotto ormai a deposito di rifiuti, il campo di calcio del quartiere dove un tempo giocavano i ragazzi confina con le cosiddette “collinette ecologiche”. Secondo una relazione dei carabinieri del Noe che a febbraio scorso le hanno sequestrate sono “una enorme discarica abusiva di rifiuti industriali che, esposti all’azione degli agenti atmosferici, hanno riversato nell’ambiente circostante sostanze altamente tossiche e cancerogene”. Il simbolo del fallimento Non c’è al Sud simbolo più clamoroso del fallimento di un modello di sviluppo inseguito per decenni. Il Quarto centro siderurgico arrivò a Taranto all’inizio degli anni Sessanta, ha spiegato in un bellissimo articolo del 2016 lo scrittore tarantino Alessandro Leogrande, quasi a furor di popolo: “Chiesero in massa la manna dal cielo di decine di migliaia di posti fissi sotto le ciminiere”. L’allora sindaco democristiano Angelo Monfredi l’ha spiegato in seguito meglio di tutti: «Lo avremmo costruito anche al centro della città». Ma al centro non c’era posto, così alla città l’acciaieria gliela fecero addosso. E crebbe fino a 1.500 ettari: cinque volte l’area dell’impianto siderurgico di Bagnoli. Crebbe senza alcuna precauzione, come scrisse nel 1971 Antonio Cederna sul Corriere della Sera: “Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di 2 mila miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Né ci avrebbe per i successivi 48 anni e le relative traversie, dalla cessione alla famiglia Riva a prezzi stracciati, fino all’arrivo di ArcelorMittal. Salvo poi fare i conti con il tragico dilemma: il lavoro o la morte? «Quanto sia preoccupante la situazione – secondo Marescotti – lo dice il divieto regionale di pascolare gli animali nelle aree incolte in un raggio di 20 chilometri dall’Ilva». Dove però, pensate, si continua a coltivare uva, clementine e arance. Nemmeno una forchetta L’Ilva ha cambiato in modo violento la geografia della città, trasformandola in un agglomerato enorme e indistinguibile di periferie. Dove si sono accatastati negli anni i mostri più inquinanti che si specchiano in un mare di sconvolgente bellezza. Davanti all’Ilva ecco la gigantesca raffineria dell’Eni, poi un immenso cementificio. E altro che cattedrali nel deserto. A Taranto l’autostrada non ci arriva. Non c’è una tangenziale. Durante il giorno nella stazione ferroviaria non si vede anima viva, perché non ci sono treni. Per la capitale parte solo una freccia al giorno. Quanto ai collegamenti aerei, manco a parlarne. Con il paradosso che a venti chilometri c’è a Grottaglie un polo di industrie aeronautiche con tanto di aeroporto: ma dove atterrano solo componenti per il montaggio delle fusoliere Boeing. Mentre nella più grande città industriale del Sud la disoccupazione non molla la presa. L’acciaio non è servito, anche perché l’indotto che si è assiepato intorno all’Ilva è solo appalti di servizi. Nessuna ricaduta industriale. «Con tutto quell’acciaio, a Taranto non si fabbrica una forchetta», dice Michele Riondino, il “giovane Montalbano” che è il volto più noto della rivolta dei Liberi e Pensanti. Perfino la mammella della Marina militare si sta prosciugando. E la gente va via. Negli ultimi quattro anni Taranto ha perso 5.314 abitanti, il 2,63% della popolazione, senza contare gli emigrati che hanno tenuto la residenza. Il piano regolatore del 1974 prevedeva un’espansione a 370 mila abitanti, oggi sono 196 mila. Il naufragio della politica E il momento di pagare il conto arriva sempre, come sanno bene anche i sindacati. «La questione ambientale si intreccia inesorabilmente con quella del lavoro e il lavoratore oltre alla salute rischia anche il posto. La verità è che questo modello di sviluppo ci ha condannati per sessant’anni, senza che nessuno abbia mai pensato davvero a una strategia alternativa. Neppure negli ultimi sette anni dal 2012, quando la crisi ambientale è esplosa», dice il segretario della Fiom Cgil di Taranto, Giuseppe Romano. Ma l’Ilva non è solo il fallimento di un modello di sviluppo. E’ il naufragio della politica. Il Movimento 5 Stelle aveva dichiarato guerra all’acciaieria: diceva di volerla chiudere e cavalcando l’onda di protesta alle politiche era arrivato al 48%. Ma poi ha fatto retromarcia e alle europee ha perso 30 mila voti. I consiglieri comunali grillini si sono dimessi dal Movimento. E agli eletti pugliesi in parlamento è stato appioppato il marchio di traditori. Massimo Battista, operaio cassintegrato, è passato al gruppo misto del Comune senza rimpianti: «Ci hanno sommersi di bugie». Bruciano le promesse non mantenute, ma ancor di più, aggiunge Riondino, il fatto che «i Cinque Stelle pugliesi si siano piegati al diktat del movimento nazionale», tanto che «dopo aver detto in tutti modi che l’immunità penale per i reati ambientali dell’Ilva era inaccettabile, si sono piegati anche a quella…». È il naufragio della politica, vecchia e nuova. La nuova incapace di mantenere le promesse. La vecchia incapace perfino di farle. Capace invece, quello sì, di peggiorare una situazione già esplosiva. Come quando nel 2005, ribolle di rabbia Battista, «chiusero l’altoforno di Cornigliano perché inquinava Genova e l’hanno portato qui, dove ce n’erano già quattro. Come se i tarantini respirassero un’aria diversa da quella dei genovesi». L’incognita del futuro Quel che è certo, l’Ilva è l’ultima sfida. La più pericolosa. Per il capo della Fiom locale «la chiusura non è all’ordine del giorno. Il tema è come rendere questi impianti eco-compatibili. Ma prima ancora lo Stato deve prendere una decisione: l’Italia vuole e può fare a meno della siderurgia?». Marescotti invita a riflettere sul fatto che le bonifiche si dovranno comunque fare, «con costi a carico della collettività». Costi enormi, mentre il destino dell’Ilva resta appeso a un filo. I dipendenti della gestione ArcelorMittal oggi in servizio sono ormai 8.190, più 1.400 in cassa integrazione. La produzione è circa metà di quella che servirebbe per produrre utili consistenti. Danno la colpa alla crisi, ma l’idea che chi ha messo le mani sull’Ilva l’abbia fatto per chiuderla levando di torno un concorrente continua a ossessionare i Liberi e Pensanti. Sarà. L’esempio di Bilbao Da qualunque punto si osservi la faccenda, la domanda è comunque ineludibile: per quanto ancora si potrà andare avanti? Di sicuro c’è che le acciaierie in città hanno fatto il loro tempo, come dimostra Bilbao. Dove la fabbrica è stata chiusa e dopo la bonifica l’area è stata trasformata in un grande parco urbano, di fronte al quale hanno piazzato un museo Guggenheim: nel 2017 l’hanno visitato un milione 322.611 persone. A Taranto, invece, la Taras della Magna Grecia, un museo c’è già. È il Museo archeologico di Taranto, dove sono custoditi fra l’altro i preziosi e famosissimi “Ori”. Nello stesso anno, dicono i dati del ministero, ha avuto 79.606 visitatori, di cui 29.051 paganti. Ma con la cultura, diceva qualcuno, non si mangia… (3-Continua)