Superficialità e demagogia. La politica italiana, sull’Ilva, ha coltivato le sue peggiori caratteristiche. Adesso ArcelorMittal restituisce le chiavi. E non è uno scherzo. L’azzeramento dell’Ilva comporta la perdita di 3,5 miliardi di Pil e di 1 miliardo di investimenti all’anno. Anche questo non è uno scherzo. L’attuale Governo ha completato lo smantellamento del quadro giuridico che garantiva a qualunque investitore avesse vinto l’asta pubblica di non pagare prezzi per colpe di altri. C’è stata prima la delegittimazione morale: quasi che chiedere di non trovarsi in un tribunale o in un carcere per atti manageriali o amministrativi compiuti prima dell’arrivo a Taranto fosse discutibile ed inaccettabile, qualcosa di losco e oscuro sotto c’è sempre, se fanno tutto per benino perché devono avere paura? Poi c’è stata la demolizione politica, con la sottrazione graduale ma inesorabile di ogni tassello dal mosaico di certezza normativa su cui era radicato il contratto di cessione, prima di affitto e poi di vendita, rafforzato da un addendum che ne circostanziava i meccanismi protettivi. Il risultato è stata l’esposizione di ArcelorMittal a un rischio giuridico che si è diffuso nella percezione di chiunque operasse nella fabbrica, inibendone l’attività. La cancellazione dello scudo giuridico ha fatto il paio con alcune precise scelte compiute dalla Procura di Taranto che, nel procedimento sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella avvenuta nel giugno 2015 (quando ArcelorMittal peraltro non c’era ancora), ha prima sequestrato senza facoltà d’uso l’altoforno 2, per poi riconcedere la facoltà d’uso imponendo però tempi molto stretti per la sua messa a norma. Tutto questo è stato giudicato incomprensibile dai vertici di una multinazionale quotata a Londra che ha stabilimenti in tutto il mondo e che ha compiuto turnaround di acciaierie perfino in Paesi teatro di guerra. Evidentemente a Taranto e a Roma è più difficile operare. Peraltro, ArcelorMittal a Taranto ha incassato una delle sue peggiori sconfitte industriali. La gestione non ha mai funzionato. Con una scelta rara, ha fatto rientrare i suoi manager e ha messo a capo dell’azienda una dirigente di lungo corso come Lucia Morselli, che ha trovato perdite per 2,5 milioni di euro al giorno. E, dunque, davvero il Governo con la cancellazione completa dello scudo giuridico ha fornito ad ArcerlorMittal la chiave per mettersi la giacca, aprire la porta e andarsene via. La scelta di una manager italiana che era a capo dell’altra cordata in concorrenza con ArcelorMittal – formata da Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi, Leonardo Del Vecchio e Jindal – ha acceso la fantasia e l’immaginazione – caratteristiche che abbondano nella politica italiana, tanto quanto mancano le competenze e la concretezza – su chissà quali piani per un rilancio tutto fatto di partnership internazionali e fondi europei a bizzeffe per una decarbonizzazione che non appartiene peraltro ad ArcelorMittal: insomma, a sentire i desideri della maggioranza Cinque Stelle-Partito Democratico, sarebbe andato tutto benissimo. Nulla di tutto questo. Anche le speranze che questa mossa shock sia una mossa negoziale – per mettere non una pistola, ma un bazooka sul tavolo – appare una interpretazione in linea con la mentalità italiana, che ritiene l’ambiguità un elemento strutturale del discorso pubblico, ed è assai poco coerente con le regole del business internazionale, in cui i patti si rispettano – e in questo caso i patti non sono stati rispettati – e gli atti sono uno la conseguenza dell’altro. In questa situazione straniante, anche il sindacato sembra essere stato preso da uno strano “incantamento”: qualche cosa succederà, quelli di ArcelorMittal si sederanno al tavolo e, poi, al massimo si va tutti in cassintegrazione per anni, anni e ancora anni. In ogni caso ArcelorMittal, che già nelle scorse settimane aveva scritto lettere all’Amministrazione Straordinaria per esplicitare che avrebbe potuto recedere dal contratto e restituire l’azienda, è stata conseguente e pronta a tutelare i suoi interessi. Una logica da multinazionale. Detto questo, nelle prossime settimane può succedere di tutto. Anche che l’affanno della politica italiana riesca ad influenzare le scelte di ArcelorMittal. D’altronde il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è devoto di Padre Pio da Petralcina. Quello che è certo – per rifarsi invece alla mentalità scientifica del rivale di Padre Pio, Padre Gemelli – è che le ferite al corpo già nemmeno troppo in buona salute della economia italiana saranno profonde e durature. Secondo una nuova elaborazione compiuta dalla Svimez per Il Sole 24 Ore, portare a zero l’attuale ridotta attività dell’Ilva comporta un danno sintetizzabile in tre numeri: 3,5 miliardi di euro di Pil in fumo, 960 milioni di investimenti fissi lordi in meno e 2,2 miliardi di export cancellato. Non c’è, davvero, null’altro da aggiungere.

