In questi ultimi tempi si sono fatti eloquenti alcuni cattolici e alcune figure autorevoli, anche della gerarchia ecclesiastica italiana, che di volta in volta invocano la nascita di un movimento, di una nuova formazione di ispirazione cattolica. Nei mesi scorsi il vescovo emerito di Prato, Gastone Simoni, ha dichiarato: «Mi parrebbe venuta l’ora per stringere i tempi e arrivare all’evento fondativo di un nuovo soggetto politico entro la fine dell’anno». E pochi giorni fa è apparso un “manifesto” che vuole essere una chiamata a far nascere non un partito cattolico, ma un nuovo partito democratico di piena ispirazione cristiana. Un’ipotesi legittima, una scommessa verso la quale va il mio rispetto, anche se in essa ravviso alcune ingenuità nella concreta possibilità di realizzazione. Non basta infatti convocare, radunare, proclamare, perché i cattolici impegnati sono diventati afoni nella politica anche perché nel ventennio 1990-2010, sono stati delegittimati da soggetti ecclesiastici che hanno avocato a sé il discernimento della situazione sociale, culturale e politica, fino a intervenire in materie sulle quali la competenza spetterebbe di diritto ai fedeli laici. Ci sono ancora cattolici capaci di stare nella polis, dopo una tale stagione, che li ha visti impediti a essere cristiani adulti, maturi? Dove sono i cattolici democratici? E poi oggi nel nostro Paese la debolezza della fede e l’insignificanza di molte istituzioni ecclesiali non favorisce lo svilupparsi di una comunità cristiana quale grembo fecondo, in grado di esprimere “visione”, “profezia”, capacità di abitare il mondo attuale. Resto convinto che il vero problema non sia quello di avere politici cattolici, ma soprattutto di avere cristiani che tentino di essere tali e dunque siano capaci di responsabilità sociale, di chiaroveggenza sul nostro futuro. Nella nostra storia del dopoguerra, dopo una stagione significativa, c’è stata la stagione dell’afonia, ma ora sembra assodata la stagione dell’assenza! E non basta avere paura o avere la volontà di contrapporsi a nuove forze malate di ossessioni identitarie nazionali e religiose per far risorgere movimenti capaci di coinvolgere i cattolici. Il problema è più radicale e riguarda il tessuto della comunità cristiana sempre più astenica e incapace ad abitare con fedeltà al vangelo, la polis plurale, diversificata, complessa sempre più scristianizzata, eppure la “nostra” polis.

Per una città europea nota e amata, bella e benestante, con alta qualità della vita, il fatto che un suo luogo pubblico sia deputato, da almeno vent’anni, a ospitare adunate naziste, non è un problema. Solo così si spiega la serafica assuefazione che le istituzioni veronesi (compreso allenatore e presidente del Verona Hellas) mostrano in merito all’oramai stabile insediamento nazista nella curva dello stadio Bentegodi di Verona. Si sa che l’estrema destra, a Verona come in parecchi altri posti, è componente del governo cittadino. Rimarrebbe, almeno sulla carta, la necessità della destra “moderata” di salvare la forma (che in provincia, una volta, era tutto o quasi), prendendo le distanze dagli energumeni razzisti che governano un pezzo molto visibile della città: la curva del suo stadio. Ma no. Non è un’esigenza della Verona per bene, distinguersi dalla curva che ulula contro i neri e festeggia Hitler come il migliore dei bomber. Verona si attaccherà, anche per i prossimi vent’anni, a tutti i possibili distinguo, molto comodi per negare l’evidenza: non tutti sono nazisti, in quella curva; non tutte le domeniche fischiano i calciatori neri, a volte si prendono un turno di riposo; sono “solo ragazzi”, anche se i capi hanno superato la quarantina; il calcio è calcio e non c’entra con la politica. Lo diranno. Tutto pur di non ammettere: abbiamo un problema di nazismo, a Verona, e ce l’abbiamo da molto tempo (qualche barbone bruciato, qualche rogo di “impuri”). Come sempre, non sono i pochi energumeni violenti a fare paura. È la maggioranza di borghesucci che fa finta di non vedere e di non sapere. E vanno pure in chiesa

