a letteratura italiana non possiede diari. La letteratura inglese è, invece, un diario ininterrotto: che si ripete e si rinnova continuamente. Il terzo volume del Diario di Virginia Woolf (Hogarth Press), diarista grandissima, comprende gli anni 1923-1927. Il 16 gennaio 1923 Virginia Woolf iniziò. «È una settimana che Katherine (Mansfield) è morta, e mi domando fino a che punto io obbedisco al suo: “Non dimenticate completamente Katherine”». «Katherine — dice la Woolf — indossava una corona bianca e ci lasciava, chiamata altrove, improvvisamente maestosa, ed eletta. Non aveva che trentatré anni. Aveva l’aria malatissima, senza più forze, e si spostava languidamente, trascinandosi attraverso la stanza, come un animale che soffre. A volte, diceva: “Ti abbraccio”, e mi guardava con occhi che sembravano protestare una eterna fedeltà. Prometteva di non dimenticarmi: mai, mai, mai. Io ero gelosa del suo lavoro artistico: il solo lavoro di cui io sia stata gelosa: gelosa di quei racconti brevi e densissimi, di quei paesaggi, di quegli aloni indefinibili. Speravo — invano — che ci saremmo ritrovate l’estate seguente senza Murray, per un nuovo incontro». Ma non ci fu nessun incontro, né in cielo né in terra. Il pensiero di Katherine Mansfield non abbandona Virginia: anzi continua ad ossessionarla, ad angosciarla, come se fosse una parte di se stessa che qualcuno, chissà perché, ha abolito. Virginia continua ad essere gelosa: ma pensa — in modo spesso odioso — che lei, Virginia, aveva più talento di Katherine. Poi pensa a se stessa. Sta invecchiando rapidamente: non desidera figli; e non è gelosa della sorella Vanessa, e della figlia di Vanessa, Angelica, così matura, così padrona di sé, vestita di grigio e di argento: un perfetto condensato di femminilità, che le racconta volubilmente della “foca bianca”. Spesso Virginia è malata, e sta a letto per settimane, assistita da Leonard, il marito: lei così gracile, così fragile, sempre sul punto di dissolversi nell’aria, come una farfalla o una falena. Ma questa malata è piena di allegria, di gioia, di uno scatenato spirito di conversazione. Vede gente. Chiacchiera, chiacchiera, inventa storie graziosissime. Ama la vita mondana, e sente di ereditare la vitalità e la grazia della madre, che l’aveva abbandonata così presto, a tredici anni. Ma questa madre non sarebbe mai morta: Virginia l’avrebbe fatta risorgere nei suoi libri più belli, come se la morte non l’avesse mai toccata. Come chiacchiera, come chiacchiera, con quasi tutti gli amici e i conoscenti, simile — dice — a un pappagallo o a una cacatoa, al punto che leggendo il bellissimo e lunghissimo diario ci sembra di ascoltare le vibrazioni della sua voce. Virginia non resta volentieri a Richmond; e al più presto abbandona la provincia, e si trasferisce a Londra, cambiando casa, fino a giungere a 52 Tavistock Square. «Mi sento ringiovanita di dieci anni. A vivere nove anni nello stesso luogo, come ho fatto qui, ci si infanga nella vita. Solo l’idea di un cambiamento — di un violento cambiamento — dà un po’ d’aria. La giovinezza consiste nell’andare avanti». «Intanto mi sono comprata una penna stilografica nuova»: e poi, insieme al marito, ha fondato una nuova casa editrice, la gloriosa Hogarth Press, che avrebbe stampato capolavori e capolavori, fino alla sua morte nel 1941, e alla morte del precisissimo e pedantissimo marito. Viveva di immaginazioni, dipendendo totalmente dal movimento dei pensieri che nasceva all’improvviso in lei mentre passeggiava nell’incantevole Londra. «Londra vi strega — ho l’impressione di posare il piede su un tappeto magico, di color fulvo, e di essere subito trasportata in piena bellezza, senza nemmeno muovere un dito. Le notti sono straordinarie, e tutti questi portici bianchi e i larghi viali silenziosi. Uno di questi giorni scriverò di Londra e del suo potere di impadronirsi delle vite private, trascinandole senza il minimo sforzo». Vedeva il Tamigi; e pensava a Dickens, che esercitò su di lei una influenza assai più grande di quanto crediamo. Teneva moltissimo al suo folto diario, di cui conserviamo molti volumi. Notava, osservava, rifletteva, spesso continuamente. Era ambiziosa, esigente, presuntuosa: pensava a se stessa forse più del giusto. Aveva un rapporto strettissimo con la sorella Vanessa, che dipingeva quadri che non sono mai riuscito a vedere; e con l’intelligente cognato Clive Bell e più tardi col figlio di Clive, poi morto in Spagna. Aveva molti amici: anzi, coltivava l’amicizia, come un tempo aveva coltivato Katherine Mansfield. Ecco Morgan Forster: Lytton Strachey («avevo ragione di essere innamorata di lui, dodici o quindici anni fa. La sua natura offre una sinfonia squisita quando tutti i violini si mettono a suonare insieme — che musica profonda e fantastica»!). Amava Thomas Eliot: sebbene avesse un pallore mortale, occhi chiusi, fosse perennemente stupito, e si tenesse a malapena sulle gambe; sembrava un maestro di scuola americano: c’era in lui qualcosa di nascosto, di malevolo, di sospettoso, di complicato, e di perennemente imbarazzato. Virginia scriveva per i giornali, fin da quando era giovanissima, e cercava di guadagnare il più possibile, con una avidità che non le assomiglia. Viaggiava molto volentieri con il marito, in Francia e dappertutto. Amava la vita mondana; e, se ne era soddisfatta, parlava con lo slancio di un uccello. Avere Virginia all’ora del tè, o subito dopo la colazione, era un dono di cui tutti erano fieri: un dono molto più importante, per gli altri, della sua squisita letteratura. Fin da giovane, aveva una eccellente scrittura: scriveva saggi bellissimi, meditati, armoniosi, che percorrevano tutta la letteratura inglese a partire da Chaucer e Shakespeare. Molti critici hanno sostenuto che i suoi saggi erano più fini e complicati di quelli di Thomas Mann — pesanti e noiosi. Ma, naturalmente, ciò che soprattutto le importava era il romanzo — D. H. Lawrence e soprattutto Proust. «La violenza del mio sentimento era tale che sentivo il mio corpo irrigidirsi»: comprese la Recherche come pochi la compresero in quel tempo. Aveva, come Proust, un fortissimo senso del pastiche: la letteratura come farsa e parodia. L’essenziale era il romanzo: il suo romanzo. Pianse la morte di Conrad, avvenuta il 3 agosto 1924, a sessantasette anni; e da Conrad imparò molto, sebbene non coltivasse i grandi mari dell’Oriente e le terre tropicali. A volte progrediva ambiziosamente nel passato — fino a un maestro assoluto, Sterne. Qualche anno prima aveva scritto La camera di Giacobbe, un’opera minore. Ora ebbe un’idea grandiosa: Le onde (che sarebbe stato realizzato anni più tardi); ma nella prima redazione, si chiamava Mrs Dalloway. «Sono io che avanzo accompagnandomi il più possibile ai fatti e scrivo circa cinquanta parole in una mattinata. Dovrò riscrivere tutto uno di questi giorni. Mi sembra — scrisse il 15 ottobre 1923 — che nessuno dei miei libri abbia una struttura così ragguardevole. Non giurerei di essere capace di giungere ai miei fini. Ma sono piena di idee, sento che posso utilizzare tutto quello che non mi è mai venuto allo spirito. Certo, ho bisogno di restrizioni. Il personaggio di Mrs Dalloway resta un punto dubbio. Forse troppo rigido, troppo scintillante, troppo sonoro. Ho scritto oggi la pagina 100. Certo mi sono limitata finora a cercare un mezzo davanzale — o almeno, in quello che ho fatto fino all’ultimo giorno di agosto. Ho avuto bisogno di un anno intero di tentativi per scoprire il mio procedimento che mi permette di raccontare il passato a brani quando mi è necessario. Per ora è la mia scoperta più importante. Confesso che ho forti speranze su questo libro». Siamo al 15 ottobre 1923. Il 20 dicembre 1927 la Woolf sembra concludere. «Questo desiderio insaziabile di scrivere qualsiasi cosa prima di morire, questo sentimento divorato dalla brevità, dalla febbrilità della vita mi costringono ad appendermi come fa un uomo alla sua roccia, la sola che io possegga». Stava scrivendo il terzo capitolo di Orlando. Poi sarebbe venuta la descrizione delle luci del XVIII secolo, brillante di tutti i suoi fuochi; mentre la nebbia del XIX secolo si ammucchiava all’orizzonte. «Vorrei scrivere tutto intero, svelto, per conservare l’unità del tono che, in questo libro, è molto importante. Bisogna che sia metà serio, metà scherzo, con, qui e là, larghi tocchi di esagerazione. A proposito di Orlando, è straordinario come abbia potuto sfuggire alla mia volontà, e imporsi possentemente per stesso, sicuro del suo diritto. Si sarebbe detto che scartava tutto davanti a sé, per venire all’esistenza». «Sì, lo ripeto, un autunno molto felice, singolarmente felice». Virginia aggiungeva — a torto — che il sogno voleva troppo. Per scrivere qui, e per dimenticare la «sua piccola personalità», intensa, assurda, bisognava leggere: vedere persone che non fossero dello stesso mestiere, riflettere con più logica, e lavorare di più, e coltivare l’anonimato. La Woolf ha un tratto eroico e fantastico. Ciò che conta, per lei, è sopratutto il lavoro ostinatissimo.