Il dibattito innescato dalla sentenza della Cassazione sulla cosiddetta «mafia a Roma» – che nega al consorzio criminale di Buzzi e Carminati i requisiti di una vera e propria Cosa nostra – sembra aver riaperto una di quelle «annose questioni» che credevamo archiviate dopo il maxiprocesso di Palermo e dopo le numerose inchieste seguite alle stragi in Sicilia (1992) e nel Continente (1993). L’apporto tecnico-giudiziario fornito alla cultura dell’Antimafia da Falcone, da Borsellino e dal pool antimafia, infatti, sembrava aver colmato quel gap secolare della magistratura, che aveva contribuito a rendere la mafia una organizzazione potente e impunita. Sembrava tramontato il tempo in cui i magistrati, specialmente quelli della Corte Suprema, esercitavano il loro giudizio basandosi esclusivamente sulle carte asettiche, tenendosi a debita distanza dal «contesto» (soprattutto sociale e ambientale) che caratterizzava le vicende mafiose. Quasi scontato, dunque, che risultassero meno comprensibili a Roma, comportamenti e fatti che ai magistrati impegnati nel territorio dove avvenivano sembravano chiari e persino provati. Consequenziali, perciò, le numerose assoluzioni in Cassazione che stravolgevano i primi gradi di giudizio. Insomma, la mafia è un fenomeno difficile da capire per chi non l’ha affrontata e studiata, fino ad assimilarne le misure di contrasto più idonee quasi come un vaccino. E a Roma, prima del processo a Buzzi e Carminati, la mafia veniva vissuta come un fenomeno lontano e irripetibile fuori dal suo territorio. Ieri, sulla Stampa, il presidente del Tribunale della Città del Vaticano, Giuseppe Pignatone (fino a poco tempo fa capo della Procura di Roma e titolare del processo sul «mondo di mezzo»), ha provato a chiarire proprio questo semplice concetto: Roma non è mafiosa ma è un territorio dove agiscono più consorterie mafiose, ciascuna con le proprie attitudini e caratteristiche. Quella di Buzzi e Carminati è una mafia invasiva nei confronti della pubblica amministrazione e quindi tendente ad affermare una supremazia della corruzione. Certo, non è la Cosa nostra siciliana, col suo preponderante controllo capillare del territorio, ma è un sistema, come altri nella Capitale, che si afferma col metodo della violenza e della intimidazione. «Basta chiedere – ha scritto Pignatone – agli abitanti di Ostia o delle altre zone della Capitale o del Lazio che ne subiscono la forza intimidatrice». Proprio la capacità di determinare assoggettamento e omertà con l’intimidazione e la violenza è una delle «qualità» proprie del sistema mafioso. E il non frequentissimo ricorso alla violenza (pochi omicidi, poco rumore di armi da fuoco) non sempre è sintomo di assenza mafiosa: una telefonata di Carminati che dice «ti conosco e so dove abiti» può aver l’effetto di una pistola puntata alla testa. Persino in Sicilia il ricorso alla violenza veniva accettato come «estrema ratio» e non come abitudine naturale. I siciliani sono stati spesso tacciati di omertà per aver taciuto perché intimiditi da minacce o solamente da uno sguardo eloquente. Ma questo è il potere del mafioso. C’è un aneddoto, raccontato da Andrea Camilleri, che spiega bene cos’è un uomo d’onore. Lo scrittore incontra casualmente un boss italo-americano e gli chiede di spiegargli cosa fosse mai un mafioso. Il boss gli risponde con un esempio: «Se ora entra uno armato di pistola e ci impone di inginocchiarci, noi non abbiamo scelta e dobbiamo ubbidire. Ma quello non è un mafioso è solo un delinquente. Se, invece, entra un tranquillo signore disarmato e noi due ci inginocchiamo e gli baciamo la mano, abbiamo incontrato un vero mafioso». Esattamente come spiegava Michele Greco al maxiprocesso: «Signor presidente, la violenza non fa parte della mia tradizione».