Quando Christine Lagarde cadde e si sbucciò il ginocchio durante un vertice internazionale, Wolfgang Schaeuble le permise di spingergli la carrozzina per consentirle di nascondere la macchia di sangue sui pantaloni. Da allora, la presidente della Bce è tra le rare persone che hanno mantenuto quel privilegio. Uno dei tanti sintomi del profondo rapporto di fiducia che lega i due, nonostante gli anni tormentati della crisi in cui l’ex direttore generale del Fmi e l’ex ministro delle Finanze si sono trovati spesso su fronti opposti, ad esempio sull’annosa questione della ristrutturazione del debito greco. Ciò non ha impedito a Lagarde di regalare a Schaeuble un barattolo di miele del suo alveare o di mandargli dei fiori in ospedale, come ha raccontato in una lunga intervista allo “Spiegel” delle scorse settimane con il quale è cominciato, prima ancora della data ufficiale, il suo mandato alla Bce. E ieri, per la sua prima uscita pubblica nel suo nuovo incarico, Lagarde ha confermato un invito nella tana del lupo che le era arrivato quando era ancora direttore generale del Fmi. A Berlino, la sua laudatio a Schaeuble, al quale ha consegnato il più importante premio degli editori di giornali, il Victoria Preis, si è inevitabilmente trasformata nella seconda tappa importante della “charming offensive” che l’ex ministra delle Finanze francese ha avviato nei confronti del Paese più ostile alle attuali politiche monetarie della Bce. «Chiunque si aspetti che io parli di politica monetaria abbandoni la sala», ha messo subito in chiaro. E ha dedicato i suoi dieci minuti interamente all’elogio di Schaeuble, «lo statista, l’uomo del rigore e dell’impegno». Certo, il presidente del Bundestag è stato anche tra gli avversari più feroci di Draghi, che accusò addirittura di aver alimentato il voto dell’ultradestra Afd e con il quale si scontrò sulla proposta di far uscire la Grecia temporaneamente dall’euro. E Lagarde ha già segnalato a più riprese di essere totalmente in sintonia con le scelte di Draghi, e ha lasciato capire che proseguirà con le politiche monetarie impostate dal suo predecessore – anche perché il quadro economico lo impone. Ma la presidente francese della Bce ha preferito ieri, astutamente, ricordare l’impegno di Schaeuble a favore dell’Europa, sottolinearne la profonda consapevolezza – citandolo – che «ciò che fa bene all’euro, fa bene alla Germania, ciò che non fa bene all’euro, non può far bene alla Germania». E lodandone sia la capacità di «capire che l’euro può solo sopravvivere se c’è fiducia reciproca tra i Paesi», sia quella di comprendere «che attenersi alle regole non vuol dire rinunciare alla creatività». Lagarde ha preferito sedurre Schaeuble e la platea berlinese anche con un brevissimo saluto in lingua: allo “Spiegel” già fatto sapere che imparerà la lingua di Goethe, esattamente come fece il primo presidente francese della Bce, Trichet (Draghi si astenne, gli bastò l’elmetto prussiano che gli regalò paternalisticamente la Bild per ricordargli che si trovava in Germania). «Io e Wolfgang siamo entrambi giuristi» ha sorriso, e non solo per segnalare la sintonia con il presidente del Bundestag. Ma anche per ricordare che nei giorni convulsi in cui si decideva la sua nomina, molti commentatori misogini si erano buttati su quel dettaglio per insinuare che fosse “unfit”, non all’altezza del compito. A Schaeuble quel rimprovero, quando era ministro delle Finanze, nessuno si è mai sognato di farlo.

Chiede tempo Luigi Di Maio. Il ritardo accumulato negli anni nei rapporti con la Cina, rispetto ai vicini e concorrenti europei, non si recupera in un attimo. «Il 2020 è l’anno in cui raccoglieremo i frutti della nostra adesione alla Via della seta», ha assicurato ieri il ministro degli Esteri, nel primo dei due giorni che trascorrerà a Shanghai. Finora, dati alla mano, i benefici per l’Italia di quella discussa firma sono stati minimi. Ma il viaggio di Di Maio, iniziato con un incontro con l’omologo cinese Wang Yi, ha l’obiettivo di «accelerare». Su che aspetti? Il primo sono nuovi dossier agroalimentari, da chiudere entro l’inizio del prossimo anno: dopo le famose arance via aereo, si lavora al via libera all’export della carne bovina (varrebbe 300 milioni di euro) e a quello del riso da risotto (decine di milioni). Il secondo è il turismo. Di Maio vuole dedicare il 2020, 50° anniversario dei rapporti bilaterali, una visita di Sergio Mattarella già in programma, agli scambi culturali: «Con Wang ci siamo detti che bisogna rinegoziare l’accordo sulle rotte aeree — ha detto Di Maio — voglio portare molti più cinesi a visitare le nostre bellezze». Gusto e bellezza, per recuperare posizioni con la Cina l’Italia punta sul classico. E lo farà anche oggi per corteggiare il padrone di casa Xi Jinping. Quando il presidente passerà al padiglione tricolore, durante il tour del grande Expo di Shanghai, Di Maio gli regalerà una maglia della nazionale, giocando sulla sua passione per il calcio, e proporrà un brindisi al prosecco. Resta il fatto che turismo e agroalimentare non sembrano poste in grado di riequilibrare l’interscambio tra Italia e Cina, né a farci colmare il gap con gli altri Paesi europei. Anzi. Basta un aereo venduto dai francesi di Airbus o uno stabilimento chimico della tedesca Basf per battere tonnellate di carne o riso. L’impressione è che