I cinesi bloccati con valigie di banconote (ieri l’ultimo episodio a Fiumicino) hanno molto di italiano. Si dubita che analoghi ritrovamenti, e altrettanto frequenti, possano avere luogo a Copenhagen, Tallin o Francoforte. La circolazione di contante nel nostro Paese è vorticosa e indomita, e favorisce ogni sorta di traffico clandestino, frode fiscale, compravendita illecita. È una finanza parallela, e losca, che di per sé arretra l’Italia di qualche gradino non solo nella scala della trasparenza, anche in quella della contemporaneità e persino in quella dell’igiene: se c’è una cosa che nella sua veste elettronica è più pulita è il denaro. I rotoli di banconote e le buste gonfie di mazzette hanno qualcosa di unto e di promiscuo, più che sterco del demonio il denaro contante è la stremata impronta dei nostri traffici umani, si porta addosso le ditate, gli odori di tasca, gli stropicciamenti e le abrasioni. Fa tenerezza, come i gettoni telefonici: che però nessuno pensa di reintrodurre in una fessura degli smartphone, pur di produrre emozioni vintage. Sbalordisce, dunque, che ci siano ancora parti politiche (la Lega in prima linea) che si battono per preservare i pagamenti in contanti. Intanto perché difendere il contante significa, tout court, prendere le parti degli evasori fiscali. Sputtanando, dunque, i propri elettori. E poi perché niente inchioda l’Italia e gli italiani alla loro arrancante fatica di crescere e di civilizzarsi quanto la renitenza al pagamento elettronico. Neppure la più sgangherata legge familista o isolazionista è altrettanto reazionaria quanto difendere i rotoli di banconote.
Resterà nella memoria la manifestazione dei parlamentari pentastellati davanti a Montecitorio per celebrare la vittoria della loro proposta di taglio dei nostri rappresentanti. Una foto-riepilogo di una storia lunga di decenni e che rubrica sotto il titolo “la casta” parlamentarismo e partitismo. La diffidenza, quando non odio, verso il parlamento, è vecchia quanto il parlamento stesso anche se solo in alcuni Paesi, per esempio l’Italia, si è tradotta in regime antiparlamentare e antidemocratico con il fascismo. Questa diffidenza ha fatto sentire la sua voce anche nell’Assemblea costituente con quell’incredibile personaggio che fu Guglielmo Giannini. Liberista come Friedrich von Hayek, che pubblicò La via verso la schiavitù nel 1943, due anni prima che lui pubblicasse La Folla, il fondatore del Fronte dell’Uomo Qualunque legò insieme parlamento, elezioni e partiti per concludere che, se si voleva far piazza pulita di tutto questo (della democrazia rappresentativa) occorreva usare il sorteggio per nominare una Camera che doveva solo sorvegliare e giudicare il lavoro ragionieristico del governo, un agente tecnocratico di uno Stato minimo. All’origine di questo ingegnoso sistema, vi era il disgusto per la politica partitica, per quello spudorato metodo di fare campagna elettorale come si fa una campagna pubblicitaria. Tramontata la stella di Giannini, non tramonta l’equazione tra partitocrazia e parlamento, che restò un tema ricorrente negli scritti di studiosi di orientamento conservatore e nei movimenti di destra. Dal Fronte dell’Uomo Qualunque al Movimento Sociale Italiano, la polemica contro il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare fu al centro del Processo al Parlamento (1969) di Giorgio Almirante, che mise in discussione il suffragio individuale e diretto proponendo di “sostituirlo con un diverso sistema di rappresentanza”, quello corporativo. Sorteggio nel caso di Giannini, rappresentanza corporativa in quello di Almirante. Diverse strategie ma stesso problema: “la casta”. Nella sua analisi delle forme di anti-partitismo, Nancy Rosenblum in On the Side of the Angels (2008) ha dimostrato come al di là delle varianti nazionali, l’animosità contro il parlamento è animosità contro i partiti, con il paradosso che deve farsi retorica partigiana essa stessa. Nel governo rappresentativo, l’anti-casta diventa partito trasversale. Soprattutto quando, come oggi diventa un’ideologia prêt-à-porter per chi si candida fuori dai partiti. Gli antipartitisti sono a tutti gli effetti partigiani di una sola forma di partito, quella fatta di capitani di ventura e di aggregazioni à la carte costruite via internet con piattaforme private. Come valutare l’antipartitismo nell’età del governo rappresentativo? Gli antipartitisti sono promotori di una visione di democrazia; la loro non è soltanto una reazione contro “la casta”. Dietro l’antipartitismo pulsa una radicale contestazione della rappresentanza elettorale. E in effetti, una Camera con 400 deputati renderebbe la rappresentanza un orpello: l’Italia diverrebbe il Paese dell’Ue con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione (0,7 ogni 100.000 abitanti). La rappresentatività non è solo una questione numerica; ma è anche numerica. Se non lo fosse perché non proporre un solo rappresentante per tutti? I numeri e le quantità sono importanti nella democrazia. E lo sono soprattutto se e quando i partiti sono destrutturati e personalistici. L’attacco a “la casta” è ostilità per i partiti e i parlamenti ed è una manifestazione di antiestablishment. La novità è che oggi internet consente di attuare la nuova democrazia dei replicanti, un sistema che è sempre indiretto: i “partiti” sono le piattaforme e i “voti” i click, mezzi per designare o giudicare quelli “come noi”. Ma questa sarebbe una riforma di sistema, così radicale da richiedere una riflessione costituente; e una votazione bulgara sul taglio delle poltrone è una scorciatoia patetica, se non fosse uno schiaffo alla nostra rappresentanza elettorale.