«La sentenza con cui la Cassazione ha escluso l’aggravante mafioso nell’inchiesta di Mafia capitale è stata da molti strumentalizzata. Il verdetto ha, infatti, confermato l’esistenza di un gruppo criminale di corruttori che ha operato nella capitale e il giubilo con la quale da alcuni commentatori è stata accolta accredita l’idea che sia grave solo ciò che è mafioso; e questo finisce per essere una brutta sottovalutazione della corruzione». Raffaele Cantone, che negli ultimi cinque anni ha guidato l’Autorità nazionale anticorruzione e da poco è rientrato in Cassazione, è in sintonia con l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che ieri, su La Stampa, ha ribadito che la mafia a Roma esiste perché anche se «non è una città mafiosa, operano in essa più associazioni mafiose». Perché si può affermare l’esistenza della mafia? «Nonesiste unapervasività tale da definire Roma una città mafiosa. Ma da qui a dire che non esistano organizzazioni mafiose ce ne passa. Esistono quelle esterne – ‘ndrangheta, Cosa nostra e camorra – ma anche forme autoctone come i clan Spada e Casamonica, come confermatodadiversipronunciamentidellaSupremacorte». In che modo corruzione e criminalità organizzata hanno inquinato le attività del Comune della capitale? «La corruzione ha drogato la concorrenzacheavrebbedovuto esserci nel sistema degli appalti pubblici ma ha inquinato anche il voto, e quindi la democrazia; elementi tutti che sono emersinellesentenze,suquesti aspetti pienamente confermati in tutti i gradi di giudizio. Su questo sistema pervasivo l’impressione è che si voglia voltare paginatroppoinfretta,senzafare una discussione approfonditasulsistemadimalaffareemerso e sui rischi, tutt’altro che esclusi,chepossatornare». Condivide l’idea di Pignatone sulle dimensioni preoccupanti del riciclo e del reinvestimento di capitali illeciti? «Sì, nella capitale, come dimostratodalletanteconfische,sono attivi canali di riciclaggio delle mafieesterne inristoranti, locali notturni, immobili e attivitàcommerciali». Corruzione e criminalità organizzata rappresentano secondo lei un pericolo grave per la nostra vita civile? «Questi fenomeni incidono sulla convivenza civile. La presenza di soldi sporchi, ad esempio, droga il mercato e chi paga le conseguenze sono proprio i cittadini e gli imprenditori onesti, danneggiati dalla concorrenza slealedeldenaro“facile”». Il controllo di questi fenomeni di illegalità deve avvenire solo da parte del giudice penale o anche da parte di ogni livello sociale e dei cittadini? «Questi fenomeni alimentano di consenso e di distrazione sociale. C’è sottovalutazione sociale, il proliferare delle mafie nasce dal disinteresse del cittadino che,adesempio,nonèsolidaleconchi denuncia.C’è dunque bisogno di attività educativa. E serve innanzitutto un’operazione verità. L’idea di essere accomunati a mafiosi o corruttori fa male al Paese e allora si tende a ridimensionare il fenomeno. Manonsipuòfarlopassareinosservato, non si deve alimentare lasottovalutazioneculturale». Si può rompere il circolo vizioso corruzione-illegalità-spaccio di droga? «Si deve rompere. La droga, comedimostrano gliultimieventi di cronaca, deve diventare una priorità dell’agenda politica. E invece l’impressione è che non si voglia affrontare il fenomeno con una strategia chiara, pensando di affidare il problema solo al momento repressivo. Eppure la droga finisce per riguardare strati sociali fra loro molto diversificati e d’altro canto gli enormi proventi dello spaccio incidono sull’economia, in modo devastante. È un fenomeno digrandecomplessitàmanonè nascondendo la testa sotto la sabbiachelosirisolve». Come per la corruzione? «Sisonofattiprogressisul fronte della lotta alla corruzione perchésièindividuataunastrategiachemetteinsiemeprevenzione e repressione. L’Italia ne ha beneficiato guadagnando negli ultimi 4 anni 16 posizioni,nellaclassificadiTrasparency international. Si tratta però diunastrategiaappenaavviata e che richiede tempi lunghi e la volontà di non abbassare la guardia».

Velocizzare i tempi dei processi Oltretevere, in modo che non calpestino il diritto a un procedimento «giusto». Lo vuole il Papa, soprattutto in questa fase di sterzata per bonificare la Chiesa dalla corruzione e renderla più trasparente. Perciò ha chiesto un’accelerata alle autorità competenti. Da chi svolge le indagini, il promotore di Giustizia Gian Piero Milano, si aspetta inchieste eseguite «con prontezza», spiega a La Stampa un alto prelato. E allo stesso tempo il Pontefice ha affidato «con piena fiducia» a chi celebra i processi, il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, nominato un mese fa, la missione di snellire le tempistiche giudiziarie. A cominciare dalla vicenda londinese, «opaca», come l’ha definita il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Gli ultimi presunti scandali finanziari scoppiati in ottobre attorno ai palazzi di lusso nel centro di Londra sono legati ai fondi propri della Segreteria di Stato e al loro uso, che appare perlomeno «spericolato». Chi conduce l’investigazione dunque è il pm Milano, che ha nella Gendarmeria il «braccio» operativo. Quando terminerà le operazioni consegnerà gli atti al Tribunale, e solo a quel punto il presidente inizierà a lavorare. E si capirà se si potrà arrivare a un processo. Senza voler mettere eccessiva