L’ incontro martedì scorso tra il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli e i vertici Whirlpool è andato male. Lo stabilimento di Napoli chiuderà il primo novembre. L’azienda ha ravvisato indisponibilità a discutere la riconversione da parte del governo, e questo ha minacciato scelte unilaterali. Nei mesi scorsi il ministro Di Maio aveva offerto una decontribuzione sui contratti di solidarietà per 17 milioni. Nelle vertenze industriali, però, è bene che un ministro non offra incentivi per forzare la mano all’impresa, né sia controparte di questa, non può rischiare di soccombere a un qualsiasi pur rispettabile privato. Si deve porre terzo tra impresa e sindacato, ascoltare le parti, individuare autonomamente uno spazio di sovrapposizione di interessi e proporre una sintesi da «prendere o lasciare». Lo so perché trent’anni fa svolsi questo compito in quel ministero e, tra le altre, mi capitò l’acquisizione Indesit da parte di Merloni. La Whirlpool è una multinazionale sul mercato globale. Da anni fattura 21 miliardi di dollari, dà lavoro a 91 mila dipendenti, registra una redditività delle vendite bassa, tra il 5 e il 6 per cento, nel 2018 calata a 1,3 per cento (la media per le multinazionali è doppia, 10,8 per cento) (Area Studi Mediobanca). Già nel 2013, poco prima di vendere Indesit a Whirlpool, Vittorio Merloni mi confidò: «Mi faccio un mazzo così ma i margini di quest’industria sono all’osso». I risultati della multinazionale sono stabili in Nord America e Asia, ma calanti nell’area EuropaRussia-Africa. Il problema però è l’Italia, dove i risultati vanno giù a picco. Nel 2016 c’è stata una perdita operativa di 22 milioni, nel 2017 di 63, nel 2018 è stata gran parte dei 106 milioni dell’area Europa. Le ragioni della specificità dell’Italia non sono chiare. Non sono tecnologiche, perché la multinazionale impiega ovunque le proprie migliori tecnologie. Possono dipendere da una scarsità di domanda di mercato domestico, ma il governo da anni regala incentivi. Pare ci sia una crisi delle lavatrici di alta gamma prodotte a Napoli, ma chissà se solo congiunturale. Più probabilmente il management di Whirlpool non ha saputo gestire l’acquisizione Indesit. L’Annual Report 2018 della Corporation dice che un’acquisizione comporta in generale rischi di insuccesso se in quel paese c’è «Political, legal, and economic instability and uncertainty». I ministri (Di Maio prima e Patuanelli dopo) avrebbero dovuto offrire la rimozione di qualche ostacolo alla competitività. Infine, tempo fa l’azienda ha detto di voler vendere la fabbrica di Napoli a un imprenditore privato per fare container refrigerati. Anche questa è stata una mossa maldestra, perché una carta simile uno la cala in risposta a una sollecitazione della controparte, non la consuma precoce come Di Maio con la decontribuzione. Insomma, la frittata di Napoli è la conseguenza di più comportamenti giovanilistici.

Il governo di Singapore ha appena messo le mani sul porto di Genova senza che nessuno, a Palazzo Chigi, abbia pensato di ricorrere alla norma sul golden power. L’operazione, in ogni caso, testimonia un consolidamento di mercato ormai in atto. Stavolta prevalgono le economie di scala di Psa, uno dei maggiori operatori del mondo, che ha acquisito il controllo di due terminal container a Genova, il Vte e il Sech, creando una nuova società che dovrà gestire le banchine di Pra’ e di Sampierdarena, nel ponente del capoluogo ligure. L’operazione va approvata dall’authority portuale ligure guidata da Paolo Emilio Signorini che si esprimerà nel giro di qualche settimana dopo un consulto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel risiko dei porti italiani Singapore contende il mercato al gruppo armatoriale Msc e ai cinesi di Cosco che tramite i turchi di Yilport hanno appena messo le mani su quello di Taranto da cui erano fuggiti i taiwanesi di Evergreen. Gianluigi Aponte, che guida Msc, ha piantato le sue bandierine a Sampierdarena (Bettolo e Messina nei container, Rinfuse con Spinelli), mentre a Savona Coscoèalleata di Maersk, il primo gruppo armatoriale al mondo. I singaporiani del gruppo Psa sono un bel punto di osservazione. Hanno portato una parte del porto della città di Genova nel futuro, con l’installazione di maxi-gru adibite allo scarico dei mega-container. Ora promettono di allungare la filiera della logistica italiana. Nella città-Stato asiatica hanno costruito in tre anni un porto automatizzato connettendolo, a tendere, con le autostrade a guida autonoma. Colpiscono gli investimenti esteri del gruppo Psa in un’Italia alle prese con grandi problemi infrastrutturali di cui sta scontando gli effetti Venezia per i suoi fondali troppo bassi incapaci di accogliere le navi-container di una certa stazza.