Stessa infanzia in famiglie scassate. Stessa polvere di provincia. Stessa età, stessa testa rasata, stesso corpo addestrato in palestra a sollevare il mondo. E stesso sguardo cattivo addestrato a detestarlo. Identiche camerette arredate di croci uncinate, cianfrusaglie naziste, il coltello, la pistola, la solitudine. Per anni seduti davanti allo stesso schermo notturno, a masticare odio razziale e rancore dei perdenti. A immaginare complotti. Immaginare vendette. E finalmente indossarla la vendetta contro il presente, usando la schiuma del passato, le guerre di religione e la superiorità della razza, i mitragliatori e la webcam, trenta minuti di gloria e di sangue. Trenta minuti per sempre. Provate a metterli in fila, questi guerrieri del nulla, che irrompono in un giorno qualunque nelle nostre città, sparano senza fretta, uccidono senza rimorsi, e vi guarderanno dallo stesso specchio con lo stesso abisso davanti, la stessa storia alle spalle. Stephan Balliet è l’ultimo prototipo della serie: 27 anni, due morti appena ammazzati nella cittadina tedesca di Halle, niente padre, qualche lavoro saltuario, poca scuola, nessun amico, la stanza sempre chiusa per non fare entrare la mamma, come i bimbi quando diventano adolescenti. Ebrei o arabi per lui erano “gli stessi scarafaggi” da eliminare. Gli ebrei “la radice di tutti i guai del mondo”. Gli arabi “i nemici mortali”, come ha dettato nel video con cui stava registrando la sua impresa. «Mio figlio è un buono a nulla che ha sempre dato la colpa agli altri» ha tagliato corto il padre, rintracciato dalla polizia, dopo il sangue versato. Identica inquadratura per Luca Traini, 28 anni di Macerata, che il 3 febbraio 2018 provò a fucilare 6 immigrati africani, scovandoli uno a uno per caso mentre girava con la macchina a caccia di prede. Niente padre, niente madre, niente fidanzate, la cameretta a casa della nonna con il computer sempre acceso e il Mein Kampf, la Glock semiautomatica, la bandiera nazista e quella della Lega. Qualche lavoro da manovale. Qualche ingaggio da buttafuori. «Ma litigava sempre» raccontavano quelli che lo vedevano in palestra. Voleva vendicare una ragazza che non conosceva, Pamela, uccisa e fatta a pezzi da un senegalese. Nerissima cronaca che in quei giorni riempiva le prime pagine dei giornali e la sua testa. E che lui voleva svuotare con le esecuzioni casuali di ragazzi immigrati, purché neri, “stessi scarafaggi da eliminare”. Pedine della grande cospirazione che progetta la “sostituzione etnica” e la dissoluzione del mondo dei bianchi. Lui argine a quella dissoluzione, come ha detto ai poliziotti quando si è consegnato avvolto nel tricolore, e salutando con il braccio teso il Monumento ai caduti, già in posa per il selfie. Copione rivisto a diecimila chilometri di distanza, cittadina di Christchurch, Nuova Zelanda, marzo 2019, quando Brenton Tarrant, australiano, 28 anni, rasato, palestrato, assalta due moschee, uccide 49 volte, e lo fa come atto esemplare contro “il genocidio dei bianchi”. Anche lui solitario. Anche lui vendicatore di una vittima mai conosciuta, una bimba morta nell’attacco terroristico di Stoccolma due anni prima. Imbevuto di teorie suprematiste, apprese viaggiando in Bosnia e Croazia. Che prima di iniziare il massacro incide sul caricatore proprio il nome di Luca Traini “il neo-nazi italiano che ha sparato a immigrati africani in Italia”. E dedica un altro caricatore a Anders Breivik, quello della strage nell’isola di Utoya, Norvegia, anno 2011, 69 morti, che lui chiama “cavaliere e giustiziere”. E dice: «Da lui ho tratto vera ispirazione per la mia vendetta». Proprio la stessa vendetta immaginata dall’americano bianco Dylann Roof, che a Charleston, nella Carolina del Sud, anno 2015, uccide 9 afroamericani dentro la chiesa metodista, gridando: «Voi stuprate le nostre donne, dovete sparire!». E al processo dirà: «Volevo iniziare la guerra razziale». Tutti piccolissimi uomini buoni a nulla, ma capaci di tutto. Pericolosi perché senza scrupoli. E senza scrupoli perché convinti di essere accerchiati dal mondo, vittime del mondo. Capaci di estrarre da quelle solitudini la sola competenza che si meritano, quella di cancellare vite per cancellare il mondo di domani. Esistere nel danno. E tramandarlo al prossimo cavaliere del passato.
Come in un abbraccio avvolgente, il Pd di Zingaretti e i Cinque Stelle di Casaleggio-Di Maio alimentano la loro coabitazione. La differenza è che il “capo politico” grillino si sforza a parole di ridurre la portata strategica del patto, timoroso che nel Movimento lacerato molti non reggano la prospettiva di un’alleanza quasi definitiva con il Pd. D’altra parte lo stesso Di Maio, certo non un uomo di sinistra, si preoccupa di non lasciare troppo spazio alla destra di Salvini (vedi la richiesta di non aprire i porti alle navi-soccorso delle Ong e il disinteresse verso ogni ipotesi di legislazione pro ius soli). S’intende che l’esigenza di circoscrivere gli accordi con Zingaretti è solo tattica, a maggior ragione mentre si celebrano a Napoli i dieci anni del Movimento. C’è senza dubbio la volontà di lasciarsi aperta una via di fuga, in caso di malaparata, ma c’è soprattutto l’idea di procedere come si fa con il carciofo, mangiandone una foglia per volta. Per il momento i risultati sembrano dargli ragione a metà. Dal suo punto di vista, il taglio dei parlamentari è un successo e la riforma che di fatto abolisce la prescrizione nei processi altrettanto. Come dire che la miscela di massimalismo e giustizialismo su cui si fonda il M5S sopravvive all’intesa con il Pd. Tuttavia i provvedimenti della legge di bilancio sembrano concepiti per garantire meglio i gruppi sociali che votano per il centrosinistra: sono blocchi di elettori che raramente si sovrappongono a quelli di Di Maio, al quale si garantisce, sì, il reddito di cittadinanza, ma in una versione via via riduttiva (e peraltro la legge-simbolo del grillismo si è già dimostra inadeguata a creare lavoro). Esiste però un’altra bandiera che i 5S possono sventolare e il Pd avrà enormi difficoltà ad accettare senza ripercussioni interne: la fine della belligeranza intorno al sindaco di Roma, Virginia Raggi. A parte l’ipotesi limite di una ricandidatura al Campidoglio, anche solo un sostegno parziale alla giunta grillina di qui alla scadenza del mandato suona come un atto di autolesionismo per il partito di Zingaretti. Si dice che sia la contropartita per l’appoggio del Movimento al presidente della Regione Emilia Romagna, Bonaccini, nel voto del 2020. Ma pochi credono che i 5S sarebbero davvero in grado di mettersi di traverso e impedire la rielezione di un candidato ben radicato nel territorio. E allora lo scambio, se di questo si tratta, è asimmetrico, con un’impronta politica tutta a vantaggio dei Cinque Stelle. In altre parole, se la base del governo Conte è fragile a causa del lavorio del solito Renzi leopoldino e del solito Salvini proteso verso l’Umbria, lo è anche per le contraddizioni del patto che lega Pd e grillini. Per meglio dire, l’accordo è solido in termini di potere, ma produce un impasto poco convincente: le spinte massimaliste dei 5S mescolate al riformismo indefinito del centrosinistra. Ovvio che il presidente del Consiglio Conte esprima i limiti della maggioranza. Privo di una forza politica propria e sempre più incline ad appoggiarsi al Pd, egli è ancora in grado di reggersi, ma non di sfuggire all’immobilismo. L’intrigo internazionale dei servizi potrebbe non essere finito e come tale è una spada di Damocle. Ma anche le incertezze con cui parte — quando partirà — la Commissione von der Leyen sono un segnale negativo per un governo nato grazie all’Unione.