e controproducente fretta, a Santa Marta si attende con crescente trepidazione la decisione della magistratura. Anche perché papa Francesco desidera svoltare, imponendo alla Santa sede un nuovo corso basato su trasparenza e caccia ai corruttori. Con il necessario garantismo. Per il Papa «non può più capitare di avere un procedimento giudiziario lungo otto mesi come quello di Vatileaks 2, durato da novembre 2015 a luglio 2016», sostengono nelle Sacre Stanze. Secondo Bergoglio la celerità massima possibile è parte sostanziale del diritto umano ad avere un giudizio giusto. «A poco o nulla servono condanne o assoluzioni dopo anni», afferma un monsignore. «Questa problematica papa Francesco la conosce bene perché è una piaga di vari paesi dell’America Latina, in particolare la sua Argentina e il Cile», ci spiega. E poi c’è la questione mediatica: Bergoglio vive «con angoscia» le situazioni che diventano scandalo soprattutto perché non arriva una risposta chiara dalle autorità. «Se si trascina tutto in modo confuso o ambiguo, il clamore cresce, si crea la sensazione di impunità – evidenzia un suo collaboratore – e rimane nell’immaginario collettivo l’idea che anche il Vaticano sia “un porto delle nebbie”». È l’espressione con cui veniva definita la Procura di Roma segnata negli anni Ottanta da insabbiamenti e misteri. I magistrati devono essere «i primi ad affermare la superiorità della realtà sull’idea», aveva detto il Papa incontrando l’Associazione nazionale Magistrati a febbraio. Nei Sacri Palazzi rimbalza la sensazione che, «senza nulla togliere al predecessore, Giuseppe Dalla Torre, il Tribunale adesso ha una guida con un prestigio e un’esperienza inediti. Non è un caso: Pignatone è stato chiamato dal Papa per fare in modo che il Vaticano non venga considerato un “porto delle nebbie”». Intanto, sul versante della trasparenza, il cardinale Peter Turkson ha annunciato che «presto potrà esserci un documento che fisserà i criteri di gestione finanziaria dei dicasteri vaticani e delle diocesi».

Al Pd hanno aspettato che il risultato delle elezioni in Umbria si depositasse nell’immaginario degli elettori emiliani e dopo sei giorni sono andati a “vedere” che umore circolasse da quelle parti con uno di quei sondaggi che restano in casa, dei quali non è necessario informare l’apposito sito della presidenza del Consiglio. Il risultato è top-secret, ma da quel che trapela i dati sarebbero allarmanti: alla precisa domanda «oggi per quale coalizione votereste alle elezioni regionali del 26 gennaio?», la risposta ha assegnato al centrodestra un vantaggio che oscilla in una forbice tra i 5 e i 7 punti. Più equilibrato sarebbe il rapporto tra i due candidati-presidente, l’uscente Stefano Bonaccini e la sfidante, la leghista Lucia Borgonzoni. Certo, la partita in gioco è grossa. Tutti sanno che il governo Conte non reggerebbe ad una sconfitta del Pd nella “sua” Emilia. E d’altra parte Nicola Zingaretti sa bene che una sua leadership uscirebbe lesionata dalla sesta sconfitta consecutiva in una Regione sotto la sua gestione. E’ vero che da qui al 26 gennaio mancano quasi tre mesi e la sfida è tutta da giocare, ma il dato dal quale si parte è spiazzante: per la prima volta in oltre un secolo di elezioni, la sinistra emiliana deve rimontare. In 82 giorni può accadere di tutto: gli effetti di un sondaggio si possono dilatare, ma anche capovolgere. Sono tante le incognite in campo. Due più di altre. La prima riguarda l’atteggiamento dei 5 Stelle: correranno da soli, faranno una coalizione a sostegno di Bonaccini, ovvero opteranno per una desistenza? La seconda incognita: alla fine peserà di più l’effetto-Bonaccini o l’effetto-Borgonzoni? Interessante quel che dice Alessandra Ghisleri di Euromedia Research: «Salvini avoca tutto a sé perché sa di rappresentare un traino. Ma in questo caso c’è una differenza: in tutte le regioni nelle quali il centrodestra sinora ha vinto, i candidati erano meno conosciuti di quanto non lo sia Borgonzoni in Emilia e questa può diventare una difficoltà». Ghisleri lo dice con eleganza, ma la riconoscibilità della leghista – che ha perso nella sfida per il Comune di Bologna – potrebbe non aiutarla. E invece il Governatore uscente scommette su un effetto-Bonaccini. Dice della sua amministrazione: «In 5 anni abbiamo fatto tanto, siamo la Regione prima per crescita e la disoccupazione è scesa sotto il 5 per cento» e proprio il buon governo gli garantisce l’appoggio di una “Lista civica” che si preannuncia più incisiva di tante formazioni analoghe: la appoggiano 200 sindaci, alcuni dei quali di centrodestra. Bonaccini scommette sul sostegno di Confindustria e della Fiom, ma soprattutto sa che potrà contare, al momento giusto, su personalità “pesanti”: Romano Prodi, Pierluigi Bersani, Vasco Errani, il sindaco di Bologna Virginio Merola. E infatti Alessandra Ghisleri sottolinea un fattore immateriale destinato a pesare: «Il 26 gennaio nell’Emilia rossa si giocherà una partita per la storia e per la tradizione». Come dire: al momento opportuno la sinistra farà appello al “sentimento”, trasformerà l’Emilia-Romagna in una sorta di diga, nel baluardo nazionale contro l’avanzata di Salvini. Romano Prodi queste cose le sa, ma confida: «Il centrosinistra ha amministrato bene e questo in tempi ordinari di solito basta. In tempi ordinari».