i dossier più ricchi e strategici siano spariti dalle nostre trattative lungo la Via della seta e dalle parole di Di Maio, forse perché sono anche i più delicati da gestire in mezzo alla Guerra fredda tra Washington e Pechino. Di investimenti cinesi in Italia non si è discusso, né di cooperazione infrastrutturale in Paesi terzi, né di tecnologia. Sul 5G Di Maio non si è esposto. I due hanno invece parlato di Libia, Siria e riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Con buona sintonia, riferisce chi c’era. Al nostro ministro degli Esteri viene riservato in via eccezionale un trattamento da capo di Stato: ieri sera ha partecipato alla cena offerta da Xi Jinping al Fairmont Peace Hotel, lussuoso albergo art deco. Oggi terrà un intervento alla cerimonia di apertura dell’Expo, dopo Xi e i leader di governo. Durante il loro colloquio di ieri Wang ha scherzato con il leader 5Stelle, dicendogli che è merito suo se a marzo Xi Jinping ha deciso di visitare prima l’Italia e poi la Francia. Segnali di amicizia. Eppure l’impressione è che, agli stessi occhi della Cina, il peso di Berlino e Parigi resti sopra quello italiano. Ieri a Shanghai è arrivato Emmanuel Macron, che userà questa visita per riproporsi come il campione di un fronte europeo unito nelle trattative con Pechino. E segnerà un successo, proprio nell’agroalimentare: domani, oltre a 40 contratti per le imprese francesi, firmerà con Xi un accordo sulla protezione di cento indicazioni geografiche tipiche comunitarie, trattativa che si trascinava avanti da anni. Se non altro 26 sono italiane, dall’aceto balsamico alla mozzarella di bufala.

Il sasso scagliato da Mario Balotelli non è affondato nello stagno dell’indifferenza. C’è un passaparola tra i colleghi della serie A, di colore e non solo: sono pronti a schierarsi al suo fianco, lasciando il campo di fronte al prossimo episodio di razzismo. L’appello più folgorante è di un sedicenne: Henoc N’gbesso, attaccante delle giovanili del Milan e della Nazionale Under 17, bresciano anche lui, origini ivoriane: «La ferita di Mario me la sono sentita addosso. Io non credo che debbano uscire dal campo solo i giocatori di colore, ma tutti. Credo che soltanto così la gente allo stadio si renderebbe finalmente conto che è accaduto qualcosa di molto grave. E che non può, non deve esserci un bis». Nove anni sono passati dal triste 17 novembre 2010 a Klagenfurt, amichevole Italia-Romania, cori e striscioni contro Balotelli, «non ci sono neri italiani» e via col campionario delle annesse bestialità, causa di diciassette denunce, nel 2013, ad altrettanti ultras Italia «per diffusione di idee fondate sulla superiorità, sulla discriminazione e sull’odio razziale». Nove anni e sembra oggi, perché nulla parrebbe cambiato, anzi. Balotelli è ancora qui con lo stesso problema, lui che di razzismo parla quotidianamente negli spogliatoi del Brescia, ascoltatissimo dai compagni. Invece non è così. Una novità c’è: il suo gesto di ribellione a Verona stavolta non è passato inosservato, non poteva. Tra i giocatori di colore, e non solo, sta passando la linea forte, perché non ci sia un bis del Bentegodi: uscire appunto tutti dal campo non appena informati del prossimo insulto, del prossimo ululato, del prossimo verso della scimmia, chiunque sia la vittima. Ieri Mario ha capito subito che era successo qualcosa di nuovo: dalle reazioni dei colleghi, dalla solidarietà pubblica attraverso i social e da quella privata. Lo juventino Matuidi è stato il più duro, da Napoli Koulibaly si è associato. Prende forma l’idea di un documento stile “manifesto di Sterling”: nell’aprile scorso l’attaccante del Manchester City pubblicò sul Times un articolo sul tema, subito sottoscritto da numerosi calciatori, allenatori ed ex della Premier League. Sterling chiedeva, tra l’altro, che i giocatori bersagliati dai razzisti non venissero puniti, se lasciavano il campo. Anche Balotelli ha giocato nel City e in Inghilterra ha affinato la sensibilità in materia. Nel giugno scorso a Madrid l’inglese Daniel Sturridge, oggi centravanti del Trabzonspor in Turchia e allora fresco di trionfo in Champions col Liverpool, rivelò la particolare attenzione di Balotelli alla questione. Che Mario abbia doti di divulgatore lo dimostra la foto della Nazionale ad Auschwitz nel 2012, prima dell’Europeo, in cui lo si vede spiegare a Cassano, in lacrime, le origini ebraiche dei suoi genitori adottivi. L’assurdità del razzismo è la sua certezza. Da bambino, racconta nel libro “Demoni”, gli capitò di restare escluso dai coetanei, in una partitella, «perché sei nero». Durante il ritiro romano dell’Under 21, anno 2009, da una moto gli lanciarono un casco di banane, a Ponte Milvio. L’estate