Spesso ci si domanda quando e come nacque l’Europa moderna. L’aggettivo fa data a partire dai primi anni Cinquanta, quando la guerra era da tempo terminata mentre le trattative di pace erano ancora per certi aspetti incompiute. Il Manifesto di Ventotene, gli autori del quale furono Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, rimane il primo documento moderno che vuole un’Europa democratica e profondamente unita. Questo fu l’inizio che emise il primo atto concreto con la formazione della Comunità del carbone e dell’acciaio che fu battezzata a Parigi nel 1951. Il primo passo verso l’Europa fu quella Comunità che poi ebbe come seguito il Trattato di Roma del 1957: l’Europa era nata e la sede fu collocata a Strasburgo, nel cuore d’una Europa che avrebbe dovuto diventare in breve tempo un continente unificato, con leggi proprie e proprie strutture politiche, economiche e sociali. Nei primi anni questi passi avanti verso l’unità progredirono abbastanza sotto la spinta dei maggiori Paesi: la Francia, la Germania, l’Austria, l’Italia. Ma poi cominciarono ad affiorare alcune divergenze che man mano crebbero, annullando il terreno che fino a quel momento aveva proceduto verso una graduale ma comunque importante unione. Il cammino inverso fu più veloce, anche se il processo di unificazione continuò a progredire. Due furono gli avanzamenti maggiori: la moneta unica e l’organizzazione militare che non comprendeva soltanto i paesi europei ma anche gli Stati Uniti d’America, cioè la Nato. Dunque l’Europa era soggetta a due contrastanti tensioni: l’unità e il nazionalismo. In Italia le personalità politiche che furono di volta in volta nominate presidenti della Repubblica furono quasi tutte di marca europeista e tuttavia le forze politiche europeiste diventarono molto più rare: il nazionalismo aveva la meglio anche se l’europeismo non era scomparso. Praticamente ridotto, sì; teoricamente scomparso, no. Chi puntava sull’uno e chi sull’altro: la struttura funzionale della Comunità europea era favorevole all’unità; le opinioni pubbliche dei singoli Paesi avevano invece regredito notevolmente verso la nazione in quanto tale: autonoma e idealmente prevalente. Per comprendere questi sentimenti contrastanti torniamo indietro a quando ci fu la Prima Guerra Mondiale che cominciò nel 1914 e terminò nel 1918: quattro anni di sangue tremendo. Da una parte la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, la Russia e nel 1917 anche gli Stati Uniti d’America. Nella parte opposta c’erano la Germania e l’Austria-Ungheria. I morti furono molti milioni e i post-combattenti rappresentarono una delle forze maggiori dal punto di vista politico-sociale che invocavano lavoro e assistenza economica. Come uscì l’Europa da quella guerra? Certamente più unita tra le nazioni vittoriose ma con tracce di risentimento tra quelle sconfitte, che posero in qualche modo i motivi che poi determinarono la Seconda Guerra Mondiale. Passarono infatti vent’anni e arrivò il peggio. *** La Seconda Guerra Mondiale ebbe inizio nel 1939 con una apparente alleanza politica (patto Molotov-Ribbentrop) tra la Russia e la Germania. Durò poco: la Germania invase la Polonia, la Russia diventò un nemico. I nazisti erano al potere dal 1933 ed erano una vera e propria dittatura politica, militare e ideologica. L’Italia e la Spagna, entrambe guidate da destre autoritarie, si schierarono con i nazisti. Mussolini, che guidava l’Italia dal 1922 era intimo di Hitler il quale, a quanto sembra, aveva la massima stima per il leader del fascismo. Francisco Franco restò neutrale, ma politicamente vicino alla Germania. Gli Stati Uniti entrarono anche loro in campo e questa volta ben di più di quanto non era avvenuto nella Prima Guerra Mondiale. Ma la mondialità era ancora più estesa: coinvolgeva, tra gli altri, la Turchia (con i nazisti), il Giappone e una parte dell’Africa. *** Questo passato non è molto remoto come anni ma remotissimo come economie, socialità, valori e insomma la vita nel suo complesso è molto cambiata. Quanto all’Europa il cambiamento è totale: di fatto l’Europa non esiste più. Nella realtà vive soltanto per ciò che riguarda le cariche dell’Unione: i parlamentari, il presidente della Commissione, i commissari addetti alle varie funzioni burocratiche: tutti nomi, tutte parole, tutti apparentemente dotati di potere, in realtà l’unico e solo potere nei limiti dei suoi valori è l’esistenza di una moneta unica, l’euro, alla quale appartengono 19 sui 28 paesi (che ormai sono diventati 27 perché l’Inghilterra ha deciso di essere tutta sola). Esiste una possibilità che l’Europa faccia qualche passo avanti verso un’unione federata o almeno fortemente confederata? In realtà no, non esiste. L’Europa non è mai stata così priva di unità quanto da vent’anni in qua. Lo sconvolgimento deriva da mille ragioni ma soprattutto ha come data l’arrivo della crisi economica americana verificatasi nel 2007 e arrivata in Europa, a cominciare dall’Italia, nel 2008. Da allora sono già passati più di dieci anni e l’Europa non esiste più. Basta vedere ciò che accade di fronte all’offensiva della Turchia in Siria. L’influenza di Trump e di Putin, oltre che della Cina, si fa pesantemente sentire. Non parliamo di ciò che accade in Italia. In Europa è sovranista, cioè pensa soltanto a se stessa, la quale a sua volta si compone di una quantità di forze politiche molto disperse. Sono piccoli partiti che contano poco o niente ma che danno disturbo agli altri e formazioni più cospicue che contano soprattutto su movimenti frazionati e privi di una visione politica: giuggiolette, noccioline, mafie che sono alla terza o quarta generazione, disseminate in Italia e anche in Europa. I personaggi ci sono: Salvini, Zingaretti, Di Maio, il nonno Grillo, l’ancor giovane Renzi, e poi una moltitudine di sindaci, governatori di Regione e sindacalisti: ognuno ha il suo gioco, le sue prebende ma non un vero potere. In realtà il potere non c’è, l’amore per gli altri non c’è, i valori del Paese non ci sono. C’è l’egoismo, quello sì e c’è, ovviamente diffuso, il malaffare. Il malaffare cresce e pure il cattivo affare cresce. Quello che diminuisce è il senso concreto dello Stato, del Paese, delle Istituzioni, del Bene comune. Tutto questo è passato, in Europa e in Italia. Insomma il mondo è in un gran subbuglio e se dovessimo trovare un lembo di paradiso terrestre dovremmo pensare soltanto a persone come papa Francesco. Io credente non sono, ma lui è un uomo che viene ascoltato da popolazioni assai diverse l’una dall’altra. Ha un potere di comunicazione che da secoli non esisteva più. Il guaio è che non si vive soltanto con chi parla con Dio: ciascuno parla anzitutto con sé e spesso non è affatto contento.
Raccolgo alla svelta, e un po’ alla rinfusa (la notizia della sua morte ci coglie di sorpresa e a tarda ora), i miei pochi ricordi su Craxi. (…) Ricordo la bagarre finale del congresso al Midas di Roma (nel luglio 1976), che lo acclamò trionfatore. (…) Da quel momento, a Milano, ci fu una moda-Craxi, o una Craxi-moda. I salotti se lo contendevano, le signore lo trovavano perfino avvenente, o almeno sexy. (…) Nel merito delle accuse che gli piovvero addosso, non voglio entrare. Forse ci furono delle esagerazioni e degli accanimenti. Forse in ciò che ha detto sua figlia dinanzi al cadavere del padre — «Non è morto, lo hanno ammazzato» — c’è qualcosa, e più che qualcosa, di vero. Ma dobbiamo ammettere che la sua battaglia d’imputato Craxi la condusse proprio da guappo di cartone, e ne sbagliò tutta la sceneggiatura. Peccato. Era la prima volta che il Partito socialista italiano aveva trovato un uomo, se non di Stato, almeno di governo, che lo aveva liberato dalla subalternanza al Pci, e condotto su posizioni democratiche, europeistiche e atlantiche. Lo avrà anche fatto con metodi alquanto spicciativi e disinvolti, più da padrino che da leader. Ma mi chiedo se avrebbe potuto usarne di diversi per avere ragione dei vecchi tromboni del massimalismo populista e piazzaiolo con le loro clientele incrostate da decenni. E mi chiedo anche quanto contribuirono alla sua crocefissione i rancori e le acredini che si era lasciato dietro. Ma nella difesa si perse, e non per mancanza, ma forse per eccesso di coraggio. Perché di coraggio ne aveva. Non ricordo in quale occasione, una volta seguii sul video un intervento di Craxi dal suo banco di governo alla Camera. Per due volte s’interruppe alla ricerca di un bicchier d’acqua. Per due volte Andreotti, che gli sedeva accanto, glielo porse. E per due volte egli lo bevve. ( 20 gennaio 2000)