«Più che semplici dazi, l’Europa agroalimentare si trova a dover fronteggiare una politica economica statunitense finalizzata a valorizzareiprodotti americani, uno su tutti il Parmesan al posto del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. Per questo l’Italia e l’Europa devono affrontare la sfida in sede di Wto, con regole comuni all’interno di un mercato globale, ma anche stanziando le risorse necessarie, sia per un fondo di emergenza sia per sfondare in nuovi mercati che compensino il calo delle esportazioni negli Usaacausa dei dazi». Che, per i l p r esident e d i Confagricoltura Massimiliano Giansanti, sono quantificabili in una perdita di quote di mercato tra il 10 e il 15% nei prossimi 4 mesi, pari a circa 60 milioni di dollari. Presidente, qualche settimana fa si pensava che il conto potesse essere più salato. Bisogna essere più preoccupati per i dazi partiti il 18 ottobreotirare un sospiro di sollievo per i settori graziati? «È vero, il conto sarebbe potuto essere più salato se avesse riguardato anche i vini. Ma comunque i dazi vanno a colpire due grandi settori dell’agroalimentare italiano, formaggi e salumi. Senza dimenticare gli agrumi, con la California che fa concorrenza all’Italia». Su Parmigiano e Grana si preannuncia una stangata: come fronteggiarla? «Contro Parmigiano e Grana è evidente come sia in atto una grande guerra commerciale per favorireiproduttori americani del Parmesan. La riprova la sièavuta con la lettera che la Nmpf, l’associazione dei produttori di formaggio Usa, ha scrittoaTrump per sostenere le politiche economiche del presidente americano che consentiranno di valorizzareiloro prodotti. Un sospiro di sollievo, per loro, visto che nei primi 8 mesi del 2019 le importazioni in Usa delle principali Dop italiane erano cresciute del 18%». C’è da temere per l’affermazione del Parmesan a scapito dei formaggi italiani? «Ad agosto le esportazioni dei formaggi negli Usa sono cresciute dell’87%, anche in vista dei dazi: gli americani ne hanno fatto incetta, a conferma di quanto sul mercato vengano preferito il Parmigiano e il Grana al Parmesan. La qualità paga sempre, anche se non sempre basta». In che senso? «L’Italia può contare su prodotti a più valore aggiunto e quindi più svantaggiati dai dazi. Per questo serve una valutazione politica del governo, è importante che si definisca velocemente una strategia di fronteadue mondi ormai separati: mentre in Italia tuteliamo le indicazioni geografiche, negli Usa si tutela il marchio, il brand». Come si può reagire? «Dobbiamo innanzitutto augurarci che possa essere riaperta stagione delle trattative multilaterali. Con le trattative bilaterali, in caso di guerre commerciali, gli ostacoli diventano insormontabili. Allora servono regole comuni all’interno di un mercato globale per superare le bilateralità che hanno portato Usa e Cina a guerreggiare tra loro. Occorre una grande azione politica perché l’Europa possa riaprire le trattative al Wto. E poi servono risorse». Per cosa? «Abbiamo bisogno che la Ue si doti di un fondo di emergenza per evitare quella guerra fratricida all’interno dell’Europa che gli Usa auspicano. E poi servono altre risorse per promuovere i prodotti europei in nuovi mercati che sopperiscano al calo dell’export in Usa: dall’India al Far East al Centro America». La guerra sui prezzi potrebbe avere effetti sulla sicurezza alimentare? «L’Italia è il motore agroalimentare dell’Europa, conipiù elevati standard di qualità. Questo porta ad essere meno competitivi rispettoachi non rispetta standard di qualità e regole del lavoro. C’è quindi un tema di produttività e competitività da affrontare, e per far questo chiediamo da tempo al governo un nuovo piano strategico agroalimentare in cui trovino ampio spazio innovazione, digitalizzazione, ricerca e scienza per una maggiore sostenibilità riducendo la chimica così come i chiedono i consumatori. Anche per questo chiediamo che nella manovra vengano mantenute le agevolazioni che il settore ha sempre avuto, proprio per investire in innovazione. E poi bisogna intervenire sul cuneo fiscale, perché i nostri competitor hanno costi di manodopera più bassi, in termini di oneri, e questo li avvantaggia».