scorsa, quando è tornato in Italia dal Marsiglia, in piena emergenza sbarchi, non ha eluso la domanda fatidica: «Vorrei che il popolo italiano fosse un po’ più umano Gli ululati allo stadio? Ora non voglio pensarci, mi auguro che non capiti» . È capitato. Però lui non è rimasto in silenzio e ieri se n’è potuto compiacere. Aveva seminato bene. Il talentuoso Henoc N’gbesso, classe 2003, si è appena rotto un ginocchio: ha le stampelle e le idee chiarissime, da studente del liceo di scienze umane con gli occhi aperti sul mondo zoppo degli stadi italiani, che coprono di ridicolo la serie A, nel giudizio severo dell’Uefa, il governo del calcio europeo: «Quale sia stato l’incipit del verso della scimmia a Verona, dato che nessuno è una bestia, credo di saperlo: l’ignoranza. E poi il negazionismo. Nel 2018, a Cagliari, stavo festeggiando un gol e i miei compagni mi hanno fatto notare che qualcuno mi aveva urlato: “Negro di merda”. Il responsabile del loro settore giovanile disse che non era successo niente: negava l’evidenza. Io non ci faccio caso, sono circondato da persone vere. E tra i miei riferimenti ci sono Luther King e Mandela, è normale che le loro storie mi tocchino di più. Come la battaglia di Balotelli».

In piazzale Olimpia le saracinesche del pub “The Den” sono abbassate: nell’insegna del locale campeggiano una croce celtica, quattro rune e la scala simbolo dell’Hellas. Il titolare è Andrea Croce, consigliere della 3° circoscrizione, fresco di Daspo e fratello di Michele, già presidente di Agsm, l’azienda municipalizzata di fornitura del gas. Chiuso — è lunedì pomeriggio — anche il bar Nilla, altro ritrovo ultrà davanti allo stadio Bentegodi. Un ragazzo si ferma: «State montando un cinema assurdo, Balotelli vuole fare il fenomeno ma è un mona». Passa un’ora. Il sindaco sovranista Federico Sboarina, sull’onda della levata di scudi di una destra sempre più estrema, presenta una mozione anti-Balotelli. Titolo: “Condanna politica per chi diffama la città”. Il giorno dopo la Verona nera si riscopre negazionista. «Non è vero niente». «Solo una pagliacciata». «Li ha sentiti solo lui (i buuu razzisti, ndr)». «Quello là voleva farsi pubblicità». Quello là è “el negher”, “Mario-Mario”, come intonavano domenica i “butei”, loro, gli ultrà della “squadra fantastica fatta a forma di svastica”, “allenatore è Rudolf Hess”, le feste “le paga Hitler”. E insomma la colpa è del “negher”. «Ha spedito il pallone in curva perché spera di andare dalla D’Urso», vomita l’impresentabile Luca Castellini. Benvenuti in una delle città d’arte più belle e visitate d’Italia. Dice l’ex procuratore capo Guido Papalia, uno che l’estremismo nero lo conosce e lo ha contrastato: «Queste frange, anche se sono una minoranza, incontrano un’indifferenza generalizzata che è più grave degli stessi atti delinquenziali. Se gli amministratori non prendono le distanze si spiana la strada al peggio. E il risultato è che questa etichetta marchia la città». Papalia la tocca piano. Perché il punto è che gli amministratori veronesi con l’estrema destra hanno rapporti strettissimi. Talmente ravvicinati che qui, nella città che Roberto Fiore ha già ribattezzato “Vandea d’Europa” — passata dal terrorismo eversivo di Franco Freda all’omicidio “politico” di Nicola Tommasoli attraverso Ludwig, i due ragazzi della Verona bene che massacravano preti e emarginati — è difficile distinguere. Si chiamano Andrea Bacciga, Stefano Stupilli, Yari Chiavenato, Alberto Lomastro, Alberto Zelgher. E Castellini. Sono gli uomini di collegamento tra la strada — e la curva Sud gialloblu — e il palazzo. Tutti uomini che a vario titolo ruotano intorno a Sboarina e si muovono in quell’area di fascioleghismo spinto e ultracattolicesimo antiabortista dove alligna il potere. Storie. Mentre i neofascisti Castellini e Bacciga (saluto romano alle attiviste di “Non Una di Meno”, ndr) vengono ricevuti dal sindaco attraverso il fidato segretario particolare Umberto Formosa — soprannome “il picchiatore”, anche lui ultrà pluridaspato — il 4 ottobre i battenti di Castel Vecchio si aprono per il convegno “Le bugie sull’immigrazione”: nella locandina c’è un immigrato con in mano un machete insanguinato. Logo del Comune e fondi di Serit, la municipalizzata dei rifiuti. «A Verona i fascisti sono legittimati — attacca la deputata dem Alessia Rotta — Qui non è più un problema di stadio, ma di qualità della democrazia». In un clima da post-revisionismo, all’estrema destra della città di Giulietta accade di tutto: l’ex ministro leghista Lorenzo Fontana e l’hitleriano Castellini a braccetto nel “Family pride”; finanziamenti al “Comitato delle Pasque veronesi”, quelli delle messe in latino col rito preconciliare; campi