«Il disastro Ilva è tutto politico, perché è troppo conveniente dal punto di vista politico litigare su quello che invece avrebbe conciliato, cioè produzione e ambiente dentro alla sostenibilità», sostiene il leader del metalmeccanici Cisl Marco Bentivogli. Che ora punta il dito contro i Cinque stelle, ma critica anche Pd e renziani che in Senato hanno detto sì alla cancellazione dello scudo penale. Mittal straccia il contratto per l’Ilva, epilogo atteso? «Beh, ci sono stati dei precedenti inequivocabili. Perché già durante il negoziato che ha portato all’accordo del 6 settembre 2018 i vertici di Arcelor avevano spiegato che non volevano un’immunità totale osinedie,machiedevanosolamente una salvaguardia che rendesse possibile l’attuazione del piano ambientale. E Di Maio aveva acconsentito. Dopo le elezioni europee, ed il conseguente tracollo elettorale, i parlamentari locali hanno iniziato a fare pressione e lo scudo è salato. Dopo che a luglio l’azienda ha fatto sapere che non avrebbe potuto continuare a gestire Taranto lo scudoèstatorimesso,mapoiinseguito ad un nuovo assalto a cui si sono uniti anche una parte di parlamentari pugliesi del Pdè saltatodi nuovo». Ma sull’ultimo voto in Senato le responsabilità non sono solo dei 5 Stelle, anche il Pd ha le sue colpe…. «Assolutamente,non solo il Pd ma anche Italia Viva e Renzi hanno delle responsabilità. Noi a tutti avevamo spiegato che, pena la rescissione del contratto,lenormenonsipotevano modificare. E che era un grande errore fornire un alibi all’aziendapermollaretutto». Quindi quel che dice il governo, ovvero che non ci sono i requisiti giuridici per rompere, non torna? «EalloraperchéDiMaioloaveva accettato se non era un vincolo necessario? Adesso poi sullo scudo minimizzano, addirittura hanno sostenuto che era sufficiente la tutela dell’art.51 del Codice penale. Cosa non vera, come dimostra il fatto tra il 2012 ed il 2015, quando lo scudo ancora non c’era, finì nei guai anche l’allora presidente di garanzia, l’ex prefetto Ferrante. Poi chiariamo: lo scudo ha un perimetro molto preciso, sia di applicazione (il piano ambientale) sia temporale, e inquesti anni tutti gli altri reati sono stati tutti regolarmenteperseguiti». Come se ne esce? «Chiediamo una convocazione immediata del Consiglio deiministri eun decretoche ripristinilo scudo». E secondo lei ArcelorMittal si fida ancora del governo? «In ogni caso ci sono 30 giorni per restituire gli impianti e tutti i rami d’azienda all’amministrazionestraordinariaeripassare tutti i dipendenti. E a questo proposito voglio ricordare che sei anni di amministrazionestraordinariacisono giàcostati 3,3 miliardi, poi sono aumentati gli incidenti ed è stato fermato quasi del tutto il piano ambientale. Insomma tornare indietro sarebbe un disastro totale, anche perché già oggi noi abbiamo circa 2 mila persone in Cig con l’amministrazione straordinaria più altri2.100conArcelor». È pensabile fare una nuova gara e cambiare cavallo? «Io, dopo questa prova della politica, sono curioso di vederechipuòvenireinItaliaametterealtrisoldisuprogetti industriali. Con Arcelor rischiano di perdere 4,2 miliardi, ma adesso chi viene a mettere anche solo 50 milioni? È come se avessimo affisso sul Paese un cartello con scritto “Se avete soldi da investire state lontani dall’Italia”. Il governo era stato avvisato che Arcelor è prontaa scappare, ma sia Patuanelli che Provenzano hanno minimizzato i rischi legati alla cancellazione dello scudo penale. Anche ora la prima risposta non è ammettere gli errori ma ragionare sui presupposti giuridici: si continua a non capire la gravità della situazione. Sono recidivi».