Sono in volo verso Pechino con una guida Lonely Planet sul tavolino e un libro di Yu Hua nella borsa, ma sto leggendo un romanzo ambientato sulla riviera romagnola, «Bassa marea» (Rizzoli). Scelta illogica, lo so, ma ho una giustificazione. L’ha scritto un collega coetaneo, e l’ha riempito di spiagge, giornali nei bar, amicizie, cene, rincorse, pazzoidi e criminali assortiti. Personaggi e ambientazioni ricordano quelli di Carl Hiaasen: la Romagna al posto della Florida, Riccione invece di Miami Beach, eccentrici e delinquenti di qui e di là, sesso per soldi ovunque. Dev’essere una questione di clima. L’autore si chiama Enrico Franceschini, è nato a Bologna, conosce a fondo la Romagna, è stato corrispondente per Repubblica negli Usa, a Mosca, a Gerusalemme e a Londra, dove oggi vive. Il protagonista del romanzo si chiama Andrea Muratori, detto Mura; e, guarda caso, ha un curriculum molto simile. I due — autore e protagonista — condividono una ragazza russa: Enrico l’ha sposata, a suo tempo; Mura la trova all’alba, mentre corre da solo sulla spiaggia («Solo quando arriva vicino capisce che non è un pesce. È un corpo. Di donna. E respira ancora»). Cosa succede dopo — tra malavitosi, bagnini, bulli, falliti, capanni di pesca e gaudenti amici sessantenni — non ve lo racconto. Vi posso dire però che, dopo aver letto «Bassa marea», la Romagna vi sembrerà diversa: ogni neon, una sorpresa. Per coincidenza, ho appena terminato un romanzo di Mario Soldati, «La verità sul caso Motta». Anche lì il protagonista trova una giovane donna sulla spiaggia: ma è una sirena, non è russa, non si chiama Sasha e non toglie il senno a qualunque uomo la incontri (soprattutto se dimentica di coprirsi). Franceschini, come Soldati, ha una scrittura avvolgente e ama le descrizioni, le distanze, il mare e le donne. Forse più della trama. Non è una colpa: Enrico F. è un acquarellista del noir. «Bassa Marea» è pronto per una serie televisiva, profumata di fritto di pesce e popolata di maschi eccitabili. All’autore suggerisco un cameo, nella parte di se stesso. Un bravo giornalista che ha lavorato duro, si è stancato, si è divertito, e adesso si gode la nostalgia.

L a destrutturazione del sistema educativoèla naturale conseguenza della Quarta rivoluzione industriale. Il modello d’istruzione tradizionale, basato sull’apprendimento passivo di nozioni e procedur e l ungo u n a r c o predeterminato di tempo, riflette l’organizzazione del lavoro altamente standardizzato della prima rivoluzione industriale. Ma è sempre più inadeguato in un’economia nella quale l’accelerazione dell’obsolescenza della conoscenza (5 anni) e la riduzione della permanenza sul posto di lavoro (5-7 anni) imporrano un continuo «ritorno a scuola». Nonostante riforme e accorgimenti di vario tipo, la scuola di oggi, in Italia come nel resto del mondo, ricalca la struttura delle fabbriche di ieri. Gli insegnanti, come i capireparto con i loro sottoposti, richiedono conformismo da parte di studenti che assimilano nozioni in modo passivo. Le classi stesse, ordinate per file di banchi individuali, ricordano le industrie tessili inglesi di metà Ottocento, nelle quali le macchine da cucire erano posizionate su piccoli tavoli allineati, dietro ai quali sedevano diligentementeitessitori. Ellwood Patterson Cubberley, un eminente professore di Stanford di inizio secolo scorso, elaborò la teoria della factory model education, elogiando orgogliosamente tale modello educativo. L’industria dettava legge e la scuola non poteva che adattarsi. Anche un percorso di studio breveepoco brillante era sufficienteatrasmettere la forma mentis necessaria per affrontare la vita in fabbrica, dove routine e standardizzazione erano predominanti. Tale approccio appare tuttavia inadatto per le fabbriche 4.0 che richiederanno sempre più una forza lavoro creativa, adattabile e flessibile, in grado di affrontare un progresso tecnologico in continua evoluzione ed accelerazione. Basti pensare che, secondo quanto riportato dal World Economic Forum, il 65% degli studenti di prima elementare svolgerà, una volta terminato il loro percorso di studi, professioni che oggi non esistono ancora, in un mondo nel quale i confini tra reale e virtuale saranno sempre più labili. Per quanto difficile possa essere immaginare il futuro, o proprio per tale ragione, la scuola dovrà sempre più insegnareaimparareeogni persona dovrà studiare tutta la vita. In un Paese come l’Italia dove neanche il 10% dei lavoratori di età compresa tra i 25 ei64 anni frequenta attivamente corsi di formazione durante la propria carriera professionale si tratta di un cambio di mentalità importante. Re-immaginare in profondità il sistema educativo significa innanzitutto preservare gli aspetti migliori di quello esistente come il rispetto per l’autorità, la disciplina