da calcio comunali gratuiti per i neonazisti di Fortezza Europa; mozioni per riscrivere la storia della Resistenza. Tanti casi fanno cumulo. Sembrano ieri i feti di plastica distribuiti come gadget al Congresso delle famiglie. Adesso, Balotelli. «È grave e triste che Verona finisca sui media per dei facinorosi che scambiano la goliardia con il razzismo», ragiona Patrizia Bisinella, consigliere comunale d’opposizione, compagna dell’ex sindaco Flavio Tosi. Ma perché sempre qui? A settembre CasaPound ha organizzato in città il raduno nazionale perché «ci sentiamo a casa». «Sponde istituzionali — dice Federico Benini, Pd — Coi suoi provvedimenti discriminatori Sboarina ha coperto di ridicolo la città». Nel 2017 Verona ha accolto più di un milione di visitatori. Nello stesso anno gli ultrà dell’Hellas festeggiavano inneggiando al Fuhrer. A lanciare i cori, il solito Castellini. Chiede Giulia Siviero di “Non una di meno”: «L’amministrazione si identifica con la squadra di calcio? Perché ci si sente così chiamati in causa come città se a ululare — dicono — sono stati solo alcuni tifosi?». La squadra “a forma di svastica”, la roccaforte, i “butei”. La nuova alba della Verona nera.

E pensare che c’è ancora chi si ostina a chiamarla Questione meridionale: definizione coniata a quanto pare nel 1873 da un certo Antonio Bilia, deputato della sinistra nato a Udine. Perché se da un terzo del Paese sono scappate dal 2000 a oggi due milioni di persone di cui metà giovani e la prospettiva è di perdere entro il 2065 altri 5 milioni di abitanti e il 40 per cento della ricchezza, con l’industria che intanto si desertifica, non può essere che una Questione nazionale. Accettare che il Sud possa morire equivale ad accettare che l’Italia possa morire. Nessuno se lo può augurare. Ma il problema, a dispetto delle ipocrite dichiarazioni di circostanza, è che sta accadendo. Lo scenario che descrive la Svimez diretta da Luca Bianchi, e di cui l’attuale ministro del Mezzogiorno Giuseppe Provenzano è stato il vice, fa rabbrividire. La povertà cresce, la disoccupazione galoppa con quella femminile doppia rispetto al Centro Nord e superiore perfino a Guyana francese e Macedonia, l’economia è in recessione. Oggi il prodotto interno lordo medio procapite al Sud è pari al 55,2 per cento del resto d’Italia, un divario addirittura più ampio di quello del 1953 (era il 55,3), e l’emigrazione è tornata ai livelli di quegli anni: con la differenza che ora a fuggire sono i giovani laureati. Senza prospettive né speranze. Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (Bis) ha detto che per colmare il divario occupazione con il Centro Nord ci sarebbe bisogno di tre milioni di posti di lavoro. L’unica cosa che per ora il governo di Giuseppe Conte (Uno) è riuscito a produrre è il reddito di cittadinanza. L’avevano presentato come la panacea non solo per la povertà ma anche per la disoccupazione. Purtroppo non è andata così. Se per un’area depressa il reddito di cittadinanza, dice la Svimez, è stato comunque utile, l’impatto sulla disoccupazione è risultato «nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro». Un flop clamoroso. La verità è che manca la visione che è sempre mancata. E anche il nuovo potere finisce per ripercorrere le stesse strade del passato, lastricate di clientele e contributi pubblici. Senza riuscire a immaginare modelli di sviluppo diversi da quelli fallimentari di una industrializzazione forzata e sussidiata, priva di industrie a valle, priva di infrastrutture, destinata a produrre sviluppo effimero. Così come era accaduto nei decenni dell’acciaio di stato ed era stato replicato nell’epoca dei Riva, neppure negli ultimi sette anni, da quando il bubbone dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto è scoppiato, è stata affacciata una parvenza di soluzione credibile di lungo periodo, un’alternativa di sviluppo e sostenibilità. Che avrebbe certo avuto bisogno di tempo, ma anche di qualcuno che l’avesse pensata, discussa, elaborata. E ora siamo arrivati al dunque. Come già nel Sulcis, in Sardegna. O a Termini Imerese, in Sicilia. E quasi ovunque in tutto il Sud. Dove si continua a mettere pezze sempre più piccole, con progetti che evaporano, investitori che si dileguano, e promesse buone solo per le campagne elettorali che sfociano regolarmente in cassa integrazione. O in alternativa, adesso, nel famoso reddito di cittadinanza. Che altro serve perché in una nazione sviluppata come dovrebbe essere la nostra l’intera classe dirigente si faccia finalmente carico con serietà di una situazione così allucinante? Che altro deve accadere perché comprendano che è finito il tempo delle parole ed è in gioco il futuro stesso del Paese?