Claudio Martelli, c’è un paradosso nella storia politica italiana. Durante la Prima Repubblica, ammesso ne sia mai esistita una seconda, in vari momenti le diverse forze della sinistra avevano una forza superioreaquella della Dc. Ma non hanno mai governato insieme. «Negli anni 80 effettivamente la sinistra era maggioritaria, sommando socialisti, socialdemocratici, comunisti, radicali. Era certamente maggioranza. Un portato dei referendum, quelli sui diritti civili, su divorzio e aborto. Bisognava concepirla a tappe, questa unità della sinistra: socialisti e laici, uniti, e i comunisti,rispettando i tempi della loro evoluzione, che era in corso. Modificando la prospettiva di fondo di Berlinguer tutta volta al dialogo con la Dc. Lui era veramente convinto che non si potesse governare un Paese come l’Italia con il 51%. Io penso invece si potesse, perché era un Paese democratico. Ma perché, non ci sono stati lo stesso gli attentati? Hanno rapito Moro per evitare il compromesso storico, quindi non era certo una prospettiva più rassicurante dell’alternativa. Il compromesso storico serviva a legittimare definitivamente il Pci: il problema storico del Pci era quello. E contemporaneamenteamantenereitratti della diversità comunista. La legittimazione, nella sua fotografia statica, è cosa diversa da una visione revisionistica della propria storia. La sinistra che ha vinto in Europa è la sinistra non marxista, i laburisti inglesi e la socialdemocrazia tedesca che non erano dottrinari, attingevano, come mi disse Brandt, più a Lassalle che a Engels. Quanto più l’impianto ideologico è rigido, coerente, implacabile, tanto più prende l’impronta settaria e il settarismo è la premessa della divisione. La divisione è la premessa dell’impotenza o della sconfitta. Ieri come oggi». Anni 70: quando il Pci propone il compromesso storico il Psi è sulla linea dell’alternativa, con il congresso di Torino. Poi il Pci, scottato dalla vicenda della solidarietà nazionale, propone l’alternativa democraticaein quel momento il Psi si immerge nel buco nero del pentapartito.Èuna conversazione continuamente interrotta. Si è sempre cercato di essere divisi? «Bisogna essere onesti: per ragioni diverse, forse opposte, né Berlinguer né Craxi volevano l’incontro. Non per ostilità tra di loro. Per una visione diversa delle cose, ma simile nella scelta dell’interlocutore principale. Per Berlinguer il grande incontro, quello storico, era con le masse cattoliche e, in un certo senso, anche per Craxi era così. Craxi era veramente convinto dell’alleanza con la Dc. Lui fino al ’56 affiggeva i manifesti della sinistra unita e c’erano, anche a Milano, sezioni in comune tra i due partiti. Ma l’Ungheria cambiò tutto, anche in lui. Le sue esperienze cambiano, diventa l’interlocutore, nell’Unuri, dell’ala democristiana. In realtà quello che ha sempre diviso i socialisti e i comunisti è la questione cattolica. Ma non nel senso che non fossero d’accordo. Tutti e due erano convinti fosse la questione decisiva, molto più che irapporti tra i loro partiti di sinistra. Ma volevano un’esclusiva del rapportoetemevano l’avesse l’altro». Frattocchie 1983, incontro tra Pci e Psi. Che ricordo hai? «Mah. Una cosa abbastanza fredda, con momenti di aperture reciproche. Però pesava una coltre di diffidenza. Lì c’è stato un eccesso di chiusura da parte di Berlinguer. Se avesse assunto un atteggiamento diverso nei confronti della presidenza del consiglio di Craxi forse qualcosa sarebbe cambiato. Forse, qualcosa. Non era una svolta pazzesca, era un grado di avvicinamento, quello compatibile con il mantenimento delle proprie posizioni. Il compromesso storico era tramontato, l’unità nazionale pure, si era già votato, quindi si era entrati in una nuova fase. Il Pci, in quella fase, era attratto dall’idea del “governo degli onesti”. Sono sempre stati molti i giochi di specchi nella storia politica italiana: pezzi della borghesia illuminata che dialogano con il Pci, esponenti della borghesia più dinamicaepiù nuova che invece dialogano con il Psi. Settori del mondo cattolicoedella Dc che guardano piuttosto ai socialisti ed altri che guardano invece ai comunisti. Alla fine però questo gioco era a somma zero e l’unica che se ne è avvantaggiata è stata la Democrazia cristiana. I due forni sono sempre esistiti. Anche prima di Andreotti. Lui ne è diventato il teorico, tenendo aperte molteplici ipotesi di collaborazione. Era stato l’uomo del governo a destra con Malagodi, poi della solidarietà nazionale con il Pci, poi del pentapartito con un rapporto preferenziale con il Psi. Una catena di forni, sempre aperti». Vicenda Moro. Nell’intervista che mi ha rilasciato, Formica si chiede: noi vedevamo Pace e Piperno all’aperto, non di nascosto, informavamo Viminale e Quirinale, poi Pace e Piperno andavano da Morucci. Perché diavolo i servizi non li hanno seguiti? «E perché via Gradoli? Il Lago della Duchessa?» Che idea ti sei fatto di quei giorni? «La domanda di Rino è pertinente. Come mai nessuno si è mai sognato di seguirli? Sarebbero arrivati alla prigione di Moro. C’era l’Unità di Crisi presieduta da Cossiga con addirittura dei collaboratori internazionali, gli americani Pieczenik e Ledeen. Ledeen: quello che, per Sigonella, fece litigare Reagan e Craxi, con una traduzione che esasperò i toni della polemica. Anche quel passaggio non è mai stato chiaro: nella vicenda di Sigonella quali interessi serviva Ledeen dentro l’amministrazione? La Cia? Moro: troppi episodi che dimostrano che non lo si è voluto salvare. Fili di collegamento con i servizi cecoslovacchi, c’è la presenza americana preoccupata, la dichiarazione di Kissinger. E poi le figure di Cossiga e Andreotti. Il primo fa un gioco spericolato e spregiudicato, lo fa essendo amicissimo e legatissimo a Moro. Come fai a non impazzire? Ricevi quella lettera e contemporaneamente hai, nella tua Unità di Crisi, gente che dice che non lo vuole trovare o che spera di trovarlo già morto. Altro che non dormirci la notte… Si capisce che poi sia stato male per il resto della sua vita, si è portato sulla coscienza un peso. Anche Andreotti chiuse qualunque varco e pare addirittura che la dichiarazione del Papa sia stata corretta da lui. C’è da restare sgomenti. Mai visto un’interpretazione così estrema e così crudele della ragion di Stato. Mai». Al vostro congresso di Verona Berlinguer viene fischiato. Colpì l’avallo finale di Craxi: «Se avessi saputo fischiare, avrei fischiato anch’io». Non si seminava un odio che creava un baratro? Che impressione fecero a uno come te, che nell’unità della sinistra credeva? «Beh, devo essere sincero, ero molto combattuto tra la mia educazione e la temperie della lotta politica. Mi dispiace fischiare, inviti uno e poi lo fischi… Però lui aveva appena detto che noi eravamo un pericolo per la democrazia, il governo Craxi era un pericolo. Nei festival dell’Unità c’erano gli stand con la trippa alla Bettino. Craxi era un combattente per natura, temperamentoeconvinzione. Lui è diventato un anticomunista nel ‘56, dopo gli anni di esperienza unitaria di cui abbiamo parlato. Esistevano gli anticomunisti democratici, anticomunisti non reazionari, categoria di cui il Pci togliattiano, soprattutto, tendevaanegare l’esistenza. Se sono anticomunisti sono fascisti. Kennedy, Moro, Brandt erano anticomunisti, ma certamente democratici. I fischi sono la replica di uno che è in conflitto aperto con i comunisti. Nenni non era mai arrivato a questo, forse neanche Saragat. La categoria del “tradimento” è stata molto presente, spesso tragicamente, nella storia della sinistra. Craxi si ribellava a questi toni e, facendolo, allargava però il solco. Dicendo “fischierei anch’io”, difende il suo popolo, che lui stesso aveva fomentato, si identifica con esso, non lo delegittima. Quindi, pur essendo lontano dal mio spirito, capivo. Lo capivo e l’ho anche condiviso. Quando l’ha detto, ho applaudito anch’io. Ma tra fischi e insulti la sinistra allontanava la sua unità possibile». Parliamo della parabola di Craxi. «Guarda la storia del Psi prima di Craxi: la crisi dell’unificazione socialista nel ’66, la nuova scissione, le peripezie, Mancini, quell’andamento così plumbeo della segreteria di De Martino: insomma la doppia subalternità. Al governo con la Dc, all’opposizione con i comunisti. Liberarsi da questo retaggio è stata un’impresa titanica, come riprendere un partito esangue, com’era quello del ’76, e tirarlo fuori dalla sua crisi. Il Psi era malato di divisioni, di velleitarismo che volta per volta diventava massimalismo