Report (21 e 28 ottobre) ha posto alla pubblica attenzione l’intreccio fra democrazia, giustizia sociale, internet e social network. Come al solito, ha incorniciato l’argomento “impegnativo” tra servizi di interesse più immediato, dalle diverse miscele dei caffè alla fuffa del sale colorato, pagato cento volte il prezzo di quello bianco grazie alle impurità che ne variano l’aspetto. Sta di fatto che la risposta dell’audience è stata molto alta e costante anche riguardo ai social, comprese le parti più “da esperti”, come la compravendita dei follower e via scoprendo. L’inchiesta, quando si dice “il caso”, è arrivata a puntino per istruirci a capire qualcosa di un paio di eventi straordinari che nei giorni scorsi hanno riguardato Facebook e Twitter. Gli ingegneri dell’algoritmo che regola il funzionamento di Facebook si sono dati una mossa scrivendo all’azienda (“che è anche nostra”) per chiederle di smettere di esentare dai normali controlli qualsiasi puttanata promossa a pagamento per conto della politica. Zuckerberg per ora continua ad incassare, ma farfuglia. E intanto Twitter annuncia che dal 22 novembre escluderà la politica dai propri pagati cinguettii. Ovviamente Trump ci vede un attentato alla “libertà di espressione”; quella sua in particolare, che su Twitter spara balle a tutto spiano. Ma il punto è chiaro: una azienda dei social non può fare lo gnorri e promuovere – pagata – ogni politica menzogna, mentre invece controlla gli annunci commerciali. Stanno arrivando al pettine, in sostanza, molti nodi finora sottaciuti nell’entusiasmo del giocattolo tutto nuovo. Ed è notevole che la buona vecchia tv riesca a porre il tema, in un lampo, all’attenzione dell’opinione pubblica più larga. Di temi non meno importanti dei social ce ne sono peraltro a iosa, che possono dare smalto, in tv e altrove, al “giornalismo investigativo”; al di là dello sguazzare nei faldoni, fra le tante carte bell’e pronte che tracimano dagli uffici giudiziari.

C’è l’antisemitismo di destra e c’è l’antisemitismo di sinistra. E la commissione contro razzismo e antisemitismo si identifica con Liliana Segre che l’ha voluta e la presiederà. Ed è una commissione potente perché non ha poteri. Ha infatti la forza del nome che dell’orrore antisemita racchiude la memoria. Dunque non conta nulla il solito testo vago e pasticciato che l’accompagna perché la commissione “è” Liliana Segre, come Falcone e Borsellino furono il pool antimafia, come la presidenza della Repubblica è oggi Mattarella. La forza del nome frantuma subito l’idea che la commissione Segre possa nascondere e proteggere l’antisemitismo coltivato a sinistra o quello di matrice islamista e aggredire solo l’antisemitismo coltivato a destra. Eppure è questo l’alibi di chi non ha applaudito e non ha votato la commissione. Addirittura Giorgia Meloni ha telefonato a una stupitissima Segre per scusarsi in privato dell’offesa che le aveva arrecato in pubblico. L’antico e raffinato uso della dissimulazione con la nostra allegra reginetta di Coattonia si fa parodia. Chiunque capisce infatti che la xenofobia della destra, anche nella grottesca versione “gentile” della Meloni, è sinonimo di quel razzismo e di quell’antisemitismo che in tutta Europa diventano ogni giorno più feroci, in Germania, in Francia, in Austria … La destra estrema si nutre di slogan antisemiti anche in Italia e basterebbe, nella classifica degli inauditi, ripartire dalla domanda: «Come è diventato possibile che, non solo nel mondo degli ultrà schizofascisti della Lazio, Anna Frank sia considerata un modo per offendere»? Detto questo, è vero che anche a sinistra, soprattutto in Inghilterra ma persino negli Stati Uniti e certamente in Italia, c’è un odio antisemita per gli ebrei d’Israele, ed è un veleno “non compatibile” con gli applausi alla Segre. Per non parlare dell’antisemitismo dei 5 Stelle, che è addirittura “fondativo” (e basterebbe ripartire dalle offese personali e irripetibili di Beppe Grillo a Rita Levi Montalcini). Sto dicendo che anche nell’applauso alla Segre c’è stata una quota — minore ma più furba — di dissimulazione. E però il nome Segre è più forte di ogni dissimulazione, a garanzia di una commissione senza poteri nel Parlamento che fa invece indigestione di commissioni potentissime che, equiparate all’autorità giudiziaria, indagano su rifiuti, banche, terremoti, sette segrete, bambini in affido…: verbali, documenti, burocrazia che a Roma trasforma anche il tragico in grottesco (indimenticabile è il centralino della commissione stragi che rispondeva così: «Stragi, dicaaa»). E invece, come nel romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451, dove la memoria è custodita da uomini miti ma ribelli che imparano appunto a memoria i libri che il Potere ha bruciato, la commissione Segre custodirà la memoria dei campi di concentramento, del fascismo e del nazismo, della Shoah, dell’orrore «perché, la memoria rende liberi».