e la trasmissione di nozioni base, ma superandone gli inevitabili meccanismi di autodifesa e inerzia. Ormai vi è un consenso diffuso sull’importanza di investire in soft skills, stimolare il pensiero criticoeaffinare la capacità di risolvere problemi complessi. Bisogna andar e o ltr e l ’appro c cio compartimentalizzato alle singole discipline, passando a uno multidisciplinare che stimoli la predisposizione al pensiero non convenzionale. Le scienze si dovranno mescolare con le arti e le materie umanistiche. L’acronimo Stem, che indica in inglese le discipline scientifiche e tecnologiche, dovrà includere la A di arte, diventando Steam. Tuttavia, non è più solo una questione di ciò che si studia, ma di come. Lo studente deve essere messo al centro, facilitandone l’apprendimento secondo le sue effettive capacità, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie. La collaborazione orizzontale tra compagni e verticale coniprofessori deve sostituire almeno in parte competizione e gerarchie. I ruoli tra maestri e allievi dovranno essere sempre più ibridi. E si dovranno sperimentare nuovi metodi di insegnamento, che coinvolgano nuove tecnologie ma non solo. Oltre all’apprendimento attivo, è necessario dotare il sistema dell’istruzione di un elevato grado di flessibilità in entrata e in uscita per favorire carriere agili e non lineari. Visto il rapido tasso di obsolescenza delle competenze anche più sofisticate, i percorsi di studio non dovranno più concentrarsi in un unico blocco temporale, ma dovranno seguire un percorso a zigzag: le porte della scuola in senso lato dovranno rimanere sempre aperte per riassorbire con facilità qualunque lavoratore lungo l’intero arco di una vita professionale. In questo senso, la flessibilità si tradurrà in destrutturazione del sistema. Flessibilità non richiederà solo percorsi mirati e asciutti. Nuove istituzioni parallele alla scuola e all’università dovranno emergere per fornire training specializzato, ma senza essere considerate di serie B. Per garantire la flessibilità in uscita, talento e competenze, e non il titolo di studio o l’età di un candidato, dovranno diventare l’unico ostacolo alla libera circolazione dei cervelli all’interno del mercato del lavoro. E le imprese dovranno aiutare il sistema della formazione a identificare le competenze del futuro come succede a Singapore, dove gli imprenditori e il governo lavorano su orizzonti temporali di cinque anni all’interno della Skills Future Initiative. La transizione verso la scuola del futuro sarà lunga e accidentata. Per non rassegnarsi alla disoccupazione tecnologica, dovremo essere tutti disposti a imparare, disimparareere-imparare. *Future World Fellow della IE University di Madrid **Già ministro dell’Istruzione, presidente della Compagnia di San Paolo e dell’Acri

N ei quartieri sunniti tirano giù i poster con il volto di Saad Hariri. In quelli dominati dagli sciiti cantano slogan contro Hezbollah. Fuori dal palazzo del governo se la prendono con Gibran Bassil, il ministro degli Esteri e suocero del presidente Michel Aoun, leader cristiani. Se c’è una linea politica dietro alle proteste in Libano, è che le appartenenze politiche non contano. Tutti insieme per strada: gli «schiavi» – così si definiscono – contro quelli che hanno il potere. Il potere di provare a imporre una tassa che avrebbe pesato ancora di più sui libanesi impoveriti dalla crisi economica. Già pagano tariffe tra le più alte al mondo per i servizi cellulari, il governo avrebbe voluto introdurre una imposta sulle telefonate via Whatsapp e altri social media: in pratica un balzello sui tentativi di risparmiare. Le migliaia di persone che partecipano alle manifestazioni sono in rivolta contro la decennale incapacità dello Stato di funzionare, si ribellano alle ruberie, alla corruzione e ai pochi che controllano tutti gli altri, le stesse famiglie uscite dominanti dai quindici anni di guerra civile. Il premier Hariri minaccia le dimissioni e presenta un ultimatum alla coalizione perché approvi le riforme necessarie a limitare il disastro finanziario, mentre Hassan Nasrallah ripete che il governo deve resistere. Il capo di Hezbollah in questo momento non vuole disordini, si presenta come il paladino della «povera gente», eppure sono le squadracce dei suoi alleati sciiti ad aver tirato fuori i kalashnikov per disperdere i cortei. All’inizio della settimana i boschi attorno a Beirut sono stati colpiti da incendi devastanti, i tre elicotteri della forestale sono rimasti a terra perché in questi anni nessuno ha badato alla manutenzione. Erano stati pagati 13,9 milioni di dollari e donati al governo con una colletta tra i cittadini, le banche e anche le associazioni degli studenti universitari. Sono diventati il simbolo dell’incuria. Adesso tutto il Libano brucia.