Luigi Di Maio non può più tornare indietro: in cerca dei voti perduti, il capo politico M5S è costretto a difendere la “rivolta” dei parlamentari 5stelle che ha portato alla cancellazione dello scudo penale per gli amministratori Ilva. E quindi, il ministro allo Sviluppo Stefano Patuanelli assicura che l’immunità non tornerà. Il Pd fa da sponda, immobile, spettatore di una vicenda in cui non ha fatto altro che affidarsi alle parole dell’alleato. Mentre Matteo Renzi è già al lavoro per un’alternativa: una sorta di replica della cordata che, ai tempi del governo Gentiloni, aveva perso la gara contro Arcelor Mittal. Con dentro Sajjan Jindal, già proprietario delle ex acciaierie Lucchini di Piombino (nel cda c’è l’amico fraterno del leader di Italia Viva Marco Carrai), il gruppo Arvedi di Cremona e Cassa depositi e prestiti. Così, sull’Ilva di Taranto, il governo gioca partite diverse. E ancora una volta non le gioca in squadra. Mentre da fuori il leader della Lega Matteo Salvini si erge a unico difensore di 15mila lavoratori. «Mi creda, la prego, mi creda: non si può andare a Taranto e parlare di reinserire lo scudo penale per i proprietari dell’Ilva. Sarebbe uno schiaffo a una città che non lo merita», dice l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi: prima firmataria e prima sostenitrice dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre ha cancellato l’immunità per i gestori della più grande acciaieria d’Europa. Uno scudo a tempo, condizionato allo svolgimento delle bonifiche, ma pur sempre uno scudo che Di Maio aveva reinserito dopo che pochi mesi prima ne aveva tolto uno analogo, con il decreto legge crescita, in piena campagna elettorale per le europee. L’allora ministro dello Sviluppo lo aveva rivendicato proprio a Taranto, il 28 aprile aprile, davanti a madri di ragazzi morti di tumore che si rifiutavano di stringergli la mano e associazioni ambientaliste che gli rinfacciavano la «pubblicità ingannevole» dell’anno precedente, quando aveva difeso la cessione a Mittal parlando di riduzioni delle emissioni inquinanti del 20% con la nuova Ilva («Mi guardi, ministro, mi guardi», gli aveva ripetuto il fondatore di Peacelink Alessandro Marescotti quel giorno, con in mano dati che mostravano un aumento del 92% delle polveri cancerogene, senza che Di Maio riuscisse ad alzare lo sguardo). «Taranto aspetta da anni una soluzione definitiva, senza che nessuno sia stato in grado di fornirla. Neanche noi», dice oggi Lezzi. E sta tutto nelle sue parole il grande irrisolto del Movimento 5 stelle. L’impossibilità – com’è stato per la Tav, per la Tap, ma su una vicenda ancora più dolorosa e difficile – di far coincidere promesse roboanti e necessità di governo. Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio l’approvazione del decreto imprese anche con la fiducia. «Piuttosto andiamo tutti a casa», avevano urlato i grillini in una delle riunioni infinite che hanno segnato la svolta: la capitolazione di Patuanelli, prima. Poi del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. Infine del Pd e di Italia Viva (Leu era già d’accordo): stralciamo lo scudo, vada come vada, era stata questa la decisione unanime che ora Carlo Calenda rinfaccia a tutto il governo. Con parole davanti alle quali Renzi si dice «amareggiato», attribuendo la colpa di quanto accaduto al primo governo Conte e a una sorta di “trappola” tesa da Mittal, che sullo scudo penale è stata volutamente ambigua. Un’idea condivisa anche dal Pd, che con il capogruppo al Senato Marcucci punta il dito sull’esecutivo gialloverde. Mentre i ministri dem ripetono: «Patuanelli in cdm ci aveva assicurato che non ci sarebbero state conseguenze sull’impegno di Mittal. Gliel’abbiamo chiesto tutti».Aveva anche detto «Non ho la sfera di cristallo», il responsabile allo Sviluppo. I vertici del governo sapevano cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto. Per i problemi di sicurezza dell’Altoforno numero due. Per un’obsolescenza alla quale si rimedia solo con «investimenti giganteschi», così dice ancora Lezzi. Che ricorda quando, a giugno 2018, Beppe Grillo immaginava per l’Ilva una totale riconversione, un parco sul modello di quanto fatto nel bacino della Ruhr in Germania. «Sono opinioni personali», lo aveva subito sconfessato Di Maio. Imponendo la svolta, abbandonando le promesse della campagna elettorale (chiusura programmata e riconversione) e portando avanti la trattativa già cominciata da Calenda, che fino a pochi giorni prima aveva tentato di invalidare. Quella e altre svolte hanno segnato per i 5 stelle la fine dell’incantesimo che aveva consentito loro di ottenere, a Taranto, il 50% alle politiche. Ed è per questo che i vertici M5S non hanno potuto che subire l’insurrezione parlamentare. Hanno già perso troppo per non tentare un tardivo, disperato, ritorno alle origini.