Una delle più futili sciocchezze che si sentono in giro si manifesta nella falsa ingenuità della domanda: ma perché non posso chiamare negro un negro? L’ ultimo a esercitarsi in questo classico dilemma della semantica è stato Luca Castellini, capo riconosciuto degli ultrà del Verona. Ma è stato preceduto da numerosi giornalisti e intellettuali della destra che trovano in quell’interrogativo il gusto civettuolo di una presunzione di anticonformismo (d’altra parte, viviamo in tempi in cui a dirsi fuori dal coro sono i più gregari tra i coristi). I più sofisticati, si fa per dire, tra quei giornalisti e quegli intellettuali, precisano pomposamente: «Li abbiamo sentiti, nei film americani, i negri chiamarsi l’un l’altro nigger. E poi, al gay pride, si appellano tra loro checca o finocchia». Ma, santa pazienza, come non comprendere che all’interno di una comunità, piccola o grande, quelle denominazioni esprimono reciproco affetto e confidenza condivisa, mentre — se utilizzate all’esterno — segnalano ostilità e disprezzo? D’altra parte, sono i diretti interessati a patirne l’uso malevolo e a chiederne l’interdizione. Tutte le lotte per l’emancipazione hanno avuto come preliminare posta in gioco il diritto a nominarsi, a darsi il proprio nome e a decidere come essere chiamati dagli altri. È un processo lungo, e dunque, non stupisce nemmeno che — come ancora sottolineano gli intellettuali di destra, per così dire sofisticati — nelle traduzioni dei libri americani di 70 anni fa compaia il termine negro (il racconto autobiografico Ragazzo Negro di Richard Wright e il ricorso allo stesso termine nella traduzione italiana de Il Buio oltre la Siepe). Le culture e i linguaggi cambiano e maturano e diventano, o dovrebbero diventare, più rispettosi delle minoranze e anche, sì, delle loro suscettibilità. Non c’entra nulla il politically correct: c’entra quel minimo di intelligenza e di civiltà che può agevolare la convivenza e disinnescare i conflitti tra diversi. Ma il nostro ultrà-semiologo ha altro da dire. Intanto, sulla controversa questione dello ius soli e dello ius culturae (che ovviamente qui non c’entra, perché il giocatore del Brescia è figlio adottivo di genitori italiani): «Balotelli ha la cittadinanza italiana, ma non è del tutto italiano». E poi, l’affondo: «Mi viene a prendere la “Commissione Segre”, perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». Attenzione: non sentite qui l’eco fedele di gran parte dei commenti critici nei confronti dell’istituzione di quell’organismo contro l’antisemitismo e il razzismo, promosso dalla senatrice a vita Liliana Segre? Non è lo stesso ragionamento, proprio lo stesso, di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini e di molti esponenti di Forza Italia, quando denunciano la “Commissione Segre”, quasi fosse un tribunale liberticida contro le idee irregolari? Gli oppositori hanno volutamente confuso le finalità di un organismo che ha funzioni di documentazione, ricerca, testimonianza e discussione su quei fenomeni con il ruolo di una commissione d’inchiesta che ha, invece, funzioni inquirenti e che dispone degli stessi poteri della magistratura ordinaria. Ma questo episodio, in apparenza poco rilevante, la dice lunga sulla questione del razzismo. Va chiarito subito, e una volta per tutte, che l’Italia non è un Paese razzista. Certo, cresce il numero dei razzisti e degli atti di razzismo, ma ciò non è in alcun modo sufficiente perché si faccia ricorso a quell’etichetta. E già quella domanda (l’Italia è un paese razzista? Macerata è una città razzista?), oltre a essere scema, è profondamente errata e contiene una qualche tonalità razzistica: perché tende ad attribuire a un’intera comunità nazionale o locale i comportamenti di un gruppo, o anche di molti gruppi, o di minoranze magari aggressive o atteggiamenti di connivenza da parte di alcuni settori di popolazione. Insomma, è il cortocircuito tra i discorsi irresponsabili di una quota consistente della classe politica e il senso comune di una collettività, sottoposta a continui stress e percorsa da angosce profonde, a costituire la vera insidia. E a rappresentare un incentivo per una tensione quotidiana che si riversa su chi è, allo stesso tempo, il più prossimo e il più diverso. Questo è ciò che accade all’interno delle fasce più deboli della società, dove, più e prima che il razzismo — e sarebbe un errore chiamarlo così — si diffonde la xenofobia: alla lettera la paura, la diffidenza, l’ostilità verso lo sconosciuto e l’ignoto. È questo che produce un’intolleranza minuta e ordinaria, fatta di soperchierie che colpiscono nella stessa misura stranieri emarginati e italiani vulnerabili (l’episodio di Chioggia è solo l’ultimo di una lunga serie). E se tutto questo non deve ancora indurci a definire razzista l’Italia, sarebbe assai pernicioso sottovalutarlo. E l’attenzione va indirizzata innanzitutto su ciò che ne rappresenta la radice culturale e di senso comune. Ascoltiamo ancora l’ultrà-semiologo Castellini: «Prendiamo in giro il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo facciamo con istinti politici o razzisti». Qui, non abbiamo solo l’eco, bensì una vera e propria parafrasi di quanto detto qualche settimana fa da Salvini: «Se uno odia il prossimo per il colore della pelle, per la squadra di calcio, per la religione….se uno dice crepa, è grave a prescindere, sia che lo dice a un cristiano, a un ebreo, a un buddhista, ad un valdese, a un protestante, ad un Hare Krishna, a un islamico. Non c’è l’insulto più grave, e l’insulto meno grave. Se uno aggredisce una persona, può aggredire un uomo, una donna, un bianco, un nero, un giallo, un fucsia, è un delinquente». In queste parole c’è — nitidissimo — una sorta di Manifesto della Banalizzazione della Storia. Qui tutto è uguale a tutto: l’antisemitismo e l’odio per la squadra avversaria. Non esistono le grandi tragedie storiche, e non esistono vittime e carnefici, dal momento che il tifoso ultrà di una squadra può essere, a distanza di poche settimane, e a campi invertiti, l’aggressore o l’aggredito. Il fine di una simile operazione è l’azzeramento delle responsabilità dei regimi e delle ideologie, ma anche dei despoti e dei dittatori (non troppo diversi, per l’ostilità che suscitano, da arbitri incompetenti o corrotti): e l’appiattimento dei drammi individuali e collettivi, mortificati a tenzoni e giochi di ruolo. Ma quando la storia viene ridotta a un presente indistinto, amorale e fantasmatico, è la comunità degli uomini che inizia ad andare in rovina.