C aro direttore, la decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea non è stata affatto «una saga grottesca», come l’ha definita Beppe Severgnini sul Corriere (18 ottobre). Tali opinioni compaiono assai di frequente nei servizi giornalistici esteri sulla Brexit, specie sui mezzi di comunicazione che si oppongono alla Brexit. Costoro considerano il risultato del referendum popolare del 2016 come frutto di stupidità, credulità e pregiudizio. Indubbiamente, tra coloro che hanno votato a favore della Brexit vi erano anche persone di questa risma: come ve ne saranno state anche tra coloro che hanno votato per restare nell’Unione Europea. Ma come hanno rivelatoisondaggi effettuati dopo il voto, alla domanda «Perché avete votato per restare in Europa o per lasciare l’Europa?», la stragrande maggioranza dell’elettorato aveva votato a favore della Brexit «per riprendere il controllo» delle istituzioni politiche del Regno Unito. Questa è una dichiarazione democratica, che incarna il desiderio di poter scegliere i propri parlamentari, espressione di partiti che sostengono politiche chiaramente espresse e i cui dibattiti nella Camera dei Comuni sono ampiamente diffusi dai mezzi di comunicazione e sono oggetto di commenti e critiche. Ma soprattutto questi rappresentanti posseggono una qualità che è essenziale per una democrazia vivaefunzionale: sono conosciuti, hanno una loro storia e ispirano fiducia. Non è questo il caso se guardiamo al Parlamento europeo. Nella maggior parte degli Stati membri, i parlamentari europei sono sconosciuti; i dibattiti restano avvolti dal mistero, tranne nel caso in cui scoppia qualche scandalo; e il modo in cui vengono prese le decisioni su istanze cruciali per gli Stati membri appare semplicemente troppo opaco o incomprensibile. Coloro che si dichiarano a favore dell’Unione Europea sostengono che i suoi meccanismi stanno diventando sempre più democratici, eppure il modo in cui sono stati scelti i nuovi capi della Commissione e del Parlamento rappresenta l’ennesimo esercizio di segretezza quando si tratta di prendere decisioni cruciali. Personalmente, sono convinto che i miei concittadini abbiano preso un abbaglio, poiché il mercato unico europeo ha dimostrato di funzionare bene, nel complesso, e l’Unione ha fatto molto per i Paesi dell’Europa centrale. Sono anche convinto che l’Europa non diventerà mai una nazione-statoeche la maggior parte degli Stati membri non spingerà mai verso un’ulteriore integrazione. Ma so per certo che i miei concittadini, che hanno vota to per lasciare l’Unione Europea, non l’hanno fatto dietro l’impulso di motivazioni grottesche. Giornalista del Financial Times ————— C aro John, non ho scritto che la decisione di lasciare l’Unione Europea fosse grottesca (è stata emotiva, semmai, e secondo me sbagliata). Grottesca è stata la saga di questi 40 mesi, l’incapacità di portare a termine Brexit. Una grande democrazia non può ridursi così, una volta che la decisione è presa. Grottesco è un termine che è stato usato in passato in Inghilterra per descrivere la politica italiana ( talvolta lo meritavamo). Stavolta — mi dispiace — tocca a voi. Beppe Severgnini

Da più di quarant’anni Carlo Verdone ci fa sorridere mostrandoci le nostre peggiori inclinazioni, vizi e manie in una carrellata di maschere di ogni età. Da quando ha cominciato, quasi per scherzo, nel 1977 al teatro Alberichino di Roma, portando in scena «Tali e quali», dodici personaggi che sarebbero finiti pochi mesi dopo in onda su Rai Uno nella serie «Non stop» destinata a consacrare il suo successo. L’ipocondriaco è una delle sue maschere preferite. «Vabbè, la mattina un betabloccante serve, sartanico per la pressione serve, la folina pe’ mette a posto l’omocisteina serve, il pomeriggio l’omeprazolo serve, la sera un antireumatico primaveraautunno