Parlano bene, adesso, le “fonti del governo”. «Non accettiamo», «non consentiremo», «convocheremo». Parole al vento, per ripulire le coscienze e raggirare le maestranze. Ma non serviva la Sibilla Cumana, per prevedere che l’Ilva avrebbe spento i forni. L’avevamo scritto solo dodici giorni fa, il 24 ottobre. Dobbiamo saperlo. Dopo gli americani di Whirlpool, se ne andranno anche gli indo-francesi di ArcelorMittal. E sarà un’altra disfatta per l’Italia, per l’industria, per il lavoro…». È successo, com’era ovvio. ArcelorMittal se ne va davvero. Sono saltate tutte le garanzie a suo tempo negoziate con l’esecutivo sulla tutela penale per gli effetti ambientali del piano industriale: in queste condizioni l’azienda si rifiuta di operare. E dunque, disfatta sia. Da Palazzo Chigi e dai “ministeri competenti” trasuda la rituale ed inutile indignazione che sempre, in questa Repubblica delle Banane, accompagna la rottura dei rapporti tra Stato e mercato. Da maggioranza e opposizione, enti locali e organizzazioni sindacali, precipita la solita e futile pioggia di lacrime di coccodrillo. Ormai il danno è fatto. Ed è colossale, qualunque sia il metro con cui lo si misuri. È un danno economico. L’Ilva di Taranto è stato uno dei migliori stabilimenti siderurgici d’Europa, e ha sfornato uno degli acciai di miglior qualità del mondo. Eppure la sua crisi si trascina da 24 anni. Nel ’95 l’ex Italsider viene svenduta a una sedicente “grande famiglia” del capitalismo privato. Per 17 anni i Riva la spolpano, esportando i miliardi in Svizzera e lasciando le polveri sottili a intossicare la città. Nel 2012 la magistratura sequestra l’impianto e accusa i vertici aziendali di disastro ambientale doloso e colposo, avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici. Per 6 anni l’azienda resta senza padrone e senza missione, tra commissariamenti, amministrazioni straordinarie, decreti di vendita. Dopo 5 governi, 4 commissari, 3,6 miliardi di perdite totali, 2 milioni di tonnellate di acciaio tagliate e 4.100 lavoratori cassintegrati, nel 2018 viene infine acquistata da ArcelorMittal. Un affare da circa 4 miliardi: 1,8 per il prezzo d’acquisto, 1,25 per il piano industriale e 1,15 per investimenti ambientali. Ed è qui che il regolatore pubblico rovina miseramente. Il risultato è devastante. Il Belpaese butta via un settore che vale 24 miliardi, l’1,4% del Pil. Ammaina l’ultima bandiera di un’industria “pesante” che ha già lasciato marcire a Cornigliano, a Piombino, a Bagnoli. Costringe le imprese italiane a importare a carissimo prezzo i 6 milioni di tonnellate di acciaio che servono alla produzione. Condanna 15 mila persone a finire in mezzo alla strada, dopo averle obbligate per un quarto di secolo a subire un ricatto immondo: respirare veleno (dal Pm 10 al benzopirene) pur di avere un salario. La salute in cambio del lavoro. È un danno politico. Sull’Ilva hanno sbagliato in tanti: capitalisti e sindacalisti, ministri e governatori regionali, magistrati e Arpa. Hanno fallito tutti i governi, da Andreotti a Dini, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta, da Renzi a Gentiloni. Ma nessuno ha fatto peggio degli ultimi due. Il Conte Uno combina il pasticcio più grave: il 6 settembre 2018 Di Maio uno e bino, vicepremier e ministro dello Sviluppo, concorda con ArcelorMittal uno scudo penale per i manager che sa di non poter garantire. Il Conte due, infatti, non lo garantisce e così propizia il disastro definitivo: il 21 ottobre 2019 i Cinque Stelle cancellano tutto con un colpo di spugna in Parlamento, pretendendo il voto di fiducia su un loro emendamento e gridando ancora una volta “onestà, onestà”. Mai come stavolta a sproposito. Sia perché quella tutela giuridica non è una pretesa d’impunità, ma una copertura parziale legata solo all’impatto ambientale. Sia perché in ogni caso è stato il loro capo politico a trattarla e a concederla formalmente agli azionisti dell’Ilva. È possibile che i rapaci indo-francesi fossero già molto perplessi sull’intera operazione. È possibile che cercassero solo un pretesto per rompere i