Comunque vada a finire la drammatica vicenda dell’Ilva di Taranto, la sconfitta del governo Conte è già evidente, con esiti finali non tutti prevedibili. Può darsi che si riesca a tirare per la coda gli investitori in fuga di ArcelorMittal, magari attraverso un decreto che dia loro quello che chiedono — in primo luogo il famoso scudo legale — ma al pasticcio non si pone rimedio facilmente. È venuta in superficie l’assenza di un’anima nella maggioranza: Pd e Cinque Stelle procedono alla cieca, senza essere uniti da un vero vincolo politico, ma solo da un calcolo di convenienza. Se manca l’anima, si perde anche quel tanto di coesione che è dato dal perseguire obiettivi comuni, o almeno convergenti. Si chiama intesa politica e presuppone una visione almeno in parte complementare del futuro del Paese. A cominciare dai temi della crescita economica e del loro risvolto sociale. Viceversa si è ricreato con il Conte-2 una sorta di “contratto” simile, se non analogo, a quello che aveva trascinato a fondo il Conte-1. La differenza è che nel precedente governo i Cinque Stelle, condizionati e spesso schiacciati dalla personalità di Salvini, incontravano maggiori difficoltà ad affermare le loro priorità: al di là, s’intende, del reddito di cittadinanza, la legge bandiera, simbolo dell’idea neo-assistenziale che il partito di Di Maio persegue e che a Pomigliano d’Arco, il paese del ministro degli Esteri, ha prodotto migliaia di sovvenzioni e nessuna offerta d’impiego. Con l’alleanza a sinistra sembra che il Movimento riesca meglio di prima a far valere i suoi principi, soprattutto grazie alla scelta fatta dal Pd di assecondare il partner persino oltre il ragionevole (vedi il taglio dei parlamentari senza garanzie). Ne deriva che il caso Ilva è anche l’immagine di tale connubio: rinvii, incertezze, contraddizioni e infine la sottovalutazione del rapporto con l’acquirente straniero. In una parola, un esempio di inadeguatezza da parte dei 5S, incapaci una volta di più di esprimere una classe dirigente, ma al tempo stesso la prova che il Pd si è reso trasparente. «Un capolavoro di incompetenza e di pavidità politica: una bomba ambientale che si unisce a una bomba sociale»: così definisce il disastro Marco Bentivogli della Cisl ed è difficile dargli torto. E ciò non vale solo per l’acciaio, che è il caso del giorno. Basta vedere la tragicommedia della legge di bilancio per capire che il contratto su cui si regge il Conte-2 non è meno autolesionista del precedente: per cui l’unico che può fregarsi le mani, con il cinismo che non gli manca, è Salvini, al quale ogni giorno la maggioranza apre un’autostrada. Il massimalismo dei Cinque Stelle unito alla rinuncia a ogni vocazione riformista da parte del Pd: la miscela è esplosiva, considerando che l’opposizione si fonda sul populismo leghista e che sullo sfondo si agita l’astuzia fine a se stessa del renzismo. Un tempo si sarebbe detto che l’Europa ci osserva con preoccupazione, ma oggi anche questo sarebbe improprio. La Commissione von der Leyen non riesce nemmeno a formarsi e l’intervista a questo giornale della vicepresidente Vestager ha ben illustrato la debolezza in cui si trova l’Unione. La stabilità italiana è sempre stata un valore, ma oggi abbiamo un governo precario e di fatto instabile, paralizzato dalla paura del voto in uno scenario europeo altrettanto incerto.