serve sempre». Ci sono artisti che rimangono schiacciati dal rapporto con le maschere che hanno creato, altri le fuggono perché non riescono a scrollarsele dalle spalle. I migliori ci ridono su. Carlo Verdone ha passato una vita a rispondere «non sono ipocondriaco». Certo la sua passione per la medicina e i farmaci è nota, al punto che della sua laurea in Lettere con una tesi dal titolo «L’influenza della letteratura italiana nel cinema muto» non parla nessuno. In compenso tutti ricordano il riconoscimento ricevuto nel 2007 dall’Università Federico II di Napoli: «Una laurea doloris causa» ricevuta scherzando ma anche dando prova della sua competenza da medico mancato davanti a tremila studenti. Sono leggendarie le diagnosi che Verdone regala ad amici e colleghi che lo chiamano a ogni ora, il genio sta nel rivendicare «ci prendo quasi sempre—ripete ogni volta—non mi sbaglio. Poi, ci mancherebbe, dico di chiedere conferma al proprio medico. Ma questa passione mi ha dato grandi soddisfazioni». Così nessuno si è stupito pochi giorni fa quando gli è stata consegnata la tessera numero 1 «honoris causa» dell’Ordine dei Farmacisti del Lazio. «Sono nato in una famiglia dove mia madre aveva un comò pieno di medicine — ha detto davanti a una platea estasiata —. In una casa frequentata da grandi medici come Pietro Valdoni e Paride Stefanini. È nato tutto dalla volontà di imitarli». Carlo Verdone ha raccontato molte volte che quel ragazzo si fece comprare l’enciclopedia medica Curcio e cominciò a leggerla tutta, in rigoroso ordine alfabetico. Forse abbiamo un debito con quella lettura, se medicine e medici si affacciano nei suoi primi siparietti televisivi — «Farmacia notturna» è un cult su YouTube — e soprattutto nei film. Dalle prime scene in «Bianco, Rosso e Verdone» al pediatra in «Manuale d’amore 1», il dentista in «Italians», l’indimenticabile professor Ranieri Cotti Borroni del tormentone telefonico «no, non mi disturba affatto» di «Viaggi di nozze». È l’ipocondria come stile, come segno di riconoscimento, timbro dell’attore a rendere inconfondibile la maschera. Altro che ipocondria dell’uomo Carlo Verdone. Lui, con estrema onestà culminata nel 1992 con il film «Maledetto il giorno che t’ho incontrato» ha combattuto con l’ansia, crisi di panico, la difficoltà a dormire, e il corredo di pillole e gocce per superarla, ha fattoiconti con la paura. Molto più comune di quanto si pensi e nei confronti della quale non molti avrebbero avuto il suo coraggio e la determinazione ad affrontarla, specialmente vivendo al centro di un successo travolgente. Ecco che il riconoscimento dei farmacisti, arrivato oggi che Carlo Verdone la sua battaglia con l’ansia l’ha superata da anni, diventa l’occasione di un gioco, di un ennesimo sorriso. È stato lui stesso a raccontarlo su Facebook. «Sono andatoadistrarmi in farmacia. Il mio regno», ha confidato. Si è messo un camice intrattenendo i clienti tra risate e stupore generale. Il siparietto è avvenuto presso la farmacia Pamphili di via Bolognesi, a Roma. Ora non ci resta che aspettare pochi mesi per goderci il nuovo sguardo di Carlo Verdone sul mondo della medicina, nel prossimo film che uscirà nelle sale all’inizio del 2020. Si intitola «Si vive una volta sola», è stato girato interamente in Puglia e Carlo Verdone vestirà i panni di Umberto Gastaldi, un famoso chirurgo oncologo, a capo di un’équipe composta dal suo aiuto Max Tortora, dall’anestesista Rocco Papaleo e dalla ferrista Anna Foglietta, che danno vita a un quartetto legatissimo nella vita professionale e in quella privata, campioni di amicizia e protagonisti di beffe, goliardate, battutacce in sala operatoria e scherzi, anche piuttosto pesanti. Ancora maschere, quelle che da sempre Carlo Verdone e la commedia italiana usano per farci vedere come siamo veramente.