patti. Ma il peccato mortale della politica è averglielo offerto su un piatto d’argento. M5S rimangiandosi la parola data, il Pd lasciandoglielo fare. Per questo, adesso, fanno bene i partiti a chiedere che Giuseppe Conte riferisca in Parlamento (anche se insieme o più di lui dovrebbe riferire l’attuale ministro degli Esteri, ri-folgorato sulla Via della Seta). Ma per questo, ormai, fa anche pena lo “sdegno” fatto filtrare dalla Presidenza del Consiglio, che convoca l’azienda con la pretesa di costringerla a ripensarci. È troppo tardi per l’Ilva, che perde in media 25 milioni al mese. Come prima o poi sarà troppo tardi per le altre 160 crisi aziendali e per l’Alitalia che giace senza più cassa, e in attesa di capire tra Delta e Lufthansa di che morte deve morire, di milioni ne brucia 2 al giorno. Sono botte dolorose per la coalizione demo-stellata, che da due mesi continua a cantare se stiamo insieme ci sarà un perché ma non lo trova. Sono batoste sanguinose per il Pd di Zingaretti, che fa il Cireneo e porta la croce mentre Di Maio e Renzi mangiano popcorn seduti sul ciglio del Golgota. Il segretario si affanna, li striglia, li chiama: ma il suo “toc toc” cade nel vuoto. E magari è lui stesso a chiedersi se valga ancora la pena tirare a campare, o non sia invece meglio tirare le cuoia. Pur avendola approvata in Consiglio dei ministri, infatti, gli alleati riluttanti si guardano bene dal caricarsi sulle spalle la legge di stabilità delle micro-tasse e dei micro-bonus. Ora si può anche dirottare ogni colpa sull’apposito Salvini, come fanno Marcucci sulle spaccature con ArcelorMittal o Gualtieri sulle smagliature della manovra. Ma il “conto del Papeete” non basta più a spiegare né le criticità della fase, né le difficoltà del governo a fronteggiarla. La campana dell’Umbria è suonata per tutti: inutilmente, a quanto pare. Ma se adesso cominciano a venir fuori anche “bombe sociali” come l’Ilva, e la sinistra se le fa esplodere in casa senza neanche averle innescate, allora tanto vale che la Resistibile Armata Giallo-rossa si arrenda subito. Senza neanche aspettare la sicura sconfitta di gennaio, nella battaglia di Stalingrado dell’Emilia-Romagna.

Quanto strana sia la politica industriale in Italia lo si nota da un dettaglio: giovedì scatta una misura approvata quando Luigi Di Maio era ministro dello Sviluppo. Diventa disponibile un fondo di 50 milioni per pagare un «innovation manager» alle imprese. In attesa di sapere quale sia la fortunata azienda che potrà vendere consulenze private sul digitale incassando denaro pubblico, altre voragini si aprono al ministero dello Sviluppo (Mise). Ad ArcelorMittal è stato regalato l’alibi perfetto non solo per disimpegnarsi da Ilva — dovrebbe dare lavoro a 10.700 persone — ma potenzialmente far sì che l’impianto si spenga. Con l’attuale eccesso di produzione d’acciaio nel mondo, oggi l’azienda italiana perde 50 milioni al mese. I Mittal erano motivati nell’investimento dal desiderio di non lasciare la capacità produttiva di Taranto a un rivale, ma di controllarla essi stessi. Ora se possono eliminarla senza spendere — ritirando le tutele legali promesse, il governo lo permette — gli indiani non chiedono di meglio. Un errore del genere obbliga a chiedersi se ci sia ancora qualcuno che gestisce le crisi industriali in Italia. Alitalia procede nella confusione, con un investitore (Fs) che è anche un concorrente — sulla rotta Roma-Milano — e la prospettiva di grandi tagli occupazionali. Più piccolo ma non meno grave, il caso Whirpool a Napoli è stato lasciato degenerare nell’inazione. Un fondo pubblico da un miliardo per il «venture capital» è fermo da un anno perché i politici litigano sulle nomine. E sempre da un anno Sider Alloys di Portovesme (ex Alcoa) attende dal governo una misura — vitale — che le permetta di calmierare il costo dell’energia. Al Mise la figura di riferimento per le 160 crisi industriali oggi è Giorgio Sorial, un ex deputato M5S di 36 anni non rieletto ma noto per aver definito «boia» il presidente Giorgio Napolitano. I lavoratori, intanto, aspettano risposte.