o ministerialismo. Craxi aveva chiarissime tutte le debolezze strutturali del suo partito, voleva superarle e ha lottato per superarle». Quando inizia la parabola discendente? «Nel 1987. Con la fine dell’esperienza di governo lui diventa lentamente un’altra persona. Non credo mi faccia velo il fatto che allora sono cominciati tra di noi dei contrasti. Noi avevamo raccolto le firme coniRadicali per il referendum sulla giustizia giusta e io avevo difeso il diritto di quelli che avevano raccolto le firme sul nucleare a celebrare il loro referendum. De Mita, con la staffetta, ritira la fiducia al governo Craxi. Si aprono le consultazioni. Craxi dice: “O mi ridanno l’incarico o andiamo al voto”. “Ma tu sei sicuro che ti lascino andare al voto guidando il governo?” “Sono sicuro”. “Io non ci credo”. Puntualmente Cossiga dà l’incarico a Andreotti. Alle consultazioni vado io. Con Andreotti concordiamo una soluzione per l’uscita dal nucleare, dopo ilreferendum, attraverso un nuovo piano energetico nazionale e lui si spinge fino ad aprire sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. Disse: “La Dc non può accettare questa impostazione però ne potremmo accettare una più gradualista. Se, dopo la terza elezione nulla in Parlamento, non si configura nessuna maggioranza in grado di eleggere il presidente della Repubblica, a quel punto si può ricorrere al voto popolare”». Per la Dc una bella svolta… «Entusiasta corro da Craxi. È furioso: “Tu la devi smettere di occuparti della crisi, la seguo io”. “Guarda che ci propongono di celebrare i referendum. Noi li vinciamo, andiamo a votare dopo. Che ti frega di tenerti Andreotti per un anno?”. Ma disse no al tentativo di Andreotti, e ci beccammo Fanfani. Nell’87 si spezza la fase ascendente. Lo riconobbe: “Ho fatto un unico errore” mi disse, “tornare a via del Corso dopo la presidenza. Avrei dovuto occuparmi di Onu e di Internazionale socialista. Tornando al partito sono passato dalruolo che avevo conquistato per me e per i socialisti — guidare il governo più duraturo della storia repubblicana e occuparmi delle grandi questioni — a dover brigare per fare ministri, sottosegretari”». Quando finisce il Psi? «Il Psi finisce con Mani pulite. Inutile girarci attorno. Alla vigilia delle elezioni del ‘92 il rapporto tra Bettino e me era sempre molto affettuoso, però si era creata qualche distanza. Io pensavo fosse finito il ciclo della coalizione con la Dc e bisognasse rischiare e sperimentare vie nuove. Un sabato sera vado a casa sua. Gli dico che trovo sbagliato impegnarsi con la Dc prima del voto, lo spingo a tenere una mano sulla testa al passaggio da PciaPds perché, se noi ci mettiamo a fare i guardiani di una roba finita, il pentapartito, il risultato sarà che loro cercheranno un’intesa con la Dc. È inevitabile. Mi ascolta, ma scrolla la testa: “Claudio io li ho combattuti tutta la vita, me ne hanno fatte di tutti i colori. Adesso quella storia è finita, quella del Comunismo internazionale, e io non voglio che nemmeno un calcinaccio di quei muri mi cada in testa. Si arrangino”. Era questa la sua posizione. L’unità socialista rivestiva, ma in modo difensivo, questa attitudine». Il congresso di Torino del 1978 e la Convenzione programmatica di Rimini del 1982, famosa per le idee sul «merito e il bisogno», sono punti avanzati del pensiero riformista italiano. Ma poi molto cambia, nella costituzione materiale del Psi. Come se il partito fosse stato «occupato» da persone che, con quei valori, non avevano molta relazione. «Sì, e Bettino se ne accorse. Ricordo un incontro nell’ascensore alla Direzione del partito. Entra un compagno noto, non dico chi. Lui lo guarda e dice: “Ma a te non ti hanno ancora arrestato? Con quello che stai combinando…”. L’affaire politicaèsempre esistito, anche nel glorioso primo dopoguerra, anche nel secondo dopoguerra. Mussolini pigliava quantità sterminate di denaro da tutti i suoi foraggiatori e nel dopoguerra i partiti appena nati avevano bisogno di vivere. La Dc prendeva i soldi dalla Cia, il Pci dall’Unione Sovietica, il Psi per un po’ li ha presi anche lui dall’Unione Sovietica poi invece sono passati al Psiup, come è poi successo al Pci con Cossutta. Dopo di che il partito si è arrangiato. Naturalmente l’arrangiarsi era molto più rischioso che non i canali super riservati dei finanziamenti internazionali. Ogni tentativo di mettere ordine, che pure facemmo con Formica e Nesi, fu travolto dalle lotte correntizie interne. Le correnti si devono finanziare e la forma è ancora più rischiosa. Questo andazzo è durato dieci anni. Ma, diciamoci la verità, Tangentopoli e Mani pulite non sarebbero successe senza il crollo dei muri a Berlino Est. Fu un cambio d’epoca». Se tu nell’87 fossi diventato Segretario cosa sarebbe cambiato nella sinistra italiana? «Quello era il momento giusto. Avremmo costituito un polo laico e socialista oltre il 20%, eaquel punto il rapporto con il Pci si poteva impostare, ben prima del crollo dei muri, in modo più serio. Quale era la richiesta che Occhetto, il gruppo dirigente del Pci di quegli anni, poneva come una prova di serietà delle nostre intenzioni e di lealtà futura? Che noi sperimentassimo di stare all’opposizione insieme. Ma Bettino diceva: “Sì, così noi andiamo all’opposizione e si ritorna al ’76: il Pci si mette d’accordo direttamente con la Dc”. No, in quel momento bisognava cercare strade nuove. Dopo il ’92, dopo la fine del Psi, quando la sinistra tutta era poco oltre il trenta per cento, avrei lavorato per il Partito democratico, prospettiva della quale, con Occhetto, avevamo parlato». C’è un momento, nel ‘92, in cui tu hai capito che stava arrivando lo tsunami? «Non Mario Chiesa. Gli avvisi di garanzia ai due sindaci, Tognoli e Pillitteri. Lì cominciò tutto. La gente che scappava. La catastrofe la avverto nell’estate del ’92. In quei mesi ero concentrato sulla questione della mafia. E forse non ho percepito per tempo che stava arrivando la grande slavina. Ero ministro della Giustizia e il mio fronte principale era Palermo: avevano ammazzato Falcone e Borsellino, tolto di mezzo Scotti, lo Stato era in ginocchio. Caponnetto diceva “tuttoèperduto”. Lo chiamai al ministero per tornare ad impegnarlo. C’era un clima da fine vera. Io ho avuto paura di un cedimento dello Stato. L’ho avuta, l’ho vista ai funerali di Falcone. Quella era la guerra vera. La mafia contro lo stato. E poi il cedimento ci fu. Non c’è stata la trattativa, c’è stato un cedimento, unilaterale. Quando Conso dice: “Io e solo io decisi di togliere dal 41 bis centinaia di mafiosi e lo feci per dare un segnale di disponibilità all’ala moderata di Cosa nostra guidata da Provenzano”, tratta la mafia come fosse un partito. Non è una trattativa, è un cedimento unilaterale». Un collaboratore di MessinaDenaro ha riferito di un attentato in preparazione contro di te. Tu chiamasti Falcone al ministero e questo bastò per scatenare, contro di lui, una polemica durissima. «La mattina ho giurato da ministro, il pomeriggio ho chiamato Falcone. Gli ho detto di venire a Roma, volevo offrirgli la direzione degli Affari penali. Falcone non era un politico, era il miglior magistrato al mondo, così era considerato. Salvo che a Palermo. Come disse Borsellino anche la magistratura aveva responsabilità gravi. Falcone ha cominciato a morire quando gli preferirono Meli al Consiglio superiore, quando lo fregarono per l’elezione al Csm, quando lo rifregarono perla nomina a procuratore a Palermo. Il tutto condito, come tu ricordavi, con azione denigratoria pazzesca, che non veniva da anfratti di sovversivi, erano membri del Consiglio superiore della magistratura, ambienti di stampa e politici». Ti ricordi l’ultima conversazione che hai avuto con Craxi? «Sì, nel dicembre del ’99. Alla vigilia di Natale. Non lo sentivo da un pezzo. All’inizio, dopo che era rifugiato a Hammamet, mi aveva lasciato un numero riservato. Lo chiamavo dalle cabine telefoniche. Noi vivevamo come braccati, chi non l’ha vissuto fa fatica a capire il clima in cui abbiamo vissuto il ’92, ’93, ’94. Abbiamo parlato i primi due anni, poi non so cosa è successo, in esilio. Per due o tre anni sono caduti i contatti. Alla fine Stefania me l’ha passato al telefono. Mi dice: “Ti devo fare una sorpresa” ed ero felice. Anche lui era molto contento, mi chiese di mio figlio. Mi sono commosso, lui aveva una voce stanchissima. Gli ho detto: “Vengo a trovarti”.