A che distanza eri? «Due metri, non di più». Ora? «Mattino presto. Al sorgere del sole». Dove? «Monti Semien, Etiopia. Tra i tremila e i quattromila metri». Che scimmie sono? «Si chiamano Gelada». I babbuini di montagna… «Passano la notte nelle grotte in parete, e al mattino risalgono sull’altopiano per mangiare. Sono erbivori». E tu, Riccardo Marchegiani di Ancona, all’epoca 17 anni, eri sull’orlo del precipizio ad aspettarle col grandangolo… «Credo che la foto sia piaciuta perché c’era il piccolo. Una fortuna».Non si nota subito: una settimana di vita, due occhi sgranati che guardano in macchina. Chissà che cosa avrà pensato il baby Gelada. La giuria del «Wildlife photographer of the year» 2019 ha pensato che l’immagine dovesse vincere il premio per il miglior fotografo nella sezione «15-17 anni». Il titolo, «Early Riser», si addice al fotografo e ai fotografati: tutti mattinieri. Non è la prima volta che Marchegiani ottiene riconoscimenti, ma questoèil più importante. La premiazione a Londra con il papillon, sotto le volte e gli scheletri giganteschi del Natural History Museum (dove le foto saranno in mostra fino a maggio), la «bellissima atmosfera», i genitori al seguito, l’emozione di essere tra i 18 vincitori con 48mila immagini in lizza da 100 Paesi del mondo. «È l’Oscar della fotografia di natura», dice orgogliosa mamma Daniela prima di passare la parola al giovane premiato, che al telefono dà all’interlocutore un rinfrescante «tu». È venerdì, dopo il ritorno da Londra e prima di cena, e Riccardo sta studiando letteratura latina, Ovidio. Vive nel centro di Ancona, ultimo anno di liceo classico: all’università è indeciso tra medicina («per aiutare gli altri») e ingegneria: pensa a chirurgia, perché è allergico alla chimica e gli piace «usare le mani». E la fotografia? «Mmm, non credo che qualcuno mi pagherebbe perfare foto ai Gelada o ai paesaggi. Magari si vive con i ritratti, o i servizi ai matrimoni… Ma con le pulcinelle di mare?». Il suo mito numero uno, il fotografo francese Vincent Munier, è professionista, si guadagna da vivere così. Riccardo è realista. Anche se il fascino della medicina non può battere l’entusiasmo di quando parla di fotografia. Fare clic e viaggiare sono la sua grande passione. Ha cominciato a 11 anni. Quando ha ripreso la scimmia con il neonato sulla cresta dei monti Semien ne aveva 17. Il primo maestro è stato (ed è ancora)il padre Roberto, classe 1963, professione avvocato come la madre (hanno lo studio insieme). Il nido dei loro scatti è un sito Internet che si chiama «Joyoflight.it». La gioia della luce è il piacere di girare il mondo alla ricerca di animali e panorami mozzafiato. Il posto che l’ha stregato di più: «Il Denali National Park in Alaska», le valli intorno al monte McKinley. Riccardo è consapevole della sua fortuna che non è da tutti, poter andare in luoghi lontani («ma i costi sono soprattutto di viaggio, perché quando siamo là viviamo con poco, spesso dormiamo in tenda, mangiamo quello che capita, facciamo delle levatacce»). Poter contare su un’attrezzatura top di gamma aiuta, «ma non è necessario». Riccardo gira con papà Robertoecon alcuni suoi amici. Prossima missione: «Filippine, per foto subacquee». Ma una bella sessione fotografica sul Monte Conero? «Sul Conero non trovi gli animali». O certi colori. Vorrebbe tornare in Etiopia, questa volta nella Depressione della Dancalia: laghi sulfurei, miniere di sale. Il grande sogno sarebbe andare in Canada e in Antartide: «Al Polo Sud per fotografare i pinguini, e in Manitoba per gli orsi bianchi. Ci sarebbero anche i lupi artici, ma quelli sono quasi impossibili da beccare». Con tutti questi spostamenti, la tua impronta ecologica farebbe arrabbiare Greta Thunberg… «L’allarme sui cambiamenti climatici è molto importante. Ma io credo che si dovrebbero richiamare soprattuttoiPaesi che inquinano di più. Non l’Europa, ma per esempio la Cina». Non sei d’accordo con il movimento degli studenti che in tutto il mondo al venerdì fanno sciopero per l’ambiente? «Mmm, perché lo fanno? Tutti quelli che conosco io, li vorrei vedere scioperare al sabato sera o alla domenica mattina».

«La marmitta dell’auto, per dire. Meno male che sono figlio unico». E che c’entra, scusi? «C’entra perché mi si era rotta, milleduecento euro. E per fortuna, a 47 anni, ci sono ancora mamma e papà che mi aiutano, nel caso so di potere contare su di loro». Don Dino Pirri, parroco marchigiano a Grottammare, si fa una risata, in fondo ci sono cose peggiori che restare appiedati. Però, mentre infuriano i (ricorrenti) scandali finanziari vaticani, pure una marmitta può far capire che un prete, come buona parte dei parrocchiani, di norma non naviga nell’oro. Talvolta la percezione è diversa, «magari la gente pensa che siamo pagati dal Vaticano e se vado a comprare un paramento con i miei soldi c’è chi si stupisce, ma non ve lo passano? Ma noi non viviamo fuori dal mondo, siamo persone normali». Il che, peraltro, è un bene: «Talvolta devi stare attento per arrivare alla fine del mese, magari devi rinviare una visita medica, ma lo stesso accade a tanti parrocchiani e questo ci avvicina. Del resto io prendo sui 1.100 euro al mese, ci sono famiglie che ci vivono, e se faccio un’opera di carità o offro una pizza ai ragazzi in parrocchia pago con i miei soldi. Le persone “sgamano” subito se un prete è attaccato ai soldi o fa la cresta». Una vita normale. Nell’ultimo consiglio della Cei, il 26 settembre, la «remunerazione» dei sacerdoti è stata aumentata per la prima volta dopo dieci anni, e di appena 20 euro al mese. Per scelta dei vescovi, dal 2009 era rimasta bloccata, senza adeguamenti all’inflazione, come «segno di partecipazione» alla crisi. Il sistema nato con la legge 222 del 1985 prevede che ogni prete abbia un certo numero di «punti», secondo gli incarichi e l’anzianità, con un minimo di 80. Ora si è deciso che l’anno prossimo il «punto» passerà dai 12,36 di dieci anni fa a 12,61 euro: lo stipendio minimo salirà da 988,80 a 1.008,80 euro lordi al mese per dodici mesi, non c’è tredicesima. In media, un parroco arriva a prendere tra i 1.200 e i 1.300 euro e un vescovo tra i 1.500 e i 1.600. Se ha già uno stipendio, ad esempio come insegnante, la remunerazione si limita a colmare la differenza. Gli oltre 31 mila preti nel sistema dell’Istituto per il sostentamento del clero vengono sostenuti dalle offerte e per buona parte dai fondi dell’otto per mille. I soldi risparmiati con il blocco delle retribuzioni, milioni di euro, sono serviti alla Cei per aumentare gli stanziamenti in opere di carità: dai 205 milioni del 2009 ai 275 milioni del 2017, ultimo dato disponibile, mentre le spese per il clero scendevano da 381 a 350 milioni. E questo in un momento storico nel quale le offerte dei fedeli per i sacerdoti crollano: dai 17 milioni e 470 mila euro del 2005 ai 9 milioni e 609 euro del 2017. C’entra la crisi economica e un mondo sempre più secolarizzato, chiaro, ma c’entrano soprattutto gli scandali nella Chiesa, dagli abusi sessuali su minori alle finanze. «La gente, giustamente, non ci fa più sconti», considera don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei: «Il calo delle offerteèun segno di disaffezione e mancanza di fiducia. Ma quello che non dovrebbe permetterci di dormireèche coninostri scandali noi sconcertiamo e allontaniamo le persone dall’appartenenza ecclesiale. Papa Francesco dice che i pastori devono avere l’“odore delle pecore”. Le pecore non ti lasciano, sono loro che ti tengono in piedi e tengono in piedi anche la tua fede». Qui sta l’essenziale: «La Chiesa italiana è radicata nel territorio, tanti parroci servono con semplicità e umiltà. A un prete non manca nulla, anche se non ha un grande stipendio, perché la gente gli vuole bene. La gente è disposta a perdonare tante cose, ma quello che non ci perdona è l’attaccamento ai soldi. È una vita sobria che oggi testimonia la tua fedeltà al Vangelo». Monsignor Paolo Lojudice, 55 anni, da quattro mesi arcivescovo di Siena, è stato vescovo ausiliare di Roma e prima ancora, per otto anni, parroco a Tor Bella Monaca, periferia estrema della Capitale: «Devi vivere come vive la tua gente, per esserle vicino. Non è questione di pauperismo, a me non è mai mancato nulla e intere famiglie ci campano, con ottocento o mille euro al mese. Ci sono le spese normali, la benzina, il bollo, qualche capo di vestiario: due o tre bastano, cambi abito solo se si usura. Poi, certo, dipende dalle situazioni». L’essenziale, riflette Lojudice, è la condivisione. «A Tor Bella Monaca mi ritrovai un complesso monumentale, ai tempi l’avevano costruito così, solo la sala della canonica era 120 metri quadrati. Avevo la tentazione di andareavivere nel prefabbricato, poi capimmo che l’unico modo di avere diritto allo spazio era condividerlo: aprire un centro diurno per i bambini, un ambulatorio medico per i poveri…». Stesso problema da arcivescovo di Siena: «Io che vivo in un palazzo del Seicento, nell’arcivescovado, mi sono chiesto: è giusto che resti qui? Mi sono ritagliato due stanzette, una è la camera da letto e l’altra lo studio con una scrivania eilibri. Per il resto, si tratterà di farne un uso intelligente, aprirlo. Sto pensando ad un pranzo per i poveri nella giornata mondiale del 17 novembre, a momenti di incontro, cercheremo di capire come sfruttare ogni spazio…».