“Aspetta un momento, adesso mi sono appena ripreso dall’operazione”. Invece non si riprenderà più. La sua morte è ancora oggi inaccettabile. Non esisteva per il governo la possibilità di prendere un aereo e farlo operare a Madrid, a Parigi, a Tel Aviv? Non si fa operare un ex presidente del Consiglio in un ospedale non attrezzato, con uno dei medici che deve chiedere all’infermiere di reggere la lampada per illuminare il tavolo operatorio. Napolitano ha ragione: Craxièstato trattato con una durezza senza eguali. Qualunque cosa abbia fattoèstato trattato con una durezza e spietatezza inaudita, in Italia. Perché? È una storia tragica però bisogna avere il coraggio di ripensarla. Ripensare Craxi non è così un vezzo per i craxiani, o gli orfani, è una necessità, quantomeno un’utilità per ricomporre una storia. Si sono perdonate cose ben più gravi, nella storia della sinistra italiana, che non il finanziamento illecito al partito». È finito il socialismo? «No, io non penso che sia finito, il socialismo. Dedicherò quel che miresta da vivere a dimostrarlo. È stato un errore credere alla storia della fine delle ideologie, bubbola inventata dal pensiero unico. In realtà, spazzando via insieme con il comunismo anche il socialismo, la socialdemocrazia, i fermenti più radicali delle varie forme di sinistra e persino il liberalismo nella sua forma autentica e le culture democratiche, è rimasta in piedi un’unica ideologia che è il nazionalismo sovranista. Prima gli italiani, dicono. Quando uno dice prima gli italiani, prima gli americani, la cosa importante che ti sta dicendo è che tu vieni dopo. Tu non sei importante, non sei come loro. Non esisti, sei un problema. Non una risorsa, come invece è chiunque di noi».
«Alu suono della grancascia/ viva sempre lu popolo bascio/ a lu suono delle campane/ viva viva li popolane». Persino l’inno sanfedista che nel 1799 segnò la sanguinosa restaurazione borbonica potrebbe trovare spazio oggi a Cosenza. Nella storia rovesciata dalrevisionismo nostalgico, l’eroina illuminista Eleonora Pimentel diventa «un’assassina che dal forte Sant’Elmo sparava sui napoletani» e i lazzaroni del cardinale Ruffo «patrioti che lottavano per difendere Napoli», sostiene soavemente Gennaro De Crescenzo, leader e anima culturale del Movimento neoborbonico partenopeo (con un sito da trentamila iscritti, accessibile solo con parole chiave come la piattaforma Rousseau). Anche questo garbato professore di Scampia potrebbe rispondere alla chiamata di Pino Aprile attorno al Movimento 24 Agosto da lui fondato al grido di «equità o secessione!». In realtà 70 o 80 organizzazioni «sudiste» (molte con… un solo iscritto) potrebbero trovarsi stamattina al raduno cosentino nel cinema Modernissimo attorno all’autore del bestseller «Terroni» divenuto bibbia dell’insorgenza meridionale. Aprile rompe gli indugi: «Loro vogliono candidarmi. Io, dopo nove libri in nove anni, ho ceduto. E sapete quando? Quando il Parlamento ha detto che priorità nazionale era la Tav e non una linea degna di questo nome tra le due più importanti città meridionali, Napoli e Bari!». Loro sono un magma confuso, in grado comunque di promuovere nei consigli regionali una giornata per le «vittime meridionali dell’Unità d’Italia», il 13 febbraio, data della caduta della fortezza di Gaeta. Aprile non sogna il ritorno di «Urré» sul trono delle Due Sicilie, ma in quel magma molti lo sognano. E tutti sono convinti che dal Garigliano in giù il «Nord» abbia distrutto il paradiso costruito dai Borbone. Tesi contraddetta dalla storiografia più seria, a partire da Galasso, e tuttavia sventolata quanto le bandiere col giglio che ormai ammantano gli spalti del San Paolo. Un’estetica e una politica della nostalgia attraversano il Paese almeno in due sensi, in questi anni. Nostalgia sovranista di fronte all’integrazione europea, borbonica di fronte all’integrazione italiana. Come l’Italia è passata da un reddito medio disponibile per abitante del 5% sopra la media dell’Europa avanzata nel 1991 all’11% sotto nel 2018, così il Meridione è passato dal 74% del reddito pro-capite del CentroNord nel 1971 al 54% di oggi. Come il prodotto per ora lavorata dell’Italia è passato dal 2% della media dell’Europa più avanzata 20 anni fa al 9% sotto oggi, così il prodotto per unità di lavoro al Sud è sceso di nove punti negli ultimi 40 anni rispetto al Centro Nord. E, come uno su cento da AgrigentooCaserta tutti gli anni emigra ancora a Milano o Padova, così nell’ultimo decennio un italiano su centoèpartito verso Londra, Monaco o Barcellona. Anche le nostalgie nascono e crescono parallele, come le Vite di Plutarco. È dunque irresistibile per alcuni la tentazione di pensare: abbiamo subìto un’integrazione imposta da altri, piemontesi o tedeschi che siano. Sempre di più, neomeridionalismo e neoborbonismo appaiono uno specchio attraverso cui il sovranismo può vedere se stesso in una temperie dove prospera la nostalgia di un passato immaginario (la Retrotopia di Bauman). Perciò il credo neoborbonico si va sposando con il sovranismo. De Crescenzo a giugno ha fatto un’ora e un quarto di intervista-spot su Byoblu.com rete che dedica tempi e attenzioni analoghe ad Alexandr Dugin, Diego Fusaro, Fabio Dragoni e altri anchor sovranisti. Si dice abbia rivisto personalmente il testo di «Al Sud», la canzone neoborbonica del suo amico Povia («non esisteva emigrazione/non c’era disoccupazione/ma poi venne Garibaldi/a rubare oro e soldi»). Nega però «relazioni sovraniste» il professore di Scampia: «Noi vogliamo cambiare la storia. Se poi ci accorgiamo che non si può, arrivederci e grazie». Queste diffuse correnti diripensamento attraversano le élite economiche meridionali anche non di fede neoborbonica. «Il Mezzogiorno nell’Italia unita ha perso molto del vantaggio che aveva agli albori dell’età industriale», dice per esempio Maurizio Paternò di Montecupo, docente di Economia aziendale alla Sapienza ed erede di una delle più aristocratiche famiglie siciliane di epoca borbonica. Nelle sue parole da italiano non pentito, «il Sud si sarebbe salvato molto di più se fosse rimasto indipendente». In fondo c’è chi lo pensa anche dell’industria italiana prima del processo europeo. Paternò ricorda la prima ferrovia su suolo italiano costruita dai Borboni fra Napoli e Nocera nel 1836, la fabbrica di mozzarelle della Reggia di Carditello dei primi dell’800, la Real fabbrica della seta di San Leucio del 1778. «Fu uno dei primi impianti integrati di produzione in Italia» dice Luciano Morelli, ex presidente di Confindustria Caserta e amministratore delegato della Eco-Bat di Milano. Morelli sottolinea come per lui l’Italia e l’Europa siano «un valore», descrive l’unificazione dei Savoia come «guerra di conquista» e confessa «nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e non è stato». Ma legandosi a un sentire ormai comune, sovranismo e borbonismo si spingono un po’ più in là. Pino Aprile ha sponsorizzato la candidatura a sindaco di Gioia Tauro di Fusaro (non con grandi risultati). Prove tecniche di intesa antieuropea? «Io voglio l’Europa dei popoli», dice, «dei catalani e dei calabresi. Poi c’è qualche area del meridionalismo che confonde sovranismo e indipendenza. Da anni il Sud vota in blocco, viene fregato, si sposta in blocco da un’altra parte. Nasce prima la consapevolezza di sé e poi qualcuno che la rappresenta». Aprile prova a mutare in compatto voto d’opinione ciò che per decenni appariva il tentativo clientelare di saltare sul carro del vincitore quale che fosse. Oggi tanta opinione s’è girata verso il Carroccio. Non pochi oggi dicono «facciamo come la Lega», lasciando circolare una mitologia speculare ai celti eaPontida: il brigante Carmine Crocco,imassacri di Pontelandolfo, il presunto lager di Fenestrelle, il ricordo di Pietrarsa come simbolo di un’industria borbonica poi stroncata dagli italiani. «Sarebbe ridicolo dire Borbonia felix», ammette il saggista Marco Esposito: «Tuttavia l’unità è nata con l’idea di uccidere Napoli che li terrorizzava». Il tema è scivoloso. Si informa sulle domande e poi fa perdere le tracce il «capo della Real Casa» Carlo di Borbone, raggiungibile a una mail che ha per nome di dominio sicilie.com (al plurale). Pure Luigi de Magistris si eclissa dopo un primo contatto. Ha fatto aprire dalla giovane meridionalista Flavia Sorrentino uno sportello («Difendi la città») a tutela dell’onore partenopeo e da anni tiene in caldo molti filoni retorici del populismo sudista. L’ex direttore del Corriere del Mezzogiorno, Marco Demarco, autore di «Terronismo», sostiene che, di fronte al giochino della torre (chi butteresti giù tra Garibaldi e Crocco?), il sindaco nicchierebbe. Forse per non indispettire «lu popolo bascio».
«Facciamo un esempio. Se in Italia la mafia ferisse una persona ogni 50 secondi e ne uccidesse tre al giorno, secondo lei che succederebbe? Io immagino migliaia di militari per le strade e tanto altro. E invece per i morti sul lavoro niente, pare che l’argomento non sconvolga nessuno. Eppure i numeri sono proprio quelli: tre morti al giorno e un ferito ogni 50 secondi». Pausa. «Altro dato: gli infortuni ogni anno vanno dai 650 ai 700 mila. Valgono il 2,6% del nostro Prodotto interno lordo: costi sanitari, amministrativi, assicurativi, giudiziari… Sono più o meno quattro finanziarie eppure la politica lo tollera». Il professor Bruno Giordano dice tutto questo con l’amarezza di chi conosce a fondo il problema ed èaun passo dalla rassegnazione. È un magistrato della Corte di Cassazione, docente di Sicurezza del lavoro all’Università Statale di Milano e, su questa materia, anche ex consulente giuridico del Senato. «La verità — dice — è che il tema della sicurezza non è caro a nessuno. Lo chiamano fenomeno ma per me un fenomeno è una cosa inspiegabile e, al contrario, qui è tutto spiegabilissimo». Ecco. La spiegazione. Porta con sé una domanda: perché nel nostro Paese i morti di lavoro di questi ultimi anni sono così tanti e per giunta in crescita? Siamo a oltre il 10 per cento in più rispetto al 2016. Quell’anno si è chiuso con 1.018 vittime, il 2017 con 1.029, il 2018 con 1.133 e quest’anno i dati Inail dicono che nel periodo gennaioagosto sono già morte per lavoro 685 persone (627 uomini, 58 donne). Una strage continua, silenziosa e dalle proporzioni sempre più grandi, anche se rispetto ai primi otto mesi dell’anno scorso le vittime quest’anno sono 28 in meno. Nel confronto con l’anno scorso la cifra del 2019 è stata in crescita fino a luglio, con i dati di agosto risulta invece in diminuzione perché falsata da un numero di morti eccezionalmente alto nel mese di agosto 2018. Furono 92 (fra loro anche 14 vittime del ponte Morandi), ad agosto 2019 sono stati 52. Numeri che fanno dire alla neoministra del Lavoro Nunzia Catalfo che «è un’emergenza nazionale», che «serve un intervento immediato e strutturale». Lei e il ministro della Salute Roberto Speranza hanno avviato un tavolo di confronto con le parti sociali sull’argomento sicurezza. Parola d’ordine: soluzioni. E ancora una volta si torna a quella domanda: perché si muore lavorando? «La ragione più evidente è che si muore perché ci sono pochissimi controllori» è convinto il professor Giordano. «Parlo degli ispettori delle Asl. In dieci anni si sono dimezzati, chi è andato in pensione non è stato sostituito, non c’è stata formazione per competenze specifiche. Le sembra normale che in alcune province ce ne siano soltanto due?». Due controllori per cantieri, gastronomie, officine, fabbriche, campi agricoli… Condivide l’analisi il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, che aggiunge: «Si muore anche perché nei momenti di crisi c’è più volontà di realizzare profitti e meno attenzione alla sicurezza reale. E poi mi colpisce che risultino irregolarità nell’85 per cento dei controlli». Un clima generale di insicurezza sul quale spesso chiudono un occhio gli stessi lavoratori, preoccupati di perdere il posto se denunciano falle oppure (quando sono loro stessi responsabili delle aziende) più attenti a non rallentare ritmi e produzione piuttosto che a non rischiare un infortunio. «In molti casi sono loro stessi a dimenticare le norme che pure conoscono», considera Leonardo Alestra, generale dei carabinieri alla guida dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), ente che si occupa prevalentemente di vigilanza contrattuale, contributiva, assicurativa. Il primo gennaio 2017 l’Inl è diventato operativo con 5.673 persone, adesso ne conta 4.938: il 13% in meno. Il leader della Cgil Maurizio Landini propone «di introdurre una logica di sanzioni e incentivi per le imprese: uno schema simile alla patente a punti che favorisca negli appalti chi rispetta le norme e penalizzi chi non lavora in sicurezza. Si muore come si moriva 40-50 anni fa, è chiaro che c’è bisogno di agire», dice. E sugli ispettori (delle Asl) cita il dato generale: «Mancano 1.500 persone in tutta Italia». «Sul lavoro si muore per più di un motivo», valuta Luigi Sbarra, segretario aggiunto della Cisl. Fra quei motivi ci sono la mancanza di «prevenzione, formazione, informazione, consapevolezza». E per consapevolezza si intende anche cultura della sicurezza. Si intende, per esempio, che se il muratore o l’antennista vengono a casa nostra per un intervento siamo tenuti a pretendere che lavorino in sicurezza perché in quel momento siamo anche noi i loro datori di lavoro. C’è un dettaglio che mette d’accordo chiunque abbia a che fare con questi argomenti: le morti bianche sono tutte, ma proprio tutte evitabili. Non esiste la fatalità. Lo ripete da anni l’ex procuratore torinese Raffaele Guariniello che chiede una Procura nazionale di magistrati iper-specializzati sulla sicurezza sul lavoro. Le Asl, dalle quali dipende il sistema dei controlli, fanno capo alle regioni e ogni regione è un regno a sé quindi — altro problema — non esistono politiche e tipi di intervento condivisi. Le norme che abbiamo sono sufficienti, ripetono i magistrati. «Poi però la normativa bisogna applicarla», per dirla con il professor Giordano. E, tanto per cominciare, bisognerebbe emetterei15 decreti attuativi che ancora mancano (dopo oltre 10 anni) alla legge 81 che nel 2008 fissò le regole per la sicurezza sul lavoro. Non si può più aspettare. A volte le cronache raccontano che il lavoratore «era al primo giorno di lavoro». Non è raro scoprire che è una bugia, che ha lavorato in nero fino alla morte, affidandosi alla fortuna. Ma come diceva un vecchio slogan pensato per le vittime sul lavoro: «La fortuna non è un dispositivo di sicurezza».